giovedì 29 gennaio 2026

185)- ANGELO SANTINI: «LA TRASFORMAZIONE È INTRINSECAMENTE CONTRADDITTORIA»?

 

§.1- Vorrei commentare _ a modo mio _ un brano scritto dal filosofo @ANTIMATERIALISTA, al secolo Angelo Santini (d’ora in poi: AS) reperibile nel canale YouTube: <<I Nemici del Destino>> https://www.youtube.com/watch?v=qwSkQJbcJfY (5 giugno 2025).

§.2- Ecco il testo di AS:

<<se l'identificazione non avvenisse nello stesso tempo, mancherebbe la continuità del processo della trasformazione di un A in un B. Poniamo che in T1 A non sia ancora trasformata in B, e che in T2 A sia trasformata in B: se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati. Se l'identificazione avvenisse in tempi diversi, non sarebbe possibile: in questo caso in T1 vi sarebbe SOLO A, mentre in T2 SOLO B. L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B. Nel caso in esame, A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora, mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A. Pertanto è impossibile che A non si identifichi con B in uno stesso momento. Ovviamente il fatto che tale identificazione debba avvenire nello stesso momento implica una contraddizione (l'identificazione dei differenti nello stesso momento). Tentare di eludere questo esito negando la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo porta alla negazione della possibilità che A si identifichi a B, che comporta la negazione che A si possa trasformare in B. Qualunque soluzione si cerchi, la trasformazione E' INTRINSECAMENTE CONTRADDITTORIA, come dimostrato>>.

***

§.3- Preciso che il contesto del brano di AS è relativo all’eternità di ogni ente come tematizzata dal filosofo Emanuele Severino; eternità che discenderebbe dalla presunta contraddizione che scaturirebbe nel momento in cui un ente, DIVENENDO, si TRASFORMASSE nel proprio altro giacché, in tal caso, esso _ sempre secondo Severino _, diverrebbe contraddittoriamente IDENTICO al proprio altro (differente) da sé. Per capire meglio <<l'identificazione>> di A e B <<nello stesso tempo>> di cui parla AS, consideriamo un celebre esempio caro a Severino: la legna che DIVENTA cenere. Nella trasformazione della legna, secondo Severino vi sarebbe un momento in cui la legna sarebbe <<nello stesso tempo>> sia la legna-intonsa che cenere, cioè legna-non-legna; pertanto, conclude il filosofo bresciano, è impossibile/contraddittorio che la essa DIVENTI cenere ( = è impossibile il divenire inteso come trasformazione), perché è impossibile/contraddittorio che la legna sia IDENTICA alla cenere <<nello stesso tempo>>.

Pertanto, secondo Severino ed AS, il divenire implicherebbe la SIMULTANEA quanto contraddittoria IDENTIFICAZIONE dei NON-IDENTICI.

§.4- Adesso, però, prima di discutere nel dettaglio le tesi di AS, vorrei proporre il seguente schema introduttivo a mo’ di esempio.

Proviamo ad assegnare 10 alla legna intonsa (A) e 10 alla cenere (B).

Ebbene, PRIMA dell’inizio del processo trasformativo avremo A10 e B0 (B zero, cioè NON avremo affatto B), che equivale ad avere la legna intonsa e nessuna cenere.

Nel COMINCIAR di detto processo, avremo ad esempio A9 e B1 (cioè una minima scomparsa di A ed un minimo cominciamento di B in A10), che equivale ad una minima formazione/comparsa della cenere (B1 da B0 che era) e ad una minima scomparsa dell’integrità della legna (A9 da A10 che era):

ciò NON è contraddittorio, perché quella minima parte di cenere comparsa (B1), NON è affatto IDENTICA AL CONTEMPO a quell’altra minima parte di legna bruciata (A9) e quindi oramai non più intonsa (non più A10). 

Ovvero, quella minima parte di cenere (B1) comparsa in A10 NON costituisce <<l'identificazione dei differenti nello stesso momento>> _ ove i differenti sono A10 e B1 _, giacché B1 è SOLTANTO cenere, è SOLTANTO B1 e NON anche ed al contempo A10.

Se infatti B1 fosse IDENTICA a quella parte di legna A10 che adesso, perciò, chiamiamo B1 perché è cenere, A10 RESTEREBBE A10 anche con il sopraggiungere di B1, cioè A10 dovrebbe continuare ad apparire come A10, anziché come A9, appunto perché, qualora B1 fosse contraddittoriamente IDENTICA ad A10, non sarebbe più possibile distinguerle ed affermare che il sopraggiungere di B1 abbia perciò innegabilmente ridotto la quantità di legna intonsa, cioè di A10.

Siccome, invece, DISTINGUIAMO A9 da B1, ossia DISTINGUIAMO quel po’ di cenere sopraggiunta (B1) rispetto alla parte di legna ancora intonsa (A9), ciò vuol dire che distinguiamo incontraddittoriamente due DIFFERENTI, cosicché il sopraggiungere di B1 NON implichi alcuna contraddizione identitaria tra A10 (che nel frattempo, con l’apparire di B1, è diventata A9) e B1.

Lo stesso dicasi per quanto segue:

PROSEGUENDO il processo di combustione di A10, avremo ad un certo punto A6 e B4, cioè una maggiore riduzione di A rispetto ad A9 ed una maggiore porzione di B rispetto a B1, equivalente a quasi metà legna incenerita:

ciò NON è contraddittorio per quanto appena detto sopra.

SUCCESSIVAMENTE, avremo A1 e B9; resta oramai pochissima legna intonsa poiché quasi interamente incenerita:

ciò NON è contraddittorio (certo, la legna incenerisce, ma NON rimane al contempo legna).

Fino a raggiungere il RISULTATO CONCLUSIVO; A0 e B10, cioè totale scomparsa di A10 e completa presenza di B10, cioè totale assenza della legna intonsa e completa presenza della cenere:

nuovamente, ciò NON è contraddittorio.

§.5- Dunque, in tale diacronìa NON abbiamo MAI un istante in cui A9 sia identico a B1 <<nello stesso tempo>> poiché sono DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

abbiamo che A6 sia contraddittoriamente identico a B4 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

che A1 sia contraddittoriamente identico a B 9 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

che A0 sia contraddittoriamente identico a B10 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

(Men che meno, quindi, avremo che A10 sia contraddittoriamente identico a B10 <<nello stesso tempo>>).

§.6- Per cui domando:

in quale istante, ad esempio A9 e B1, sono contraddittoriamente identici <<in uno stesso momento>>?

§.7- In nessun istante; essi sono e restano DIFFERENTI, pur essendo RELATI diacronicamente.

§.8- E veniamo adesso alla prima osservazione di AS:

<<se l'identificazione non avvenisse nello stesso tempo, mancherebbe la continuità del processo della trasformazione di un A in un B. Poniamo che in T1 A non sia ancora trasformata in B, e che in T2 A sia trasformata in B: se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati>>.

§.9- Per AS, una volta trasformatasi in B (T2), A deve essere presente ANCHE in T2, altrimenti, dice, non potremmo affermar <<che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più)>>.  

§.10- Penso sia vero il contrario:

B può essere <<A trasformatosi in B>> proprio perché A in T2 NON è <<semplicemente più>> in quanto si è trasformata in B!

A mio parere, tale trasformazione NON implica che A debba esser positivamente presente anche in T2, anzi lo ESCLUDE, giacché A vi è presente soltanto come NEGATA.

Esservi presente come NEGATA vuol dire che A è ormai, in T2, il PASSATO di B.

Se A fosse ancora positivamente (cioè come non-NEGATA) presente in T2, come potrebbe trasformarsi in B?

O anche: come potrebbe scaturire B, se A permanesse in T2 ancora nella posizione che aveva in T1?

Sarebbe come essere ancora fermi in T1.

§.11- AS osserva:

<<se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati>>.

§.12- Ma è proprio la presenza di A in T2 cioè con B, a costituire la <<giustapposizione di momenti>> indicata da AS, perché in T2 sarebbero appunto <<presenti dei distinti (A e B)>> laddove, invece, ve ne dovrebbe esser soltanto uno: B in T2.

Dunque, è in nome della <<giustapposizione di momenti>> che si deve escludere che <<B sia A trasformatosi in B>>, giacché la simultanea presenza di A (e di B) in T2 rende impossibile o quanto meno superflua detta TRASFORMAZIONE, essendo A ancora presente in T2 come positivamente A, anziché come NEGATO.

Perciò non di <<giustapposizione di momenti>> trattasi, bensì della RELAZIONE DIACRONICA in cui consiste la stessa TRASFORMAZIONE da A a B!

Ecco qui bell’e dispiegato l’incontraddittorio LEGAME/CONTINUITÀ tra A e B.

È infatti tale TRASFORMAZIONE a fungere da ‘collante’ atto a garantire la <<continuità del processo della trasformazione di un A in un B>>.

§.13- Ma allora, potrebbe insistere AS, se A in T2 non vi è più in seguito alla sua trasformazione, che CONNESSIONE/CONTINUITÀ potrà mai esservi con B?

§.14- Vi è la continuità costituita dalla stessa TRASFORMAZIONE. Ciò che risulta dalla trasformazione, cioè B, si lascia alle spalle come un ormai inesistente A, ma ciò NON TOGLIE la loro relazione perché, per quanto A in T2 sia ormai nulla, B DERIVA da A il quale NON diventa nulla PRIMA di dar luogo a B.

§.15- Parimenti egli potrebbe obiettare: che CONNESSIONE/CONTINUITÀ potrà mai avere B con A che ormai, in T2, non c’è più, è inesistente?

§.16- Nuovamente, la continuità di B con A ormai inesistente è data dalla DIACRONICA TRASFORMAZIONE tra A-passato e B-presente. La DIACRONIA è una RELAZIONE che conserva la continuità tra le fasi diacroniche di un medesimo ente diveniente SENZA contraddittorie identificazioni.

§.17- La TRASFORMAZIONE di A NON rende B privo della CONNESSIONE/CONTINUITÀ con A, giacché quest’ultimo è presente in B (in T2) come NEGATO, ossia come l’essere ormai il PASSATO di B, ed essendo il passato di B, A non può essere <<nello stesso tempo>> anche il presente di B.

§.18- La TRASFORMAZIONE, perciò, non è uno IATO invalicabile tra A e B bensì costituisce ESSA STESSA la loro CONTINUITÀ diacronica ontico-fenomenologica la quale, d’altronde, appare senza quella <<giustapposizione di momenti>> indicata da AS, perché _ al contrario! _, tale giustapposizione l’avremmo proprio nel caso che A fosse contraddittoriamente <<anche in T2>> insieme a B!

§.19- AS afferma che <<L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B>>.

§.20- Al contrario; A NON può e NON deve restare positivamente presente in B, ma vi è presente soltanto come NEGATO ossia, ripeterei, soltanto come il PASSATO di B. Per questo, A può diventare B senza <<doversi identificare in B>> e quindi senza perdere la CONTINUITÀ.

§.21- Come accennato, A e B sono diacronicamente RELATI; nella trasformazione, A viene ‘rimaneggiato’ (da sé o da altro) per dar luogo a B, ma essi NON SI IDENTIFICANO mai contraddittoriamente l’un con l’altro, e ciò garantisce così la CONTINUITÀ che unisce B ad A, pur nella trasformazione di A verso B.

§.22- Inoltre, se A fosse positivamente presente in T2 identificandosi con B, A non sarebbe NEGATO e quindi B non potrebbe venire AFFERMATO al posto/in luogo di A ancora presente.

§.23- Affinché B sia positivamente affermato, allora A NON può essere AL CONTEMPO e POSITIVAMENTE in T2, ma può esservi soltanto come diacronicamente negato; il che vuol dire che A, in T2, ha ceduto (trasformandosi) “il posto” a B, appunto diacronicamente, prima l’uno (A) poi l’altro (B), sì da evitare l’identità dei differenti, giacché la TRASFORMAZIONE diacronica di A è esattamente ciò che gli IMPEDISCE di identificarsi contraddittoriamente con B riuscendo però a conservare la continuità.

§.24- È perciò escluso che la presenza positiva di A in T2 (cioè l’<<identificazione di A in B nello stesso tempo>>) garantisca la CONTINUITÀ del processo trasformativo, anzi, la IMPEDISCE, e quindi è esclusa la contraddizione dell’identificazione dei differenti essendo data, tale CONTINUITÀ tra A e B, ripeto, proprio dalla TRASFORMAZIONE ( = DIVENIRE) dell’ente, trasformazione che, mediando A verso B, assicura la CONTINUITÀ che ravvisiamo appartener al medesimo soggetto-diveniente, appunto perché A è (appare fenomenologicamente nonché) DIACRONICAMENTE relato soltanto a B (e viceversa).

§.25- Prosegue AS affermando che se non si implicasse <<la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo>>, allora <<A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora>>, e ciò, nuovamente, impedirebbe la loro CONTINUITÀ.

§.26- Ripeto: a mio avviso NO davvero.

Per mantenere la CONTINUITÀ di A con B, B NON deve esservi già, poiché, se B già vi fosse, A NON potrebbe diventare (non potrebbe dare luogo a) B appunto perché B GIÀ VI È, è palese, per cui il SEGUIRE di B da A _ non potendo esser impedito dalla previa presenza di B (poiché B ancora non è) _, può esplicitarsi come incontraddittoria TRASFORMAZIONE di A in B.

§.27- Ancora AS: <<mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A>>, ed anche questo, sempre secondo AS, impedirebbe la loro CONTINUITÀ.

§.28- Daccapo: NON direi.

Il fatto che in T2 vi sia ormai solo B, NON toglie affatto che A sia il passato di B e quindi che A vi sia (in T2) incontraddittoriamente COME-NEGATO, costituendosi come passato in seguito alla sua (di A) TRASFORMAZIONE.

Poiché, in T2, A è il passato dell’attuale B, allora non si può asserire che <<in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B>>, perché la presunta “identificazione” _ che tale però non è _, è in realtà la incontraddittoria CONTIGUITÀ DIACRONICA in forza della quale la presenza di A come negato in T2, fa sì che B NON sia solo e quindi senza continuità con A.

§.29- Dopodiché, AS osserva:

<<Pertanto è impossibile che A non si identifichi con B in uno stesso momento>>.

§.30- Piuttosto, direi che sia impossibile _ e quindi NON è implicata _ tale identificazione.

Infatti, se tale identificazione avvenisse appunto <<in uno stesso momento>>, avremmo la contraddittoria identità di due POSITIVI com-presenti in uno: A e B.

Ciò equivale a dire che avremmo l’impossibile identità della legna intonsa e della cenere in uno.

Quindi avremmo l’impossibilità del divenire stesso, in quanto A e B sarebbero già entrambi presenti, e allora a che pro il DIVENIRE di A?

§.31- Quella contraddittoria identità di cui parla AS NON è implicata in alcuna trasformazione, proprio in virtù _ ripetiamolo _ della diacronìa che MANTIENE UNITI i termini della trasformazione senza che l’uno sia al contempo contraddittoriamente identico all’altro, proprio perché di DIACRONIA trattasi, NON di SINCRONIA.

§.32- Al che, AS osserva:

<<se l'identificazione avvenisse in tempi diversi, non sarebbe possibile [la trasformazione]: in questo caso in T1 vi sarebbe SOLO A, mentre in T2 SOLO B. L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B. Nel caso in esame, A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora, mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A>>. (Parentesi quadra mia: RF).

§.33- Invece, direi che in T1 NON vi sia <<SOLO A>> poiché A è costantemente, strutturalmente APERTO al suo futuro, cioè a qualsivoglia processo diacronico che la struttura di A consente, giacché da A non può comunque mai derivare un bullone.

Infatti, con il sopraggiungere del fuoco, A in T1 passa in T2:

A-acceso.

A, in quanto è acceso, è già in RELAZIONE AL SUO FUTURO innescato dal suo essere acceso, giacché il diventare B non costituisce una sorpresa per A in quanto B è una possibilità futura di A; quindi NON vi è, in T2, <<SOLO A>>, ma vi è A-acceso e quindi l’attesa della sua possibilità-di-divenire-B. 

§.34- Scrive AS:

<<L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B>>.

§.35- Ma qui si presuppone che A, per diventare B, si debba IDENTIFICARE <<in uno stesso momento>> con B, mentre, invece, A, divenendo B, diviene identico a B CESSANDO però di essere A.

Qui NON vi è la contraddittoria identità dei differenti, perché la contraddizione scaturirebbe se A divenisse B RESTANDO al contempo A:

A-non-A.

Ossia la contraddizione si costituirebbe se la legna diventasse cenere RESTANDO al contempo legna.

§.36- AS: <<mentre in T2 SOLO B>>.

§.37- B, in T2, è tutt’altro che <<SOLO>>; certo, in T2 non può più esservi A, in quanto A è ormai il passato (negato) di B; ma essere il passato di B (in T2) NON è la solitudine di B, poiché B è il futuro di A e perciò B dice sempre riferimento a ciò da cui proviene. 

§.38- Conclude AS:

<<Tentare di eludere questo esito negando la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo porta alla negazione della possibilità che A si identifichi a B, che comporta la negazione che A si possa trasformare in B>>.

§.39- Che A, per divenire B, richieda un momento in cui A e B siano AL CONTEMPO IDENTICI, è esattamente ciò che IMPEDIREBBE il divenire/trasformazione, perché un momento T2 nel quale A sia positivamente (cioè come non-negato) presente e quindi AL CONTEMPO IDENTICO a B, renderebbe impossibile il formarsi/costituirsi di B, poiché A, positivamente presente laddove, in T2, NON dovrebbe trovarsi, NON si sarebbe potuto affatto trasformare in B, proprio in forza della positiva permanenza di A in B.

§.40- Concludendo, mi sono impegnato di esporre le ragioni secondo le quali, a mio parere, il divenire NON implichi <<la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo>>, NON essendo la negazione di ciò a comportare <<la negazione che A si possa trasformare in B>>, perché è esattamente il contrario, cioè è tale presunta identificazione a NEGARE che <<A si possa trasformare in B>>, cosicché tale identificazione <<nello stesso tempo>> NON sia affatto una <<necessità>>.


Roberto Fiaschi

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martedì 20 gennaio 2026

184)- «ANTIMATERIALISTA VS DIO»


Col presente post intendo commentare i passi salienti di un video presente su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=3VC_tFhV8ic) trasmesso in live streaming il giorno 24 dic 2025 da ANTIMATERIALISTA ossia Angelo Santini (d’ora in poi AS), appassionato ed indomito assertore della filosofia di Emanuele Severino. Il titolo è: «ANTIMATERIALISTA VS DIO».

Nella PARTE PRIMA stenderò alcune osservazioni in merito al famosissimo trilemma o paradosso di Epicuro. Nella SECONDA, evidenzierò come alcune delle sue stesse critiche rivolte all’inferno e quindi al Dio cristiano (Lo chiamo così per intenderci al volo) siano in egual modo rivolgibili, anzi aggravate, ANCHE al Destino severiniano (o all’eternismo) al quale AS, come detto, si rifà.

 

*

PARTE PRIMA


AS così apre il suo video:

<<Salve, benvenuti a questo video che sarà una leggenda, sarà qualcosa, un mito anche per i posteri. In questo video, infatti, dimostrerò in maniera incontrovertibile che il Dio della tradizione metafisica legata alle religioni, ad esempio, occidentali, non può esistere, è impossibile, ma non solo perché è contraddittorio, ma proprio perché è un contenuto autonegativo. Allora, il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme. Vediamo perché>>.

Fermiamoci intanto qui.

Il discorso di AS è chiarissimo; più oltre, al minuto 35:43, afferma che Dio <<non può essere contemporaneamente buono, onnipotente, saggio, maturo, onniscente>>, per cui _ dice al minuto 8:45 _, <<l'onnipotenza, quindi la perfezione, la bontà, non si conciliano con questo operato che caratterizza questa figura, diciamo, divina>>.

Gran parte del suo video verte soprattutto su questi aspetti, pur toccandone altri come ad esempio il libero arbitrio ed il creazionismo che qui, però, dovrò tralasciare...

In primo luogo domando:

quale <<figura divina>> ha in mente AS (ma non solo lui, purtroppo anche molti cristiani), allorché si riferisce al Dio cristiano?

Egli ha affermato che:

<<il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme>>.

Qui emerge l’inaccettabile presupposto che condizionerà tutto il prosieguo del suo discorso.

Infatti, il Dio cristiano NON è un <<Dio individualizzato>>, al contrario:

Egli è (ontologicamente, ma sarà di nuovo, escatologicamente) <<TUTTO in tutti>> (1Cor. 15, 28);

<<Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; […]  egli [Dio] non è lontano da ciascuno di noi. Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza">>. (Atti 17:24-28).

In tal caso il Dio cristiano NON è neppure TEISTA (nonostante sia stato inteso così per troppo tempo) bensì PANENTEISTA, sì che essendo tutto IN Dio, Egli non possa essere <<individualizzato>> e quindi RIDOTTO ad oggetto.

Dio è sì PERSONALE, ma non ontologicamente <<individualizzato>> come invece lo è la persona umana, giacché il Suo esser PERSONA è pur sempre SOVRA-PERSONALE e NON MENO-CHE-PERSONALE.

Ciò premesso, torniamo ad AS:

<<il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme. Vediamo perché. Allora, un Dio che fosse onnipotente avrebbe potuto creare qualsiasi cosa, creare il mondo in modo diverso. Se non avesse potuto farlo, evidentemente non sarebbe onnipotente. Se non avesse potuto evitare il male, non sarebbe onnipotente. Se avesse potuto evitarlo ma non avesse voluto, difficilmente sarebbe buono>>.

Certamente; lo dico subito e con la massima chiarezza:

dal punto di vista logico, <<tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme>>, e questo è noto già da tempo.

Però è altrettanto chiaro che tale esito contraddittorio derivi dall’aver previamente considerato un <<Dio individualizzato>>, quindi ridotto ad OGGETTO e perciò interamente sottoposto alle indagini logiche e scientifiche.

Come già indicato, AS ha riproposto, nel suddetto brano, il famosissimo paradosso di Epicuro, che suona più o meno così:

<<se Dio non può impedire il male, non è onnipotente; se sceglie di non impedire il male, non è buono. Se può e vuole impedirlo, allora da dove deriva la presenza del male?>>

Domando:

è corretto concludere che, siccome Dio <<sceglie di non impedire il male>>, allora <<non è buono>>?

Vi è forse qualcuno che CONOSCE le ragioni per le quali Egli ha deciso di non impedire il male?

Se si concede che Dio <<sceglie di non impedire il male>>, si deve anche concedere che alla base di tale scelta vi siano delle ragioni A NOI ignote.

AS ha scritto che Dio è <<caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza>>.

Come si può leggere, vi compaiono due termini NUOVI che solitamente non sono contemplati dal suddetto paradosso, ossia i termini:

<<onniscienza>> e <<saggezza>>,

appunto perché normalmente, i termini in gioco sono sempre e soltanto <<male>>, <<amore>> e <<onnipotenza>>.

Qui, accantono la <<saggezza>> e prendo in considerazione solo l’<<onniscienza>>.

Nel paradosso epicureo, l’OMISSIONE dell’<<onniscienza>> è _ consapevolmente o meno _ funzionale a sostenere la contraddittorietà di Dio, onde poter facilmente (di)mostrare che il Dio buono ed onnipotente, dinanzi al male, comporta L’INCOMPATIBILITÀ logica o con l’amore o con l’onnipotenza.

Invece, AS ha giustamente _ ma non so però quanto consapevolmente _ aggiunto l’<<onniscienza>>.

Perché dico: giustamente?

Perché Dio, in virtù della Sua <<onniscienza>>, ha scienza del PERCHÉ e del PERCOME abbia permesso il male SENZA perder affatto la sua bontà;

altresì, in virtù della Sua <<onniscienza>>, Dio SA COME e PERCHÉ Egli non cancelli immediatamente la presenza del male, SENZA che la presenza di quest’ultimo renda impossibile la sua onnipotenza ed il suo amore.

Egli, quindi, e non noi, CONOSCE la ragione della scelta <<di non impedire il male>>, e ciò NON ci autorizza a concludere che Dio non sia buono. 

Detto questo, però, va detto che NEPPURE con l’introduzione dell’onniscienza ci è possibile risolvere/rispondere incontrovertibilmente il/al paradosso della presenza del male dinanzi ad un Dio d’amore ed onnipotente che perciò rimane, PER NOI, senza risposta razionale, ma appunto:

DIO SA il perché ed il percome, noi no, non essendo onniscienti (non avendo la saggezza e la mente di Dio):

<<Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri>> (Isaia 55: 8-9).

Pertanto, dal punto di vista di un non-credente (e quindi di AS), l’introduzione dell’onniscienza NON cambia assolutamente nulla nel paradosso epicureo; invece, dal mio punto di vista o del credente, cambia moltissimo, giacché essa IMPEDISCE che all’incapacità di conciliare incontraddittoriamente l’amore e l’onnipotenza con il male consegua la negazione tout court di Dio o di uno dei due attributi (come fece il filosofo ebreo Hans Jonas negandoGli l’onnipotenza).

Se non tenessimo conto dell’onniscienza, RIDURREMMO Dio ad un OGGETTO ( = un <<Dio individualizzato>>) meramente esteriore e quindi unicamente indagabile come un qualsiasi altro oggetto in base all’analisi del proprio comportamento nei confronti del male, un comportamento, ripetiamolo, non guidato dall’onniscienza e quindi conseguente soltanto alle sue proprietà indagabili.

Invece, tenendo presente la Sua onniscienza, noi continueremmo sì a NON CAPIRE/SAPERE il PERCHÉ Egli agisca lasciando sussistere il male, ma rimane intatta la possibilità che, essendo appunto onnisciente, la risposta al paradosso epicureo sia solo ‘differita’ pur già essendovi; risposta che perciò NON potrà consistere nella negazione del Dio d’amore ed onnipotente (o di uno di questi Suoi attributi).

Per questo l’insolubilità del paradosso epicureo fa semplicemente RIDERE il credente.

Quindi non solo il credente non sa rispondere, ma NEPPURE DEVE; GUAI se infatti riuscisse a fornire tale risposta!

Vorrebbe dire SOSTITUIRE la fede con la certezza di ordine filosofico/scientifico.

Senonché, a tutto ciò, AS replica:

<<E allora si potrebbe replicare dicendo che noi non possiamo capire l'amore, la perfezione di Dio, che tutto questo è il bene massimo per noi e che noi non possiamo quindi comprendere le ragioni misteriose dietro il suo operato. Ecco, ammettiamo che questo possa essere plausibile senza concederlo, ma a questo punto non sarebbe legittimato il dirlo, perché dicendo che Dio è amorevole, buono, onnipotente, noi staremo dicendo qualcosa di forviante, perché con amore, benevolenza, perfezione, onnipotenza staremmo dicendo altro da quello che intenderemmo dire, attribuendo a Dio quelle caratteristiche. Quelle caratteristiche quindi non sarebbero quelle che noi intendiamo quando le andassimo ad attribuire poi a Dio. E difatti, e se noi intendiamo l'amore per come lo intendiamo umanamente, il bene per come lo intendiamo umanamente, la perfezione, l'onnipotenza per come le intendiamo in maniera ordinaria, risultano incompatibili con quella figura lì, con quel dio là>>.

In questa risposta di AS si riconferma però la RIDUZIONE SENZA RESIDUI dell’agire e dell’amore di Dio (oltre che del bene, etc…) a come noi li <<intendiamo in maniera ordinaria>>, cosicché gli individui fungano da criterio di misura anche per Dio:

ma Dio ama ed agisce in MANIERA ORDINARIA?

L’agire e l’amore umano NON possono essere il paradigma esaustivo di riferimento all’agire ed all’amore di Dio. Secondo il Cristianesimo, l’uomo è peccatore, cioè _ per dirla con Severino _:

è un ERRORE/ERRANTE, impossibilitato a conoscere la Verità (del Destino severiniano) o Dio, se non in <<modo rovesciato e perciò fuorviante>> (Severino).

Ciò richiama l’importantissimo tema cristiano-luterano del Sub contraria specie, che indica <<il modo in cui Dio si manifesta ed opera non secondo le apparenze mondane, ma nel loro opposto>>.

Quindi, l’agire e l’amore di Dio sono SOLTANTO IN PARTE riferibili all’agire ed all’amore dell’ERRORE/ERRANTE altrimenti, certamente <<staremmo dicendo altro da quello che intenderemmo dire, attribuendo a Dio quelle caratteristiche. Quelle caratteristiche quindi non sarebbero quelle che noi intendiamo quando le andassimo ad attribuire poi a Dio>>.

SOLTANTO IN PARTE, dicevo, giacché la differenza tra l’agire e l’amore di Dio dall’agire e dall’amore dell’uomo è la differenza che corre tra Dio e la creatura, cioè tra la Verità e l’errore, sebbene l’errore, sempre severinianamente, non sia mai privo della Verità (o di Dio) e quindi sia in sé relativamente/parzialmente <<Capax Dei>>.

Pur tuttavia, l’agire e l’amore di Dio, chiaramente, ECCEDONO quanto l’errore possa dirne e sperimentarne quaggiù, senza per questo esser da essi completamente avulso.

<<Si comprehendis, non est Deus>>. (Agostino di Ippona, Sermone 117.3.5).

 

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PARTE SECONDA


Ed ora evidenziamo come alcune critiche mosse da AS al Dio cristiano (d’ora in poi: Dc) siano altrettanto rivolgibili (AGGRAVATE!) all’eternismo del Destino severiniano (d’ora in poi: Ds).

Afferma AS:

<<min. 8:45. Allora, dicevo, l'onnipotenza, quindi la perfezione, la bontà, non si conciliano con questo operato che caratterizza questa figura, diciamo, divina. Se avesse messo al primo posto il bene per le creature che avesse voluto creare, avrebbe fatto meglio a non crearle, perché se non avesse potuto crearle in modo perfetto o almeno destinarle a una vita migliore, più giusta, meglio strutturata, beh, avrebbe fatto meglio a evitare questo Calvario. Non parlo poi personalmente per me: io parlo per tutte le forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra e chissà in quali altri pianeti, assumendo che esistano altre forme di vita sviluppatesi su altri pianeti, in altre dimensioni e così via>>.

Ammettiamo senza concedere che la faccenda stia nei termini qui espressi da AS.

Ora chiediamoci:

dal punto di vista di Ds, la situazione è migliore?

Evidentemente NO, perché nel racconto biblico del Genesi, <<questo Calvario>> _ che Dio ha scelto di NON evitare in virtù della Sua onniscienza a noi celata _, è stato un INCIDENTE non voluto, lungo e doloroso quanto si vuole ma pur sempre TRANSITORIO e perciò destinato a SCOMPARIRE definitivamente.

Al contrario, nel Ds, <<questo Calvario>> è INVIATO/VOLUTO NECESSARIAMENTE DALLO STESSO Ds nei cerchi dell’apparire, cioè nelle coscienze, ed è un calvario esso stesso ETERNO, nel senso che è impossibilitato ontologicamente a trasformarsi in altro, sebbene prima o poi tramonti RESTANDO, però, ciò che esso è da sempre. Tramontante, quindi, significa che <<questo Calvario>> scomparirà sì dai cerchi dell’apparire, ma sarà CONSERVATO ETERNAMENTE nel Tutto, come ogni altro essente e quindi come qualsiasi altro dolore/tortura….

AS dice di parlare <<per tutte le forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra e chissà in quali altri pianeti, assumendo che esistano altre forme di vita sviluppatesi su altri pianeti, in altre dimensioni e così via>>.

Ebbene, tra queste numerose <<forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra>>, prendiamo come esempio una bimba stuprata e torturata contro la sua volontà.

Dopodiché rivolgiamoci al filosofo Emanuele Severino e leggiamo:

<<In quanto l’Io del destino è già, eternamente e necessariamente, tutto ciò che può accadergli _ ossia che può apparire nel suo cerchio _, tutto ciò che può accadergli gli è dunque essenzialmente proprio, gli è essenzialmente appropriato, gli appartiene essenzialmente, è lui stesso. Si tratti di questa vita o di altre. […] In tutto ciò che gli accade _ anche nel dolore estremo _ non può esservi nulla ed egli non può volere nulla di sconcertante e di estraneo. […] Nemmeno il dolore estremo è s-concertante, perché anch’esso è in concerto con l’Io del destino.  Chi prova sconcerto e si turba è l’io dell’individuo. E non può che esser così, perché l’io dell’individuo, in quanto non verità, non può vedere la verità del destino, in cui appare il concerto di tutto con tutto […] Incontrando se stesso in tutto ciò che gli accade […], l’Io del destino sperimenta il dolore e l’angoscia, ma lascia che sia l’io dell’individuo a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono[…] Sa che tutto ciò che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico>>. - (Severino: La Gloria, pag. 65-66).

Quindi, la tortura/stupro della nostra bambina <<gli è dunque essenzialmente proprio, gli è essenzialmente appropriato, gli appartiene essenzialmente>> cioè <<appartiene essenzialmente>> al suo Io ( = della bambina stuprata) del destino.

<<In tutto ciò che gli accade _ anche nel dolore estremo _ non può esservi nulla ed egli [ = l’Io del destino della bambina torturata] non può volere nulla di sconcertante e di estraneo>>, vuol dire che all’Io del destino della bambina torturata, il suo venir stuprata non è gli <<sconcertante>> né <<estraneo>>, perché tale stupro è <<essenzialmente appropriato>> a tale Io e quindi è <<appropriato>> alla bambina:

il suo stupro _ il suo <<dolore estremo>> _, perciò, <<appartiene essenzialmente>> a tale bambina, in primo luogo perché esso <<appartiene essenzialmente>> al suo Io del destino come suo aspetto identitario/necessario.

L’Io del destino se la cava con poco, giacché <<lascia che sia l’io dell’individuo [ = la bambina stuprata] a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono; […] Sa che tutto ciò che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico>>. 

Tale stupro è perciò <<identico>> alla bambina, in quanto esso <<appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire>> della stessa.

Quindi, la bambina prova <<sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono>> sol perché ella, <<in quanto non verità, non può vedere la verità del destino, in cui appare il concerto di tutto con tutto>>, cioè NON PUÒ VEDERE LA VERITÀ DEL SUO ESSER STUPRATA!!!

Tutto ciò è puro orrore all’ennesima potenza!

Nei Vangeli, Dc guarisce i malati e ridona loro la salute e la vita;

Ds, invece, invia lo stupro come essenzialmente <<identico>> alla bambina, a lei non-estraneo sebbene lo rifiuti con tutta se stessa!

Leggiamo ancora Severino, il quale, citando il seguente versetto del vangelo di Luca 24,26:

<<Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?>> = <<nonne haec oportuit pati Christum et ita intrare in gloriam suam?>>,

scrive riferendosi al suo Ds:

<<Quell’infinito patimento è necessario sopportare, quell’infinita grandezza è necessario mostrare per entrare nella Gloria di quel cammino. Haec oportebit pati hominem et ita intrare in gloriam suam>>. (Severino: idem, pag. 287).

Come si vede, anche per Severino _ anche per Ds _, <<è necessario sopportare>> un <<infinito patimento>> che nessuno di noi ha scelto, voluto, deciso. 

E se AS rifiuta il presupposto ontologico soggiacente alla sua domanda:

<<Perché imporre a delle anime che non avevano ancora il problema di esistere, di fare un certo percorso, di confrontarsi con quel percorso?>>,

MOLTO PEGGIORE risulta esser il presupposto ontologico di quest’altra domanda:

perché è nella natura intrinseca degli enti eterni che appaiono nella severiniana <<terra isolata>> il dover OBBLIGATORIAMENTE <<fare un certo percorso, di confrontarsi con quel percorso>> di <<infinito patimento>>?

Infatti, qui la risposta è da rinvenire nell’inscindibile ed inseparabile, eterna unità ontica tra gli enti e ciò che spetta loro: nel nostro esempio, l’inscindibile ed inseparabile, eterna unità che costituisce QUESTA BAMBINA-con-QUESTO STUPRO.

Ed altresì AS domanda:

<<Viene quasi il dubbio che il dolore e questo percorso infernale serva più a quel Dio che non a le anime. Se lo reputava tanto importante, ma perché non l'ha fatto lui in prima persona questo percorso? E e qui si potrebbe rispondere che lo ha fatto nella figura di Cristo. No, io intendevo dire perché non l'ha fatto solo lui il percorso>>.

Eppure, tale domanda AS dovrebbe rivolgerla a Ds.

Infatti, come ha precisato Severino: <<Incontrando se stesso in tutto ciò che gli accade […], l’Io del destino sperimenta il dolore e l’angoscia, ma lascia che sia l’io dell’individuo a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono>>.

Come si vede, ANCHE nel Ds <<questo percorso infernale>> viene lasciato provare SOLO all’io dell’individuo, e con necessità cioè senza vie di uscita.

Invece, in Dc, SOLO Cristo si è caricato TUTTI i peccati ( = i dolori) dell’umanità su di sé!

Per cui SOLO lui ha compiuto in maniera eminente quel <<percorso>>, poiché NESSUN ALTRO lo avrebbe mai potuto fare, sebbene a noi non sia risparmiata la sofferenza, questa è comunque un punto, rispetto a quell’<<infinito patimento>> sopportato SOLO da Cristo e quindi da Dc.

Pertanto, è proprio Ds ad IMPORRE ab aeterno e con NECESSITÀ alla bambina lo stupro ed il suo rifiuto, del quale ella non vede alcuna necessità (e ci mancherebbe pure!); stupro che, ricordiamolo, secondo la verità severiniana le sarebbe <<essenzialmente appropriato>>!  

Non solo, ma c’è un altro aspetto TREMENDO che solitamente non viene considerato dai fautori del Ds.

Com’è noto, nell’ontologia severiniana nessun essente diventa nulla; tutto, ANCHE UNO STUPRO, è un essente eterno, nel senso, come già precisato, che esso non può diventare altro da sé, non può cioè trasformarsi da stupro che è, a nulla, ossia a stupro che non è più.

Da ciò deriva che Ds ETERNIZZA ogni calvario subìto, conserva eternamente ogni <<inferno sulla terra>>, qualsiasi dolore patito, incluso lo stupro alla bambina; lo eternizza nel senso che il “fotogramma” (per usare un esempio caro a AS) della bambina nell’atto estremo dell’esser stuprata e del suo dolore, è da sempre e resterà per sempre QUELL’ATTO DELL’ESSER STUPRATA UNITAMENTE ALLA COSCIENZA DI QUEL DOLORE PROVATO, irredimibilmente.

Ossia, NON accade che tale stupro, una volta tramontato dal cerchio dell’apparire della bambina (una volta passato), si DISSOLVA DEFINITIVAMENTE e, con esso, la sua coscienza di averlo subìto, di modo tale che ne rimanga SOLTANTO il terribile ricordo, NO.

Accade, invece, che tale stupro, una volta passato, rimanga inalteratamente identico a sé, quindi ETERNAMENTE ESPERITO, sebbene non più nella coscienza del “fotogramma” attuale (ove diciamo che quell’evento è ormai passato).

Insomma, l’ESPERIRE con dolore tale stupro è un eterno che sempre uguale a sé rimarrà, pietrificato nella propria identità con sé…

(Lo stesso dicasi per OGNI il condannato a morte, ad esempio sulla sedia elettrica: l’apice della sua sofferenza è un eterno che resterà per sempre ESPERITO e che non terminerà mai nel “luogo” ove esso è tramontato e CUSTODITO INTEGRALMENTE, giacché ogni essente è un eterno indivenibile).

Tutto ciò è infinitamente peggiore dell’INFERNO, giacché quest’ultimo potrebbe anche esser VUOTO (ammesso che si tratti di un luogo)…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 31 ottobre 2025

183)- E IL DIAVOLO SUSCITÒ L’ISLAM…

 

Il contenuto del presente post, già negativamente annunciato dal titolo, potrà senz’altro venir considerato, sbagliando, un ulteriore muro di odio innalzato laddove, invece, occorrerebbe COMPRENSIONE improntata al religiosamente corretto.

COMPRENSIONE, certo; ma è appunto in nome di essa che intendo rilevare _ dal mio punto di vista cristiano _ quel che ritengo essere LA DIFFERENZA TEOLOGICA FONDAMENTALE (tra molte altre) vigente tra Cristianesimo ed Islam, venendo meno la quale verrebbe meno il Cristianesimo stesso quale Redenzione dal peccato e Riconciliazione con Dio Padre tramite il Figlio incarnatosi in Gesù, crocifisso e risorto dalla morte. Quindi una comprensione volta ad evidenziare le differenze, anziché a sottacerle o a relativizzarle, come pare oggi di moda, SENZA che ciò debba comportare una qualsivoglia forma di odio...

Pertanto, il contenuto di questo mio scritto verterà esclusivamente su l’aspetto teo-soteriologico appena accennato, costituente l’ABISSALE DIFFERENZA tra Cristianesimo ed Islam: una sorta di breve confronto teologico in cui vi si gioca l’ESSENZA stessa del Cristianesimo.

Ma innanzitutto perché introduco il DIAVOLO in tutto ciò?

<<Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (fine IV - inizio V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, ("dividere", "colui che divide", "calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco - διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia "attraverso" bàllo "getto, metto", indi getto, caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente anche calunnio). Nell'antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, calunniatore e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l'ebraico Śāān ("avversario", "nemico", "colui che si oppone", "accusatore in giudizio", "contraddittore"; reso negli scritti cristiani come Satanas e qui inteso come "avversario, nemico di Dio")>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Diavolo#cite_ref-etp_3-0).

Infatti, sembrerebbe come minimo irriverente, da parte mia, attribuire al DIAVOLO la paternità dell’Islam, tanto più che <<Nell'Islam, Gesù è considerato un profeta al pari di Muammad>> (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam), ed <<il fatto che tutti i profeti menzionati nelle Sacre Scritture siano riconosciuti da noi musulmani e soprattutto che la Vergine Maria e suo figlio godano di una considerazione del tutto speciale rappresenta un fattore di incontro tra la teologia cristiana e quella musulmana. Ovviamente non mancano divergenze>> - (professor Niyazi Oktem dell’Università di Bilgi, Istanbul. https://www.30giorni.it/articoli_id_9497_l1.htm).

Ma il Gesù a cui l’Islam tributa un innegabile rispetto è LO STESSO Gesù di cui parla il Nuovo Testamento? Oppure è soltanto una mera omonimia tesa ad illudere sulla medesima identità?

Lasciamo che sia l’Islam a parlarci:

Gesù <<nell'islam non è il figlio di Dio, tantomeno Dio egli stesso, ma un profeta che ha preparato la venuta di Maometto: «Rifiutano fede a Dio quelli [i cristiani: nota mia] che dicono: "il Cristo, figlio di Maria, è Dio". Rispondi loro: "Nessuno potrebbe impedire a Dio, se Egli volesse annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra"» (Cor., V:17)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Quindi <<Gesù non è chiamato Dio né Figlio di Dio, ma figlio di Maria Vergine, creato da Allah: «In verità, per Allah Gesù è simile ad Adamo, che Egli creò dalla polvere e poi disse <<Sii>>, ed egli fu.» (Corano, Sura III, v. 59)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Ed anche:

<<sebbene i musulmani non credano che Gesù sia il figlio di Dio - una distinzione criticamente importante tra la visione musulmana e cristiana di lui - i musulmani venerano Gesù come un profeta importante>> - (https://www.documentazione.info/cosa-pensano-i-musulmani-di-gesu).

Infine:

<<Un’altra divergenza che, forse, costituisce il più grande motivo di contrasto tra le due religioni è, per così dire, il concetto di trinità che sta alla base della fede cristiana secondo la quale Gesù Cristo è considerato Figlio di Dio. La fede musulmana ammette soltanto Dio, del quale non si può affermare né che è stato generato né che ha generato un figlio. Dio è Uno, e distinguerlo in tre sarebbe come attribuirgli dei simili, il che contraddice nettamente ai principi fondamentali del monoteismo […] I versetti 30-37 [della <<sura “Maria”>>] parlano di Gesù neonato. Egli è “parola della verità” e non figlio di Dio. Vorremmo insistere un po’ su questo concetto di “parola della verità”. Con uno sguardo esclusivamente teologico e senza ricorrere alla filosofia, e cioè identificando la “parola” con la sua fonte, si può facilmente cadere nell’errore di confondere l’essenza e l’esistenza; e chiamare Dio o figlio di Dio la “parola” che ne esprime di fatto l’essenza. Attribuire l’essenza divina a Gesù Cristo è, in effetti, la conseguenza di una tale interpretazione, quanto mai discussa, della teologia cristiana. L’islam, invece, fa questa distinzione dichiarando che Gesù è parola di Dio, ma per nulla Dio figlio di Dio>> - (Niyazi Oktem, cit.).

Le citazioni di parte islamica possono bastare, tanto è chiaro il punto cruciale.

Adesso lasciamo parlare il Cristianesimo:

<<Figlioli, questa è l'ultima ora. Come avete udito che deve venire l'anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l'ultima ora. 19 Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri. […] Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre>> - (1 Giovanni 2: 18, 22-23);

<<Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo>> - (1 Giovanni 3: 8).

Questi versetti sono trasparenti, non necessitano di acrobazie esegetiche al fine di non sembrare fondamentalisti/letteralisti, giacché il Nuovo Testamento non è un testo esoterico accessibile soltanto dopo previa iniziazione rivolta a pochi degni.

Per cui è chiaro; per quanto importante possa apparire Gesù per i musulmani, in realtà Gesù, nell’Islam, costituisce l’esatta ANTITESI del Gesù del Nuovo Testamento.

Come s’è visto, l’Islam <<nega il Figlio>> e quindi l’Islam è <<bugiardo>> in forza di tale negazione.

Negando il Figlio, l’Islam è altresì l’<<anticristo>> quale <<oper[a] del diavolo>> destinato ad essere teologicamente distrutto dalla manifestazione del Figlio.   

Quindi, <<questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita>> - (1 Giovanni 5: 9-12).

Sebbene i musulmani credano alla testimonianza di un Gesù quale <<“parola della verità”>>, NON lo ritengono <<per nulla Dio figlio di Dio>>, come ha ben precisato sopra Niyazi Oktem.

Il che vuol dire che l’Islam, oltre ad essere <<bugiardo>> perché <<nega il Figlio>>, fa anche <<di lui [di Dio] un bugiardo>> giacché, negando Gesù come Figlio di Dio, automaticamente nega anche la <<testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio>>.

Quindi l’Islam, misconoscendo il Figlio, NON possiede <<nemmeno il Padre>>!

Rifiutandolo come Figlio, segue che <<secondo un'interpretazione dell'Islam, egli [Gesù] non morì in croce e quindi nemmeno fu resuscitato da Dio, ma ascese direttamente al cielo, assunto in Paradiso e al cospetto di Allah in anima e corpo (III, 55: "O Gesù, ti porrò un termine e ti eleverò a me, e ti purificherò dai miscredenti"). L'Islam non conosce i dogmi tipicamente cristiani della Trinità e dell'Incarnazione, e molti passi del Corano mettono in guardia da queste dottrine, considerate empie e false, per ribadire che Dio è uno e uno solo, ed è assolutamente trascendente rispetto all'umanità>>.

Perciò nell’Islam <<Si nega […] la morte in croce di Gesù e la sua resurrezione: «Hanno detto: "Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio", mentre lo uccisero lo crocifissero ma così parve loro... ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio.» (Cor., IV: 157-158)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

In un colpo solo, l’Islam toglie di mezzo il CUORE stesso del Cristianesimo, cosicché da tutto ciò derivi _ per i cristiani _ l’impossibilità della Redenzione, perché se Gesù NON è morto, NON è neppure resuscitato:

<<Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti>> - (1Corinzi 15, 14-18).

Il tentativo islamico di salvaguardare Gesù dall’obbrobriosa, infamante morte in Croce affermando che <<Iddio lo innalzò a sé>>, facendolo ascendere <<direttamente al cielo>>, può apparire un segno di rispetto, ma, in realtà, nell’Islam Gesù viene piegato alla logica della ragionevolezza puramente umana, come pienamente umana è la logica secondo la quale Gesù NON può essere ritenuto il Figlio di Dio perché <<Dio è uno e uno solo, ed è assolutamente trascendente rispetto all'umanità>>.

In tal modo, viene scavalcato lo SCANDALO d’esser Figlio coeterno di Dio e con esso anche Gesù quale <<primogenito dei morti>> il quale, perciò, NON <<ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue>> - (Apocalisse di Giovanni 1:5 NR 2006).

È sì vero che il <<Corano accetta i principali miracoli di Gesù, inclusa la resurrezione altrui dai morti>>, ma risparmia a Gesù ciò senza la quale Egli cessa di essere per i cristiani <<il primogenito dei morti>> nel cui nome <<ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre>> - (Filippesi 2, 10-11).

Pertanto, il rispetto tributato a Gesù dai musulmani costituisce la cortina fumogena della PIÙ RADICALE NEGAZIONE del Cristo testimoniato dal Nuovo Testamento il quale, perciò, non è rispettato per ciò che Egli è in quanto Figlio di Dio!

Ed è sempre sulla base della stessa logica <<umana, troppo umana>> (F. Nietzsche) che <<Anche la Trinità è negata dall'islam: «O Gente del Libro! non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la verità! Che il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da lui esalato. Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre! Basta! E sarà meglio per voi! perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio! A lui appartiene tutto quel ch'è nei cieli e quel ch'è sulla terra, Lui solo basta a proteggerci!» (Cor., IV:171)>>.

Anche qui è ribadito come Gesù NON possa essere il Figlio di Dio.

Peraltro, stante il modo di concepire Dio da parte dell’Islam, il mondo (la creazione tutta) non dovrebbe nemmeno esistere, anzi: NON POTREBBE affatto esistere, neppure come atto di volontà divina, perché, da un lato, anche la volontà di creare renderebbe l’Uno (Allah) intrinsecamente differenziato, come nella Trinità cristiana, rifiutata però dall’Islam; dall’altro lato, l’esistenza del mondo quale ALTRO da Dio farebbe dell’Uno un ALTRO dal mondo, quindi un uno-tra-i-molti, cioè un ente tra molti altri enti e perciò un NON-Uno, un NON-Dio.

Quest’ultimo, infatti, concepito come puramente Uno ( = <<perché Dio è un Dio solo>>, dice il Corano IV:171), impone L’INESISTENZA DEL MOLTEPLICE ( = della creazione) o, nel miglior dei casi, la sua riduzione a PARVENZA, ILLUSIONE _ non a caso nella mistica islamica arabo-persiana il mondo è radicalmente NULLA _, proprio al fine di EVITAR di ridurre a molteplice ( = uno tra i molti) lo stesso Uno assoluto il quale, perciò, deve essere SOLO, appunto: Uno.

Infatti: <<Per l'islam, Dio è l'Entità Trascendente, eterno e assolutamente Uno. Incomparabile, non ha generato, né è stato generato ed esiste oltre lo spazio e il tempo. La concezione islamica di Dio è universale, non legata cioè a una tribù, un popolo o a una personalità, poiché "in verità Allah basta a Se stesso, non ha bisogno del creato" [Corano 29:6].>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Anche in quest’ultimo passaggio si evince come il Dio islamico sia un essere AUTOREFERENZIALE e SOLIPSISTICO, satollo e pago di se stesso, tutt’altro dal Dio trinitario che invece non basta a se stesso in quanto è eterna effusione di amore e perciò di ALTERITÀ.

Ma qui siamo già nel terreno teo-ontologico che non è quello trattato nel presente post… 


Roberto Fiaschi

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