Gli
acuti rilievi critici stesi da Elisa de Silva (d’ora in poi: EDS) _ amministratrice
del gruppo: Officina di filosofia teoretica _, al mio precedente post
n° 194, mi danno
l’occasione di approfondire e precisare ulteriormente alcuni punti.
Esso
si intitola:
<<L’ipostatizzazione
dell’essere o Assoluto è fede>>.
Riporto
via via i brani del suo post (quelli relativi soltanto a Severino) seguiti dal
mio commento.
1)-
EDS scrive:
<<Roberto Fiaschi, la tua obiezione è forte
perché coglie il punto in cui ogni pensiero dell’assoluto deve essere messo
alla prova: può l’assoluto opporsi al proprio altro senza essere già in
relazione con esso? E dunque senza perdere la propria assolutezza? Ma, dal
luogo del pensiero severiniano, si deve dire che la critica, così come è
formulata, presuppone ciò che intende mostrare: presuppone che l’opposizione
tra essere e nulla sia una relazione simmetrica tra due termini, quasi che
l’essere e il nulla fossero entrambi “qualcosa” che stanno l’uno di fronte
all’altro, accomunati almeno dal loro stare in opposizione. Proprio qui,
invece, si apre la differenza decisiva. Per Severino l’opposizione originaria
non è anzitutto la relazione tra due “cose”, l’essere e il nulla. È
l’opposizione universale del positivo e del negativo. L’opposizione dell’essere
e del nulla ne è una individuazione eminente, non il tutto dell’originario. In Essenza
del nichilismo Severino chiarisce appunto che l’opposizione originaria è
“sia opposizione di contraddizione, sia opposizione di diversità”: ogni
positivo è opposto a tutto ciò che non è quel positivo, cioè tanto al nulla
quanto a ogni altro positivo. Il tuo punto A dice: essere e nulla hanno
almeno in comune il loro essere assolutamente opposti. Ma questo vale
soltanto se il nulla è già assunto come un termine positivo, dotato di una
proprietà: “essere opposto”. In tal caso, però, non stiamo più parlando del
nulla, ma del positivo significare del nulla. Il nulla, in quanto pensato,
“indossa la veste del positivo”; e proprio questa è l’aporia del nulla che
Severino non nasconde, ma tematizza. Il nulla deve essere pensato per poter
essere escluso dall’essere; ma, pensato, appare come significato, cioè come
positività semantica. La soluzione non consiste nel dire che il nulla, come
puro nulla, diventa un essente.. Il primo è un essente; il secondo non è.
Quando si dice “nulla”, c’è certamente un positivo significare; ma ciò che esso
significa è l’assoluta negazione dell’essente. Se si confondono questi due
lati, nasce l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua
accusa di “comunanza” colpisce il significato positivo del nulla, non il nulla
in quanto nulla. Perciò non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”.
L’essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è
un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il
positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto
non è un altro essente accanto all’essere>>.
Quanto
qui espresso da EDS era però già stato previsto e analizzato al punto (C)
del mio post, ma procediamo per gradi.
Secondo
EDS la soluzione dell’aporia <<Consiste nel distinguere il significato
positivo “nulla” dal nulla significato>>, ebbene, anche in questo
modo abbiamo pur sempre una DISTINZIONE tra <<il significato positivo
“nulla”>> ed il <<nulla significato>>.
Ed
è appunto quanto avevo già considerato fatto nel paragrafo (C) del post 194.
Ma
ecco: è PROPRIO QUESTA DISTINZIONE, che distingue due significati INFINITAMENTE OPPOSTI, a
far del <<nulla significato>> un significato che NON riesce a significare
l’INFINITAMENTE opposto
dal <<significato positivo “nulla”>>, appunto perché il
<<nulla significato>>, DISTINTO dal suo <<significato
positivo “nulla”>> (che poi quest’ultimo, in quanto positivo, varrebbe
come l’esplicitazione dell’altro significato), possiede IN COMUNE col <<significato positivo
“nulla”>> il proprio STARE IN RELAZIONE di opposizione, ché, se così
non fosse, il <<significato positivo “nulla”>> NON sarebbe
distinto dal (né quindi in relazione con il) <<nulla significato>>,
cosicché il <<significato positivo “nulla”>> sarebbe SOLO,
cioè privo del <<nulla significato>>.
Per
cui, stando così relazionati, mi pare ineludibile che essere e nulla abbiano _
entrambi _ IN COMUNE il loro essere
assolutamente opposti.
Ripeto,
se ambedue NON fossero reciprocamente uno l’INFINITAMENTE opposto dell’altro, allora il
<<nulla significato>> NON significherebbe l’infinitamente
opposto all’essere, e quindi SOLO L’ESSERE significherebbe l’assolutamente
opposto del nulla; però, se fosse SOLTANTO l’essere ad opporsi infinitamente al
nulla, allora l’essere si opporrebbe ad un significato _ il <<nulla
significato>> _ che, invece, NON SI OPPORREBBE affatto all’essere!
2)-
EDS osserva inoltre che <<Se si confondono questi due lati, nasce
l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua accusa di “comunanza” colpisce
il significato positivo del nulla, non il nulla in quanto nulla>>.
Ma,
ribadirei, È PROPRIO DISTINGUENDOLI
che tale “comunanza”
NON può colpire
<<il significato positivo del nulla>>, perché se colpisse
unicamente esso, la “comunanza”
accomunerebbe <<il significato positivo del nulla>> A SÉ
STESSO.
E
quindi la DISTINZIONE avverrebbe tra <<il significato positivo del
nulla>> e sé stesso: sarebbe perciò una NON-DISTINZIONE….
Invece,
<<il significato positivo del nulla>>, essendo DISTINTO dal
<<nulla in quanto nulla>>, impone che ANCHE quest’ultimo
abbia IN COMUNE con il primo il
suo essere assolutamente opposto, negando però, ed al contempo, di essere
assolutamente opposto proprio in virtù di detta “comunanza” la quale, perciò, ACCORCIA ab origine l’infinita
distanza semantico/ontologica che invece avrebbe dovuto connotare
reciprocamente entrambi i termini…
3)-
Dunque prosegue EDS:
<<Perciò
non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”. L’essere e il nulla
non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che
possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il positivo
significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un
altro essente accanto all’essere>>.
Capisco,
ma, se così, cioè se l’<<essere e il nulla non hanno in comune
l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà
dell’opposizione>>, allora, come già accennato poc’anzi, SOLO L’ESSERE
significherebbe l’assolutamente opposto al nulla, cosicché l’essere si
opporrebbe ad un significato _ il <<nulla significato>> _ il
quale, però, NON
SI OPPORREBBE affatto all’essere, appunto perché il <<nulla
significato>> non possiederebbe <<la proprietà
dell’opposizione>>.
Ma,
se non la possiede, il <<nulla significato>> NON potrà neppure
stare in relazione con, NÉ
distinguersi dal (peraltro SUO) <<significato positivo “nulla”>>,
giacché se il <<nulla significato>> non possiede ALCUNA
proprietà, allora va da sé che NON possiederà NEPPURE le proprietà di stare in relazione col
suo positivo significare né di distinguersi da esso.
4)-
E precisa ulteriormente EDS:
<<È
il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non
è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.
Ma
appunto, se il pensiero/il positivo significare <<pone il
nulla come ciò che non è>>, pone altresì il <<nulla
significato>> come l’OPPOSTO da sé, sì che in tale e per tale
opposizione, il <<nulla significato>> abbia IN COMUNE con il suo positivo significare, di
significare OPPOSTAMENTE a come lo stesso positivo significare significa OPPOSTAMENTE
al <<nulla significato>>.
5)-
Prosegue EDS:
<<Qui
si decide anche il punto B: “essere e nulla hanno in comune il non avere nulla
in comune”. Anche questa formulazione attribuisce al nulla un predicato. Ma il
predicato appartiene al discorso che significa il nulla, non al nulla
significato. Dire che il nulla non ha nulla in comune con l’essere non
significa scoprire una proprietà comune dell’essere e del nulla; significa dire
che, se il nulla fosse in qualche modo comune all’essere, non sarebbe nulla>>.
Non
vorrei ripetermi, ma se <<il predicato>> NON appartiene
<<al nulla significato>>, e quindi se sostener <<che
il nulla non ha nulla in comune con l’essere non significa scoprire una proprietà comune
dell’essere e del nulla; significa dire che, se il nulla fosse in qualche modo
comune all’essere, non sarebbe nulla>>, allora il <<nulla
significato>> NON
si oppone all’essere, giacché, affinché essi siano due significati opposti, cioè
affinché essi NON abbiano assolutamente nulla IN COMUNE,
è necessario che il <<nulla significato>> sia DISTINTO
infinitamente dal significato essere e, siccome è così DISTINTAMENTE
significante, allora segue altrettanto necessariamente che il <<nulla
significato>> abbia IN COMUNE
con l’essere di esser un significato OPPOSTO all’essere, così come l’essere ha
_ non può non avere _ IN
COMUNE col nulla di
essere un significato OPPOSTO al nulla.
Altrimenti,
cioè senza tale “comunanza”,
SOLTANTO l’essere si opporrebbe al nulla, sì che il nulla NON si opporrebbe all’essere…
6)-
EDS:
<<La
tua critica, dunque, rischia di cadere nella stessa struttura che vuole
denunciare: essa mostra che, se il nulla è trattato come un termine, allora
esso è già positività. Ma questo è esattamente ciò che il discorso severiniano
riconosce. La contraddizione non è nel destino dell’essente; è nel pensiero
che, non distinguendo il significato positivo del nulla dal nulla significato,
pretende poi di concludere che il nulla sia qualcosa>>.
La
critica mostra che il <<nulla significato>> <<è
già positività>> perché CONDIVIDE con l’essere il suo (del <<nulla
significato>>) esser l’assolutamente opposto all’essere.
Ossia
il <<nulla significato>> è IDENTICO ALL’ESSERE almeno nel punto in cui
entrambi sono uno l’opposto dell’altro, reciprocamente.
Questa
reciproca IDENTITÀ,
ripeterei, toglie la pretesa (solo astratta) che il <<nulla
significato>> sia l’infinitamente opposto all’essere, appunto perché
tale IDENTITÀ
li ACCOMUNA e, ACCOMUNANDOLI, ne riduce
l’infinita alterità facendo sì che, perciò, il <<nulla significato>>
sia un ENTE tra altri enti, sebbene connotato di segno negativo.
Inoltre,
se il nulla NON
fosse <<trattato come un termine>>, non sarebbe possibile DISTINGUERE i due
semantemi (come invece EDS riconosce che essi debbano venir DISTINTI), e
così NON avremmo neppure il significato concreto <<NULLA>>
quale sintesi dei DUE
momenti o termini opposti, ciascuno significante incontraddittoriamente ciò che
significa…
Personalmente,
perciò, direi l’opposto, ossia è proprio <<distinguendo il significato positivo del
nulla dal nulla significato>> che il <<nulla significato>>
mostra la sua COMUNANZA
con il <<significato positivo del nulla>>, inficiandone perciò
l’assoluta distanza semantico/ontologica…
7)-
EDS:
<<Quanto
al punto D, dici che anche il puro nulla “significa incontraddittoriamente come
puro nulla”. Ma il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è un “da
parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un essente,
e vi è il nulla significato, che non è. L’identità con sé compete al
significato positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione
dell’essere. Per questo l’eternità dell’essente non viene inficiata. Essa non
dipende da una relazione finita tra essere e nulla, ma dall’impossibilità che
l’essente sia nulla. “Ogni essente, in ogni sua forma, è ed è impossibile che
non sia. Ogni essente è eterno”: questo è il destino dell’essente. Dire che
l’essente diviene nulla significa dire che il non-niente è niente; ed è appunto
questa la follia essenziale del divenire occidentale>>.
Il
punto è che se <<il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è
un “da parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un
essente, e vi è il nulla significato, che non è>>, allora <<il
positivo significare del nulla>> NON ha alcun referente da significare, cioè NON ha nessun
riferimento nei confronti del quale fungere appunto da SUO (del <<il
puro nulla>>) positivo significare, e quindi NON può costituirsi
neppure il significato concreto <<NULLA>> (quale sintesi dei
due opposti momenti semantici già incontrati).
Infatti,
tale positivo significare è <<il positivo significare del nulla>>
cioè del
<<puro nulla>>.
Se
dunque questo <<puro nulla>> non significasse IN SÉ e di PER
SÉ, già da parte sua, AUTONOMAMENTE rispetto al suo positivo significare,
allora quest’ultimo NON
sarebbe affatto un positivo significare, perché gli mancherebbe il termine nei
confronti del quale porsi come positivo significare.
Avendo
Severino precisato come anche il <<puro nulla>> sia IN SÉ
incontraddittoriamente significante come <<puro nulla>>, ciò
vuol dire che il <<puro nulla>> significa innegabilmente
nonché IDENTICAMENTE
A SÉ, cioè come <<puro nulla>> e non come puro non-nulla.
Pertanto,
anche il <<puro nulla>> SOTTOSTÀ all’IDENTITÀ-CON-SÉ
valevole per qualsiasi altro ente, altrimenti NON significherebbe <<puro nulla>>
ma altro…
Dunque,
ad EDS, ove osserva che << L’identità con sé compete al significato
positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione dell’essere>>,
va replicato che, se fosse come sostiene lei, cioè se il suo significare
negativamente non spettasse al <<puro nulla>> IN QUANTO TALE
(cioè PER SÉ anziché PER ALTRO ovvero per il suo positivo significare), allora _
contra Severino _ il significato del <<puro nulla>>
NON
significherebbe incontraddittoriamente
<<puro nulla>>, e quindi il referente del positivo
significare avrebbe tutt’altro significato, anziché quel preciso,
incontraddittorio significato di cui stiamo parlando…
Roberto
Fiaschi
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