domenica 17 maggio 2026

195)- REPLICA A ELISA DE SILVA SU «OLTREPASSARE […] SEVERINO»

Gli acuti rilievi critici stesi da Elisa de Silva (d’ora in poi: EDS) _ amministratrice del gruppo: Officina di filosofia teoretica _, al mio precedente post n° 194, mi danno l’occasione di approfondire e precisare ulteriormente alcuni punti.

Esso si intitola:

<<L’ipostatizzazione dell’essere o Assoluto è fede>>.

Riporto via via i brani del suo post (quelli relativi soltanto a Severino) seguiti dal mio commento.

1)- EDS scrive:

<<Roberto Fiaschi, la tua obiezione è forte perché coglie il punto in cui ogni pensiero dell’assoluto deve essere messo alla prova: può l’assoluto opporsi al proprio altro senza essere già in relazione con esso? E dunque senza perdere la propria assolutezza? Ma, dal luogo del pensiero severiniano, si deve dire che la critica, così come è formulata, presuppone ciò che intende mostrare: presuppone che l’opposizione tra essere e nulla sia una relazione simmetrica tra due termini, quasi che l’essere e il nulla fossero entrambi “qualcosa” che stanno l’uno di fronte all’altro, accomunati almeno dal loro stare in opposizione. Proprio qui, invece, si apre la differenza decisiva. Per Severino l’opposizione originaria non è anzitutto la relazione tra due “cose”, l’essere e il nulla. È l’opposizione universale del positivo e del negativo. L’opposizione dell’essere e del nulla ne è una individuazione eminente, non il tutto dell’originario. In Essenza del nichilismo Severino chiarisce appunto che l’opposizione originaria è “sia opposizione di contraddizione, sia opposizione di diversità”: ogni positivo è opposto a tutto ciò che non è quel positivo, cioè tanto al nulla quanto a ogni altro positivo. Il tuo punto A dice: essere e nulla hanno almeno in comune il loro essere assolutamente opposti. Ma questo vale soltanto se il nulla è già assunto come un termine positivo, dotato di una proprietà: “essere opposto”. In tal caso, però, non stiamo più parlando del nulla, ma del positivo significare del nulla. Il nulla, in quanto pensato, “indossa la veste del positivo”; e proprio questa è l’aporia del nulla che Severino non nasconde, ma tematizza. Il nulla deve essere pensato per poter essere escluso dall’essere; ma, pensato, appare come significato, cioè come positività semantica. La soluzione non consiste nel dire che il nulla, come puro nulla, diventa un essente.. Il primo è un essente; il secondo non è. Quando si dice “nulla”, c’è certamente un positivo significare; ma ciò che esso significa è l’assoluta negazione dell’essente. Se si confondono questi due lati, nasce l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua accusa di “comunanza” colpisce il significato positivo del nulla, non il nulla in quanto nulla. Perciò non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”. L’essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Quanto qui espresso da EDS era però già stato previsto e analizzato al punto (C) del mio post, ma procediamo per gradi.

Secondo EDS la soluzione dell’aporia <<Consiste nel distinguere il significato positivo “nulla” dal nulla significato>>, ebbene, anche in questo modo abbiamo pur sempre una DISTINZIONE tra <<il significato positivo “nulla”>> ed il <<nulla significato>>.

Ed è appunto quanto avevo già considerato fatto nel paragrafo (C) del post 194.

Ma ecco: è PROPRIO QUESTA DISTINZIONE, che distingue due significati INFINITAMENTE OPPOSTI, a far del <<nulla significato>> un significato che NON riesce a significare l’INFINITAMENTE opposto dal <<significato positivo “nulla”>>, appunto perché il <<nulla significato>>, DISTINTO dal suo <<significato positivo “nulla”>> (che poi quest’ultimo, in quanto positivo, varrebbe come l’esplicitazione dell’altro significato), possiede IN COMUNE col <<significato positivo “nulla”>> il proprio STARE IN RELAZIONE di opposizione, ché, se così non fosse, il <<significato positivo “nulla”>> NON sarebbe distinto dal (né quindi in relazione con il) <<nulla significato>>, cosicché il <<significato positivo “nulla”>> sarebbe SOLO, cioè privo del <<nulla significato>>.

Per cui, stando così relazionati, mi pare ineludibile che essere e nulla abbiano _ entrambi _ IN COMUNE il loro essere assolutamente opposti.

Ripeto, se ambedue NON fossero reciprocamente uno l’INFINITAMENTE opposto dell’altro, allora il <<nulla significato>> NON significherebbe l’infinitamente opposto all’essere, e quindi SOLO L’ESSERE significherebbe l’assolutamente opposto del nulla; però, se fosse SOLTANTO l’essere ad opporsi infinitamente al nulla, allora l’essere si opporrebbe ad un significato _ il <<nulla significato>> _ che, invece, NON SI OPPORREBBE affatto all’essere!

2)- EDS osserva inoltre che <<Se si confondono questi due lati, nasce l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua accusa di “comunanza” colpisce il significato positivo del nulla, non il nulla in quanto nulla>>.

Ma, ribadirei, È PROPRIO DISTINGUENDOLI che tale comunanzaNON può colpire <<il significato positivo del nulla>>, perché se colpisse unicamente esso, la comunanza accomunerebbe <<il significato positivo del nulla>> A SÉ STESSO.

E quindi la DISTINZIONE avverrebbe tra <<il significato positivo del nulla>> e sé stesso: sarebbe perciò una NON-DISTINZIONE….

Invece, <<il significato positivo del nulla>>, essendo DISTINTO dal <<nulla in quanto nulla>>, impone che ANCHE quest’ultimo abbia IN COMUNE con il primo il suo essere assolutamente opposto, negando però, ed al contempo, di essere assolutamente opposto proprio in virtù di detta comunanza la quale, perciò, ACCORCIA ab origine l’infinita distanza semantico/ontologica che invece avrebbe dovuto connotare reciprocamente entrambi i termini…

3)- Dunque prosegue EDS:

<<Perciò non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”. L’essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Capisco, ma, se così, cioè se l’<<essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione>>, allora, come già accennato poc’anzi, SOLO L’ESSERE significherebbe l’assolutamente opposto al nulla, cosicché l’essere si opporrebbe ad un significato _ il <<nulla significato>> _ il quale, però, NON SI OPPORREBBE affatto all’essere, appunto perché il <<nulla significato>> non possiederebbe <<la proprietà dell’opposizione>>.

Ma, se non la possiede, il <<nulla significato>> NON potrà neppure stare in relazione con, distinguersi dal (peraltro SUO) <<significato positivo “nulla”>>, giacché se il <<nulla significato>> non possiede ALCUNA proprietà, allora va da sé che NON possiederà NEPPURE le proprietà di stare in relazione col suo positivo significare né di distinguersi da esso.

4)- E precisa ulteriormente EDS:

<<È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Ma appunto, se il pensiero/il positivo significare <<pone il nulla come ciò che non è>>, pone altresì il <<nulla significato>> come l’OPPOSTO da sé, sì che in tale e per tale opposizione, il <<nulla significato>> abbia IN COMUNE con il suo positivo significare, di significare OPPOSTAMENTE a come lo stesso positivo significare significa OPPOSTAMENTE al <<nulla significato>>.

5)- Prosegue EDS:

<<Qui si decide anche il punto B: “essere e nulla hanno in comune il non avere nulla in comune”. Anche questa formulazione attribuisce al nulla un predicato. Ma il predicato appartiene al discorso che significa il nulla, non al nulla significato. Dire che il nulla non ha nulla in comune con l’essere non significa scoprire una proprietà comune dell’essere e del nulla; significa dire che, se il nulla fosse in qualche modo comune all’essere, non sarebbe nulla>>.

Non vorrei ripetermi, ma se <<il predicato>> NON appartiene <<al nulla significato>>, e quindi se sostener <<che il nulla non ha nulla in comune con l’essere non significa scoprire una proprietà comune dell’essere e del nulla; significa dire che, se il nulla fosse in qualche modo comune all’essere, non sarebbe nulla>>, allora il <<nulla significato>> NON si oppone all’essere, giacché, affinché essi siano due significati opposti, cioè affinché essi NON abbiano assolutamente nulla IN COMUNE, è necessario che il <<nulla significato>> sia DISTINTO infinitamente dal significato essere e, siccome è così DISTINTAMENTE significante, allora segue altrettanto necessariamente che il <<nulla significato>> abbia IN COMUNE con l’essere di esser un significato OPPOSTO all’essere, così come l’essere ha _ non può non avere _ IN COMUNE col nulla di essere un significato OPPOSTO al nulla.

Altrimenti, cioè senza tale comunanza, SOLTANTO l’essere si opporrebbe al nulla, sì che il nulla NON si opporrebbe all’essere…

6)- EDS:

<<La tua critica, dunque, rischia di cadere nella stessa struttura che vuole denunciare: essa mostra che, se il nulla è trattato come un termine, allora esso è già positività. Ma questo è esattamente ciò che il discorso severiniano riconosce. La contraddizione non è nel destino dell’essente; è nel pensiero che, non distinguendo il significato positivo del nulla dal nulla significato, pretende poi di concludere che il nulla sia qualcosa>>.

La critica mostra che il <<nulla significato>> <<è già positività>> perché CONDIVIDE con l’essere il suo (del <<nulla significato>>) esser l’assolutamente opposto all’essere.

Ossia il <<nulla significato>> è IDENTICO ALL’ESSERE almeno nel punto in cui entrambi sono uno l’opposto dell’altro, reciprocamente.

Questa reciproca IDENTITÀ, ripeterei, toglie la pretesa (solo astratta) che il <<nulla significato>> sia l’infinitamente opposto all’essere, appunto perché tale IDENTITÀ li ACCOMUNA e, ACCOMUNANDOLI, ne riduce l’infinita alterità facendo sì che, perciò, il <<nulla significato>> sia un ENTE tra altri enti, sebbene connotato di segno negativo.

Inoltre, se il nulla NON fosse <<trattato come un termine>>, non sarebbe possibile DISTINGUERE i due semantemi (come invece EDS riconosce che essi debbano venir DISTINTI), e così NON avremmo neppure il significato concreto <<NULLA>> quale sintesi dei DUE momenti o termini opposti, ciascuno significante incontraddittoriamente ciò che significa…

Personalmente, perciò, direi l’opposto, ossia è proprio <<distinguendo il significato positivo del nulla dal nulla significato>> che il <<nulla significato>> mostra la sua COMUNANZA con il <<significato positivo del nulla>>, inficiandone perciò l’assoluta distanza semantico/ontologica…

7)- EDS:

<<Quanto al punto D, dici che anche il puro nulla “significa incontraddittoriamente come puro nulla”. Ma il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è un “da parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un essente, e vi è il nulla significato, che non è. L’identità con sé compete al significato positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione dell’essere. Per questo l’eternità dell’essente non viene inficiata. Essa non dipende da una relazione finita tra essere e nulla, ma dall’impossibilità che l’essente sia nulla. “Ogni essente, in ogni sua forma, è ed è impossibile che non sia. Ogni essente è eterno”: questo è il destino dell’essente. Dire che l’essente diviene nulla significa dire che il non-niente è niente; ed è appunto questa la follia essenziale del divenire occidentale>>.

Il punto è che se <<il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è un “da parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un essente, e vi è il nulla significato, che non è>>, allora <<il positivo significare del nulla>> NON ha alcun referente da significare, cioè NON ha nessun riferimento nei confronti del quale fungere appunto da SUO (del <<il puro nulla>>) positivo significare, e quindi NON può costituirsi neppure il significato concreto <<NULLA>> (quale sintesi dei due opposti momenti semantici già incontrati).

Infatti, tale positivo significare è <<il positivo significare del nulla>> cioè del <<puro nulla>>.

Se dunque questo <<puro nulla>> non significasse IN SÉ e di PER SÉ, già da parte sua, AUTONOMAMENTE rispetto al suo positivo significare, allora quest’ultimo NON sarebbe affatto un positivo significare, perché gli mancherebbe il termine nei confronti del quale porsi come positivo significare.

Avendo Severino precisato come anche il <<puro nulla>> sia IN SÉ incontraddittoriamente significante come <<puro nulla>>, ciò vuol dire che il <<puro nulla>> significa innegabilmente nonché IDENTICAMENTE A SÉ, cioè come <<puro nulla>> e non come puro non-nulla.

Pertanto, anche il <<puro nulla>> SOTTOSTÀ all’IDENTITÀ-CON-SÉ valevole per qualsiasi altro ente, altrimenti NON significherebbe <<puro nulla>> ma altro…

Dunque, ad EDS, ove osserva che << L’identità con sé compete al significato positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione dell’essere>>, va replicato che, se fosse come sostiene lei, cioè se il suo significare negativamente non spettasse al <<puro nulla>> IN QUANTO TALE (cioè PER SÉ anziché PER ALTRO ovvero per il suo positivo significare), allora _ contra Severino _ il significato del <<puro nulla>> NON significherebbe  incontraddittoriamente <<puro nulla>>, e quindi il referente del positivo significare avrebbe tutt’altro significato, anziché quel preciso, incontraddittorio significato di cui stiamo parlando…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 14 maggio 2026

194)- OLTREPASSARE BACCHIN/STELLA E SEVERINO

Due Scuole filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono accomunate da due forme di opposizione/differenza:

1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la negazione assoluta di tale totalità);

2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).

La CRITICA consisterà nel seguente rilevamento:

1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL CONTEMPO ESSA NON C’È;

e viene così inficiata l’eternità dell’essente.

2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL CONTEMPO ESSA C’È;

perciò, qui, a venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.

Comincio da Emanuele Severino.

L’opposizione concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche: opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA, INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).

Sì che, in ragione di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente identico a se stesso.

In ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.

Notare che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia, etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.

Questa opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare criticamente.

La negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:

[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO _ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.

[I]b: quindi, la negazione del DETERMINATO è negazione di sé.

[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria

[II]b: pertanto, la negazione dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.

Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a, che poi è l’opposizione originaria.

È bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:

<<Se il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura originaria; Adelphi, pag. 211).

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- come visto, per Severino l’essere differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.

Infatti, già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che li ACCOMUNA. Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

B)- Proseguendo, l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che qualcosa li accomuni.

Ossia, se essi NON hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN COMUNE, IDENTICAMENTE.   

Nuovamente, cACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

C)- La (presunta) soluzione severiniana all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>, tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che dà luogo alle varie aporie.

Ma, anche qui, quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del <<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…

D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno è identico a sé.

Cosicché, ANCHE il puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così, alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser identico a sé.

Dunque, anche questa identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o dal suo positivamente significare!

E)- Da tutto questo consegue che se il nulla inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà, giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI, sì da NON poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa INCONTRADDITTORIETÀ…

***

Adesso passiamo all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta granché dall’opposizione severiniana appena vista.

Riporto alcune parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:

<<L’ORDINE DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.

AS così esordisce nel suo scritto: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.

AS introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è l’ordine della relazione>>.

Continua perciò il discorso di AS:

<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione» corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e cioè sono Due>>. […] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create l’unità è il loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione, non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>>.

Anziché sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è tratteggiato nella teoresi di AS.

Come visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>> (maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):

(1)- <<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>, perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;

(2)- <<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.

Ebbene, a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità>> _, consistente nel <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!  

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- Se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé, NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice trasceso.

Se, invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno ‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>> di ciò che è da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse almeno tale <<ciò>>, NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi, perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.

B)- Inoltre, se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il mondo) possa apparire (posto che il NULLA non appaia mai)…

C)- Vi è poi da chiedere: la distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile o soltanto inevitabile?

Se è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;

se invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2) fosse evitabile, vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe nuovamente DIFFERENZIATO.

Se invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità, non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò, ha IN COMUNE con la prospettiva (1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza (ed al contempo STABILENDOLA) tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente), cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra…

D)- Similmente alla su esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un miraggio da additare come tale.

Quindi, ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno dell’Uno-indifferenziato.

E)- Questo, ci porta alla (presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1); se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto evitar di RELAZIONARSI con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra (1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1) rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.

Orbene, <<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro, ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>…  

F)- Paradossalmente, dunque, per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno, l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da sempre toglientesi, inesistente, NULLA.

G)- Comunque, poiché _ secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora SOLO L’ASSOLUTO È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra) prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da sempre ERRONEA/ILLUSORIA.

H)- Ancora; se, come afferma AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA (dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...

Per cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci <<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a NEGARE la sua unità-indifferenziata?

Eppure, AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [ = <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;

ma è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>, pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA (dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso, sarebbe già DIFFERENZA…

Per cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione dovrebbe invece venir confermato…

Deriva l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _, non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court, cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò nonostante la possibilità di porsi in (1).

In ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel proprio seno…

OLTREPASSARE Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno, sebbene in modo totalmente OPPOSTO.

La direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di alcuni studiosi quali:

Massimo Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle, Massimiliano Marianelli, Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…, rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:

Dizionario Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.

 

Roberto Fiaschi

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sabato 9 maggio 2026

193)- MA DAVVERO «GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO»? UNA CRITICA A SAN TOMMASO D'AQUINO

Nel sito domenicano: https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-vadano-in-paradiso/, viene riportata <<un’intervista fatta a p. Angelo da Antonio Giuliano per il quotidiano online La Bussola. È stata pubblicata martedì 3 agosto 2011>>.

L’articolo è intitolato: <<MA GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO>>.

Il titolo è tristemente perentorio; leggiamone le ragioni. Ecco il testo dell’intervista:

<<Ma che fine fanno i nostri animali domestici? È una domanda che avrà assalito senz’altro chi ha visto morire il proprio cane o il proprio gatto. Esisterà anche per loro un Paradiso? Hanno o non hanno un’anima? Questioni spinose a cui non si sottrae il teologo domenicano, Angelo Bellon.

Benedetto XVI, che ha una predilezione per i gatti, ha ribadito di recente che per gli animali la morte significa la fine dell’esistenza. Eppure Paolo VI pare abbia detto: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo»…

Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva. Tuttavia l’affermazione attribuita a Paolo VI ha un significato ben preciso perché nulla esiste se prima non sia stato pensato da Dio. Pertanto l’intera vicenda di ogni singolo animale si trova fissa nella mente di Dio.

Spesso viene citata un’affermazione di Luigi Lorenzetti, teologo che su Famiglia Cristiana scrisse: «Gli animali hanno ricevuto un soffio vitale da Dio, e sono attesi anch’essi dalla vita eterna».

Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna.

Lei nega un Paradiso per gli animali. Quindi siamo destinati a non rivederli più?

Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti.

Per sottolineare l’importanza degli animali c’è chi sostiene la scelta del vegetarismo quale espressione del rispetto di tutte le creature. In particolare ci si appella al fatto che in origine all’uomo non era permesso mangiare altri esseri viventi. La Genesi allora giustifica la scelta vegetariana?

Gli animali, in quanto creature di Dio, sono pieni della sua gloria. Dio li ha dati all’uomo perché se ne serva. Dio stesso ha consegnato delle pelli ad Adamo ed Eva come vestito (si suppone di animali!) al posto delle foglie di fico. Ma nell’epoca di pace che regnava prima del peccato originale gli uomini non mangiavano le carni degli animali. Secondo il testo sacro Dio concede questo potere solo dopo il diluvio: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe” (Gn 9,3). Gesù, come ogni ebreo, a Pasqua ha mangiato l’agnello. Di certo ha mangiato pesci, anche dopo la risurrezione. Per questo non è sostenibile alla luce della Sacra Scrittura la teoria vegetariana.

Non ritiene che oggi ci sia un eccesso di “animalismo”, per cui ci preoccupiamo più di salvaguardare i cuccioli che i bimbi non nati?

Gli animali sono un bene da custodire e da consegnare ai nostri posteri. Sono diversi i passi delle Scritture che lo sottolineano. Prendiamo il Cantico di Daniele: “Benedite opere tutte del Signore il Signore” dove si invitano tutte le creature ad unirsi con noi nel lodare il Signore: “Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli” (Dn 3,81). E il rispetto per l’ambiente, animali compresi, è senza dubbio una bella conquista del nostro tempo. Purtroppo questo rispetto talvolta viene a mancare nei confronti dei bambini nella fase della vita nascente, come avviene per l’aborto e per i tanti che in molte parti del mondo vivono in condizioni di miseria e fame. Sotto il profilo etico i bambini sono un valore assoluto e intangibile, mentre gli animali hanno un valore relativo: sono in funzione dell’uomo.

Secondo il Catechismo «è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell’uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini». È giusto quindi sopprimere un animale se condannato a soffrire?

Dal momento che la vita di un animale è in funzione di qualcosa d’altro, può essere soppressa. La si sopprime lecitamente quando se ne ha bisogno per nutrirsene, per qualunque altro scopo legittimo e anche evitare il prolungarsi di sofferenze che in un animale sono del tutto prive di valore. Ma ripeto, quando in Paradiso vedremo direttamente la gloria di Dio, continueremo a contemplarla anche nelle sue creature, che rimangono eternamente nella sua mente>>.

***

Tutto molto chiaro.

Mi pare che ancora troppi cattolici, (alcuni) papi e domenicani in primis (Tommaso d’Aquino docet), soffrano di uno smaccato ANTROPOCENTRISMO secondo cui SOLTANTO gli esseri umani _ tra MILIONI di viventi _, sarebbero destinati al paradiso post-mortem; tutto il resto no, destinato alla MORTE ETERNA in quanto semplice coreografia di contorno ‘utilitaristico’ per il Gran Presuntuoso ( -> l’essere umano) che evidentemente si considera ancora l’unico destinatario della vera Vita…

Le ragioni addotte dal teologo domenicano Angelo Bellon _ <<Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva>> _, si rifanno a Tommaso d’Aquino, ma sono francamente INSOSTENIBILI.

Vediamo perché.

Dunque, pare che possedere o esser <<un’anima solo vegetativa e sensitiva>> sia sufficiente per essere definitivamente/eternamente ESCLUSO dall’<<altra vita>>.

Con terrore, penso a tutti coloro che nascono <<in uno stato vegetativo permanente o di incoscienza cronica>> (https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/stato-vegetativo.html).

Pensiamo ad alcune patologie del nascituro come ad esempio l’Anencefalia, l’Idranencefalia, l’Encefalopatia Ipossico-Ischemica (EII), l’Arresto Cardiaco Extra-ospedaliero (ACEO), la Sindrome spasticità neonatale letale (ibidem), e via discorrendo…

Vero, sono pur sempre esseri umani, MA, stando al requisito primario che escluderebbe gli animali dalla vita eterna in quanto <<incapaci di intellezione, non hanno un’anima razionale, spirituale e immortale>> (https://www.amicidomenicani.it/se-il-soffio-vitale-degli-animali-sia-immortale/), anche le suddette malattie comportano incapacità di intellezione, di razionalità e di spiritualità perciò, coerentemente con gli assunti espressi da don Angelo Bellon, ad essi NON dovrebbe spettare la vita eterna post-mortem, poiché NON differiscono dagli animali proprio nelle caratteristiche ‘grazie’ alle quali <<al momento della morte, l’animale scompare del tutto. La sua anima non si presenta davanti a Dio per essere giudicata del bene o del male fatto>> (https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-abbiano-anima-vadano-in-paradiso/).

Ma più imbarazzante è il prosieguo del discorso di padre Bellon, ove osserva:

<<Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Innanzitutto NON è vero che <<per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere>>, quasi a voler dire:

per TUTTI i teologi… No, per la maggioranza, purtroppo, ma NON certo per TUTTI:

non per John Wesley, non per Enzo Bianchi, non per Luigi Lorenzetti, non per Paolo Ricca, non per Jürgen Moltmann, non per Paolo De Benedetti, non per Frank Dubois, etc…

Prosegue don Angelo Bellon:

<<Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti>>. <<Tuttavia, poiché tutto ciò che esiste deve esserci prima nella mente di Dio, e poiché nulla si cancella dalla sua mente, si deve concludere che in paradiso vedremo nella mente di Dio anche tutte le creature da lui fatte. Ma queste creature non esisteranno in se stesse. Esisteranno solo nella mente di Dio. E questo è sufficiente>>...

Sufficiente???

Se lo dice lui…

Domandiamo(gli):

una creatura che NON esista in sé stessa, IN CHE COSA DIFFERISCE da una che invece esiste in sé stessa, oltre che <<nella mente di Dio>>?

Parrebbe che, secondo padre Bellon sulla scia di San Tommaso, l’esistenza <<nella mente di Dio>> sia <<migliore>> dell’esistenza che gli animali <<hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Questa osservazione è IRRICEVIBILE, giacché ANCHE gli esseri umani, finché vivono <<in questo mondo>>, hanno un’esistenza <<temporanea>>!

Quindi, seguendo la logica di padre Bellon, avendo anche noi un’esistenza temporanea come gli animali, NON dovremmo essere <<attesi da Dio>> NÉ, perciò, essere da Lui attesi come creature che esistono <<in se stesse>>, essendo <<sufficiente>> anche per noi umani la sola esistenza <<nella mente di Dio>>.

Mentre, al contrario, secondo don Angelo per noi umani ciò NON è affatto <<sufficiente>>, visto che per noi egli postula l’esistenza ANCHE come creature in sé, OLTRE che esistenti <<nella mente di Dio>>, a differenza, invece, degli animali.

Per cui don Angelo ci sta dicendo che, nel post-mortem, l’esistenza in sé sia MIGLIORE in quanto più COMPLETA rispetto all’esistenza SOLTANTO <<nella mente di Dio>>; se entrambe fossero esattamente sullo stesso piano, allora non si capisce perché gli animali debbano venir relegati alla sola esistenza <<nella mente di Dio>>…

Infatti, se gli umani colà non esistessero anche in sé, allora l’esistenza <<nella mente di Dio>> SENZA l’esistenza in sé costituirebbe un IMPOVERIMENTO rispetto all’esistere sia in sé che <<nella mente di Dio>>!

Da ciò discende che la presunta <<migliore>> esistenza degli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>>, comporti che il post-mortem sia, sempre per gli animali, un’esistenza DEPAUPERATA dell’in sé nonché un ‘elegante’ modo (ma un tantino incoerente ed ipocrita) per dire che essi, in realtà, NON CI SARANNO AFFATTO!

Insomma, il vedere gli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>> e non anche in sé (ovviamente un in sé TRASFIGURATO nello Spirito come per noi umani), ha tutta l’aria d’essere una visione di immagini eterne ma prive di presenza/consistenza corporea ( = in sé) come quelle che potremmo vedere al cinema, e questo NON è affatto <<sufficiente>> per coloro che AMANO TUTTE le creature in sé come le AMA Dio:

Sapienza 11,24 (trad. CEI): <<Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata>>.

Salmo 35 (36),7: <<uomini e bestie tu salvi, Signore>>, con buona pace di Tommaso e di don Angelo Bellon…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 19 febbraio 2026

192)- UN «TRENO A VELOCITÀ INFINITA»?

Proseguo nella mia replica al video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini (AS)  https://www.youtube.com/watch?v=jp8jWQd1kCU, intitolato:

<<Livello ultra avanzato di lettura severiniana (metafore del treno a velocità infinita)>>.

Ecco il testo di AS:

<<Ora io propongo, rispetto a quello che si è detto ieri sera, quindi questo video è un'integrazione a quello che si è detto ieri, l'esempio di un treno che scorre a velocità infinita lungo un tratto ferroviario e che ripete all'infinito da una sola direzione, poniamo da sinistra a destra tutto il tratto, quindi in ogni momento sta percorrendo sempre eternamente tutto il tratto a velocità infinita, si trova in tutti i punti del percorso ferroviario. Questo è che cosa in questa metafora? Questa è secondo me la lettura che dobbiamo avere come metafora dello sguardo dell'apparire infinito in cui appare anche tutta la catena dei sopraggiungenti che si inoltra anche in modo finito e parziale nella nostra iposintassi. La metafora è migliorabile e tra l'altro non è ancora compiuta nella esposizione che intendo fare. Immaginiamo che all'interno del treno ci sia una persona che cammina un passo alla volta. Ora abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra, non è che lo fa da tutte e due le direzioni, da sinistra a destra continuamente. Lo possiamo anche immaginare come un fascio di luce a velocità infinita che scorre eternamente, continuamente tutto il tratto. Ora, entro questo treno di luce infinita, o come vogliamo chiamarlo, immaginiamo un passeggero che invece se la prende comoda e invece di fare come il treno e percorrere a velocità infinita continuamente tutto il percorso, se la prende comoda e fa un passo alla volta. Ora, siccome il treno si trova in tutti i punti, quando la persona cammina si trova sempre sincronicamente a percorrere lo stesso punto che sta già eternamente percorrendo il treno. E io sono un genio, purtroppo, perché mi dispiace per i miei detrattori, ma io sono troppo geniale. Mi è venuta in mente questa cosa. L'apparire infinito mi ha fatto pervenire tramite il mio collegamento consapevole con l'apparire infinito. Non perché a me appaia tutto l'apparire infinito, ma perché sono consapevole del fatto che tutto quello che appare a noi non è che provenga da altrove, non è che risieda altrove. Tutto risiede nella totalità infinita e la totalità infinita appare tutta nell'apparire infinito, non è che appare fuori da esso. Quindi anche tutto quello che si inoltra nei cerchi finiti è sempre un qualcosa che si mostra nell'apparire infinito, non proviene da altrove. Tutto avviene nell'apparire infinito, compresa la nostra esperienza. Ora, ritornando all'esempio del passeggero che se la prende comoda, quindi fa un passo alla volta e facendo un passo alla volta percorre comunque il percorso, e ogni passo che fa sì che si trovi esattamente dove il treno sta scorrendo in quel momento, perché il treno in tutti i momenti sta scorrendo esattamente in quel punto dove si trova anche il passeggero perché va a velocità infinita. Quindi dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita. Ma chiaramente non è che si stia parlando di fisica, di velocità, è solo una metafora per far capire cosa intenda dire. Se consideriamo questo esempio come metafora e consideriamo che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero, il passeggero, camminando un passo alla volta nel treno, non sta creando nulla di nuovo, non sta aggiungendo nuove posizioni che il treno non occupi già da sempre in tutta la via, il percorso ferroviario che lo riguarda e il suo spostarsi da un punto all'altro è qualcosa che sta già sempre avvenendo da parte del treno. Il treno si sta già eternamente spostando, quindi il suo camminare all'interno non sta alterando nessuna delle fasi di quel percorso in atto continuo, eterno; è una modalità all'interno del treno, cioè dell'apparire infinito. Noi dobbiamo immaginare concretamente che la modalità finita dell'apparire è una modalità interna all'apparire infinito, è già inclusa. Se noi riusciamo a intendere questo modo processuale non come un'aggiunta, ma come una sottrazione che non toglie però nulla all'apparire infinito, una sottrazione relativa rispetto allo sguardo più ampio dell'apparire infinito, ma a cui non toglie nulla perché l'apparire infinito continua eternamente a scorrere continuamente tutti i punti della struttura dell'iposintassi, dei sopraggiungenti col suo sguardo, per così dire, e noi semplicemente dobbiamo immaginare che in questo modo continuo ci sia anche all'interno di questo modo infinito un modo finito che invece di vedere sempre tutto costantemente assieme, vede una parte alla volta. Che cosa dovrebbe cambiare dal punto di vista della struttura che ho delineato anche ieri sera? Niente, si potrebbe obiettare che però comunque rimane il problema finale di cui si era parlato alla fine, ovvero che nei nostri cerchi finiti, però, comunque vi è una sintesi sempre diversa. Ecco, il fatto è che se noi immaginiamo la persona all'interno del treno come il nostro sfondo trascendentale dell'apparire, qualunque cosa, qualunque punto del percorso intraprenda la persona seguendo la stessa direzione che ha il treno di scorrimento non è una nuova sintesi all'interno del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso. Pensateci, ma mi riferisco a chi è in grado di capire queste cose. Certamente non a un personaggio come Pavone che neanche in un tempo infinito riuscirebbe a contemplare una simile lettura. Perché, per quanto possa essere decentemente preparato nel suo campo, questo non è sufficiente per avere quello slancio intellettuale che serve per andare oltre. Vedete come ha un atteggiamento ridicolo e miserevole di voler sminuire e ridicolizzare quello che provo a dire, mettendo in ballo degli esempi che neanche ha capito che cosa volessero indicare; come la persona che quando gli si indica la luna,  guarda il dito tale e quale. Allora, dicevo, rispetto a questa metafora, lo sfondo dell'apparire trascendentale nostro è come la persona che si trova sempre a ad avere esperienza di un punto diverso del treno in questo tratto che percorre. Però, il fatto che a questa persona, che è nella metafora lo sfondo della del nostro cerchio del destino, il fatto che appaia sempre un nuovo tratto in questo percorrere all'interno il treno non sta creando nessuna nuova sintesi che non sia già eternamente presente nel percorso continuo del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso, quindi qualsiasi punto percorra all'interno del treno il passeggero, è già eternamente, subito, istantaneamente percorso dal treno che li percorre a velocità infinita sempre tutti continuamente. Ecco in che senso la camminata all'interno del treno del passeggero non sta alterando nulla, non sta creando niente. Il passeggero che cammina da sinistra a destra sta seguendo lo stesso la stessa direzione che segue il treno, solo che anziché percorrerlo, questo percorso interno al treno a velocità infinita, lo percorre a velocità finita e una sola volta. Ma percorrere una sola volta a velocità finita un percorso che viene già eternamente percorso da tutto il treno a velocità infinita è un qualcosa che già è incluso, perché è una modalità parziale di ciò che è già incluso in un percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso, e il treno si porta sempre con sé appresso il passeggero, però in modo tale che praticamente il passeggero non cambi di posizione perché il treno ha velocità istantanea, quindi, praticamente il passeggero, mentre sta passando in un tratto successivo del percorso, il treno si trova già automaticamente in quel tratto dove sta camminando anche il passeggero rispetto allo spazio esterno. Ah, vabbè, Pavone, ma secondo me tu non sei neanche molto preparato in fisica. Lasciamo perdere. La velocità infinita è una velocità illimitata che non ha appunto un limite come è la velocità tale che compie un percorso infinito in un istante o a velocità o a tempo zero, come vogliamo definirlo. Però qui non è necessario immaginare uno spazio infinito da percorrere. Il tratto può essere finito. L'importante è che la velocità sia infinita. Povero piccolo Pavone… Mamma mia, come sei ridotto ormai a dover ammorbare ogni giorno con commentini ridicoli che ridicolizzano solo te in realtà, povero Pavone. Vedete, lui, questo Pavone, è il classico esempio di persona invidiosa del talento altrui che vorrebbe avere quello slancio intellettuale e allora cerca sempre di sminuire chi arriva dove lui non può arrivare. Ma io quante ne racconto? Tu quante ne spari di sciocchezze, di cavolate, Pavone, dai. Cioè, dovresti avere a un certo punto quell'imbarazzo, quella contezza di capire di essere fuori luogo. Non è, cioè tu sei fuori luogo quando ti poni. Tu non c'entri nulla con il mio canale, con la mia attività intellettuale di divulgazione, perché non hai quelle qualità necessarie e sufficienti per poter rapportarti in modo consono e adeguato con certi contenuti. Non hai la capacità di capirli, ma non voglio offenderti, perché non sono contenuti alla portata di tutti. Non tutti possono avere lo stesso slancio intellettuale e ti sto semplicemente dicendo che le tue capacità _ e lo hai mostrato _, non sono sufficienti per arrivare a capire questi contenuti ultra avanzati. Potrà sembrare arrogante da parte mia dirlo, me ne rendo conto. Potrà sembrare arrogante anche rispetto ad altri che seguono questo video, però, in realtà, dire le cose come stanno non è arroganza. Arroganza, semmai, è pretendere che le cose stiano altrimenti di come sono e pretendere che sia credibile la propria versione dei fatti. Comunque questo è l'esempio che volevo indicare e secondo me una volta ulteriormente perfezionato questo esempio, questa metafora, risolve davvero tutte le riserve che il buon Boccardi, il buon Picenni hanno manifestato anche ieri nel live. Vedete, ieri nel live almeno l'80-90% delle loro riserve in realtà ha ricevuto un'adeguata risposta, cioè che smentisce i loro dubbi, le loro perplessità. Un 10-20% circa non era stato ancora ben chiarito e me ne rendo conto, si devono ancora dare delle risposte. Quindi, quello che sto dicendo è il fatto che dica che in realtà ieri sera avessi mostrato nuovamente le ragioni che vado avanzando, diciamo che non vale, perché questo bisogna esibirlo fino in fondo nel live. Però nel live, per soprattutto una restrizione di tempo, non è stato possibile arrivare a chiarire tutto questo. Ci riserviamo di farlo in una prossima occasione dove Boccardi e Picenni saranno impegnati a mostrare con queste ulteriori letture ove sarebbero le contraddizioni che hanno continuato ad affermare ieri, i limiti, i problemi in questa struttura ontologica severiniana. Cari saluti a tutti>>.

***

NON sono un Fisico ( un Logico e NEPPURE un Filosofo), per cui NON SO se esista qualcosa come una <<velocità infinita>> o se sia possibile…

Perciò mi atterrò soltanto ad una considerazione di ordine generale concernente il tema già trattato nei post nn. 189, 190 e 191.

Afferma AS che, nella sua metafora del treno, dobbiamo considerare <<che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero>>.

Adesso vorrei ricordare come, nei tre post appena menzionati, il tema consistesse nell’evidenziare la CONTRADDITTORIETÀ che la diacronìa dell’apparire finito potesse esser la manifestazione di una eterna, indivenibile diacronìa già da sempre aperta e dispiegata nell’apparire infinito sincronico, quindi la manifestazione diacronica di una eterna NON-diacronìa, che AS chiama:

<<diacronia sincronica>> (vedasi post n° 191).

Infatti, il tema in oggetto consisteva nel capire come, in un apparire sincronico ove nulla comincia mai ad apparire (ed a scomparire), potesse darsi una diacronìa la cui caratteristica essenziale consiste, invece, nell’AVVICENDAMENTO/MOVIMENTO del ‘prima’ e del ‘poi’.

L’escamotage severiniano dell’apparire infinito sincronico è volto proprio a sconfessare il DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO, secondo il quale l’ente che non appare ancora, è in parte ancora nulla, e l’ente che ormai non appare più, è in gran parte divenuto nulla, appunto:

DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO.

Ciò precisato, soffermiamoci ora sul <<treno di luce>>, metafora <<dell'apparire infinito>> severiniano.

Nell’intervento di AS, il termine <<percorso>> (inclusivo di <<percorrere>>, <<percorre>>, <<percorrendo>>, <<scorrere>>, <<scorrimento>>, <<spostarsi>> e simili), compare ben 31 (trentun) volte.

Il termine <<velocità>> compare 16 (sedici) volte.

Cosa voglio dire con ciò?

È semplice:

per spiegare non-nichilisticamente il DIVENIRE/MOVIMENTO vigente nell’apparire finito, AS attribuisce tale MOVIMENTO/DIVENIRE all’apparire infinito!

Egli infatti osserva:

<<Ora, abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra>>.

Ma pur sempre di <<velocità>> trattasi, ossia di MOVIMENTO, appunto perché quel treno ( = lo sguardo dell’apparire infinito) NON è <<fermo>>, ed ogni <<percorso>> comporta sempre il passaggio ( = MOVIMENTO) tra stadi intermedi.

E se questo MOVIMENTO del treno fosse il tentativo (disperato!) per spiegare incontraddittoriamente il movimento nell’apparire finito, allora saremmo ‘punto e a capo’, giacché ORA si dovrà spiegare in termini non-nichilistici il MOVIMENTO del treno nel suo <<percorso>> cioè nel suo NON esser <<fermo>>!

Il che conduce ad una situazione aporetica, senza via di fuga, perché la <<velocità infinita>> del treno NON elimina (anche se così potrebbe sembrare) il suo esser <<velocità>> cioè MOVIMENTO; NON toglie il <<percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso>>, cioè, daccapo, NON elimina il MOVIMENTO e, in questo caso, di natura NICHILISTICA.

Sì, di natura NICHILISTICA: questo è il punto.

Chiediamoci:

se il movimento diacronico nell’apparire finito è ricondotto, nella sua (presunta) verità, all’eterno dispiegamento sincronico dell’apparire infinito, quest’ultimo COME potrà rendere ragione del PROPRIO MOVIMENTO/SCORRERE rappresentato dal treno?

Certamente NON è ipotizzabile che anche il MOVIMENTO dello sguardo dell’apparire infinito sia a sua volta costituito da catene di incomincianti-apparire (da un punto all’altro del suo <<percorso>>) eternamente dispieg ati sincronicamente, perché allora tale sguardo sarebbe perfettamente nonché sincronicamente FERMO su tutto il suo percorso, infatti esso, come precisa AS, NON è neppure <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>.

Ma, se fosse FERMO, NON avrebbe alcun percorso da percorrere.

Il che vuol dire che tale percorso può esser PERCORSO soltanto in <<velocità>> cioè in MOVIMENTO.

Probabilmente AS affermerà che il sottoscritto non abbia tenuto conto che tale velocità è INFINITA e che, perciò, non avrei tenuto conto che il treno a velocità INFINITA <<istantaneamente occupa sempre tutti i punti>>, proprio grazie alla sua velocità INFINITA.

Ammettiamo che sia così giacché, come detto, non so se una simile velocità esista o possa esistere; mi sembra più un fantasioso espediente analogo alla già menzionata <<diacronia sincronica>>.

Poiché quel treno, ha affermato AS, NON è FERMO è <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>, allora _ dice _ <<dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita>>.

Benissimo; senonché, l’ATTO è lo stesso (o è il proprio) DIVENIRE.

Lo <<sguardo dell'apparire infinito>> in quanto <<atto eterno>> NON può mai essere STATICO, come anche AS ha testé riconosciuto, ma è sempre e soltanto ATTIVITÀ.

Perciò, riconfermo, è questa ATTIVITÀ a presentarsi adesso nelle vesti nichilistiche, giacché NON è possibile supporre che ANCH’ESSA (come gli essenti finiti) sia costituita da una serie eterna e sincronica di <<incomincianti apparire>>…

Pertanto, inevitabilmente, il DIVENIRE NICHILISTICO che si voleva cacciare dalla finestra dell’apparire finito, RIENTRA PARI PARI dalla porta dello stesso apparire infinito sotto forma di <<atto eterno>>!


(Queste due immagini sono tratte dal gruppo: Officina di filosofia teoretica)

 

Roberto Fiaschi

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