giovedì 19 febbraio 2026

192)- UN «TRENO A VELOCITÀ INFINITA»?

Proseguo nella mia replica al video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini (AS)  https://www.youtube.com/watch?v=jp8jWQd1kCU, intitolato:

<<Livello ultra avanzato di lettura severiniana (metafore del treno a velocità infinita)>>.

Ecco il testo di AS:

<<Ora io propongo, rispetto a quello che si è detto ieri sera, quindi questo video è un'integrazione a quello che si è detto ieri, l'esempio di un treno che scorre a velocità infinita lungo un tratto ferroviario e che ripete all'infinito da una sola direzione, poniamo da sinistra a destra tutto il tratto, quindi in ogni momento sta percorrendo sempre eternamente tutto il tratto a velocità infinita, si trova in tutti i punti del percorso ferroviario. Questo è che cosa in questa metafora? Questa è secondo me la lettura che dobbiamo avere come metafora dello sguardo dell'apparire infinito in cui appare anche tutta la catena dei sopraggiungenti che si inoltra anche in modo finito e parziale nella nostra iposintassi. La metafora è migliorabile e tra l'altro non è ancora compiuta nella esposizione che intendo fare. Immaginiamo che all'interno del treno ci sia una persona che cammina un passo alla volta. Ora abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra, non è che lo fa da tutte e due le direzioni, da sinistra a destra continuamente. Lo possiamo anche immaginare come un fascio di luce a velocità infinita che scorre eternamente, continuamente tutto il tratto. Ora, entro questo treno di luce infinita, o come vogliamo chiamarlo, immaginiamo un passeggero che invece se la prende comoda e invece di fare come il treno e percorrere a velocità infinita continuamente tutto il percorso, se la prende comoda e fa un passo alla volta. Ora, siccome il treno si trova in tutti i punti, quando la persona cammina si trova sempre sincronicamente a percorrere lo stesso punto che sta già eternamente percorrendo il treno. E io sono un genio, purtroppo, perché mi dispiace per i miei detrattori, ma io sono troppo geniale. Mi è venuta in mente questa cosa. L'apparire infinito mi ha fatto pervenire tramite il mio collegamento consapevole con l'apparire infinito. Non perché a me appaia tutto l'apparire infinito, ma perché sono consapevole del fatto che tutto quello che appare a noi non è che provenga da altrove, non è che risieda altrove. Tutto risiede nella totalità infinita e la totalità infinita appare tutta nell'apparire infinito, non è che appare fuori da esso. Quindi anche tutto quello che si inoltra nei cerchi finiti è sempre un qualcosa che si mostra nell'apparire infinito, non proviene da altrove. Tutto avviene nell'apparire infinito, compresa la nostra esperienza. Ora, ritornando all'esempio del passeggero che se la prende comoda, quindi fa un passo alla volta e facendo un passo alla volta percorre comunque il percorso, e ogni passo che fa sì che si trovi esattamente dove il treno sta scorrendo in quel momento, perché il treno in tutti i momenti sta scorrendo esattamente in quel punto dove si trova anche il passeggero perché va a velocità infinita. Quindi dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita. Ma chiaramente non è che si stia parlando di fisica, di velocità, è solo una metafora per far capire cosa intenda dire. Se consideriamo questo esempio come metafora e consideriamo che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero, il passeggero, camminando un passo alla volta nel treno, non sta creando nulla di nuovo, non sta aggiungendo nuove posizioni che il treno non occupi già da sempre in tutta la via, il percorso ferroviario che lo riguarda e il suo spostarsi da un punto all'altro è qualcosa che sta già sempre avvenendo da parte del treno. Il treno si sta già eternamente spostando, quindi il suo camminare all'interno non sta alterando nessuna delle fasi di quel percorso in atto continuo, eterno; è una modalità all'interno del treno, cioè dell'apparire infinito. Noi dobbiamo immaginare concretamente che la modalità finita dell'apparire è una modalità interna all'apparire infinito, è già inclusa. Se noi riusciamo a intendere questo modo processuale non come un'aggiunta, ma come una sottrazione che non toglie però nulla all'apparire infinito, una sottrazione relativa rispetto allo sguardo più ampio dell'apparire infinito, ma a cui non toglie nulla perché l'apparire infinito continua eternamente a scorrere continuamente tutti i punti della struttura dell'iposintassi, dei sopraggiungenti col suo sguardo, per così dire, e noi semplicemente dobbiamo immaginare che in questo modo continuo ci sia anche all'interno di questo modo infinito un modo finito che invece di vedere sempre tutto costantemente assieme, vede una parte alla volta. Che cosa dovrebbe cambiare dal punto di vista della struttura che ho delineato anche ieri sera? Niente, si potrebbe obiettare che però comunque rimane il problema finale di cui si era parlato alla fine, ovvero che nei nostri cerchi finiti, però, comunque vi è una sintesi sempre diversa. Ecco, il fatto è che se noi immaginiamo la persona all'interno del treno come il nostro sfondo trascendentale dell'apparire, qualunque cosa, qualunque punto del percorso intraprenda la persona seguendo la stessa direzione che ha il treno di scorrimento non è una nuova sintesi all'interno del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso. Pensateci, ma mi riferisco a chi è in grado di capire queste cose. Certamente non a un personaggio come Pavone che neanche in un tempo infinito riuscirebbe a contemplare una simile lettura. Perché, per quanto possa essere decentemente preparato nel suo campo, questo non è sufficiente per avere quello slancio intellettuale che serve per andare oltre. Vedete come ha un atteggiamento ridicolo e miserevole di voler sminuire e ridicolizzare quello che provo a dire, mettendo in ballo degli esempi che neanche ha capito che cosa volessero indicare; come la persona che quando gli si indica la luna,  guarda il dito tale e quale. Allora, dicevo, rispetto a questa metafora, lo sfondo dell'apparire trascendentale nostro è come la persona che si trova sempre a ad avere esperienza di un punto diverso del treno in questo tratto che percorre. Però, il fatto che a questa persona, che è nella metafora lo sfondo della del nostro cerchio del destino, il fatto che appaia sempre un nuovo tratto in questo percorrere all'interno il treno non sta creando nessuna nuova sintesi che non sia già eternamente presente nel percorso continuo del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso, quindi qualsiasi punto percorra all'interno del treno il passeggero, è già eternamente, subito, istantaneamente percorso dal treno che li percorre a velocità infinita sempre tutti continuamente. Ecco in che senso la camminata all'interno del treno del passeggero non sta alterando nulla, non sta creando niente. Il passeggero che cammina da sinistra a destra sta seguendo lo stesso la stessa direzione che segue il treno, solo che anziché percorrerlo, questo percorso interno al treno a velocità infinita, lo percorre a velocità finita e una sola volta. Ma percorrere una sola volta a velocità finita un percorso che viene già eternamente percorso da tutto il treno a velocità infinita è un qualcosa che già è incluso, perché è una modalità parziale di ciò che è già incluso in un percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso, e il treno si porta sempre con sé appresso il passeggero, però in modo tale che praticamente il passeggero non cambi di posizione perché il treno ha velocità istantanea, quindi, praticamente il passeggero, mentre sta passando in un tratto successivo del percorso, il treno si trova già automaticamente in quel tratto dove sta camminando anche il passeggero rispetto allo spazio esterno. Ah, vabbè, Pavone, ma secondo me tu non sei neanche molto preparato in fisica. Lasciamo perdere. La velocità infinita è una velocità illimitata che non ha appunto un limite come è la velocità tale che compie un percorso infinito in un istante o a velocità o a tempo zero, come vogliamo definirlo. Però qui non è necessario immaginare uno spazio infinito da percorrere. Il tratto può essere finito. L'importante è che la velocità sia infinita. Povero piccolo Pavone… Mamma mia, come sei ridotto ormai a dover ammorbare ogni giorno con commentini ridicoli che ridicolizzano solo te in realtà, povero Pavone. Vedete, lui, questo Pavone, è il classico esempio di persona invidiosa del talento altrui che vorrebbe avere quello slancio intellettuale e allora cerca sempre di sminuire chi arriva dove lui non può arrivare. Ma io quante ne racconto? Tu quante ne spari di sciocchezze, di cavolate, Pavone, dai. Cioè, dovresti avere a un certo punto quell'imbarazzo, quella contezza di capire di essere fuori luogo. Non è, cioè tu sei fuori luogo quando ti poni. Tu non c'entri nulla con il mio canale, con la mia attività intellettuale di divulgazione, perché non hai quelle qualità necessarie e sufficienti per poter rapportarti in modo consono e adeguato con certi contenuti. Non hai la capacità di capirli, ma non voglio offenderti, perché non sono contenuti alla portata di tutti. Non tutti possono avere lo stesso slancio intellettuale e ti sto semplicemente dicendo che le tue capacità _ e lo hai mostrato _, non sono sufficienti per arrivare a capire questi contenuti ultra avanzati. Potrà sembrare arrogante da parte mia dirlo, me ne rendo conto. Potrà sembrare arrogante anche rispetto ad altri che seguono questo video, però, in realtà, dire le cose come stanno non è arroganza. Arroganza, semmai, è pretendere che le cose stiano altrimenti di come sono e pretendere che sia credibile la propria versione dei fatti. Comunque questo è l'esempio che volevo indicare e secondo me una volta ulteriormente perfezionato questo esempio, questa metafora, risolve davvero tutte le riserve che il buon Boccardi, il buon Picenni hanno manifestato anche ieri nel live. Vedete, ieri nel live almeno l'80-90% delle loro riserve in realtà ha ricevuto un'adeguata risposta, cioè che smentisce i loro dubbi, le loro perplessità. Un 10-20% circa non era stato ancora ben chiarito e me ne rendo conto, si devono ancora dare delle risposte. Quindi, quello che sto dicendo è il fatto che dica che in realtà ieri sera avessi mostrato nuovamente le ragioni che vado avanzando, diciamo che non vale, perché questo bisogna esibirlo fino in fondo nel live. Però nel live, per soprattutto una restrizione di tempo, non è stato possibile arrivare a chiarire tutto questo. Ci riserviamo di farlo in una prossima occasione dove Boccardi e Picenni saranno impegnati a mostrare con queste ulteriori letture ove sarebbero le contraddizioni che hanno continuato ad affermare ieri, i limiti, i problemi in questa struttura ontologica severiniana. Cari saluti a tutti>>.

***

NON sono un Fisico ( un Logico e NEPPURE un Filosofo), per cui NON SO se esista qualcosa come una <<velocità infinita>> o se sia possibile…

Perciò mi atterrò soltanto ad una considerazione di ordine generale concernente il tema già trattato nei post nn. 189, 190 e 191.

Afferma AS che, nella sua metafora del treno, dobbiamo considerare <<che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero>>.

Adesso vorrei ricordare come, nei tre post appena menzionati, il tema consistesse nell’evidenziare la CONTRADDITTORIETÀ che la diacronìa dell’apparire finito potesse esser la manifestazione di una eterna, indivenibile diacronìa già da sempre aperta e dispiegata nell’apparire infinito sincronico, quindi la manifestazione diacronica di una eterna NON-diacronìa, che AS chiama:

<<diacronia sincronica>> (vedasi post n° 191).

Infatti, il tema in oggetto consisteva nel capire come, in un apparire sincronico ove nulla comincia mai ad apparire (ed a scomparire), potesse darsi una diacronìa la cui caratteristica essenziale consiste, invece, nell’AVVICENDAMENTO/MOVIMENTO del ‘prima’ e del ‘poi’.

L’escamotage severiniano dell’apparire infinito sincronico è volto proprio a sconfessare il DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO, secondo il quale l’ente che non appare ancora, è in parte ancora nulla, e l’ente che ormai non appare più, è in gran parte divenuto nulla, appunto:

DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO.

Ciò precisato, soffermiamoci ora sul <<treno di luce>>, metafora <<dell'apparire infinito>> severiniano.

Nell’intervento di AS, il termine <<percorso>> (inclusivo di <<percorrere>>, <<percorre>>, <<percorrendo>>, <<scorrere>>, <<scorrimento>>, <<spostarsi>> e simili), compare ben 31 (trentun) volte.

Il termine <<velocità>> compare 16 (sedici) volte.

Cosa voglio dire con ciò?

È semplice:

per spiegare non-nichilisticamente il DIVENIRE/MOVIMENTO vigente nell’apparire finito, AS attribuisce tale MOVIMENTO/DIVENIRE all’apparire infinito!

Egli infatti osserva:

<<Ora, abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra>>.

Ma pur sempre di <<velocità>> trattasi, ossia di MOVIMENTO, appunto perché quel treno ( = lo sguardo dell’apparire infinito) NON è <<fermo>>, ed ogni <<percorso>> comporta sempre il passaggio ( = MOVIMENTO) tra stadi intermedi.

E se questo MOVIMENTO del treno fosse il tentativo (disperato!) per spiegare incontraddittoriamente il movimento nell’apparire finito, allora saremmo ‘punto e a capo’, giacché ORA si dovrà spiegare in termini non-nichilistici il MOVIMENTO del treno nel suo <<percorso>> cioè nel suo NON esser <<fermo>>!

Il che conduce ad una situazione aporetica, senza via di fuga, perché la <<velocità infinita>> del treno NON elimina (anche se così potrebbe sembrare) il suo esser <<velocità>> cioè MOVIMENTO; NON toglie il <<percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso>>, cioè, daccapo, NON elimina il MOVIMENTO e, in questo caso, di natura NICHILISTICA.

Sì, di natura NICHILISTICA: questo è il punto.

Chiediamoci:

se il movimento diacronico nell’apparire finito è ricondotto, nella sua (presunta) verità, all’eterno dispiegamento sincronico dell’apparire infinito, quest’ultimo COME potrà rendere ragione del PROPRIO MOVIMENTO/SCORRERE rappresentato dal treno?

Certamente NON è ipotizzabile che anche il MOVIMENTO dello sguardo dell’apparire infinito sia a sua volta costituito da catene di incomincianti-apparire (da un punto all’altro del suo <<percorso>>) eternamente dispieg ati sincronicamente, perché allora tale sguardo sarebbe perfettamente nonché sincronicamente FERMO su tutto il suo percorso, infatti esso, come precisa AS, NON è neppure <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>.

Ma, se fosse FERMO, NON avrebbe alcun percorso da percorrere.

Il che vuol dire che tale percorso può esser PERCORSO soltanto in <<velocità>> cioè in MOVIMENTO.

Probabilmente AS affermerà che il sottoscritto non abbia tenuto conto che tale velocità è INFINITA e che, perciò, non avrei tenuto conto che il treno a velocità INFINITA <<istantaneamente occupa sempre tutti i punti>>, proprio grazie alla sua velocità INFINITA.

Ammettiamo che sia così giacché, come detto, non so se una simile velocità esista o possa esistere; mi sembra più un fantasioso espediente analogo alla già menzionata <<diacronia sincronica>>.

Poiché quel treno, ha affermato AS, NON è FERMO è <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>, allora _ dice _ <<dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita>>.

Benissimo; senonché, l’ATTO è lo stesso (o è il proprio) DIVENIRE.

Lo <<sguardo dell'apparire infinito>> in quanto <<atto eterno>> NON può mai essere STATICO, come anche AS ha testé riconosciuto, ma è sempre e soltanto ATTIVITÀ.

Perciò, riconfermo, è questa ATTIVITÀ a presentarsi adesso nelle vesti nichilistiche, giacché NON è possibile supporre che ANCH’ESSA (come gli essenti finiti) sia costituita da una serie eterna e sincronica di <<incomincianti apparire>>…

Pertanto, inevitabilmente, il DIVENIRE NICHILISTICO che si voleva cacciare dalla finestra dell’apparire finito, RIENTRA PARI PARI dalla porta dello stesso apparire infinito sotto forma di <<atto eterno>>!


(Queste due immagini sono tratte dal gruppo: Officina di filosofia teoretica)

 

Roberto Fiaschi

……………………...

191)- LA CONTRADDITTORIA «DIACRONIA SINCRONICA»

Mi piace replicare a quest’altro video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini ( =AS): https://www.youtube.com/watch?v=jp8jWQd1kCU, intitolato:

<<Livello ultra avanzato di lettura severiniana (metafore del treno a velocità infinita)>>.

Qui, riporto la prima parte del video (l’altra parte nel prossimo post n° 192):

<<Il buon Roberto Fiaschi sta commettendo un errore principale nelle sue contestazioni, quello di presupporre continuamente che l'inclusione della diacronia nella sincronia sia contraddittoria, senza tener conto di quello che ho spiegato in modo però puntuale. Ho letto anche l'ultimo suo post, articolo 190, e debbo dire che è semplicemente un'analisi in cui intanto frammenta la mia esposizione a cui si rivolge, rinvenendo errori che poi non vi sono di fatto, perché in pratica, prima di tenere in considerazione una mia certa asserzione che smentisce la lettura a precedente che lui già ha fatto all'interno della risposta, già attribuisce a quei primi passi della mia esposizione errori che poi di fatto non vi sono, però intanto lì lascia scritto nel suo articolo che io avrei fatto degli errori entro un certo passaggio della mia argomentazione, salvo poi dopo riconoscere che in effetti io non stessi dicendo quello che mi stava attribuendo come un errore in un certo passaggio, però intanto lascia che quella evidenziazione sia apparente come uno pseudo errore e questo dà l'impressione che io abbia fatto chissà quanti errori quando in realtà non ne ho fatti neanche uno. E lo ripeto, lui continua a presupporre che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito, perché presuppone che in quanto sono contrari, la diacronia e la sincronia non possano stare in un rapporto di inclusione perché sta continuando a considerare in modo astratto, isolante il rapporto stesso di inclusione. Non sta considerando il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito? Di conseguenza, la diacronia a cui si rivolge lui è un astratto del concreto che lui però, considerando come qualcosa di contrapposto in quanto lo ritiene contrario alla sincronia, lo sta isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito. Io questo già l'ho spiegato, quindi non ci ritorno. Fa un errore principale che poi ripropone a più livelli ed è inutile da parte sua che continui a riproporre le stesse obiezioni già confutate in diverse forme, perché l'errore che fa è sempre quello, lo reitera continuamente e inoltre ho notato questa ulteriore forma di errore nella sua disamina, che è quella di non riprendere nella sua interezza la mia argomentazione, ma di frammentarla e di fare delle contestazioni frammentarie nel modo che ho descritto prima, dando la parvenza che io abbia fatto tanti errori, quando invece poi di passo in passo si vede come attribuzioni di errori attribuite da lui in precedenza in realtà non sussistono e che erano solo frutto di una valutazione parziale di un'esposizione più ampia. Non mi viene in mente un termine adeguato per descrivere questa forma di fallacia logica, ma dovrebbe essere una specie di errore di omissione continua, per così dire, di altri passaggi che in realtà non è che non vengano considerati, ma vengono considerati uno o alla volta isolatamente. E il fatto di considerare a questo modo, isolatamente, tutta l'esposizione, da una parte, da un punto di vista retorico, fa sembrare che chi operi così abbia trattato nella sua interezza, in modo puntuale e preciso tutta la dissertazione. Dall'altra però consente anche quella modalità retorica. Ora, io non sto dicendo che il buon Fiaschi consapevolmente abbia realizzato questo tipo di struttura di contestazione, però è quello che appare, che lui ne sia consapevole o meno, è quello che si mostra. Dopodiché io non cambio la mia valutazione sulla sua preparazione, sulla sua capacità di ragionamento, però ci tengo a specificare queste cose. Dopodiché, se ancora non fosse convinto, magari e continuasse ancora a replicare, potrei farlo anch'io più nel dettaglio per far vedere proprio in maniera precisa e puntuale ove lui abbia commesso anche quella seconda forma di errore che ho spiegato. Non credo invece che serva ancora spiegare perché l'errore principale da lui commesso, quello di presupporre che la diacronia e la sincronia siano dei contrari e quindi degli opposti che si escludono a vicenda, sia l'errore di fondo che sta commettendo in questi articoli dal 188 al 190 almeno, e che sono responsabili poi di tutte le altre sue critiche perché tutte le altre critiche si fondano su questo presupposto, alla fine>>.

***

AS ha fatto bene a <<specificare queste cose>>.

Ed infatti mi dà modo di precisare.

(1)

Relativamente ai precedenti post, AS osserva: <<ho notato questa ulteriore forma di errore nella sua disamina, che è quella di non riprendere nella sua interezza la mia argomentazione, ma di frammentarla […]>>.

In realtà, trattasi di semplice analisi dei vari passaggi via via come si presentano, al fine di affrontare puntualmente e con ordine le tesi che AS di volta in volta espone nei suoi video.

Ciò AS lo sa bene, e ricordo, ai tempi del mio blog pro-Severino, come egli plaudesse al mio esser <<analiticissimo>>.

FRAMMENTARE, per me, significa rendere un discorso volutamente inintelligibile grazie ad uno spezzettamento che lo priverebbe di alcuni passaggi cruciali senza i quali, la ricezione dello stesso sarebbe tendenziosamente alterata.

Tutto al contrario, il mio modo di procedere (con TUTTI), consiste nel riportare letteralmente OGNI passaggio scritto/orale dell’interlocutore di turno, senza eccezioni, il che non significa affatto che essi vengano <<considerati uno o alla volta isolatamente>>, giacché il loro ordine è consequenziale e l’uno richiama l’altro, omogeneamente.

Ciò, proprio per l’esigenza di NON ignorare alcun brano, onde poter così realizzare un quadro critico completo, leale, rispettoso e non sospettabile di strumentale distorsione. In tal modo, il testo <<nella sua interezza>> NON è stato affatto omesso, al contrario: è stato riportato punto per punto.

(2)

Ma veniamo alla prima parte del video di AS, ove dice:  

<<E lo ripeto, lui [io: RF] continua a presupporre che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito, perché presuppone che in quanto sono contrari, la diacronia e la sincronia non possano stare in un rapporto di inclusione perché sta continuando a considerare in modo astratto, isolante il rapporto stesso di inclusione. Non sta considerando il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito? Di conseguenza, la diacronia a cui si rivolge lui è un astratto del concreto che lui però, considerando come qualcosa di contrapposto in quanto lo ritiene contrario alla sincronia, lo sta isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito. Io questo già l'ho spiegato, quindi non ci ritorno. Fa un errore principale che poi ripropone a più livelli ed è inutile da parte sua che continui a riproporre le stesse obiezioni già confutate in diverse forme, perché l'errore che fa è sempre quello, lo reitera continuamente>>.

In primo luogo, che <<sincronìa>> e <<diacronìa>> siano CONTRARI, NON lo PRESUPPONGO io, ma è nell’ordine dei significati:

https://www.google.com/search?q=qual+%C3%A8+il+contrario+di+sincron%C3%ACa%3F&oq=&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUqCQgBEEUYOxjCAzIJCAAQRRg7GMIDMgkIARBFGDsYwgMyCQgCEEUYOxjCAzIJCAMQRRg7GMIDMgkIBBBFGDsYwgMyCQgFEEUYOxjCAzIJCAYQRRg7GMIDMgkIBxBFGDsYwgPSAQkxMDE4ajBqMTWoAgiwAgHxBYsnltUJlbpe8QWLJ5bVCZW6Xg&sourceid=chrome&ie=UTF-8

Dunque, NON ho PRESUPPOSTO alcunché.

Inoltre, NON ho detto <<che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito>>, bensì che i due termini <<diacronìa>> e <<sincronìa>> sono TRA LORO CONTRARI e l’uno NON può essere ridotto all’altro (senza perderne aspetti fondamentali).

Che perciò l’apparire infinito-sincronico severiniano INCLUDA la diacronìa nella sincronìa mi era già ben chiaro, ma NON è tale INCLUSIONE ad esser oggetto di critica quanto, piuttosto, l’impossibilità che la sincronìa (poiché questo significato ESCLUDE di significare diacronìa) replichi se stessa (nell’apparire finito-isolato) in modo ad essa CONTRARIO, cioè, appunto, in modo diacronico; o che la diacronìa non sia altro che sincronìa già da sempre a-diacronicamente dispiegata.

Secondo AS, NON avrei considerato <<il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito?>>.

Certo che l’ho considerato, ed è esattamente QUESTO modo di concepire la diacronìa da parte di Severino che è stato oggetto di critica…

Ed infatti, sempre secondo AS, pare che il mio errore consista nel fatto che la diacronìa, a cui mi riferisco, sia <<un astratto del concreto>>, che però considererei <<come qualcosa di contrapposto in quanto lo>> riterrei <<contrario alla sincronia>>, cosicché lo starei <<isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito>>.

Ripeto, che la diacronìa significhi il CONTRARIO della sincronìa NON lo immagino io, ed anzi: essi sono TANTO PIÙ CONTRARI quanto la sincronìa è il concreto e la diacronìa l’<<astratto del concreto>>!

Per giustificare tale NON-CONTRAPPOSIZIONE, AS chiama in causa una ossimorica <<diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito>>.

Il che vuol dire introdurre una NUOVA CONTRADDIZIONE per risolverne un’altra.

Che cosa sarà mai, infatti, la <<diacronia sincronica>>?

Essa richiama immediatamente un MOVIMENTO-NON-MUOVENTESI, o uno SCORRIMENTO-NON-SCORRENTE.

D’altronde, che essa sia una contraddizione, lo ha ben percepito lo stesso AS nel precedente post (190), ove ha riconosciuto che possa <<sembrare un ossimoro, una contraddizione>> l’<<apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire SENZA che incominci ad apparire>>!

Tale contraddittoria <<diacronia sincronica>> dovrebbe rendere plausibile che, nell’apparire finito-diacronico-isolato, la sincronìa dell’apparire infinito si riveli in modo CONTRARIO a come quest’ultima è, cioè che si riveli in modo NON-sincronico!

Ma torniamo alle indicazioni di AS secondo le quali non è contraddittorio che la diacronìa del finito altro non sia che la sincronìa concreta, reale, eternamente nonché interamente dispiegata.

L’insieme degli ‘ingredienti’ per legittimare incontraddittoriamente l’<<apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire SENZA che incominci ad apparire>>, sarebbe il seguente (ho evidenziato i concetti chiave):

(a)- l’apparire FINITO;

(b)- l’ISOLAMENTO (relativo) dell’apparire finito e degli stati coscienziali;

(c)- l’INCOMINCIANTE-apparire (e scomparire) degli enti includente in sé i vari PASSAGGI tra T1 e T2, T3, etc…;

(d)- la COPERTURA di ciò sul quale il sopraggiungente (l’incominciante apparire incomincia a) sopraggiunge, coprendolo/nascondendolo come un ormai (oltre)passato.

Tutti questi aspetti (tutti eterni) sarebbero eternamente inclusi ed esperiti SINCRONICAMENTE nel <<loro apparire TUTTI ASSIEME nell'apparire infinito>> (come ha detto AS nel precedente post), ove appunto ogni <<incominciante apparire>> appare <<SENZA che incominci ad apparire>> (è sempre AS che parla), giacché nella SINCRONÌA NON può esservi per definizione un prima ed un dopo.

Invece, tutti questi aspetti, calati nell’apparire finito, costituirebbero la DIACRONÌA a noi tutti ben nota, nella quale gli enti NON appaiono <<TUTTI ASSIEME>> giacché vi è un prima ed un dopo nel loro apparire…

 

 

 (3) CRITICA

 

Il punto (a) _ l’apparire FINITO _ NON è la condizione sufficiente per il darsi di qualsivoglia diacronìa a partire da una sincronìa immobile, giacché <<finito>> NON è sinonimo di <<diacronìa>> e quindi un cerchio dell’apparire finito può ben ‘ospitare’ un contenuto FINITO ed IMMOBILE/IN-DIVENIENTE, cioè uno spettacolo sempre FISSO ed INVARIABILE, e ciò senza alcuna contraddizione.

Consideriamoli giustamente tutti insieme, per vedere se la tesi severiniana regge.

Ma, si replicherà, in (a) si deve tener conto di (c) unitamente a (b).

Eppure, così come nell’apparire sincronico gli incomincianti-apparire del punto (c) non appaiono uno alla volta poiché sono già TUTTI interamente dispiegati/apparenti, allora non si capisce perché in (a), essi (c) debbano comportarsi DIVERSAMENTE rispetto all’apparire sincronico.

Si dirà: poiché (a) è FINITO ed ISOLATO (b), gli incomincianti-apparire (c) si mostrano finitamente-isolatamente, ossia uno per volta in quanto, appunto, incominciano ad apparire, senza perciò mostrarsi insieme a (in sincronia con) ciò da cui sono ISOLATI.

NO, NON è una necessità che nel finito essi si mostrino uno per volta, anzi: NON se ne vede la ragione.

Infatti, ANCHE in (a), gli incomincianti-apparire potrebbero incontraddittoriamente apparire solo come UNA PARTE INDIVENIENTE della SINCRONICITÀ INDIVENIENTE dell’apparire infinito-sincronico, identicamente a come essi già apparirebbero in quest’ultimo, con l’unica differenza che nell’apparire infinito-sincronico, gli incomincianti-apparire appaiono già eternamente TUTTI INSIEME, mentre in (a) potrebbero benissimo costituirsi come PARTI SINCRONICHE, IMMOBILI, seppur ISOLATE (ma a questo punto poco o nulla importa) da altre PARTI IMMOBILI e dal TUTTO.

Anzi nemmeno, giacché se in ogni cerchio FINITO vi apparisse un SINGOLO ed UNICO INVARIANTE, sempiterno spettacolo SINCRONICO, esso apparirebbe esattamene come appare nell’apparire infinito-sincronico, sì che allora, in questo caso, nessun cerchio sarebbe mai ISOLATO dall’apparire infinito-sincronico, appunto perché ogni cerchio finito ripresenterebbe in sé UNA PORZIONE di sincronicità nello stesso preciso modo in cui essa è presente nell’apparire infinito-sincronico!

E invece così non è, evidentemente, perché in (a) appaiono diacronicamente.

Si ribatterà che gli incomincianti-apparire DEVONO incominciare ad apparire, altrimenti NEGHEREBBERO la propria identità di incomincianti.

Se così, allora essi già NEGANO la propria identità nell’apparire infinito-sincronico dove, infatti, nulla mai comincia ad apparire né nulla mai viene COPERTO _ punto (d) _ da un qualsiasi sopraggiungente/incominciante apparire.

Pertanto, NEPPURE il concorso del punto (d) _ il venir COPERTO/NASCOSTO da parte del sopraggiungente _ può aiutarci in alcun modo, NEPPURE se accompagnato da, o in combinazione con (b), perché ciò che in (a) è COPERTO/NASCOSTO/ISOLATO, NON è però COPERTO/NASCOSTO/ISOLATO nell’apparire sincronico, e quindi (a), oltre a NON essere sinonimo di diacronìa, NON è neppure sinonimo di NASCONDIMENTO.

Infatti, basterebbe progettare ogni cerchio FINITO ospitante solo UNA PARTE di contenuto IMMOBILE, interamente SINCRONICO, cioè interamente NON-NASCOSTO/COPERTO da alcun sopraggiungente, come appunto è nell’apparire infinito-sincronico, ove i sopraggiungenti NON coprono/nascondono ciò sul quale essi sopraggiungono; diversamente, l’apparire infinito NON sarebbe quell’orizzonte di luce ove tutto è da sempre dispiegato, poiché lascerebbe alcuni essenti COPERTI, ISOLATI, in OMBRA e così esso NON si distinguerebbe da (a), cioè dall’apparire finito.

Ma così non è, evidentemente…

Nel precedente post, AS ebbe ad osservare come il sottoscritto non avrebbe considerato <<adeguatamente che l'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia include anche l'apparire uno alla volta dei passaggi, proprio perché nell'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia appare il contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri. Ed è in questo modo che il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>.

Bene; dunque, <<il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale [ = sincronico] che appare eternamente nell'apparire infinito>> <<in questo modo>>, ossia includendo <<anche l'apparire uno alla volta dei passaggi>> della diacronìa, passaggi che appaiono <<tutti insieme>> nell’apparire sincronico unitamente al <<contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri>>.

Risolto il problema?

Niente affatto, è AGGRAVATO, come già suggerivo nei post nn. 189 e 190.

Infatti, se nell’apparire sincronico appaiono <<tutti insieme>> i <<passaggi della diacronia>> incluso <<il contenuto isolante interno a ogni passaggio>>, allora chiedo:

PERCHÉ nell’apparire sincronico appaiono <<TUTTI INSIEME>> i <<passaggi della diacronia>> mentre, nell’apparire finito, GLI STESSI NON appaiono <<TUTTI INSIEME>>?

Eppure gli ‘ingredienti’ di cui sopra sono assolutamente GLI STESSI!

Con l’abissale differenza che nell’apparire sincronico, essi, ripeto, appaiono <<TUTTI INSIEME>>, mentre, al CONTRARIO, nell’apparire finito NO, compaiono uno per volta!

PERCHÉ?

Forse, a cagion dell’isolamento?

NO, perché AS ha appena affermato che il modo <<totale che appare eternamente nell'apparire infinito>> è inclusivo ANCHE del <<contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri>>, ESATTAMENTE COME accade nell’apparire finito.

E allora, ridomando:

PERCHÉ nell’apparire finito appare un ‘andirivieni’ diacronico del <<contenuto isolante interno a ogni passaggio>> il quale invece _ pur apparendo esattamente com’è ANCHE nell’apparire infinito e quindi a parità di configurazione _, nell’apparire infinito-sincronico tale ‘andirivieni’ è FERMO, DATO TUTTO INSIEME ossia SINCRONICO?

La domanda vale anche per l’inverso:

PERCHÉ quegli ‘ingredienti’ che concorrono insieme a costituire il <<contenuto isolante interno a ogni passaggio>> e che perciò appaiono <<TUTTI INSIEME>> nell’apparire sincronico _ inclusi i vari isolamenti _, nel finito, invece, NON appaiono <<TUTTI INSIEME>> pur essendo gli stessi? 

Eppure, ripeto, secondo AS, all’apparire infinito appare ANCHE (esperisce il/è cosciente del) <<contenuto ISOLANTE interno a ogni passaggio>> proprio come esso appare nel finito.

Ciò vuol dire che la struttura FINITA dell’apparire _ ‘ingrediente’ (a) _, il <<contenuto ISOLANTE interno a ogni passaggio>> _ ‘ingrediente’ (b) _, riescono a spiegare la DIFFERENZA tra due modi di apparire tra loro CONTRARI

 

Roberto Fiaschi

……………………..

mercoledì 11 febbraio 2026

190)- ANGELO SANTINI: RISOLTA «UNA CRITICA A EMANUELE SEVERINO QUASI IMPOSSIBILE DA CONFUTARE»?

Ancora una volta, riporto il contenuto di un video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini ( = AS), inizialmente intitolato: <<Luigi Pavone non guardare questo video! Ti porterà alla disperazione>> (https://www.youtube.com/watch?v=q65vbccfA0M&t=92s), poi cambiato _ a quanto vedo _, in: <<Risolvo una critica a Emanuele Severino quasi impossibile da confutare>>.

Vedremo via via come la replica (e la relativa presunta confutazione) di AS consista principalmente nell’attribuirmi continue PRESUPPOSIZIONI NON DIMOSTRATE.

In realtà, vedremo che così non è.

(1)

Ecco l’inizio del testo di AS:

<<Allora, vi indico l'articolo di Roberto Fiaschi nel suo blog, il numero 188 dovrebbe essere l'ultimo, nel quale ha posto otto punti critici alla mia lettura del complesso rapporto tra apparire infinito e finito in Severino, in particolare in rapporto alla diacronia. Questo video riguarda tematiche molto avanzate, quindi non posso semplificare, è possibile seguirlo solo per chi già conosce questa ontologia, quella di Emanuele Severino. Allora, leggo. Rispondo al primo punto della elaborata critica di Fiaschi. L'inferenza di Fiaschi secondo cui, dal fatto che nell'apparire infinito appaiano tutti i passaggi della diacronia segua che nell'apparire infinito la diacronia non possa apparire finitamente è scorretta. Infatti Fiaschi non ha dimostrato, ma semplicemente presupposto in tale argomentazione che l'apparire di tutta la diacronia nell'apparire infinito escluda l'apparire della finitezza della diacronia. Ovvero del suo apparire come appare nella dimensione finita dell'apparire>>. 

Prima pausa.

Orbene, se è vero, come è vero, che il CONTRARIO di “diacronìa” _ il CONTRARIO! _ è “sincronìa”, allora escludere la diacronìa dall’apparire infinito ove appunto vige il suo (della diacronìa) CONTRARIO, non è un aver <<semplicemente presupposto>> qualcosa che non avrei dimostrato, perché è nell’ordine immediato dei significati stessi che si evince l’esclusione (da parte dell’apparire infinito) del proprio CONTRARIO ( = la diacronìa) laddove (nell’apparire infinito) vige il CONTRARIO ( = la sincronìa) di ciò (della diacronìa) che, per ciò stesso, viene escluso.

Ora, so benissimo che per Severino la diacronìa-isolata dell’apparire finito è certamente presente ANCHE nella sincronìa dell’infinito, in tutti i suoi passaggi; ne ho evidentemente tenuto conto, altrimenti non avrei neppure potuto avanzare tali critiche. Ma, proprio perché ne ho tenuto conto, tale presenza dà luogo ad APORIE.

Continuiamo, però, a leggere la spiegazione di AS:

<<Non ha considerato che la forma parziale del dinamismo processuale che caratterizza il suo apparire finito è, in quanto già costituito dalla articolazione interna dell'iposintassi eternamente presente e apparente nell'apparire infinito>>.

Invece sì che l’ho considerato.

Infatti, nel paragrafo (1) _ quello che AS sta considerando _, del post n° 188, avevo precisato:

Pertanto, come si può facilmente constatare, NON ho affatto escluso <<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale>>, ma ho escluso che tale inclusione NON sia contraddittoria.

Quindi avevo scritto l’esatto contrario di quanto invece ASD mi sta attribuendo.

Ma, come si suol dire: carta canta

Prosegue AS:

<<In pratica, nella sua obiezione, non si considera adeguatamente che l'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia include anche l'apparire uno alla volta dei passaggi, proprio perché nell'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia appare il contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri. Ed è in questo modo che il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>.

Come detto, l’ho ben considerato perché, in caso contrario, non avrei neppure potuto stilare la critica dell’aporetica presenza diacronica nel sincronico, no?

È infatti chiaro che tale critica ha luogo di essere se e soltanto se <<il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>, altrimenti, COSA avrei criticato? Nulla.

Ancora AS:

<<Segue quindi che sia sbagliata la sua asserzione secondo cui è impossibile che nell'apparire infinito la diacronia processuale possa apparire identicamente per come appare nell'apparire finito. In questo giudizio suo si tiene in conto a parole della inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>;

ah, ma allora adesso AS RICONOSCE che HO CONSIDERATO l’<<inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>!

Tuttavia, secondo lui, avrei tenuto conto di ciò soltanto <<a parole>>…

Ma proseguiamo:

AS: << In questo giudizio suo si tiene in conto a parole della inclusione dell'apparire finito nell'infinito, ma nei fatti si isola l'isolamento coscienziale interno all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito, non prendendo in considerazione nel concreto la struttura della diacronia nella sua interezza>>.

I <<fatti>> da me ignorati consisterebbero nell’aver, io, ISOLATO <<l'isolamento coscienziale interno all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito>>.

Ma l’introduzione della faccenda dell’ISOLAMENTO NON CAMBIA NULLA ai fini della mia critica.

Infatti, nel punto (1), la mia critica consisteva nel rilevare che:

siccome nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, allora è palese come in esso NON possa darsi quel <<dinamismo processuale>> nello STESSO IDENTICO MODO in cui questo si dà appunto nell’apparire finito. Se infatti si desse nello STESSO MODO, allora ciò SMENTIREBBE che nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>.

E aggiungevo:

Se l’apparire infinito esperisce la <<prospettiva parziale della diacronia>> ESATTAMENTE nello stesso modo in cui la esperiamo noi, allora, ripeto: NON è vero che l’apparire infinito esperisca <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano>> e che perciò in esso <<appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, giacché ALMENO la <<prospettiva parziale della diacronia>> dovrà esperirla ESATTAMENTE in modo diacronico, <<uno alla volta>> e NON in modo sincronico-simultaneo <<determinatamente assieme>>.

Dunque, è facile sincerarsi che l’aggiunta dell’isolamento NON cambi nulla ma anzi, PEGGIORA la tesi di AS.

Infatti, alla già contraddittoria presenza diacronica nel sincronico, aggiungendovi l’isolamento AGGRAVIAMO TALE CONTRADDITTORIETÀ, perché così veniamo a dire che ANCHE l’isolamento è esperito dal sincronico _ ove nulla può mai apparire isolato dal proprio altro _, cosicché RADICALIZZEREMMO LO IATO tra diacronia-isolata e sincronia ove tutto è già da sempre scopertamente apparente e quindi è NON-diacronico!

AS:

<<Segue che è anche scorretto sostenere che se si desse invece allo stesso modo, ciò renderebbe impossibile apparire determinatamente di tutti i passaggi della diacronia assieme, in quanto l'interno coscienziale dei passaggi della diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e l'isolamento sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli altri. Fiaschi non ha considerato questo aspetto fondamentale e ha semplicemente presupposto, senza dimostrarlo, che l'isolamento coscienziale interno ai passaggi della diacronia sia incompatibile con il fatto che tali passaggi appaio eternamente insieme nella più ampia dimensione dell'apparire infinito>>.

Ciò che AS considera un <<aspetto fondamentale>> (ma che non avrei considerato) consiste nella tesi secondo la quale l’<<interno coscienziale dei passaggi della diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e l'isolamento sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli altri>>.

Quel che AS continua a NON voler prendere atto è che anche, o meglio: PROPRIO conservando <<la finitezza e l'isolamento>> dei <<passaggi della diacronia>> pur nel loro isolamento, la sincronìa NON può esperire <<tutti i passaggi>> che <<appaiono assieme agli altri>> COME li esperiamo noi nel finito-isolato, perché ciò vorrebbe dire che l’apparire sincronico, esperendo ANCHE l’isolamento in sé conservato, NON sia ciò ove <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, perché se l’apparire infinito li esperisse così, sarebbe ESSO STESSO IDENTICAMENTE DIACRONICO tanto quanto diacronico è l’apparire finito.

Ma ciò NON può essere, proprio perché l’apparire infinito-sincronico è PER DEFINIZIONE ciò in cui nulla comincia ad apparire né a sparire, visto che TUTTO è già in piena luce SINCRONICAMENTE, NON DIACRONICAMENTE.

Per cui anche l’eterna presenza dell’incominciante-apparire nonché del suo stesso COPRIRE l’essente sul quale sopraggiunge, NON comincia ad apparire né COPRE alcunché perché, se COPRISSE, allora l’apparire infinito NON sarebbe ciò in cui nulla comincia mai ad apparire (né a scomparire) e quindi NON vi sarebbe alcun essente COPERTO dal sopraggiungente, giacché ANCHE tale essente COPERTO, nell’apparire infinito sarebbe in realtà DA SEMPRE S-COPERTO

Questa, ripeto, non è una mia presupposizione indimostrata, perché, che l’apparire infinito-sincronico sia ciò, è esattamente nella sua stessa DEFINIZIONE la quale, proprio per questo, NON deve esser dimostrata!

Poco e NULLA IMPORTA (se non in senso peggiorativo) che nell’apparire infinito vi siano già tutti i passaggi conservati insieme al loro isolamento e quant’altro si voglia; l’avevo già ben considerato, ma ripeto:

NULLA IMPORTA, perché questi passaggi, nell’apparire sincronico, NON sono diacronici bensì, ripeto: unicamente SINCRONICI.

Al massimo essi SIMULANO una diacronìa, ma NON LA POSSONO ESSERE!, essendo soltanto una diacronìa DIPINTA, IMMOBILE, FITTIZIA, ILLUSORIA…

Se inoltre l’apparire infinito-sincronico esperisse la diacronìa nel modo esatto in cui la esperiamo noi, lo stesso apparire infinito sarebbe ISOLATO per quel tanto che esso ESPERISCE L’ISOLAMENTO nell’identico modo in cui lo sperimentiamo noi.

AS:

<<Inoltre, siccome nell'articolazione interna dell'iposintassi i sopraggiungenti sono disposti in modo tale che ognuno sia sopraggiungente rispetto ad altri e oltrepassato rispetto a certi altri ancora, e siccome ogni passaggio della diacronia è presente, in ogni passaggio della diacronia è presente lo stesso contenuto coscienziale isolato che appare nella nostra dimensione finita, l'apparire dei sopraggiungenti prima e dopo altri è una condizione già eternamente inclusa ed esperita nella loro apparire tutti assieme nell'apparire infinito, in quanto l'apparire prima e dopo è semplicemente l'apparire rispettivamente come sopraggiungente e come oltrepassato relativamente a ciò su cui rispettivamente si oltrepassa e si è oltrepassati. Queste condizioni e modi di apparire sono già eternamente posti e apparenti nell'apparire infinito, tale che l'apparire di un passaggio alla volta della diacronia non comporta nessuna dinamica nichilista e nessuna delle apparenti contraddizioni affermate da Fiaschi nel punto qui esaminato, il primo del suo articolo>>.

Per tutto ciò, vale quanto appena già detto subito sopra…

Ancora AS:

<<Eh, comunque colgo l'occasione per fargli i complimenti perché è uno dei dei più attenti lettori di Severino che fa obiezioni molto insidiose, che solo un esperto come me di filosofia severiniana può riuscire a risolvere e confutare>>.

Grazie di cuore, contraccambio sentitamente.

(2)

AS:

<<Secondo punto. Fiaschi sostiene che se si vuole mantenere ferma la differenza tra l'apparire finito e quello infinito, anche considerandola interna all'apparire infinito, sarebbe impossibile mantenere fermo che esso sia la dimensione in cui appare tutto, compreso anche il modo finito dell'apparire processuale. Ma ciò è sbagliato perché si è mostrato come possa conservarsi eternamente la finitezza dell'apparire processuale finito, pur apparendo in modo completo e compiuto nell'apparire infinito, perché Fiaschi non ha preso in considerazione cosa sia, nel concreto la finitezza e il relativo isolamento coscienziale interno alla struttura dell'apparire finito>>.

Senonché, anche riguardo a questa considerazione di AS, ho risposto sopra.

Aggiungo _ anzi: ripeto _, che l’introduzione reiterata del <<relativo isolamento coscienziale interno alla struttura dell'apparire finito>> NON sposta tantomeno confuta la critica bensì la AGGRAVA per le ragioni esposte sopra.

AS:

<<Segue anche un altro errore, ovvero quello di sostenere che se l'isolamento coscienziale dell'apparire finito è tenuto fermo, non possa apparire assieme a ciò che lo oltrepassa nell'apparire infinito, per apparire come isolamento coscienziale relativo all'apparire finito, per come è esperito in modo tale nel finito, o per meglio dire, per come è esperito in tale modo finito, dovrebbe apparire isolatamente anche nell'apparire infinito e quindi non dovrebbe apparire assieme a ciò che oltrepassa tale isolamento. Questo è quello che lascia intendere di pensare fiaschi. Qui l'errore consiste nel presupporre che l'isolamento non si conservi per il semplice fatto che i contenuti coscienziali isolati non possano preservarsi apparendo assieme a ciò che li oltrepassa. Più nello specifico, l'errore è di presupporre che ciò che appare come oltrepassamento dell'isolamento di tali contenuti nell'apparire infinito appaia all'interno dell'isolamento dei contenuti coscienziali isolati, che è ciò che permetterebbe a Fiaschi di sostenere questa critica. Ma l'apparire dei contenuti coscienziali isolati assieme a quelli oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma solo che i secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia, l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il concreto oltrepassamento originario dei primi>>.

Ripeto, il cuore delle mie critiche scaturisce dalla DIFFERENZA tra i CONTRARI: diacronìa e sincronìa.

Ciò ribadito, l’errore che AS mi attribuisce qui sopra, sarebbe da lui CONFUTATO e quindi RISOLTO affermando che <<l'apparire dei contenuti coscienziali isolati assieme a quelli oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma solo che i secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia, l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il concreto oltrepassamento originario dei primi>>.

In realtà, AS ripete nuovamente la tesi che però è già stata oggetto di critica.

Infatti, è proprio perché nell’apparire infinito <<l'apparire dei contenuti coscienziali isolati>> appaiono <<assieme a quelli oltrepassati>>, che tali contenuti da sempre sincronicamente apparenti costituiscono l’esatto CONTRARIO del modo in cui essi appaiono nell’apparire finito!

Affermare che essi <<appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia>>, vuol dire che essi appaiono SINCRONICAMENTE, e NON NEL MODO ESATTO in cui essi appaiono a noi qui, nell’apparire finito!

Tale <<apparire assieme>> è esattamente ciò che IMPEDISCE di giustificare la presenza dell’apparire diacronico NEL sincronico, e quindi che quest’ultimo sia percepito diveniente NELL’apparire finito.

AS:

<<Per motivi analoghi, nell'argomento di Fiaschi semplicemente si presuppone, senza dimostrarlo, che sia impossibile preservare contenuti coscienziali isolati in una forma di apparire infinito in cui appare la consapevolezza di ciò che oltrepassa quei contenuti isolati>>.

No, anzi; ho più volte ribadito come nell’apparire infinito TUTTI i <<contenuti coscienziali isolati>> sono eternamente PRESERVATI e quindi dispiegati gli uni <<assieme>> agli altri.

AS:

<<Questo perché presuppone nel suo argomento implicitamente che la consapevolezza del trascendimento dell'isolamento di quei contenuti coscienziali si debba manifestare all'interno di quei contenuti coscienziali isolati, rendendo impossibile il loro preservarsi in quanto coscienziale, in quanto contenuti coscienziali isolati. Eppure, nell'argomento di Fiaschi, scusate, oppure, nell'argomento di Fiaschi si presuppone implicitamente che l'apparire infinito, pur avendo uno sguardo coscienziale unitario a cui tutto appare, non possa includere in sé infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato senza alterarlo>>.

Non posso <<presupporre>> ciò che AS mi attribuisce, perché altrimenti la mia stessa critica non avrebbe avuto alcuna ragione per esser posta/avanzata.

Certamente, infatti, <<l'apparire infinito, pur avendo uno sguardo coscienziale unitario a cui tutto appare>>, secondo Severino DEVE <<includere in sé infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato senza alterarlo>>.

È proprio questo il punto critico!

Tale inclusione è in concerto sincronico con la totalità degli enti, quindi l’apparire infinito include qualcosa che funge al CONTRARIO rispetto a come ‘funziona’ nella percezione diacronica caratterizzante l’apparire finito.

AS:

<<Inoltre, un altro errore implicito in questa posizione di Fiaschi è di assolutizzare la consapevolezza isolante che si mostra nell'esperienza finita, come se l'apparire finito non fosse già eternamente compiuto. È come se tutti gli stadi di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria, non fossero già eternamente connessi e superanti progressivamente rispetto alla modalità finita e originaria rispetto all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito. La contraddizione C dell'isolamento coscienziale>>.

La <<consapevolezza isolante che si mostra nell'esperienza finita>> NON viene assolutizzata, bensì presa per ciò che essa è ed appare a noi.

Essa è un essente, così come essenti sono gli enti nella loro diacronìa. Si deve tenerne conto, proprio perché in Severino TUTTO è un essente eternamente dato.

Certo: <<tutti gli stadi di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria>>, sono (secondo Severino) <<già eternamente connessi e superanti progressivamente rispetto alla modalità finita e originaria rispetto all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito>>, chi lo ha mai ignorato?

Ed è proprio questo aspetto ad essere oggetto di critica in quanto foriero di APORIE irrisolvibili.

AS:

<<Si ribadisca poi che l'oltrepassamento dell'isolamento non può e non deve avvenire apparire nel contenuto isolato, perché questo significherebbe alterarlo e trasformarlo da errore a verità. L'oltrepassamento dell'isolamento, per essere tale richiede solo che il contenuto isolato appaia preservato nel suo isolamento, in una prospettiva di più ampia coscienza, di coscienza più ampia, in cui appare che tale contenuto coscienziale isolato è errore, non è il singolo contenuto coscienziale a dover essere redento. Questo significa anche che l'isolamento coscienziale di tali contenuti iposintattici è identicamente e scusatemi, è eternamente identico a sé e al contempo è oltrepassato, ma oltre se medesimo>>.

Anche qui, AS non fa altro _ giustamente dal suo punto di vista _, che RIBADIRE e DESCRIVERE uno stato di cose, nulla di più; ma ciò non sfiora neppure il senso della critica che, mi pare, continua a non essere intravisto da AS.

(3)

AS:

<<Punto terzo. Questo punto risulta confutato considerando quanto esposto prima. Nell'apparire infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che quella non isolata della diacronia. Si aggiunga che la differenza degli essenti per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in quella non isolata è una differenza interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire finito. Gli essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa differenza interna all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.

Non capisco perché AS continui a spiegare delle tematiche scambiandole per confutazioni.

Infatti ribadisce:

<<Nell'apparire infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che quella non isolata della diacronia>>.

OK, questo è chiaro.

Poi, prosegue AS:

<<Si aggiunga che la differenza degli essenti per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in quella non isolata è una differenza interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire finito>>.

Certo, ovvio, nessuno l’ha mai negato.

AS:

<<Gli essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa differenza interna all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.

E qui AS si chiude nel sacco con le proprie mani.

Infatti, se quegli essenti che <<appaiono differenti>>_ in realtà: CONTRARI _, cioè se la forma diacronica-isolata e la forma sincronica in cui tutto <<è già eternamente apparente>> fossero LA STESSA forma ma esperita/vista da due <<rispetti diversi>>, allora NON sarebbero (non si riferirebbero a) LA STESSA, poiché, in quanto forme eternamente tra loro contrarie, come potrebbero esser LA STESSA?

Esse sarebbero perciò due forme parallele e ‘affiancate’, diciamo così, nell’apparire sincronico-infinito, ma MAI sarebbero LA STESSA forma esperita/vista da due <<rispetti diversi>>!

Due <<rispetti diversi>> NON unificano due CONTRARI!

Oltretutto, rimarrebbe ferma l’aporia secondo la quale la forma diacronica NON apparirebbe, nell’apparire infinito, nella forma sincronica ossia già da sempre dispiegata  perché quest’ultima, in quanto differente/contraria rispetto alla forma diacronica del finito, come detto NON sarebbe LA STESSA e quindi l’apparire infinito includerebbe la forma diacronica-isolata come ciò che, in esso, MAI appare dispiegata al modo in cui tutti gli altri enti sono da sempre interamente dispiegati alla ‘luce’ sincronica dell’apparire infinito.

Il che vuole anche dire che l’apparire infinito NON è ciò in cui <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!

AS:

<<Consegue la contraddizione apparente di Fiaschi, secondo cui questa differenza porti gli enti a essere contemporaneamente gli stessi, sia nel modo isolato che nel modo non isolato di apparire, sia differenti da loro stessi in quanto appaiono in modi diversi in queste modalità. Fiaschi non ha considerato che questi modi diversi di apparire sono determinazioni originarie dei modi di apparire che competono già eternamente in origine agli stessi enti>>.

Che il modo non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il secondo e l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, secondo AS fa sì che la <<differenza non [sia] tale che lo stesso ente che appare isolatamente non [sia] sempliciter lo stesso che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente che appare isolatamente non è tutto il se medesimo che appare non isolatamente. In pratica anche questa differenza è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire concreto>>.

Invece, che il modo non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il secondo e l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, NON fa sì che la <<differenza non [sia] tale che lo stesso ente che appare isolatamente non [sia] sempliciter lo stesso che appare non isolatamente>, perché sincronìa e diacronìa sono CONTRARI e per di più ETERNAMENTE CONTRARI.

Pertanto, quei due <<rispetti diversi>> sono anch’essi due rispetti ETERNAMENTE CONTRARI tanto quanto è ETERNAMENTE CONTRARIO il loro contenuto, cioè la sincronìa infinita e la diacronìa-isolata, sì che NON siano MAI unificati nell’impossibile riferimento ad una STESSA forma.

AS:

<<Più nello specifico, Fiaschi non considera nel concreto in cosa consiste la differenza di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato dal se medesimo in quanto apparente in modo isolato. Il primo modo include il secondo e l'oltrepassa originariamente ed eternamente. La differenza dunque non è tale che lo stesso ente che appare isolatamente non è sempliciter lo stesso che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente che appare isolatamente non è tutto il se medesimo che appare non isolatamente. In pratica anche questa differenza è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire concreto>>.  

La <<differenza di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato>> differisce dal <<medesimo in quanto apparente in modo isolato>> per il fatto che quest’ultimo NON è mai l’ente che dice di essere/apparire, in quanto _ contraddizione C _ non appare insieme ad esso tutta la concretezza che lo avvolge e lo DETERMINA CONCRETAMENTE nella sua IDENTITÀ REALE.

(TRA PARENTESI: poiché nel finito NESSUN essente è mai ciò che dice di essere/apparire, allora ciò vale per qualsiasi altro ente/aspetto, ANCHE per il principio di non-contraddizione, ANCHE per l’élenchos, giacché se qui tutto appare isolatamente/astrattamente di modo tale, appunto, da NON ESSER MAI ciò che sembra e/o dice di essere, allora anche il principio di identità/non-contraddizione SMENTISCE sé, cioè NEGA di essere ciò che dice di essere. Chiusa parentesi).

Tale non-esser mai ciò che sembra essere è un eterno che non sarà mai LO STESSO concreto ente che invece appare nell’infinito <<in modo non isolato>>, perché il primo resta tale e quale, eternamente, nella sua posizione di manchevolezza che neppure l’intera concretezza dell’apparire infinito potrebbe mai oltrepassarne l’astrattezza, giacché, NON potendo DIVENTARE concreto (cioè altro-da-sé), è destinato per ciò a restare astratto per sempre, eternamente.

Lo stesso dicasi della diacronìa.

Essa non è diacronìa sol perché non mostra ciò da cui è isolata; essa è invece essenzialmente il CONTRARIO della sincronìa dell’apparire infinito, perché se in questo la diacronìa apparisse bell’e dispiegata sincronicamente in tutti i suoi passaggi (come infatti dovrebbe), cesserebbe di essere IDENTICA a come invece essa è esperita nel finito-diacronico.

AS:

<<Le ragioni fin qui esposte che confutano le obiezioni finora esaminate dell'articolo di Fiaschi valgono anche per la sua critica relativamente al modo di intendere in Severino lo scomparire. Fiaschi riconosce che la lettura da me fornita riguardo allo scomparire, intenso come copertura relativa dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati, relativa appunto all'orizzonte finito dei cerchi finiti del destino, alle loro attualità, sia coerente con le tesi di Severino. Tuttavia non considera nel concreto cosa ciò implichi. Considerando infatti che all'apparire infinito appaiono eternamente tutti i passaggi dell'iposintassi e tutte le prospettive finite e parziali isolanti che li riguardano, nell'apparire infinito appaiono anche tutte le coperture in questione e il loro contenuto coscienziale isolante relativo. Sicché, nell'apparire infinito, anche la copertura, lo scomparire cosiddetto tale di cui si sta parlando, appare eternamente per come appare nella modalità finita dell'apparire processuale>>.

Al netto del fatto che ancora NON ho intravisto alcuna <<confutazione>>, bensì soltanto DESCRIZIONI/DELUCIDAZIONI ben esposte ma scambiate per confutazioni e che perciò NON spostano di uno iota la mia critica, per quanto riguarda la <<copertura>> menzionata da AS, vedasi i precedenti post nn. 188 e 189.

AS:

<<Un altro equivoco nell'argomento di Fiaschi è di assumere che nell'apparire finito processuale il fatto che i contenuti dell'iposintassi appaiano uno alla volta significhi che essi si isolino realmente dagli altri in questo modo di apparire. Ma questo è sbagliato. Infatti, anche quando essi appaiono uno alla volta, tra virgolette, non stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del fluire dinamico e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo apparire>>.

Avevo invece precisato che l’isolamento, sia esso reale o parziale, non cambia nulla nella faccenda; glielo riporto:

per la terza volta, AS si limita a ripetere la tesi dell’isolamento [da me a suo dire] creduto reale ma in realtà rivelantesi fittizio, irreale. L’ho capito, conosco bene questa tesi, ma ripeto: QUI, NON CONTA ALCUNCHÉ. Riesaminiamola. AS dice che <<tutti i contenuti dell'iposintassi che a noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito, neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito>>. Ripeto, non c’entra nulla giacché, che quei contenuti iposintattici NON siano isolati <<dall'apparire infinito>>, lascia del tutto INTATTA la diacronìa come incominciare e cessare di apparire nel modo da noi innegabilmente esperito. Isolati o no, RESTA INNEGABILMENTE la DIACRONICITÀ del finito (a meno che non si voglia sostenere che, tolto l’isolamento <<all'apparire infinito>>, avremmo anche nel finito un apparire sincronico-indiveniente, il che è tassativamente escluso: vorrebbe dire negare l’apparire finito).

Pertanto, quand’anche <<essi appai[a]no uno alla volta, tra virgolette, non stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del fluire dinamico e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo apparire>>, vorrei innanzitutto COSA SIGNIFICHI:

<<tra virgolette>> riguardo al loro apparire <<uno alla volta>>.

Dopodiché, che essi non stiano <<mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi>>, ripeto per l’ennesima volta, NON rende intelligibile la DIFFERENZA di CONTRARIETÀ tra apparire diacronico e sincronico.

Sta di fatto che nell’apparire infinito, quel che sembra LA STESSA diacronìa del finito ove gli enti sono incomincianti e sopraggiungenti, nell’infinito essi non incominciano e non sopraggiungono.

NON basta menzionare la <<concatenazione dei sopraggiungenti>>, l’isolamento seppur parziale, <<i passaggi da T1 a T2>>, la <<finitezza dell’apparire>> etc…, visto che tutto ciò, nell’apparire infinito, NON dà affatto luogo a quella diacronìa che tutti noi esperiamo…

AS:

<<L'apparire della diacronia in modo processuale è finito, pertanto esclude l'isolamento separante che è assunto implicitamente nell'argomento di Fiaschi>>.

A dire il vero, <<l'isolamento separante>>, nei due post precedenti sopra citati, l’ha tirato in ballo proprio AS, rinfacciandomi di non averlo tenuto in considerazione.

Adesso, invece, esso fungerebbe da assunzione implicita del mio argomento… Bah.

(4)

AS:

<<Quarto punto, per confutare questo punto è sufficiente considerare le ragioni del terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante apparire e alla differenza tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in quanto appare in modo non isolato. Il modo non isolato in cui l'incominciante a apparire appare eternamente tale che non incomincia ad apparire, ma appare eternamente come incominciante apparire, include in sé, differenziandosene internamente, anche il modo finito e isolato di apparire, ovvero l'incominciante apparire che incomincia ad apparire>>.

Ma siccome <<le ragioni del terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante apparire e alla differenza tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in quanto appare in modo non isolato>> NON hanno confutato, con buona pace di AS, quanto colà si diceva, ecco allora che il rinvio al terzo punto, ai fini della confutazione del punto (4), è VANO.

Mentre tale rinvio è opportuno ai fini della mia critica a quanto AS ha asserito al punto terzo.

(5)

AS:

<<Quinto punto, per confutare l'obiezione di Fiaschi su tale punto, si consideri che ogni incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni. Qualcosa incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità finita è anche incominciante. È stato già spiegato come l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per apparire prima, sia già determinato come rapporto di sopraggiungenza dei contenuti sopraggiungenti già eternamente apparente tale rapporto di sopraggiungenza nell'apparire infinito. Pertanto, a ciò basta aggiungere che questa condizione di incominciante apparire è anch'essa, in quanto eternamente apparente, un eterno da cui, appunto, abbiamo l'eterno incominciante a apparire>>.

Daccapo, AS si profonde in una ottima SPIEGAZIONE, anziché in una confutazione, già nota e che costituisce la base della mia critica.

Ovvio: <<ogni incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni>>.

Certo, e chi ha mai detto il contrario?

E dunque?

AS: <<Qualcosa incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità finita è anche incominciante>>;

vero, chi lo ha mai negato?

AS: <<È stato già spiegato come l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per apparire prima, sia già determinato come rapporto di sopraggiungenza dei contenuti sopraggiungenti già eternamente apparente tale rapporto di sopraggiungenza nell'apparire infinito>>.

Certo, tutto ovvio.

Ma temo che AS, ancora una volta, non abbia colto il punto.

Infatti, quel qualcosa che <<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON dà luogo alla diacronìa che invece esperiamo nel finito.

Ciò perché l’apparire infinito è caratterizzato dall’aver tutti gli essenti <<assieme>>, senza un prima ed un dopo.

Poiché sono tutti <<assieme>>, allora, ciò che incomincia ad apparire <<nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON incomincia ad apparire rispetto a qualcos’altro, appunto perché ENTRAMBI sono già INSIEME, sono già TUTTI esposti alla luce sincronica.

Non uno dopo l’altro, bensì INSIEME.

Per cui, ciò che COMINCIA ad apparire nel finito, nell’infinito NON può cominciare ad apparire, perché appare da SEMPRE apparente, e NON soltanto da un certo momento in poi.

Se qualcosa <<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità FINITA è anche incominciante>> allora, al contrario e conseguentemente, nell’apparire infinito il suo apparire nella modalità INFINITA NON è incominciante!

Anche qui, mi pare, AS si è messo nel sacco da sé, proprio nel rimarcar la differenza tra i due apparire, finito ed infinito, egli è costretto suo malgrado a concludere che se <<nella modalità FINITA è anche incominciante>>, allora nella modalità INFINITA NON può essere incominciante!, altrimenti non sarebbe la modalità infinita bensì finita!

(6)

AS:

<<Ora, il sesto punto risulta già confutato per le ragioni fin qui esaminate ed è possibile appurarlo leggendo prima il suo articolo, poi seguendo quello che sto spiegando e verificare quanto sto descrivendo>>.

Ancora una volta vorrei far notare come AS abbia soltanto SPIEGATO _ come qui sopra riconosce ove dice: <<seguendo quello che sto SPIEGANDO>> _, anziché confutato.

Ma comunque non intendo convincerlo del contrario.

(7)

AS:

<<Settimo punto. Allora, il settimo punto risulta confutato perché è stato già dimostrato che nella esposizione presentata è giustificato in modo incontraddittorio che nell'apparire infinito la nostra esperienza finita dell'isolamento appare identicamente a come appare a noi e in più, ma non sopponendosi ad essa, appare anche il suo oltrepassamento. È stato anche confutato il resto del settimo punto con quanto già esposto, in particolare che nell'apparire infinito niente incominci ad apparire. Questo è un altro punto che lui ha sostenuto, che nell'apparire infinito niente incomincia ad apparire. E invece è stato spiegato in che senso l'incominciante apparire sia incominciante apparire e come possa apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad apparire. Può sembrare un ossimoro, una contraddizione, però quanto detto si collega al quinto punto. Se si capisce bene il quinto punto che ho esposto, si capisce questa affermazione>>.

Ohhh, benissimo!

AS è arrivato a riconoscere obtorto collo che il <<come possa apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad apparire>> possa <<sembrare un ossimoro, una contraddizione>>!

Questo già mi basta per poter concludere qui; tuttavia preferirei continuare.

Tale spiegazione, che per AS equivale ad una confutazione, si troverebbe al quinto punto che AS ha esposto…

Bene, ciascuno torni da sé al quinto punto, e veda se ivi si trovi una spiegazione o (AUT) una confutazione, poi me lo faccia sapere, grazie.

(8)

Conclude AS:

<<Poi l'ultimo punto, l'ottavo risulta già confutato da quanto finora ha detto. Ora questo porterà nella disperazione totale Pavone, non il buon Fiaschi che è molto bravo e peraltro non penso si farebbe problemi ad ammettere che ho ragione se accogliesse quanto detto, cioè se apparisse nel suo cerchio del destino la correttezza di quel che ho affermato, di quello che ho dimostrato. Gli faccio ancora i complimenti. È stato notevolmente bravo a fare questo tipo di obiezioni, che Pavone si sognerebbe la notte, che mai da solo riuscirebbe neanche a fantasticare. E dicevo, adesso Pavone sarà disperato perché puntava su questa linea di obiezioni di Fiaschi. Secondo me Fiaschi è il pensatore che può fare le obiezioni più radicali all'interno del sistema severiniano, cioè che può mettere in difficoltà i Severiniani contestando dall'interno quella filosofia. Per cui riuscire a confutare lui, secondo me, significa riuscire a confutare la massima forma di obiezione interna al sistema della filosofia severiniana e questo getta Pavone nella disperazione assoluta perché lui è ossessionato dal voler sminuire, screditare, smontare questa filosofia. Da solo non c'è mai riuscito. Adesso, anche con l'aiuto di studiosi più abili e competenti di lui e di pensatori più bravi nel ragionamento come Fiaschi, non riesce comunque nell'impresa. cari saluti>>.

Ricambio i cordiali saluti.

 

Roberto Fiaschi

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