martedì 10 febbraio 2026

189)- ANGELO SANTINI: UNA «RISPOSTA GENIALE/INAUDITA»?

 

Riporto buona parte del video di “Antimaterialista”, ossia Angelo Santini ( = AS), reperibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=Lni2euq9gXk ed intitolato:

<<Riusciranno I nemici del Destino a capire questa risposta geniale?>>

Comincio dal minuto 3:04 (ometto le parti irrilevanti ai fini della tematica trattata).

Afferma AS:

<<Concentriamoci invece su una proposta mia di lettura che però richiede un'attenzione massima. Non è detto che i nemici del destino riescano a seguire in modo attento quello che ho da dire, perché richiede veramente capacità notevoli che non tutti hanno. E questo lo dico senza voler offendere in alcun modo nessuno. Sto dicendo che per capire quello che sto per affermare è richiesto un livello di astrazione, di preparazione su Severino e di attenzione notevole ben oltre la norma. Una volta quindi definito questo, tra l'altro, parentesi, io non è che mi vanti di avere questo intelletto superiore rispetto alla media, io lo sto mostrando in filosofia. […] Allora, cercate di veramente impegnarvi sperando che riusciate a ad attivare la massima attenzione possibile. Cercate di apprezzare quel quello che sto per dire perché è qualcosa che è inaudito, non lo avete, secondo me, mai neanche contemplato. Allora, come rappresentarsi concettualmente un tempo che si dispiega processualmente, ma tutto già compiuto, cioè com'è possibile concepire e rappresentarsi il prima e il dopo il passaggio dal T1 a T2, da T2 a T3, da T3 a T4, ma tutto insieme sembra impossibile, sembra, di primo impatto; sembra impossibile perché, per farlo, uno dovrebbe riuscire a rappresentarsi che quando avviene il passaggio da T2 a T3, quello da T1 a T2 non appare più e che è apparso in precedenza. E come fare, se per pensare a tutta la concatenazione, a tutta la sequenza temporale, occorre pensare anche alle porzioni precedenti temporalmente apparse e a quelle successive rispetto a quella attuale? Come si fa? E adesso vi chiedo la massima attenzione perché c'è un modo incredibile, geniale a cui ho pensato per rappresentarsi questo schema e non mi si può dire che non è geniale se… Certo, è richiesta la capacità elevatissima di astrarre al massimo senza perdersi nell'astrazione e seguire questo ragionamento. Allora, che cos'è per Severino il tempo? È la l'ordine dei sopraggiungenti. Che cosa sono i sopraggiungenti? Sono le configurazioni della Terra, cioè le totalità F-immediate che si manifestano. Banalmente, per semplificare, sono quelli che vengono chiamati momenti, istanti temporali della realtà: T1, T2, T3. Per Severino tutti gli aspetti della realtà sono essenti e quindi devono essere eterni. Quindi anche l'apparire di queste configurazioni è un essente, anche l'apparire di questo apparire è essente, anche l'apparire dell'apparire dell'apparire di questi essenti è un essente. Abbiamo la triplicità dell'apparire, ma questo è un dettaglio adesso secondario, lo dico giusto per informazione. Cioè, quando appare una cosiddetta penna, non è che non è manifesta solo la penna come ente empirico, ma è manifesto anche quell'aspetto che è il suo apparire stesso. E questo apparire della penna è qualcosa che a sua volta appare e anche questo apparire è qualcosa che è manifesto. Poi, siccome questa struttura è chiusa e sono queste tre forme di apparire momenti astratti di un'unica struttura complessa, non si crea il regresso all'infinito. L'apparire, tra l'altro, non è l'apparire a un soggetto, a un individuo. Ciò a cui appare questa serie di configurazioni è il cerchio finito del destino, cioè il luogo trascendentale dell'apparire. Per semplificare, immaginiamo questo cerchio come uno schermo nel quale appaiono le immagini. Sto super-semplificando e per farlo non posso essere anche preciso, quindi, inevitabilmente qualche imprecisione, qualche scorrettezza in questa rappresentazione vi è, però prendiamola per buona. Ora torniamo nell'ordine dei sopraggiungenti. Abbiamo detto: questo ordine è la temporalità per Severino, e costituisce questa catena di sopraggiungenti: l'iposintassi. Ora, in questa iposintassi non ci sono solo T1, T2 e T3, ci sono anche gli eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via. Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito. Dunque, l'ordine, come si può giustificare già a partire dallo sguardo infinito dell'apparire infinito che include già tutta l'iposintassi costituita e quindi tutta la sua articolazione interna? Semplice. Immaginiamo ogni passaggio da una configurazione all'altra come una porzione dell'iposintassi. Chiamiamo A la prima porzione dal passaggio da T1 a T2; chiamiamo B il secondo passaggio da T2 a T3; chiamiamo C il passaggio da T3 a T4 e così via. Ora, come appare l'ordine? Come si fa a dare un ordine già in origine? Perché A, B e C non sono disposti in modo piatto sullo stesso piano, ma in un certo rapporto, ovvero B che appare come passaggio che occulta quello precedente A come oltrepassato, mentre invece risulta oltrepassato a sua volta B da C. Quindi vi è una successione in cui i rapporti non sono simmetrici perché c'è sempre un passaggio che prevale sugli altri, che copre i precedenti ed è coperto dai successivi. Ed è questo che già dalla prospettiva dell'apparire infinito fa apparire tutta la processualità dinamica come appare a noi. Anzi, più di come appare a noi, perché in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi. Quella che appare a noi è limitata, è parziale, perché la nostra processualità appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati, perché non c'è una separazione, c'è solo una differenza formale tra queste porzioni, non c'è una separazione, un distacco. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione. Ora, immaginiamo, per rendere più concreto quello che sto dicendo, immaginiamo che in A, in B e C si mostri una scena di una persona che cammina. Nella scena a una persona fa un certo passo, poggia il piede su un gradino. Nella scena B disappare, appare il passaggio dall'aver poggiato il piede su un gradino all'aver poggiato l'altro piede sul gradino successivo, come normalmente accade camminando. Allora, sto semplificando perché è chiaro che anche in quella sequenza potrebbero esservi più passaggi, però facciamo finta che la persona che cammina sia velocissima e quindi faccia in tre passaggi, faccia due gradini almeno o più. Nel terzo passaggio C, alterna di nuovo il piede e quindi appare il passaggio dal dell'alternanza tra un piede e l'altro e il poggiare il piede sul gradino successivo. Ora, cercate di immaginare A, B e C in una visualizzazione disposti su uno stesso piano. Iniziamo a ragionare su uno stesso piano che è più facile. Immaginate la sequenza che appare eternamente del passaggio da T1 a T2 in A, l'eterno passaggio da T2 a T3 in B, l'eterno passaggio da T3 a T4 in C. E immaginate che questa sequenza è eternamente così, cioè il passaggio è sempre eterno, è sempre in atto, in origine. Ma non solo. Adesso andiamo oltre perché questo è il primo livello per rappresentarsi come una catena temporale di eventi possa apparire addirittura dinamica eternisticamente. […] Il primo livello era per rendere chiara la rappresentazione, inizialmente, quindi semplificata. Ora, immaginiamo che vi sono più prospettive: una finita nella quale… o anzi, più prospettive finite che includono gli sguardi parziali su quella iposintassi e quindi anche sul collegamento tra A, B, C, eccetera. E poi c'è una prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi. Bene, benissimo. Ora, come abbiamo detto prima, A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti. E abbiamo detto che l'ordine temporale eternistico originario è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via. Inoltre, siccome all'interno del coscienziale di queste porzioni è relativamente isolato da altre porzioni coscienziali, non in assoluto, ma relativamente, nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi. Cioè quando noi sperimentiamo di camminare su dei gradini, passati i primi non ci stanno apparendo più quegli eventi che sono il camminare sui primi gradini. E chiamiamo questa situazione C, no? Quando siamo arrivati già a un certo punto della scalinata, quel contenuto coscienziale in cui appare solo che noi stiamo passando da un gradino all'altro. Quella porzione coscienziale è eternamente quella in cui non appare lì localizzata, quella serie di apparire precedenti delle precedenti configurazioni, e siccome all'apparire infinito appaiono anche gli interni coscienziali di quelle porzioni così come appaiono a noi, l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare tout court completamente come appare a noi. Anzi, appare più di quanto appaia a noi, non di meno, perché un altro abbaglio in cui cadono anche il buon Picenni, Boccardi che hanno una comprensione migliore su questi temi di Palma, di Pavone, di Galasso e di altri nemici del destino, dicevo, pure cadono in questo abbaglio, sembra, cioè di presupporre che la vera processualità, il vero dinamismo processuale sia quello finito che appare nelle nostre attualità, no? Sbagliato. Quello che appare a noi è una diacronia, processualità dinamica parziale. Nel gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”, mentre la vera diacronia sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente. Ora, io spero che riusciate a impegnarvi, voi che continuate a errare su questa filosofia per riuscire a capire come si possa rappresentare adeguatamente quella struttura senza che ci siano le contraddizioni che voi affermate, che poi sono tutte una riproposizione della contraddizione C, come se fosse una contraddizione vera. Allora, quando io dico che ho raggiunto livelli eccelsi, direi geniali di rappresentazione e di semplificazione/esposizione di questi concetti, mi riferisco a quello che ho appena spiegato. Eh, c'è poco da dire>>.

***

Ahimè, siamo sempre 'punto e a capo'. 

Ma vediamolo in dettaglio.

Dunque, AS afferma che <<la nostra processualità>>, cioè qui, nell’apparire finito, <<appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati […]. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione>>.

In questo brano AS delinea giustamente DUE modalità DIFFERENTI del divenire di A, B e C:

1)- una modalità finita-diacronica (ove <<appare un tratto alla volta: prima A, poi B, poi C>>);

2)- l’altra infinita-sincronica (ove <<A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati).

Quest’ultima, perciò, è la <<prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi>>.

Precisa AS che nell’apparire finito

<<A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti>>.

INVECE (giacché, ricordiamolo, le due modalità processuali DIFFERISCONO l’una dall’altra), l’<<ordine temporale eternistico originario [ = l’apparire infinito-sincronico] è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via>>. (Parentesi quadra mia: RF).

Prosegue AS sostenendo che

<<nell'apparire infinito appare eternamente ANCHE il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi>> (maiuscolo mio); per cui a noi C <<appare coprente>> B e B non appare più poiché oramai appare <<coperto da C>>.

Quindi, secondo AS, ANCHE nell’apparire infinito-sincronico appaiono il <<coprente>> ed il <<coperto>> ossia quegli essenti grazie ai quali, nell’apparire finito, percepiremmo il FLUIRE, il DIVENIRE cosiddetto “nichilistico” (perché interpreteremmo erroneamente il <<coprente>> ed il <<coperto>> come, rispettivamente, il provenuto dal nulla e l’ormai annullato).

Ma, se fosse così, allora l’apparire infinito-sincronico in che cosa si DIFFERENZIEREBBE dall’apparire finito diacronico-isolato?

Anch’esso, infatti, esperirebbe L’IDENTICA forma di divenire NEL MODO PRECISO in cui la esperiamo noi qui nel finito.

In tal caso, l’apparire infinito NON sarebbe ciò ove nulla comincia mai ad apparire e a scomparire dal suo orizzonte, come invece succede nel finito.

Ciò, appunto perché, per AS, nell’apparire infinito-sincronico appaiono altresì il <<coprente>> ed il <<coperto>>, come egli stesso ha chiaramente precisato:

<<nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>>,

ed anche:

<<l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare [nell’apparire infinito] tout court completamente come appare a noi>>.

Epperò, se nell’apparire infinito-sincronico il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono ESATTAMENTE come appaiono a noi nel finito, ALLORA l’apparire infinito NON è infinito bensì FINITO, appunto perché in esso il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono NEL MODO ESATTO (cioè ISOLATAMENTE e FINITAMENTE) in cui appaiono a noi.

Ovvero, l’apparire infinito NON È quell’orizzonte ove un qualcosa possa apparire come <<coperto>>, perché ciò che qui, nell’apparire finito-isolato, è <<coperto>>, lo è in forza del fatto che NON APPARE più ciò che è stato COPERTO e non appare ancora ciò che lo COPRIRÀ).

Invece, nell’apparire infinito, ANCHE ciò che è stato COPERTO è in realtà da sempre S-COPERTO ossia da sempre appare, altrimenti sarebbe IDENTICO al COPERTO vigente nell’apparire finito!

Quindi, la presenza del <<coprente>> e del <<coperto>>, nell’apparire infinito, lo rendono ISOLATO, proprio perché ANCH’esso esperisce l’<<isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>> nel modo esatto in cui le esperiamo noi, e noi le esperiamo IN MODO ISOLATO; quindi ANCHE l’apparire infinito, almeno per quanto concerne il suo esperire il divenire isolato, è a sua volta ISOLATO da ciò che il <<coprente>> preclude all’apparire infinito di esperire/vedere ( = il <<coperto>>).

Inoltre, se davvero l’apparire infinito esperisse la diacronìa isolata del finito esattamente e <<completamente come appare a noi>> avremmo, nell’apparire infinito, l’eternizzazione di ciò che nel <<gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”>> il quale, perciò NULLA avrebbe a che vedere con  <<la vera diacronia>>, che <<sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente>>.

Già, perché l’astratto di un concreto NON DIVENTA, nell’apparire infinito, concreto o <<vera diacronia>>, per cui questa è ALTRA COSA rispetto all’<<astratto>> cui sarebbe la diacronìa del finito isolato.

Sì che, nell’infinito, l’astrattezza, in quanto eterna, resterebbe perennemente astratta e quindi contraddittoriamente IRRELATA ed al contempo RELATA alla totalità del concreto.

- IRRELATA, perché l’astrattezza non può diventare altro da sé e quindi resta eternamente astrattezza;

- RELATA, perché tale astrattezza è pur sempre RELATA alla totalità di cui fa parte, ossia a ciò grazie alla quale totalità, essa può dirsi IRRELATA o astratta.

Abbiamo perciò DUE diacronie, entrambe eterne ma come due binari paralleli:

- una, quella che <<sarebbe “un astratto di un concreto”>>;

- l’altra, <<la vera diacronia>> da sempre dispiegata nella sincronìa dell’infinito apparire.

Pertanto quest’ultima NON può considerarsi LA STESSA diacronìa vigente nel finito-isolato, giacché <<la vera diacronia>>, grazie al suo innegabile DIFFERIRE, non si dispone quale ‘matrice’ o <<vera diacronia>> dalla quale scaturirebbe la diacronìa isolata, bensì costituisce UNALTRA struttura parallela a quella dell’apparire finito-isolato.

Lo riconosce lo stesso AS quando osserva:

<<in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi>>.

Il che vuol dire che egli RICONOSCE ed AMMETTE DUE forme di processualità:

- una vera,

- ed una falsa.

È pertanto ovvio che quest’ultima NON possa essere l’apparire della forma finita-isolata DELLA <<vera processualità>>, perché ciò comporterebbe, nuovamente, la presenza di un elemento DIFFERENZIANTE che perciò NON può essere presente nell’apparire infinito e quindi nella <<vera processualità>>!

No; la <<vera processualità>> dà luogo SOLTANTO a se stessa e la falsa processualità dà luogo SOLTANTO a se stessa, senza che questa possa rinvenir la propria <<vera processualità>> nell’apparire infinito, perché esse restano ALTRE l’una rispetto all’altra.

Consideriamo quest’altra tesi di AS:

<<Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>.

Certo, per questo sussiste la DIFFERENZA da me più volte ricordata.

Infatti, se l’<<eterno incominciante apparire>>, nell’apparire infinito-sincronico, NON <<inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>, allora NON è neppure un <<incominciante apparire>> perché, per esserlo, esso DEVE INIZIARE/INCOMINCIARE ad APPARIRE!

Come infatti esso INIZIA/INCOMINCIA ad apparire nell’apparire finito;

invece, guarda che strano, nell’apparire infinito NO, NON INIZIA/COMINCIA ad apparire.

Dunque, il NON-INIZIANTE/COMINCIANTE apparire dell’<<eterno incominciante apparire>>, NON COMINCIA MAI ad apparire nell’apparire infinito, quindi esso NON è l’<<eterno incominciante apparire>>!

Lo stesso dicasi ove AS si riferisce ripetutamente agli 

<<eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via>> presenti anch'essi nell'apparire infinito-sincronico. Ebbene, in esso, tali <<passaggi>> NON passano, evidentemente, giacché vigendo la sincronicità, non vinge la diacronicità e quindi quei passaggi sono la negazione di sé in quanto, appunto, NON PASSANO. Essi hanno senso UNICAMENTE nell'apparire finito-diacronico.

Concludo qui, mi è sufficiente.

Quel che doveva rivelarsi una <<risposta geniale>> ed <<inaudita>>, nonostante il lodevole sforzo del buon AS, con tutto il rispetto, mi pare si sia rivelata, nuovamente, un groviglio irto di contraddizioni che il suo autore, ormai si sa, non intende vedere per nessuna ragione al mondo… Non importa; a me tutto ciò basta e avanza.

Agli eventuali lettori l’ardua sentenza…

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 9 febbraio 2026

188)- REPLICA AD ANGELO SANTINI SULL’«INCOMINCIANTE APPARIRE»

 

Come anticipato alla fine del mio precedente post ( -> n° 187), proseguo qui il mio scambio di vedute col filosofo Angelo Santini ( = AS) sul tema dell’incominciante apparire tematizzato da Emanuele Severino, e quindi del cerchio finito del destino, dell’apparire infinito etc…

Al mio post, AS ha replicato con un video: https://www.youtube.com/watch?v=A9b8LB0aFs8, intitolato:

<<Questo LIVE chiude la Speranza di Luigi Pavone di confutare la Filosofia di Emanuele Severino>>.

Premesso che io sono confutabilissimo in ogni campo dello scibile umano, tuttavia, affinché la confutazione sia reale ed effettiva, debbo poterne prendere atto anch’io e non soltanto l’altra parte. Nel frattempo, perciò, mi sento autorizzato a proseguire nelle mie osservazioni critiche.

Ma intanto leggiamo il testo di AS dal punto che mi riguarda direttamente, cioè dal minuto 59:32.

Dice AS:

<<Allora facciamo così: sì, confuto intanto la prima parte del dell'articolo, perché vedo che sono praticamente interventi segmentati, cioè lui esamina una parte alla volta del mio discorso e fa una risposta. Allora, la prima parte dove parla della differenza sta già sbagliando, perché lui sta già escludendo che nella catena totale dei sopraggiungenti in cui appaiono gli eterni passaggi, il passaggio che appare isolatamente nello sguardo finito, che è già incluso in uno sguardo più ampio dell'iposintassi che si mostra nell'apparire infinito, renda incompatibile l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale. Vedete? Quindi non ha considerato in realtà la spiegazione che ho illustrato, anche perché in realtà la spiegazione che ho illustrato oggi nel modo in cui l'ho esposta oggi non l'avevo mai esposta prima perché oggi ho specificato meglio la questione delle prospettive isolate all'interno dell'iposintassi. Quindi lui sta non considerando come quella complessità possa includere in sé sia l'apparire parziale di quella diacronia che da uno sguardo più ampio che include quello più limitato e parziale la catena totale dei sopraggiungenti. Quindi fuori la prima obiezione>>.

***

 

(1)

 

 

Comincio da qui, ove AS dice:

<<la prima parte dove parla [io: RF] della differenza sta già sbagliando, perché lui sta già escludendo che nella catena totale dei sopraggiungenti in cui appaiono gli eterni passaggi, il passaggio che appare isolatamente nello sguardo finito, che è già incluso in uno sguardo più ampio dell'iposintassi che si mostra nell'apparire infinito, renda incompatibile l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale>>.

Nel precedente post (n° 187) ho parlato dell’innegabile DIFFERENZA tra apparire finito-diacronico ed apparire infinito-sincronico.

Bene.

Ed avevo aggiunto:

<<Quindi, nell’apparire infinito DEVE apparire anche la suddetta DIFFERENZA, giacché esso non esclude nulla>>.

Pertanto, come si può facilmente constatare, NON ho affatto escluso <<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale>>, ma ho escluso che tale inclusione NON sia contraddittoria.

Dunque, data tale innegabile DIFFERENZA, osservavo che se nell’apparire infinito <<tutti gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, ANZICHÉ UNO ALLA VOLTA>> (citazione di AS; maiuscolo mio: RF), allora nell’apparire infinito NON può apparire la <<forma parziale del dinamismo processuale>> giacché, se vi apparisse tale e quale essa appare nel finito, il <<dinamismo processuale>> NON potrebbe apparirvi <<in modo processuale e finito>>, appunto perché nell’infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>.

È molto semplice:

siccome nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, allora è palese come in esso NON possa darsi quel <<dinamismo processuale>> nello STESSO IDENTICO MODO in cui questo si dà appunto nell’apparire finito.

Se infatti si desse nello STESSO MODO, allora ciò SMENTIREBBE che nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>.

Quindi, io NON sto <<già escludendo>>, cioè aprioristicamente, <<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale>>, bensì ho brevemente argomentato che tale inclusione sia da escludere soltanto se si ritiene di salvaguardare l’assunto secondo cui nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>.

Se l’apparire infinito esperisce la <<prospettiva parziale della diacronia>> ESATTAMENTE nello stesso modo in cui la esperiamo noi, allora, ripeto:

NON è vero che l’apparire infinito esperisca <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano>> e che perciò in esso <<appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, giacché ALMENO la <<prospettiva parziale della diacronia>> dovrà esperirla ESATTAMENTE in modo diacronico, <<uno alla volta>> e NON in modo sincronico-simultaneo <<determinatamente assieme>>.

Proseguo.

  

(2)

 

Afferma AS al minuto 1:01:19

<<E quindi siccome lui poi dopo, nell'intervento successivo dice _ adesso non è che posso leggere tutte le parti ma sto seguendo la struttura del suo discorso in cui lui ripete parti di una mia risposta probabilmente sotto l'articolo esaminato di Pavone _. E sta sbagliando, infatti sto leggendo la sua risposta nel secondo punto della sua disamina, proprio seguendo lo schema che ho spiegato, l'apparire del dinamismo processuale parziale finito può apparire identicamente a se stesso anche nell'apparire infinito, per come appare a noi, ma bisogna tenere presente tutta quella struttura senza omettere nessun aspetto suo e bisogna considerare anche la spiegazione che ho dato ulteriore riguardo ai contenuti dell'io empirico, dell'iposintassi, degli stati coscienziali. E siccome lui non considera le prospettive isolanti interne a tutta la catena delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci quella prospettiva in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3. E anche qui ho confutato già in anticipo questa ulteriore spiegazione a dimostrazione del fatto che Pavone tu non hai capito bene neanche il mio argomento. Forse non l'hai ascoltato da principio, non lo so. E vedi, mostri di essere già prevenuto, quindi perché tu senza aver capito bene il mio argomento, forse senza neanche averlo ascoltato bene, già presupponevi che Fiaschi avesse in anticipo smentito la mia illustrazione. Pavone. Cioè, persino con l'aiuto di Fiaschi che io sto esaminando in live, comunque il tuo argomento cade>>.

Dunque, secondo AS, avrei omesso di considerare i <<contenuti dell'io empirico, dell'iposintassi, degli stati coscienziali>>, né avrei considerato <<le prospettive isolanti interne a tutta la catena delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci quella prospettiva in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3>>.

Orbene, la considerazione dei <<contenuti dell'io empirico, dell'iposintassi, degli stati coscienziali>> nonché delle <<prospettive isolanti interne a tutta la catena delle iposintassi>>, NULLA tolgono al senso della mia critica.

Infatti, il ricorso a tutti questi aspetti menzionati da AS NON ELIMINA il dato critico fondamentale:

l’INELUDIBILE DIFFERENZA tra apparire finito-diacronico e l’apparire infinito-sincronico.

Con o senza <<isolamento>>; con o senza i <<contenuti dell’io empirico>>; con o senza gli <<stati coscienziali>>; con o senza le <<prospettive isolanti>>, resta INAMOVIBILE la suddetta DIFFERENZA che nemmeno Severino potrebbe negare.

A)- Se questa DIFFERENZA nell’apparire infinito viene meno, allora è ovvio che venga meno anche lo stesso apparire finito, il che sarebbe fatale per la filosofia severiniana.

B)- Se invece questa stessa DIFFERENZA è anch’essa eternamente MANTENUTA internamente all’apparire infinito, allora NON è vero che l’apparire infinito sia quell’orizzonte totale ed inoltrepassabile ove <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>.

Ed anche questo sarebbe fatale…

Non solo, ma introducendo l’<<isolamento>> mediante le <<prospettive isolanti>>, PEGGIORIAMO la situazione.

Infatti, in tal caso, nell’apparire infinito dovrà apparire una parte di sé (il finito) che IGNORA ciò da cui il finito è appunto isolato.

Questo, daccapo, SMENTISCE l’apparire infinito nella sua pretesa di esser l’orizzonte nel quale <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>, giacché ad esso apparirà sì ciò da cui il finito è isolato, ma al contempo NON potrà apparire ciò da cui il finito è isolato, appunto perché il nostro modo di percepire l’isolamento DEVE apparire TALE E QUALE ANCHE all’apparire infinito, comportando perciò la parzialità e quindi la nescienza circa di quei contenuti da cui il finito è isolato; il che non si addice ad un apparire che pretenda di essere omni-inclusivo ed onnisciente nel senso che TUTTO esperisce.

Detto in altre parole:

stante l’isolamento, allora una parte ( = ossia la parte non conosciuta/saputa dal finito da cui questo è isolato) dell’apparire infinito deve apparire, sempre all’apparire infinito, come una parte SCONOSCIUTA, IGNOTA, appunto: ISOLATA, esattamente come per noi è isolato l’infinito. Quindi, questo stesso isolamento _ nel modo in cui percepito da noi isolati _, DEVE essere esperito dall’apparire infinito ESATTAMENTE COME LO ESPERIAMO NOI, cosicché l’infinito sia DIVISO IN SE STESSO:

una parte finita-isolata, e l’altra parte l’infinito da sempre interamente dispiegato ma che, perciò stesso, non sarà più infinito bensì PARTE.

Sì che nell’apparire infinito, l’apparire di ciò da cui il finito è isolato, NON riguardi in alcun modo l’iposintassi ( = il finito) a cui non appare ciò da cui è isolata, cosicché l’iposintassi (che non può costitutivamente esperire sincronicamente tutto ciò da cui, nel finito, essa è isolata), sia eternamente esperita, nell’apparire infinito, come ‘irredenta’, ossia come eternamente isolata _ malgrado la contraddizione C _, giacché il nostro essere qui ed ora isolati è pur sempre UN ESSENTE ETERNO e come tale DEVE  mantenersi così com’è ANCHE nell’apparire infinito, pena il temutissimo (da Severino) diventare altro da sé.

  

(3)

 

Prosegue AS:

<<Continuiamo. Vediamo un po'. No, anche qui c'è un terzo punto in cui pure sbaglia, ma è tutto una concatenazione di cioè. Siccome non ha tenuto conto, ma non gliene faccio una critica perché io la spiegazione ulteriore che ho dato oggi non l'avevo data prima quando lui aveva scritto questo articolo, quindi è solo un giudizio che sto dando di quello che lui ha affermato. Allora, la modalità parziale del dinamismo processuale la modalità completa nella sincronia dell'apparire processuale sono una inclusa nell'altra, precisamente la prima nella seconda. Non c'è incompatibilità, però bisogna tener presente tutta la struttura che ho esposto e quindi cade anche quest'altra obiezione sua, poi da cui segue un'altra obiezione. dice, "Ma allora gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito differiscono dagli stessi essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta. Anche qui altro equivoco. T2 che viene coperto dal T3 è già in sintesi con tutte le altre prospettive sguardi isolati che compongono l'iposintassi. L'isolamento consiste nel pensare che nell'apparire processuale finito le cose che appaiono isolate siano realmente totalmente isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti e dagli sguardi più ampi dell'apparire infinito in cui appaiono anche gli sguardi finiti limitati e tutte le porzioni finite limitate dell'iposintassi. Anche qui altra confutazione>>.

Purtroppo, temo che la direzione della mia critica NON sia stata colta appieno.

Conosco bene la tesi secondo la quale <<L'isolamento consiste nel pensare che nell'apparire processuale finito le cose che appaiono isolate siano realmente totalmente isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti e dagli sguardi più ampi dell'apparire infinito in cui appaiono anche gli sguardi finiti limitati e tutte le porzioni finite limitate dell'iposintassi>>, ma essa NON TOGLIE il cuore della critica.

Il fatto è che il finito esperisce il <<dinamismo processuale>> (meglio noto come DIVENIRE) nel senso di scomparsa-comparsa iposintattica ( = passato, presente e futuro).

Perciò, che nell’<<apparire processuale finito le cose che appaiono>> NON siano <<realmente totalmente isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti e dagli sguardi più ampi dell'apparire infinito>>, NON TOGLIE affatto che l’apparire infinito DEBBA esperire l’<<apparire processuale>> in qualsiasi modo esso appaia nel finito e quindi NELLO STESSO IDENTICO modo in cui lo esperiamo NOI, reale o illusorio che sia l’isolamento.

E quindi l’apparire infinito-sincronico DEVE esperire il <<dinamismo processuale>>  SIA nella modalità isolata, SIA unito alla sincronica <<catena complessa dei sopraggiungenti>> già da sempre dispiegati.

AS afferma che il mio NON aver tenuto conto della tesi dell’isolamento come non-realmente totalmente isolante, mi avrebbe erroneamente condotto a ritener che <<gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito differisc[a]no dagli stessi essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta>>.

Ma come è possibile che NON DIFFERISCANO <<gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito DAGLI stessi essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta>>???

È lo stesso AS a RICONOSCERNE la DIFFERENZA nel momento stesso in cui afferma, come abbiamo appena letto, che vi sono <<essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito>> ed essenti <<che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta>>.

Egli ritiene che siano SEMPRE GLI STESSI essenti ed al contempo ne rimarca la DIFFERENZA!

Ma è proprio questa da lui riconosciuta DIFFERENZA a scatenare APORIE incomponibili!

AS ha altresì osservato che <<T2 che viene coperto dal T3 è già in sintesi con tutte le altre prospettive sguardi isolati che compongono l'iposintassi>>.

Certo, così dice Severino.

Senonché, nell’apparire finito, quella <<sintesi con tutte le altre prospettive sguardi isolati che compongono l'iposintassi>> NON la esperiamo, perché esperiamo soltanto <<T2 che viene COPERTO dal T3>> (maiuscolo mio: RF).

COPERTO vuol dire: ormai nascosto.

Invece, nell’apparire infinito-sincronico, proprio perché sincronico, tale COPERTURA diacronica NON può darsi, appunto perché laddove tutto è già da sempre sincronicamente dispiegato nell’apparire, tale COPERTURA ( = tale NASCONDIMENTO) non può esserci perché, se vi fosse, allora sarebbe FALSO che l’apparire infinito-sincronico sia l’orizzonte ove gli <<essenti dovrebbero invece essere già TUTTI determinatamente assieme [ = senza NASCONDIMENTI] anziché uno alla volta>>!

Per cui l’apparire infinito DEVE esperire ENTRAMBE le modalità suddette, se non vuole essere MANCHEVOLE, ovvero DEVE esperire ANCHE l’inesperibilità della sintesi che caratterizza il finito-isolato, radicalizzando, però, l’incomponibile, aporetica DIFFERENZA tra esse.

Ma appunto, dovendole esperire entrambe, allora, come dicevo nel precedente post n° 187, <<gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito differisc[a]no dagli stessi essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta>>, appunto perché la modalità caratterizzata dalla diacronicità isolata, è identica a se stessa e NON PUÒ MAI diventare la modalità sincronica-non-isolata!

Non potendola diventare, allora le due modalità sono come due binari paralleli che non si incontrano MAI, sì che l’iposintassi vista sincronicamente nell’infinito, quivi NON possa MAI IDENTIFICARSI alla ‘medesima’ iposintassi vista diacronicamente-isolatamente.

Peraltro, notare come sopra, al paragrafo (2), AS sostiene che io non avrei considerato <<le prospettive isolanti interne a tutta la catena delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci quella prospettiva in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3>>.

Adesso, AS ripete più volte che tale isolamento consista <<nel pensare che nell'apparire processuale finito le cose che appaiono isolate siano realmente totalmente isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti>>.

Ovvero, dapprima non avrei considerato l’isolamento; poi, però, tale isolamento in realtà non sarebbe realmente e totalmente tale…

 

(4)

 

Ancora AS:

<<Allora, quindi non segue neanche l'altra obiezione secondo cui la differenza di cui si sta parlando fa sì che l'incominciare ad apparire nell'apparire finito differisca da sé in quanto appare nell'infinito. No, stesse ragioni. Tutto quello che lui sta attribuendo a dei concetti vale anche per tutti gli altri perché la base attraverso cui lui sta applicando certe ragioni è stata già confutata da me prima>>.

Poiché, finora, NON ho intravisto alcuna confutazione (né dimostrazione), bensì soltanto descrizioni/delucidazioni, allora segue, da quanto sin qui detto, che <<la differenza di cui si sta parlando fa sì che l'incominciare ad apparire nell'apparire finito differisca da sé in quanto appare nell'infinito>>.

Se, infatti, NON DIFFERISSE, allora nemmeno il finito DIFFERIREBBE dall’apparire infinito (il che è assolutamente escluso), giacché in entrambi gli orizzonti, l’incominciante-apparire sarebbe perfettamente identico e quindi NON rileveremmo l’innegabile DIFFERENZA tra diacronìa e sincronìa…


 

(5)

 

AS:

<<dice [sempre riferito a me: RF], "Pertanto nell'infinito l'incominciare ad apparire non incomincia mai” e quindi no, e caro Fiaschi, incomincia eternamente. È un eterno incominciante a apparire. Non è che non incomincia mai, appare incominciante. È quella la sua vera condizione>>.

No; un INCOMINCIANTE apparire è tale proprio perché NON <<incomincia eternamente>>! Suvvia!

Se l’incominciante-apparire è eternamente tale, pur tuttavia, in relazione a ciò su cui comincia, esso DEVE INCOMINCIARE ad apparire, altrimenti NON è un INCOMINCIANTE-apparire bensì un sempiternamente apparente!

Quindi, poiché nell’infinito esso NON INCOMINCIA AD APPARIRE, in quanto anche ciò su cui esso comincia ad apparire GIÀ APPARE eternamente, allora è ovvio:

nell’apparire infinito, il medesimo incominciante-apparire DIFFERISCE da se stesso,  cioè da come esso è nell’apparire finito-isolato.

E laddove AS precisa: <<Non è che non incomincia mai, appare incominciante. È quella la sua vera condizione>>,

si dovrà osservare che l’apparire-incominciante <<appare incominciante>> SOLTANTO SE (come accade nel finito) esso NON è ancora incominciato ad apparire in relazione a ciò su cui non ha ancora incominciato ad apparire.

Nell’apparire infinito, l’apparire-incominciante NON <<appare incominciante>>, appunto perché ciò grazie al quale esso può definirsi apparire-incominciante C’È GIÀ, è DA SEMPRE APPARENTE, per cui, sempre nell’apparire infinito-sincronico, l’incominciante-apparire NON <<appare incominciante>> in NESSUN momento, giacché in esso NON vi sono momenti per definizione, quindi NON può MAI esser apparire-incominciante, in quanto ciò sul quale appare è GIÀ anch’esso DA SEMPRE APPARENTE INSIEME a ciò grazie al quale l’incominciare dovrebbe mostrarsi come incominciante.   

 

(6)

 

Prosegue AS:

<<Non segue neanche il resto quando lui dice, dato che, cioè, riprende una parte del mio argomento. Dato che lo sfondo trascendentale dell'apparire finito è una porzione dell'apparire infinito, il fatto che l'iposintassi si mostri processualmente nell'apparire finito dei cerchi finiti del destino non determina nuove condizioni ontologiche, né annulla quelle eternamente assenti, né trasforma forma quelle ultime in altro da sé. Era una parte riportata dal mio argomento. E lui aggiunge: "Ma si è visto che non è così, non può essere. La diacronia del finito costituisce per l'infinito un qualcosa di non inseribile nella placida sfilata degli eterni sincronici, perché o l'infinito manca della diacronia esperita nel suo dinamismo processuale, cioè esattamente nel modo in cui l'infinito lo esperisce e allora esso è manchevole, quindi è finito. Adesso rispondo su questo. Falso. Ho dimostrato che quella modalità è già inclusa nella sincronia, ma bisogna tener presente tutto quello che ho spiegato>>.

Mi spiace dover dissentire, ma AS NON ha assolutamente <<dimostrato che quella modalità è già inclusa nella sincronia>>, ma l’ha SOLTANTO DETTA o, al meglio, DESCRITTA…, ma non importa, continuiamo, dando per assodato che vi sia inclusa.

 

(7)

 

AS:

<<E poi 2 dice: “oppure tale diacronia è sì esperita dall'infinito identicamente al modo in cui essa è esperita dal finito. Ma allora non è vero che all'apparire infinito appaiano eternamente tutte le condizioni che caratterizzano la processualità dell'apparire finito, giacché gli dovrà MANCARE il nascondimento dell'incominciare ad apparire che non ha ancora incominciato ad apparire. Infatti un nascondimento da sempre sincronico, non nascosto, non è lo stesso nascondimento esperito nel finito”. Bene, questa è la parte più insidiosa che si può facilmente risolvere. Diciamo che mi sembra anche la soluzione che Severino dà alla teoria dei tipi di Russell. In pratica bisogna considerare che l'apparire infinito ha più prospettive una dentro l'altra e quella finita non contraddice quella infinita, quella più limitata non contraddice, non è in contrasto, non è incompatibile con quella più estesa, ma è inclusa in quella più estesa. E anche quando gli enti appaiono finitamente e quindi uno isola l'altro nella catena dei sopraggiungenti, cioè lo occulta rispetto a una prospettiva finita interna all'iposintassi, questa condizione non è al di fuori dell'apparire infinito che include anche questo sottosguardo limitante fatto di tanti sottosguardi isolati, cioè il vero l'isolamento non è non è assoluto, neanche quando lo speriamo noi, forse non è chiaro anche questo passaggio, cioè l'isolamento non è totale neanche adesso perché non sta questo contenuto che a noi appare come isolato apparendo al di fuori dell'apparire infinito, quindi non è veramente isolato. E gli stati di coscienza che noi abbiamo sono eternamente così disposti per farci intendere l'isolamento come veramente isolante. è una contraddizione C e abbiamo confutato quindi anche l'ultima riserva che era la più insidiosa>>.

Senonché, ancora una volta, AS si limita a riesporre la tesi secondo la quale <<l'isolamento non è totale neanche adesso perché non sta questo contenuto che a noi appare come isolato apparendo al di fuori dell'apparire infinito, quindi non è veramente isolato>>.

Ma ho sopra già evidenziato come ciò NON CONTI NULLA, ai fini della confutazione della mia critica, perché quel che conta è, INVECE, che l’apparire infinito includa, esperendolo, il MODO preciso in cui noi esperiamo l’isolamento, e quindi includa, nel suo orizzonte sincronico ove NIENTE comincia ad apparire e a scomparire, il comparire e lo scomparire diacronico PER COME NOI, nel finito, li esperiamo, punto.

Aggiunge AS:

<<In pratica bisogna considerare che l'apparire infinito ha più prospettive una dentro l'altra e quella finita non contraddice quella infinita, quella più limitata non contraddice, non è in contrasto, non è incompatibile con quella più estesa, ma è inclusa in quella più estesa. E anche quando gli enti appaiono finitamente e quindi uno isola l'altro nella catena dei sopraggiungenti, cioè lo occulta rispetto a una prospettiva finita interna all'iposintassi, questa condizione non è al di fuori dell'apparire infinito che include anche questo sottosguardo limitante fatto di tanti sottosguardi isolati, [etc…]>>.

Vero, <<l'apparire infinito ha più prospettive una dentro l'altra>>.

Ma, nuovamente, il problema NON è QUESTO, bensì il fatto che la prospettiva diacronica NON possa essere esperita (dall’apparire infinito) SENZA che l’infinito CESSI di essere l’orizzonte in cui <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>.

L’infinito NON può costituirsi a guisa di tale orizzonte, perché la diacronìa-sincronizzata (cioè NELL’apparire infinito) è una contraddizione in termini; essa annulla l’identità dell’incominciante-apparire e scomparire come esperito nel finito, sì che la diacronìa esperita dall’apparire infinito sia DIFFERENTE da quella esperita nel finito, esattamente come infinito e finito sono e restano irriducibilmente DIFFERENTI, i due aspetti sono inscindibili e vanno di pari passo (altrimenti, quand’anche l’isolamento del finito fosse fittizio ed illusorio, dovremmo avere un apparire sincronico ed indiveniente ANCHE per l’apparire finito; ma questo toglierebbe la DIFFERENZA tra apparire finito ed infinito).

Sì; se la diacronìa del finito potesse venir sincronizzata (nell’infinito), allora il finito SMETTEREBBE di DIFFERIRE dall’infinito, perché la loro DIFFERENZA sta nel fatto che la diacronìa sta al finito come la sincronìa all’infinito, di modo tale che la prima NON possa esser MAI identica alla sincronìa.

Dunque, l’incominciante-apparire NON può restar TALE nell’apparire infinito-indiveniente (neppure in modo non-nichilistico, anzi: PROPRIO in modo non-nichilistico!) dove, appunto, NULLA INCOMINCIA MAI ad apparire!

Se l’incominciante-apparire, vigente nel finito, restasse tale e quale nell’orizzonte sincronico, allora qui NON vi sarebbe alcun INCOMINCIANTE apparire, perché in esso NIENTE COMINCIA mai ad apparire!

  

(8)

 

Concludendo, sentiamo ancora AS:

<<Lui [cioè il sottoscritto] dice, però, fa un'altra obiezione successiva; dice: “se all'apparire infinito non mancasse del nascondimento dell'incominciare ad apparire non ancora apparso, allora tra la diacronia del finito e la sincronia del finito non vi sarebbe alcuna differenza”. C'è però un'inclusione, come ho spiegato, e quindi si ripropone anche qui lo stesso errore reiterato dei precedenti passaggi. Quindi lui poi conclude, dice: “si determina quindi in ogni caso, in entrambi i casi, una nuova condizione ontologica. Il severiniano apparire finito MANCA, è MANCHEVOLE: non è ciò che nulla esclude”. Poi dice: “continuerà prossimamente”. Eh, ma intanto questa parte qui è confutata perché ho dimostrato che invece in realtà questa struttura non implica nessuna nuova condizione. Va considerato che tutti i contenuti dell'iposintassi che a noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito, neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito. Perché il nostro sguardo finito che copre tutte le altre prospettive dal nostro sguardo finito non è uno sguardo al di fuori dell'apparire infinito. E se si capisce questo si supera veramente l'isolamento anche rispetto alla dimensione del finito rispetto all'infinito>>.

Anche qui, per la terza volta, egli si limita a ripetere la tesi dell’isolamento creduto reale ma in realtà rivelantesi fittizio, irreale.

L’ho capito, conosco bene questa tesi, ma ripeto: QUI, NON CONTA ALCUNCHÉ.  

Riesaminiamola.

AS dice che <<tutti i contenuti dell'iposintassi che a noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito, neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito>>.

Ripeto, non c’entra nulla giacché, che quei contenuti iposintattici NON siano isolati <<dall'apparire infinito>>, lascia del tutto INTATTA la diacronìa come incominciare e cessare di apparire nel modo da noi innegabilmente esperito.

Isolati o no, RESTA INNEGABILMENTE la DIACRONICITÀ del finito (a meno che non si voglia sostenere che, tolto l’isolamento <<all'apparire infinito>>, avremmo anche nel finito un apparire sincronico-indiveniente, il che è tassativamente escluso: vorrebbe dire negare l’apparire finito).

Poi, AS afferma che <<il nostro sguardo finito che copre tutte le altre prospettive dal nostro sguardo finito non è uno sguardo al di fuori dell'apparire infinito. E se si capisce questo si supera veramente l'isolamento anche rispetto alla dimensione del finito rispetto all'infinito>>.

Certo, il nostro sguardo finito <<non è uno sguardo al di fuori dell'apparire infinito>>, ma è infatti PROPRIO PER QUESTO che l’infinito NON PUÒ vederlo sincronicamente senza smentirsi come sguardo in cui <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!

Pertanto, il nostro COPRIRE <<tutte le altre prospettive dal nostro sguardo finito>>, questo COPRIRE, l’infinito, NON può esperirlo, appunto perché in quest’ultimo non può darsi alcuna COPERTURA, in quanto tutto già da sempre esperito e quindi S-COPERTO al chiaro di luce onnipervasiva!

(Prossimamente, continuerò a riferirmi ad AS mediante un nuovo post sulla diacronìa)…

 

Roberto Fiaschi

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Di seguito, riporto una parte del video di AS attinente al discorso rivoltomi:

<<Adesso [riferendosi a Luigi Pavone] nomini il buon Roberto Fiaschi, però non spieghi in che modo il suo argomento risponda a quello che già ho rilevato. Vedi, tu troppe volte hai avuto questa supponenza fastidiosa e fuori luogo di anticipare i tempi senza considerare gli argomenti. Allora, se tu affermi che Fiaschi ha già in anticipo confutato la mia argomentazione, sei chiamato a spiegare come, quando e perché, perché vale sempre il principio di autorità con te che la mia parola, il mio giudizio su Severino vale più delle tue opinioni e ho già spiegato perché non devo dimostrarlo. Sugli argomenti non c'è questa primarietà. Gli argomenti miei valgono quanto i tuoi. Se sono buoni sono buoni. Se sono se non sono buoni non lo sono. Ma la parola, l'opinione, il giudizio quando manca di argomentazioni ricade in quello che ho detto. Quindi, siccome tu stai presentando adesso qui un'opinione, sappi che la tua opinione non vale rispetto al mio giudizio qui. Allora, tu dici che hai già postato l'articolo e dove l'hai postato? Non lo vedo qua. Ma non vale la tua parola. Allora, devi, sii in grado per una volta in vita tua di affrontare un argomento con le tue sole capacità perché vedi, persino con l'aiuto di altri vieni comunque demolito. Non vale nulla di quello che stai dicendo adesso. Se non sei in grado di spiegare come e perché, non vale, capito? No, no, allora forse non è chiaro. Tu stai presentando le ragioni di Fiaschi senza argomentarle. Quindi da questo punto di vista questa tua valutazione secondo cui l'argomento di Fiaschi confuta quello che ho detto è una tua opinione. La stai presentando qui come una tua opinione. Ed è quello che io ti sto contestando, che tu vuoi far valere qui una tua opinione senza argomentarla. Stai affermando una cosa e dovresti argomentarla. Io mi sono impegnato ad argomentare quello che ho sostenuto. Non mi sono limitato a dire che le cose stessero in un modo. Ho spiegato come e perché stessero o meglio stiano in un certo modo. Ma che c'entra l'opinione anche del buon Fiaschi? Allora, forse non è chiaro, non è che valgono le opinioni. Allora, l'opinione anche di Fiaschi, per quanto sia bravo Fiaschi, di nuovo, nel migliore dei casi possono valere lo stesso peso del mio opinare, del mio giudicare, scusa. La mia opinione può avere al massimo o comunque può avere un peso pari a quello di Fiaschi e viceversa. Questo non vuol dire quindi che il suo giudizio automaticamente valga di più del mio. Per cui occorrono argomenti, detto in altri termini, anche l'opinione di Fiaschi da solo non è sufficiente. Ma allora sei in grado… dove si trova attualmente questo articolo? No, ma figurati, ma io sono… Ma Pavone, tu non sai, non ti rendi conto di chi hai di fronte? Questo è il tuo limite enorme. Tu hai avuto l'arroganza di sottovalutare in maniera molto imprudente le mie capacità logiche, anche confutatorie e ti sei trovato sempre nei guai dal punto di vista argomentativo. Dove si trova dunque questo argomento di Fiaschi? Se non si trova nel tuo blog, puoi dare un link dove posso trovarlo, perché non saprei altrimenti dove andare a trovare questo articolo che tu adesso stai presentando, ma io posso anche pensare che sia una tua fantasia. Eh, sul tuo blog non c'è, lo hai detto tu. Dove si trova altrimenti? Dove si trova questo blog, questo articolo? Allora, sì, l'ho trovato, ma mi pare che fossero cose già considerate. Allora, ribadiamo una cosa. Questo non è minimamente il sacco di Paone, cioè Pavone, ammettiamo, ma non concediamo che il buon Fiaschi abbia ragione. Pavone sarebbe comunque stato asfaltato completamente, persino con l'aiuto di Boccardi e di Picenni, perché da solo non ha mai mostrato di arrivare a fare le critiche che ha fatto Fiaschi, sempre ammesso che siano giuste. Adesso io dovrei prendermi un po' di tempo per esaminarle. Non so se riesco a ad affrontare l'argomento perché vedo che è abbastanza esteso e articolato, ma ci provo. Mi prendo qualche minuto di lettura e vedo se riesco a farlo in questa occasione o se alla prossima. In ogni caso, Pavone, hai perso. Non è che ti puoi salvare attraverso l'aiuto di altri. Tu da solo non sei stato capace di replicare come ha fatto Fiaschi. In ogni caso tu stai usando l'aiuto di altri più bravi di te nell'argomentare e cadi sempre. Hai già perso pure con l'aiuto di Boccardi e di Picenni. Adesso devi pregare tutti gli dèi dell'universo che invece Fiaschi sia riuscito in quello che tu non sei disedito riuscito a portare a termine, capito? Non è che puoi vantarti, anche se Fiaschi avesse confutato la mia illustrazione precedente, non potresti vantarti del risultato. Dovresti solo ringraziare Fiaschi che è riuscito a confutare un argomento che tu da solo hai mostrato di non riuscire a considerare, figurati confutare. E quindi né tantomeno avrebbe senso provare a trollare me. Cioè, è patetico, è miserevole fare l'arrogante quando tu da solo non riesci a combinare nulla, quando senza gli altri studiosi dei nemici del destino tu non avresti fatto niente in polemica contro Severino. Sarebbero rimasti solo quei due articoli molto tristi, uno dei quali il principale l'ho già ampiamente confutato, quello della tua critica alla semantizzazione dell'essere. Allora, so che può essere un po'… se tu se tu fossi un filosofo, io sarei il re dei filosofi. Quindi va bene, vuoi essere filosofo, ma allora devi riconoscere una grande differenza però tra me e te. Sotto ogni profilo come impostazione, come rigore argomentativo, tu ti fai aiutare dagli altri. Allora, vedi anche qui, no? che la filosofia debba [?] una visione, vedi tu stai presupponendo che con la collaborazione di tanti studiosi si riesca a fare meglio che singolarmente. Ma questo presupposto implica che gli studiosi che collaborano in comunione nella ricerca siano tutti a un buon livello, vedi, o comunque a un livello minimo necessario per arrivare a certe comprensioni di certi livelli, ma non è detto, non è non è ovvio e scontato che 10 studiosi buoni possano arrivare a capire ciò che uno studioso eccellente riesce a raggiungere. Quindi non è che io voglia affermare per forza la filosofia come atto eroico, individuale, però attenzione che la comprensione è prima di tutto individuale. Tu dici che io sono ossessionato. A me pare che tu abbia l'ossessione di voler sminuire chi ha questo slancio dei grandi filosofi che veniva rivendicato da grandi come Nietzsche, come Harry Bergson e molti altri. Tu vuoi appiattire, come ho notato, vogliono fare diversi altri nichilisti, soprattutto analitici, non tutti, vogliono abbassare le aspettative, vorrebbero appiattire il talento di tutti e non sopportano il talento di chi emerge e rivendica la sua maggiore capacità di comprensione, la sua maggiore capacità di comprensione e ragionamento anche analitico. Vedi, da una certa prospettiva è più arrogante chi pretende di abbassare le aspettative altrui che chi invece semplicemente rivendica le possibilità del suo slancio intellettuale. Chi sei tu, tu generico, ma anche tu Pavone al tempo stesso per pretendere che il mio slancio intellettuale debba arrivare solo a un certo punto e non possa andare oltre? Vedi, c'è più prepotenza e arroganza in questo, perché io se individualmente ritengo di poter arrivare a certe vette intellettuali, non sto limitando altri, non sto dicendo che altri non possono arrivarci, mentre invece chi fa come te pretende che tutti debbano stare a una certa soglia e nessuno possa ambire, né a salire oltre e né soprattutto a rivendicarlo. Vedi che è tutto al contrario. Non sto tessendo. Allora, vedi, questa è un'altra forma ipocrita di contestazione. Io sto tessendo le lodi dello slancio intellettuale di cui sono capace e di cui anche altri potrebbero essere capaci, mentre tu invece volendo contestare me stai indirettamente contestando questo slancio intellettuale appiattendo tutto, non capendo che tu stesso a un livello profondo ti auto, fai un auto-sabotaggio del tuo stesso potenziale, perché ragioni in questi termini, neanche presupponi, cioè tu escludi di a-priori che ci possa essere uno slancio individuale intellettualistico che ti fa superare le barriere concettuali che altri non hanno superato. Lasciamo perdere, lasciamo perdere, lasciamo perdere le altre sciocchezze che vai dicendo. Allora, io mi prendo qualche minuto per leggere un attimo l'articolo di Fiaschi e vedo se riesco a rispondere in tempo oppure se rimando a una prossima occasione. Intanto beccati quest'altra asfaltata non solo sull'argomento, ma anche sull'osservazione dello slancio intellettuale. Poi, chiaramente siamo nella terra isolata, non è che lo slancio intellettuale va inteso come la capacità del mio io empirico, del mio corpo di pensare, di elaborare, però, per diamine, quello che possiamo interpretare come slancio intellettuale in qualche modo, se mi compete, compete al mio cerchio del destino e in qualche modo sarà pure motivo di lode. Io non appiattirei da questo punto di vista l'iposintassi dicendo: "Vabbè, è quella che è, quindi nessuno di noi ha merito". Io direi: noi meritiamo, noi abbiamo un merito proprio per quello che siamo eternamente alla fine. È proprio lì, anche perché se così non fosse e il merito fosse solo nel fare, il fare non implicherebbe una bravura nel modo di essere e quindi tradirebbe la logica sottostante. Per cui, siccome già nel fare, nel merito del fare deve essere implicito che vi ha un merito nell'essere in quel modo di chi fa in un certo modo, allora tanto vale riconoscere direttamente che il merito è alla fine nel modo di essere e che il modo di fare è un'espressione del modo di essere tale che se si riconosce quanto detto, allora a maggior ragione vale il discorso che sto esponendo, cioè il merito è nel modo di essere. Alla fine è un merito, ma questo lo svilupperò in future occasioni perché ci sto pensando da tempo e si collega anche a una certa prospettiva della libertà, non del libero arbitrio, della libertà che è diverso, cioè che significa essere autenticamente se stessi e quello coincide con la vera libertà, con la vera emancipazione. Ma lasciamo perdere qui>>. […] <<Pavone, ma che diavolo dici? Pavone, ma tu dovresti contare fino a 1000 prima di pensare che una tua obiezione, ma figurati una tua obiezione, anche quelle di studiosi e pensatori più abili di te come Fiaschi possano confutare la filosofia severiniana. Ora vedo che ci sono commenti. Allora, ci sono altri commenti. E vabbè, Pavone, che ti devo dire? Eh, Pavone, senti, se tu sei limitato a tal punto che non hai capito neanche i limiti dell'articolo di Fiaschi, non hai capito le risposte che ho dato che confutano le sue attuali obiezioni, il problema è tuo. Io ho anche argomentato, ho spiegato nei dettagli riferendomi a quello che già avevo spiegato prima, perché non reggono neanche le sue obiezioni. Quindi fattene una ragione. Se non ci arrivi è un problema tuo. Se non riesci adesso a replicare, io ho argomentato, ho letto parti dell'articolo di Fiaschi confutandone il contenuto e spiegando come si confuti. Se tu non sei d'accordo è una tua opinione, però ricordiamo che la tua opinione qui non vale nulla rispetto agli argomenti. Nemmeno la mia opinione vale nulla rispetto agli argomenti. Infatti, siccome mi sono rapportato all'argomento di Fiaschi, ho argomentato, non mi sono limitato a dire qualcosa, ho argomentato, ho dimostrato quello che ho sostenuto. Tu invece pretendi di far valere le tue valutazioni personali, le tue opinioni e i tuoi giudizi. Pavone, la verità sai qual è? che tu piangi dentro, tu sei infelice, sei frustrato, tu vorresti riuscire in qualche modo a prevalere a livello argomentativo su Severino e verso di me e non ci riesci neanche con alleanze così forti, con Picenni, con Boccardi, con Fiaschi, e si sta rilevando sempre di più la realtà, che tu rosichi per questo, che tu sei forse l'unico in tutta questa vicenda che voleva confutare, voleva disintegrare, voleva annientare la filosofia severiniana ridicolizzandola, banalizzandola. Le hai provate tutte, hai sempre fallito, non ti sei mai arreso e di questo debbo darti merito della tenacia, della speranza. Però arrivati a questo punto, vedi che anche se preghi in aramaico, in tutte le lingue del mondo, tutti gli dèi del metaverso, a questo punto della situazione non hai più chance. Allo stato attuale la tua speranza è ormai annichilita, soprattutto essendoci io in un campo che purtroppo per te sono troppo oltre la tua attuale possibilità di confutarmi su queste cose. Magari su altri argomenti potresti riuscirci, ma vedi, con un abile come me a livello argomentativo, così preparato, così capace di ragionamenti rigorosi e analitici, non hai speranze su Severino, perché di Severino capisco più di te, so più di te e sono interessato a sostenerne gli argomenti che rilevo essere corretti. Tu invece non hai l'interesse di capirlo. Tu hai l'interesse di volerlo distruggere il contenuto di Severino, perché non ti piace, perché ti è antipatico. Non lo so quale sia il motivo, ma è evidente dal tuo atteggiamento che tu ti sia accanito contro quel contenuto, che tu non avessi mai veramente l'intento di discuterlo, che quella fosse solo una facciata per far vedere ad altri che tu volessi solo analizzare una certa filosofia. Tu più volte hai detto che questa filosofia è irrazionale, non ha senso, va presa come un fenomeno linguistico da interpretare, da indagare, da capire come tendenza. Se questa non è la massima forma di rifiuto del valore di un contenuto così teoreticamente elevato, non so cosa sia. Quindi tu disprezzi proprio profondamente questo contenuto e hai cercato in tutti i modi di smentirlo in modo incoerente, perché prima hai detto che non vale nulla, poi ti hai cercato in tutti i modi di confutarlo nel merito, hai fallito in tutti i modi, hai perso tutte le frecce al tuo arco, però non ti rassegni. Cioè un po' di umiltà, ma anche di buon senso ci vorrebbe. Arrivati a questo punto, no? Cioè, perché non cambi? Cioè, sarebbe meglio per te, ma per me puoi continuare, però diventa un po', diciamo, triste questa modalità. Tu continui a sperare in nuove obiezioni, poi alla fine vengono tutte demolite una dopo l'altra, tu ti fai aiutare da altri, non ce la fai lo stesso. Io da solo invece reggo il gioco contro più argomenti fatti da più di voi che vi aiutate a vicenda con le competenze che avete. Cioè, rendetevi conto anche di questo. Beh, pensate se ci fosse qualche altro Severiniano, almeno al mio livello, a giocare con me in questa partita. Cioè, pensate anche solo a questo. O uno più bravo di me, magari uno dei degli allievi più bravi di Severino. Cioè, avreste perso di default completamente la partita e non dite che non la volete giocare o che non avete provato a giocarla. E tu in particolare hai giocato molte volte sporco, perché molte volte, quando ho partecipato nei vostri live, mi interrompevi, cercavi di confondere cosa dicessi, cercavi di confondere me stesso dicendo delle cose a volte ambigue, scorrette. Hai usato varie scorrettezze, non mi hai fatto lasciare di finire diverse volte interventi chiarificatori, diverse volte non hai dato a me il tempo per replicare alle obiezioni. Ora, quale che siano le giustificazioni che tu puoi dare a questo modo di fare? Resta il fatto che io non ho avuto lo spazio adeguato per poter argomentare. Molte volte, nel tuo canale, nelle tue live. Hai giocato quindi sporco perché pur sapendo, penso, di questo limite, hai comunque cercato di far credere che la partita andasse in una certa direzione. Poi ogni volta che ti ho invitato a fare un confronto serio, hai sempre declinato con le regole che ho richiesto. Per cui non dire che la partita non l'hai giocata o l'hai giocata ma in modo onesto. Hai cercato di barare in tutti i modi possibili e hai perso persino così. Vedi la profonda ipocrisia. Tu citi il buon Boldrin: “lei fa polemica”. Facendo un esempio, peraltro che ancora di più smentisce la tua retorica. Vedi, Boldrin con me si è comportato in modo scorrettissimo, soprattutto nella seconda live. Nella prima già tendeva troppo a interrompere, non permettendo a me di chiarire adeguatamente le risposte che cercavo di dare, peraltro su cose molto controintuitive, mentre lui mi chiedeva di semplificare e al contempo contestava la mancanza di precisione che inevitabilmente segue semplificando troppo. Quindi, insomma, nel secondo live abbiamo visto tutti come lui avesse già programmato tutta quella forma retorica, di polemica; lui, non io. Quindi, che tu citi un personaggio come Boldrin che ha fatto quel teatrino nel secondo live non argomentando niente, mostrando solo di voler screditare l'argomento e anche la mia figura, insomma, fa cadere ancora di più la tua polemica, perché tu così stai veramente tu e solo tu polemizzando. Vedi, non scambiare il fatto che io risponda in maniera precisa alle tue provocazioni, smentendo la portata con il fatto che io faccia polemica. Non è che per il fatto di smentire le tue provocazioni, io sto polemizzando con te. Sei tu che stai polemizzando con me usando delle provocazioni fuorvianti, insulse, eh, c'è poco da fare. Che io poi le valuti in maniera negativa le tue modalità retoriche, provocatorie, lo vuoi chiamare questo polemica, ma è ben poca cosa. E comunque sia, la polemica non esclude l'argomentare. Uno può argomentare e fare qualche polemica. Non vedo che contraddizione ci sia qui. Quindi, consigli non richiesti. Mi ha dato dei consigli paterni, consigli completamente insensati, visto che non avevo bisogno di quei consigli, tra l'altro, cioè, consigli inutili, forvianti, e tra l'altro di cui molte persone non hanno capito neanche quale fosse il senso, ma lasciamo perdere, il senso di quei consigli era di dare più importanza agli aspetti pragmatici della vita, cosa che tu non hai capito, perché lui presupponeva che dando io importanza al discorso severiniano, dessi troppa importanza alle cose astratte, perdendomi poi gli aspetti concreti della realtà. Ma anche questa è un'altra è un'altra allucinazione del pensiero. Ho mostrato, peraltro, di essere molto più addentrato nella realtà concreta di quanto non lo siano molti di questi empiristi, positivisti, pragmatisti convinti di avere la giusta lettura del mondo. Ma io lo tratto come, cioè dimmi in che senso come lo tratto, perché sto dicendo qualcosa di brutto? Io sto solo esprimendo il suo comportamento. Che sto facendo di male? Pavone, comunque la serata finisce così. Il tuo argomento è finito, Pavone. Puoi pregare tutti i santi, tutti gli dèi, di tutto il multiverso, di tutte le realtà. Il tuo argomento è finito. 1:22:50 Saluti. Buonanotte, buona vita a tutti>>.

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