domenica 28 giugno 2026

203)- SE IL ‘SEVERINISMO’ SPROFONDA…

 

Riporto parte di un interessante quanto lunghissimo post di Elisa de Silva (d’ora in poi EDS), amministratrice del gruppo Officina di filosofia teoretica: https://www.facebook.com/groups/208128786326082.

Il post è intitolato: <<SULLA APORETICA DEL NULLA>>.

Vista la lunghezza, riporterò e commenterò SOLTANTO la prima <<RISPOSTA ELENCTICA>> di EDS ad Egon Key. L’articolo completo è comunque reperibile in calce, dopo il mio commento.

Ecco il brano di EDS:

<<Scrive il tale Egon Key:

“Il “nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il nihil absolutum?! Il “nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La struttura originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il nulla-che-significa-nulla (e che NON significa essente). Ma tale significato SI DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia dall’ESSENTE (il “positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete a tale, incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare; 2) dalla contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale significato, ma in esso non appare. ENTRAMBI i due lati (e NON unicamente il lato del “positivo significare”) del contraddicentesi significato “nulla” costituiscono una POSITIVITÀ (SIA, ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA il “nulla-momento”). E la stessa distinzione tra “positivo significare” e “nulla-momento” appartiene al “positivo significare”. Tutto ciò che del nulla può venire predicato è SEMPRE E SOLTANTO una appartenenza del “positivo significare”. Se non si comprende ciò, allora è impossibile procedere con la semantizzazione severiniana dell’essere. La contraddizione è, dunque, espressa mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ), le cui variabili sono A ( = nulla) e B ( = essente). Ebbene, il CONTENUTO di tale contraddizione, ossia del significato contraddicentesi “nulla”, è precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”>>.

E prosegue:

<<RISPOSTA ELENCTICA:

A proposito dell’intervento di tale Egon Key, occorre chiarire il punto, perché qui si decide l’intera aporetica severiniana del nulla.

Si [ = Egon Key] scrive:

Il “nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il nihil absolutum?!

L’obiezione sembra decisiva solo perché muove da un equivoco. Quando si parla di “nulla-momento”, non si intende dire che vi sia un ente semantico autonomo chiamato nihil absolutum. Non si sta cioè facendo del nihil absolutum un significato positivo posto accanto al positivo significare. Si intende invece dire che, nel significato autocontraddittorio “nulla”, il nulla-momento è l’assoluta negatività significata dal positivo significare. Il termine “nulla” è positivo significare. Ma ciò che esso significa è l’assoluta insignificanza. Dunque il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al positivo significare: è il momento astratto dell’assoluta negatività significata. Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo autonomo>>.

Se è vero, come ha giustamente osservato EDS, che <<qui si decide l’intera aporetica severiniana del nulla>>, allora temo che proprio qui la soluzione severiniana dell’aporia del nulla naufraghi, mostrando così tutta la sua impotenza.

Vediamo.

EDS nega che il “nulla-momento” sia <<un significato positivo posto accanto al positivo significare>>, giacché il “nulla-momento” significherebbe <<l’assoluta negatività significata dal positivo significare>>, quindi esso sarebbe <<il momento astratto dell’assoluta negatività significata>>.

In riferimento al post di EDS, l’altro amministratore del gruppo, Alessandro Vaglia, osserva:

<<Verdetto complessivo […] il nulla vale come momento — dunque come positività — ma questa positività non gli è interna; distinzione, non separazione. Chi separa entifica il nulla; CHI POSITIVIZZA IL MOMENTO LO CANCELLA. Severino sta esattamente sul crinale tra le due derive>> (maiuscolo mio: RF).

Insomma:

il “nulla-momento” è oppure no <<un significato positivo>> o <<positività>>?

Certo che sì: il “nulla-momento” è una <<positività>> per il solo fatto di esser POSTO e quindi significante.

Leggiamo Emanuele Severino:

<<I due momenti contraddicentisi del significato nulla (e di ogni impossibile) sono, da un lato, il “positivo significare” del nulla, ossia e il suo essere nulla e l’apparire di questo essere, e, dall’altro lato, l’assoluta nientità e assenza di significato del nulla CHE PURE È POSITIVAMENTE SIGNIFICANTE>>. (“Intorno al significato del nulla”, pag. 110. Adelphi 2013. Maiuscolo mio). 

Tornando ad Alessandro Vaglia, egli precisa (sulla scia di Severino) che, però, tale <<positività>> <<non gli è interna>>, giacché essa è <<significata dal positivo significare>>, cioè dall’altro momento che entra a costituire il significato auto-contraddicentesi nulla.

Ma, se la <<positività>> del “nulla-momentofosse interamente <<significata dal positivo significare>>, allora il “nulla-momento” non sarebbe neppure POSTO come “nulla-momento”, per cui l’altro momento cioè il suo <<positivo significare>> NON avrebbe alcunché da significare in quanto, se davvero il “nulla-momento” non fosse una <<positività>> semantica, semplicemente NON comparirebbe neppure come UNO dei DUE termini del significato auto-contraddicentesi nulla: non comparirebbe ‘tout court’…

Ripetiamolo: il “nulla-momento” è già, necessariamente IN SÉ, una <<positività>>.

Quindi, contrariamente a quanto osserva EDS, il “nulla-momento” È <<un secondo positivo accanto al positivo significare>>.

Infatti, la <<positività>> del “nulla-momento” NON può NON essere INTERNA al “nulla-momento” stesso, giacché esso DEVE poter significare, in sé, almeno come “nulla-momento”, altrimenti, ripetiamolo, MANCHEREBBE del tutto, per cui il significato auto-contraddicentesi nulla non potrebbe nemmeno costituirsi.

Il significare <<l’assoluta insignificanza>> da parte del “nulla-momento” è esattamente il significare DELnulla-momentoIN SÉ, DISTINTAMENTE (NON separatamente) dal suo <<positivo significare>> e perciò NON può essere significato dal suo <<positivo significare>> il quale, invece, è l’ESSERE o la POSIZIONE del “nulla-momento”, di modo tale che tra quest’ultimo ed il suo <<positivo significare>> si inneschi la contraddizione del significato auto-contraddicentesi nulla.

Soffermiamoci su quest’affermazione di EDS:

<<Dunque il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al positivo significare: è il momento astratto dell’assoluta negatività significata. Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo autonomo>>.

Ora, siccome il “nulla-momento” significa “nulla-momento” e non altro, ciò attesta come questo SUO significare sia appunto il S-U-O intimo significare, cioè IN SÉ, soltanto come “nulla-momento”, DISTINTAMENTE dal <<positivo significare>>.

Senonché, anche rimarcando il fatto che trattasi di DISTINZIONE e non di SEPARAZIONE, il “nulla-momento”, proprio perché GIÀ IN SÉ <<è POSITIVAMENTE SIGNIFICANTE>> (Severino), esso si sdoppia a sua volta in “nulla-momento” e <<positivo significare>>, dando così luogo ad un regresso infinito scaturente ANCHE dalla sola DISTINZIONE dei due momenti.

E allora bisognerà concludere non, come osserva EDS, che ciò <<è impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo autonomo>>,

bensì che, siccome il “nulla-momento” È (come mostrato) <<un momento semantico positivo>> GIÀ DI PER SÉ significante distintamente dal <<positivo significare>>, allora esso È <<già un essente>>, e poiché <<è un essente, non è il nulla>> radicalmente differente dall’essere.

Quindi, siccome il “nulla-momento” NON riesce a costituirsi come <<nulla in quanto nulla>>, allora esso è <<posto come termine positivo>> intrinsecamente, positivamente significante…

 

Roberto Fiaschi

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Ecco il testo completo di EDS:

<<SULLA APORETICA DEL NULLA (Informazione di servizio)

In questo articolo si intende mostrare come, in alcuni gruppi filosofici anche molto seguiti, figure presentate come esperti, moderatori o autorevoli interlocutori finiscano talvolta per fraintendere radicalmente i testi e i problemi di cui pure si dichiarano competenti. Il risultato è una divulgazione filosofica arbitraria e irresponsabile, che invece di chiarire confonde chi legge. Ancora più grave è quando tali interventi ricevono il consenso di amministratori o sedicenti esperti altrettanto impreparati, come il tale Sergio Piccerillo, che, anziché vigilare sulla correttezza teoretica della discussione, avallano con leggerezza argomentazioni gravemente errate. È il caso dello scritto del tale Egon Key, nel quale la pretesa di fornire una “informazione di servizio” sull’aporetica severiniana del nulla si risolve, invece, in una serie di fraintendimenti radicali.

Si tratta, purtroppo, del sintomo di certi gruppi filosofici farlocchi, ove ogni bestialità può passare come verità, purché venga esibita con tono perentorio e avallata dal consenso di chi dovrebbe invece saper distinguere un’argomentazione rigorosa da una confusione concettuale.

Scrive il tale Egon Key:

“Il “nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il nihil absolutum?! Il “nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La struttura originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il nulla-che-significa-nulla (e che NON significa essente). Ma tale significato SI DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia dall’ESSENTE (il “positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete a tale, incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare; 2) dalla contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale significato, ma in esso non appare.

ENTRAMBI i due lati (e NON unicamente il lato del “positivo significare”) del contraddicentesi significato “nulla” costituiscono una POSITIVITÀ (SIA, ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA il “nulla-momento”). E la stessa distinzione tra “positivo significare” e “nulla-momento” appartiene al “positivo significare”. Tutto ciò che del nulla può venire predicato è SEMPRE E SOLTANTO una appartenenza del “positivo significare”.

Se non si comprende ciò, allora è impossibile procedere con la semantizzazione severiniana dell’essere.

La contraddizione è, dunque, espressa mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ), le cui variabili sono A ( = nulla) e B ( = essente). Ebbene, il CONTENUTO di tale contraddizione, ossia del significato contraddicentesi “nulla”, è precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”.

RISPOSTA ELENCTICA:

A proposito dell’intervento di tale Egon Key, occorre chiarire il punto, perché qui si decide l’intera aporetica severiniana del nulla.

Si scrive:

Il “nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il nihil absolutum?!

L’obiezione sembra decisiva solo perché muove da un equivoco.

Quando si parla di “nulla-momento”, non si intende dire che vi sia un ente semantico autonomo chiamato nihil absolutum. Non si sta cioè facendo del nihil absolutum un significato positivo posto accanto al positivo significare.

Si intende invece dire che, nel significato autocontraddittorio “nulla”, il nulla-momento è l’assoluta negatività significata dal positivo significare.

Il termine “nulla” è positivo significare. Ma ciò che esso significa è l’assoluta insignificanza. Dunque il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al positivo significare: è il momento astratto dell’assoluta negatività significata.

Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo autonomo.

Si scrive:

Il “nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La struttura originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il nulla-che-significa-nulla (e che NON significa essente)”.

Qui l’espressione decisiva è: “il nulla-che-significa-nulla”.

Ma questa formula è pericolosa. Se il nulla “significa”, allora il nulla è significante. Ma ciò che è significante, in quanto significante, è positivo. Dunque si finisce per dire che il nulla è un positivo significante.

Ma questo è esattamente ciò che non va attribuito al nulla in quanto nulla.

La formula corretta non è:

il nulla significa nulla.

La formula corretta è:

il positivo significare del nulla significa l’assoluta insignificanza.

Il nulla-momento non significa da sé. Se significasse da sé, sarebbe già positivo. Il nulla-momento è significato dal positivo significare come assoluta negazione di ogni positivo significato.

Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento significasse da sé, sarebbe significante; se è significante, è non-niente; se è non-niente, non è nulla.

Si scrive:

Ma tale significato SI DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia dall’ESSENTE (il “positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete a tale, incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare”.

Qui viene confusa la distinzione analitica interna al significato autocontraddittorio “nulla” con la distinzione tra due termini autonomi.

Il positivo significare e il nulla-momento sono distinguibili solo nell’analisi dell’unico significato autocontraddittorio “nulla”. Ma non sono due termini separabili.

Se li si separa, accade una delle due cose:

o il positivo significare non significa più nulla;

oppure il nulla-momento diventa un referente autonomo, dunque un essente.

È proprio questa separazione che genera l’aporia. Non la risolve.

Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento fosse distinto come termine autonomo dal positivo significare, allora sarebbe un distinto. Ma un distinto è un positivo. Dunque il nulla-momento non sarebbe più nulla.

Si scrive:

2. dalla contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale significato, ma in esso non appare”.

Anche qui il problema è lo stesso: il nulla-momento viene trattato come un soggetto cui “competono” proprietà, distinzioni, relazioni, determinazioni.

Ma al nulla, in quanto nulla, non compete nulla.

Tutto ciò che del nulla viene predicato appartiene al positivo significare del nulla. Se si dice che al nulla-momento compete la contraddizione, o che compete la distinzione, o che compete il positivo significare, si sta già assumendo il nulla-momento come qualcosa cui competono predicati.

Il contrario è impossibile perché, se al nulla-momento competesse qualcosa, esso sarebbe qualcosa cui compete una determinazione. Ma ciò cui compete una determinazione non è nulla.

Si scrive:

ENTRAMBI i due lati (e NON unicamente il lato del “positivo significare”) del contraddicentesi significato “nulla” costituiscono una POSITIVITÀ (SIA, ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA il “nulla-momento”.

QUI STA IL PUNTO PIÙ GRAVE:

Se si intende dire che entrambi i lati, in quanto detti, appartengono al positivo significare, allora si dice una cosa vera: tutto ciò che viene detto è detto nel positivo significare.

Ma se si intende dire che anche il nulla-momento, in sé, è positività, allora si dice l’impossibile.

Perché positività significa non-niente. Dunque, se il nulla-momento fosse positività in sé, sarebbe non-niente. Ma allora non sarebbe più nulla-momento.

Il contrario è impossibile perché dire “il nulla-momento è positività” significa dire “il nulla è non-nulla”. È l’identificazione del positivo e del negativo.

Si scrive:

E la stessa distinzione tra “positivo significare” e “nulla-momento” appartiene al “positivo significare”.

Questo è corretto. Ma non smentisce la mia spiegazione: la conferma, appunto!

La distinzione tra positivo significare e nulla-momento appartiene al positivo significare. Non appartiene al nulla-momento come se il nulla-momento fosse un soggetto che distingue, si distingue, o sta da sé.

Ma proprio perché la distinzione appartiene al positivo significare, non si può poi trasformare il nulla-momento in una positività autonoma.

Se il nulla-momento fosse positività, allora la distinzione non apparterrebbe più soltanto al positivo significare; apparterrebbe anche al nulla-momento come determinazione sua.

Il contrario è impossibile perché, se la distinzione appartenesse al nulla-momento, il nulla-momento sarebbe qualcosa che possiede una distinzione. Ma ciò che possiede una distinzione è un positivo, non il nulla.

Si scrive:

Tutto ciò che del nulla può venire predicato è SEMPRE E SOLTANTO una appartenenza del “positivo significare”.

Esattamente. Ma allora il discorso del tal Egon si autoconfuta.

Se tutto ciò che del nulla viene predicato appartiene al positivo significare, allora anche il predicato “il nulla-momento è positività” appartiene al positivo significare. Non al nulla-momento in sé.

Quindi non si può usare questo predicato per concludere che il nulla-momento sia positività in sé. Si può solo dire che il nulla-momento, in quanto detto, è incluso nel positivo significare.

Ma questa è precisamente la tesi di Severino che qui si intende esplicare.

Il contrario è impossibile perché, se qualcosa fosse predicabile del nulla in quanto nulla, allora il nulla sarebbe soggetto di predicazione. Ma un soggetto di predicazione è già qualcosa.

C’è poi un nodo ulteriore, decisivo.

Il tal Egon Key dice che i due momenti del significato “nulla” sono incontraddittori, e questo è giusto, ma qui avviene lo slittamento essenziale: egli confonde l’incontraddittorietà del momento, in quanto distinto nell’analisi del significato, con l’essere del nulla-momento.

Ma dire che il nulla-momento è “incontraddittorio” non può voler dire che il nulla-momento sia qualcosa che, da parte propria, stia nell’identità con sé. Perché, se così fosse, il nulla-momento sarebbe già un essente: avrebbe identità, determinatezza, positività. E allora l’aporia non sarebbe risolta, ma semplicemente riaperta e rimandata all’infinito. Il nulla momento è in contraddittorio proprio perché è il Nihil absolutum che il positivo significare indica.

Infatti, appena si dice: “il nulla-momento è incontraddittorio”, bisogna chiedere: che cosa è questo nulla-momento? Se è qualcosa, non è nulla. Se è nulla, non può essere qualcosa che possiede l’incontraddittorietà come propria determinazione.

Dunque l’incontraddittorietà in tal senso è del nulla-momento tanto quanto lo è del positivo significare che è e si distingue dal non essere che indica.

È qui che il tal Egon, pretendendo di correggere l’aporia, la riapre. Fa del nulla-momento un lato positivo, poi lo dichiara incontraddittorio, poi deve distinguerlo dal positivo significare, poi deve spiegare come un nulla incontraddittorio possa non essere essente. Ma questa spiegazione non può mai chiudersi, perché ogni passo ulteriore riproduce lo stesso errore: attribuisce al nulla una determinazione.

Si scrive:

Se non si comprende ciò, allora è impossibile procedere con la semantizzazione severiniana dell’essere”.

È vero l’opposto:

Se non si comprende la differenza tra il nulla-momento in quanto assoluta negatività e il positivo significare che lo significa, allora è impossibile comprendere la semantizzazione dell’essere che non è affatto severiniana, ma è ciò che Severino problematicizza.

Severino non dice che il nulla sia un secondo termine positivo necessario a far significare l’essere. Dice che il nulla, per essere detto, deve apparire come positivamente significato; ma proprio questo genera l’aporia del nulla.

Il nulla deve essere posto per essere escluso dall’essere. Ma, appena è posto, è posto nel positivo significare. Da qui l’aporia: il significare il nulla è positivo, ma ciò che viene significato è l’assoluta negazione del positivo.

Il contrario è impossibile perché, se il nulla fosse positività autonoma, l’essere non si opporrebbe più al nulla, ma a un essente negativo. E allora non si avrebbe più l’opposizione dell’essere al nulla, ma una differenza interna all’essere.

Si scrive:

La contraddizione è, dunque, espressa mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ), le cui variabili sono A ( = nulla) e B ( = essente)”.

Questa formalizzazione è totalmente errata poiché usata a sproposito, cioè stiamo attribuendo al significato auto contraddittorio nulla, l’assoluta in contraddittorietà dell’identità dell’essere espressa dall’ “equazione dell’essere” cioè dell’esente in quanto unione inscindibile di tutti i suoi predicati.

Pone A = nulla e B = essente come se A e B fossero due variabili disponibili sullo stesso piano formale. Ma se A è una variabile del calcolo, allora A è già un segno positivo, un contenuto determinato, un elemento del discorso.

Dunque A non è il nulla. A è il positivo significare “nulla”.

La forma A = B può rappresentare l’identificazione di due positivi, oppure l’identificazione del positivo e del negativo solo se il negativo è già posto nel positivo significare, come nel caso della contraddizione nulla che è tale poiché in un solo termine si dice l’infinità distanza tra il positivo e il negativo. Ma non può catturare il nulla come nulla, perché il nulla come nulla non è una variabile.

Il contrario è impossibile perché, se il nulla fosse una variabile A, allora sarebbe già qualcosa che può essere sostituito, relazionato, uguagliato, distinto. Ma ciò che può essere formalizzato così è un positivo, non il nulla.

Anche la formalizzazione proposta dal tal Egon non regge.

Quando si dice “l’albero è nulla”, abbiamo effettivamente una struttura contraddittoria: un positivo, l’albero, viene identificato con il suo negativo. Qui posso avere un soggetto positivo e un predicato negativo.

Ma quando si dice “il nulla è nulla”, non siamo nello stesso caso. Non abbiamo un soggetto A, il nulla, cui venga attribuito un predicato B, l’essente. Se facciamo del nulla una variabile, un soggetto, un elemento dell’equazione, lo abbiamo già trasformato in positivo.

Perciò l’equazione dell’identità tra soggetto e predicato non può essere applicata all’aporia del nulla se non al suo positivo significare. E forse nemmeno senza riserve, perché nel caso del nulla il soggetto stesso è aporetico.

Dire “l’albero è albero” esprime l’identità del positivo con sé.

Dire “l’albero è nulla” è contraddittorio perché identifica un positivo con il negativo.

Dire “il nulla è nulla”, invece, è già aporetico, perché pone il nulla come soggetto della predicazione. Ma il nulla, come nulla, non può essere soggetto.

Del nulla non si può predicare un B. Del nulla non si può predicare nulla senza farlo apparire come qualcosa. Ogni predicazione del nulla appartiene al positivo significare del nulla, non al nulla come nulla.

Dunque la formula A = B, con A = nulla e B = essente, falsifica il problema, perché mette il nulla e l’essente sullo stesso piano formale. Ma il nulla, se è una variabile dell’equazione, è già un positivo del linguaggio.

Qui bisogna richiamare il senso severiniano del significato semplice.

Un significato semplice non ha parti. Coincide con sé stesso. È ciò che è, senza essere una sintesi di elementi ulteriori.

Ora, il termine “nulla” è aporetico proprio perché dovrebbe essere un significato semplice — il nulla, appunto — e tuttavia, appena lo si analizza, sembra presentarsi come se avesse due momenti:

1. il positivo significare;

2. il nulla-momento.

Ma il nulla-momento è proprio nulla. Non è una parte positiva del significato. Non è un elemento che possa stare accanto al positivo significare. Non è un contenuto autonomo della sintesi.

Ecco il punto: il “nulla” è aporetico perché appare come un significato semplice che si comporta come un significato complesso. Sembra avere parti, ma una delle “parti” è proprio il nulla, cioè non può essere una parte. E la sintesi stessa non è una terza parte che venga ad aggiungersi alle altre.

Dunque il termine “nulla” è contraddittorio perché, pur dovendo significare il semplice assolutamente privo di parti, appare nel linguaggio come sintesi di due momenti. Ma questa sintesi è impossibile se i due momenti vengono separati; e, se non vengono separati, non sono due termini autonomi e dire che sono entrambi i contraddittori non ne implica la separazione.

Perciò tale Egon sbaglia nel dire che entrambi i lati sono positività.

L’aporia del nulla consiste proprio in questo: il positivo significare dice il nulla, ma il nulla detto non è un positivo. Il termine “nulla” appare come significato, ma ciò che esso significa è l’assoluta negazione del significato positivo.

Si scrive:

Ebbene, il CONTENUTO di tale contraddizione, ossia del significato contraddicentesi “nulla”, è precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”.

Anche qui occorre distinguere.

Si può dire che il contenuto del termine “nulla” è il nihil absolutum solo a patto di aggiungere subito: non come referente positivo, non come termine autonomo, non come significato incontraddittorio che stia da sé, ma come assoluta negatività significata dal positivo significare.

Se invece si dice che il nihil absolutum è il contenuto del significato “nulla” come se fosse un contenuto positivo disponibile, si ricade nell’entificazione del nulla.

Il contrario è impossibile perché un nihil absolutum che fungesse da contenuto positivo della contraddizione sarebbe già un non-niente. Ma un nihil absolutum che è non-niente non è nihil absolutum.

Il punto conclusivo è questo:

L’errore consiste nel voler correggere Severino trasformando il nulla-momento in positività per poi attribuirgli la contraddizione, ma così l’aporia non viene risolta: viene radicalizzata nel senso sbagliato da chi proprio vorrebbe da un lato spiegarla e dall’altro criticarla.

La formula corretta non è:

il nulla-momento è una positività.

E nemmeno:

il nulla-momento significa da sé.

Ma:

il termine “nulla” è un positivo significare autocontraddittorio, perché significa l’assoluta insignificanza; il nulla, in quanto pensato e detto, è positivo significare, ma il nulla in quanto nulla non è un positivo.

La negazione di questa struttura è impossibile, perché per negarla bisogna pur dire “nulla”, e dunque bisogna già usare quel positivo significare del nulla che si vorrebbe negare.

Da qui segue l’incontrovertibilità del punto:

1. se il nulla è detto, il dire è positivo;

2. se il dire è positivo, ciò che appare è il positivo significare del nulla;

3. se si pretende che il nulla, oltre al suo positivo significare, sia anche un contenuto autonomo, lo si entifica;

4. se lo si entifica, non è più nulla;

5. dunque il nulla, come nulla, non può costituirsi come termine autonomo.

Se si separa il positivo significare si entifica il nulla (il nulla momento) se si separa il nulla momento si nullifica l’ente (il positivo significare).

E se il nulla non può costituirsi come termine autonomo, allora non può essere il termine in cui l’essente cade.

L’essente non può diventare nulla.

Dire che l’essente diventa nulla significa dire che il non-niente diventa niente. Ma questo è l’impossibile. E il destino è appunto l’apparire incontrovertibile di questa impossibilità.

La formulazione conclusiva può essere questa:

Il nulla non è un termine complesso formato da due positività. È un significato semplice che, entrando nel linguaggio, appare aporeticamente come sintesi di positivo significare e nulla-momento. Ma il nulla-momento non è una seconda positività, non è un referente, non è una variabile, non è un soggetto, non è una parte autonoma. È ciò che il positivo significare significa come assoluta insignificanza.

Per questo il contrario è impossibile: se il nulla-momento fosse positivo, sarebbe essente; se fosse essente, non sarebbe nulla; e se non fosse nulla, l’intera aporia del nulla sarebbe stata cancellata non risolvendola, ma eliminando il nulla stesso.

Se invece il nulla-momento è nulla, allora non può essere soggetto di predicati, né termine di relazione, né variabile di equazioni, né parte positiva di una sintesi.

Resta dunque solo il positivo significare del nulla. Ma proprio questo positivo significare mostra che il nulla non è.

E se il nulla non è, l’essente non può diventare nulla.

La questione è molto complessa, non meraviglia infatti che lo stesso errore venga fatto da un serio studioso che interviene al Centro Studi Casa Severino con una posizione analoga a quella di tale Egon per poi affermarne la problematicità, che come si va ripetendo non è in Severino, ma in chi male interpreta la risoluzione dell’aporia. Equivoco analogo è stato discusso con Roberto Fiaschi che quantomeno come il relatore del video seguente si mantiene coerente nel voler negare la risoluzione. Pessimo è invece il tentativo del tale key e di altri che non comprendono, allo stesso modo, la risoluzione dell’aporia pur volendola affermare>>.

Elisa de Silva

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giovedì 18 giugno 2026

202)- QUALE DIO: «TEISTA», OPPURE «NON-TEISTA»?

Dal punto di vista cristiano, L’UNO L’ALTRO, perché nel Cristianesimo vige un (o meglio: IL) PANENTEISMO TRINITARIO.

Qui, però, FINGERÒ che il <<teismo classico>> coincida col Dio del Cristianesimo.

Pertanto, mi limiterò a riportare le parti salienti, via via commentandole, di un articolo favorevole al Dio non-teista, scritto da Martin Thielen (d’ora in poi: MT), <<pastore metodista in pensione, autore di bestseller ed ex pastore di una mega-chiesa>>, reperibile al link: https://progressivechristianity.org/resource/the-god-i-do-believe-in-part-ii/ (Progressive Christianity), per saggiare la consistenza del cosiddetto Dio non-teista.

Esso è intitolato: <<IL DIO IN CUI CREDO – PARTE II>> (15 dicembre 2025).

Scrive MT:

<<La maggior parte dei cristiani in tutto il mondo continua ad affermare la fede in un Dio personale e onnipotente che si prende cura del mondo in modo provvidenziale, interviene in modo soprannaturale, esaudisce le preghiere e compie miracoli. In breve, la maggior parte delle persone di fede aderisce ancora al teismo classico. E io rispetto chi sostiene questa visione storica ortodossa. L'ho condivisa anch'io per molti anni, e ha soddisfatto molte esigenze importanti della mia vita>>.

Mi pare che la rappresentazione del Dio-teista disegnata da MT sia piuttosto GROSSOLANA e del tutto IGNARA delle innumerevoli discussioni teologiche presenti e passate. Dopo un simile ritratto del Dio teista ai limiti del caricaturale, che MT ritiene coincidere (ERRANDO!) sostanzialmente con il Dio dei CRISTIANI, egli passa a descrivere le ragioni che lo hanno spinto ad abbandonarlo in favore del Dio non-teista.

MT:

<<Tuttavia, per me (e per un numero crescente di altre persone), questi antichi concetti teistici su Dio sono diventati impossibili da credere nel mondo moderno. Per citare il compianto vescovo John Shelby Spong: "Il cuore non può adorare ciò in cui la mente non può credere">>.

E quale sarà quel Dio a cui <<la mente non può credere>>?

La mente forse CONOSCE già come Dio debba essere affinché possa credervi?

Ma, qualora lo CONOSCESSE già, che bisogno avrebbe di CREDERVI?

Insomma, la mente pretenderebbe, di volta in volta, un Dio ADEGUATO alle sue (della mente) capacità, e quindi un Dio ad IMMAGINE e SOMIGLIANZA della mente umana, un suo prodotto onde potersi rispecchiare e quindi, alla fine, identificarvisi. 

In sostanza, l'ennesima riedizione della celebre promessa:

Eritis sicut Deus...

MT:

<<Dopo decenni di dubbi, riflessioni, meditazioni e studi, non credo più nel Dio dei dogmi del IV secolo o della teologia sistematica ortodossa. Il Dio in cui credo è molto meno definibile e prevedibile. Invece di concepire Dio come una divinità personale, simile all'uomo e soprannaturale, lo immagino come lo Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo. Certo, la mia visione potrebbe non essere corretta. Ma è qui che mi trovo attualmente nel mio cammino spirituale. E non sono l'unico>>.

Ciò presuppone ERRONEAMENTE che il classico Dio-teista NON sia uno <<Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo>>, il che è ben lungi dal vero.

Lo presuppone ERRONEAMENTE sulla base di un’immagine di Dio distorta ed infantile  della quale, indubbiamente, si sono purtroppo resi responsabili troppi teologi/catechisti/predicatori…

D’altronde, ove MT scrive: <<lo immagino come […]>>, non sta forse dicendoci che il suo Dio sia fatto ad IMMAGINE, appunto, di come EGLI lo IMMAGINA?

MT:

<<Affermare un Dio non teistico richiede una grande dose di modestia teologica. Come mi disse una volta un lettore di Doubter's Parish, affermare questa visione non tradizionale di Dio è come "tuffarsi a dorso nell'inconoscibile". Con questo modello nebuloso di Dio, la certezza e la chiarezza assolute non sono possibili. Al contrario, regnano il mistero e l'ambiguità. Descrivere Dio come Spirito, forza vitale ed energetica, mi ricorda un vecchio film intitolato "Figli di un dio minore". Una scena toccante del film mostra un uomo che ascolta con gioia musica classica. Una donna sorda gli chiede di descrivere il suono della musica. Con il linguaggio dei segni e gesti interpretativi, lui fa del suo meglio, ma alla fine si arrende e dice: "Non posso". È impossibile descrivere a parole e con segni il suono della musica. È altrettanto impossibile descrivere a parole o con immagini l'aspetto di un Dio non soprannaturale e non teistico. Ed è proprio per questo che mi affascina così tanto. Come disse Sant'Agostino: "Se lo capisci, non è Dio". E come Mosè apprese presso un misterioso roveto ardente nel deserto tanto tempo fa, non si può dare a Dio un nome che lo definisca e lo limiti, rinchiuderlo in una scatola e addomesticarlo. Al contrario, lo Spirito che anima la vita dell'universo si autodefinisce come "Io sono ciò che sono".  […] Mosè dona poi agli Israeliti le tavole di pietra con i Dieci Comandamenti di Dio, ai quali si deve obbedire fedelmente. Questa visione teistica tradizionale di un Dio maschile e potente che ascolta le preghiere, compie miracoli ed esige obbedienza è ancora oggi condivisa da un gran numero di credenti. Nata nel 1977, la saga cinematografica di Star Wars ha generato più di una dozzina di film e altri spin-off. La saga di Star Wars è troppo complessa per essere riassunta qui. Ma una costante nell'universo di Star Wars è la presenza della "Forza", come nella frase "Che la Forza sia con te". Tuttavia, la Forza non è una divinità tradizionale né una religione organizzata. Il fenomeno di Star Wars può illustrare il crescente numero di persone che abbracciano espressioni di fede non tradizionali. Per loro, Dio non è un Padre celeste personale e soprannaturale, ma uno Spirito vitale/energetico che permea l'universo. Chi condivide questa visione ha abbandonato la credenza in un Dio teistico. Tuttavia, afferma ancora la fede in una spiritualità che ricerca la bontà, l'amore e la giustizia nel mondo, e desidera impegnarsi in questo nobile sforzo. In breve, io (insieme a molte altre persone) sono passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars. Questo Dio non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Dopodiché, MT passa ad enunciare i <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA

<<Ogni modello teologico ha punti di forza e di debolezza. Questo vale certamente anche per una concezione non teistica di Dio come forza vitale/energia. Ora ne esaminerò alcuni. Da un lato, questa visione presenta molti aspetti positivi. Innanzitutto, è credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale. Una visione non teistica, almeno per molti, ha una sua validità intellettuale. Appare loro più reale, onesta e autentica. Molti sostenitori di questa visione ne apprezzano lo spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente. Si potrebbero aggiungere molti altri aspetti positivi. Ad esempio, una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>.

Quindi, la domanda è:

DAVVERO la <<visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza>>?

Premesso che la fede in Dio (teista o meno), NON si pone mai come una <<soluzione ragionevole al gigantesco problema teologico della sofferenza>>, giacché Dio non offre SOLUZIONI TEORETICHE bensì indicazioni per la vita (terrena ed eterna).

Ciò detto, per rispondere alla suddetta domanda, bisogna ripercorrere i (reali o presunti) <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> ed i suoi <<molti aspetti positivi>> elencati da MT.

Rivediamoli:

1)- il Dio non-teista sarebbe <<credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>.

Peccato che una CREDIBILITÀ posta al traino della scienza moderna sia destinata a CROLLARE allorquando la scienza MODIFICHERÀ le proprie teorie ed i propri paradigmi…

Inoltre, MT finora NON ha precisato QUALI sarebbero i <<punti di forza>> intrinseci all’esser non-PERSONALE, non-SOVRUMANO e non-INTERVENTISTA rispetto all’esser PERSONALE, SOVRUMANO (che vorrà dire?) e INTERVENTISTA, per cui mi aspetto di reperir la loro critica proseguendo nella lettura del suo articolo.

Per quanto invece riguarda l’equiparazione di Dio alla <<fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>, tutto ciò dipende dall’educazione teologica intrapresa, e certamente chi fa tale equiparazione NON ha verosimilmente speso una sola ora a studiare l’A-B-C della teologia e della filosofia, essendosi ben più probabilmente accontentato dei più immediati luoghi comuni orecchiati da ‘catechismi’ altrettanto poco accorti…

2)- Il Dio non-teista possiederebbe uno <<spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>>.

No, il Dio non-teistico NON può non ESCLUDERE quelle teologie ove vige il Dio-teistico, tanto quanto lo stesso termine “non-teismo” ESCLUDE (NEGA) il significato di “teismo”, giacché la loro INCOMPATIBILITÀ è manifesta, altrimenti MT NON avrebbe abbandonato il Dio-teistico per abbracciare il Dio non-teistico, per cui NEMMENO il Dio non-teista può accampare la pretesa di possedere uno <<spirito non esclusivo>>.

Egli afferma che <<Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>> sì, ma A PAROLE: di fatto, ripeto, egli ha ABBANDONATO ( = ESCLUSO!) il Dio-teistico a favore di una concezione non-teistica, altrimenti non avrebbe scritto una sola parola di questo articolo…

Non a caso MT ha affermato (ingenuamente) che il Dio non-teista sia l’<<UNICA soluzione ragionevole>>!

Se infatti essa è l’UNICA, allora vuol dire che ESCLUDE tutte le altre!

3)- Secondo MT: <<una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>. 

Ma ANIMARE <<il mondo naturale>> da parte del Dio non-teistico che cosa significa?

ANIMARLO senza INTERVENIRE in esso?

E come si può ANIMARE qualcosa senza che ciò implichi l’INTERVENTO della stessa ANIMAZIONE?

Se il Dio non-teistico <<abita e anima il mondo naturale>>, vorrà dire che esso VI INTERVIENE costantemente! 

Ricordiamo, infine, come lo stesso MT più sopra abbia scritto:

<<i non teisti vogliono tornare all'immagine originaria di Dio come Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>.

Ciò non riconferma, forse, che il Dio non-teista INTERVENGA continuamente in quanto esso è <<energetico e animatore>> dell’intero universo?

A questo punto, constato quanto i TRE surriportati <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> siano, in realtà, tre banalissimi <<PUNTI>> di nessun peso, privi della benché minima <<FORZA>> persuasiva, oltre che teologicamente risibili…

Ma proseguiamo con la lettura di MT:

<<Una visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza. In un mondo di sofferenza brutale e schiacciante (sia nel mondo naturale che nella storia umana), un Dio onnipotente, onnisciente, soprannaturale e interventista è semplicemente incredulo per un gran numero di persone. Se quel Dio esistesse, il mondo sarebbe drasticamente diverso da come appare. Bastano poche sere passate a guardare il telegiornale per rendermi conto, almeno a me, che un Dio teistico non esiste. Per i non tradizionalisti come me, l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza (oltre all'ateismo) è adottare una visione non teistica di Dio>>.

Peccato, però, che MT NON ci dica in che cosa consista la sua <<unica soluzione ragionevole […] al gigantesco problema teologico della sofferenza>>.

Si limita ad asserirla, ma NON ne argomenta le ragioni.

Infatti, IN CHE MODO il Dio non-teistico sarebbe <<l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza>>?

Esso lascia la sofferenza non solo del tutto INTATTA, ma NON riesce neppure ad offrirsi quale sua <<soluzione ragionevole>> , tantomeno, come SPERANZA redentiva!

Anzi, PEGGIO:

in un universo permeato dal Dio non-teista, la sofferenza non potrà che essere CONNATURATA a quel Dio, tutt’UNO con esso, in quanto tale Dio _ dice MT _, <<abita e anima il mondo naturale>> essendo, di questo, lo <<Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>!

Quindi, come non pensare che il Dio non-teista ANIMI anche le infinite sofferenze del mondo di cui esso è appunto l’<<animatore>> per eccellenza?   

Quindi: PERCHÉ ritenerla l’unica soluzione RAGIONEVOLE?

Forse perché non trattasi di un Dio-teistico che, potendo intervenire per eliminarla, non interviene?

Ma MT ha riflettuto sul PERCHÉ della sofferenza non-tolta di Gesù in croce?

Sul Suo grido oserei dire ATEO di disperazione e d’angoscia?

Temo di no…

Comunque, più sopra MT aveva osservato che il suo Dio <<non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Non solo, ma ha menzionato anche Sant’Agostino:

<<Se lo capisci, non è Dio>>!

Bene, ma allora perché parla continuamente del Dio non-teista come dell’<<unica soluzione RAGIONEVOLE>>?

Se il suo Dio è RAGIONEVOLE, come egli pretende, allora NON è il vero Dio…

Leggiamo ancora MT:

<<Questa visione teologica [non-teista] del mondo ricorda inoltre che un Dio teistico tradizionale non risolverà i problemi del mondo>>;

e CHI lo ha mai preteso?

Che mi risulti, solo i Testimoni di Geova ed affini…

MT:

<<Piuttosto, spetta a noi affrontare sfide urgenti come il cambiamento climatico, la violenza, il razzismo e la povertà. La convinzione che uno Spirito vitale avvolga e connetta l'intero universo fornisce un imperativo morale per agire in tal senso. In breve, siamo davvero i custodi dei nostri fratelli e sorelle (e del pianeta). Pertanto, una visione non teistica di Dio offre una forte motivazione a impegnarsi in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale, che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza>>.

Ma tutto questo è perfettamente noto, consaputo nonché attribuibile anche ai credenti del Dio-teista, e ben PRIMA che MT non solo scrivesse questo articolo, ma da MOLTO PRIMA che egli nascesse!

***

IN CONCLUSIONE:

indubbiamente nella teologia cristiana il LINGUAGGIO deve costantemente RIPENSARSI rendendosi comprensibile all’essere umano di oggi; deve sì abbandonare le antiche concezioni cosmologiche ma, al contempo, NON deve abbracciare acriticamente le attuali come se fossero verità indiscutibili, ultime e definitive, come ingenuamente mi pare che faccia MT.

Va da sé, però, che passare ad un Dio non-teista è una precisa scelta di campo, che nulla ha a che vedere con il linguaggio né con la presunta estromissione del Dio del Cristianesimo (che NON è il Dio teista malamente tratteggiato da MT) da parte di chissà quale scienza.

Ammettendo di esser <<passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars>>, MT sarà verosimilmente fautore di un universo permeato da un Dio non-teistico quale ANIMATORE di un perenne stato generalizzato di GUERRA tra le forze del bene e del male che caratterizza il nostro mondo; ciò comporta che questo suo Dio si costituisca altresì come l’ANIMATORE della SOFFERENZA stessa (altrimenti DONDE?) la quale, in nome del Dio non-teistico, MT dice di voler combattere (impegnandosi <<in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale>>) trovandosi, perciò, a combattere CONTRO il suo stesso 'Dio'…

Auguri!

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 15 giugno 2026

201)- «DIMOSTRARE LA NON DIVINITA' DI GESU'»?

 

Vorrei commentare un brano di Pietro Melis (d’ora in poi PM) tratto dal seguente link:

https://pietromelis.blogspot.com/2021/11/come-si-puo-dimostrare-la-non-divinita.html, intitolato:

<<COME SI PUO' DIMOSTRARE LA NON DIVINITA' DI GESU'. FALSITA' DEI VANGELI>>.

Leggiamolo tutto d’un fiato, con il dovuto tremore e timore di perdere la fede nella divinità di Gesù.

Esso recita:

<<Quanto segue è tratto dal mio libro E giustizia infine fu fatta. Sette giudici uccisi in sette giorni. E' parte del dialogo tra il protagonista e il cappellano dell'ospedale. Gesù appare un individuo abbastanza ignorante. Forse non conosceva nemmeno l’ebraico perché parlava in aramaico. Se fosse stato veramente figlio di Dio che gli sarebbe costato dire che le conoscenze scientifiche del suo tempo erano tutte sbagliate? Forse l’incarnazione gli aveva fatto perdere le conoscenze divine? Non era questo il suo compito, lo interruppe il cappellano. Venne su questa Terra per altri motivi. Per lasciare un messaggio morale e per dimostrare con i suoi miracoli e con la sua resurrezione che la vita umana aveva un destino ultraterreno. E se avesse detto qualcosa che riguardasse l’universo non sarebbe stato capito. Si ricordi che il famoso astronomo greco Aristarco dovette fuggire per scampare alla morte perché accusato di eresia nel suo sostenere che era la Terra che girava intorno al sole. E per questo è ritenuto oggi il Copernico dell’antichità. Se Gesù avesse detto una cosa simile sarebbe stato accusato anch’egli di eresia. Gli sarebbe stata aggiunta l’accusa di un’ulteriore bestemmia oltre a quella ingiusta di essersi proclamato re dei giudei. Egli doveva attenersi alle conoscenze che gli uomini avevano della natura. La sua risposta non mi convince affatto, rispose il prof. Petix. È vecchia come quella di Galileo, che cercò di salvare capra e cavoli, fede e scienza, nel suo inutile tentativo di salvarsi dalla condanna. Visto che Gesù è per lei Dio incarnato quale maggiore miracolo, maggiore anche della resurrezione, sarebbe stato per i posteri il suo dire la verità sull’universo. Si immagini un Gesù che avesse detto: tutto ciò che sinora avete pensato sulla natura è sbagliato. La Terra non è al centro del mondo. Adamo ed Eva non sono mai esistiti. L’uomo è il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni. Sarebbe stata una vera rivoluzione, anche morale. Che cosa aveva da perdere dicendo ciò? Nulla. Sarebbe stato accusato anche per questo di eresia? E che doveva importargliene se già sapeva che sarebbe stato condannato a morte e che, anzi, doveva essere condannato a morte comunque perché si realizzasse la sua missione di salvezza dell’uomo dal peccato? Vede. Lei non ha capito che non è l’asserito miracolo della resurrezione che può indurre i non credenti a credere. Oggi tutti sarebbero credenti nel Dio cristiano se Gesù, ammesso che fosse figlio di Dio, avesse detto cose che sarebbero state un miracolo maggiore: l’avere detto delle verità sull’universo, oggi verificabili, dimostrando che solo una mente di origine divina avrebbe potuto dirle. Questa sarebbe stata la migliore testimonianza della sua divinità perché nessuno avrebbe potuto negarla. Infatti sarebbe stata verificabile. Mentre pochi credono nella sua resurrezione, non essendo verificabile. E se Gesù non è risorto, tutto è stato inutile perché in tal caso “la vostra fede è vana” ha scritto S. Paolo (Lettera 1 ai Corinzi, 15, 17). Io mi immagino un Gesù che, essendo figlio di Dio, avesse scritto su una pietra, per lasciarla ai posteri, la formula di Newton sulla gravitazione universale. Magari questa formula non avrebbe corrisposto esattamente alla realtà, vista la successiva relatività generale di Einstein, che l’ha ritenuta parzialmente valida inglobandola in essa, e non falsificandola, come credono gli ignoranti. Ma anche qualche filosofo della scienza come Karl Popper>>. 

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PM: <<Gesù appare un individuo abbastanza ignorante. Forse non conosceva nemmeno l’ebraico perché parlava in aramaico>>.

Forse PM non sa che Gesù leggeva i rotoli del profeta Isaia nella sinagoga a Nazareth, mostrando così come la sua educazione religiosa gli permettesse di leggere e comprendere anche l'ebraico…

Ma, a parte ciò, focalizziamoci sulla tremenda nonché definitiva ‘DIMOSTRAZIONE’ (sic!) della <<NON DIVINITA' DI GESU'>> consistente, tale ‘DIMOSTRAZIONE’, nel fatto che Gesù non scrisse <<su una pietra>> <<la formula di Newton sulla gravitazione universale>> né che la <<Terra non è al centro del mondo. Adamo ed Eva non sono mai esistiti. L’uomo è il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni>>.

E aggiunge PM: <<Se fosse stato veramente figlio di Dio che gli sarebbe costato dire che le conoscenze scientifiche del suo tempo erano tutte sbagliate?>>

Purtroppo PM valuta TUTTO nell’ottica delle <<conoscenze scientifiche>> capeggiate dal dio-Caso (vedi post precedente, n° 200), cosicché risulti impresa IMPOSSIBILE indurlo ad abbracciare uno sguardo più ampio che non sia immediatamente avallato dal suo scientismo.

Ed infatti si può constatare come PM, alias <<prof. Petix>>, sia totalmente refrattario alle risposte del <<cappellano dell'ospedale>>.

<<Non era questo il suo compito, lo interruppe il cappellano. Venne su questa Terra per altri motivi>>.

Ma ciò nonostante, il <<prof. Petix>> NON ci sente, ed infatti ribatte:

<<La sua risposta non mi convince affatto, rispose il prof. Petix. È vecchia come quella di Galileo, che cercò di salvare capra e cavoli, fede e scienza, nel suo inutile tentativo di salvarsi dalla condanna. Visto che Gesù è per lei Dio incarnato quale maggiore miracolo, maggiore anche della resurrezione, sarebbe stato per i posteri il suo dire la verità sull’universo. Si immagini un Gesù che avesse detto: tutto ciò che sinora avete pensato sulla natura è sbagliato. La Terra non è al centro del mondo. Adamo ed Eva non sono mai esistiti. L’uomo è il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni. Sarebbe stata una vera rivoluzione, anche morale>>.

Ecco la presunta <<vera rivoluzione>> secondo il prof. Petix.

Infatti, cosa vuoi che sia LINCARNAZIONE DI DIO dinanzi alla conoscenza “scientifica” secondo cui <<La Terra non è al centro del mondo. Adamo ed Eva non sono mai esistiti. L’uomo è il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni>>?

Una quisquilia…

E prosegue PM:

<<Lei non ha capito che non è l’asserito miracolo della resurrezione che può indurre i non credenti a credere. Oggi tutti sarebbero credenti nel Dio cristiano se Gesù, ammesso che fosse figlio di Dio, avesse detto cose che sarebbero state un miracolo maggiore: l’avere detto delle verità sull’universo, oggi verificabili, dimostrando che solo una mente di origine divina avrebbe potuto dirle. Questa sarebbe stata la migliore testimonianza della sua divinità perché nessuno avrebbe potuto negarla. Infatti sarebbe stata verificabile. Mentre pochi credono nella sua resurrezione, non essendo verificabile>>.

No, direi che colui che <<non ha capito>>, qui, sia soltanto il prof. Petix.

Ad esempio, che <<Adamo ed Eva non [siano] mai esistiti>> e che l’<<uomo [sia] il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni>> NON sono affatto <<delle verità sull’universo>> , tantomeno, <<verificabili>>, come invece mostra di illudersi PM con il suo fideistico quanto trionfale scientismo.

Inoltre, se restassimo fedeli alla puerile ‘logica’ di PM, allora dovremmo considerare un DIO INCARNATO l’astronomo greco Aristarco di Samo, per aver affermato che NON è il Sole a girare intorno alla Terra, bensì il contrario, visto che, per PM, <<solo una mente di origine divina avrebbe potuto>> dire tale <<verità dell’universo>>?

Notare, poi, quest’altra stratosferica ingenuità di PM, ove osserva che

<<l’avere detto delle verità sull’universo, oggi verificabili>>, <<sarebbe stata la migliore testimonianza della sua divinità perché nessuno avrebbe potuto negarla. Infatti sarebbe stata verificabile. Mentre pochi credono nella sua resurrezione, non essendo verificabile>>.

Eh no, caro PM, i contemporanei di Gesù NON avrebbero di certo potuto VERIFICARE quelle <<verità sull’universo>>, per cui il Messaggio di Gesù, almeno per loro, sarebbe stato del tutto VANO ed INCOMPRENSIBILE!

Da ciò si evince come PM consideri sé stesso e la sua generazione come gli UNICI ed i SOLI VERI destinatari della <<testimonianza della divinità>> di Gesù, proprio in virtù del fatto di poterla VERIFICARE “scientificamente”!

<<Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione>>. (Luca 11: 29-30).

 

Roberto Fiaschi

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