
Come anticipato alla fine del mio precedente post ( -> n° 187), proseguo qui il mio
scambio di vedute col filosofo Angelo Santini ( = AS) sul tema dell’incominciante apparire
tematizzato da Emanuele Severino, e quindi del cerchio finito del destino, dell’apparire
infinito etc…
Al mio post, AS ha replicato con un video: https://www.youtube.com/watch?v=A9b8LB0aFs8, intitolato:
<<Questo LIVE chiude la Speranza di Luigi Pavone di
confutare la Filosofia di Emanuele Severino>>.
Premesso che io sono confutabilissimo in ogni campo dello
scibile umano, tuttavia, affinché la confutazione sia reale ed effettiva, debbo
poterne prendere atto anch’io e non soltanto l’altra parte. Nel frattempo, perciò,
mi sento autorizzato a proseguire nelle mie osservazioni critiche.
Ma
intanto leggiamo il testo di AS dal punto che mi riguarda direttamente, cioè
dal minuto 59:32.
Dice AS:
<<Allora facciamo così: sì, confuto intanto la prima
parte del dell'articolo, perché vedo che sono praticamente interventi segmentati,
cioè lui esamina una parte alla volta del mio discorso e fa una risposta.
Allora, la prima parte dove parla della differenza sta già sbagliando, perché
lui sta già escludendo che nella catena totale dei sopraggiungenti in cui
appaiono gli eterni passaggi, il passaggio che appare isolatamente nello
sguardo finito, che è già incluso in uno sguardo più ampio dell'iposintassi che
si mostra nell'apparire infinito, renda incompatibile l'inclusione della
prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si
dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale. Vedete? Quindi
non ha considerato in realtà la spiegazione
che ho illustrato, anche perché in realtà la spiegazione che ho illustrato oggi
nel modo in cui l'ho esposta oggi non l'avevo mai esposta prima perché oggi ho
specificato meglio la questione delle prospettive isolate all'interno
dell'iposintassi. Quindi lui sta non considerando come quella complessità possa
includere in sé sia l'apparire parziale di quella diacronia che da uno sguardo
più ampio che include quello più limitato e parziale la catena totale dei
sopraggiungenti. Quindi fuori la prima obiezione>>.
***
(1)
Comincio da qui, ove AS dice:
<<la prima parte dove parla [io: RF] della differenza sta già
sbagliando, perché lui sta già escludendo che nella catena totale dei
sopraggiungenti in cui appaiono gli eterni passaggi, il passaggio che appare
isolatamente nello sguardo finito, che è già incluso in uno sguardo più ampio
dell'iposintassi che si mostra nell'apparire infinito, renda incompatibile
l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con
quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia
totale>>.
Nel precedente post (n° 187) ho parlato dell’innegabile DIFFERENZA tra apparire
finito-diacronico ed apparire infinito-sincronico.
Bene.
Ed avevo aggiunto:
<<Quindi, nell’apparire infinito DEVE apparire anche
la suddetta DIFFERENZA,
giacché esso non esclude nulla>>.
Pertanto, come si può facilmente constatare, NON ho affatto escluso
<<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia
con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia
totale>>, ma ho escluso che tale inclusione NON sia contraddittoria.
Dunque, data tale innegabile DIFFERENZA, osservavo che se nell’apparire
infinito <<tutti gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano
determinatamente ASSIEME,
ANZICHÉ UNO ALLA VOLTA>> (citazione di AS; maiuscolo mio: RF),
allora nell’apparire infinito NON può apparire la <<forma parziale del
dinamismo processuale>> giacché, se vi apparisse tale e quale essa
appare nel finito, il <<dinamismo processuale>> NON potrebbe
apparirvi <<in modo processuale e finito>>, appunto
perché nell’infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano
determinatamente ASSIEME,
anziché uno alla volta>>.
È molto semplice:
siccome nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>,
allora è palese come in esso NON possa darsi quel <<dinamismo
processuale>> nello STESSO IDENTICO MODO in cui questo si dà
appunto nell’apparire finito.
Se infatti si desse nello STESSO MODO, allora ciò SMENTIREBBE
che nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano
appaiano determinatamente ASSIEME,
anziché uno alla volta>>.
Quindi, io NON sto <<già escludendo>>, cioè aprioristicamente,
<<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della
diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la
diacronia totale>>, bensì ho brevemente argomentato che tale
inclusione sia da escludere soltanto se si ritiene di salvaguardare l’assunto
secondo cui nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano
appaiano determinatamente assieme,
anziché uno alla volta>>.
Se l’apparire infinito esperisce la <<prospettiva
parziale della diacronia>> ESATTAMENTE nello stesso modo in cui la
esperiamo noi, allora, ripeto:
NON è vero che l’apparire
infinito esperisca <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano>>
e che perciò in esso <<appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>,
giacché ALMENO la <<prospettiva parziale della diacronia>>
dovrà esperirla ESATTAMENTE in modo diacronico, <<uno alla volta>>
e NON in modo sincronico-simultaneo <<determinatamente assieme>>.
Proseguo.
(2)
Afferma AS al minuto 1:01:19
<<E quindi siccome lui poi dopo, nell'intervento
successivo dice _ adesso non è che posso leggere tutte le parti ma sto seguendo
la struttura del suo discorso in cui lui ripete parti di una mia risposta
probabilmente sotto l'articolo esaminato di Pavone _. E sta sbagliando, infatti
sto leggendo la sua risposta nel secondo punto della sua disamina, proprio
seguendo lo schema che ho spiegato, l'apparire del dinamismo processuale parziale
finito può apparire identicamente a se stesso anche nell'apparire infinito, per
come appare a noi, ma bisogna tenere presente tutta quella struttura senza
omettere nessun aspetto suo e bisogna considerare anche la spiegazione che ho
dato ulteriore riguardo ai contenuti dell'io empirico, dell'iposintassi, degli
stati coscienziali. E siccome lui non considera le prospettive isolanti interne
a tutta la catena delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci
quella prospettiva in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3.
E anche qui ho confutato già in anticipo questa ulteriore spiegazione a
dimostrazione del fatto che Pavone tu non hai capito bene neanche il mio
argomento. Forse non l'hai ascoltato da principio, non lo so. E vedi, mostri di
essere già prevenuto, quindi perché tu senza aver capito bene il mio argomento,
forse senza neanche averlo ascoltato bene, già presupponevi che Fiaschi avesse
in anticipo smentito la mia illustrazione. Pavone. Cioè, persino con l'aiuto di
Fiaschi che io sto esaminando in live, comunque il tuo argomento cade>>.
Dunque, secondo AS, avrei omesso di considerare i <<contenuti
dell'io empirico, dell'iposintassi, degli stati coscienziali>>, né
avrei considerato <<le prospettive isolanti interne a tutta la catena
delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci quella prospettiva
in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3>>.
Orbene, la considerazione dei <<contenuti dell'io
empirico, dell'iposintassi, degli stati coscienziali>> nonché delle
<<prospettive isolanti interne a tutta la catena delle iposintassi>>,
NULLA
tolgono al senso della mia critica.
Infatti, il ricorso a tutti questi aspetti menzionati da AS NON ELIMINA il
dato critico fondamentale:
l’INELUDIBILE
DIFFERENZA tra
apparire finito-diacronico e l’apparire infinito-sincronico.
Con o senza <<isolamento>>; con o senza i
<<contenuti dell’io empirico>>; con o senza gli <<stati
coscienziali>>; con o senza le <<prospettive isolanti>>,
resta INAMOVIBILE la suddetta DIFFERENZA che nemmeno Severino potrebbe negare.
A)- Se questa DIFFERENZA nell’apparire infinito viene meno, allora è ovvio
che venga meno anche lo stesso apparire finito, il che sarebbe fatale per la
filosofia severiniana.
B)- Se invece questa stessa DIFFERENZA è anch’essa eternamente MANTENUTA
internamente all’apparire infinito, allora NON è vero che l’apparire infinito sia
quell’orizzonte totale ed inoltrepassabile ove <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>.
Ed anche questo sarebbe fatale…
Non solo, ma introducendo l’<<isolamento>>
mediante le <<prospettive isolanti>>, PEGGIORIAMO la
situazione.
Infatti, in tal caso, nell’apparire infinito dovrà apparire
una parte di sé (il finito) che IGNORA ciò da cui il finito è appunto isolato.
Questo, daccapo, SMENTISCE l’apparire infinito nella sua
pretesa di esser l’orizzonte nel quale <<TUTTI gli eterni passaggi che lo
caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>,
giacché ad esso apparirà sì ciò da cui il finito è isolato, ma al contempo NON
potrà apparire ciò da cui il finito è isolato, appunto perché il nostro modo di
percepire l’isolamento DEVE apparire TALE E QUALE
ANCHE
all’apparire infinito, comportando perciò la parzialità e quindi la nescienza
circa di quei contenuti da cui il finito è isolato; il che non si addice ad un
apparire che pretenda di essere omni-inclusivo ed onnisciente nel senso che
TUTTO esperisce.
Detto in altre parole:
stante l’isolamento, allora una parte ( = ossia la
parte non conosciuta/saputa dal finito da cui questo è isolato) dell’apparire
infinito deve apparire, sempre all’apparire infinito, come una parte
SCONOSCIUTA, IGNOTA, appunto: ISOLATA, esattamente come per noi è isolato
l’infinito. Quindi, questo stesso isolamento _ nel modo in cui percepito da noi
isolati _, DEVE essere esperito dall’apparire infinito ESATTAMENTE COME LO
ESPERIAMO NOI, cosicché l’infinito sia DIVISO IN SE STESSO:
una parte finita-isolata, e l’altra parte l’infinito da
sempre interamente dispiegato ma che, perciò stesso, non sarà più infinito
bensì PARTE.
Sì che nell’apparire infinito, l’apparire di ciò da cui il
finito è isolato, NON
riguardi in alcun modo l’iposintassi ( = il finito) a cui non appare ciò da cui
è isolata, cosicché l’iposintassi (che non può costitutivamente esperire
sincronicamente tutto ciò da cui, nel finito, essa è isolata), sia eternamente
esperita, nell’apparire infinito, come ‘irredenta’, ossia come eternamente
isolata _ malgrado la contraddizione C _, giacché il nostro essere qui ed ora isolati è pur sempre UN
ESSENTE ETERNO e come tale DEVE
mantenersi così com’è ANCHE nell’apparire infinito, pena il temutissimo
(da Severino) diventare altro da sé.
(3)
Prosegue AS:
<<Continuiamo. Vediamo un po'. No, anche qui c'è un
terzo punto in cui pure sbaglia, ma è tutto una concatenazione di cioè. Siccome
non ha tenuto conto, ma non gliene faccio una critica perché io la spiegazione
ulteriore che ho dato oggi non l'avevo data prima quando lui aveva scritto questo
articolo, quindi è solo un giudizio che sto dando di quello che lui ha affermato.
Allora, la modalità parziale del dinamismo processuale la modalità completa
nella sincronia dell'apparire processuale sono una inclusa nell'altra,
precisamente la prima nella seconda. Non c'è incompatibilità, però bisogna
tener presente tutta la struttura che ho esposto e quindi cade anche
quest'altra obiezione sua, poi da cui segue un'altra obiezione. dice, "Ma
allora gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito differiscono
dagli stessi essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente
assieme anziché uno alla volta. Anche qui altro equivoco. T2 che viene coperto
dal T3 è già in sintesi con tutte le altre prospettive sguardi isolati che
compongono l'iposintassi. L'isolamento consiste nel pensare che nell'apparire
processuale finito le cose che appaiono isolate siano realmente totalmente
isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti e dagli sguardi più ampi
dell'apparire infinito in cui appaiono anche gli sguardi finiti limitati e
tutte le porzioni finite limitate dell'iposintassi. Anche qui altra
confutazione>>.
Purtroppo, temo che la direzione della mia critica NON sia stata colta
appieno.
Conosco bene la tesi secondo la quale <<L'isolamento
consiste nel pensare che nell'apparire processuale finito le cose che appaiono
isolate siano realmente
totalmente isolate
dalla catena complessa dei sopraggiungenti e dagli sguardi più ampi
dell'apparire infinito in cui appaiono anche gli sguardi finiti limitati e
tutte le porzioni finite limitate dell'iposintassi>>, ma essa NON
TOGLIE il cuore della critica.
Il fatto è che il finito esperisce il <<dinamismo
processuale>> (meglio noto come DIVENIRE) nel senso di
scomparsa-comparsa iposintattica ( = passato, presente e futuro).
Perciò, che nell’<<apparire processuale finito le
cose che appaiono>> NON siano <<realmente totalmente isolate dalla catena complessa dei sopraggiungenti e
dagli sguardi più ampi dell'apparire infinito>>, NON TOGLIE affatto
che l’apparire infinito DEBBA esperire l’<<apparire processuale>>
in qualsiasi modo esso appaia nel finito e quindi NELLO STESSO IDENTICO modo in
cui lo esperiamo NOI, reale o illusorio che sia l’isolamento.
E quindi l’apparire infinito-sincronico DEVE esperire il
<<dinamismo processuale>>
SIA nella modalità isolata,
SIA unito alla sincronica <<catena complessa dei sopraggiungenti>>
già da sempre dispiegati.
AS afferma che il mio NON aver tenuto conto della tesi dell’isolamento come non-realmente totalmente isolante, mi avrebbe
erroneamente condotto a ritener che <<gli essenti soggetti al
dinamismo processuale nel finito differisc[a]no dagli stessi essenti che nell'infinito dovrebbero
invece essere già tutti determinatamente assieme anziché uno alla volta>>.
Ma come è possibile che NON DIFFERISCANO <<gli essenti soggetti al
dinamismo processuale nel finito DAGLI stessi essenti
che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme
anziché uno alla volta>>???
È lo stesso AS a RICONOSCERNE la DIFFERENZA nel momento stesso in cui
afferma, come abbiamo appena letto, che vi sono <<essenti soggetti al
dinamismo processuale nel finito>> ed essenti <<che
nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente assieme
anziché uno alla volta>>.
Egli ritiene che siano SEMPRE GLI STESSI essenti ed al contempo ne rimarca la DIFFERENZA!
Ma è proprio questa da lui riconosciuta DIFFERENZA a scatenare
APORIE incomponibili!
AS ha altresì osservato che <<T2 che viene coperto
dal T3 è già in sintesi
con tutte le altre prospettive sguardi isolati che compongono l'iposintassi>>.
Certo, così dice Severino.
Senonché, nell’apparire finito, quella <<sintesi con tutte le
altre prospettive sguardi isolati che compongono l'iposintassi>> NON
la esperiamo, perché esperiamo soltanto <<T2 che viene COPERTO dal T3>>
(maiuscolo mio: RF).
COPERTO vuol dire: ormai nascosto.
Invece, nell’apparire infinito-sincronico, proprio perché
sincronico, tale COPERTURA diacronica NON può darsi, appunto perché laddove
tutto è già da sempre sincronicamente dispiegato nell’apparire, tale COPERTURA ( = tale NASCONDIMENTO) non può
esserci perché, se vi fosse, allora sarebbe FALSO che l’apparire
infinito-sincronico sia l’orizzonte ove gli <<essenti dovrebbero
invece essere già TUTTI
determinatamente assieme
[ = senza NASCONDIMENTI]
anziché uno alla volta>>!
Per cui l’apparire infinito DEVE esperire ENTRAMBE le
modalità suddette, se non vuole essere MANCHEVOLE, ovvero DEVE esperire ANCHE
l’inesperibilità della sintesi
che caratterizza il finito-isolato, radicalizzando, però, l’incomponibile,
aporetica DIFFERENZA
tra esse.
Ma appunto, dovendole esperire entrambe, allora, come dicevo nel
precedente post n° 187,
<<gli essenti soggetti al dinamismo processuale nel finito differisc[a]no dagli stessi
essenti che nell'infinito dovrebbero invece essere già tutti determinatamente
assieme anziché uno alla volta>>, appunto perché la modalità
caratterizzata dalla diacronicità isolata, è identica a se stessa e NON PUÒ MAI diventare la modalità
sincronica-non-isolata!
Non potendola diventare, allora le due modalità sono come due binari paralleli
che non si incontrano MAI, sì che l’iposintassi vista sincronicamente
nell’infinito, quivi NON
possa MAI
IDENTIFICARSI alla ‘medesima’ iposintassi vista
diacronicamente-isolatamente.
Peraltro, notare come sopra, al paragrafo (2), AS
sostiene che io non avrei considerato <<le prospettive isolanti interne a tutta
la catena delle iposintassi e sta non considerando come possa esserci quella
prospettiva in cui appare il relativo nascondimento di T2 rispetto a T3>>.
Adesso, AS ripete più volte che tale isolamento consista
<<nel pensare che nell'apparire processuale finito le cose che
appaiono isolate siano realmente
totalmente isolate dalla catena
complessa dei sopraggiungenti>>.
Ovvero, dapprima non avrei considerato l’isolamento; poi,
però, tale isolamento
in realtà non sarebbe realmente e totalmente tale…
(4)
Ancora AS:
<<Allora, quindi non segue neanche l'altra obiezione
secondo cui la differenza di cui si sta parlando fa sì che l'incominciare ad
apparire nell'apparire finito differisca da sé in quanto appare nell'infinito.
No, stesse ragioni. Tutto quello che lui sta attribuendo a dei concetti vale
anche per tutti gli altri perché la base attraverso cui lui sta applicando
certe ragioni è stata già confutata da me prima>>.
Poiché, finora, NON ho intravisto alcuna confutazione (né
dimostrazione), bensì soltanto descrizioni/delucidazioni, allora segue, da
quanto sin qui detto, che <<la differenza di cui si sta parlando fa sì che
l'incominciare ad apparire nell'apparire finito differisca da sé in quanto appare nell'infinito>>.
Se, infatti, NON DIFFERISSE,
allora nemmeno il finito DIFFERIREBBE
dall’apparire infinito (il che è assolutamente escluso), giacché in entrambi
gli orizzonti, l’incominciante-apparire sarebbe perfettamente identico e
quindi NON
rileveremmo l’innegabile DIFFERENZA
tra diacronìa e sincronìa…
(5)
AS:
<<dice [sempre riferito a me: RF],
"Pertanto nell'infinito l'incominciare ad apparire non incomincia mai” e
quindi no, e caro Fiaschi, incomincia eternamente. È un eterno incominciante a
apparire. Non è che non incomincia mai, appare incominciante. È quella la sua
vera condizione>>.
No; un INCOMINCIANTE
apparire è tale proprio perché NON <<incomincia eternamente>>! Suvvia!
Se l’incominciante-apparire è eternamente tale, pur
tuttavia, in relazione a ciò su cui comincia, esso DEVE INCOMINCIARE ad
apparire, altrimenti NON è un INCOMINCIANTE-apparire bensì un
sempiternamente apparente!
Quindi, poiché nell’infinito esso NON INCOMINCIA AD APPARIRE,
in quanto anche ciò su cui esso comincia ad apparire GIÀ APPARE eternamente,
allora è ovvio:
nell’apparire infinito, il medesimo incominciante-apparire
DIFFERISCE da se
stesso, cioè da come esso è
nell’apparire finito-isolato.
E laddove AS precisa: <<Non è che non incomincia
mai, appare incominciante. È quella la sua vera condizione>>,
si dovrà osservare che l’apparire-incominciante <<appare
incominciante>> SOLTANTO SE (come accade nel finito) esso NON è ancora
incominciato ad apparire in relazione a ciò su cui non ha ancora incominciato
ad apparire.
Nell’apparire infinito, l’apparire-incominciante NON <<appare
incominciante>>, appunto perché ciò grazie al quale esso può
definirsi apparire-incominciante C’È GIÀ, è DA SEMPRE APPARENTE, per cui, sempre
nell’apparire infinito-sincronico, l’incominciante-apparire NON <<appare
incominciante>> in NESSUN momento, giacché in esso NON vi sono
momenti per definizione, quindi NON può MAI
esser apparire-incominciante, in quanto ciò sul quale appare è GIÀ anch’esso
DA SEMPRE APPARENTE INSIEME
a ciò grazie al quale l’incominciare dovrebbe mostrarsi come incominciante.
(6)
Prosegue AS:
<<Non segue neanche il resto quando lui dice, dato
che, cioè, riprende una parte del mio argomento. Dato che lo sfondo
trascendentale dell'apparire finito è una porzione dell'apparire infinito, il
fatto che l'iposintassi si mostri processualmente nell'apparire finito dei
cerchi finiti del destino non determina nuove condizioni ontologiche, né
annulla quelle eternamente assenti, né trasforma forma quelle ultime in altro
da sé. Era una parte riportata dal mio argomento. E lui aggiunge: "Ma si è
visto che non è così, non può essere. La diacronia del finito costituisce per
l'infinito un qualcosa di non inseribile nella placida sfilata degli eterni sincronici,
perché o l'infinito manca della diacronia esperita nel suo dinamismo
processuale, cioè esattamente nel modo in cui l'infinito lo esperisce e allora
esso è manchevole, quindi è finito. Adesso rispondo su questo. Falso. Ho dimostrato che quella
modalità è già inclusa nella sincronia, ma bisogna tener presente tutto quello
che ho spiegato>>.
Mi spiace dover dissentire, ma AS NON ha assolutamente <<dimostrato che quella
modalità è già inclusa nella sincronia>>, ma l’ha SOLTANTO DETTA o,
al meglio, DESCRITTA…, ma non importa, continuiamo, dando per assodato che vi
sia inclusa.
(7)
AS:
<<E poi 2 dice: “oppure tale diacronia è sì esperita
dall'infinito identicamente al modo in cui essa è esperita dal finito. Ma
allora non è vero che all'apparire infinito appaiano eternamente tutte le
condizioni che caratterizzano la processualità dell'apparire finito, giacché
gli dovrà MANCARE il nascondimento dell'incominciare ad apparire che non ha ancora
incominciato ad apparire. Infatti un nascondimento da sempre sincronico, non
nascosto, non è lo stesso nascondimento esperito nel finito”. Bene, questa è la
parte più insidiosa che si può facilmente risolvere. Diciamo che mi sembra
anche la soluzione che Severino dà alla teoria dei tipi di Russell. In pratica
bisogna considerare che l'apparire infinito ha più prospettive una dentro
l'altra e quella finita non contraddice quella infinita, quella più limitata
non contraddice, non è in contrasto, non è incompatibile con quella più estesa,
ma è inclusa in quella più estesa. E anche quando gli enti appaiono finitamente
e quindi uno isola l'altro nella catena dei sopraggiungenti, cioè lo occulta
rispetto a una prospettiva finita interna all'iposintassi, questa condizione
non è al di fuori dell'apparire infinito che include anche questo sottosguardo
limitante fatto di tanti sottosguardi isolati, cioè il vero l'isolamento non è
non è assoluto, neanche quando lo speriamo noi, forse non è chiaro anche questo
passaggio, cioè l'isolamento non è totale neanche adesso perché non sta questo
contenuto che a noi appare come isolato apparendo al di fuori dell'apparire
infinito, quindi non è veramente isolato. E gli stati di coscienza che noi
abbiamo sono eternamente così disposti per farci intendere l'isolamento come veramente
isolante. è una contraddizione C e abbiamo confutato quindi anche l'ultima
riserva che era la più insidiosa>>.
Senonché, ancora una volta, AS si limita a riesporre la tesi
secondo la quale <<l'isolamento non è totale neanche adesso perché non
sta questo contenuto che a noi appare come isolato apparendo al di fuori
dell'apparire infinito, quindi non è veramente isolato>>.
Ma ho sopra già evidenziato come ciò NON CONTI NULLA, ai fini
della confutazione della mia critica, perché quel che conta è, INVECE,
che l’apparire infinito includa, esperendolo, il MODO preciso in cui noi esperiamo
l’isolamento, e quindi includa, nel suo orizzonte sincronico ove NIENTE
comincia ad apparire e a scomparire, il comparire e lo scomparire diacronico
PER COME NOI,
nel finito, li esperiamo, punto.
Aggiunge AS:
<<In pratica bisogna considerare che l'apparire
infinito ha più prospettive una dentro l'altra e quella finita non contraddice
quella infinita, quella più limitata non contraddice, non è in contrasto, non è
incompatibile con quella più estesa, ma è inclusa in quella più estesa. E anche
quando gli enti appaiono finitamente e quindi uno isola l'altro nella catena
dei sopraggiungenti, cioè lo occulta rispetto a una prospettiva finita interna
all'iposintassi, questa condizione non è al di fuori dell'apparire infinito che
include anche questo sottosguardo limitante fatto di tanti sottosguardi
isolati, [etc…]>>.
Vero, <<l'apparire infinito ha più prospettive una dentro
l'altra>>.
Ma, nuovamente, il problema NON è QUESTO, bensì il fatto che
la prospettiva diacronica NON possa essere esperita (dall’apparire infinito)
SENZA che l’infinito CESSI di essere l’orizzonte in cui <<TUTTI gli eterni
passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla
volta>>.
L’infinito NON può costituirsi a guisa di tale orizzonte, perché la
diacronìa-sincronizzata (cioè NELL’apparire infinito) è una contraddizione in termini; essa annulla l’identità dell’incominciante-apparire
e scomparire come esperito nel finito, sì che la diacronìa esperita
dall’apparire infinito sia DIFFERENTE
da quella esperita nel finito, esattamente come infinito e finito sono e
restano irriducibilmente DIFFERENTI,
i due aspetti sono inscindibili e vanno di pari passo (altrimenti, quand’anche
l’isolamento del finito fosse fittizio ed illusorio, dovremmo avere un apparire
sincronico ed indiveniente ANCHE per l’apparire finito; ma questo toglierebbe
la DIFFERENZA
tra apparire finito ed infinito).
Sì; se la diacronìa del finito potesse venir sincronizzata
(nell’infinito), allora il finito SMETTEREBBE di DIFFERIRE dall’infinito, perché la loro DIFFERENZA sta nel fatto
che la diacronìa sta al finito come la sincronìa all’infinito, di modo tale che
la prima NON possa esser MAI identica alla sincronìa.
Dunque, l’incominciante-apparire NON può restar TALE
nell’apparire infinito-indiveniente (neppure in modo non-nichilistico, anzi:
PROPRIO in modo non-nichilistico!) dove, appunto, NULLA INCOMINCIA MAI ad apparire!
Se l’incominciante-apparire, vigente nel finito, restasse
tale e quale nell’orizzonte sincronico, allora qui NON vi sarebbe alcun INCOMINCIANTE
apparire, perché in esso NIENTE COMINCIA mai ad apparire!
(8)
Concludendo, sentiamo ancora AS:
<<Lui [cioè il sottoscritto] dice, però, fa
un'altra obiezione successiva; dice: “se all'apparire infinito non mancasse del
nascondimento dell'incominciare ad apparire non ancora apparso, allora tra la
diacronia del finito e la sincronia del finito non vi sarebbe alcuna differenza”.
C'è però un'inclusione, come ho spiegato, e quindi si ripropone anche qui lo stesso
errore reiterato dei precedenti passaggi. Quindi lui poi conclude, dice: “si determina
quindi in ogni caso, in entrambi i casi, una nuova condizione ontologica. Il
severiniano apparire finito MANCA, è MANCHEVOLE: non è ciò che nulla esclude”.
Poi dice: “continuerà prossimamente”. Eh, ma intanto questa parte qui è confutata
perché ho dimostrato che invece in realtà questa struttura non implica nessuna
nuova condizione. Va considerato che tutti i contenuti dell'iposintassi che a
noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito,
neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito. Perché il nostro
sguardo finito che copre tutte le altre prospettive dal nostro sguardo finito non
è uno sguardo al di fuori dell'apparire infinito. E se si capisce questo si
supera veramente l'isolamento anche rispetto alla dimensione del finito
rispetto all'infinito>>.
Anche qui, per la terza volta, egli si limita a ripetere la tesi
dell’isolamento creduto reale ma in realtà rivelantesi fittizio, irreale.
L’ho capito, conosco bene questa tesi, ma ripeto: QUI, NON
CONTA ALCUNCHÉ.
Riesaminiamola.
AS dice che <<tutti i contenuti dell'iposintassi che
a noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito,
neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito>>.
Ripeto, non c’entra nulla giacché, che quei contenuti
iposintattici NON siano isolati <<dall'apparire infinito>>,
lascia del tutto INTATTA la diacronìa come incominciare e cessare di apparire
nel modo da noi innegabilmente esperito.
Isolati o no, RESTA INNEGABILMENTE la DIACRONICITÀ del finito
(a meno che non si voglia sostenere che, tolto l’isolamento <<all'apparire
infinito>>, avremmo anche nel finito un apparire sincronico-indiveniente,
il che è tassativamente escluso: vorrebbe dire negare l’apparire finito).
Poi, AS afferma che <<il nostro sguardo finito che copre tutte le altre
prospettive dal nostro sguardo finito non è uno sguardo al di fuori
dell'apparire infinito. E se si capisce questo si supera veramente l'isolamento
anche rispetto alla dimensione del finito rispetto all'infinito>>.
Certo, il nostro sguardo finito <<non è uno sguardo al di
fuori dell'apparire infinito>>, ma è infatti PROPRIO PER QUESTO che l’infinito
NON PUÒ vederlo sincronicamente senza smentirsi come sguardo in cui <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!
Pertanto, il nostro COPRIRE <<tutte le altre prospettive
dal nostro sguardo finito>>, questo COPRIRE, l’infinito, NON può esperirlo, appunto perché in
quest’ultimo non può darsi alcuna COPERTURA, in quanto tutto già da sempre esperito e quindi S-COPERTO al chiaro di luce onnipervasiva!
(Prossimamente, continuerò a riferirmi ad AS mediante un
nuovo post sulla diacronìa)…
Roberto Fiaschi
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Di seguito, riporto una parte del video di AS attinente al
discorso rivoltomi:
<<Adesso [riferendosi a Luigi Pavone] nomini
il buon Roberto Fiaschi, però non spieghi in che modo il suo argomento risponda
a quello che già ho rilevato. Vedi, tu troppe volte hai avuto questa supponenza
fastidiosa e fuori luogo di anticipare i tempi senza considerare gli argomenti.
Allora, se tu affermi che Fiaschi ha già in anticipo confutato la mia
argomentazione, sei chiamato a spiegare come, quando e perché, perché vale
sempre il principio di autorità con te che la mia parola, il mio giudizio su
Severino vale più delle tue opinioni e ho già spiegato perché non devo
dimostrarlo. Sugli argomenti non c'è questa primarietà. Gli argomenti miei
valgono quanto i tuoi. Se sono buoni sono buoni. Se sono se non sono buoni non
lo sono. Ma la parola, l'opinione, il giudizio quando manca di argomentazioni
ricade in quello che ho detto. Quindi, siccome tu stai presentando adesso qui
un'opinione, sappi che la tua opinione non vale rispetto al mio giudizio qui.
Allora, tu dici che hai già postato l'articolo e dove l'hai postato? Non lo
vedo qua. Ma non vale la tua parola. Allora, devi, sii in grado per una volta
in vita tua di affrontare un argomento con le tue sole capacità perché vedi,
persino con l'aiuto di altri vieni comunque demolito. Non vale nulla di quello
che stai dicendo adesso. Se non sei in grado di spiegare come e perché, non
vale, capito? No, no, allora forse non è chiaro. Tu stai presentando le ragioni
di Fiaschi senza argomentarle. Quindi da questo punto di vista questa tua
valutazione secondo cui l'argomento di Fiaschi confuta quello che ho detto è
una tua opinione. La stai presentando qui come una tua opinione. Ed è quello
che io ti sto contestando, che tu vuoi far valere qui una tua opinione senza
argomentarla. Stai affermando una cosa e dovresti argomentarla. Io mi sono
impegnato ad argomentare quello che ho sostenuto. Non mi sono limitato a dire
che le cose stessero in un modo. Ho spiegato come e perché stessero o meglio
stiano in un certo modo. Ma che c'entra l'opinione anche del buon Fiaschi?
Allora, forse non è chiaro, non è che valgono le opinioni. Allora, l'opinione
anche di Fiaschi, per quanto sia bravo Fiaschi, di nuovo, nel migliore dei casi
possono valere lo stesso peso del mio opinare, del mio giudicare, scusa. La mia
opinione può avere al massimo o comunque può avere un peso pari a quello di
Fiaschi e viceversa. Questo non vuol dire quindi che il suo giudizio
automaticamente valga di più del mio. Per cui occorrono argomenti, detto in
altri termini, anche l'opinione di Fiaschi da solo non è sufficiente. Ma allora
sei in grado… dove si trova attualmente questo articolo? No, ma figurati, ma io
sono… Ma Pavone, tu non sai, non ti rendi conto di chi hai di fronte? Questo è
il tuo limite enorme. Tu hai avuto l'arroganza di sottovalutare in maniera
molto imprudente le mie capacità logiche, anche confutatorie e ti sei trovato
sempre nei guai dal punto di vista argomentativo. Dove si trova dunque questo
argomento di Fiaschi? Se non si trova nel tuo blog, puoi dare un link dove
posso trovarlo, perché non saprei altrimenti dove andare a trovare questo
articolo che tu adesso stai presentando, ma io posso anche pensare che sia una
tua fantasia. Eh, sul tuo blog non c'è, lo hai detto tu. Dove si trova
altrimenti? Dove si trova questo blog, questo articolo? Allora, sì, l'ho
trovato, ma mi pare che fossero cose già considerate. Allora, ribadiamo una
cosa. Questo non è minimamente il sacco di Paone, cioè Pavone, ammettiamo, ma
non concediamo che il buon Fiaschi abbia ragione. Pavone sarebbe comunque stato
asfaltato completamente, persino con l'aiuto di Boccardi e di Picenni, perché
da solo non ha mai mostrato di arrivare a fare le critiche che ha fatto
Fiaschi, sempre ammesso che siano giuste. Adesso io dovrei prendermi un po' di
tempo per esaminarle. Non so se riesco a ad affrontare l'argomento perché vedo
che è abbastanza esteso e articolato, ma ci provo. Mi prendo qualche minuto di
lettura e vedo se riesco a farlo in questa occasione o se alla prossima. In
ogni caso, Pavone, hai perso. Non è che ti puoi salvare attraverso l'aiuto di
altri. Tu da solo non sei stato capace di replicare come ha fatto Fiaschi. In
ogni caso tu stai usando l'aiuto di altri più bravi di te nell'argomentare e
cadi sempre. Hai già perso pure con l'aiuto di Boccardi e di Picenni. Adesso
devi pregare tutti gli dèi dell'universo che invece Fiaschi sia riuscito in
quello che tu non sei disedito riuscito a portare a termine, capito? Non è che
puoi vantarti, anche se Fiaschi avesse confutato la mia illustrazione
precedente, non potresti vantarti del risultato. Dovresti solo ringraziare
Fiaschi che è riuscito a confutare un argomento che tu da solo hai mostrato di
non riuscire a considerare, figurati confutare. E quindi né tantomeno avrebbe
senso provare a trollare me. Cioè, è patetico, è miserevole fare l'arrogante
quando tu da solo non riesci a combinare nulla, quando senza gli altri studiosi
dei nemici del destino tu non avresti fatto niente in polemica contro Severino.
Sarebbero rimasti solo quei due articoli molto tristi, uno dei quali il
principale l'ho già ampiamente confutato, quello della tua critica alla
semantizzazione dell'essere. Allora, so che può essere un po'… se tu se tu
fossi un filosofo, io sarei il re dei filosofi. Quindi va bene, vuoi essere
filosofo, ma allora devi riconoscere una grande differenza però tra me e te.
Sotto ogni profilo come impostazione, come rigore argomentativo, tu ti fai
aiutare dagli altri. Allora, vedi anche qui, no? che la filosofia debba [?]
una visione, vedi tu stai presupponendo che con la collaborazione di tanti
studiosi si riesca a fare meglio che singolarmente. Ma questo presupposto
implica che gli studiosi che collaborano in comunione nella ricerca siano tutti
a un buon livello, vedi, o comunque a un livello minimo necessario per arrivare
a certe comprensioni di certi livelli, ma non è detto, non è non è ovvio e
scontato che 10 studiosi buoni possano arrivare a capire ciò che uno studioso
eccellente riesce a raggiungere. Quindi non è che io voglia affermare per forza
la filosofia come atto eroico, individuale, però attenzione che la comprensione
è prima di tutto individuale. Tu dici che io sono ossessionato. A me pare che
tu abbia l'ossessione di voler sminuire chi ha questo slancio dei grandi
filosofi che veniva rivendicato da grandi come Nietzsche, come Harry Bergson e
molti altri. Tu vuoi appiattire, come ho notato, vogliono fare diversi altri
nichilisti, soprattutto analitici, non tutti, vogliono abbassare le
aspettative, vorrebbero appiattire il talento di tutti e non sopportano il
talento di chi emerge e rivendica la sua maggiore capacità di comprensione, la
sua maggiore capacità di comprensione e ragionamento anche analitico. Vedi, da
una certa prospettiva è più arrogante chi pretende di abbassare le aspettative
altrui che chi invece semplicemente rivendica le possibilità del suo slancio
intellettuale. Chi sei tu, tu generico, ma anche tu Pavone al tempo stesso per
pretendere che il mio slancio intellettuale debba arrivare solo a un certo
punto e non possa andare oltre? Vedi, c'è più prepotenza e arroganza in questo,
perché io se individualmente ritengo di poter arrivare a certe vette
intellettuali, non sto limitando altri, non sto dicendo che altri non possono
arrivarci, mentre invece chi fa come te pretende che tutti debbano stare a una
certa soglia e nessuno possa ambire, né a salire oltre e né soprattutto a
rivendicarlo. Vedi che è tutto al contrario. Non sto tessendo. Allora, vedi,
questa è un'altra forma ipocrita di contestazione. Io sto tessendo le lodi
dello slancio intellettuale di cui sono capace e di cui anche altri potrebbero
essere capaci, mentre tu invece volendo contestare me stai indirettamente
contestando questo slancio intellettuale appiattendo tutto, non capendo che tu
stesso a un livello profondo ti auto, fai un auto-sabotaggio del tuo stesso
potenziale, perché ragioni in questi termini, neanche presupponi, cioè tu
escludi di a-priori che ci possa essere uno slancio individuale
intellettualistico che ti fa superare le barriere concettuali che altri non
hanno superato. Lasciamo perdere, lasciamo perdere, lasciamo perdere le altre
sciocchezze che vai dicendo. Allora, io mi prendo qualche minuto per leggere un
attimo l'articolo di Fiaschi e vedo se riesco a rispondere in tempo oppure se
rimando a una prossima occasione. Intanto beccati quest'altra asfaltata non solo
sull'argomento, ma anche sull'osservazione dello slancio intellettuale. Poi,
chiaramente siamo nella terra isolata, non è che lo slancio intellettuale va
inteso come la capacità del mio io empirico, del mio corpo di pensare, di
elaborare, però, per diamine, quello che possiamo interpretare come slancio
intellettuale in qualche modo, se mi compete, compete al mio cerchio del
destino e in qualche modo sarà pure motivo di lode. Io non appiattirei da
questo punto di vista l'iposintassi dicendo: "Vabbè, è quella che è,
quindi nessuno di noi ha merito". Io direi: noi meritiamo, noi abbiamo un
merito proprio per quello che siamo eternamente alla fine. È proprio lì, anche
perché se così non fosse e il merito fosse solo nel fare, il fare non
implicherebbe una bravura nel modo di essere e quindi tradirebbe la logica
sottostante. Per cui, siccome già nel fare, nel merito del fare deve essere
implicito che vi ha un merito nell'essere in quel modo di chi fa in un certo
modo, allora tanto vale riconoscere direttamente che il merito è alla fine nel
modo di essere e che il modo di fare è un'espressione del modo di essere tale
che se si riconosce quanto detto, allora a maggior ragione vale il discorso che
sto esponendo, cioè il merito è nel modo di essere. Alla fine è un merito, ma
questo lo svilupperò in future occasioni perché ci sto pensando da tempo e si
collega anche a una certa prospettiva della libertà, non del libero arbitrio,
della libertà che è diverso, cioè che significa essere autenticamente se stessi
e quello coincide con la vera libertà, con la vera emancipazione. Ma lasciamo
perdere qui>>. […] <<Pavone, ma che diavolo dici? Pavone, ma tu
dovresti contare fino a 1000 prima di pensare che una tua obiezione, ma
figurati una tua obiezione, anche quelle di studiosi e pensatori più abili di
te come Fiaschi possano confutare la filosofia severiniana. Ora vedo che ci
sono commenti. Allora, ci sono altri commenti. E vabbè, Pavone, che ti devo
dire? Eh, Pavone, senti, se tu sei limitato a tal punto che non hai capito neanche
i limiti dell'articolo di Fiaschi, non hai capito le risposte che ho dato che
confutano le sue attuali obiezioni, il problema è tuo. Io ho anche argomentato,
ho spiegato nei dettagli riferendomi a quello che già avevo spiegato prima,
perché non reggono neanche le sue obiezioni. Quindi fattene una ragione. Se non
ci arrivi è un problema tuo. Se non riesci adesso a replicare, io ho
argomentato, ho letto parti dell'articolo di Fiaschi confutandone il contenuto
e spiegando come si confuti. Se tu non sei d'accordo è una tua opinione, però
ricordiamo che la tua opinione qui non vale nulla rispetto agli argomenti.
Nemmeno la mia opinione vale nulla rispetto agli argomenti. Infatti, siccome mi
sono rapportato all'argomento di Fiaschi, ho argomentato, non mi sono limitato
a dire qualcosa, ho argomentato, ho dimostrato quello che ho sostenuto. Tu
invece pretendi di far valere le tue valutazioni personali, le tue opinioni e i
tuoi giudizi. Pavone, la verità sai qual è? che tu piangi dentro, tu sei
infelice, sei frustrato, tu vorresti riuscire in qualche modo a prevalere a
livello argomentativo su Severino e verso di me e non ci riesci neanche con
alleanze così forti, con Picenni, con Boccardi, con Fiaschi, e si sta rilevando
sempre di più la realtà, che tu rosichi per questo, che tu sei forse l'unico in
tutta questa vicenda che voleva confutare, voleva disintegrare, voleva
annientare la filosofia severiniana ridicolizzandola, banalizzandola. Le hai
provate tutte, hai sempre fallito, non ti sei mai arreso e di questo debbo
darti merito della tenacia, della speranza. Però arrivati a questo punto, vedi
che anche se preghi in aramaico, in tutte le lingue del mondo, tutti gli dèi del
metaverso, a questo punto della situazione non hai più chance. Allo stato
attuale la tua speranza è ormai annichilita, soprattutto essendoci io in un campo
che purtroppo per te sono troppo oltre la tua attuale possibilità di confutarmi
su queste cose. Magari su altri argomenti potresti riuscirci, ma vedi, con un abile
come me a livello argomentativo, così preparato, così capace di ragionamenti
rigorosi e analitici, non hai speranze su Severino, perché di Severino capisco
più di te, so più di te e sono interessato a sostenerne gli argomenti che
rilevo essere corretti. Tu invece non hai l'interesse di capirlo. Tu hai
l'interesse di volerlo distruggere il contenuto di Severino, perché non ti
piace, perché ti è antipatico. Non lo so quale sia il motivo, ma è evidente dal
tuo atteggiamento che tu ti sia accanito contro quel contenuto, che tu non avessi
mai veramente l'intento di discuterlo, che quella fosse solo una facciata per
far vedere ad altri che tu volessi solo analizzare una certa filosofia. Tu più
volte hai detto che questa filosofia è irrazionale, non ha senso, va presa come
un fenomeno linguistico da interpretare, da indagare, da capire come tendenza. Se
questa non è la massima forma di rifiuto del valore di un contenuto così teoreticamente
elevato, non so cosa sia. Quindi tu disprezzi proprio profondamente questo
contenuto e hai cercato in tutti i modi di smentirlo in modo incoerente, perché
prima hai detto che non vale nulla, poi ti hai cercato in tutti i modi di
confutarlo nel merito, hai fallito in tutti i modi, hai perso tutte le frecce
al tuo arco, però non ti rassegni. Cioè un po' di umiltà, ma anche di buon
senso ci vorrebbe. Arrivati a questo punto, no? Cioè, perché non cambi? Cioè,
sarebbe meglio per te, ma per me puoi continuare, però diventa un po', diciamo,
triste questa modalità. Tu continui a sperare in nuove obiezioni, poi alla fine
vengono tutte demolite una dopo l'altra, tu ti fai aiutare da altri, non ce la
fai lo stesso. Io da solo invece reggo il gioco contro più argomenti fatti da
più di voi che vi aiutate a vicenda con le competenze che avete. Cioè,
rendetevi conto anche di questo. Beh, pensate se ci fosse qualche altro
Severiniano, almeno al mio livello, a giocare con me in questa partita. Cioè,
pensate anche solo a questo. O uno più bravo di me, magari uno dei degli
allievi più bravi di Severino. Cioè, avreste perso di default completamente la
partita e non dite che non la volete giocare o che non avete provato a giocarla.
E tu in particolare hai giocato molte volte sporco, perché molte volte, quando ho
partecipato nei vostri live, mi interrompevi, cercavi di confondere cosa
dicessi, cercavi di confondere me stesso dicendo delle cose a volte ambigue,
scorrette. Hai usato varie scorrettezze, non mi hai fatto lasciare di finire
diverse volte interventi chiarificatori, diverse volte non hai dato a me il
tempo per replicare alle obiezioni. Ora, quale che siano le giustificazioni che
tu puoi dare a questo modo di fare? Resta il fatto che io non ho avuto lo
spazio adeguato per poter argomentare. Molte volte, nel tuo canale, nelle tue
live. Hai giocato quindi sporco perché pur sapendo, penso, di questo limite,
hai comunque cercato di far credere che la partita andasse in una certa
direzione. Poi ogni volta che ti ho invitato a fare un confronto serio, hai
sempre declinato con le regole che ho richiesto. Per cui non dire che la partita
non l'hai giocata o l'hai giocata ma in modo onesto. Hai cercato di barare in
tutti i modi possibili e hai perso persino così. Vedi la profonda ipocrisia. Tu
citi il buon Boldrin: “lei fa polemica”. Facendo un esempio, peraltro che
ancora di più smentisce la tua retorica. Vedi, Boldrin con me si è comportato
in modo scorrettissimo, soprattutto nella seconda live. Nella prima già tendeva
troppo a interrompere, non permettendo a me di chiarire adeguatamente le
risposte che cercavo di dare, peraltro su cose molto controintuitive, mentre
lui mi chiedeva di semplificare e al contempo contestava la mancanza di
precisione che inevitabilmente segue semplificando troppo. Quindi, insomma, nel
secondo live abbiamo visto tutti come lui avesse già programmato tutta quella
forma retorica, di polemica; lui, non io. Quindi, che tu citi un personaggio
come Boldrin che ha fatto quel teatrino nel secondo live non argomentando niente,
mostrando solo di voler screditare l'argomento e anche la mia figura, insomma, fa
cadere ancora di più la tua polemica, perché tu così stai veramente tu e solo tu
polemizzando. Vedi, non scambiare il fatto che io risponda in maniera precisa alle
tue provocazioni, smentendo la portata con il fatto che io faccia polemica. Non
è che per il fatto di smentire le tue provocazioni, io sto polemizzando con te.
Sei tu che stai polemizzando con me usando delle provocazioni fuorvianti,
insulse, eh, c'è poco da fare. Che io poi le valuti in maniera negativa le tue
modalità retoriche, provocatorie, lo vuoi chiamare questo polemica, ma è ben
poca cosa. E comunque sia, la polemica non esclude l'argomentare. Uno può
argomentare e fare qualche polemica. Non vedo che contraddizione ci sia qui.
Quindi, consigli non richiesti. Mi ha dato dei consigli paterni, consigli
completamente insensati, visto che non avevo bisogno di quei consigli, tra
l'altro, cioè, consigli inutili, forvianti, e tra l'altro di cui molte persone non
hanno capito neanche quale fosse il senso, ma lasciamo perdere, il senso di
quei consigli era di dare più importanza agli aspetti pragmatici della vita,
cosa che tu non hai capito, perché lui presupponeva che dando io importanza al discorso
severiniano, dessi troppa importanza alle cose astratte, perdendomi poi gli
aspetti concreti della realtà. Ma anche questa è un'altra è un'altra
allucinazione del pensiero. Ho mostrato, peraltro, di essere molto più
addentrato nella realtà concreta di quanto non lo siano molti di questi empiristi,
positivisti, pragmatisti convinti di avere la giusta lettura del mondo. Ma io
lo tratto come, cioè dimmi in che senso come lo tratto, perché sto dicendo
qualcosa di brutto? Io sto solo esprimendo il suo comportamento. Che sto
facendo di male? Pavone, comunque la serata finisce così. Il tuo argomento è
finito, Pavone. Puoi pregare tutti i santi, tutti gli dèi, di tutto il multiverso,
di tutte le realtà. Il tuo argomento è finito. 1:22:50 Saluti. Buonanotte,
buona vita a tutti>>.
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