Ancora una volta,
riporto il contenuto di un video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini ( =
AS), inizialmente intitolato: <<Luigi Pavone non guardare questo
video! Ti porterà alla disperazione>> (https://www.youtube.com/watch?v=q65vbccfA0M&t=92s), poi cambiato _ a quanto vedo _, in: <<Risolvo
una critica a Emanuele Severino quasi impossibile da confutare>>.
Vedremo via via
come la replica (e la relativa presunta confutazione) di AS consista
principalmente nell’attribuirmi continue PRESUPPOSIZIONI NON DIMOSTRATE.
In realtà, vedremo
che così non è.
(1)
Ecco l’inizio del
testo di AS:
<<Allora, vi indico l'articolo di Roberto Fiaschi nel suo blog, il numero 188 dovrebbe essere l'ultimo, nel quale ha posto otto punti critici alla mia lettura del complesso rapporto tra apparire infinito e finito in Severino, in particolare in rapporto alla diacronia. Questo video riguarda tematiche molto avanzate, quindi non posso semplificare, è possibile seguirlo solo per chi già conosce questa ontologia, quella di Emanuele Severino. Allora, leggo. Rispondo al primo punto della elaborata critica di Fiaschi. L'inferenza di Fiaschi secondo cui, dal fatto che nell'apparire infinito appaiano tutti i passaggi della diacronia segua che nell'apparire infinito la diacronia non possa apparire finitamente è scorretta. Infatti Fiaschi non ha dimostrato, ma semplicemente presupposto in tale argomentazione che l'apparire di tutta la diacronia nell'apparire infinito escluda l'apparire della finitezza della diacronia. Ovvero del suo apparire come appare nella dimensione finita dell'apparire>>.
Prima
pausa.
Orbene, se è vero, come è vero, che il CONTRARIO di “diacronìa” _ il CONTRARIO! _ è “sincronìa”, allora escludere la diacronìa dall’apparire infinito ove appunto vige il suo (della diacronìa) CONTRARIO, non è un aver <<semplicemente presupposto>> qualcosa che non avrei dimostrato, perché è nell’ordine immediato dei significati stessi che si evince l’esclusione (da parte dell’apparire infinito) del proprio CONTRARIO ( = la diacronìa) laddove (nell’apparire infinito) vige il CONTRARIO ( = la sincronìa) di ciò (della diacronìa) che, per ciò stesso, viene escluso.
Ora, so benissimo
che per Severino la diacronìa-isolata dell’apparire finito è certamente
presente ANCHE nella sincronìa dell’infinito, in tutti i suoi passaggi; ne ho evidentemente
tenuto conto, altrimenti non avrei neppure potuto avanzare tali critiche. Ma,
proprio perché ne ho tenuto conto, tale presenza dà luogo ad APORIE.
Continuiamo, però,
a leggere la spiegazione di AS:
<<Non ha
considerato che la forma parziale del dinamismo processuale che caratterizza il
suo apparire finito è, in quanto già costituito dalla articolazione interna dell'iposintassi
eternamente presente e apparente nell'apparire infinito>>.
Invece sì che l’ho
considerato.
Infatti, nel
paragrafo (1) _ quello che AS sta considerando _, del post n° 188, avevo precisato:
Pertanto, come si può facilmente constatare, NON ho affatto escluso
<<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia
con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia
totale>>, ma ho escluso che tale inclusione NON sia contraddittoria.
Quindi avevo scritto l’esatto contrario di quanto invece ASD
mi sta attribuendo.
Ma, come si suol dire: carta canta…
Prosegue AS:
<<In
pratica, nella sua obiezione, non si considera adeguatamente che l'apparire
tutti insieme dei passaggi della diacronia include anche l'apparire uno alla
volta dei passaggi, proprio perché nell'apparire tutti insieme dei passaggi
della diacronia appare il contenuto isolante interno a ogni passaggio
all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri.
Ed è in questo modo che il modo parziale della diacronia è incluso in quello
totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>.
Come detto, l’ho
ben considerato perché, in caso contrario, non avrei neppure potuto stilare la
critica dell’aporetica presenza diacronica nel sincronico, no?
È infatti chiaro
che tale critica ha luogo di essere se e soltanto se <<il modo
parziale della diacronia è incluso
in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>,
altrimenti, COSA avrei criticato? Nulla.
Ancora AS:
<<Segue
quindi che sia sbagliata la sua asserzione secondo cui è impossibile che
nell'apparire infinito la diacronia processuale possa apparire identicamente
per come appare nell'apparire finito. In questo giudizio suo si tiene in conto
a parole della inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>;
ah, ma allora
adesso AS RICONOSCE
che HO CONSIDERATO l’<<inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>!
Tuttavia, secondo
lui, avrei tenuto conto di ciò soltanto <<a parole>>…
Ma proseguiamo:
AS: << In
questo giudizio suo si tiene in conto a parole della inclusione dell'apparire
finito nell'infinito, ma nei fatti si isola l'isolamento coscienziale interno
all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito, non prendendo
in considerazione nel concreto la struttura della diacronia nella sua interezza>>.
I <<fatti>>
da me ignorati consisterebbero nell’aver, io, ISOLATO <<l'isolamento coscienziale
interno all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito>>.
Ma l’introduzione
della faccenda dell’ISOLAMENTO
NON CAMBIA NULLA
ai fini della mia critica.
Infatti, nel punto
(1), la mia critica consisteva nel rilevare che:
siccome nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>,
allora è palese come in esso NON possa darsi quel <<dinamismo
processuale>> nello STESSO IDENTICO MODO in cui questo si dà appunto
nell’apparire finito. Se infatti si desse nello STESSO MODO, allora ciò
SMENTIREBBE che nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano
appaiano determinatamente ASSIEME,
anziché uno alla volta>>.
E aggiungevo:
Se l’apparire infinito esperisce la <<prospettiva
parziale della diacronia>> ESATTAMENTE nello stesso modo in cui la
esperiamo noi, allora, ripeto: NON è vero che l’apparire infinito esperisca <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano>> e che perciò in esso <<appaiano
determinatamente ASSIEME,
anziché uno alla volta>>,
giacché ALMENO la <<prospettiva parziale della diacronia>>
dovrà esperirla ESATTAMENTE in modo diacronico, <<uno alla volta>> e
NON in modo sincronico-simultaneo <<determinatamente assieme>>.
Dunque, è facile
sincerarsi che l’aggiunta dell’isolamento NON cambi nulla ma anzi, PEGGIORA la
tesi di AS.
Infatti, alla già
contraddittoria presenza diacronica nel sincronico, aggiungendovi l’isolamento AGGRAVIAMO TALE
CONTRADDITTORIETÀ, perché così veniamo a dire che ANCHE l’isolamento è esperito
dal sincronico _ ove nulla può mai apparire isolato dal proprio altro _, cosicché
RADICALIZZEREMMO LO IATO
tra diacronia-isolata e sincronia ove tutto è già da sempre scopertamente
apparente e quindi è NON-diacronico!
AS:
<<Segue
che è anche scorretto sostenere che se si desse invece allo stesso modo, ciò
renderebbe impossibile apparire determinatamente di tutti i passaggi della
diacronia assieme, in quanto l'interno coscienziale dei passaggi della
diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e l'isolamento
sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli altri. Fiaschi
non ha considerato questo aspetto fondamentale e ha semplicemente presupposto,
senza dimostrarlo, che l'isolamento coscienziale interno ai passaggi della
diacronia sia incompatibile con il fatto che tali passaggi appaio eternamente
insieme nella più ampia dimensione dell'apparire infinito>>.
Ciò che AS considera
un <<aspetto fondamentale>> (ma che non avrei considerato) consiste
nella tesi secondo la quale l’<<interno coscienziale dei passaggi
della diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e
l'isolamento sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli
altri>>.
Quel che AS
continua a NON
voler prendere atto è che anche, o meglio: PROPRIO conservando <<la
finitezza e l'isolamento>> dei <<passaggi della diacronia>>
pur nel loro isolamento, la sincronìa NON può esperire <<tutti i passaggi>>
che <<appaiono assieme agli altri>> COME li esperiamo noi
nel finito-isolato, perché ciò vorrebbe dire che l’apparire sincronico,
esperendo ANCHE l’isolamento in sé conservato, NON sia ciò ove <<TUTTI
gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla
volta>>, perché se l’apparire infinito li esperisse così, sarebbe
ESSO STESSO IDENTICAMENTE
DIACRONICO tanto quanto diacronico è l’apparire finito.
Ma ciò NON può essere, proprio
perché l’apparire infinito-sincronico è PER DEFINIZIONE ciò in cui nulla comincia ad
apparire né a sparire, visto che TUTTO è già in piena luce SINCRONICAMENTE, NON
DIACRONICAMENTE.
Per cui anche
l’eterna presenza dell’incominciante-apparire nonché del suo stesso COPRIRE
l’essente sul quale sopraggiunge, NON comincia ad apparire né COPRE alcunché
perché, se COPRISSE, allora l’apparire infinito NON sarebbe ciò in cui nulla comincia mai
ad apparire (né a scomparire) e quindi NON vi sarebbe alcun essente COPERTO dal
sopraggiungente, giacché ANCHE tale essente COPERTO, nell’apparire infinito
sarebbe in realtà DA SEMPRE S-COPERTO!
Questa, ripeto,
non è una mia presupposizione
indimostrata,
perché, che l’apparire infinito-sincronico sia ciò, è esattamente nella sua
stessa DEFINIZIONE
la quale, proprio per questo, NON deve esser dimostrata!
Poco e NULLA
IMPORTA (se non in senso peggiorativo) che nell’apparire infinito vi
siano già tutti i passaggi conservati insieme al loro isolamento e quant’altro
si voglia; l’avevo già ben considerato, ma ripeto:
NULLA IMPORTA,
perché questi passaggi, nell’apparire sincronico, NON sono diacronici bensì, ripeto: unicamente
SINCRONICI.
Al massimo essi SIMULANO una
diacronìa, ma NON
LA POSSONO ESSERE!, essendo soltanto una diacronìa DIPINTA, IMMOBILE, FITTIZIA,
ILLUSORIA…
Se inoltre l’apparire
infinito-sincronico esperisse la diacronìa nel modo esatto in cui la esperiamo
noi, lo stesso apparire infinito sarebbe ISOLATO per quel tanto che esso ESPERISCE
L’ISOLAMENTO nell’identico modo in cui lo sperimentiamo noi.
AS:
<<Inoltre,
siccome nell'articolazione interna dell'iposintassi i sopraggiungenti sono
disposti in modo tale che ognuno sia sopraggiungente rispetto ad altri e
oltrepassato rispetto a certi altri ancora, e siccome ogni passaggio della
diacronia è presente, in ogni passaggio della diacronia è presente lo stesso
contenuto coscienziale isolato che appare nella nostra dimensione finita,
l'apparire dei sopraggiungenti prima e dopo altri è una condizione già
eternamente inclusa ed esperita nella loro apparire tutti assieme nell'apparire
infinito, in quanto l'apparire prima e dopo è semplicemente l'apparire
rispettivamente come sopraggiungente e come oltrepassato relativamente a ciò su
cui rispettivamente si oltrepassa e si è oltrepassati. Queste condizioni e modi
di apparire sono già eternamente posti e apparenti nell'apparire infinito, tale
che l'apparire di un passaggio alla volta della diacronia non comporta nessuna
dinamica nichilista e nessuna delle apparenti contraddizioni affermate da
Fiaschi nel punto qui esaminato, il primo del suo articolo>>.
Per tutto ciò,
vale quanto appena già detto subito sopra…
Ancora AS:
<<Eh,
comunque colgo l'occasione per fargli i complimenti perché è uno dei dei più
attenti lettori di Severino che fa obiezioni molto insidiose, che solo un
esperto come me di filosofia severiniana può riuscire a risolvere e confutare>>.
Grazie di cuore, contraccambio
sentitamente.
(2)
AS:
<<Secondo
punto. Fiaschi sostiene che se si vuole mantenere ferma la differenza tra l'apparire
finito e quello infinito, anche considerandola interna all'apparire infinito, sarebbe
impossibile mantenere fermo che esso sia la dimensione in cui appare tutto,
compreso anche il modo finito dell'apparire processuale. Ma ciò è sbagliato
perché si è mostrato come possa conservarsi eternamente la finitezza
dell'apparire processuale finito, pur apparendo in modo completo e compiuto
nell'apparire infinito, perché Fiaschi non ha preso in considerazione cosa sia,
nel concreto la finitezza e il relativo isolamento coscienziale interno alla
struttura dell'apparire finito>>.
Senonché, anche
riguardo a questa considerazione di AS, ho risposto sopra.
Aggiungo _ anzi:
ripeto _, che l’introduzione reiterata del <<relativo isolamento
coscienziale interno alla struttura dell'apparire finito>> NON sposta NÉ tantomeno confuta la
critica bensì la AGGRAVA
per le ragioni esposte sopra.
AS:
<<Segue
anche un altro errore, ovvero quello di sostenere che se l'isolamento coscienziale
dell'apparire finito è tenuto fermo, non possa apparire assieme a ciò che lo
oltrepassa nell'apparire infinito, per apparire come isolamento coscienziale
relativo all'apparire finito, per come è esperito in modo tale nel finito, o
per meglio dire, per come è esperito in tale modo finito, dovrebbe apparire isolatamente
anche nell'apparire infinito e quindi non dovrebbe apparire assieme a ciò che
oltrepassa tale isolamento. Questo è quello che lascia intendere di pensare
fiaschi. Qui l'errore consiste nel presupporre che l'isolamento non si conservi
per il semplice fatto che i contenuti coscienziali isolati non possano preservarsi
apparendo assieme a ciò che li oltrepassa. Più nello specifico, l'errore è di presupporre
che ciò che appare come oltrepassamento dell'isolamento di tali contenuti
nell'apparire infinito appaia all'interno dell'isolamento dei contenuti
coscienziali isolati, che è ciò che permetterebbe a Fiaschi di sostenere questa
critica. Ma l'apparire dei contenuti coscienziali isolati assieme a quelli
oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma solo che i
secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia,
l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il concreto
oltrepassamento originario dei primi>>.
Ripeto, il cuore
delle mie critiche scaturisce dalla DIFFERENZA tra i CONTRARI: diacronìa e sincronìa.
Ciò ribadito,
l’errore che AS mi attribuisce qui sopra, sarebbe da lui CONFUTATO e quindi
RISOLTO affermando che <<l'apparire dei contenuti coscienziali isolati
assieme a quelli oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma
solo che i secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza
più ampia, l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il
concreto oltrepassamento originario dei primi>>.
In realtà, AS
ripete nuovamente la tesi che però è già stata oggetto di critica.
Infatti, è proprio
perché nell’apparire infinito <<l'apparire dei contenuti coscienziali
isolati>> appaiono <<assieme a quelli oltrepassati>>, che tali
contenuti da sempre sincronicamente apparenti costituiscono l’esatto CONTRARIO del modo in
cui essi appaiono nell’apparire finito!
Affermare che essi
<<appaiano assieme
ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia>>, vuol dire che
essi appaiono SINCRONICAMENTE, e NON NEL MODO ESATTO in cui essi appaiono a noi
qui, nell’apparire finito!
Tale <<apparire
assieme>> è
esattamente ciò che IMPEDISCE di giustificare la presenza dell’apparire
diacronico NEL sincronico, e quindi che quest’ultimo sia percepito diveniente
NELL’apparire finito.
AS:
<<Per
motivi analoghi, nell'argomento di Fiaschi semplicemente si presuppone, senza dimostrarlo,
che sia impossibile preservare contenuti coscienziali isolati in una forma di
apparire infinito in cui appare la consapevolezza di ciò che oltrepassa quei
contenuti isolati>>.
No, anzi; ho più
volte ribadito come nell’apparire infinito TUTTI i <<contenuti
coscienziali isolati>>
sono eternamente PRESERVATI e quindi dispiegati gli uni <<assieme>> agli
altri.
AS:
<<Questo
perché presuppone nel suo argomento implicitamente che la consapevolezza del
trascendimento dell'isolamento di quei contenuti coscienziali si debba
manifestare all'interno di quei contenuti coscienziali isolati, rendendo
impossibile il loro preservarsi in quanto coscienziale, in quanto contenuti
coscienziali isolati. Eppure, nell'argomento di Fiaschi, scusate, oppure, nell'argomento
di Fiaschi si presuppone implicitamente che l'apparire infinito, pur avendo uno
sguardo coscienziale unitario a cui tutto appare, non possa includere in sé
infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato senza
alterarlo>>.
Non posso <<presupporre>>
ciò che AS mi attribuisce, perché altrimenti la mia stessa critica non avrebbe
avuto alcuna ragione per esser posta/avanzata.
Certamente,
infatti, <<l'apparire infinito, pur avendo uno sguardo coscienziale
unitario a cui tutto appare>>, secondo Severino DEVE <<includere
in sé infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato
senza alterarlo>>.
È proprio questo
il punto critico!
Tale inclusione è
in concerto sincronico con la totalità degli enti, quindi l’apparire infinito
include qualcosa che funge al CONTRARIO rispetto a come ‘funziona’ nella percezione diacronica
caratterizzante l’apparire finito.
AS:
<<Inoltre,
un altro errore implicito in questa posizione di Fiaschi è di assolutizzare la
consapevolezza isolante che si mostra nell'esperienza finita, come se
l'apparire finito non fosse già eternamente compiuto. È come se tutti gli stadi
di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria, non fossero già
eternamente connessi e superanti progressivamente rispetto alla modalità finita
e originaria rispetto all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito.
La contraddizione C dell'isolamento coscienziale>>.
La <<consapevolezza
isolante che si mostra nell'esperienza finita>> NON viene
assolutizzata, bensì presa per ciò che essa è ed appare a noi.
Essa è un essente,
così come essenti sono gli enti nella loro diacronìa. Si deve tenerne conto,
proprio perché in Severino TUTTO è un essente eternamente dato.
Certo: <<tutti
gli stadi di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria>>,
sono (secondo Severino) <<già eternamente connessi e superanti
progressivamente rispetto alla modalità finita e originaria rispetto
all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito>>, chi lo ha
mai ignorato?
Ed è proprio
questo aspetto ad essere oggetto di critica in quanto foriero di APORIE
irrisolvibili.
AS:
<<Si
ribadisca poi che l'oltrepassamento dell'isolamento non può e non deve avvenire
apparire nel contenuto isolato, perché questo significherebbe alterarlo e
trasformarlo da errore a verità. L'oltrepassamento dell'isolamento, per essere
tale richiede solo che il contenuto isolato appaia preservato nel suo
isolamento, in una prospettiva di più ampia coscienza, di coscienza più ampia,
in cui appare che tale contenuto coscienziale isolato è errore, non è il singolo
contenuto coscienziale a dover essere redento. Questo significa anche che
l'isolamento coscienziale di tali contenuti iposintattici è identicamente e
scusatemi, è eternamente identico a sé e al contempo è oltrepassato, ma oltre
se medesimo>>.
Anche qui, AS non
fa altro _ giustamente dal suo punto di vista _, che RIBADIRE e DESCRIVERE uno
stato di cose, nulla di più; ma ciò non sfiora neppure il senso della critica
che, mi pare, continua a non essere intravisto da AS.
(3)
AS:
<<Punto
terzo. Questo punto risulta confutato considerando quanto esposto prima. Nell'apparire
infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa
nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che
quella non isolata della diacronia. Si aggiunga che la differenza degli essenti
per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in quella non
isolata è una differenza interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire
finito. Gli essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa
differenza interna all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.
Non capisco perché
AS continui a spiegare delle tematiche scambiandole per confutazioni.
Infatti ribadisce:
<<Nell'apparire
infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa
nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che
quella non isolata della diacronia>>.
OK, questo è
chiaro.
Poi, prosegue AS:
<<Si
aggiunga che la differenza
degli essenti per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in
quella non isolata è una differenza
interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire finito>>.
Certo, ovvio,
nessuno l’ha mai negato.
AS:
<<Gli
essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa differenza interna
all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.
E qui AS si chiude nel sacco con
le proprie mani.
Infatti, se quegli
essenti che <<appaiono differenti>>_ in realtà: CONTRARI _, cioè se la forma
diacronica-isolata e la forma sincronica in cui tutto <<è già eternamente
apparente>> fossero LA STESSA
forma ma esperita/vista da due <<rispetti diversi>>, allora NON
sarebbero (non si riferirebbero a) LA STESSA,
poiché, in quanto forme eternamente tra loro contrarie, come potrebbero esser LA STESSA?
Esse sarebbero perciò
due forme parallele e ‘affiancate’, diciamo così, nell’apparire
sincronico-infinito, ma MAI
sarebbero LA STESSA forma
esperita/vista da due <<rispetti diversi>>!
Due <<rispetti
diversi>> NON
unificano due CONTRARI!
Oltretutto,
rimarrebbe ferma l’aporia secondo la quale la forma diacronica NON apparirebbe,
nell’apparire infinito, nella forma sincronica ossia già da sempre dispiegata perché quest’ultima, in quanto differente/contraria rispetto
alla forma diacronica del finito, come detto NON sarebbe LA STESSA
e quindi l’apparire infinito includerebbe la forma diacronica-isolata come ciò
che, in esso, MAI
appare dispiegata al modo in cui tutti gli altri enti sono da sempre
interamente dispiegati alla ‘luce’ sincronica dell’apparire infinito.
Il che vuole anche
dire che l’apparire infinito NON è ciò in cui <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!
AS:
<<Consegue
la contraddizione apparente di Fiaschi, secondo cui questa differenza porti gli
enti a essere contemporaneamente gli stessi, sia nel modo isolato che nel modo
non isolato di apparire, sia differenti da loro stessi in quanto appaiono in
modi diversi in queste modalità. Fiaschi non ha considerato che questi modi diversi di apparire sono
determinazioni originarie dei modi di apparire che competono già eternamente in
origine agli stessi enti>>.
Che il modo
non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il secondo e
l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, secondo AS fa sì che
la <<differenza non [sia] tale che lo stesso ente che appare
isolatamente non [sia]
sempliciter lo stesso che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente
che appare isolatamente non è tutto il se medesimo che appare non isolatamente.
In pratica anche questa differenza
è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire concreto>>.
Invece, che il
modo non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il
secondo e l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, NON fa sì che la <<differenza
non [sia] tale che lo stesso ente che appare isolatamente non [sia] sempliciter
lo stesso che appare non isolatamente>, perché sincronìa e diacronìa
sono CONTRARI e
per di più ETERNAMENTE CONTRARI.
Pertanto, quei due
<<rispetti diversi>> sono anch’essi due rispetti ETERNAMENTE
CONTRARI tanto
quanto è ETERNAMENTE CONTRARIO
il loro contenuto, cioè la sincronìa infinita e la diacronìa-isolata, sì che
NON siano MAI unificati nell’impossibile riferimento ad una STESSA forma.
AS:
<<Più
nello specifico, Fiaschi non considera nel concreto in cosa consiste la
differenza di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato
dal se medesimo in quanto apparente in modo isolato. Il primo modo include il
secondo e l'oltrepassa originariamente ed eternamente. La differenza dunque non
è tale che lo stesso ente che appare isolatamente non è sempliciter lo stesso
che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente che appare isolatamente non
è tutto il se medesimo che appare non isolatamente. In pratica anche questa
differenza è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire
concreto>>.
La <<differenza
di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato>>
differisce dal
<<medesimo in quanto apparente in modo isolato>> per il
fatto che quest’ultimo NON è mai l’ente che dice di essere/apparire, in quanto
_ contraddizione C _ non appare insieme ad esso tutta la concretezza che lo
avvolge e lo DETERMINA
CONCRETAMENTE
nella sua IDENTITÀ REALE.
(TRA PARENTESI:
poiché nel finito NESSUN essente è mai ciò che dice di essere/apparire, allora
ciò vale per qualsiasi altro ente/aspetto, ANCHE per il principio di
non-contraddizione, ANCHE per l’élenchos, giacché se qui tutto appare
isolatamente/astrattamente di modo tale, appunto, da NON ESSER MAI ciò che
sembra e/o dice di essere, allora anche il principio di
identità/non-contraddizione SMENTISCE sé, cioè NEGA di essere ciò che dice di
essere. Chiusa parentesi).
Tale non-esser
mai ciò che sembra essere è un eterno che non sarà mai LO STESSO concreto ente che invece appare
nell’infinito <<in modo non isolato>>, perché il primo resta
tale e quale, eternamente, nella sua posizione di manchevolezza che neppure
l’intera concretezza dell’apparire infinito potrebbe mai oltrepassarne l’astrattezza,
giacché, NON potendo DIVENTARE
concreto (cioè altro-da-sé), è destinato per ciò a restare astratto per sempre,
eternamente.
Lo stesso dicasi
della diacronìa.
Essa non è
diacronìa sol perché non mostra ciò da cui è isolata; essa è invece essenzialmente il CONTRARIO della
sincronìa dell’apparire infinito, perché se in questo la diacronìa apparisse
bell’e dispiegata sincronicamente in tutti i suoi passaggi (come infatti
dovrebbe), cesserebbe di essere IDENTICA a come invece essa è esperita nel finito-diacronico.
AS:
<<Le
ragioni fin qui esposte che confutano le obiezioni finora esaminate dell'articolo
di Fiaschi valgono anche per la sua critica relativamente al modo di intendere
in Severino lo scomparire. Fiaschi riconosce che la lettura da me fornita riguardo
allo scomparire, intenso come copertura relativa dei sopraggiungenti rispetto agli
oltrepassati, relativa appunto all'orizzonte finito dei cerchi finiti del
destino, alle loro attualità, sia coerente con le tesi di Severino. Tuttavia
non considera nel concreto cosa ciò implichi. Considerando infatti che
all'apparire infinito appaiono eternamente tutti i passaggi dell'iposintassi e
tutte le prospettive finite e parziali isolanti che li riguardano, nell'apparire
infinito appaiono anche tutte le coperture in questione e il loro contenuto
coscienziale isolante relativo. Sicché, nell'apparire infinito, anche la copertura,
lo scomparire cosiddetto tale di cui si sta parlando, appare eternamente per
come appare nella modalità finita dell'apparire processuale>>.
Al netto del fatto
che ancora NON
ho intravisto alcuna <<confutazione>>, bensì soltanto
DESCRIZIONI/DELUCIDAZIONI ben esposte ma scambiate per confutazioni e che
perciò NON
spostano di uno iota la mia critica, per quanto riguarda la <<copertura>>
menzionata da AS, vedasi i precedenti post nn. 188 e 189.
AS:
<<Un
altro equivoco nell'argomento di Fiaschi è di assumere che nell'apparire finito
processuale il fatto che i contenuti dell'iposintassi appaiano uno alla volta significhi
che essi si isolino realmente dagli altri in questo modo di apparire. Ma questo
è sbagliato. Infatti, anche quando essi appaiono uno alla volta, tra
virgolette, non stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti
che caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei sopraggiungenti
rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del fluire dinamico
e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo apparire>>.
Avevo invece
precisato che l’isolamento, sia esso reale o parziale, non cambia nulla nella
faccenda; glielo riporto:
per la terza volta, AS si limita a ripetere la tesi
dell’isolamento [da
me a suo dire] creduto reale ma in realtà rivelantesi fittizio, irreale. L’ho
capito, conosco bene questa tesi, ma ripeto: QUI, NON CONTA ALCUNCHÉ.
Riesaminiamola. AS dice che <<tutti i contenuti dell'iposintassi che a
noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito,
neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito>>. Ripeto,
non c’entra nulla giacché, che quei contenuti iposintattici NON siano isolati
<<dall'apparire infinito>>, lascia del tutto INTATTA la
diacronìa come incominciare e cessare di apparire nel modo da noi
innegabilmente esperito. Isolati o no, RESTA INNEGABILMENTE la DIACRONICITÀ del finito
(a meno che non si voglia sostenere che, tolto l’isolamento <<all'apparire
infinito>>, avremmo anche nel finito un apparire
sincronico-indiveniente, il che è tassativamente escluso: vorrebbe dire negare
l’apparire finito).
Pertanto,
quand’anche <<essi appai[a]no uno alla volta, tra virgolette, non
stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che
caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei
sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del
fluire dinamico e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo
apparire>>, vorrei innanzitutto COSA SIGNIFICHI:
<<tra
virgolette>> riguardo al loro apparire <<uno alla volta>>.
Dopodiché, che
essi non stiano <<mai separandosi dalla concatenazione dei
sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi>>, ripeto per
l’ennesima volta, NON
rende intelligibile la DIFFERENZA
di CONTRARIETÀ
tra apparire diacronico e sincronico.
Sta di fatto che
nell’apparire infinito, quel che sembra LA STESSA
diacronìa del finito ove gli enti sono incomincianti e sopraggiungenti,
nell’infinito essi non incominciano e non sopraggiungono.
NON
basta menzionare la <<concatenazione dei sopraggiungenti>>,
l’isolamento seppur parziale, <<i passaggi da T1 a T2>>,
la <<finitezza dell’apparire>> etc…, visto che tutto ciò,
nell’apparire infinito, NON
dà affatto luogo a quella diacronìa che tutti noi esperiamo…
AS:
<<L'apparire
della diacronia in modo processuale è finito, pertanto esclude l'isolamento separante che
è assunto implicitamente nell'argomento di Fiaschi>>.
A dire il vero,
<<l'isolamento
separante>>, nei due post precedenti sopra citati, l’ha tirato in
ballo proprio AS, rinfacciandomi di non averlo tenuto in considerazione.
Adesso, invece,
esso fungerebbe da assunzione implicita del mio argomento… Bah.
(4)
AS:
<<Quarto
punto, per confutare questo punto è sufficiente considerare le ragioni del
terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante apparire e alla differenza
tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in quanto appare in modo non
isolato. Il modo non isolato in cui l'incominciante a apparire appare eternamente
tale che non incomincia ad apparire, ma appare eternamente come incominciante
apparire, include in sé, differenziandosene internamente, anche il modo finito
e isolato di apparire, ovvero l'incominciante apparire che incomincia ad
apparire>>.
Ma siccome
<<le ragioni del terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante
apparire e alla differenza tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in
quanto appare in modo non isolato>> NON hanno confutato, con buona pace di AS,
quanto colà si diceva, ecco allora che il rinvio al terzo punto, ai fini della
confutazione del punto (4), è VANO.
Mentre tale rinvio
è opportuno ai fini della mia critica a quanto AS ha asserito al punto terzo.
(5)
AS:
<<Quinto
punto, per confutare l'obiezione di Fiaschi su tale punto, si consideri che
ogni incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi
e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni. Qualcosa incomincia ad
apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo
apparire nella modalità finita è anche incominciante. È stato già spiegato come
l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per apparire prima, sia già
determinato come rapporto di sopraggiungenza dei contenuti sopraggiungenti già
eternamente apparente tale rapporto di sopraggiungenza nell'apparire infinito. Pertanto,
a ciò basta aggiungere che questa condizione di incominciante apparire è
anch'essa, in quanto eternamente apparente, un eterno da cui, appunto, abbiamo
l'eterno incominciante a apparire>>.
Daccapo, AS si
profonde in una ottima SPIEGAZIONE,
anziché in una confutazione, già nota e che costituisce la base della mia critica.
Ovvio: <<ogni
incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi
e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni>>.
Certo, e chi ha
mai detto il contrario?
E dunque?
AS: <<Qualcosa
incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in
tal senso il suo apparire nella modalità finita è anche incominciante>>;
vero, chi lo ha
mai negato?
AS: <<È
stato già spiegato come l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per
apparire prima, sia già determinato come rapporto di sopraggiungenza dei
contenuti sopraggiungenti già eternamente apparente tale rapporto di
sopraggiungenza nell'apparire infinito>>.
Certo, tutto
ovvio.
Ma temo che AS,
ancora una volta, non abbia colto il punto.
Infatti, quel
qualcosa che <<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto
a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON dà luogo alla diacronìa che invece
esperiamo nel finito.
Ciò perché
l’apparire infinito è caratterizzato dall’aver tutti gli essenti <<assieme>>,
senza un prima ed un dopo.
Poiché sono tutti
<<assieme>>,
allora, ciò che incomincia ad apparire <<nella dimensione
finita rispetto a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON
incomincia ad apparire rispetto a qualcos’altro, appunto perché ENTRAMBI sono
già INSIEME,
sono già TUTTI esposti alla luce sincronica.
Non uno dopo
l’altro, bensì INSIEME.
Per cui, ciò che
COMINCIA ad apparire nel finito, nell’infinito NON può cominciare ad apparire, perché appare da
SEMPRE apparente, e NON
soltanto da un certo momento in poi.
Se qualcosa
<<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a
qualcos'altro e in tal senso il
suo apparire nella modalità FINITA è anche incominciante>> allora, al contrario e
conseguentemente, nell’apparire infinito il suo apparire nella modalità INFINITA NON è incominciante!
Anche qui, mi
pare, AS si è messo nel sacco da sé, proprio nel rimarcar la differenza
tra i due apparire, finito ed infinito, egli è costretto suo malgrado a
concludere che se <<nella
modalità FINITA è anche incominciante>>,
allora nella modalità INFINITA
NON può essere incominciante!, altrimenti non
sarebbe la modalità infinita bensì finita!
(6)
AS:
<<Ora, il
sesto punto risulta già confutato per le ragioni fin qui esaminate ed è
possibile appurarlo leggendo prima il suo articolo, poi seguendo quello che sto
spiegando e verificare
quanto sto descrivendo>>.
Ancora una volta
vorrei far notare come AS abbia soltanto SPIEGATO _ come qui sopra riconosce
ove dice: <<seguendo quello che sto SPIEGANDO>> _, anziché confutato.
Ma comunque non
intendo convincerlo del contrario.
(7)
AS:
<<Settimo
punto. Allora, il settimo punto risulta confutato perché è stato già dimostrato
che nella esposizione presentata è giustificato in modo incontraddittorio che
nell'apparire infinito la nostra esperienza finita dell'isolamento appare
identicamente a come appare a noi e in più, ma non sopponendosi ad essa, appare
anche il suo oltrepassamento. È stato anche confutato il resto del settimo
punto con quanto già esposto, in particolare che nell'apparire infinito niente
incominci ad apparire. Questo è un altro punto che lui ha sostenuto, che
nell'apparire infinito niente incomincia ad apparire. E invece è stato spiegato in che senso l'incominciante
apparire sia incominciante apparire e come possa apparire eternamente
nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad
apparire. Può sembrare un ossimoro,
una contraddizione, però quanto detto si collega al quinto punto. Se si
capisce bene il quinto punto che ho esposto, si capisce questa affermazione>>.
Ohhh, benissimo!
AS è arrivato a
riconoscere obtorto
collo che il <<come possa apparire eternamente
nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad
apparire>> possa <<sembrare un ossimoro, una contraddizione>>!
Questo già mi
basta per poter concludere qui; tuttavia preferirei continuare.
Tale spiegazione, che per
AS equivale ad una confutazione, si troverebbe al quinto punto che AS ha
esposto…
Bene, ciascuno
torni da sé al quinto punto, e veda se ivi si trovi una spiegazione o (AUT)
una confutazione, poi me lo faccia sapere, grazie.
(8)
Conclude AS:
<<Poi
l'ultimo punto, l'ottavo risulta già confutato da quanto finora ha detto. Ora questo
porterà nella disperazione totale Pavone, non il buon Fiaschi che è molto bravo
e peraltro non penso si farebbe problemi ad ammettere che ho ragione se accogliesse
quanto detto, cioè se apparisse nel suo cerchio del destino la correttezza di
quel che ho affermato, di quello che ho dimostrato. Gli faccio ancora i
complimenti. È stato notevolmente bravo a fare questo tipo di obiezioni, che
Pavone si sognerebbe la notte, che mai da solo riuscirebbe neanche a fantasticare.
E dicevo, adesso Pavone sarà disperato perché puntava su questa linea di obiezioni
di Fiaschi. Secondo me Fiaschi è il pensatore che può fare le obiezioni più
radicali all'interno del sistema severiniano, cioè che può mettere in
difficoltà i Severiniani contestando dall'interno quella filosofia. Per cui
riuscire a confutare lui, secondo me, significa riuscire a confutare la massima
forma di obiezione interna al sistema della filosofia severiniana e questo
getta Pavone nella disperazione assoluta perché lui è ossessionato dal voler
sminuire, screditare, smontare questa filosofia. Da solo non c'è mai riuscito.
Adesso, anche con l'aiuto di studiosi più abili e competenti di lui e di
pensatori più bravi nel ragionamento come Fiaschi, non riesce comunque
nell'impresa. cari saluti>>.
Ricambio i
cordiali saluti.
Roberto Fiaschi
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