Riporto gran parte
del lungo testo scritto dalla filosofa Elisa de Silva (d’ora in poi EdS), amministratore del gruppo: Officina di filosofia teoretica, ove intende esplicitare <<il quadro
ontologico entro cui ha senso parlare di “entrare” e “dileguare” dall’apparire>>
secondo la filosofia di Emanuele Severino, giacché <<senza questo
passaggio preliminare, il rischio è di attribuire alla teoretica severiniana
problemi che nascono altrove>>.
Lo scritto di EdS è in origine concepito
come replica ad alcuni filosofi analitici; ciònonostante, vorrei stendere
qualche commento da non-filosofo qual sono.
Intanto, ecco il
testo:
<<L’essere
è l’essere degli essenti: la totalità infinita di tutti gli essenti che sono.
Essere e apparire sono cooriginari, poiché l’essere è ciò che è di per sé
immediatamente evidente: non vi è essente che non appaia, né apparire che non
sia. Tuttavia, non tutto ciò che è appare al finito. L’infinito, in quanto
infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che l’infinito
appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo. L’infinito appare al finito
in una processualità infinita. L’essere, in quanto totalità infinita, è
manifesto a se stesso: ciò significa che appare immediatamente a se stesso in
un apparire infinito (1) e sincronico. Ma proprio perché questa totalità è
infinita, le sue determinazioni — che sono esse stesse essenti — non
possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque in forma
processuale e diacronica. Vi è quindi un momento dell’Apparire che non sorge né
tramonta — l’apparire infinito e sincronico dell’essere a se stesso — e vi è un
momento dell’apparire che sorge e dilegua: l’apparire finito e diacronico delle
determinazioni dell’essere. Questi momenti sono simultanei e inscindibili. Un
unico atto autoriflessivo in cui l’essere e sue determinazioni sono
immediatamente manifesti per sé. Dunque, questo apparire finito non è un
secondo essere, né un dominio parallelo, ma è l’apparire dell’essere secondo
una certa determinazione, all’interno di un orizzonte oltre il quale nulla può
apparire. Questo orizzonte è ciò che chiamiamo “cerchio finito dell’Apparire” o
apparire trascendentale (2) in cui si manifesta - apparire empirico (3) - la
questità o configurazione o ente o totalità finita o terzo momento
simultaneo e inscindibile dell’unico atto autoriflessivo dell’Apparire. Questo
in estrema brevitas, chiaro che all’argomento sarebbe necessaria una ben
più ampia trattazione (…). L’essere è omniavvolgente: non solo gli essenti, ma
anche l’apparire, l’entrare e il dileguare sono essenti, e come tali sono
eternamente presenti nella totalità infinita dell’essere. Anche ogni diacronia
dell’apparire finito, in quanto essente, è già da sempre nella totalità
infinita degli essenti. Dire dunque che x entra nel cerchio dell’Apparire
trascendentale non significa che x cominci ad essere, né che si produca un
mutamento ontologico. Significa che una determinazione eterna dell’essere — già
da sempre presente nella totalità infinita — comincia ad apparire nel cerchio
finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque
l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non
l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche
questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un
essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti. Poste queste premesse provo a rispondere in
modo diretto sul tuo [ -> del filosofo analitico destinatario del
post] ultimo scritto che riporto a margine, perché mi sembra che qui il
punto su cui ti soffermi non sia una semplice divergenza interpretativa, ma una
differenza di statuto tra ciò che si sta cercando di formalizzare e gli
strumenti con cui lo si fa. La tua ricostruzione è internamente coerente a condizione
che si assuma come legittima l’operazione di fondo che stai compiendo, cioè la
traduzione dell’espressione severiniana “x entra / esce dal
cerchio dell’apparire trascendentale” in termini di configurazioni,
appartenenza e precedenza. Ma è precisamente questa operazione a dover essere
messa in questione, perché non è neutrale: introduce già ciò che pretende di
rilevare come problema. Parto dal punto più profondo, che precede le
alternative che poni. Nella teoretica severiniana l’apparire non è un dominio
ontologico parallelo, né un processo, né una serie di stati del mondo.
L’apparire è esso stesso un essente, e come tale è eterno. Questo non è un
dettaglio terminologico: è il punto decisivo che rende impropria ogni
assimilazione dell’apparire a una struttura che “cambia”, “si indicizza” o “si
dispone in configurazioni” nel senso analitico del termine. Dire che “x entra
nel cerchio dell’apparire” non significa che x acquisisca una proprietà nuova,
né che si realizzi un fatto ulteriore nel mondo, né che vi sia una variazione
ontologica. Significa esclusivamente che l’eterno x appare secondo una certa
determinazione nell’apparire finito. Ma questa determinazione non è un evento
che accade all’apparire: è una differenza interna all’apparire stesso, che in quanto
essente non diviene. Qui cade la prima alternativa che proponi. Non è vero che
l’entrare e l’uscire costituiscano un mutamento nichilistico, perché il
mutamento presupporrebbe che ciò che non appare più non sia più. Ma la
teoretica severiniana nega precisamente questa identificazione. Il “non
apparire” non è il nulla. È solo il non apparire in quella determinazione.
L’errore – ed è l’errore già individuato da Severino in Bontadini – consiste
nel trasferire sul piano dell’apparire la struttura ontologica del nulla. Ma
questo trasferimento non è giustificato: il nulla non è il non apparire, e il
dileguare non è una perdita. Vengo allora alla seconda alternativa:
l’indicizzazione temporale del cerchio. Qui la difficoltà non è minore, ma è
diversa. L’indicizzazione è un’operazione semantica che ha senso solo se
l’oggetto indicizzato è qualcosa che varia. Ma nella teoretica severiniana il
cerchio dell’apparire non è ciò che varia. Ciò che varia è la determinazione
finita dell’apparire, non l’apparire come tale. Indicizzare il cerchio
significa già averlo pensato come un contenitore temporale, cioè come qualcosa
che sta nel tempo. Ma questo è esattamente ciò che Severino nega. Il punto è
che tu stai trattando il cerchio come se fosse un oggetto formale del tipo
“insieme di configurazioni ordinate”, mentre nella teoretica severiniana il
cerchio non è un oggetto tra gli altri, ma il nome della totalità dell’apparire
dell’essere, che non è successiva a nulla e non precede nulla. Parlare di
“configurazioni del cerchio” è già una reificazione che presuppone ciò che
vorrebbe dimostrare.
[Cut]. Un
caro saluto.
Elisa de Silva
Note a margine
(1) Per
“apparire infinito e sincronico” non si intende un apparire che avvenga “in un
tempo infinito” o che sia una totalità simultanea nel senso temporale. Si
intende l’apparire dell’essere a se stesso in quanto totalità infinita, ossia
l’immediata manifestazione dell’essere come essere. “Sincronico” qui non
designa una relazione temporale, ma l’assenza di ogni successione: l’essere non
appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come
intero infinito.
(2) Con
“cerchio finito dell’Apparire” o “apparire trascendentale” non si intende un
contenitore, né un dominio ontologico separato, né un insieme formalmente
strutturato di stati o configurazioni. Il “cerchio” indica l’orizzonte finito
dell’apparire, cioè il limite strutturale oltre il quale nulla può apparire in
quanto apparire finito. Esso non è indicizzabile temporalmente e non varia: ciò
che varia è esclusivamente la determinazione eterna secondo cui l’essere appare
al suo interno.
(3) Per
“apparire empirico” si intende l’apparire determinato, finito e diacronico
delle determinazioni dell’essere. “Empirico” non significa qui contingente,
soggettivo o onticamente secondario, ma semplicemente apparire secondo una
determinazione finita. Anche l’apparire empirico, in quanto apparire, è un
essente e come tale è eterno; ciò che è diacronico non è il suo essere, ma il
suo manifestarsi nel cerchio finito dell’Apparire>>.
***
L’esclusione del
<<dilemma finale: o nichilismo, o temporalizzazione dell’apparire>>
NON pare essere rimpiazzato (e quindi risolto) dalla tesi secondo la quale:
<<L’entrare
nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di
una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di
tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio
dell’Apparire” è un
essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>.
In questo mio post,
è proprio l’<<“incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio
dell’Apparire”>> nel suo rapporto con l’<<“apparire infinito
e sincronico”>> a costituire il centro del discorso.
Vediamo nel
dettaglio.
Come precisato
correttamente dalla stessa EdS, l’apparire infinito e sincronico è <<l’assenza
di ogni successione: l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è
immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito>>.
Precedentemente,
EdS aveva altrettanto correttamente precisato che, a differenza dell’apparire
infinito e sincronico, le determinazioni di questa totalità infinita,
<<non possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque
in forma processuale e diacronica. L’infinito appare al finito in una
processualità infinita>>.
Ora, a mio avviso,
la prima GRANDE DOMANDA (tuttora irrisolta) è:
PERCHÉ
mai l’<<infinito
appare al finito in una processualità
infinita>>, visto che l’apparire infinito e sincronico è <<assenza di ogni successione>>?
Quivi, infatti, <<l’essere
non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come
intero infinito>>.
Non basta asserire
che l’apparire finito sia appunto FINITO per legittimare in esso una <<forma
processuale e diacronica>> degli enti che vi appaiono.
Certo: l’<<infinito,
in quanto infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che
l’infinito appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo>>.
Ed infatti
basterebbe che vi apparisse IN PARTE ed in modo A-PROCESSUALE.
Quindi, PERCHÉ l’<<infinito
appare al finito in una processualità
infinita>>?
Nessunissima
contraddizione nel pensare che al finito possa apparire UNA PORZIONE IMMOBILE dell’infinito
cioè altrettanto PRIVA <<di ogni successione>>, esattamente com’è
nell’infinito.
Invece così non è,
per cui ribadisco la domanda:
(1)- PERCHÉ nel finito si dà una <<forma
processuale e diacronica>> che all’apparire infinito NON può
strutturalmente competere?
La risposta di
Severino (e di EdS), è:
perché <<una
determinazione eterna dell’essere — già da sempre presente nella totalità infinita
— comincia ad apparire nel cerchio finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio
dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione
dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché
anche questo “incominciare
ad apparire” o “entrare
nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli
essenti>>.
Tutto a posto?
Direi di NO.
Infatti, se
<<questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio
dell’Apparire” è un essente>>,
e sempre se esso è ciò che determina LA DIFFERENZA rispetto all’apparire infinito e
sincronico ove vige <<l’assenza di ogni successione>>,
allora i casi sono due:
A)- o (AUT) l’apparire
infinito e sincronico è realmente il contesto in cui regna <<l’assenza di ogni
successione>>; e allora, nel finito, ad immagine e somiglianza
dell’infinito NON
dovrebbe darsi nessuna <<forma processuale e diacronica>>,
come invece si dà.
B)- Oppure (AUT),
poiché il finito è scandito dalla <<forma processuale e diacronica>>,
allora l’apparire infinito e sincronico NON può includerlo senza smentire la propria
sincronicità, cioè senza negare se stesso, appunto perché in esso è costitutiva
<<l’assenza
di ogni successione>>.
Per ovvia
evidenza, escludiamo A), visto che EdS ha già evidenziato come <<anche
questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un
essente già da sempre
presente nella totalità infinita degli essenti>>, quindi
atteniamoci alla tesi secondo la quale l’apparire infinito e sincronico
INCLUDE la <<forma processuale e diacronica>> del
finito.
(2)- Poiché _ secondo EdS _, <<anche
questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un
essente già da sempre
presente nella totalità infinita degli essenti>>, allora domando:
l’<<“incominciare
ad apparire”>> (che caratterizza gli enti nel finito), nell’infinito è
esperito (nel senso più lato possibile) ESATTAMENTE COME il finito lo esperisce
in <<forma processuale e diacronica>>?
La risposta non
potrà che esser positiva, sì, perché se così non fosse, l’infinito sarebbe PRIVO
dell’esperienza della <<forma processuale e diacronica>>
vigente nel finito e quindi NON sarebbe l’infinito non manchevole di alcunché.
Ma, data la
risposta positiva, allora non vedo come si possa negare che nell’infinito venga
SMENTITA l’<<assenza
di ogni successione>>.
Se, infatti,
nell’infinito la <<forma processuale e diacronica>> appare
già tutta eternamente/sincronicamente dispiegata, allora l’infinito NON esperisce la <<forma
processuale e diacronica>> NELLO STESSO MODO
in cui la esperisce il finito!
Ciò comporta una DIFFERENZA tra finito ed
infinito che fa di quest’ultimo un FINITO, appunto perché in esso (cioè
nell’infinito) la <<forma processuale e diacronica>> NON viene esperita
esattamente nel modo in cui il finito, invece, la esperisce; il che equivale a
dire che tale <<forma processuale e diacronica>>,
nell’infinito, MANCA,
NON è
esperita, visto e considerato che l’infinito è caratterizzato dall’<<assenza di ogni successione>>
e cioè dall’assenza del MODO
in cui il finito esperisce la <<forma processuale e diacronica>>
che lo caratterizza.
D’altronde, senza
la suddetta DIFFERENZA,
non sussisterebbe la dualità:
apparire finito-processual-diacronico
/ apparire infinito-immobile-sincronico.
Qualora nell’infinito
l’<<“incominciare ad apparire”>> (e quindi <<ogni diacronia dell’apparire
finito>>) fosse esperito nel suo specifico DIFFERIRE rispetto all’<<assenza di ogni successione>>
cioè all’apparire infinito-sincronico e quindi se fosse esperito esattamente
com’è esperito nel finito, allora nell’infinito avremmo la convivenza di DUE
forme dell’<<“incominciare ad apparire”>>:
la <<forma
processuale e diacronica>>
dell’<<“incominciare ad apparire”>> (nel finito), cioè un <<“incominciare
ad apparire”>> che INCOMINCIA;
e
<<l’assenza di ogni successione>> dell’<<“incominciare
ad apparire”>> (nell’infinito), e quindi un <<“incominciare
ad apparire”>> che NON-INCOMINCIA!
Il medesimo ente
in due identità RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI.
Roberto Fiaschi
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