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lunedì 9 dicembre 2024

134)- L’ORRIBILE IDEA DELL’ETERNO RITORNO

 

Che l’eterno ritorno sia un’idea ORRIBILE non l’ho detto io bensì Jorge Luis Borges:

<<Nietzsche volle minuziosamente innamorarsi del proprio destino. Seguì un metodo eroico: disseppellire l’intollerabile ipotesi greca dell'eterna ripetizione, e poi cercare di dedurre da quell'incubo mentale un'occasione di giubilo. Cercò l'idea più orribile dell’universo e la propose per il diletto degli uomini>>. - (J. L. Borges: “Tutte le opere − La dottrina dei cicli”, vol. I, Mondadori, pag. 574).

Tuttavia mi trovo del tutto d’accordo con lui.

D’altronde, anche Nietzsche era consapevole di tale <<incubo mentale>>:

<<Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"?>>. – (Nietzsche: “La gaia scienza”, aforisma 341).

Così Maurizio Ferraris spiega la genesi di questa idea in Nietzsche:

<<Nell’estate del 1881 Nietzsche, che all’epoca ha 37 anni, si trova a Silvaplana in Engadina, un luogo di montagna vicino a un bellissimo lago dove passeggia nel pomeriggio, mentre le sere scrive. Durante una passeggiata, Nietzsche ha questa immagine del tempo che lo spaventa e lo attrae, l’immagine dell’eterno ritorno: visto che il mondo è composto da un numero finito di elementi e questi elementi non si creano e non si distruggono (poiché si parte dall’ipotesi che Dio non esista) e allora per forza di cose questi elementi dovranno riaggregarsi nella stessa maniera per un numero infinito di volte>>. – (M. Ferraris, “Intervista sul tema dell'eterno ritorno”. Archiviato il 13 marzo 2016 in Internet Archive).

Già, se <<si parte dall’ipotesi che Dio non esista>>, allora è fatale, direi, che la struttura dell’esistente si concretizzi come il continuo, eterno RIPETERSI di sé, non essendovi un INIZIO, infatti, non ci sarà neppure un tempo LINEARE diretto verso una meta/compimento, per cui siamo tutti CONDANNATI a rimasticar eternamente la nostra minestra…  

A meno che non ci si impegni a

<<non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l'eternità>> - (F. Nietzsche: “Ecce homo”, Adelphi 1991, p. 206), ossia a desiderar di <<essere solo uno che dice sempre di >> - (Idem: “La gaia scienza”, sez. 276), perché per Nietzsche <<la grandezza dell'uomo è amor fati>> - (Idem), quindi l’amore anche per ogni dolore nonché per il suo infinito ripetersi sempre uguale; ecco chi sarebbe capace di tanto:   

l’OLTREUOMO.

Ma quante persone saranno riuscite in ciò?

Tante, se si confonde la RASSEGNAZIONE con amor fati; forse NESSUNA, se (e poiché) l’amor fati non è affatto RASSEGNAZIONE…

Anche perché, a ben vedere, colui <<che dice sempre di >> e che perciò deve continuare a dire <<sempre di >> a tutto, deve al contempo continuare a dire sempre di NO al non-dire-sempre-di-, cosicché egli, in realtà NON dice <<sempre di >>…

Poi, per sincerarsi di quanto l’eterno ritorno sia <<l'idea più orribile dell’universo>>, non serve scomodare grandi discorsi teoretico-metafisici, essendo più che sufficiente osservare proprio ciò che dovrebbe ritornare eternamente nonché identicamente: la vita quotidiana di ciascun di noi.

In effetti, COME NON rovesciarsi <<a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato>>, avendo il prospetto di rivivere INFINITE VOLTE <<ogni dolore>>, ma non tanto il dolore dei casi più fortunati (quale, per ora, il mio e di molti altri), quanto, piuttosto, l’immenso dolore di coloro che hanno subìto inenarrabili torture, patimenti durati una vita come la SLA, stermini sistematici come Auschwitz, vite larvali nei manicomi, vite afflitte da malattie genetiche sin dalla nascita…

È vero che normalmente nessuno ha coscienza dell’eterno ritorno dell’identico e quindi di dover rivivere infinitamente tutti i propri tormenti, ma, una volta che l’idea di esso faccia capolino nel mondo, allora un nuovo insostenibile PESO viene caricato sulle spalle del genere umano.

Certamente mi si potrà poi obiettare:

“Ma come, tu, che sei cristiano e credi all’INFERNO, ci vieni a parlar dell’eterno ritorno come se fosse l’ORRORE peggiore da cui disperare?”

Sì, certo. L’INFERNO, che non è un luogo bensì è lo stato d’animo dell’individuo oramai del tutto RIPIEGATO SU SÉ STESSO, è soltanto una POSSIBILITÀ che, come tale, potrebbe NON verificarsi affatto poiché attiene ai liberi orientamenti esistenziali, per cui esso NON mi piomba addosso mio malgrado. Senza contare che l’INFERNO non è un meccanismo che agisca a dispetto di tutto, perché si dà sempre il caso della MISERICORDIA di Dio.

L’eterno ritorno, al contrario, è INEVITABILE, poiché è una concezione <<del tempo ciclico, per cui l'universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso>>. – (https://it.wikipedia.org/wiki/Eterno_ritorno);

o anche, esso è una <<Concezione speculativa e cosmologica secondo la quale il corso degli eventi del mondo, compiuto il proprio ciclo, ritorna su sé stesso, in una serie indefinita di identiche ripetizioni>>. – (https://www.treccani.it/enciclopedia/eterno-ritorno/).

Ecco, quel <<ritorna su sé stesso>> da parte del tempo ciclico, può ben rappresentare quel RIPIEGAMENTO su sé stesso da parte dello stato esistenziale chiamato INFERNO.

Dunque, posso ben ritenere l’eterno ritorno come L’AUTENTICO INFERNO, perché esso sì che concerne ineludibilmente OGNI essere umano!

 

Roberto Fiaschi

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domenica 29 gennaio 2023

8)- L’ETERNISMO È L’OLTREPASSAMENTO DEL MALE?


<<A cosa serve la sofferenza?>>, domanda un critico ( = C) del Cristianesimo nel suo saggio:

ONTOLOGIA & EUTECNICA Frammenti Scomposti in Struttura From threads:

<<Non preoccupatevi troppo:>> _ rassicura! _ <<al peggio serve ad essere oltrepassata, consegnandosi, un frammento per volta, al passato>>. 

Sì, avete letto bene: la sofferenza serve <<ad essere oltrepassata>>, ossia _ severinianamente _ ad uscir di scena (non: annullarsi!) rimanendo pur sempre ciò che essa è ab aeterno: sofferenza; e permanendo eternamente come sofferenza, seppur oltre-passata (perfectum) nel cuore della totalità dell’essere, come già indicato nel post n° 6.

È come se una mamma ( = il Tutto eterno) vivesse felice e contenta tutta la vita col proprio figlio morto ( = la sofferenza) in grembo! 

Senonché, asserire che la sofferenza <<serve ad essere oltrepassata>> è un’ingenuità, giacché è identico a dire che la sofferenza serve per rimanere eternamente identica a se stessa! 

<<Certamente, una parte rilevante di sofferenza ''non serve a nulla''>>, corre subito dopo ai ripari C, <<sia nel senso che essa esorbiti ogni decenza, sopportazione o possibilità di utilizzo, ed anche nel senso che essa ''non valga la pena'' quando sia talmente intensa o talmente lunga, che l'eventuale guadagno, conoscitivo od esistenziale, che si potrebbe trarre da essa non varrebbe affatto la candela. Certi tipi di sofferenza sono semplicemente un'incarnazione crudele del male, del negativo nelle nostre carni>>.

Sembrerebbe allora che per la sofferenza che <<serve ad essere oltrepassata>>, per la sofferenza che <<non serve a nulla>> in quanto <<incarnazione crudele del male>> così come per lo stesso <<autore del Male>> o <<Maligno>>, le possibilità ultime siano comunque soltanto due:

<<1) Tutti gli essenti tranne l'autore del Male giungono ai porti sicuri del Positivo. L'autore del Male rimane eternamente rinchiuso nel passato, inerte e privo di qualsiasi ulteriore apprensione rispetto agli essenti, cristallizzato nel suo oltrepassamento;

2) Tutti gli essenti, compreso l'autore del Male, giungono ai porti sicuri del Positivo.

La prima tesi impedisce la pienezza del Positivo, mantenendo uno spazio negativo nel mezzo del cuore dell'Essere, e precisamente quello dell'irredimibilità della parte di Essere che è rappresentata dal Maligno.

La seconda tesi, enunciata NELLA FORMA SUDDETTA, impedisce anch'essa la pienezza del Positivo, in quanto l'immensità degli effetti della negazione è talmente vasta da rendere impossibile ogni perdono sensato ed ogni reintegrabilità, ogni possibile CON-VIVENZA futura con una Coscienza pienamente e totalmente responsabile di tutte le atrocità e sofferenze causate da essa, anche se con-vertita e purificata dal negativo>>.

Ma queste <<due alternative non sfuggono alla contraddizione>>, osserva giustamente C, perciò

<<la seconda tesi va riformulata in questo modo: 2a) Tutti gli essenti, compreso l'autore del male PROTOLOGICO giungono ai porti sicuri del Positivo. Qual'è la differenza tra la tesi 2 e la tesi 2a? Questa: la Coscienza che per prima è stata colpevole dell'insorgere del negativo, è colpevole solo dell'atto immediato di autoposizione negatoria del Bene, ma non lo è VOLONTARIAMENTE di tutti i nefasti effetti successivi, in quanto l'atto di autoposizione negatoria E' ANCHE AUTONEGATORIO, e da tale autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche deriva l'apparire di una Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene, una Coscienza in preda ad una malattia, ad una follia che persiste ed insiste unicamente nella negazione; follia che convive e contrasta vittoriosamente (in modo provvisorio) l'identità benevola di tale Coscienza, isolandola. Il Maligno è quindi, con una metafora imprecisa, come una persona che abbia compiuto un'azione malvagia di limitata entità che però l'abbia fatta impazzire, e la cui pazzia inarrestabile abbia accumulato stragi su stragi, come un meccanismo impostato e privo di ogni altra direzionalità e controllo>>.

Finalmente i conti adesso tornano? ...No, affatto.

Nella prospettiva pan-eternista cui si colloca C _ secondo la quale ogni, qualsiasi essente è eterno e non diviene mai altro da sé _, l’<<oltrepassamento del male e del Maligno>> della riformulazione 2a ripropone le stesse contraddizioni delle tesi 1 e 2, scartate in quanto appunto <<non sfuggono alla contraddizione>>, giacché quella <<Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene>> non è passibile di nessuna autentica <<liberazione>> né di alcuna <<Reintegrazione>>, in quanto ciò comporterebbe inevitabilmente quel diventare-altro-da-sé da parte della suddetta <<Coscienza ALIENATA>>, ovvero implicherebbe la negazione di quell’eternismo poggiandosi sul quale C riformula la tesi 2a.

L’oltrepassamento di tale <<Coscienza ALIENATA>> non può che conservarla eternamente come Coscienza alienata, proprio in virtù di quell’eternismo abbracciato da C. A nulla infatti giova precisare che <<da tale autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche deriva l'apparire di una Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene, una Coscienza in preda ad una malattia, ad una follia che persiste ed insiste unicamente nella negazione>>, perché tale derivazione non può consistere nel diventare-altro-da-sé  da parte dell’<<autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche>> subita dalla <<Coscienza che per prima è stata colpevole dell'insorgere del negativo>>, giacché questa è un altro ente, diverso  dal successivo, ossia dalla <<Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene>>.

Due essenti differenti, con una contiguità/prossimità esclusivamente diacronica ( = diveniente nel corso del tempo) ma senza che l’uno possa diventare l’altro, o senza che dall’uno possa derivare l’altro. Così essendo, la tesi 2a _ a dispetto della sua riformulazione creduta risolutiva _, non riesce ad evitare l’esito aporetico cui conducono sia la tesi 1 che e la tesi 2.

D’altronde è lo stesso C a confermare tutto ciò:

<<il divenire è il venire in luce ed il congedarsi della vitalità stessa degli spettacoli ontologici. In questo senso, ogni moto, ogni movimento sono parte dell'identità di questo o quell'altro ente che si muove (non diventando altro da sè, ma apparendo man mano lungo la sua identità)>>...

Salvo che, al fine di far tornare i propri conti, l’ETE ‘eterodosso’ consenta di svicolare dalle conseguenze che la logica severiniana invece imporrebbe con maggior serietà e consequenzialità.  Severino ne gioirebbe...

Ciò detto, anche la sperata <<apocatastasi>> _ nell’accezione proposta da C _ si rivela del tutto irrealizzabile, poiché <<la reintegrazione finale di ogni cosa>> non può _ sempre in virtù dell’eternità di ogni essente _, farsi <<avanti come approdo di tutto e tutti ai porti sicuri e stabili del Positivo>>, dal momento che l’<<oltrepassamento del male e del Maligno>> prevede sì il loro divenir degli oltre-passati, ma ripeto, comunque conservati, eternamente conservati come male e Maligno, allora è pura fantasticheria affermare che <<l'autore del male protologico, […] giungerà al momento della sua stessa liberazione da parte di Dio, momento che coincide con il culmine della Reintegrazione di tutte le cose>>, giacché anche tale <<liberazione>> presuppone daccapo quel diventare-altro-da-sé (cioè divenire libero) da parte di un essente-non-libero, il che, secondo l’eternismo severiniano, è l’essenza dell’impossibilità.

Lo stesso dicasi a proposito della <<Coscienza>> <<con-vertita e purificata dal negativo>>.

Pura impossibilità _ stante la premessa eternista _, poiché conversione e purificazione possono realizzarsi soltanto nei termini del divenire-altro-da-sé il quale, invece, è stato già escluso in quanto quintessenza del nichilismo.

Insomma, C fonda ed al contempo s-fonda le proprie tesi, af-fondandole…

Perciò, l’enfatizzato oltrepassamento della sofferenza in realtà consolida la sua conservazione (eterna), poiché essa _ come ogni altro ente _ è destinata a non divenire mai il proprio altro da sé, rimanendo sofferenza eternamente conservata, non importa dove, se nel ‘cuore’ o nella ‘periferia’ oscura e lontana della totalità dell’essere...

In sostanza, il pan-eternismo eterodosso si limita a nascondere la polvere sotto lo zerbino con l’illusione di averla definitivamente eliminata...

Tuttavia C ritiene di aver altre carte da giocare in suo favore, come le affermazioni tratte dalla summenzionata discussione (Facebook, 8 agosto 2016) sembrerebbero testimoniare:

<<L'oltrepassamento delle cose negative deve essere diverso da quello delle altre cose, cioè deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione, cioè il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene, e non come una macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere (uso il termine per distinguere da attuale. Con attuoso intendo un senso peggiorativo in cui il negativo non ancora oltrepassato tormenta i senzienti con il suo atto negatorio delle perfezioni ontologiche)>>.

Domando:

perché <<L'oltrepassamento delle cose negative deve essere diverso da quello delle altre cose>>?

C si rende ben conto che, se così non dicesse, ne deriverebbero tutte le obbrobriose conseguenze fin qui mostrate. Egli sta cercando una disperata via di fuga. Ma è una mossa poco filosofica e davvero molto poco incontrovertibile, per una filosofia che ha affermato trionfalmente di porsi come <<incontrovertibile>> il quale, <<una volta visto [...] non è più possibile ragionare come se non lo si fosse visto>>.

In realtà, tale <<incontrovertibile>> non lo vede né C né nessun altro, giacché non c’è in modo aproblematico.

Infatti, affermare che l’oltrepassamento del negativo debba strutturarsi <<in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione, cioè il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene, e non come una macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere>> significa ripristinare  _ malgrado le intenzioni contrarie di C _ la necessarietà de <<le sofferenze imposte di una bambina abusata>> al fine di <<EDIFICARE IL PARADISO>> o, che è lo stesso, equivale ad affermare quella <<Gioia dell'Essere>> o <<suprema armonia>> per la quale vale <<STRUMENTALIZZARE LA SOFFERENZA PER EDIFICARE IL PARADISO>>!

Non a caso, relativamente all’<<oltrepassamento delle cose negative>>, C usa i termini da me evidenziati in giallo: <<deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione>>; non a caso, perché se così non affermasse, persisterebbe l’indesiderata <<macchia>> nella <<Gioia dell'Essere>> cosicché esso non sarebbe più (e non sarebbe mai stato) <<Gioia>> o <<armonia>>.

Sì, tale <<Gioia>> non può ammettere alcuna <<macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere>>, altrimenti, in termini dostoevskijani:

<<quale armonia potrà esserci se c'è l'inferno?>>;

e nei termini di C:

quale <<gioia dell’Essere>> potrà esserci, se c’è anche soltanto <<una macchia>>?

Senonché, l’inferno in terra c’è; la macchia c’è, ovvero la sofferenza c’è, ed il prezzo ‘filosofico’ da pagare per l’escamotage attuato da C è l’arbitrarietà ontologica della sua compagine eternista, giacché se _ come egli sostiene _ <<il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene>>, allora ne discendono per l’ETE le seguenti aporetiche conseguenze:

la presenza della sofferenza (del male: ogni tortura, abominio...) nella concezione di C _  s’è visto _ è  funzionale al/in vista del bene, quindi è  strumentalizzata <<PER EDIFICARE IL PARADISO>>, in quanto essa <<serve ad essere oltrepassata, consegnandosi, un frammento per volta, al passato>>, e visto che serve per questo preciso scopo,  la sofferenza è lo strumento  per conseguirlo, consistente tale scopo nel ristabilire o nel mantenere la <<Gioia dell'Essere>> senza <<macchia>> che possa inficiarne la <<Gioia>>.

Pertanto suona oltremodo bizzarra la nota di C:

<<NB: che il perfectum dei mali sia un bene non è da assimilare alla visione cristiana in cui Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande. Ritengo immorale un tale progetto, e ciò che intendo io è la ripresa eterna e benevola che è tuttuno con l'Atto eterno di autoposizione>>.

Sebbene io pensi che sia maggiormente conforme al TEC ritener che Dio permetta i mali non per ottenere da o grazie ad essi un bene più grande bensì, permettendo i mali (per ragione a noi ignote), riesce ad ottenere un bene più grande nonostante  essi _ essendo tale bene più grande il procedere verso la realizzazione escatologica del Regno di Dio o della Nuova Creazione, com’è ben riassumibile nella frase di Jacques Bossuet: <<Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini>> _, tuttavia, l’accusa di immoralità è un’accusa bislacca, perché ricade proprio su C, poiché, se per lui <<L'oltrepassamento delle cose negative [...] deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione>> _ ovvero il male si positivizzerebbe in bene _, allora ciò equivale in tutto e per tutto al Dio che <<permette i mali onde ottenere un bene più grande>>, poiché quel <<bene più grande>> ottenuto da Dio è esattamente <<una specifica positivizzazione>> del male pur presente nella concezione espressa da C, male tuttora presente e tollerato, permesso; perciò anche l’ETE <<permette i mali onde ottenere>> da essi <<una specifica positivizzazione>> ( = l’equivalente del biblico <<bene più grande>>), di modo che tra l’ETE e Dio (il quale <<permette i mali onde ottenere onde ottenere un bene più grande>>) non si dia nessuna differenza!

     Emerge quanto l’argomentare di C sia inquadrabile nell’atteggiamento dei ‘due pesi e due misure’, giacché, a parità di situazione ( = la presenza del male), il Dio biblico viene ritenuto <<immorale>>, l’altro (quello proposto da C) no!

Attribuire al TEC <<un tale progetto>> è da lui decisamente stigmatizzato come <<immorale>>; se invece è ritenuto intrinseco alla necessità dell’ETE, allora no, va tutto più che bene! È salutato come fosse la quintessenza dell’eticità!

Infatti, chi non si domanderebbe:

se è <<immorale>> il progetto che Dio permetta i mali <<onde ottenere un bene più grande>>, perché allora non sarebbe altrettanto <<immorale>> il progetto dell’ETE o del ‘dio’ <<Eminente>> che lo presiede, dal momento che anch’esso/i permette/ono i mali, il compimento dei quali consisterebbe nell’<<ottenere un bene più grande>>, equivalente perciò ad una loro <<specifica positivizzazione>>? ‘Mistero’ ( = da interpretarsi a piacimento come incoerenza? Ipocrisia? Faziosità? Ingenuità? Distrazione? Pregiudizio?). 

Inoltre, anche concedendo che sia attribuibile in toto <<alla visione cristiana>> il fatto che <<Dio permett[a] i mali onde ottenere un bene più grande>>, siamo davvero sicuri che sia <<immorale un tale progetto>>?

C lo ritiene tale perché già la permissione del male sarebbe essa stessa male.

Certo, in ambito per lo più cattolico si suol dire che <<Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande>>.

Tuttavia, fermarsi qui, da parte di un critico, mi sembra ancora troppo poco.

Infatti, non ci è dato saper perché, per <<ottenere un bene più grande>>, sia indispensabile <<permettere i mali>>. Soltanto se fossimo in grado di rispondere a questo ‘perché’, il critico potrebbe emettere un qualche verdetto definitivo.

C potrebbe replicare che secondo il Cristianesimo, i mali devono permanere appunto/proprio perché da essi si possa ottenere un bene più grande!    

Ma perché per <<ottenere un bene più grande>> è indispensabile <<permettere i mali>>, dal momento che sarebbe possibile ottenere <<un bene più grande>> da un bene minore e/o dall’assenza dei mali?

Ribadendo che <<Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande>>, C non ha ancora reso chiaro il perché sia inevitabile che <<un bene più grande>> lo si ottenga dai mali anziché dalla loro assenza...

Pertanto, la domanda si ripropone ad un livello antecedente:

perché, per <<ottenere un bene più grande>>, è indispensabile <<permettere i mali>>?

Non conoscendo la ragione di questo ‘perché’, dovremmo più opportunamente tornare a concludere (sempre con Dostoevskij) che <<È del tutto incomprensibile il motivo>> per il quale sarebbe indispensabile permettere i mali onde ottenere...

Perciò dovremmo sensatamente limitarci ad affermare che <<una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco>>.

A quanto pare, invece, C pare conoscerne la ragione, altrimenti non si limiterebbe a definir <<immorale>> soltanto il <<progetto>> del Dio biblico bensì estenderebbe tale giudizio anche a quello del suo ‘dio’ o del teismo coeternista.

Egli però si guarda bene dal fare ciò; perché?

I casi sono due:

- o C conosce soltanto le ragioni dell’indispensabilità della permissione del male da parte del suo ‘dio’ ma non del Dio biblico;

- o che il <<progetto>> del suo ‘dio’ non sia <<immorale>> (appunto perché sfugge all’accusa di <<progetto immorale>>).

Sfortunatamente, mancano precise ed inequivocabili delucidazioni ad entrambe le alternative...

Per usare un’immagine: data la persistenza del male, la suddetta convinzione di C indirizzerebbe a ritenere <<immorale>> l’<<ottenere un bene più grande>> ( = la guarigione, il ripristino della salute) dalla presenza della malattia...

Certo, non si può pensare che le malattie debbano esserci affinché _ <<onde>> _ si possa da esse guarire ( = trarre un bene più grande dai mali); ma, come detto, non conoscendo il perché dell’indispensabilità di quella permissione, non si può non cercar di ottenere la guarigione dalla malattia...

Non sappiamo perché Dio consenta il persistere del male; tuttavia, poiché il male c’è, allora permetterlo per ottenere da esso un bene più grande, è il minimo strategico che ci si possa aspettare affinché il male via via scompaia, sia combattuto, assunto e ‘fagocitato’, ripristinando così la guarigione...

Risposta insoddisfacente/insufficiente/immorale?

Insoddisfacente ed insufficiente certamente ;

immorale no, finché non comprenderemo le ragioni di quella indispensabilità...

 

Roberto Fiaschi

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