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giovedì 19 febbraio 2026

192)- UN «TRENO A VELOCITÀ INFINITA»?

Proseguo nella mia replica al video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini (AS)  https://www.youtube.com/watch?v=jp8jWQd1kCU, intitolato:

<<Livello ultra avanzato di lettura severiniana (metafore del treno a velocità infinita)>>.

Ecco il testo di AS:

<<Ora io propongo, rispetto a quello che si è detto ieri sera, quindi questo video è un'integrazione a quello che si è detto ieri, l'esempio di un treno che scorre a velocità infinita lungo un tratto ferroviario e che ripete all'infinito da una sola direzione, poniamo da sinistra a destra tutto il tratto, quindi in ogni momento sta percorrendo sempre eternamente tutto il tratto a velocità infinita, si trova in tutti i punti del percorso ferroviario. Questo è che cosa in questa metafora? Questa è secondo me la lettura che dobbiamo avere come metafora dello sguardo dell'apparire infinito in cui appare anche tutta la catena dei sopraggiungenti che si inoltra anche in modo finito e parziale nella nostra iposintassi. La metafora è migliorabile e tra l'altro non è ancora compiuta nella esposizione che intendo fare. Immaginiamo che all'interno del treno ci sia una persona che cammina un passo alla volta. Ora abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra, non è che lo fa da tutte e due le direzioni, da sinistra a destra continuamente. Lo possiamo anche immaginare come un fascio di luce a velocità infinita che scorre eternamente, continuamente tutto il tratto. Ora, entro questo treno di luce infinita, o come vogliamo chiamarlo, immaginiamo un passeggero che invece se la prende comoda e invece di fare come il treno e percorrere a velocità infinita continuamente tutto il percorso, se la prende comoda e fa un passo alla volta. Ora, siccome il treno si trova in tutti i punti, quando la persona cammina si trova sempre sincronicamente a percorrere lo stesso punto che sta già eternamente percorrendo il treno. E io sono un genio, purtroppo, perché mi dispiace per i miei detrattori, ma io sono troppo geniale. Mi è venuta in mente questa cosa. L'apparire infinito mi ha fatto pervenire tramite il mio collegamento consapevole con l'apparire infinito. Non perché a me appaia tutto l'apparire infinito, ma perché sono consapevole del fatto che tutto quello che appare a noi non è che provenga da altrove, non è che risieda altrove. Tutto risiede nella totalità infinita e la totalità infinita appare tutta nell'apparire infinito, non è che appare fuori da esso. Quindi anche tutto quello che si inoltra nei cerchi finiti è sempre un qualcosa che si mostra nell'apparire infinito, non proviene da altrove. Tutto avviene nell'apparire infinito, compresa la nostra esperienza. Ora, ritornando all'esempio del passeggero che se la prende comoda, quindi fa un passo alla volta e facendo un passo alla volta percorre comunque il percorso, e ogni passo che fa sì che si trovi esattamente dove il treno sta scorrendo in quel momento, perché il treno in tutti i momenti sta scorrendo esattamente in quel punto dove si trova anche il passeggero perché va a velocità infinita. Quindi dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita. Ma chiaramente non è che si stia parlando di fisica, di velocità, è solo una metafora per far capire cosa intenda dire. Se consideriamo questo esempio come metafora e consideriamo che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero, il passeggero, camminando un passo alla volta nel treno, non sta creando nulla di nuovo, non sta aggiungendo nuove posizioni che il treno non occupi già da sempre in tutta la via, il percorso ferroviario che lo riguarda e il suo spostarsi da un punto all'altro è qualcosa che sta già sempre avvenendo da parte del treno. Il treno si sta già eternamente spostando, quindi il suo camminare all'interno non sta alterando nessuna delle fasi di quel percorso in atto continuo, eterno; è una modalità all'interno del treno, cioè dell'apparire infinito. Noi dobbiamo immaginare concretamente che la modalità finita dell'apparire è una modalità interna all'apparire infinito, è già inclusa. Se noi riusciamo a intendere questo modo processuale non come un'aggiunta, ma come una sottrazione che non toglie però nulla all'apparire infinito, una sottrazione relativa rispetto allo sguardo più ampio dell'apparire infinito, ma a cui non toglie nulla perché l'apparire infinito continua eternamente a scorrere continuamente tutti i punti della struttura dell'iposintassi, dei sopraggiungenti col suo sguardo, per così dire, e noi semplicemente dobbiamo immaginare che in questo modo continuo ci sia anche all'interno di questo modo infinito un modo finito che invece di vedere sempre tutto costantemente assieme, vede una parte alla volta. Che cosa dovrebbe cambiare dal punto di vista della struttura che ho delineato anche ieri sera? Niente, si potrebbe obiettare che però comunque rimane il problema finale di cui si era parlato alla fine, ovvero che nei nostri cerchi finiti, però, comunque vi è una sintesi sempre diversa. Ecco, il fatto è che se noi immaginiamo la persona all'interno del treno come il nostro sfondo trascendentale dell'apparire, qualunque cosa, qualunque punto del percorso intraprenda la persona seguendo la stessa direzione che ha il treno di scorrimento non è una nuova sintesi all'interno del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso. Pensateci, ma mi riferisco a chi è in grado di capire queste cose. Certamente non a un personaggio come Pavone che neanche in un tempo infinito riuscirebbe a contemplare una simile lettura. Perché, per quanto possa essere decentemente preparato nel suo campo, questo non è sufficiente per avere quello slancio intellettuale che serve per andare oltre. Vedete come ha un atteggiamento ridicolo e miserevole di voler sminuire e ridicolizzare quello che provo a dire, mettendo in ballo degli esempi che neanche ha capito che cosa volessero indicare; come la persona che quando gli si indica la luna,  guarda il dito tale e quale. Allora, dicevo, rispetto a questa metafora, lo sfondo dell'apparire trascendentale nostro è come la persona che si trova sempre a ad avere esperienza di un punto diverso del treno in questo tratto che percorre. Però, il fatto che a questa persona, che è nella metafora lo sfondo della del nostro cerchio del destino, il fatto che appaia sempre un nuovo tratto in questo percorrere all'interno il treno non sta creando nessuna nuova sintesi che non sia già eternamente presente nel percorso continuo del treno, perché il treno sta già eternamente percorrendo tutti i punti di quel percorso, quindi qualsiasi punto percorra all'interno del treno il passeggero, è già eternamente, subito, istantaneamente percorso dal treno che li percorre a velocità infinita sempre tutti continuamente. Ecco in che senso la camminata all'interno del treno del passeggero non sta alterando nulla, non sta creando niente. Il passeggero che cammina da sinistra a destra sta seguendo lo stesso la stessa direzione che segue il treno, solo che anziché percorrerlo, questo percorso interno al treno a velocità infinita, lo percorre a velocità finita e una sola volta. Ma percorrere una sola volta a velocità finita un percorso che viene già eternamente percorso da tutto il treno a velocità infinita è un qualcosa che già è incluso, perché è una modalità parziale di ciò che è già incluso in un percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso, e il treno si porta sempre con sé appresso il passeggero, però in modo tale che praticamente il passeggero non cambi di posizione perché il treno ha velocità istantanea, quindi, praticamente il passeggero, mentre sta passando in un tratto successivo del percorso, il treno si trova già automaticamente in quel tratto dove sta camminando anche il passeggero rispetto allo spazio esterno. Ah, vabbè, Pavone, ma secondo me tu non sei neanche molto preparato in fisica. Lasciamo perdere. La velocità infinita è una velocità illimitata che non ha appunto un limite come è la velocità tale che compie un percorso infinito in un istante o a velocità o a tempo zero, come vogliamo definirlo. Però qui non è necessario immaginare uno spazio infinito da percorrere. Il tratto può essere finito. L'importante è che la velocità sia infinita. Povero piccolo Pavone… Mamma mia, come sei ridotto ormai a dover ammorbare ogni giorno con commentini ridicoli che ridicolizzano solo te in realtà, povero Pavone. Vedete, lui, questo Pavone, è il classico esempio di persona invidiosa del talento altrui che vorrebbe avere quello slancio intellettuale e allora cerca sempre di sminuire chi arriva dove lui non può arrivare. Ma io quante ne racconto? Tu quante ne spari di sciocchezze, di cavolate, Pavone, dai. Cioè, dovresti avere a un certo punto quell'imbarazzo, quella contezza di capire di essere fuori luogo. Non è, cioè tu sei fuori luogo quando ti poni. Tu non c'entri nulla con il mio canale, con la mia attività intellettuale di divulgazione, perché non hai quelle qualità necessarie e sufficienti per poter rapportarti in modo consono e adeguato con certi contenuti. Non hai la capacità di capirli, ma non voglio offenderti, perché non sono contenuti alla portata di tutti. Non tutti possono avere lo stesso slancio intellettuale e ti sto semplicemente dicendo che le tue capacità _ e lo hai mostrato _, non sono sufficienti per arrivare a capire questi contenuti ultra avanzati. Potrà sembrare arrogante da parte mia dirlo, me ne rendo conto. Potrà sembrare arrogante anche rispetto ad altri che seguono questo video, però, in realtà, dire le cose come stanno non è arroganza. Arroganza, semmai, è pretendere che le cose stiano altrimenti di come sono e pretendere che sia credibile la propria versione dei fatti. Comunque questo è l'esempio che volevo indicare e secondo me una volta ulteriormente perfezionato questo esempio, questa metafora, risolve davvero tutte le riserve che il buon Boccardi, il buon Picenni hanno manifestato anche ieri nel live. Vedete, ieri nel live almeno l'80-90% delle loro riserve in realtà ha ricevuto un'adeguata risposta, cioè che smentisce i loro dubbi, le loro perplessità. Un 10-20% circa non era stato ancora ben chiarito e me ne rendo conto, si devono ancora dare delle risposte. Quindi, quello che sto dicendo è il fatto che dica che in realtà ieri sera avessi mostrato nuovamente le ragioni che vado avanzando, diciamo che non vale, perché questo bisogna esibirlo fino in fondo nel live. Però nel live, per soprattutto una restrizione di tempo, non è stato possibile arrivare a chiarire tutto questo. Ci riserviamo di farlo in una prossima occasione dove Boccardi e Picenni saranno impegnati a mostrare con queste ulteriori letture ove sarebbero le contraddizioni che hanno continuato ad affermare ieri, i limiti, i problemi in questa struttura ontologica severiniana. Cari saluti a tutti>>.

***

NON sono un Fisico ( un Logico e NEPPURE un Filosofo), per cui NON SO se esista qualcosa come una <<velocità infinita>> o se sia possibile…

Perciò mi atterrò soltanto ad una considerazione di ordine generale concernente il tema già trattato nei post nn. 189, 190 e 191.

Afferma AS che, nella sua metafora del treno, dobbiamo considerare <<che lo sguardo dell'apparire infinito sta al treno di luce, come la modalità finita dell'apparire sta al passeggero>>.

Adesso vorrei ricordare come, nei tre post appena menzionati, il tema consistesse nell’evidenziare la CONTRADDITTORIETÀ che la diacronìa dell’apparire finito potesse esser la manifestazione di una eterna, indivenibile diacronìa già da sempre aperta e dispiegata nell’apparire infinito sincronico, quindi la manifestazione diacronica di una eterna NON-diacronìa, che AS chiama:

<<diacronia sincronica>> (vedasi post n° 191).

Infatti, il tema in oggetto consisteva nel capire come, in un apparire sincronico ove nulla comincia mai ad apparire (ed a scomparire), potesse darsi una diacronìa la cui caratteristica essenziale consiste, invece, nell’AVVICENDAMENTO/MOVIMENTO del ‘prima’ e del ‘poi’.

L’escamotage severiniano dell’apparire infinito sincronico è volto proprio a sconfessare il DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO, secondo il quale l’ente che non appare ancora, è in parte ancora nulla, e l’ente che ormai non appare più, è in gran parte divenuto nulla, appunto:

DIVENIRE/MOVIMENTO NICHILISTICO.

Ciò precisato, soffermiamoci ora sul <<treno di luce>>, metafora <<dell'apparire infinito>> severiniano.

Nell’intervento di AS, il termine <<percorso>> (inclusivo di <<percorrere>>, <<percorre>>, <<percorrendo>>, <<scorrere>>, <<scorrimento>>, <<spostarsi>> e simili), compare ben 31 (trentun) volte.

Il termine <<velocità>> compare 16 (sedici) volte.

Cosa voglio dire con ciò?

È semplice:

per spiegare non-nichilisticamente il DIVENIRE/MOVIMENTO vigente nell’apparire finito, AS attribuisce tale MOVIMENTO/DIVENIRE all’apparire infinito!

Egli infatti osserva:

<<Ora, abbiamo detto che il treno in ogni istante si trova in tutti i punti, ma non perché è fermo o perché è esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario, ma perché ha velocità infinita e quindi istantaneamente occupa sempre tutti i punti e fa sempre continuamente il percorso da sinistra a destra>>.

Ma pur sempre di <<velocità>> trattasi, ossia di MOVIMENTO, appunto perché quel treno ( = lo sguardo dell’apparire infinito) NON è <<fermo>>, ed ogni <<percorso>> comporta sempre il passaggio ( = MOVIMENTO) tra stadi intermedi.

E se questo MOVIMENTO del treno fosse il tentativo (disperato!) per spiegare incontraddittoriamente il movimento nell’apparire finito, allora saremmo ‘punto e a capo’, giacché ORA si dovrà spiegare in termini non-nichilistici il MOVIMENTO del treno nel suo <<percorso>> cioè nel suo NON esser <<fermo>>!

Il che conduce ad una situazione aporetica, senza via di fuga, perché la <<velocità infinita>> del treno NON elimina (anche se così potrebbe sembrare) il suo esser <<velocità>> cioè MOVIMENTO; NON toglie il <<percorrere infinito continuo a velocità istantanea tutto quel percorso>>, cioè, daccapo, NON elimina il MOVIMENTO e, in questo caso, di natura NICHILISTICA.

Sì, di natura NICHILISTICA: questo è il punto.

Chiediamoci:

se il movimento diacronico nell’apparire finito è ricondotto, nella sua (presunta) verità, all’eterno dispiegamento sincronico dell’apparire infinito, quest’ultimo COME potrà rendere ragione del PROPRIO MOVIMENTO/SCORRERE rappresentato dal treno?

Certamente NON è ipotizzabile che anche il MOVIMENTO dello sguardo dell’apparire infinito sia a sua volta costituito da catene di incomincianti-apparire (da un punto all’altro del suo <<percorso>>) eternamente dispieg ati sincronicamente, perché allora tale sguardo sarebbe perfettamente nonché sincronicamente FERMO su tutto il suo percorso, infatti esso, come precisa AS, NON è neppure <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>.

Ma, se fosse FERMO, NON avrebbe alcun percorso da percorrere.

Il che vuol dire che tale percorso può esser PERCORSO soltanto in <<velocità>> cioè in MOVIMENTO.

Probabilmente AS affermerà che il sottoscritto non abbia tenuto conto che tale velocità è INFINITA e che, perciò, non avrei tenuto conto che il treno a velocità INFINITA <<istantaneamente occupa sempre tutti i punti>>, proprio grazie alla sua velocità INFINITA.

Ammettiamo che sia così giacché, come detto, non so se una simile velocità esista o possa esistere; mi sembra più un fantasioso espediente analogo alla già menzionata <<diacronia sincronica>>.

Poiché quel treno, ha affermato AS, NON è FERMO è <<esteso come estensione spaziale a tutto il percorso ferroviario>>, allora _ dice _ <<dovremmo immaginare lo sguardo dell'apparire infinito come un atto eterno, non quindi come qualcosa di statico, ma come qualcosa di eternamente in atto, costantemente a velocità infinita>>.

Benissimo; senonché, l’ATTO è lo stesso (o è il proprio) DIVENIRE.

Lo <<sguardo dell'apparire infinito>> in quanto <<atto eterno>> NON può mai essere STATICO, come anche AS ha testé riconosciuto, ma è sempre e soltanto ATTIVITÀ.

Perciò, riconfermo, è questa ATTIVITÀ a presentarsi adesso nelle vesti nichilistiche, giacché NON è possibile supporre che ANCH’ESSA (come gli essenti finiti) sia costituita da una serie eterna e sincronica di <<incomincianti apparire>>…

Pertanto, inevitabilmente, il DIVENIRE NICHILISTICO che si voleva cacciare dalla finestra dell’apparire finito, RIENTRA PARI PARI dalla porta dello stesso apparire infinito sotto forma di <<atto eterno>>!


(Queste due immagini sono tratte dal gruppo: Officina di filosofia teoretica)

 

Roberto Fiaschi

……………………...

191)- LA CONTRADDITTORIA «DIACRONIA SINCRONICA»

Mi piace replicare a quest’altro video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini ( =AS): https://www.youtube.com/watch?v=jp8jWQd1kCU, intitolato:

<<Livello ultra avanzato di lettura severiniana (metafore del treno a velocità infinita)>>.

Qui, riporto la prima parte del video (l’altra parte nel prossimo post n° 192):

<<Il buon Roberto Fiaschi sta commettendo un errore principale nelle sue contestazioni, quello di presupporre continuamente che l'inclusione della diacronia nella sincronia sia contraddittoria, senza tener conto di quello che ho spiegato in modo però puntuale. Ho letto anche l'ultimo suo post, articolo 190, e debbo dire che è semplicemente un'analisi in cui intanto frammenta la mia esposizione a cui si rivolge, rinvenendo errori che poi non vi sono di fatto, perché in pratica, prima di tenere in considerazione una mia certa asserzione che smentisce la lettura a precedente che lui già ha fatto all'interno della risposta, già attribuisce a quei primi passi della mia esposizione errori che poi di fatto non vi sono, però intanto lì lascia scritto nel suo articolo che io avrei fatto degli errori entro un certo passaggio della mia argomentazione, salvo poi dopo riconoscere che in effetti io non stessi dicendo quello che mi stava attribuendo come un errore in un certo passaggio, però intanto lascia che quella evidenziazione sia apparente come uno pseudo errore e questo dà l'impressione che io abbia fatto chissà quanti errori quando in realtà non ne ho fatti neanche uno. E lo ripeto, lui continua a presupporre che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito, perché presuppone che in quanto sono contrari, la diacronia e la sincronia non possano stare in un rapporto di inclusione perché sta continuando a considerare in modo astratto, isolante il rapporto stesso di inclusione. Non sta considerando il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito? Di conseguenza, la diacronia a cui si rivolge lui è un astratto del concreto che lui però, considerando come qualcosa di contrapposto in quanto lo ritiene contrario alla sincronia, lo sta isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito. Io questo già l'ho spiegato, quindi non ci ritorno. Fa un errore principale che poi ripropone a più livelli ed è inutile da parte sua che continui a riproporre le stesse obiezioni già confutate in diverse forme, perché l'errore che fa è sempre quello, lo reitera continuamente e inoltre ho notato questa ulteriore forma di errore nella sua disamina, che è quella di non riprendere nella sua interezza la mia argomentazione, ma di frammentarla e di fare delle contestazioni frammentarie nel modo che ho descritto prima, dando la parvenza che io abbia fatto tanti errori, quando invece poi di passo in passo si vede come attribuzioni di errori attribuite da lui in precedenza in realtà non sussistono e che erano solo frutto di una valutazione parziale di un'esposizione più ampia. Non mi viene in mente un termine adeguato per descrivere questa forma di fallacia logica, ma dovrebbe essere una specie di errore di omissione continua, per così dire, di altri passaggi che in realtà non è che non vengano considerati, ma vengono considerati uno o alla volta isolatamente. E il fatto di considerare a questo modo, isolatamente, tutta l'esposizione, da una parte, da un punto di vista retorico, fa sembrare che chi operi così abbia trattato nella sua interezza, in modo puntuale e preciso tutta la dissertazione. Dall'altra però consente anche quella modalità retorica. Ora, io non sto dicendo che il buon Fiaschi consapevolmente abbia realizzato questo tipo di struttura di contestazione, però è quello che appare, che lui ne sia consapevole o meno, è quello che si mostra. Dopodiché io non cambio la mia valutazione sulla sua preparazione, sulla sua capacità di ragionamento, però ci tengo a specificare queste cose. Dopodiché, se ancora non fosse convinto, magari e continuasse ancora a replicare, potrei farlo anch'io più nel dettaglio per far vedere proprio in maniera precisa e puntuale ove lui abbia commesso anche quella seconda forma di errore che ho spiegato. Non credo invece che serva ancora spiegare perché l'errore principale da lui commesso, quello di presupporre che la diacronia e la sincronia siano dei contrari e quindi degli opposti che si escludono a vicenda, sia l'errore di fondo che sta commettendo in questi articoli dal 188 al 190 almeno, e che sono responsabili poi di tutte le altre sue critiche perché tutte le altre critiche si fondano su questo presupposto, alla fine>>.

***

AS ha fatto bene a <<specificare queste cose>>.

Ed infatti mi dà modo di precisare.

(1)

Relativamente ai precedenti post, AS osserva: <<ho notato questa ulteriore forma di errore nella sua disamina, che è quella di non riprendere nella sua interezza la mia argomentazione, ma di frammentarla […]>>.

In realtà, trattasi di semplice analisi dei vari passaggi via via come si presentano, al fine di affrontare puntualmente e con ordine le tesi che AS di volta in volta espone nei suoi video.

Ciò AS lo sa bene, e ricordo, ai tempi del mio blog pro-Severino, come egli plaudesse al mio esser <<analiticissimo>>.

FRAMMENTARE, per me, significa rendere un discorso volutamente inintelligibile grazie ad uno spezzettamento che lo priverebbe di alcuni passaggi cruciali senza i quali, la ricezione dello stesso sarebbe tendenziosamente alterata.

Tutto al contrario, il mio modo di procedere (con TUTTI), consiste nel riportare letteralmente OGNI passaggio scritto/orale dell’interlocutore di turno, senza eccezioni, il che non significa affatto che essi vengano <<considerati uno o alla volta isolatamente>>, giacché il loro ordine è consequenziale e l’uno richiama l’altro, omogeneamente.

Ciò, proprio per l’esigenza di NON ignorare alcun brano, onde poter così realizzare un quadro critico completo, leale, rispettoso e non sospettabile di strumentale distorsione. In tal modo, il testo <<nella sua interezza>> NON è stato affatto omesso, al contrario: è stato riportato punto per punto.

(2)

Ma veniamo alla prima parte del video di AS, ove dice:  

<<E lo ripeto, lui [io: RF] continua a presupporre che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito, perché presuppone che in quanto sono contrari, la diacronia e la sincronia non possano stare in un rapporto di inclusione perché sta continuando a considerare in modo astratto, isolante il rapporto stesso di inclusione. Non sta considerando il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito? Di conseguenza, la diacronia a cui si rivolge lui è un astratto del concreto che lui però, considerando come qualcosa di contrapposto in quanto lo ritiene contrario alla sincronia, lo sta isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito. Io questo già l'ho spiegato, quindi non ci ritorno. Fa un errore principale che poi ripropone a più livelli ed è inutile da parte sua che continui a riproporre le stesse obiezioni già confutate in diverse forme, perché l'errore che fa è sempre quello, lo reitera continuamente>>.

In primo luogo, che <<sincronìa>> e <<diacronìa>> siano CONTRARI, NON lo PRESUPPONGO io, ma è nell’ordine dei significati:

https://www.google.com/search?q=qual+%C3%A8+il+contrario+di+sincron%C3%ACa%3F&oq=&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUqCQgBEEUYOxjCAzIJCAAQRRg7GMIDMgkIARBFGDsYwgMyCQgCEEUYOxjCAzIJCAMQRRg7GMIDMgkIBBBFGDsYwgMyCQgFEEUYOxjCAzIJCAYQRRg7GMIDMgkIBxBFGDsYwgPSAQkxMDE4ajBqMTWoAgiwAgHxBYsnltUJlbpe8QWLJ5bVCZW6Xg&sourceid=chrome&ie=UTF-8

Dunque, NON ho PRESUPPOSTO alcunché.

Inoltre, NON ho detto <<che sia contraddittoria l'inclusione della diacronia nella sincronia dell'apparire infinito>>, bensì che i due termini <<diacronìa>> e <<sincronìa>> sono TRA LORO CONTRARI e l’uno NON può essere ridotto all’altro (senza perderne aspetti fondamentali).

Che perciò l’apparire infinito-sincronico severiniano INCLUDA la diacronìa nella sincronìa mi era già ben chiaro, ma NON è tale INCLUSIONE ad esser oggetto di critica quanto, piuttosto, l’impossibilità che la sincronìa (poiché questo significato ESCLUDE di significare diacronìa) replichi se stessa (nell’apparire finito-isolato) in modo ad essa CONTRARIO, cioè, appunto, in modo diacronico; o che la diacronìa non sia altro che sincronìa già da sempre a-diacronicamente dispiegata.

Secondo AS, NON avrei considerato <<il fatto che la diacronia reale per Severino è esattamente quella che si mostra nella sincronia, perché lì, ricordiamo sempre, che in Severino che cos'è il vero? È il concreto in quanto tale, cioè l'intero. E che cos'è l'intero se non la totalità infinita che appare nell'apparire infinito?>>.

Certo che l’ho considerato, ed è esattamente QUESTO modo di concepire la diacronìa da parte di Severino che è stato oggetto di critica…

Ed infatti, sempre secondo AS, pare che il mio errore consista nel fatto che la diacronìa, a cui mi riferisco, sia <<un astratto del concreto>>, che però considererei <<come qualcosa di contrapposto in quanto lo>> riterrei <<contrario alla sincronia>>, cosicché lo starei <<isolando dalla sincronia, cioè dalla diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito>>.

Ripeto, che la diacronìa significhi il CONTRARIO della sincronìa NON lo immagino io, ed anzi: essi sono TANTO PIÙ CONTRARI quanto la sincronìa è il concreto e la diacronìa l’<<astratto del concreto>>!

Per giustificare tale NON-CONTRAPPOSIZIONE, AS chiama in causa una ossimorica <<diacronia sincronica che è eternamente posta nell'apparire infinito>>.

Il che vuol dire introdurre una NUOVA CONTRADDIZIONE per risolverne un’altra.

Che cosa sarà mai, infatti, la <<diacronia sincronica>>?

Essa richiama immediatamente un MOVIMENTO-NON-MUOVENTESI, o uno SCORRIMENTO-NON-SCORRENTE.

D’altronde, che essa sia una contraddizione, lo ha ben percepito lo stesso AS nel precedente post (190), ove ha riconosciuto che possa <<sembrare un ossimoro, una contraddizione>> l’<<apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire SENZA che incominci ad apparire>>!

Tale contraddittoria <<diacronia sincronica>> dovrebbe rendere plausibile che, nell’apparire finito-diacronico-isolato, la sincronìa dell’apparire infinito si riveli in modo CONTRARIO a come quest’ultima è, cioè che si riveli in modo NON-sincronico!

Ma torniamo alle indicazioni di AS secondo le quali non è contraddittorio che la diacronìa del finito altro non sia che la sincronìa concreta, reale, eternamente nonché interamente dispiegata.

L’insieme degli ‘ingredienti’ per legittimare incontraddittoriamente l’<<apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire SENZA che incominci ad apparire>>, sarebbe il seguente (ho evidenziato i concetti chiave):

(a)- l’apparire FINITO;

(b)- l’ISOLAMENTO (relativo) dell’apparire finito e degli stati coscienziali;

(c)- l’INCOMINCIANTE-apparire (e scomparire) degli enti includente in sé i vari PASSAGGI tra T1 e T2, T3, etc…;

(d)- la COPERTURA di ciò sul quale il sopraggiungente (l’incominciante apparire incomincia a) sopraggiunge, coprendolo/nascondendolo come un ormai (oltre)passato.

Tutti questi aspetti (tutti eterni) sarebbero eternamente inclusi ed esperiti SINCRONICAMENTE nel <<loro apparire TUTTI ASSIEME nell'apparire infinito>> (come ha detto AS nel precedente post), ove appunto ogni <<incominciante apparire>> appare <<SENZA che incominci ad apparire>> (è sempre AS che parla), giacché nella SINCRONÌA NON può esservi per definizione un prima ed un dopo.

Invece, tutti questi aspetti, calati nell’apparire finito, costituirebbero la DIACRONÌA a noi tutti ben nota, nella quale gli enti NON appaiono <<TUTTI ASSIEME>> giacché vi è un prima ed un dopo nel loro apparire…

 

 

 (3) CRITICA

 

Il punto (a) _ l’apparire FINITO _ NON è la condizione sufficiente per il darsi di qualsivoglia diacronìa a partire da una sincronìa immobile, giacché <<finito>> NON è sinonimo di <<diacronìa>> e quindi un cerchio dell’apparire finito può ben ‘ospitare’ un contenuto FINITO ed IMMOBILE/IN-DIVENIENTE, cioè uno spettacolo sempre FISSO ed INVARIABILE, e ciò senza alcuna contraddizione.

Consideriamoli giustamente tutti insieme, per vedere se la tesi severiniana regge.

Ma, si replicherà, in (a) si deve tener conto di (c) unitamente a (b).

Eppure, così come nell’apparire sincronico gli incomincianti-apparire del punto (c) non appaiono uno alla volta poiché sono già TUTTI interamente dispiegati/apparenti, allora non si capisce perché in (a), essi (c) debbano comportarsi DIVERSAMENTE rispetto all’apparire sincronico.

Si dirà: poiché (a) è FINITO ed ISOLATO (b), gli incomincianti-apparire (c) si mostrano finitamente-isolatamente, ossia uno per volta in quanto, appunto, incominciano ad apparire, senza perciò mostrarsi insieme a (in sincronia con) ciò da cui sono ISOLATI.

NO, NON è una necessità che nel finito essi si mostrino uno per volta, anzi: NON se ne vede la ragione.

Infatti, ANCHE in (a), gli incomincianti-apparire potrebbero incontraddittoriamente apparire solo come UNA PARTE INDIVENIENTE della SINCRONICITÀ INDIVENIENTE dell’apparire infinito-sincronico, identicamente a come essi già apparirebbero in quest’ultimo, con l’unica differenza che nell’apparire infinito-sincronico, gli incomincianti-apparire appaiono già eternamente TUTTI INSIEME, mentre in (a) potrebbero benissimo costituirsi come PARTI SINCRONICHE, IMMOBILI, seppur ISOLATE (ma a questo punto poco o nulla importa) da altre PARTI IMMOBILI e dal TUTTO.

Anzi nemmeno, giacché se in ogni cerchio FINITO vi apparisse un SINGOLO ed UNICO INVARIANTE, sempiterno spettacolo SINCRONICO, esso apparirebbe esattamene come appare nell’apparire infinito-sincronico, sì che allora, in questo caso, nessun cerchio sarebbe mai ISOLATO dall’apparire infinito-sincronico, appunto perché ogni cerchio finito ripresenterebbe in sé UNA PORZIONE di sincronicità nello stesso preciso modo in cui essa è presente nell’apparire infinito-sincronico!

E invece così non è, evidentemente, perché in (a) appaiono diacronicamente.

Si ribatterà che gli incomincianti-apparire DEVONO incominciare ad apparire, altrimenti NEGHEREBBERO la propria identità di incomincianti.

Se così, allora essi già NEGANO la propria identità nell’apparire infinito-sincronico dove, infatti, nulla mai comincia ad apparire né nulla mai viene COPERTO _ punto (d) _ da un qualsiasi sopraggiungente/incominciante apparire.

Pertanto, NEPPURE il concorso del punto (d) _ il venir COPERTO/NASCOSTO da parte del sopraggiungente _ può aiutarci in alcun modo, NEPPURE se accompagnato da, o in combinazione con (b), perché ciò che in (a) è COPERTO/NASCOSTO/ISOLATO, NON è però COPERTO/NASCOSTO/ISOLATO nell’apparire sincronico, e quindi (a), oltre a NON essere sinonimo di diacronìa, NON è neppure sinonimo di NASCONDIMENTO.

Infatti, basterebbe progettare ogni cerchio FINITO ospitante solo UNA PARTE di contenuto IMMOBILE, interamente SINCRONICO, cioè interamente NON-NASCOSTO/COPERTO da alcun sopraggiungente, come appunto è nell’apparire infinito-sincronico, ove i sopraggiungenti NON coprono/nascondono ciò sul quale essi sopraggiungono; diversamente, l’apparire infinito NON sarebbe quell’orizzonte di luce ove tutto è da sempre dispiegato, poiché lascerebbe alcuni essenti COPERTI, ISOLATI, in OMBRA e così esso NON si distinguerebbe da (a), cioè dall’apparire finito.

Ma così non è, evidentemente…

Nel precedente post, AS ebbe ad osservare come il sottoscritto non avrebbe considerato <<adeguatamente che l'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia include anche l'apparire uno alla volta dei passaggi, proprio perché nell'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia appare il contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri. Ed è in questo modo che il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>.

Bene; dunque, <<il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale [ = sincronico] che appare eternamente nell'apparire infinito>> <<in questo modo>>, ossia includendo <<anche l'apparire uno alla volta dei passaggi>> della diacronìa, passaggi che appaiono <<tutti insieme>> nell’apparire sincronico unitamente al <<contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri>>.

Risolto il problema?

Niente affatto, è AGGRAVATO, come già suggerivo nei post nn. 189 e 190.

Infatti, se nell’apparire sincronico appaiono <<tutti insieme>> i <<passaggi della diacronia>> incluso <<il contenuto isolante interno a ogni passaggio>>, allora chiedo:

PERCHÉ nell’apparire sincronico appaiono <<TUTTI INSIEME>> i <<passaggi della diacronia>> mentre, nell’apparire finito, GLI STESSI NON appaiono <<TUTTI INSIEME>>?

Eppure gli ‘ingredienti’ di cui sopra sono assolutamente GLI STESSI!

Con l’abissale differenza che nell’apparire sincronico, essi, ripeto, appaiono <<TUTTI INSIEME>>, mentre, al CONTRARIO, nell’apparire finito NO, compaiono uno per volta!

PERCHÉ?

Forse, a cagion dell’isolamento?

NO, perché AS ha appena affermato che il modo <<totale che appare eternamente nell'apparire infinito>> è inclusivo ANCHE del <<contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri>>, ESATTAMENTE COME accade nell’apparire finito.

E allora, ridomando:

PERCHÉ nell’apparire finito appare un ‘andirivieni’ diacronico del <<contenuto isolante interno a ogni passaggio>> il quale invece _ pur apparendo esattamente com’è ANCHE nell’apparire infinito e quindi a parità di configurazione _, nell’apparire infinito-sincronico tale ‘andirivieni’ è FERMO, DATO TUTTO INSIEME ossia SINCRONICO?

La domanda vale anche per l’inverso:

PERCHÉ quegli ‘ingredienti’ che concorrono insieme a costituire il <<contenuto isolante interno a ogni passaggio>> e che perciò appaiono <<TUTTI INSIEME>> nell’apparire sincronico _ inclusi i vari isolamenti _, nel finito, invece, NON appaiono <<TUTTI INSIEME>> pur essendo gli stessi? 

Eppure, ripeto, secondo AS, all’apparire infinito appare ANCHE (esperisce il/è cosciente del) <<contenuto ISOLANTE interno a ogni passaggio>> proprio come esso appare nel finito.

Ciò vuol dire che la struttura FINITA dell’apparire _ ‘ingrediente’ (a) _, il <<contenuto ISOLANTE interno a ogni passaggio>> _ ‘ingrediente’ (b) _, riescono a spiegare la DIFFERENZA tra due modi di apparire tra loro CONTRARI

 

Roberto Fiaschi

……………………..

martedì 10 febbraio 2026

189)- ANGELO SANTINI: UNA «RISPOSTA GENIALE/INAUDITA»?

 

Riporto buona parte del video di “Antimaterialista”, ossia Angelo Santini ( = AS), reperibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=Lni2euq9gXk ed intitolato:

<<Riusciranno I nemici del Destino a capire questa risposta geniale?>>

Comincio dal minuto 3:04 (ometto le parti irrilevanti ai fini della tematica trattata).

Afferma AS:

<<Concentriamoci invece su una proposta mia di lettura che però richiede un'attenzione massima. Non è detto che i nemici del destino riescano a seguire in modo attento quello che ho da dire, perché richiede veramente capacità notevoli che non tutti hanno. E questo lo dico senza voler offendere in alcun modo nessuno. Sto dicendo che per capire quello che sto per affermare è richiesto un livello di astrazione, di preparazione su Severino e di attenzione notevole ben oltre la norma. Una volta quindi definito questo, tra l'altro, parentesi, io non è che mi vanti di avere questo intelletto superiore rispetto alla media, io lo sto mostrando in filosofia. […] Allora, cercate di veramente impegnarvi sperando che riusciate a ad attivare la massima attenzione possibile. Cercate di apprezzare quel quello che sto per dire perché è qualcosa che è inaudito, non lo avete, secondo me, mai neanche contemplato. Allora, come rappresentarsi concettualmente un tempo che si dispiega processualmente, ma tutto già compiuto, cioè com'è possibile concepire e rappresentarsi il prima e il dopo il passaggio dal T1 a T2, da T2 a T3, da T3 a T4, ma tutto insieme sembra impossibile, sembra, di primo impatto; sembra impossibile perché, per farlo, uno dovrebbe riuscire a rappresentarsi che quando avviene il passaggio da T2 a T3, quello da T1 a T2 non appare più e che è apparso in precedenza. E come fare, se per pensare a tutta la concatenazione, a tutta la sequenza temporale, occorre pensare anche alle porzioni precedenti temporalmente apparse e a quelle successive rispetto a quella attuale? Come si fa? E adesso vi chiedo la massima attenzione perché c'è un modo incredibile, geniale a cui ho pensato per rappresentarsi questo schema e non mi si può dire che non è geniale se… Certo, è richiesta la capacità elevatissima di astrarre al massimo senza perdersi nell'astrazione e seguire questo ragionamento. Allora, che cos'è per Severino il tempo? È la l'ordine dei sopraggiungenti. Che cosa sono i sopraggiungenti? Sono le configurazioni della Terra, cioè le totalità F-immediate che si manifestano. Banalmente, per semplificare, sono quelli che vengono chiamati momenti, istanti temporali della realtà: T1, T2, T3. Per Severino tutti gli aspetti della realtà sono essenti e quindi devono essere eterni. Quindi anche l'apparire di queste configurazioni è un essente, anche l'apparire di questo apparire è essente, anche l'apparire dell'apparire dell'apparire di questi essenti è un essente. Abbiamo la triplicità dell'apparire, ma questo è un dettaglio adesso secondario, lo dico giusto per informazione. Cioè, quando appare una cosiddetta penna, non è che non è manifesta solo la penna come ente empirico, ma è manifesto anche quell'aspetto che è il suo apparire stesso. E questo apparire della penna è qualcosa che a sua volta appare e anche questo apparire è qualcosa che è manifesto. Poi, siccome questa struttura è chiusa e sono queste tre forme di apparire momenti astratti di un'unica struttura complessa, non si crea il regresso all'infinito. L'apparire, tra l'altro, non è l'apparire a un soggetto, a un individuo. Ciò a cui appare questa serie di configurazioni è il cerchio finito del destino, cioè il luogo trascendentale dell'apparire. Per semplificare, immaginiamo questo cerchio come uno schermo nel quale appaiono le immagini. Sto super-semplificando e per farlo non posso essere anche preciso, quindi, inevitabilmente qualche imprecisione, qualche scorrettezza in questa rappresentazione vi è, però prendiamola per buona. Ora torniamo nell'ordine dei sopraggiungenti. Abbiamo detto: questo ordine è la temporalità per Severino, e costituisce questa catena di sopraggiungenti: l'iposintassi. Ora, in questa iposintassi non ci sono solo T1, T2 e T3, ci sono anche gli eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via. Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito. Dunque, l'ordine, come si può giustificare già a partire dallo sguardo infinito dell'apparire infinito che include già tutta l'iposintassi costituita e quindi tutta la sua articolazione interna? Semplice. Immaginiamo ogni passaggio da una configurazione all'altra come una porzione dell'iposintassi. Chiamiamo A la prima porzione dal passaggio da T1 a T2; chiamiamo B il secondo passaggio da T2 a T3; chiamiamo C il passaggio da T3 a T4 e così via. Ora, come appare l'ordine? Come si fa a dare un ordine già in origine? Perché A, B e C non sono disposti in modo piatto sullo stesso piano, ma in un certo rapporto, ovvero B che appare come passaggio che occulta quello precedente A come oltrepassato, mentre invece risulta oltrepassato a sua volta B da C. Quindi vi è una successione in cui i rapporti non sono simmetrici perché c'è sempre un passaggio che prevale sugli altri, che copre i precedenti ed è coperto dai successivi. Ed è questo che già dalla prospettiva dell'apparire infinito fa apparire tutta la processualità dinamica come appare a noi. Anzi, più di come appare a noi, perché in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi. Quella che appare a noi è limitata, è parziale, perché la nostra processualità appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati, perché non c'è una separazione, c'è solo una differenza formale tra queste porzioni, non c'è una separazione, un distacco. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione. Ora, immaginiamo, per rendere più concreto quello che sto dicendo, immaginiamo che in A, in B e C si mostri una scena di una persona che cammina. Nella scena a una persona fa un certo passo, poggia il piede su un gradino. Nella scena B disappare, appare il passaggio dall'aver poggiato il piede su un gradino all'aver poggiato l'altro piede sul gradino successivo, come normalmente accade camminando. Allora, sto semplificando perché è chiaro che anche in quella sequenza potrebbero esservi più passaggi, però facciamo finta che la persona che cammina sia velocissima e quindi faccia in tre passaggi, faccia due gradini almeno o più. Nel terzo passaggio C, alterna di nuovo il piede e quindi appare il passaggio dal dell'alternanza tra un piede e l'altro e il poggiare il piede sul gradino successivo. Ora, cercate di immaginare A, B e C in una visualizzazione disposti su uno stesso piano. Iniziamo a ragionare su uno stesso piano che è più facile. Immaginate la sequenza che appare eternamente del passaggio da T1 a T2 in A, l'eterno passaggio da T2 a T3 in B, l'eterno passaggio da T3 a T4 in C. E immaginate che questa sequenza è eternamente così, cioè il passaggio è sempre eterno, è sempre in atto, in origine. Ma non solo. Adesso andiamo oltre perché questo è il primo livello per rappresentarsi come una catena temporale di eventi possa apparire addirittura dinamica eternisticamente. […] Il primo livello era per rendere chiara la rappresentazione, inizialmente, quindi semplificata. Ora, immaginiamo che vi sono più prospettive: una finita nella quale… o anzi, più prospettive finite che includono gli sguardi parziali su quella iposintassi e quindi anche sul collegamento tra A, B, C, eccetera. E poi c'è una prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi. Bene, benissimo. Ora, come abbiamo detto prima, A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti. E abbiamo detto che l'ordine temporale eternistico originario è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via. Inoltre, siccome all'interno del coscienziale di queste porzioni è relativamente isolato da altre porzioni coscienziali, non in assoluto, ma relativamente, nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi. Cioè quando noi sperimentiamo di camminare su dei gradini, passati i primi non ci stanno apparendo più quegli eventi che sono il camminare sui primi gradini. E chiamiamo questa situazione C, no? Quando siamo arrivati già a un certo punto della scalinata, quel contenuto coscienziale in cui appare solo che noi stiamo passando da un gradino all'altro. Quella porzione coscienziale è eternamente quella in cui non appare lì localizzata, quella serie di apparire precedenti delle precedenti configurazioni, e siccome all'apparire infinito appaiono anche gli interni coscienziali di quelle porzioni così come appaiono a noi, l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare tout court completamente come appare a noi. Anzi, appare più di quanto appaia a noi, non di meno, perché un altro abbaglio in cui cadono anche il buon Picenni, Boccardi che hanno una comprensione migliore su questi temi di Palma, di Pavone, di Galasso e di altri nemici del destino, dicevo, pure cadono in questo abbaglio, sembra, cioè di presupporre che la vera processualità, il vero dinamismo processuale sia quello finito che appare nelle nostre attualità, no? Sbagliato. Quello che appare a noi è una diacronia, processualità dinamica parziale. Nel gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”, mentre la vera diacronia sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente. Ora, io spero che riusciate a impegnarvi, voi che continuate a errare su questa filosofia per riuscire a capire come si possa rappresentare adeguatamente quella struttura senza che ci siano le contraddizioni che voi affermate, che poi sono tutte una riproposizione della contraddizione C, come se fosse una contraddizione vera. Allora, quando io dico che ho raggiunto livelli eccelsi, direi geniali di rappresentazione e di semplificazione/esposizione di questi concetti, mi riferisco a quello che ho appena spiegato. Eh, c'è poco da dire>>.

***

Ahimè, siamo sempre 'punto e a capo'. 

Ma vediamolo in dettaglio.

Dunque, AS afferma che <<la nostra processualità>>, cioè qui, nell’apparire finito, <<appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati […]. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione>>.

In questo brano AS delinea giustamente DUE modalità DIFFERENTI del divenire di A, B e C:

1)- una modalità finita-diacronica (ove <<appare un tratto alla volta: prima A, poi B, poi C>>);

2)- l’altra infinita-sincronica (ove <<A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati).

Quest’ultima, perciò, è la <<prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi>>.

Precisa AS che nell’apparire finito

<<A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti>>.

INVECE (giacché, ricordiamolo, le due modalità processuali DIFFERISCONO l’una dall’altra), l’<<ordine temporale eternistico originario [ = l’apparire infinito-sincronico] è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via>>. (Parentesi quadra mia: RF).

Prosegue AS sostenendo che

<<nell'apparire infinito appare eternamente ANCHE il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi>> (maiuscolo mio); per cui a noi C <<appare coprente>> B e B non appare più poiché oramai appare <<coperto da C>>.

Quindi, secondo AS, ANCHE nell’apparire infinito-sincronico appaiono il <<coprente>> ed il <<coperto>> ossia quegli essenti grazie ai quali, nell’apparire finito, percepiremmo il FLUIRE, il DIVENIRE cosiddetto “nichilistico” (perché interpreteremmo erroneamente il <<coprente>> ed il <<coperto>> come, rispettivamente, il provenuto dal nulla e l’ormai annullato).

Ma, se fosse così, allora l’apparire infinito-sincronico in che cosa si DIFFERENZIEREBBE dall’apparire finito diacronico-isolato?

Anch’esso, infatti, esperirebbe L’IDENTICA forma di divenire NEL MODO PRECISO in cui la esperiamo noi qui nel finito.

In tal caso, l’apparire infinito NON sarebbe ciò ove nulla comincia mai ad apparire e a scomparire dal suo orizzonte, come invece succede nel finito.

Ciò, appunto perché, per AS, nell’apparire infinito-sincronico appaiono altresì il <<coprente>> ed il <<coperto>>, come egli stesso ha chiaramente precisato:

<<nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>>,

ed anche:

<<l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare [nell’apparire infinito] tout court completamente come appare a noi>>.

Epperò, se nell’apparire infinito-sincronico il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono ESATTAMENTE come appaiono a noi nel finito, ALLORA l’apparire infinito NON è infinito bensì FINITO, appunto perché in esso il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono NEL MODO ESATTO (cioè ISOLATAMENTE e FINITAMENTE) in cui appaiono a noi.

Ovvero, l’apparire infinito NON È quell’orizzonte ove un qualcosa possa apparire come <<coperto>>, perché ciò che qui, nell’apparire finito-isolato, è <<coperto>>, lo è in forza del fatto che NON APPARE più ciò che è stato COPERTO e non appare ancora ciò che lo COPRIRÀ).

Invece, nell’apparire infinito, ANCHE ciò che è stato COPERTO è in realtà da sempre S-COPERTO ossia da sempre appare, altrimenti sarebbe IDENTICO al COPERTO vigente nell’apparire finito!

Quindi, la presenza del <<coprente>> e del <<coperto>>, nell’apparire infinito, lo rendono ISOLATO, proprio perché ANCH’esso esperisce l’<<isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>> nel modo esatto in cui le esperiamo noi, e noi le esperiamo IN MODO ISOLATO; quindi ANCHE l’apparire infinito, almeno per quanto concerne il suo esperire il divenire isolato, è a sua volta ISOLATO da ciò che il <<coprente>> preclude all’apparire infinito di esperire/vedere ( = il <<coperto>>).

Inoltre, se davvero l’apparire infinito esperisse la diacronìa isolata del finito esattamente e <<completamente come appare a noi>> avremmo, nell’apparire infinito, l’eternizzazione di ciò che nel <<gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”>> il quale, perciò NULLA avrebbe a che vedere con  <<la vera diacronia>>, che <<sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente>>.

Già, perché l’astratto di un concreto NON DIVENTA, nell’apparire infinito, concreto o <<vera diacronia>>, per cui questa è ALTRA COSA rispetto all’<<astratto>> cui sarebbe la diacronìa del finito isolato.

Sì che, nell’infinito, l’astrattezza, in quanto eterna, resterebbe perennemente astratta e quindi contraddittoriamente IRRELATA ed al contempo RELATA alla totalità del concreto.

- IRRELATA, perché l’astrattezza non può diventare altro da sé e quindi resta eternamente astrattezza;

- RELATA, perché tale astrattezza è pur sempre RELATA alla totalità di cui fa parte, ossia a ciò grazie alla quale totalità, essa può dirsi IRRELATA o astratta.

Abbiamo perciò DUE diacronie, entrambe eterne ma come due binari paralleli:

- una, quella che <<sarebbe “un astratto di un concreto”>>;

- l’altra, <<la vera diacronia>> da sempre dispiegata nella sincronìa dell’infinito apparire.

Pertanto quest’ultima NON può considerarsi LA STESSA diacronìa vigente nel finito-isolato, giacché <<la vera diacronia>>, grazie al suo innegabile DIFFERIRE, non si dispone quale ‘matrice’ o <<vera diacronia>> dalla quale scaturirebbe la diacronìa isolata, bensì costituisce UNALTRA struttura parallela a quella dell’apparire finito-isolato.

Lo riconosce lo stesso AS quando osserva:

<<in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi>>.

Il che vuol dire che egli RICONOSCE ed AMMETTE DUE forme di processualità:

- una vera,

- ed una falsa.

È pertanto ovvio che quest’ultima NON possa essere l’apparire della forma finita-isolata DELLA <<vera processualità>>, perché ciò comporterebbe, nuovamente, la presenza di un elemento DIFFERENZIANTE che perciò NON può essere presente nell’apparire infinito e quindi nella <<vera processualità>>!

No; la <<vera processualità>> dà luogo SOLTANTO a se stessa e la falsa processualità dà luogo SOLTANTO a se stessa, senza che questa possa rinvenir la propria <<vera processualità>> nell’apparire infinito, perché esse restano ALTRE l’una rispetto all’altra.

Consideriamo quest’altra tesi di AS:

<<Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>.

Certo, per questo sussiste la DIFFERENZA da me più volte ricordata.

Infatti, se l’<<eterno incominciante apparire>>, nell’apparire infinito-sincronico, NON <<inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>, allora NON è neppure un <<incominciante apparire>> perché, per esserlo, esso DEVE INIZIARE/INCOMINCIARE ad APPARIRE!

Come infatti esso INIZIA/INCOMINCIA ad apparire nell’apparire finito;

invece, guarda che strano, nell’apparire infinito NO, NON INIZIA/COMINCIA ad apparire.

Dunque, il NON-INIZIANTE/COMINCIANTE apparire dell’<<eterno incominciante apparire>>, NON COMINCIA MAI ad apparire nell’apparire infinito, quindi esso NON è l’<<eterno incominciante apparire>>!

Lo stesso dicasi ove AS si riferisce ripetutamente agli 

<<eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via>> presenti anch'essi nell'apparire infinito-sincronico. Ebbene, in esso, tali <<passaggi>> NON passano, evidentemente, giacché vigendo la sincronicità, non vinge la diacronicità e quindi quei passaggi sono la negazione di sé in quanto, appunto, NON PASSANO. Essi hanno senso UNICAMENTE nell'apparire finito-diacronico.

Concludo qui, mi è sufficiente.

Quel che doveva rivelarsi una <<risposta geniale>> ed <<inaudita>>, nonostante il lodevole sforzo del buon AS, con tutto il rispetto, mi pare si sia rivelata, nuovamente, un groviglio irto di contraddizioni che il suo autore, ormai si sa, non intende vedere per nessuna ragione al mondo… Non importa; a me tutto ciò basta e avanza.

Agli eventuali lettori l’ardua sentenza…

 

Roberto Fiaschi

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