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giovedì 25 maggio 2023

57)- APOTEOSI E TRACOLLO DELLA STRUTTURA ORIGINARIA

 

Il filosofo Emanuele Severino afferma che non può esistere una contraddizione nella struttura originaria rilevata sulla base di questa.

Ripercorriamo due fondamentali snodi teoretici della sua filosofia del destino.

(E)- Qualsiasi individuo ( = io empirico), incluso l’individuo-Severino, è un ERRORE (un positivo significare del nulla), impossibilitato perciò a conoscere ( = <<a sentire>>) la verità del destino.

(V)- Qualsiasi errore/contraddizione può apparire (come negato) soltanto se la VERITÀ ( = il non-errore) APPARE GIÀ DA SEMPRE E OVUNQUE distintamente dall’errore _ chiamiamo (V) quest’ultima tesi _.

Per Severino, la tesi (E) non inficia l’apparire (o la consapevolezza) della filosofia del destino, bensì la presuppone. (La verità del destino consiste nell’identità con sé dell’essente e nel suo differire dal proprio altro, quindi, nell’impossibilità di DIVENIRE altro da sé e, perciò, sempre secondo Severino, nell’essere eterno da parte di ciò che è così impossibilitato).

Consideriamo.

1- Come accennato, secondo Severino _ secondo (E) _, solo sul fondamento dell’apparir di  (V) può apparire qualcosa come (E).

2- Sempre secondo Severino, (E) NON può sapere di essere (E), ossia non può sapere di essere ERRORE, , a maggior ragione, (E) può sapere alcunché di (V), incluso il proprio apparire sul suo _ di (V) _ fondamento, perché tale sapere (tale coscienza) appare SOLTANTO a (V), ed (E) NON è (V). diversamente, equivarrebbe ad essere identico a (V) da parte di (E), mentre, invece, (E) differisce radicalmente da (V).

3- Se (E) sapesse (fosse conscio di) tutto ciò, tra (E) e (V) NON sussisterebbe alcuna differenza, in quanto entrambi sarebbero coscienza di essere (V): (E) sarebbe (V) e questo, quello.

4- Eppure, che (E) sia (E) e che appaia sul fondamento di (V) lo veniamo a sapere attraverso i testi (libri, conferenze, lezioni…) di Severino, cioè attraverso (E) il quale, però, s’è visto impossibilitato a sapere di sé come (E), così come del fondamento (V).

5- Tuttavia, visto che a (E) appare (V), ossia gli appare ciò che è IMPOSSIBILE che possa apparirgli, allora è inevitabile che (E) NEGHI STESSO ovvero che neghi di essere (E), appunto perché (E), come indicato al punto 4, è consapevole di (V).

6- Se così, la tesi severiniana (E) viene a CADERE, e con essa viene a CADERE la differenza tra (V) ed (E).

7- Ciò vuol dire che NON vi è (più) alcun ERRORE _ non vi è più (E) _ a cui (V) possa contrapporsi, negandolo.

8- Che (E) non sia ERRORE è affermato sempre sulla base dell’apparire di (V), appunto perché è (E) ad affermare (a sapere) di apparire come (E) sulla base dell’apparire di (V), quindi (E), sapendo di _ apparendogli _ (V), NON è (E).

9- Senonché, (V) non può più essere la base sulla quale è affermato sia (E) che la negazione di (E), perché se NON vi è alcun ERRORE _ alcun (E) _, allora NEPPURE (V) potrà costituirsi COME (V), perché (V) è tale soltanto se è la negazione di (E), cioè se NON è (E); ma, ripeto, se non vi è alcun (E), allora (V) non sarà nemmeno determinato come (V) e non potrà fungere da fondamento di niente, giacché non vi è nessun (E) da negare affinché (V) si determini come (V) cioè come fondamento.

10- Pertanto (V) è, e simul NON è ciò sul cui fondamento appare la posizione di (E) nonché la sua _ di (E) _ negazione, ovvero: (V) è, e simul NON è IL fondamento.

11- Cosicché (V) e (E), proprio in virtù della loro innegabile DIFFERENZA, sono al contempo (ed ab origine) innegabilmente INDISTINGUIBILI.

12- Quindi, se la tesi (E) CADE, viene meno la DIFFERENZA tra (E) e (V), cosicché neppure (V) potrà costituirsi come negazione di (E), perché non ha alcun (E) a cui contrapporsi per negarlo.

13- Se invece la tesi (E) la si deve MANTENERE, come infatti Severino LA MANTIENE risolutamente giacché essa è fondamentale per il suo sistema, viene ugualmente meno la DIFFERENZA tra (E) e (V), perché (E) sa _ è conscia di _ ciò che sa (V).

14- In sostanza, sia ammettendo (E) che negandolo, (V) si differenzia e simul NON si differenzia da (E).

 

Roberto Fiaschi

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martedì 4 aprile 2023

48)- SEVERINO ED IL SUO CAMMINO NELLA NON-VERITÀ

 

Da un articolo di Luca Taddio, uscito il 22 gennaio 2020 sul Messaggero Veneto”:

<<"La posta in gioco non è il soggetto o la soggettività, ma il Destino della verità. Si tratta allora di ascoltare il senso di quest’ultimo al fine di comprendere anche il significato della “morte”, termine che in Severino assume un senso radicalmente diverso da quello attribuitogli dalla tradizione metafisica: ogni ente, ogni evento, cade all’interno dell’eterno “essere sé dell’essente” di ogni essente. Un colpo di dadi porta necessariamente alla presenza ciò che da sempre è destinato ad apparire. Il destino della verità è il destino dell’essere. La verità non appartiene al pensiero come atto, bensì alla “struttura originaria” dell’essere; essa non è l’invenzione teorica né di un uomo, né di un Dio, ma è il luogo già da sempre aperto del senso originario della verità. Con ciò si intende criticare l’idea di una verità in quanto ricerca, scoperta o creazione della nostra mente. Quest’immagine suggerisce l’idea che dalla non-verità si possa giungere alla verità: mettersi in cammino lungo il sentiero in cerca della verità non potrà condurci dinanzi alla verità. Riprendendo un’immagine evangelica, Severino afferma che se pensiamo di “bussare alla porta della verità” per accedere alla “casa” che custodisce la verità, allora la porta resterà chiusa. L’intero cammino sarebbe compiuto nella non-verità, nell’errore, e da lì non è possibile giungere alla verità. “L’alternativa – scrive Severino – è incominciare a pensare alla verità come ciò in cui noi tutti, già da sempre, siamo”>>.

Obietterei alle parole di Taddio, ma in realtà alla tesi di Severino, che il percorso che ha condotto quest’ultimo ad affermare che <<mettersi in cammino lungo il sentiero in cerca della verità non potrà condurci dinanzi alla verità>>, è stato un percorso nella non-verità, giacché PRIMA che Severino sostenesse tale tesi, era di diverso orientamento filosofico, che è come dire che era nella non-verità.

Da questo orientamento, Severino si è via via messo in cammino (sempre internamente alla non-verità) erigendo la sua impalcatura filosofica, che infine lo ha condotto a sostener che <<mettersi in cammino lungo il sentiero in cerca della verità non potrà condurci dinanzi alla verità>>.

Ora, perché dovremmo ritener che tale cammino al di fuori della verità lo abbia condotto a quella verità consistente nella dianzi citata sua affermazione, visto che _ com’egli afferma _ <<L’intero cammino sarebbe compiuto nella non-verità, nell’errore, e da lì non è possibile giungere alla verità>>?

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 13 febbraio 2023

28)- SEVERINO: «UN TENTATIVO DI TESTIMONIANZA» È «UNA TESTIMONIANZA FALLITA»


Riporto un’intervista a Emanuele Severino tratta da: La cosa e il segno. Intervista ad Emanuele Severino su linguaggio, ontologia e Destino. Lo Sguardo - rivista di filosofia - N. 15, 2014 (ii).

<<Davide Grossi: A proposito del contenuto dei Suoi scritti Lei utilizza l’espressione “testimonianza” allo scopo di indicare ciò che non è il prodotto di una volontà o il contenuto di una coscienza. Tuttavia anche la testimonianza è una volontà. In che modo la volontà della testimonianza, pur essendo avvolta dalla fede - dalla volontà di dire e quindi dall’errare -, riesce ad indicare quell’assolutamente altro dall’errore che è il Destino? La verità non può non apparire, perché fintanto che qualcosa appare, appare la sintassi del Destino; ma il modo in cui appare il Destino alla testimonianza è diverso o no dal modo col quale esso appare alla non testimonianza?

Severino: Dunque la domanda contiene molti temi. Cominciamo a dire che il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto, ovunque ci sia una presenza del mondo laddove intendendo per presenza del mondo non esclusivamente quel che si costituisce solo all’interno di quegli enti che chiamiamo “uomini” o di quell’insieme di enti che chiamiamo “prossimi”. Allora, l’apparire della verità costituisce anche l’esser uomo in quanto tale, ma non ogni uomo è una testimonianza: non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza. Quando dico che anche il più semplice degli esseri è in rapporto alla verità, penso che si debba distinguere questo essere in rapporto tra presenza della verità, che costituisce l’esser uomo d’ogni uomo, e testimonianza della verità, una testimonianza che si faccia capire - che presumibilmente si faccia capire - cosa che è problematico che accada in quei linguaggi che sono non temprati dalla tradizione linguistica. E cioè v’è l’uomo che parla del Destino, del Destino della verità, secondo il linguaggio che si fa capire e che quindi è un linguaggio “tecnico” capace di farsi capire nel contesto della storia del pensiero filosofico, oppure v’è solo un tentativo di testimonianza, e quindi direi una testimonianza fallita. In questa situazione che la testimonianza del Destino sia una condizione necessaria perché tramonti il velo che nasconde la verità al linguaggio - che nasconde il destino alla testimonianza - rimane un problema: rimane un problema se il voler parlare della verità sia una condizione necessaria affinché cada quel velo. E dico cada il velo che nasconde la verità alla testimonianza, perché la verità non può essere un che di nascosto, il Destino della verità non può essere qualcosa che uscendo dall’ombra del nascondimento, del non apparire, ad un certo momento occupi la mente dell’uomo e la riempia. No! Se ciò fosse si dovrebbe dire che quell’occupazione, quell’ente in cui consiste l’occupazione, è un ente che esce dal nulla, e cioè è un impossibile. Quindi per questo parlo di nascondimento alla testimonianza: la verità appare, splende sempre. Non occorre uscire dalla caverna della non verità per vedere finalmente la verità. E però la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire. In questo senso il discorso che tenta di indicare ciò che abbiamo chiamato Destino della Necessità è il tentativo di indicare qualcosa che come tale non è un tentativo. Il linguaggio ha tentato di indicare il non tentativo. Perché il tentativo può riuscire o non riuscire là dove la scelta della parola “Destino” indica quella stabilità che non è soggetta al fallimento, il Destino non è un tentativo anche se esso appare nella dimensione in cui si manifesta ogni tentativo. Ossia ogni volontà, perché ogni tentare è un tentare di realizzare una qualsiasi situazione nel mondo. Il Destino non è un tentativo ma è l’orizzonte all’interno del quale appare ogni tentativo, e ogni volontà, giacché non c’è tentativo senza volontà, e non c’è volontà che non sia volontà di ottenere qualcosa, e dunque volontà di potenza. E la radice della volontà di potenza e ciò che chiamiamo isolamento della terra. Il destino è il non tentativo che include le forme crescenti della volontà di potenza sempre più espandentesi che oggi costituiscono ciò che venne chiamata civiltà della tecnica.

Davide Grossi: Ma il non tentativo appare all’interno del tentativo cioè della volontà di testimoniare il non-tentativo…

Severino: Certo, anche il linguaggio che testimonia il destino, è la volontà che qualcosa sia linguaggio che testimonia il destino. Voler che qualcosa sia parola di una cosa, dove qualcosa è il segno tracciato, voler che un evento sia parola di una certa cosa, è un volere. Chi vuole questo fa diventare l’evento altro da ciò che esso è, lo fa diventare parola. Volere che un certo evento sia segno significa volere che qualcosa sia altro da sé. E difatti l’essere parola è formalmente identico all’esser cosa, all’esser questo evento qui che è fatto diventare parola>>.

Dunque, secondo Severino: <<il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto>>, quindi <<la verità appare, splende sempre>>.

Tuttavia _ precisa il filosofo bresciano _, <<la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire>>.

Per cui la verità appare sempre, non è mai nascosta; e però è nascosta a <<quegli enti che chiamiamo “uomini”>>, nonostante <<l’apparire della verità costituisc[a] anche l’esser uomo in quanto tale>>.

A questi essa è nascosta, perché _ com’è noto _, per Severino l’uomo <<è destinato a non sentire la verità>> (La struttura originaria, pag. 89), in quanto egli è strutturalmente <<errore>>, tale da esser <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>> (Severino: La legna e la cenere).

Come ha ben esplicitato Nicoletta Cusano:

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’errore/individuo] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 446).

Rispetto a questi brani appena letti (e a molti altri che ho omesso), nell’intervista in oggetto curiosamente Severino precisa:

<<l’apparire della verità costituisce anche l’esser uomo in quanto tale, ma non ogni uomo è una testimonianza: non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>.

Probabilmente conscio della contraddittorietà rappresentata da un individuo-errore che intenda testimoniare veritativamente il destino, qui, pare davvero che Severino voglia ritagliare per sé (derogando alla sua tesi circa l’erroneità dell’individuo) la possibilità di esser uno di quegli uomini uniti <<al linguaggio che testimonia questa presenza>>, visto che _ a suo dire _ <<non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>, tranne lui ed eventuali altri…

Ciò, però, non cambia affatto quanto detto sopra, cioè che sia <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>>, anche se <<unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>.

Già, perché a quella testimonianza <<la verità è nascosta>> e quindi viene SMENTITO che <<il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto>>, perché s’è appena letto che l’uomo <<è destinato a non sentire la verità>> cioè a non essere una forma di <<ascolto>> di essa, per cui la verità, all’uomo, non appare, è appunto <<nascosta>> dal <<velo che nasconde la verità alla testimonianza>> dell’individuo che dovrebbe testimoniarla, essendo al contempo <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>>!  

Mi pare perciò vano precisare che <<la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire>>, perché se davvero essa non fosse nascosta <<all’apparire>>, la testimonianza dovrebbe scorgerla appunto perché appare; ma, evidentemente, la verità non appare all’individuo, per cui salvaguardare nell’apparire il non-nascondimento della verità, serve poco o niente, se <<quel che chiamiamo prossimo>> non può affatto scorgerla…

E siccome la verità non appare all’individuo (o al linguaggio che vorrebbe testimoniarla), allora CHI sta testimoniando che <<la verità appare, splende sempre>>?

Colui (Severino) a cui è impossibile che essa appaia?

A chi, o per chi <<la verità appare, splende sempre>>, se chi deve testimoniare ciò non può esserne testimone?

Infine, Severino osserva come <<il discorso che tenta di indicare ciò che abbiamo chiamato Destino della Necessità è il tentativo di indicare qualcosa che come tale non è un tentativo. Il linguaggio ha tentato di indicare il non tentativo. Perché il tentativo può riuscire o non riuscire là dove la scelta della parola “Destino” indica quella stabilità che non è soggetta al fallimento, il Destino non è un tentativo anche se esso appare nella dimensione in cui si manifesta ogni tentativo>>.

Ma se quel [2]<<qualcosa che come tale non è un tentativo>> è stato indicato da un [1]<<tentativo>>, allora anche quel [2]<<qualcosa>> sarà inevitabilmente soggetto alla riuscita o alla non-riuscita di [1], e questo anche se <<la scelta della parola “Destino” indica quella stabilità che non è soggetta al fallimento>>, giacché se la parola “Destino” fosse davvero non soggetta al fallimento, allora [1] non sarebbe affatto stato un tentativo, bensì un’autentica, veridica testimonianza del destino, evenienza preclusa, s’è visto, dalla stessa ascosità della verità nei confronti di chi vorrebbe testimoniarla ma che, invece, <<è destinato a non sentire la verità>>.

Tutto ciò tanto più _ secondo le parole di Severino _ che dove <<v’è solo un tentativo di testimonianza>>, egli la dichiarerebbe <<una testimonianza fallita>>…

 

Roberto Fiaschi

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mercoledì 1 febbraio 2023

14)- LA FEDE "DI" SEVERINO

Riporto alcuni brevi stralci da un lungo articolo di Emanuele Severino (dal Corriere della Sera del 27 giugno 1980) intitolato: <<SI PUO' GUARIRE CON UN VELENO?>>.

I restanti più ampi passaggi verranno di volta in volta riportati e commentati nei prossimi post.

Scrive Severino:

<<Senza una fede - si dice - non si può vivere. Sì; ma proprio perché la vita è fede, la vita è errore. Non semplicemente nel senso che la vita sia lo spazio al cui interno può accaderci di errare, ma nel senso che é proprio in quanto si vive che si erra. La violenza è l'aspetto più visibile dell'errare. La vita è violenza proprio in quanto fede. Da sempre e ovunque la vita dell'uomo è completamente immersa nella fede. Giacché, fede, non è soltanto quella religiosa, ma anche tutte le altre infinite forme di fede: anche il senso comune, il "buon senso" degli uomini; anche il non sentire alcun bisogno di Dio; e anche l'amore, l'odio, la volontà di dominio, la poesia, ogni forma di ideologia, di legge e di violazione della legge; e perfino la scienza. E' fede anche ciò che la civiltà occidentale ha chiamato "verità". E l'incredulità e il dubbio non sono che il risvolto di una certa fede, che rifiuta quelle antagoniste ed è indubbio su quelle che per il momento non la mettono a repentaglio. […] Che cosa dovremo fare, allora, per evitare l'errore e la violenza? ma è proprio necessario che si debba fare qualcosa? Il "fare" è uno dei tanti nomi della vita; e se la vita è errore, anche la domanda "che fare?" è errore ed è errore rispondervi (ma anche l'inerzia e la rinuncia alla vita sono modi di fare, cioè di vivere). […] Ma la fede è veramente un errare perché va errando non rispetto a ciò che è semplicemente ratum da uomini o da dei, ma rispetto a ciò che sta e che né uomini né dei possono smuovere e, così stando, riesce ad essere la gloria del "si". […]>>.

 

Come appena letto sin dall’inizio dell’articolo di Severino, per lui non solo la vita,

<<proprio perché […] è fede, la vita è errore>>, ma fede (quindi errore) <<non è soltanto quella religiosa, ma anche tutte le altre infinite forme di fede: anche il senso comune, il "buon senso" degli uomini; anche il non sentire alcun bisogno di Dio; e anche l'amore, l'odio, la volontà di dominio, la poesia, ogni forma di ideologia, di legge e di violazione della legge; e perfino la scienza. È fede anche ciò che la civiltà occidentale ha chiamato "verità">>…

Di più; anche <<ogni rimedio contro la violenza, proposto dalla "nostra" civiltà, è destinato a fallire. Innanzitutto per quanto si è qui incominciato ad accennare: ogni rimedio è una fede e la fede ha la stessa anima della violenza>>.

Altrove, Severino scrisse che <<L’uomo si lascia alle spalle il pensiero del rimedio quando comprende che la paura della propria distruzione non ha alcun fondamento: l’essere non può diventare nulla>>.

Bene.

Tuttavia, è difficile evitar di scorgere come la presunta comprensione <<che la paura della propria distruzione non ha alcun fondamento: l’essere non può diventare nulla>> abbia anch’essa le caratteristiche del rimedio.

Infatti, alla <<paura della propria distruzione>>, il rimedio consisterebbe nel comprendere che <<l’essere non può diventare nulla>>.

Per cui, <<se la vita è errore>>, e se <<anche la domanda "che fare?" è errore ed è errore rispondervi>>, allora sarà inevitabile concludere come anche queste risposte date da Severino circa la vita, la fede e l’errore siano a loro volta tutte errori.

E sarà altresì errore anche il mal camuffato rimedio poc’anzi proposto da Severino.

Naturalmente, Severino nega che la suddetta ‘comprensione’ sia una fede, quindi nega che sia un rimedio.

Senonché, colui che scrive tutto ciò è appunto l’errore-Severino, la cui vita <<è completamente immersa nella fede>> al pari di tutti noi erranti, come egli ha precisato all’inizio.

Oltretutto, vi è da notare come il filosofo bresciano abbia avuto cura di precisare che <<la vita è fede, la vita è errore. Non semplicemente nel senso che la vita sia lo spazio al cui interno può accaderci di errare, ma nel senso che è proprio in quanto si vive che si erra>>.

Il che aggrava infinitamente questa sua stessa tesi.

Sì, giacché anche Severino non è qualcuno a cui possa accadere a volte <<di errare>>, no, peggio:

egli stesso è un siffatto errare simpliciter, ossia erra costitutivamente (in quanto è appunto errore), giacché <<è proprio in quanto>> egli vive, che erra.

Essendo anch’egli un errore/errante, vi è chiedersi come riesca a sottrarre le sue tesi (in quanto pensate/espresse da un errore) dall’esser, anch’esse, errori.

A tal proposito, nel post n° 3 <<“L’OCCHIO CIECO” E LA TESTIMONIANZA DELLA VERITÀ DEL DESTINO>> (a cui rimando per i dettagli), è già emersa tutta la contraddittorietà che comporta ritener l’io-empirico esser errore/fede (un “occhio cieco”) internamente ad un sistema filosofico (quello severiniano) che pretenda costituirsi come negazione di ogni fede (in quanto esso sarebbe fondato su <<ciò che sta e che né uomini né dèi possono smuovere>>) e quindi come negazione della possibilità che l’io empirico possa aver contezza della verità del destino.

Qui, mi limito a riportare quanto ha scritto la Prof.ssa Nicoletta Cusano nel suo libro: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo; Morcelliana. Brescia 2011:

<<La testimonianza attuale del destino è affermazione della impossibilità che l’io mortale [l’io dell’errore/individuo] comprenda la verità del destino porta con sé la necessità di abbandonare ogni velleità veritativa in relazione alla propria coscienza individuale>>. (pag. 437);

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’errore/individuo] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino>> (pag. 446).

Ma se è <<impossibile>> che vi sia siffatta <<comprensione della verità del destino>>, allora non è affatto vero ciò che ha scritto Severino, ossia che <<L’uomo si lascia alle spalle il pensiero del rimedio quando comprende [la tesi severiniana] che la paura della propria distruzione non ha alcun fondamento: l’essere non può diventare nulla>>!

Una comprensione impossibile che perciò non accadrà mai, ma che, nonostante ciò, Severino invita a comprenderla al fine di lasciarsi alle spalle <<il pensiero del rimedio>>!  

Poiché impossibile, tale comprensione non sarà tale neppure per l’errore-Severino, nonostante egli creda di averla compresa scrivendone abbondantemente.  

E non la può comprendere proprio in nome della sua stessa tesi secondo la quale:

<<Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore>> (Severino: La legna e la cenere);

il che va di male in peggio, giacché che l’individuo sia errore, non è qualcosa che possa esser compreso/sentito dall’io empirico/errore _ come ha spesso ricordato Severino _, ma può apparire soltanto all’io del destino (a meno che nel o all’errore ogni tanto faccia capolino l’io del destino per suggerire alcune verità che l’errore è costitutivamente impossibilitato a recepire, per cui non le comprenderebbe ugualmente, nemmeno con l’ausilio diretto dell’io del destino…).

Pertanto, ove Severino scrive: <<Se ci si rende conto che l'individuo è errore>>, scrive qualcosa che contraddice il suo stesso dettato teoretico, appunto perché l’errore non può rendersi conto che egli, cioè <<che l'individuo è errore>>!

Insomma, neppure le tesi di Severino riescono davvero ad uscire dall’ambito della fede, nonostante egli creda di riferirsi <<a ciò che sta e che né uomini né dèi possono smuovere e, così stando, riesce ad essere la gloria del "si">> giacché quel <<ciò che sta>>, egli (Severino) <<proprio perché è fede, è destinato a non sentire la verità: in quanto ascoltata da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, la verità non può essere verità, e io sono destinato ad essere soltanto il desiderio, in indefinitum, della verità>>. - (La struttura originaria, pag. 89).

 

Roberto Fiaschi

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