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mercoledì 4 febbraio 2026

186)- ELISA DE SILVA: «L’ENTRARE E L’USCIRE DALL’APPARIRE» CHE CONTRADDITTORIAMENTE NON ENTRA NÉ ESCE.

Riporto gran parte del lungo testo scritto dalla filosofa Elisa de Silva (d’ora in poi EdS), amministratore del gruppo: Officina di filosofia teoretica, ove intende esplicitare <<il quadro ontologico entro cui ha senso parlare di “entrare” e “dileguare” dall’apparire>> secondo la filosofia di Emanuele Severino, giacché <<senza questo passaggio preliminare, il rischio è di attribuire alla teoretica severiniana problemi che nascono altrove>>.

Lo scritto di EdS è in origine concepito come replica ad alcuni filosofi analitici; ciònonostante, vorrei stendere qualche commento da non-filosofo qual sono.

Intanto, ecco il testo:

<<L’essere è l’essere degli essenti: la totalità infinita di tutti gli essenti che sono. Essere e apparire sono cooriginari, poiché l’essere è ciò che è di per sé immediatamente evidente: non vi è essente che non appaia, né apparire che non sia. Tuttavia, non tutto ciò che è appare al finito. L’infinito, in quanto infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che l’infinito appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo. L’infinito appare al finito in una processualità infinita. L’essere, in quanto totalità infinita, è manifesto a se stesso: ciò significa che appare immediatamente a se stesso in un apparire infinito (1) e sincronico. Ma proprio perché questa totalità è infinita, le sue determinazioni — che sono esse stesse essenti — non possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque in forma processuale e diacronica. Vi è quindi un momento dell’Apparire che non sorge né tramonta — l’apparire infinito e sincronico dell’essere a se stesso — e vi è un momento dell’apparire che sorge e dilegua: l’apparire finito e diacronico delle determinazioni dell’essere. Questi momenti sono simultanei e inscindibili. Un unico atto autoriflessivo in cui l’essere e sue determinazioni sono immediatamente manifesti per sé. Dunque, questo apparire finito non è un secondo essere, né un dominio parallelo, ma è l’apparire dell’essere secondo una certa determinazione, all’interno di un orizzonte oltre il quale nulla può apparire. Questo orizzonte è ciò che chiamiamo “cerchio finito dell’Apparire” o apparire trascendentale (2) in cui si manifesta - apparire empirico (3) - la questità o configurazione o ente o totalità finita o terzo momento simultaneo e inscindibile dell’unico atto autoriflessivo dell’Apparire. Questo in estrema brevitas, chiaro che all’argomento sarebbe necessaria una ben più ampia trattazione (…). L’essere è omniavvolgente: non solo gli essenti, ma anche l’apparire, l’entrare e il dileguare sono essenti, e come tali sono eternamente presenti nella totalità infinita dell’essere. Anche ogni diacronia dell’apparire finito, in quanto essente, è già da sempre nella totalità infinita degli essenti. Dire dunque che x entra nel cerchio dell’Apparire trascendentale non significa che x cominci ad essere, né che si produca un mutamento ontologico. Significa che una determinazione eterna dell’essere — già da sempre presente nella totalità infinita — comincia ad apparire nel cerchio finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti.  Poste queste premesse provo a rispondere in modo diretto sul tuo [ -> del filosofo analitico destinatario del post] ultimo scritto che riporto a margine, perché mi sembra che qui il punto su cui ti soffermi non sia una semplice divergenza interpretativa, ma una differenza di statuto tra ciò che si sta cercando di formalizzare e gli strumenti con cui lo si fa. La tua ricostruzione è internamente coerente a condizione che si assuma come legittima l’operazione di fondo che stai compiendo, cioè la traduzione dell’espressione severiniana “x entra / esce dal cerchio dell’apparire trascendentale” in termini di configurazioni, appartenenza e precedenza. Ma è precisamente questa operazione a dover essere messa in questione, perché non è neutrale: introduce già ciò che pretende di rilevare come problema. Parto dal punto più profondo, che precede le alternative che poni. Nella teoretica severiniana l’apparire non è un dominio ontologico parallelo, né un processo, né una serie di stati del mondo. L’apparire è esso stesso un essente, e come tale è eterno. Questo non è un dettaglio terminologico: è il punto decisivo che rende impropria ogni assimilazione dell’apparire a una struttura che “cambia”, “si indicizza” o “si dispone in configurazioni” nel senso analitico del termine. Dire che “x entra nel cerchio dell’apparire” non significa che x acquisisca una proprietà nuova, né che si realizzi un fatto ulteriore nel mondo, né che vi sia una variazione ontologica. Significa esclusivamente che l’eterno x appare secondo una certa determinazione nell’apparire finito. Ma questa determinazione non è un evento che accade all’apparire: è una differenza interna all’apparire stesso, che in quanto essente non diviene. Qui cade la prima alternativa che proponi. Non è vero che l’entrare e l’uscire costituiscano un mutamento nichilistico, perché il mutamento presupporrebbe che ciò che non appare più non sia più. Ma la teoretica severiniana nega precisamente questa identificazione. Il “non apparire” non è il nulla. È solo il non apparire in quella determinazione. L’errore – ed è l’errore già individuato da Severino in Bontadini – consiste nel trasferire sul piano dell’apparire la struttura ontologica del nulla. Ma questo trasferimento non è giustificato: il nulla non è il non apparire, e il dileguare non è una perdita. Vengo allora alla seconda alternativa: l’indicizzazione temporale del cerchio. Qui la difficoltà non è minore, ma è diversa. L’indicizzazione è un’operazione semantica che ha senso solo se l’oggetto indicizzato è qualcosa che varia. Ma nella teoretica severiniana il cerchio dell’apparire non è ciò che varia. Ciò che varia è la determinazione finita dell’apparire, non l’apparire come tale. Indicizzare il cerchio significa già averlo pensato come un contenitore temporale, cioè come qualcosa che sta nel tempo. Ma questo è esattamente ciò che Severino nega. Il punto è che tu stai trattando il cerchio come se fosse un oggetto formale del tipo “insieme di configurazioni ordinate”, mentre nella teoretica severiniana il cerchio non è un oggetto tra gli altri, ma il nome della totalità dell’apparire dell’essere, che non è successiva a nulla e non precede nulla. Parlare di “configurazioni del cerchio” è già una reificazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare.

[Cut]. Un caro saluto.

Elisa de Silva

Note a margine

(1) Per “apparire infinito e sincronico” non si intende un apparire che avvenga “in un tempo infinito” o che sia una totalità simultanea nel senso temporale. Si intende l’apparire dell’essere a se stesso in quanto totalità infinita, ossia l’immediata manifestazione dell’essere come essere. “Sincronico” qui non designa una relazione temporale, ma l’assenza di ogni successione: l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito.

(2) Con “cerchio finito dell’Apparire” o “apparire trascendentale” non si intende un contenitore, né un dominio ontologico separato, né un insieme formalmente strutturato di stati o configurazioni. Il “cerchio” indica l’orizzonte finito dell’apparire, cioè il limite strutturale oltre il quale nulla può apparire in quanto apparire finito. Esso non è indicizzabile temporalmente e non varia: ciò che varia è esclusivamente la determinazione eterna secondo cui l’essere appare al suo interno.

(3) Per “apparire empirico” si intende l’apparire determinato, finito e diacronico delle determinazioni dell’essere. “Empirico” non significa qui contingente, soggettivo o onticamente secondario, ma semplicemente apparire secondo una determinazione finita. Anche l’apparire empirico, in quanto apparire, è un essente e come tale è eterno; ciò che è diacronico non è il suo essere, ma il suo manifestarsi nel cerchio finito dell’Apparire>>.

***

L’esclusione del <<dilemma finale: o nichilismo, o temporalizzazione dell’apparire>> NON pare essere rimpiazzato (e quindi risolto) dalla tesi secondo la quale:

<<L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparireè un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>.

In questo mio post, è proprio l’<<“incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire”>> nel suo rapporto con l’<<“apparire infinito e sincronico”>> a costituire il centro del discorso.

Vediamo nel dettaglio.

Come precisato correttamente dalla stessa EdS, l’apparire infinito e sincronico è <<l’assenza di ogni successione: l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito>>.

Precedentemente, EdS aveva altrettanto correttamente precisato che, a differenza dell’apparire infinito e sincronico, le determinazioni di questa totalità infinita, <<non possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque in forma processuale e diacronica. L’infinito appare al finito in una processualità infinita>>.

Ora, a mio avviso, la prima GRANDE DOMANDA (tuttora irrisolta) è:

PERCHÉ mai l’<<infinito appare al finito in una processualità infinita>>, visto che l’apparire infinito e sincronico è <<assenza di ogni successione>>?

Quivi, infatti, <<l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito>>.

Non basta asserire che l’apparire finito sia appunto FINITO per legittimare in esso una <<forma processuale e diacronica>> degli enti che vi appaiono.

Certo: l’<<infinito, in quanto infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che l’infinito appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo>>.

Ed infatti basterebbe che vi apparisse IN PARTE ed in modo A-PROCESSUALE.

Quindi, PERCHÉ l’<<infinito appare al finito in una processualità infinita>>?

Nessunissima contraddizione nel pensare che al finito possa apparire UNA PORZIONE IMMOBILE dell’infinito cioè altrettanto PRIVA <<di ogni successione>>, esattamente com’è nell’infinito.

Invece così non è, per cui ribadisco la domanda:

(1)- PERCHÉ nel finito si dà una <<forma processuale e diacronica>> che all’apparire infinito NON può strutturalmente competere?

La risposta di Severino (e di EdS), è:

perché <<una determinazione eterna dell’essere — già da sempre presente nella totalità infinita — comincia ad apparire nel cerchio finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparireè un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>.

Tutto a posto?

Direi di NO.

Infatti, se <<questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente>>, e sempre se esso è ciò che determina LA DIFFERENZA rispetto all’apparire infinito e sincronico ove vige <<l’assenza di ogni successione>>, allora i casi sono due:

A)- o (AUT) l’apparire infinito e sincronico è realmente il contesto in cui regna <<l’assenza di ogni successione>>; e allora, nel finito, ad immagine e somiglianza dell’infinito NON dovrebbe darsi nessuna <<forma processuale e diacronica>>, come invece si dà.

B)- Oppure (AUT), poiché il finito è scandito dalla <<forma processuale e diacronica>>, allora l’apparire infinito e sincronico NON può includerlo senza smentire la propria sincronicità, cioè senza negare se stesso, appunto perché in esso è costitutiva <<l’assenza di ogni successione>>.

Per ovvia evidenza, escludiamo A), visto che EdS ha già evidenziato come <<anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>, quindi atteniamoci alla tesi secondo la quale l’apparire infinito e sincronico INCLUDE la <<forma processuale e diacronica>> del finito.

(2)- Poiché _ secondo EdS _, <<anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>, allora domando:

l’<<“incominciare ad apparire”>> (che caratterizza gli enti nel finito), nell’infinito è esperito (nel senso più lato possibile) ESATTAMENTE COME il finito lo esperisce in <<forma processuale e diacronica>>?

La risposta non potrà che esser positiva, sì, perché se così non fosse, l’infinito sarebbe PRIVO dell’esperienza della <<forma processuale e diacronica>> vigente nel finito e quindi NON sarebbe l’infinito non manchevole di alcunché.

Ma, data la risposta positiva, allora non vedo come si possa negare che nell’infinito venga SMENTITA l’<<assenza di ogni successione>>.

Se, infatti, nell’infinito la <<forma processuale e diacronica>> appare già tutta eternamente/sincronicamente dispiegata, allora l’infinito NON esperisce la <<forma processuale e diacronica>> NELLO STESSO MODO in cui la esperisce il finito!

Ciò comporta una DIFFERENZA tra finito ed infinito che fa di quest’ultimo un FINITO, appunto perché in esso (cioè nell’infinito) la <<forma processuale e diacronica>> NON viene esperita esattamente nel modo in cui il finito, invece, la esperisce; il che equivale a dire che tale <<forma processuale e diacronica>>, nell’infinito, MANCA, NON è esperita, visto e considerato che l’infinito è caratterizzato dall’<<assenza di ogni successione>> e cioè dall’assenza del MODO in cui il finito esperisce la <<forma processuale e diacronica>> che lo caratterizza.

D’altronde, senza la suddetta DIFFERENZA, non sussisterebbe la dualità:

apparire finito-processual-diacronico / apparire infinito-immobile-sincronico.

Qualora nell’infinito l’<<“incominciare ad apparire”>> (e quindi <<ogni diacronia dell’apparire finito>>) fosse esperito nel suo specifico DIFFERIRE rispetto all’<<assenza di ogni successione>> cioè all’apparire infinito-sincronico e quindi se fosse esperito esattamente com’è esperito nel finito, allora nell’infinito avremmo la convivenza di DUE forme dell’<<“incominciare ad apparire”>>:

la <<forma processuale e diacronica>> dell’<<“incominciare ad apparire”>> (nel finito), cioè un <<“incominciare ad apparire”>> che INCOMINCIA;

e

<<l’assenza di ogni successione>> dell’<<“incominciare ad apparire”>> (nell’infinito), e quindi un <<“incominciare ad apparire”>> che NON-INCOMINCIA!

Il medesimo ente in due identità RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI.

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 29 gennaio 2026

185)- ANGELO SANTINI: «LA TRASFORMAZIONE È INTRINSECAMENTE CONTRADDITTORIA»?

 

§.1- Vorrei commentare _ a modo mio _ un brano scritto dal filosofo @ANTIMATERIALISTA, al secolo Angelo Santini (d’ora in poi: AS) reperibile nel canale YouTube: <<I Nemici del Destino>> https://www.youtube.com/watch?v=qwSkQJbcJfY (5 giugno 2025).

§.2- Ecco il testo di AS:

<<se l'identificazione non avvenisse nello stesso tempo, mancherebbe la continuità del processo della trasformazione di un A in un B. Poniamo che in T1 A non sia ancora trasformata in B, e che in T2 A sia trasformata in B: se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati. Se l'identificazione avvenisse in tempi diversi, non sarebbe possibile: in questo caso in T1 vi sarebbe SOLO A, mentre in T2 SOLO B. L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B. Nel caso in esame, A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora, mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A. Pertanto è impossibile che A non si identifichi con B in uno stesso momento. Ovviamente il fatto che tale identificazione debba avvenire nello stesso momento implica una contraddizione (l'identificazione dei differenti nello stesso momento). Tentare di eludere questo esito negando la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo porta alla negazione della possibilità che A si identifichi a B, che comporta la negazione che A si possa trasformare in B. Qualunque soluzione si cerchi, la trasformazione E' INTRINSECAMENTE CONTRADDITTORIA, come dimostrato>>.

***

§.3- Preciso che il contesto del brano di AS è relativo all’eternità di ogni ente come tematizzata dal filosofo Emanuele Severino; eternità che discenderebbe dalla presunta contraddizione che scaturirebbe nel momento in cui un ente, DIVENENDO, si TRASFORMASSE nel proprio altro giacché, in tal caso, esso _ sempre secondo Severino _, diverrebbe contraddittoriamente IDENTICO al proprio altro (differente) da sé. Per capire meglio <<l'identificazione>> di A e B <<nello stesso tempo>> di cui parla AS, consideriamo un celebre esempio caro a Severino: la legna che DIVENTA cenere. Nella trasformazione della legna, secondo Severino vi sarebbe un momento in cui la legna sarebbe <<nello stesso tempo>> sia la legna-intonsa che cenere, cioè legna-non-legna; pertanto, conclude il filosofo bresciano, è impossibile/contraddittorio che la essa DIVENTI cenere ( = è impossibile il divenire inteso come trasformazione), perché è impossibile/contraddittorio che la legna sia IDENTICA alla cenere <<nello stesso tempo>>.

Pertanto, secondo Severino ed AS, il divenire implicherebbe la SIMULTANEA quanto contraddittoria IDENTIFICAZIONE dei NON-IDENTICI.

§.4- Adesso, però, prima di discutere nel dettaglio le tesi di AS, vorrei proporre il seguente schema introduttivo a mo’ di esempio.

Proviamo ad assegnare 10 alla legna intonsa (A) e 10 alla cenere (B).

Ebbene, PRIMA dell’inizio del processo trasformativo avremo A10 e B0 (B zero, cioè NON avremo affatto B), che equivale ad avere la legna intonsa e nessuna cenere.

Nel COMINCIAR di detto processo, avremo ad esempio A9 e B1 (cioè una minima scomparsa di A ed un minimo cominciamento di B in A10), che equivale ad una minima formazione/comparsa della cenere (B1 da B0 che era) e ad una minima scomparsa dell’integrità della legna (A9 da A10 che era):

ciò NON è contraddittorio, perché quella minima parte di cenere comparsa (B1), NON è affatto IDENTICA AL CONTEMPO a quell’altra minima parte di legna bruciata (A9) e quindi oramai non più intonsa (non più A10). 

Ovvero, quella minima parte di cenere (B1) comparsa in A10 NON costituisce <<l'identificazione dei differenti nello stesso momento>> _ ove i differenti sono A10 e B1 _, giacché B1 è SOLTANTO cenere, è SOLTANTO B1 e NON anche ed al contempo A10.

Se infatti B1 fosse IDENTICA a quella parte di legna A10 che adesso, perciò, chiamiamo B1 perché è cenere, A10 RESTEREBBE A10 anche con il sopraggiungere di B1, cioè A10 dovrebbe continuare ad apparire come A10, anziché come A9, appunto perché, qualora B1 fosse contraddittoriamente IDENTICA ad A10, non sarebbe più possibile distinguerle ed affermare che il sopraggiungere di B1 abbia perciò innegabilmente ridotto la quantità di legna intonsa, cioè di A10.

Siccome, invece, DISTINGUIAMO A9 da B1, ossia DISTINGUIAMO quel po’ di cenere sopraggiunta (B1) rispetto alla parte di legna ancora intonsa (A9), ciò vuol dire che distinguiamo incontraddittoriamente due DIFFERENTI, cosicché il sopraggiungere di B1 NON implichi alcuna contraddizione identitaria tra A10 (che nel frattempo, con l’apparire di B1, è diventata A9) e B1.

Lo stesso dicasi per quanto segue:

PROSEGUENDO il processo di combustione di A10, avremo ad un certo punto A6 e B4, cioè una maggiore riduzione di A rispetto ad A9 ed una maggiore porzione di B rispetto a B1, equivalente a quasi metà legna incenerita:

ciò NON è contraddittorio per quanto appena detto sopra.

SUCCESSIVAMENTE, avremo A1 e B9; resta oramai pochissima legna intonsa poiché quasi interamente incenerita:

ciò NON è contraddittorio (certo, la legna incenerisce, ma NON rimane al contempo legna).

Fino a raggiungere il RISULTATO CONCLUSIVO; A0 e B10, cioè totale scomparsa di A10 e completa presenza di B10, cioè totale assenza della legna intonsa e completa presenza della cenere:

nuovamente, ciò NON è contraddittorio.

§.5- Dunque, in tale diacronìa NON abbiamo MAI un istante in cui A9 sia identico a B1 <<nello stesso tempo>> poiché sono DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

abbiamo che A6 sia contraddittoriamente identico a B4 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

che A1 sia contraddittoriamente identico a B 9 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

che A0 sia contraddittoriamente identico a B10 <<nello stesso tempo>> bensì DIVERSI <<nello stesso tempo>>;

(Men che meno, quindi, avremo che A10 sia contraddittoriamente identico a B10 <<nello stesso tempo>>).

§.6- Per cui domando:

in quale istante, ad esempio A9 e B1, sono contraddittoriamente identici <<in uno stesso momento>>?

§.7- In nessun istante; essi sono e restano DIFFERENTI, pur essendo RELATI diacronicamente.

§.8- E veniamo adesso alla prima osservazione di AS:

<<se l'identificazione non avvenisse nello stesso tempo, mancherebbe la continuità del processo della trasformazione di un A in un B. Poniamo che in T1 A non sia ancora trasformata in B, e che in T2 A sia trasformata in B: se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati>>.

§.9- Per AS, una volta trasformatasi in B (T2), A deve essere presente ANCHE in T2, altrimenti, dice, non potremmo affermar <<che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più)>>.  

§.10- Penso sia vero il contrario:

B può essere <<A trasformatosi in B>> proprio perché A in T2 NON è <<semplicemente più>> in quanto si è trasformata in B!

A mio parere, tale trasformazione NON implica che A debba esser positivamente presente anche in T2, anzi lo ESCLUDE, giacché A vi è presente soltanto come NEGATA.

Esservi presente come NEGATA vuol dire che A è ormai, in T2, il PASSATO di B.

Se A fosse ancora positivamente (cioè come non-NEGATA) presente in T2, come potrebbe trasformarsi in B?

O anche: come potrebbe scaturire B, se A permanesse in T2 ancora nella posizione che aveva in T1?

Sarebbe come essere ancora fermi in T1.

§.11- AS osserva:

<<se A non fosse anche in T2, vi sarebbe semplicemente una giustapposizione di momenti in cui sono presenti dei distinti (A e B), rispetto ai quali non è possibile sostenere che B sia A trasformatosi in B (perché A, dopo T1, non sarebbe semplicemente più). Se l'identificazione di A con B NON avvenisse si ricadrebbe nei problemi già evidenziati>>.

§.12- Ma è proprio la presenza di A in T2 cioè con B, a costituire la <<giustapposizione di momenti>> indicata da AS, perché in T2 sarebbero appunto <<presenti dei distinti (A e B)>> laddove, invece, ve ne dovrebbe esser soltanto uno: B in T2.

Dunque, è in nome della <<giustapposizione di momenti>> che si deve escludere che <<B sia A trasformatosi in B>>, giacché la simultanea presenza di A (e di B) in T2 rende impossibile o quanto meno superflua detta TRASFORMAZIONE, essendo A ancora presente in T2 come positivamente A, anziché come NEGATO.

Perciò non di <<giustapposizione di momenti>> trattasi, bensì della RELAZIONE DIACRONICA in cui consiste la stessa TRASFORMAZIONE da A a B!

Ecco qui bell’e dispiegato l’incontraddittorio LEGAME/CONTINUITÀ tra A e B.

È infatti tale TRASFORMAZIONE a fungere da ‘collante’ atto a garantire la <<continuità del processo della trasformazione di un A in un B>>.

§.13- Ma allora, potrebbe insistere AS, se A in T2 non vi è più in seguito alla sua trasformazione, che CONNESSIONE/CONTINUITÀ potrà mai esservi con B?

§.14- Vi è la continuità costituita dalla stessa TRASFORMAZIONE. Ciò che risulta dalla trasformazione, cioè B, si lascia alle spalle come un ormai inesistente A, ma ciò NON TOGLIE la loro relazione perché, per quanto A in T2 sia ormai nulla, B DERIVA da A il quale NON diventa nulla PRIMA di dar luogo a B.

§.15- Parimenti egli potrebbe obiettare: che CONNESSIONE/CONTINUITÀ potrà mai avere B con A che ormai, in T2, non c’è più, è inesistente?

§.16- Nuovamente, la continuità di B con A ormai inesistente è data dalla DIACRONICA TRASFORMAZIONE tra A-passato e B-presente. La DIACRONIA è una RELAZIONE che conserva la continuità tra le fasi diacroniche di un medesimo ente diveniente SENZA contraddittorie identificazioni.

§.17- La TRASFORMAZIONE di A NON rende B privo della CONNESSIONE/CONTINUITÀ con A, giacché quest’ultimo è presente in B (in T2) come NEGATO, ossia come l’essere ormai il PASSATO di B, ed essendo il passato di B, A non può essere <<nello stesso tempo>> anche il presente di B.

§.18- La TRASFORMAZIONE, perciò, non è uno IATO invalicabile tra A e B bensì costituisce ESSA STESSA la loro CONTINUITÀ diacronica ontico-fenomenologica la quale, d’altronde, appare senza quella <<giustapposizione di momenti>> indicata da AS, perché _ al contrario! _, tale giustapposizione l’avremmo proprio nel caso che A fosse contraddittoriamente <<anche in T2>> insieme a B!

§.19- AS afferma che <<L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B>>.

§.20- Al contrario; A NON può e NON deve restare positivamente presente in B, ma vi è presente soltanto come NEGATO ossia, ripeterei, soltanto come il PASSATO di B. Per questo, A può diventare B senza <<doversi identificare in B>> e quindi senza perdere la CONTINUITÀ.

§.21- Come accennato, A e B sono diacronicamente RELATI; nella trasformazione, A viene ‘rimaneggiato’ (da sé o da altro) per dar luogo a B, ma essi NON SI IDENTIFICANO mai contraddittoriamente l’un con l’altro, e ciò garantisce così la CONTINUITÀ che unisce B ad A, pur nella trasformazione di A verso B.

§.22- Inoltre, se A fosse positivamente presente in T2 identificandosi con B, A non sarebbe NEGATO e quindi B non potrebbe venire AFFERMATO al posto/in luogo di A ancora presente.

§.23- Affinché B sia positivamente affermato, allora A NON può essere AL CONTEMPO e POSITIVAMENTE in T2, ma può esservi soltanto come diacronicamente negato; il che vuol dire che A, in T2, ha ceduto (trasformandosi) “il posto” a B, appunto diacronicamente, prima l’uno (A) poi l’altro (B), sì da evitare l’identità dei differenti, giacché la TRASFORMAZIONE diacronica di A è esattamente ciò che gli IMPEDISCE di identificarsi contraddittoriamente con B riuscendo però a conservare la continuità.

§.24- È perciò escluso che la presenza positiva di A in T2 (cioè l’<<identificazione di A in B nello stesso tempo>>) garantisca la CONTINUITÀ del processo trasformativo, anzi, la IMPEDISCE, e quindi è esclusa la contraddizione dell’identificazione dei differenti essendo data, tale CONTINUITÀ tra A e B, ripeto, proprio dalla TRASFORMAZIONE ( = DIVENIRE) dell’ente, trasformazione che, mediando A verso B, assicura la CONTINUITÀ che ravvisiamo appartener al medesimo soggetto-diveniente, appunto perché A è (appare fenomenologicamente nonché) DIACRONICAMENTE relato soltanto a B (e viceversa).

§.25- Prosegue AS affermando che se non si implicasse <<la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo>>, allora <<A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora>>, e ciò, nuovamente, impedirebbe la loro CONTINUITÀ.

§.26- Ripeto: a mio avviso NO davvero.

Per mantenere la CONTINUITÀ di A con B, B NON deve esservi già, poiché, se B già vi fosse, A NON potrebbe diventare (non potrebbe dare luogo a) B appunto perché B GIÀ VI È, è palese, per cui il SEGUIRE di B da A _ non potendo esser impedito dalla previa presenza di B (poiché B ancora non è) _, può esplicitarsi come incontraddittoria TRASFORMAZIONE di A in B.

§.27- Ancora AS: <<mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A>>, ed anche questo, sempre secondo AS, impedirebbe la loro CONTINUITÀ.

§.28- Daccapo: NON direi.

Il fatto che in T2 vi sia ormai solo B, NON toglie affatto che A sia il passato di B e quindi che A vi sia (in T2) incontraddittoriamente COME-NEGATO, costituendosi come passato in seguito alla sua (di A) TRASFORMAZIONE.

Poiché, in T2, A è il passato dell’attuale B, allora non si può asserire che <<in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B>>, perché la presunta “identificazione” _ che tale però non è _, è in realtà la incontraddittoria CONTIGUITÀ DIACRONICA in forza della quale la presenza di A come negato in T2, fa sì che B NON sia solo e quindi senza continuità con A.

§.29- Dopodiché, AS osserva:

<<Pertanto è impossibile che A non si identifichi con B in uno stesso momento>>.

§.30- Piuttosto, direi che sia impossibile _ e quindi NON è implicata _ tale identificazione.

Infatti, se tale identificazione avvenisse appunto <<in uno stesso momento>>, avremmo la contraddittoria identità di due POSITIVI com-presenti in uno: A e B.

Ciò equivale a dire che avremmo l’impossibile identità della legna intonsa e della cenere in uno.

Quindi avremmo l’impossibilità del divenire stesso, in quanto A e B sarebbero già entrambi presenti, e allora a che pro il DIVENIRE di A?

§.31- Quella contraddittoria identità di cui parla AS NON è implicata in alcuna trasformazione, proprio in virtù _ ripetiamolo _ della diacronìa che MANTIENE UNITI i termini della trasformazione senza che l’uno sia al contempo contraddittoriamente identico all’altro, proprio perché di DIACRONIA trattasi, NON di SINCRONIA.

§.32- Al che, AS osserva:

<<se l'identificazione avvenisse in tempi diversi, non sarebbe possibile [la trasformazione]: in questo caso in T1 vi sarebbe SOLO A, mentre in T2 SOLO B. L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B. Nel caso in esame, A in T1 non sarebbe ancora identificata con B, perché B non sarebbe ancora, mentre in T2 A non avrebbe modo di essere identificata a B, perché in T2 vi sarebbe solo B e non A>>. (Parentesi quadra mia: RF).

§.33- Invece, direi che in T1 NON vi sia <<SOLO A>> poiché A è costantemente, strutturalmente APERTO al suo futuro, cioè a qualsivoglia processo diacronico che la struttura di A consente, giacché da A non può comunque mai derivare un bullone.

Infatti, con il sopraggiungere del fuoco, A in T1 passa in T2:

A-acceso.

A, in quanto è acceso, è già in RELAZIONE AL SUO FUTURO innescato dal suo essere acceso, giacché il diventare B non costituisce una sorpresa per A in quanto B è una possibilità futura di A; quindi NON vi è, in T2, <<SOLO A>>, ma vi è A-acceso e quindi l’attesa della sua possibilità-di-divenire-B. 

§.34- Scrive AS:

<<L'identificazione di A in B non può avvenire in un tempo in cui A non è presente: è infatti A a doversi identificare in B>>.

§.35- Ma qui si presuppone che A, per diventare B, si debba IDENTIFICARE <<in uno stesso momento>> con B, mentre, invece, A, divenendo B, diviene identico a B CESSANDO però di essere A.

Qui NON vi è la contraddittoria identità dei differenti, perché la contraddizione scaturirebbe se A divenisse B RESTANDO al contempo A:

A-non-A.

Ossia la contraddizione si costituirebbe se la legna diventasse cenere RESTANDO al contempo legna.

§.36- AS: <<mentre in T2 SOLO B>>.

§.37- B, in T2, è tutt’altro che <<SOLO>>; certo, in T2 non può più esservi A, in quanto A è ormai il passato (negato) di B; ma essere il passato di B (in T2) NON è la solitudine di B, poiché B è il futuro di A e perciò B dice sempre riferimento a ciò da cui proviene. 

§.38- Conclude AS:

<<Tentare di eludere questo esito negando la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo porta alla negazione della possibilità che A si identifichi a B, che comporta la negazione che A si possa trasformare in B>>.

§.39- Che A, per divenire B, richieda un momento in cui A e B siano AL CONTEMPO IDENTICI, è esattamente ciò che IMPEDIREBBE il divenire/trasformazione, perché un momento T2 nel quale A sia positivamente (cioè come non-negato) presente e quindi AL CONTEMPO IDENTICO a B, renderebbe impossibile il formarsi/costituirsi di B, poiché A, positivamente presente laddove, in T2, NON dovrebbe trovarsi, NON si sarebbe potuto affatto trasformare in B, proprio in forza della positiva permanenza di A in B.

§.40- Concludendo, mi sono impegnato di esporre le ragioni secondo le quali, a mio parere, il divenire NON implichi <<la necessità dell'identificazione di A con B nello stesso tempo>>, NON essendo la negazione di ciò a comportare <<la negazione che A si possa trasformare in B>>, perché è esattamente il contrario, cioè è tale presunta identificazione a NEGARE che <<A si possa trasformare in B>>, cosicché tale identificazione <<nello stesso tempo>> NON sia affatto una <<necessità>>.


Roberto Fiaschi

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mercoledì 12 febbraio 2025

154)- SE LA RAGIONE PRE-FILOSOFICA È PIÙ RAGIONEVOLE DELLA RAGIONE FILOSOFICA…


Restiamo terra-terra, nel piano della RAGIONE comune, con sommo dispiacere per quei filosofi che, non senza un certo disprezzo, ritengono essere il piano del PRE-FILOSOFICO, e diciamo che normalmente (a parte patologiche eccezioni), accade:

1- che ciascuno di noi abbia fame;

2- che ognuno di noi, perciò, mangi, mastichi il cibo per poi inviarlo nello stomaco;

3- che ciascuno di noi assimili il bolo ingerito;

4- infine, accade che ciascuno di noi espella le feci derivanti dal cibo non assimilato.

Eppure, anche la RAGIONEVOLEZZA del rapporto consequenziale mostrato in questa sequenza, da certa filosofia è sovente ritenuta una RAGIONEVOLEZZA infondata in quanto pre-critica, luogo comune, ingenuità, fede, opinione, convenzione, apparenza

Ad esempio, il filosofo Emanuele Severino avrebbe molto da eccepire a che la RAGIONEVOLEZZA/LOGICITÀ intrinseca alla suddetta sequenza fisiologico-fenomenologica possa fungere da criterio di verità filosofico. Per lui, la LOGICITÀ di quelle quattro fasi non sarebbe altro che la contraddittoria LOGICITÀ del nichilismo che le interpreterebbe erroneamente come TRASFORMAZIONE.

Assumiamo, tuttavia, che la tale sequenza sia LOGICA e SENSATA ( = abbia una sua cogente ragionevolezza ed esperibilità), ossia:

ha senso ( = è logico) 1 se e soltanto se sono logico/sensati 2, 3 e 4;

ha senso ( = è logico) 2 se e soltanto se sono logico/sensati 3 e 4;

ha senso ( = è logico) 3, se e soltanto se è logico/sensato 4;

ha senso ( = è logico) 4, se e soltanto se sono logico/sensati 1, 2 e 3.

Infatti, senza 1, non avremmo ( = NON avrebbero senso = NON sarebbero logici) i passaggi da 2 a 4.

Senza 2, NON avrebbero senso (NON sarebbero logici) né 1 né i passaggi/le fasi 3-4.

Senza 3, NON avrebbero senso (NON sarebbero logici) né 1 né 2 e né 4.

Senza 4, NON avrebbero senso (NON sarebbero logici) i passaggi/le fasi 1-3.

Domando:

cosa succede se applichiamo alle suddette quattro fasi la tesi severiniana dell’eternità di ogni ente (quindi, dell’eternità/indivenienza di ciascuna di esse)?

Succede che alla luce della concezione severiniana/eternista _ ove ciascuna delle quattro fasi è eternamente identica a sé e quindi NON DIVENTA ( = NON SI TRASFORMA MAI ne) la successiva, né questa DIVENTA tale (TRASFORMANDOSI) dalla precedente (pur restando fermo, per Severino, che ogni fase sia inscindibilmente relata alla precedente nonché alla successiva) _, le nostre quattro fasi si rivelano del tutto ILLOGICHE/INSENSATE.

Perché?

Si consideri.

(A)- Nel nostro mondo, per come ‘funzioniamo’ noi viventi, se 1 NON ha fame, se 2 NON mangia/mastica il cibo e se 3 NON lo assimila ( = NON lo TRASFORMA), allora 4 NON avrà alcunché da espellere:

tutto ciò è (pre-filosoficamente) LOGICO/RAGIONEVOLE.

(B)- Se 1 ha fame, se 2 mangia/mastica il cibo e se 3 lo assimila ( = lo TRASFORMA), allora 4 dovrà espellere gli scarti di 3:

tutto ciò è (pre-filosoficamente) LOGICO/RAGIONEVOLE.

Invece:

(C)- se 1 NON ha fame, se 2 NON mangia/mastica il cibo e se 3 NON lo assimila ( = NON lo TRASFORMA) e se ciò nonostante pretendessimo che 4 espella materiale di scarto, ebbene:

ciò sarebbe (pre-filosoficamente) ILLOGICO/IRRAGIONEVOLE. 

(D)- Nel caso dell’eternità degli enti;

se 1 NON si TRASFORMA in 2 2 in 3 e, nonostante ciò, Severino pretende che 4 esista eternamente al pari di 1, di 2 e di 3, allora:

ciò è (pre-filosoficamente) ILLOGICO/IRRAGIONEVOLE. 

Infatti, come è ILLOGICO/IRRAGIONEVOLE che (C), NON mangiando, possa ugualmente produrre ( = TRASFORMARE) materiale di scarto da espellere, è parimente ILLOGICO/IRRAGIONEVOLE che (D), NON TRASFORMANDO mai 2 in 3 3 in 4, possieda eternamente le inutili feci in 4, esattamente come è IRRAGIONEVOLE che a possederle e ad espellerle sia (C).

Che senso ha (quanto RAGIONEVOLE è) l’apparire/la presenza di 4 (ma anche di 1, di 2 e di 3), dal momento che esso NON possiede una RAGIONE che nel contesto severiniano ne legittimi la presenza, visto che 4 NON è il LOGICO/RAGIONEVOLE prodotto della TRASFORMAZIONE della fase 3?

Nessun senso, nessuna ragionevolezza.

Poiché, per Severino, niente si TRASFORMA in altro, la comparsa della fase 4 è ILLOGICA, IRRAGIONEVOLE, senza senso, superflua, ingiustificata, così come severinianamente ingiustificabili sono le fasi precedenti.

Se niente DIVIENE il proprio altro, cioè se niente si TRASFORMA, allora non si capisce affatto la RAGIONE per la quale all’eterno 1 seguirebbero sempre (o per lo più) gli eterni 3-4… 

Negando ogni TRASFORMAZIONE, 4 è (o possiede) eternamente qualcosa che severinianamente parlando NON ha nessuna RAGIONE di essere (o di possedere), se 4 NON è il prodotto di alcuna TRASFORMAZIONE…

La ragione comune (pre-filosofica) è ESPLICATIVA; quella filosofico-severiniana NO…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 14 dicembre 2024

138)- «SEVERINO, LA FILOSOFIA, I VALORI»

Questo è il titolo dell’incontro tra due filosofi allievi di Emanuele Severino: Nicoletta Cusano e Luigi Vero Tarca, avvenuto il 13 dicembre 2024 a Brescia e reperibile qui: https://www.youtube.com/live/oFRPW-DkUj4

Purtroppo il video dura 2 ore e 26 minuti e mi è impossibile seguirlo. Quanto ho qui riportato, perciò, è una brevissima (ma significativa) trascrizione effettuata da Mario Ciattoni che ringrazio.

<<Tarca: Posso farti una domanda? Chiedo: se il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole, se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile, che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?

Cusano: Questa è una bella domanda.

Tarca: Hai capito? A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?

Cusano: Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...

Tarca: Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?

Cusano: Penso di averlo detto prima, perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta...

Tarca: Perché dovrebbe interessarmi questo discorso?

Cusano: Ah, guarda, se vuoi contraddirti sei libero di non ascoltarlo.

Tarca: Ma perché contraddirsi dovrebbe essere un male? Wittgenstein dice verrà il giorno in cui saremo fieri di essere nella contraddizione.

Cusano: Bene, perché la contraddizione è quella che ho proposto al ragazzo qui davanti: dire e non dire una cosa. Se a te interessa dire e non dire una cosa, va benissimo.

Tarca: Certo.

Cusano: Il prof. Tarca dice e non dice, ed è contento così; io preferirei dire senza contraddirmi.

Tarca: Quindi abbiamo due preferenze (...) Io godo nel contraddirmi, sono due volontà, tu godi nel non-contraddirti. Perché il giovane dovrebbe scegliere il tuo discorso?

Cusano: Se fosse solo il frutto di una scelta... Abbiamo già detto che il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo, e di conseguenza abbiamo chiuso il discorso>>.

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Relativamente a questi scambi di battute, il mio accordo propende nettamente a favore di quanto detto dal prof. Luigi Vero Tarca (LVT).

Motiviamolo.

Alla domanda di LVT:

<<che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?>>,

Nicoletta Cusano (NC) risponde:

<<Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...>>.

Quindi, se l’<<esserlo>> SAPENDOLO _ come nel caso NC _, costituisce il cuore del <<messaggio>> che il <<discorso di Severino>> <<dà al vivente umano>>, tale risposta altro non fa che ribadire quanto era già esplicito nella domanda di LVT, ossia che <<il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole>>, il che è esattamente quanto ciascun essere umano GIÀ SA a prescindere del <<messaggio>> di Severino, per cui quest’ultimo si limiterebbe a ribadire l’ovvio in quanto universalmente risaputo.

Senonché, NC farà osservare che, invece, ciò che l’essere umano NON SA è che _ per usare le stesse parole di LVT _ <<se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile>>.

Eccolo, dunque, l’autentico centro del <<messaggio>> di Severino e che, secondo NC, farebbe la differenza tra il saperlo ed il non-saperlo.

Ora chiedo: QUALE DIFFERENZA, tal saperlo, farebbe?

Avere un insieme di NOZIONI filosofiche in più rappresenta davvero una differenza tale da costituirsi come <<messaggio>>, rispetto al non averle?

 Certamente sì, a livello ‘quantitativo’, se posso dir così; NO, invece, a livello esistenziale-qualitativo.

Infatti, tale <<messaggio>>, NON apporta alcuna REALE differenza nella vita quotidiana, giacché ANCHE NC, come tutti noi, continuerà a <<volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé>>, se vorrà continuare a vivere…

Il MERO SAPERE la (presunta!) impossibilità <<che qualcosa diventi altro da sé>> non può costituirsi come IL <<messaggio>> che Severino <<dà al vivente umano>>, appunto perché esso è soltanto un insieme di NOZIONI (per quanto meticolosamente elaborate/argomentate) da far proprie o, se si vuol utilizzare il linguaggio del filosofo bresciano, che appaiono.

Certo, se a tutto ciò aggiungiamo quell’altro aspetto teoretico costituito dalla Gloria e dalla Gioia eterna, allora questo sarebbe un SAPERE già più sostanziale esistenzialmente parlando, sì, ma si tratterebbe pur sempre di un insieme di NOZIONI, giacché NEPPURE il saper ciò cambierebbe il volere <<che qualcosa diventi altro da sé>> in un NON-volere (continuando, però, nelle proprie giornate a voler _ o meno _ trasformare il caffè in polvere e l’acqua fredda in caffè caldo)…

Per cui, SAPERE di essere una <<volontà di far diventare altro>> NON sembra avallare la tesi di NC secondo la quale <<un conto è esserlo senza saperlo>>.

Continuando a seguire la loro conversazione, LVT chiede:

<<Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?>>, e NC risponde:

<<perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta>>.

Siccome LVT inizialmente chiedeva: <<A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?>>, allora, che esso sia <<l'unico discorso che sta>> che rilevanza potrà mai avere nel quotidiano il quale, sulla base dello STARE da parte di una tesi filosofica, NON subirà comunque alcun apporto in forza di tale <<messaggio>> che invece, poiché rivolto a <<me che sono un vivente, e che quindi voglio>>, dovrebbe apportare?

Forse che tale apporto (che secondo NC farebbe la differenza tra saperlo e non-saperlo) debba consistere in un insieme di tesi filosofiche sol perché esse STANNO?

Un po’ pochino…

… Dopodiché, NC afferma:

<<io preferirei dire senza contraddirmi>>, e precisa che <<il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo>>, ossia, NC VUOLE/SCEGLIE di non-contraddirsi.

Ma allora, anche la PREFERENZA o la SCELTA di non-contraddirsi da parte di NC, in quanto essa <<è un voluto>>, <<è nichilismo>> cioè è un CONTRADDIRSI, giacché il nichilismo _ nonché la volontà _, sempre per Severino, è l’essenza della contraddizione/dirsi.

Quindi, anche ammesso e non concesso che il VOLERE sia contraddizione, allora il VOLERSI non-contraddire di NC è tanto contraddittorio quanto il VOLERSI contraddire di LVT.

Ciò, tanto più in base alla severiniana contraddizione C secondo la quale l’essente che appare È ed al contempo NON È MAI l’essente che, apparendo, dice di essere.

Pertanto, nonostante le intenzioni contrarie, anche il dire di NC (come quello di chiunque altro), pur preferendo <<dire senza contraddir[s]i>>, in nome della contraddizione C non è mai quello che dice (di essere), pur essendolo…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 18 luglio 2024

114)- UNA REPLICA A L’«APPARIRE INFINITO E CONTRADDIZIONE C»

Premetto che la critica da me qui rivolta ad Angelo Santini, era già stata formulata 3 anni fa da Luigi Pavone al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=Z8RSWGejDko&lc=UgzaiQqpBuDvOh2Evo94AaABAg

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Riporto un brano del filosofo severiniano Angelo Santini (desootSprnl6m6:49leg4hg00 8ci t0g54r9223mlha1I516i3a1h4e9imi), dove cerca di spiegare perché la contraddittorietà del rapporto tra <<la contraddizione C come inoltrepassata>> e la <<contraddizione C come oltrepassata>>, sarebbe per lui un’<<apparente contraddizione>>.

Vediamo.

Egli ha scritto:

<<APPARIRE INFINITO E CONTRADDIZIONE C

Secondo una certa obiezione alla filosofia severiniana, la contraddizione C come inoltrepassata sarebbe incompatibile con la contraddizione C come oltrepassata: nell'apparire infinito sarebbe di fatto presente sia il contenuto della contraddizione C in quanto isolato e inoltrepassato, che in quanto oltrepassato originariamente. L'apparente contraddizione qui richiamata si risolve considerando la costituzione concreta del contenuto della contraddizione C e del suo rapporto concreto con l'apparire infinito. Per semplificare la spiegazione, si rappresenti il contenuto della contraddizione C in quanto isolato come un cerchio e il contenuto della contraddizione C come oltrepassata come un insieme infinito di cerchi concentrici più ampi che avvolgono in origine il primo cerchio. Il contenuto concreto della contraddizione C è tutto l'insieme infinito dei cerchi concentrici più ampi. Il primo cerchio della contraddizione C non è separato da tutti gli altri infiniti cerchi concentrici che lo avvolgono e in cui risiede il suo oltrepassamento. L'errore del tipo di obiezione considerata consiste nel concepire astrattamente il rapporto tra il contenuto della contraddizione C nel suo primo cerchio (in cui è isolato, considerato in se stesso in quanto momento astratto del suo contenuto infinito) e gli infiniti altri cerchi che lo avvolgono e che sono una sua estensione: l'errore consiste nel presupporre che l'oltrepassamento originario della contraddizione C debba aversi all'interno del primo cerchio del suo contenuto isolato e che non sia, invece, già dato al suo esterno, negli altri infiniti cerchi concentrici (che sono gli altri infiniti strati che lo compongono e che costituiscono l'oltrepassamento originario della contraddizione C stessa)>>.

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Purtroppo <<L'apparente contraddizione>> si rivela essere, invece, contraddizione non-apparente, inaggirabile, e la sua diagnosi nonché la sua presunta soluzione NON colgono nel segno, anzi, non fanno altro che RIPETERE e PERPETUARE i termini della contraddizione stessa.

Stiamo considerando la situazione dal punto di vista dell’apparire INFINITO, ove qualsiasi ente, secondo Severino, appare da sempre e per sempre nella sua CONCRETEZZA quindi libero dalla contraddizione C.

Ed è proprio QUI che si annida la contraddizione (non C) in oggetto, NELL’APPARIRE INFINITO il quale, rispetto all’apparire finito, costituisce quell’<<esterno>> quale <<oltrepassamento originario della contraddizione C stessa>>, essendo esso il ‘luogo’ ove la parte (un qualsiasi ente, tutti gli enti) è <<dimorante nel tutto avvolgente>> (E. Severino; “Poscritto” in “Essenza del nichilismo”).

Ebbene, NELL’apparire infinito, OLTRE alla suddetta CONCRETEZZA, DEVE esser presente, cioè DEVE apparirvi ANCHE l’ente <<in quanto isolato e inoltrepassato>>, altrimenti l’apparire infinito MANCHEREBBE dell’ente <<in quanto isolato e inoltrepassato>> e così il primo NON sarebbe l’apparire INFINITO, bensì PARTE esso stesso.

In esso, cioè, DEVE apparirvi la differenza tra l’astratto ed il concreto, ossia la DIFFERENZA tra l’ente <<in quanto isolato e inoltrepassato>> e l’ente, lo stesso ente, in quanto il suo oltrepassamento sia da sempre <<già dato al suo esterno>>, essendo tale <<esterno>>, come detto, l’apparire infinito (che non ha alcun esterno).

Entrambi gli anzidetti aspetti di tale differenza devono essere ETERNI, i quanto sono ambedue ESSENTI, ed ETERNA LA STESSA LORO DIFFERENZA.

Ora, tutto ciò dà luogo NON ad UNA bensì a VARIE CONTRADDIZIONI, che vado ad enumerare:

1)- poiché l’ente, nell’apparire finito vi appare come <<isolato e inoltrepassato>> cioè come <<NON dimorante nel tutto avvolgente>>, QUESTO stesso ente <<in quanto isolato e inoltrepassato>> DEVE apparire anche nell’apparire infinito, restando esattamente qual esso è nel finito, cioè, ripetiamolo, in quanto <<non dimorante nel tutto avvolgente>>, sì che esso stia (appaia) <<nel tutto avvolgente>> come <<non dimorante nel tutto avvolgente>>, appunto perché ANCHE l’ente <<isolato e inoltrepassato>> DEVE apparire <<nel tutto avvolgente>> tale e quale esso è nell’apparire finito, cioè come <<NON dimorante nel tutto avvolgente>>, pur essendovi da sempre dimorante.

2)- Nel <<tutto avvolgente>> ( = nell’apparire infinito), il medesimo ente che appare nell’apparire finito cioè <<NON dimorante nel tutto avvolgente>>, appare come un BINARIO PARALLELO allo stesso ente visto come <<dimorante nel tutto avvolgente>>. Sì che astratto e concreto, o ente <<NON dimorante nel tutto avvolgente>> ed ente <<dimorante nel tutto avvolgente>> si manifestino, nell’apparire infinito, a guisa di DUE BINARI che NON SI INCONTRANO MAI, pur riferendosi al medesimo ente.

3)- Sì che risulti VANO parlar, nell’apparire finito, di contraddizione C e del suo progressivo (ma mai compiuto) toglimento, poiché nell’apparire infinito tale astrattezza MAI VIENE TOLTA, proprio perché essa, sempre nell’infinito, è conservata pari pari in nome del DOGMA severiniano della NON-TRASFORMABILITÀ ( = eternità) degli essenti, identicamente nel modo in cui appare nel finito…

4)- Il ricorso all’astratto COME NEGATO (nell’apparire infinito) temo non risolva nulla, perché è palese che questi necessiti altresì della sua AFFERMAZIONE.

 

Roberto Fiaschi

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