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giovedì 27 febbraio 2025

160)- SE SUONANO, SONO I TESTIMONI DI SEVERINO…

 
Il Testimone del destino Alessandro Vaglia ha recentemente dichiarato:

<<non vi si deve scandalizzare se la verità l'ha indicata Emanuele Severino, direi piuttosto che lo scandalo sta nel non ammetterlo. Cioè nel non ammettersi. Cioè nel continuare a contraddirsi anche quando l'evidenza dello stante si manifesta nella filosofia>>.

Se suona incontraddittoriamente alla vostra porta, voi apritegli contraddittoriamente…


Roberto Fiaschi

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domenica 19 gennaio 2025

146)- «COME PUÒ SEVERINO CHE, IN QUANTO IO EMPIRICO NON PUÒ ESSERE NELLA VERITÀ, INDICARE LA VERITÀ?»


<<Di seguito riporto un passo, per me fondamentale e sul quale sto ulteriormente meditando, per rispondere in parte alla giusta domanda di molti critici : come può Severino, che a suo stesso dire, in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?

Consiglio, nella lettura di ciò che segue, a porre attenzione anche alle negazioni (spesso doppie) che l'autore usa in abbondanza.

Da La Gloria (Adelphi) pag 475:

"[...] un significato può distinguersi dalla parola, e oltrepassarla, solo in quanto esso è il destino della verità, ossia la dimensione semantica la cui negazione è autonegazione. L'affermazione che nel linguaggio della testimonianza del destino il destino non possa apparire non mostra che, nel linguaggio, quella negazione non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità. Tuttavia, proprio perché quell'autonegazione, pur manifestandosi nel linguaggio, appare come l'incontrovertibile (e appunto in questo apparire consiste l'élenchos), è necessario che appaia tutto ciò senza di cui l'incontrovertibile non sarebbe tale, ossia è necessario che appaia la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino appaia già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino appaia oltre il linguaggio">>.

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Orbene, temo che NEPPURE questo brano di Severino, del resto già noto, riesca a risolvere l’APORIA riassunta da Alessandro Tuzzato nella domanda: <<come può Severino, che a suo stesso dire,in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?>>.

Anzi, la precisazione apportata qui sopra da Severino a me pare ergersi come l’ultimo DISPERATO tentativo di ‘ricucire’ ciò che, per il suo stesso statuto ontologico, si è ‘strappato’ ab origine, giacché non può che ‘stare insieme’ in modo, appunto, APORETICO.

A guisa di premessa, giova sempre ricordare la concezione teoretica esplicitata da Severino e espressa (anche) in queste tre (tra molte altre) citazioni:

(1)- <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>> -  (Severino: La legna e la cenere);

(2)- l’<<io individuale NON PUÒ PENSARE la verità del destino, anche se questa è, come inconscio dell’inconscio, la verità del suo apparire ed essere: l’io dell’individuo NON È e NON PUÒ essere COSCIENTE del proprio essere veritativo. Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>> - (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 434. Maiuscoli miei: RF);

(3)- <<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’io empirico-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è impossibile che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità. Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler  assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>> - (Severino: La Gloria, Pag. 475. Parentesi quadre mie: RF; corsivo nel testo).

Possono bastare.

L’individuo-Severino ha scritto tutto ciò che abbiamo appena letto mediante il linguaggio della terra isolata ossia dell’ERRORE; ciò è difficilmente contestabile, anche perché lo afferma lui stesso...

Egli _ l’individuo-Severino _ ha perciò dichiarato che la testimonianza del destino, <<pur manifestandosi nel linguaggio>>, <<non mostra che, nel linguaggio, quella negazione [ = l’élenchos, ossia l’auto-negazione della negazione del destino: RF] non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Senonché, affermando ciò, allora sarà altrettanto IMPOSSIBILE che l’élenchos, cioè l’auto-negazione della negazione del destino, <<riesca ad essere>> almeno una parte, seppur la più importante, della testimonianza del <<destino della verità>>!

Se è _ e poiché è _ <<impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>, allora NON potrà essere o indicare <<il destino della verità>> NEPPURE quel <<contenuto del linguaggio>> costituito dall’élenchos!

Infatti, se tale élenchos riuscisse ad essere quel <<contenuto del linguaggio>> in grado di testimoniare (l’incontrovertibilità de) il destino, allora NON avrebbe più alcun senso ribadire continuamente l’impossibilità <<che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Una volta posto l’élenchos, la testimonianza del destino della verità seguirebbe senza ostacoli, e così CADREBBE anche la tesi severiniana secondo la quale <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>>.

Per cui NULLA IMPORTA che <<quell'autonegazione [della negazione del destino: RF], pur manifestandosi nel linguaggio, appa[ia] come l'incontrovertibile>>, perché a questa incontrovertibilità (all’élenchos) vi era giunto anche Aristotele, pur NON avendo affatto, egli, testimoniato alcun destino.

Certo, l’individuo-Severino _ il quale, in quanto individuo, è impossibilitato a <<PENSARE la verità del destino>> poiché è situato, come tutti noi <<all’interno di una fede>> _, nel su riportato brano PENSA che sia

<<necessario che APPAIA la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino APPAIA già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino APPAIA oltre il linguaggio">> (maiuscoli miei: RF).

Ma se tutto ciò è <<necessario che APPAIA>>, allora, daccapo, NON HA PIÙ ALCUN SENSO ( = è FALSA) la tesi circa l’impossibilità <<che ciò che APPARE all’interno di una fede sia il destino della verità>>!

Queste due tesi sono incomponibili, quindi, RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI…

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 2 dicembre 2024

131)- SE IL CREDENTE-SEVERINIANO NON TOLLERA I DIVERSAMENTE-CREDENTI POICHÉ NON SI RITIENE UN CREDENTE…

 

In una pagina Facebook dedicata alla filowsofia e soprattutto al filosofo Emanuele Severino, un <<Esperto del gruppo>> rispondente al nome di Enrico Andreoli, scrive infastidito:

<<è veramente paradossale che decine e decine di credenti si siano dati convegno su questa pagina dedicata al pensiero di un filosofo che nega logicamente la possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>.

Ora, prima di scendere nel dettaglio, giova sapere che Enrico Andreoli, davvero bravissimo scrittore, è tuttavia un fervente CREDENTE-SEVERINIANO, se non altro perché son diversi anni che va ripetendo UNICAMENTE, SEMPRE E SOLTANTO il seguente mantra:

<<sono più di 50 che nessuno ha confutato la risoluzione severiniana dell’aporia del nulla>>.

Lasciamoglielo CREDERE, visto che egli si attiene (CREDE) strettamente a tale presunta risoluzione senza il minimo senso critico, CREDENDO nella sua (presunta) inconfutabilità.

Pertanto, qui NON interessa commentare questa sua FEDE esibita ad ogni piè sospinto a guisa di ‘litania’; essa è stata commentata altrove, nel presente blog, ad esempio nei post nn. 5, 29, 53, 61, 83, 89, 98, 102, 103 e 104.

Qui interessa mostrare in primo luogo come ad alcuni severiniani appaia insopportabile che, laddove il tema centrale sia la filosofia di Severino, vi sia ancora qualche <<credente>> che si ostini a non riconoscere il suo ‘Verbo’, sì, perché in una pagina interamente dedicata al filosofo bresciano, tutti i suoi frequentatori dovrebbero esser ormai edotti del, ed ALLINEATI al suo pensiero, possibilmente senza manifestare troppi dubbi argomentati e critiche serrate poiché essi sarebbero retaggio di chi, ancora <<credente>> e per giunta nichilista, non avrebbe studiato (o compreso) abbastanza Severino.

Per quanto riguarda il post in oggetto di Enrico Andreoli, mi domando:

è mai possibile che il discrimine per partecipare alle discussioni debba consistere nel riconoscimento della negazione della <<possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>?

Come a dire: chi vuol discutere qui, DEVE previamente aver accettato il dogma secondo cui NIENTE può <<essere creato e distrutto dal e nel Nulla!>>

Questa davvero FARLOCCA concezione verrà considerata in un post apposito.

Stando più sul generale, al nostro Enrico Andreoli <<infastidisce interagire>> con la <<protervia con cui [i <<credenti>>] agiscono atti di pura fede indimostrabile ed illogici (naturalmente) pretendendo che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica. Come S io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ora, lasciam da parte la solita, trita e ritrita sciocchezza secondo la quale chi esercita degli atti di fede PRETENDEREBBE (!!!) <<che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>.

Non so chi Enrico Andreoli abbia conosciuto per poter attribuire una simile castroneria ai <<credenti>>, come egli ama generalizzare.

Sebbene egli si picchi di scrivere <<il sermone per la Messa di Natale>> per il suo <<amico parroco della basilica di San Lorenzo in Milano>>, evidentemente si ferma lì, per quanto riguarda la sua conoscenza del mondo cristiano, giacché penso che nessun <<credente>> (forse neppure il più ottuso dei fondamentalisti) si sognerebbe di affermare che la propria Fides quae PRETENDA aver <<lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>!

Naturalmente ciò NON significa affatto avallare totalmente il Credo quia absurdum, bensì vuol dire che la fede può avanzare anche delle RAGIONI per sé, certamente NON incontrovertibili ma pur sempre RAGIONI, ben sapendo, tuttavia e fortunatamente, che esse NON esauriscono l’intero Cristianesimo, altrimenti Dio sarebbe PRONO alle lenti di ingrandimento della sola logica!

Per cui la <<protervia>> che il Nostro attribuisce ai <<credenti>>, forse è innanzitutto un proprio parto circa il quale egli pare NON possedere sufficienti ‘diottrie’ per avvedersene.

Dopodiché osserva:

<<Come S[everino] io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ecco la sentenza scontata, mutuata acriticamente da Severino, come si convien ad ogni buon RIPETITORE FEDELE al proprio dispensatore di Verità pur millantando di esser completamente dalla parte della SOLA RATIO!

Il presupposto soggiacente a simile stramberia consiste nella convinzione che la verità debba sempre e soltanto APPARIRE, altrimenti, in caso contrario, NON sarebbe verità ma, appunto, ERRORE, cioè, severinianamente: FEDE.

Vi son più presupposti fideistici in tale convinzione che in tutte le religioni messe assieme!

Peraltro, per Severino, OGNI essere umano è siffatto ERRORE/FEDE; infatti, Enrico Andreoli dovrebbe sapere che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’errore/individuo] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 446).

E, sebbene per Severino <<il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto>>, quindi <<la verità appare, splende sempre>> (da: La cosa e il segno. Intervista ad Emanuele Severino su linguaggio, ontologia e Destino. Lo Sguardo - rivista di filosofia - N. 15, 2014 (ii)), Enrico Andreoli dovrebbe altresì accorgersi del carattere FIDEISTICO della tesi secondo la quale <<la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire>>, cioè la verità è nascosta a <<quegli enti che chiamiamo “uomini>>, nonostante <<l’apparire della verità costituisc[a] anche l’esser uomo in quanto tale>> e nonostante l’uomo sia <<destinato a non sentire la verità>> (La struttura originaria, pag. 89), in quanto egli è strutturalmente <<errore>>, tale da esser <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>> (Severino: La legna e la cenere).

Non sono, tutte queste, asserzioni da CREDERE in blocco, nonostante la loro palese contraddittorietà?

Tanto più Enrico Andreoli dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda, soprattutto al seguito della seguente curiosa ( = leggasi: FURBA) osservazione di Severino:

<<l’apparire della verità costituisce anche l’esser uomo in quanto tale, ma non ogni uomo è una testimonianza: non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>: soltanto Severino lo è…

Infatti, il filosofo bresciano è consapevole della contraddittorietà rappresentata dalla sua tesi secondo la quale è impossibile che un INDIVIDUO-ERRORE-FEDE possa testimoniare il veritativamente il destino.

Però GLISSA abilmente, cercando di ritagliare per sé (derogando alla sua tesi circa l’erroneità dell’individuo) la possibilità di esser uno di quegli uomini uniti <<al linguaggio che testimonia questa presenza>>, visto che _ a suo dire _ <<non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>, tranne lui ed eventuali altri…

CONTRAVVENENDO perciò a quanto letto sopra, ossia che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’individuo-errore-fede] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Cusano: op. cit.).

Sarebbe allora il caso che Enrico Andreoli si domandasse perché, pur essendo <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>>, l’individuo-Severino riesca, invece, a esserne un’ECCEZIONE.

QUESTA NON È FORSE FEDE, caro Enrico Andreoli?

Qui (e altrove), Severino non è forse ritenuto alla stessa stregua di un MESSIA (o LOGOS giovanneo) portatore della LIETA NOTIZIA ( = Evangelo) secondo cui tutti noi siamo già eternamente salvi? E come immancabilmente lo stesso Enrico Andreoli, da buon CREDENTE in Severino _ quest’ultimo, infatti, è un autentico PRIVILEGIATO ONTOLOGICO, perché, pur essendo UN individuo-errore (tra miliardi), guarda caso avrebbe avuto il PRIVILEGIO ( = la GRAZIA, diremmo noi miseri CREDENTI) di essere <<unito al linguaggio che testimonia questa presenza>> _, si è affrettato a RIPETERE il dogma:

<<basta che non sia un trascendente che garantisca salvezza perché il mortale non ha alcun bisogno di essere salvo>>?

Stendiamo un velo pietoso e domandiamo:

Può, il nostro Enrico Andreoli (ma prima ancora lo stesso Severino), legittimamente ASTRARSI dalla categoria dei CREDENTI per collocarsi comodamente ed un po’ altezzosamente in quella dei testimoni della Verità?

A voi la risposta...

 

Roberto Fiaschi

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martedì 2 luglio 2024

107)- SEVERINO, O UN ‘OCCHIO CIECO’ CHE PRETENDE DI ‘VEDERE’

 


Come anticipato nel precedente post (n° 106), il filosofo Emanuele Severino sostiene che la VERITÀ appaia SEMPRE e OVUNQUE, e che

<<[…] per vedere che il destino sia nella parola [che lo testimonia] è cioè necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>.  (Severino: “La Gloria”, Pag. 475, maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Come CONCILIARE quest’affermazione con quest’altra dello stesso Severino?

<<Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>. (“La legna e la cenere”).

NON possono conciliarsi.

Infatti, l’individuo-errore, per testimoniare il destino, è necessario che <<veda il destino>>, ovviamente.

Ma è proprio ciò che egli NON può fare, visto che <<l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> (Severino; ibidem).

E se <<è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>, allora quel che l’individuo-Severino VEDE, alfine di testimoniarlo, NON è il destino della verità.

Quindi NON si può neppure <<vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò">>, perché, per poterlo VEDERE, sarebbe <<necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino>> che, invece, per l’INDIVIDUO è impossibile VEDERE.

Al che, Severino precisa:

<<Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>. (“La Gloria”, Pag. 475).

Certo, la verità non è impossibile, ma l’individuo _ per come viene concepito nella filosofia severiniana _ NON la può VEDERE.

Ma allora, che senso ha affermare che <<la volontà [ = l’individuo-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>?

Se infatti <<il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, allora:

1)- o (AUT) è FALSO che l’individuo sia <<il non illuminabile, perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> e quindi è FALSO che sia errore il <<concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>;

2)- Oppure (AUT) è FALSO che il destino appaia <<già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, se non altro perché l’individuo-errore NON è affatto <<al di fuori dell’isolamento>>, vi è INTER(N)AMENTE immerso e quindi NON lo può VEDERE, giacché, sempre come sentenzia Severino:

<<è IMPOSSIBILE che ciò che appare ALLINTERNO di una fede sia il destino della verità>>.

Conclusione:

<<Nemmeno la volontà [dell’individuo] di testimoniare il destino della verità può ottenere ciò che essa vuole. Anche questa testimonianza FALLISCE>>. (Severino: “La Gloria”, pag. 397).

Ma allora, dov’è l’AUTENTICA testimonianza NON-FALLIMENTARE del destino?

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 28 giugno 2024

106)- SE SEVERINO SMENTISCE SE STESSO…

1)- L’INDIVIDUO Emanuele Severino HA SCRITTO i libri che portano il suo nome, ritenendo di testimoniare in ed attraverso essi il destino dell’essente.

2)- L’asserto espresso in (1) NON È UNA VERITÀ del destino bensì sarebbe, secondo Severino, una persuasione ERRONEA, una FEDE, all’interno della quale appare la persuasione che un individuo rispondente al nome di Emanuele Severino sia l’autore dei propri testi. Infatti il filosofo bresciano NEGA il punto (1) perché, se egli fosse l’autore ossia <<Se fosse L'INDIVIDUO a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti DELL'INDIVIDUO>>. (Severino: “La legna e la cenere”, Rizzoli. Maiuscoli miei).

3)- Invece, prosegue Severino, <<Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No! PERCHÉ SE "IO" È AD ESEMPIO IL SOTTOSCRITTO, CON QUESTA STRUTTURA FISICA DETERMINATA, ALLORA SAREBBE COME DIRE CHE UN OCCHIO CIECO PUÒ VEDERE LA VERITÀ. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l'individuo. […] L'apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All'opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. […] Invece dobbiamo dire che l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore. […] All'opposto, la verità include me e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell'errore>>. (Severino. Op. cit. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

4)- Dunque, egli ha appena affermato che <<BISOGNA VEDERE L'ERRORE del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò" [ = la testimonierò]>> e che <<Se CI SI RENDE CONTO che l'individuo è errore [etc…], allora [etc…]>>.

5)- Al contempo, però, si è appena visto che <<l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE>>.

Sorge la domanda:

6)- A CHI è riferito il DOVERE di <<VEDERE L'ERRORE>> e il RENDERSI CONTO <<che l'individuo è errore>>?

7)- NON CERTO al destino o all’io del destino, giacché _ secondo il filosofo bresciano _, esso lo vede e se ne rende conto DA SEMPRE.

8)- Allora, è palese, non può che esser riferito allo stesso INDIVIDUO, cioè ad una qualsiasi persona che legge (o ascolta) le parole dell’INDIVIDUO Severino.

9)- Peccato, però, che l’INDIVIDUO Severino _ in base alle sue stesse parole _ NON possa invitare altri INDIVIDUI a VEDERE e a RENDERSI CONTO di ciò ( = della verità del punto (3)) che NEPPURE LUI (perciò NEANCHE i suoi libri) può vedere e rendersi conto!

10)- Affinché l’INDIVIDUO SI RENDA CONTO con verità <<che l'individuo è errore>>, sarebbe però necessario che il punto (3) SMENTISSE SE STESSO, cioè che NEGASSE che <<"io" ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata>> sia come <<UN OCCHIO CIECO>> che NON possa <<VEDERE LA VERITÀ>>, giacché RENDERSI CONTO <<che l'individuo è errore>> implica che "io" NON sia come <<UN OCCHIO CIECO>>, appunto perché VEDREI la verità secondo la quale <<l'individuo è errore>>!  

11)- Se, invece, (3) NON SMENTISCE SE STESSO, allora è IMPOSSIBILE che l’individuo veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale <<l'individuo è errore>> impossibilitato a vedere ( = a testimoniare!!!) la verità!

Parimenti, se (3) NON SMENTISCE SE STESSO, è altresì IMPOSSIBILE che Severino ( = qualsiasi individuo) veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale (1) è FALSO!

12)- Poiché egli NON può affatto SMENTIRE il punto (3), che funge da asse portante di tutta la sua impalcatura filosofico-ontologica, allora è FALSO che (1) sia FALSO!

13)- Ripetiamolo: se fosse VERO che (1) sia FALSO, infatti, dovremmo NEGARE (3), altrimenti, come detto in (11), sarebbe IMPOSSIBILE che egli veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale (1) è FALSO…

14)- Ma siccome (1) NON È FALSO, allora Severino (o qualsiasi altro individuo) NON PUÒ AFFATTO TESTIMONIARE alcun fantomatico destino il quale, sostiene lo stesso Severino, NON può esser testimoniato da un individuo <<con questa struttura fisica determinata>> cioè dall’individuo del punto (1), perché <<sarebbe come dire che un OCCHIO CIECO PUÒ VEDERE LA VERITÀ>>.

Come dite? Severino sostiene che la VERITÀ APPAIA SEMPRE e OVUNQUE, e che <<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino>>?  (Severino: La Gloria, Pag. 475).

Nel prossimo post…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 7 ottobre 2023

100)- LA TESTIMONIANZA DEL DESTINO NEGA SE STESSA IN DUE MOSSE

In relazione al post n° 97, così replica Alessandro Vaglia di Officina di filosofia teoretica:

<<CONTRO Roberto Fiaschi. L'errore che appare appare al destino, che siamo ognuno di noi in quanto negazione dell'errore o apparire trascendentale. Il resto non lo capisco. Se il contenuto dell'apparire trascendentale è considerato come separato dall'apparire allora scaturisce l'errore o individuo appunto. Tutto qui. Parliamoci chiaro io e te Roberto. Tu pensi di essere il luogo ove tutto appare e qui e ora? Il Destino è questo luogo o luogo dell'apparire trascendentale che non è luogo fra i luoghi ma ove ogni luogo appare.

Noi come individui questo non lo crediamo affatto.

Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo.

Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega.

Noi e non Emanuele Severino, e quel suo povero linguaggio, Emanuele Severino è il sopraggiungere di questo tratto del linguaggio testimoniante il destino di ognuno di noi. Che tu voglia cominciare dall'errore che è errare per pervenire alla verita, questa è la impossibile implicazione della verità stessa>>.

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Tutto molto chiaro.

Ecco le DUE MOSSE preannunciate nel titolo:

(1)<<Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo>>.

(2)<<Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega>>.

Entrambi i punti intendono esprimere un tratto della VERITÀ del destino severiniano.

Ma, così scrivendo, l’individuo-errore-Alessandro Vaglia NEGA il costituirsi del punto (2), perché se quest’ultimo indica la verità del nostro essere io del destino, allora, accettando il punto (1) NON possiamo in alcun modo affermare (2), visto che quest’ultimo è scritto/affermato da (1) cioè dall’individuo-errore-Alessandro Vaglia che NON PUÒ conoscere quanto ha scritto in (2).

Pertanto, se (1) afferma la verità dell’individuo, allora (2) è NEGATO.

Inoltre, se (1) dice la verità sull’individuo-errore, allora (1) NEGA anche SE STESSO, perché l’individuo NON PUÒ SAPERE neppure di essere errore, come invece questi mostra di sapere scrivendo (1).

Senonché Alessandro Vaglia precisa successivamente:

<<L'errore non può sapere della verità è chiaro e limpido per il suono in superficie che sommerso suona male. Ma io si ripete, non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino. INDIVIDUO è un linguaggio, e DESTINO è un altro linguaggio, due sopraggiungenti. In quanto linguaggi sono e sono diversi, ma il loro contenuto è lo stesso o l'essere, ma mentre uno, quello che parla di individuo, parla di una verità completamente distorta l'altro, quando parla di apparire dell'essere io del destino, afferma quello che afferma in contraddizione C>>.

Purtroppo, ANCHE in questo brano è già bell’e dispiegata LA SUA COMPLETA NEGAZIONE.

Infatti, quand’anche sussistessero quei due linguaggi ( = il linguaggio dell’individuo ed il linguaggio del Destino), a PARLARNE/SCRIVERNE è però sempre il medesimo individuo-errore che li alterna (o che essi in lui vanno alternandosi) a seconda dell’oggetto da comunicare.

Essendo perciò sempre il medesimo individuo-errore ad esprimersi mediante due linguaggi, la CONSAPEVOLEZZA di entrambi da parte dell’individuo-errore NEGA il punto (1), giacché quei due linguaggi lo mettono in condizione di CONOSCERE/di esser CONSCIO sia del punto (1) che del (2), dei quali, invece, NON PUÒ avere consapevolezza alcuna, poiché egli è individuo-errore.

Non solo, ma secondo Severino, <<la malattia del linguaggio che testimonia il destino prevale sulla malattia del linguaggio che testimonia la terra isolata>> (Severino: Educare al pensiero. Editrice La Scuola; Brescia 2012).

Il che conferma che a parlare/scrivere i due linguaggi MALATI sia sempre il medesimo individuo-errore, essendovi perciò UN SOLO linguaggio, SEMPRE LO STESSO, sia che testimoni la terra isolata sia che testimoni il destino.

Pertanto l’alternanza dei due linguaggi NON si traduce nell’alternanza di DUE SOGGETTI, quali sarebbero l’io del destino e l’io individuale-errore.

Quindi NON è non-credibile l’affermazione:

<<io non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino>>,

perché se a parlare <<il linguaggio del destino>> fosse davvero l’io del destino, questi NON potrebbe testimoniare la propria verità mediante LO STESSO LINGUAGGIO MALATO utilizzato dall’io individuale-errore per testimoniare la terra isolata.

Infine, alla mia domanda che chiedeva se, in quel momento del nostro dialogo, io stessi parlando con l’individuo-errore-Alessandro Vaglia oppure con il suo io del destino, egli mi ha risposto:

<<dipende se parli di libertà e io sono d'accordo con te, parli il linguaggio dell'individuo, se parli di essere che si trasforma e io sono d'accordo con te parli nuovamente con il linguaggio dell'individuo, ecc.. se parli di apparire dell'essere sé dell'essente o di eternità di OGNI essente allora parli il linguaggio del Destino>>.

Ma, anche in questa risposta, egli NEGA suo malgrado il punto (1), appunto perché l’individuo-errore-Alessandro Vaglia (o Severino…) mostra qui di essere ben CONSAPEVOLE del punto (2) che, invece, da (1) individuo-errore qual egli è, NON può che IGNORARE.

È dunque palese:

la tesi dell’avvicendarsi dei due linguaggi ( = dell’individuo-errore e del destino), è una tesi NEGANTE il suddetto punto (1), che è un punto FONDAMENTALE per l’economia dell’intera filosofia severiniana…

 

Roberto Fiaschi

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domenica 24 settembre 2023

96)- L’INESISTENTE TESTIMONE DEL DESTINO DELLA VERITÀ


Dal gruppo Officina di filosofia teoretica, riporto un’affermazione scritta da Alessandro Vaglia:

<<un uomo non può essere detentore della verità perché

o l'uomo è la verità e allora "la verità è la verità" non è la verità

o un uomo non può essere la verità. E questo per tutti gli uomini. [Etc…]>>.

Perfetto.

Adesso riporto quest’altra, recentissima, sempre scritta da lui:

<<ormai io sono testimone del destino della verità>>.

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Quindi:

(A)- o Alessandro Vaglia <<è la verità e allora "la verità è la verità" non è la verità>>,

(B)- oppure Alessandro Vaglia <<non può essere la verità>>.

Nel caso (B), egli è un ERRORE e come tale NON PUÒ TESTIMONIARE il <<destino della verità>>, altrimenti sarebbe <<la verità>>, come indicato al punto (A).

Nel caso (A), Alessandro Vaglia <<è la verità>>;

ma se fosse così, egli si SMENTIREBBE da sé, giacché, scrivendo che <<allora "la verità è la verità" non è la verità>>, sta dicendo che la verità ( = "la verità è la verità") della quale intende dare testimonianza NON è la verità (appunto perché la verità sarebbe Alessandro Vaglia e non "la verità è la verità"), per cui, anche qui, egli si ritroverebbe catapultato al punto (B):

Alessandro Vaglia <<non può essere la verità>>.

Dunque, se è vero che <<un uomo non può essere detentore della verità>> e quindi se è vero che Alessandro Vaglia <<non può essere la verità>>,

allora NON è vero che Alessandro Vaglia sia <<testimone del destino della verità>>,

perché, se egli lo fosse,

sarebbe FALSO che <<un uomo non [possa] essere detentore della verità>>.

Ed infatti dovrebbe esser FALSO, giacché egli si è proclamato <<testimone del destino della verità>>, ed in virtù del LEGAME che unisce la verità a colui che la conosce e che perciò se ne fa testimone, allora bisognerà concludere affermando che Alessandro Vaglia <<è la verità>> (almeno per quel tanto di verità che egli possiede _ a livello conoscitivo _ al fine di poterla testimoniare, ché, se non la possedesse affatto _ se non la conoscesse affatto _, non potrebbe assolutamente testimoniarla).

Ma così, gli accade quanto visto al punto (A), cioè che <<allora "la verità è la verità" non è la verità>>.

Insomma, comunque la si voglia rigirare, Alessandro Vaglia (come qualsiasi altro individuo) NON può essere <<testimone del destino della verità>> perché, in quanto è uomo, <<non può essere detentore della verità>>.

 

Roberto Fiaschi

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