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giovedì 20 febbraio 2025

156)- EGON KEY: «DIMOSTRAZIONE» DELL’IO DEL DESTINO?

Riprendo, dal gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino, una serie di interventi di Egon Key circa la tesi severiniana dell’inesistenza (o l’illusorietà) dell’io-empirico, da lui riassunta in questi termini:

<<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Non posso che partir dal presupposto di esser io-empirico-Roberto, qui ed ora, a scrivere ciò che voi-io-empirici state leggendo, così come non potrete che esser voi-io-empirici a leggere ciò che ho scritto. QUESTO è il mio nonché COMUNE/UNIVERSALE presupposto di partenza.

Adesso, invece, andremo a cercare nei vari passaggi di Egon Key la DIMOSTRAZIONE (filosofica) dell’esistenza dell’Io trascendentale e, quindi, della contigua NEGAZIONE di tale presupposto ossia dell’io-empirico, la cui esistenza viene normalmente tacciata di INGENUITÀ pre-filosofica. La filosofia ha la vocazione di sottoporre tutto a critica (altrimenti cosa ci starebbe a fare?), per cui essa non si accontenta del senso comune e di ciò che comunemente/universalmente appare.

Nell’eventuale ASSENZA di esse (DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE), continuerò a tenermi ben stretto il mio 'presupposto'.

Se non altro perché non posso, io-empirico, DIMOSTRARE questo mio presupposto di base, perché, per farlo, sarei pur sempre io-empirico (o qualcun altro: e CHI, se no?) a dover DIMOSTRARE in via non-presuppositiva di essere il consapevole lettore/autore dei miei post (od un qualunque altro io: e CHI, se no?), trovandomi perciò nella bizzarra situazione ove io, in quanto PRESUPPOSTO INDIMOSTRATO, dovrei DIMOSTRARE non-presuppositivamente di esser davvero io quel <<"qualcuno", inteso come soggetto>> che effettua consapevolmente una (o che è l’autore della) DIMOSTRAZIONE!

Cominciamo perciò la ricerca di quella DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE, portandoci sul seguente brano di Severino che Egon Key riporta:

<<si potrebbe affermare con verità l'esistenza di "qualcuno" "a" cui l'apparire apparisse e che si costituisse come qualcosa di diverso dall'apparire stesso (ad esempio come "individuo umano", "persona", "corpo", "cervello", "mente", ecc), solo se tale esistenza fosse qualcosa che appare "nel" cerchio dell'apparire del destino della verità; ma allora il "qualcuno" non sarebbe qualcosa di diverso dall'apparire, qualcosa "a" cui l'apparire dovrebbe apparire, ma sarebbe, appunto, un contenuto dell'apparire>> - ("La Gloria", Adelphi, p. 213).

Altrove, subito dopo questo brano di Severino, Egon Key fa seguire questa ulteriore precisazione:

<<Ad abundantiam: l'apparire appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe in un regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Sempre in altro post, ma strettamente connesso al tema in oggetto, Egon Key scrive:

<<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono. Ossia: è un contenuto del cerchio dell'apparire anche il (creduto) "mio" atto coscienziale: «l'attuale apparire [di qualcosa] non è 'mio', ma sono io stesso» [in quanto cioè "Io del destino"] ("La terra e l'essenza dell'uomo", p. 215). Scrive ancora Severino: «l'apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare [...] Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi [uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire] . L'apparire della verità non è la coscienza che "uno" ha della verità» ("La legna e la cenere"). D'altra parte, la dimostrazione offerta qui sopra è limpida e di facile comprensione: l'apparire appare a sé stesso, il destino appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe nel regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Ecco, qui sopra Egon Key parla di <<dimostrazione>>.

A quale dimostrazione si riferisce?

A questa; rileggiamola:

<<Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi>>.

Come egli ha osservato, essa <<è limpida e di facile comprensione>>, ma NON è una DIMOSTRAZIONE o, se intende esserla, a mio parere NON coglie nel segno.

Vediamo.

La DIMOSTRAZIONE, secondo Egon Key, consisterebbe nel comprendere che, SICCOME <<il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano>>, cioè <<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono>>, ALLORA, con ciò, sarebbe DIMOSTRATO che <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>, appunto perché io-empirico <<appartengo a uno di questi luoghi>>. 

Ma, ripeterei, questa NON è una DIMOSTRAZIONE bensì è soltanto l’ESPLICITAZIONE di una tesi o, al meglio, è la PARVENZA di una DIMOSTRAZIONE, giacché l’essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON esaurisce le alternative alla conclusione secondo la quale, ALLORA, <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>. 

Infatti, il MIO essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON TOGLIE affatto che quei <<tanti che appaiono>> siano illuminati da ME nel mentre che io-empirico illumino ANCHE ME STESSO, cioè nel momento in cui sono AUTO-cosciente del mio illuminarMI, oltre che cosciente di illuminare anche i contenuti di cui sono cosciente (tra i quali, appunto, vi sono io).

Dunque, io-empirico sono <<il lanternaio che fa' luce sui luoghi>> facendo luce anche su me stesso (cioè AUTO-illuminandomi) come <<un contenuto>> tra i tanti che MI appaiono, così come una lampada illumina ciò che le sta intorno illuminando ANCHE SÉ STESSA come uno dei molti oggetti illuminati. 

Io-empirico, perciò, sono illuminante ( = cosciente de) gli oggetti, illuminante ME STESSO ( = AUTO-cosciente) nel mentre che so ( = cosciente di essere AUTO-cosciente) di illuminare i tanti oggetti.

Quindi, se <<l'apparire appare a stesso>>, questo <<a stesso>> è il MEDESIMO <<"a qualcuno">> _ è l’io-empirico _ a cui l’apparire appare apparendo, appunto, <<a stesso>>.

Per cui è tolto il <<regressus in indefinitum>> _, se a sua volta <<quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno">>…

L’io-empirico è lo stesso cerchio dell’apparire FINITO, poiché tale <<"qualcuno">> non è <<qualcosa di diverso dall'apparire>>, essendo, tale <<"qualcuno">>, lo stesso io-empirico il quale, in quanto AUTO-cosciente ( = cosciente di sé), appare-a-sé nelle vesti del ME, cioè appare a sé (anche) come CONTENUTO riflessivo di sé stesso…

Egon Key precisa che <<l'Io è il trascendentale di cui tutto ciò che appare è un contenuto; e il contenuto include il proprio apparire, diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire: è presente (all'apparire trascendentale) la presenza (apparire empirico) del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza). In tal senso, dunque, un qualsiasi contenuto che appare NON è "mio", ma SONO IO STESSO, in quanto Io del destino). Pertanto: all'apparire trascendentale che "io" sono (in quanto, in verità, esser Io del destino, ossia uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire) appare l'apparire empirico (l'apparire di un albero), cioè tale contenuto coscienzale>>.

Ma che nell’Io trascendentale <<il contenuto includ[a] il proprio apparire>> perché <<diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire>>, è asserzione che può benissimo essere ascritta all’io-empirico.

Infatti, come già visto, l’io-empirico è una lampada che, illuminando l’ambiente circostante (gli oggetti), ILLUMINA ANCHE SÉ STESSA, il che vuol dire, fuor di metafora, che <<il contenuto include il proprio apparire>> in quanto è AUTO-coscienza, coscienza di sé.

Infatti, è presente all’io-empirico la presenza <<del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza)>>; cioè all’io-empirico <<la presenza (apparire empirico) del qualcosa>> è presente, è saputa, giacché tale io è <<coscienza dell’autocoscienza>>, cioè cosciente di SAPERE-di-SÉ, di essere AUTO-COSCIENTE.

Per Severino <<Solamente il presupposto dell'inobiettivabilità del pensare porta a ritenere che, pensando, si formi sì, all'interno del pensiero, uno spettacolo, ma che l'apparire dello spettacolo non faccia parte dello spettacolo stesso, ma che se ne stia dietro le spalle, come una sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>> - (“Essenza del nichilismo”).

Senonché, il pensare è OBIETTIVABILE nella misura in cui sono conscio del (mio) pensare.

l’io-empirico, proprio in quanto AUTO-cosciente, NON può essere paragonato a quella <<sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>>, appunto perché l’AUTO-coscienza è precisamente quello stare alla luce DI SÉ da parte di sé cioè dell’io, AUTO-coscienza che invece Severino vorrebbe riferire soltanto ad un RIDONDANTE Io trascendentale.

L’<<apparire dello spettacolo>> fa parte <<dello spettacolo stesso>>, ed in ciò consiste l’AUTO-coscienza dell’io-empirico, altrimenti saremmo soltanto coscienti, non AUTO-coscienti.

Giunto al termine, dopo aver setacciato tutti i vari brani di Egon Key, nessuna DIMOSTRAZIONE è stata rintracciata; soltanto il suo tono ASSEVERATIVO ha potuto dare la falsa impressione di avere dinanzi un post che DIMOSTRASSE la tesi da lui sostenuta.

 

Roberto Fiaschi

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domenica 19 gennaio 2025

146)- «COME PUÒ SEVERINO CHE, IN QUANTO IO EMPIRICO NON PUÒ ESSERE NELLA VERITÀ, INDICARE LA VERITÀ?»


<<Di seguito riporto un passo, per me fondamentale e sul quale sto ulteriormente meditando, per rispondere in parte alla giusta domanda di molti critici : come può Severino, che a suo stesso dire, in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?

Consiglio, nella lettura di ciò che segue, a porre attenzione anche alle negazioni (spesso doppie) che l'autore usa in abbondanza.

Da La Gloria (Adelphi) pag 475:

"[...] un significato può distinguersi dalla parola, e oltrepassarla, solo in quanto esso è il destino della verità, ossia la dimensione semantica la cui negazione è autonegazione. L'affermazione che nel linguaggio della testimonianza del destino il destino non possa apparire non mostra che, nel linguaggio, quella negazione non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità. Tuttavia, proprio perché quell'autonegazione, pur manifestandosi nel linguaggio, appare come l'incontrovertibile (e appunto in questo apparire consiste l'élenchos), è necessario che appaia tutto ciò senza di cui l'incontrovertibile non sarebbe tale, ossia è necessario che appaia la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino appaia già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino appaia oltre il linguaggio">>.

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Orbene, temo che NEPPURE questo brano di Severino, del resto già noto, riesca a risolvere l’APORIA riassunta da Alessandro Tuzzato nella domanda: <<come può Severino, che a suo stesso dire,in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?>>.

Anzi, la precisazione apportata qui sopra da Severino a me pare ergersi come l’ultimo DISPERATO tentativo di ‘ricucire’ ciò che, per il suo stesso statuto ontologico, si è ‘strappato’ ab origine, giacché non può che ‘stare insieme’ in modo, appunto, APORETICO.

A guisa di premessa, giova sempre ricordare la concezione teoretica esplicitata da Severino e espressa (anche) in queste tre (tra molte altre) citazioni:

(1)- <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>> -  (Severino: La legna e la cenere);

(2)- l’<<io individuale NON PUÒ PENSARE la verità del destino, anche se questa è, come inconscio dell’inconscio, la verità del suo apparire ed essere: l’io dell’individuo NON È e NON PUÒ essere COSCIENTE del proprio essere veritativo. Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>> - (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 434. Maiuscoli miei: RF);

(3)- <<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’io empirico-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è impossibile che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità. Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler  assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>> - (Severino: La Gloria, Pag. 475. Parentesi quadre mie: RF; corsivo nel testo).

Possono bastare.

L’individuo-Severino ha scritto tutto ciò che abbiamo appena letto mediante il linguaggio della terra isolata ossia dell’ERRORE; ciò è difficilmente contestabile, anche perché lo afferma lui stesso...

Egli _ l’individuo-Severino _ ha perciò dichiarato che la testimonianza del destino, <<pur manifestandosi nel linguaggio>>, <<non mostra che, nel linguaggio, quella negazione [ = l’élenchos, ossia l’auto-negazione della negazione del destino: RF] non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Senonché, affermando ciò, allora sarà altrettanto IMPOSSIBILE che l’élenchos, cioè l’auto-negazione della negazione del destino, <<riesca ad essere>> almeno una parte, seppur la più importante, della testimonianza del <<destino della verità>>!

Se è _ e poiché è _ <<impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>, allora NON potrà essere o indicare <<il destino della verità>> NEPPURE quel <<contenuto del linguaggio>> costituito dall’élenchos!

Infatti, se tale élenchos riuscisse ad essere quel <<contenuto del linguaggio>> in grado di testimoniare (l’incontrovertibilità de) il destino, allora NON avrebbe più alcun senso ribadire continuamente l’impossibilità <<che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Una volta posto l’élenchos, la testimonianza del destino della verità seguirebbe senza ostacoli, e così CADREBBE anche la tesi severiniana secondo la quale <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>>.

Per cui NULLA IMPORTA che <<quell'autonegazione [della negazione del destino: RF], pur manifestandosi nel linguaggio, appa[ia] come l'incontrovertibile>>, perché a questa incontrovertibilità (all’élenchos) vi era giunto anche Aristotele, pur NON avendo affatto, egli, testimoniato alcun destino.

Certo, l’individuo-Severino _ il quale, in quanto individuo, è impossibilitato a <<PENSARE la verità del destino>> poiché è situato, come tutti noi <<all’interno di una fede>> _, nel su riportato brano PENSA che sia

<<necessario che APPAIA la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino APPAIA già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino APPAIA oltre il linguaggio">> (maiuscoli miei: RF).

Ma se tutto ciò è <<necessario che APPAIA>>, allora, daccapo, NON HA PIÙ ALCUN SENSO ( = è FALSA) la tesi circa l’impossibilità <<che ciò che APPARE all’interno di una fede sia il destino della verità>>!

Queste due tesi sono incomponibili, quindi, RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI…

 

Roberto Fiaschi

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mercoledì 18 dicembre 2024

139)- ETICITÀ NELLA FILOSOFIA DI SEVERINO?


Riporto il seguente scritto di Sebastiano Dell'Albani:

<<FROM SD’S LIBRARY -POST N.92 – 17 DICEMBRE 2024

IL PENSIERO DI SEVERINO HA PROFONDE RICADUTE ETICHE NELLA PRASSI DELL’UOMO.

Il sistema filosofico di Severino è profondamente intrecciato con la dimensione etica, anzi è il sistema in cui l’etica assurge a primaria importanza. Infatti cosa può esserci di più etico che mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte e riuscire a vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere e che sola si oppone alla violenza e alla morte? L’etica della verità. La luce della verità giace nel profondo dell’essere dell’uomo. Ma egli non può vederla perché il nichilismo (nichilismo= far coincidere tutti gli enti, uomo compreso, con il nulla) l’errore profondo che avvolge le coscienze umane non permette di vedere questa luce. Ma l’uomo è l’apertura alla verità e come tale può riflettere su questo esiziale errore e liberarsene. La filosofia di Severino mette pienamente in luce questo errore e per ciò stesso, contrariamente a quanto pensano in molti, troppi, ha una profondità etica straordinaria. Non può esserci nulla di più etico che mettere in luce il fatto che la violenza della concezione nichilistica che ha governato e governa la civiltà occidentale -ma ormai anche la civiltà orientale – ha la sua radice logica e ontologica (riguarda l’ente in quanto tale e anche l’uomo ovviamente) nel vedere tutte le cose come distruggibili e manipolabili a volontà. Distruggerle e poi ricrearle o ricostruirle a volontà. La volontà di dominio e prevaricazione, di popoli su altri popoli, di gruppi sociali su altri gruppi trae la sua origine e potenza proprio da questa concezione. Essa rappresenta quindi la distruzione dell’etica e dell’uomo stesso. Questa non etica è incarnata nel dominio del mondo da parte della tecnologia vista quest’ultima non solo nell’ottica di migliorare la vita dell’uomo ma soprattutto come potenza che nutre sé stessa in un processo all’infinito in cui l’uomo diventa una insignificante rotellina che può essere spazzata via senza che la coscienza collettiva emetta neanche un soffio anzi considera ciò del tutto normale. L’uomo nella logica del nichilismo è visto come un apparato progettante che lo rende del tutto simile alla tecnica essa stessa apparato progettante. Così sembra esserci perfetta sintonia tra l’apparato-uomo e l’apparato-tecnica. Ma pensare ciò sarebbe solo superficialità. L’apparato-tecnica - dato che la sua unica etica coincide con il suo infinito accrescimento di potenza – sta sottomettendo l’uomo e sottometterà l’uomo sempre di più. La potenza dell’apparato tecnologico sta già trovando i suoi alleati in piccoli e potentissimi gruppi umani che credono illusoriamente di servirsi della tecnica per diventare sempre più ricchi e potenti senza essere consapevoli che è la tecnica a servirsi di loro. Questi gruppi umani credono ingenuamente di servirsi della potenza della tecnica contrapponendola alla potenza di altri gruppi che si servono della stessa potenza tecnica per sfidarsi in guerre sempre più violente e distruttive. In questo caso la violenza brutale originata da questo nichilismo è palese. Ma la violenza nichilistica può essere più nascosta per arrivare ad una pace tecnica dove essa non è appariscente ma solo latente pronta ad esplodere presto o tardi. La vera pace può trovarsi solo nella verità del non nichilismo. È proprio per questo che Severino afferma quando scrive che la tecnica non necessariamente ha l’ultima parola perché solo il nichilismo può dare l’ultima parola alla tecnica>>.

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Temo che l’autore del post (che sia Sebastiano Dell'Albani o la ChatGPT, al momento poco importa) si voglia ILLUDERE sull’eticità della filosofia di Emanuele Severino.

Alla domanda che Sebastiano Dell'Albani (si) pone:

<<cosa può esserci di più etico che mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte e riuscire a vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere e che sola si oppone alla violenza e alla morte?>>,

egli risponde:

<<L’etica della verità>>.

Peccato che tale etica sia del tutto IMPOTENTE ad agire eticamente, appunto. Essa è e rimane semplice chiacchiera, giacché non può AGIRE sulla realtà se non SMENTENDO SÉ STESSA, giacché l’AGIRE etico (ma anche non etico) è, per Severino, l’immagine dell’ALIENAZIONE più profonda che costituisca il mortale, ciascun di noi.

Eticamente parlando, serve perciò a ben poco <<mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte>> se poi l’agire etico che dovrebbe arginarlo, si rivela come il massimo <<errore nichilistico>> in quanto, proprio per agire eticamente, è necessario agire facendo <<coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte>>!

Infatti, prefiggendoci l’obiettivo (non a parole, bensì operando) di opporci <<alla violenza>>, nessuno di noi potrà evitar di voler TRASFORMARE ( = far diventare altro da sé) quella violenza in rispetto e pace, ossia proprio facendo <<coincidere>> la violenza <<con il nulla>> il quale, però, sarebbe <<originante violenza e morte>>!

Pertanto è chiaro:

stanti le premesse ontologiche della filosofia severiniana, è del tutto VANO è tentar di rintracciare una qualsivoglia <<etica della verità>> nella filosofia di Severino, se non richiamando un vago “Non Agire” ( = Wu Wei) di ascendenza taoista...

Come s’è visto, lo stesso Sebastiano Dell'Albani riconosce che l’<<etica della verità>> (cioè la concezione etica come emerge dalla filosofia di Severino) <<si oppone alla violenza e alla morte>>.

Dal che consegue il PARADOSSO secondo cui ogni forma di <<violenza>> è comunque un ESSENTE ETERNO inviato, nel cerchio finito dell’apparire, dallo stesso Destino di cui parla Severino, col risultato, perciò, che esso dapprima invia il nichilismo e con esso la <<violenza>>, per poi OPPORVISI facendo riferimento ud una presunta <<etica della verità>> la quale, però, se intende davvero OPPORSI alla <<violenza>>, deve AGIRE secondo i dettami di quello stesso nichilismo/<<violenza>> che tale etica vorrebbe combattere!

Sebastiano Dell'Albani ritiene che la concezione severiniana sia sommamente etica perché riuscirebbe a far <<vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere>>.

Purtroppo per lui, anche ammettendo (senza concederlo, giacché la persona umana, essendo CONTRADDIZIONE cioè ERRORE, non può mai sperare) di poter <<vedere la luce della verità>>, questa non potrebbe proporglisi come <<etica della verità>>, perché tale <<luce>> non ha lo scopo di guidare eticamente le azioni degli umani, bensì di NEGARLE in quanto espressioni del nichilismo.

Come si può vedere, dunque, NON È VERO che l’uomo possa <<riflettere su questo esiziale errore e liberarsene>> cioè liberarsi dal nichilismo o dall’<<errore profondo che avvolge le coscienze umane [il quale] non permette di vedere questa luce>>; tentare di liberarsi da tale errore, infatti, implicherebbe doversi liberare DA SE STESSI cioè DALLA PROPRIA PERSONA vista da Severino come ERRORE ETERNO ed eternamente inemendabile, e ciò non farebbe altro che alimentare l’agire nichilistico, sia pur eticamente inteso, che appunto connoterebbe l’essere umano in quanto ERRORE, cosicché gli sia persin preclusa la possibilità di esser <<l’apertura alla verità>>…

(Le fotografie di Severino accanto ad un bel ramoscello di fiori sono tratte dal post di Sebastiano Dell'Albani).

 

Roberto Fiaschi

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sabato 20 luglio 2024

115)- UNA (MA NON L’UNICA) FRATTURA INSANABILE NELLA ‘VERITÀ’ SEVERINIANA

Scrive Severino:

(1)- <<La terra isolata [ = l’errore] può apparire solo in quanto appare il destino della verità. [...] Il destino della verità è L’INCONSCIO DELL’INCONSCIO della terra isolata [ = dell’io individuale]. Ma questo più profondo inconscio AFFIORA NELLA COSCIENZA CHE LA TERRA ISOLATA [ = l’individuo] HA DI SÉ: affiora, appunto, nel molteplice che è costituito dai significati che sono identici nella terra isolata e nel destino della verità. Questo molteplice, nella terra isolata, è l’insieme dei frammenti della struttura del destino della verità. Tale struttura è invece la struttura di tali frammenti, che, in quanto originariamente ed eternamente strutturati non sono frammenti, ma determinazioni distinte che necessariamente sono unite in ciò la cui negazione è autonegazione. Il destino e la terra isolata [ = l’individuo] cantano, con le stesse note, gli OPPOSTI canti della verità e dell’errore. Nel canto dell’errore AFFIORA quindi, ma ROVESCIATO, il canto della verità>>. (Oltrepassare. Pag. 374. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Qui sembrerebbe che nella coscienza dell’individuo/errore, che contenderebbe alla verità ( = l’io del destino) la scena dell’apparire, possa affiorare <<il canto della verità>>, quindi parrebbe che egli possa SENTIRLO, seppur in modo <<ROVESCIATO>>.

Senonché _ ED ECCO LA FRATTURA INSANABILE tra ciò che precede e quanto segue _, dice ancora Severino:

(2)- l’io dell’individuo <<proprio perché è fede, è destinato a NON SENTIRE la verità [ = <<il canto della verità>>]: in quanto ASCOLTATA da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, la verità [ = <<il canto della verità>>] non può essere verità, e io sono destinato ad essere soltanto il desiderio, ‘in indefinitum’, della verità, cioè alla lettera filo-sofo>>.

(La struttura originaria, pag. 89. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Per cui in (1), all’io individuale è possibile SENTIRE (è possibile che AFFIORI) <<il canto della verità>>;

in (2) NO, essendo infatti <<destinato a NON SENTIRE la verità>> giacché essa, sebbene affiori in me, <<in quanto ASCOLTATA da “me”, […] non può essere verità>>!

A meno che in (1), ove Severino afferma che <<il canto della verità>> appaia in modo <<ROVESCIATO>>, egli intenda dire quanto ha precisato in (2), cioè che <<ROVESCIATO>> equivalga a: <<destinato a NON SENTIRE la verità [ = <<il canto della verità>>]: in quanto ASCOLTATA da “me”>>.

Se così, allora la suddetta FRATTURA peggiorerebbe, perché si tradurrebbe nella COMPLETA NEGAZIONE che <<Nel canto dell’errore>> cioè nell’individuo, vi possa esser coscienza del <<canto della verità>>, perché <<Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>> (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana 2011, pag. 434. Maiuscolo mio: RF).

Coscienza dell’Io del destino che, quand’anche affiorasse, l’individuo NON ne potrebbe comunque <<essere cosciente>>…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 2 luglio 2024

107)- SEVERINO, O UN ‘OCCHIO CIECO’ CHE PRETENDE DI ‘VEDERE’

 


Come anticipato nel precedente post (n° 106), il filosofo Emanuele Severino sostiene che la VERITÀ appaia SEMPRE e OVUNQUE, e che

<<[…] per vedere che il destino sia nella parola [che lo testimonia] è cioè necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>.  (Severino: “La Gloria”, Pag. 475, maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Come CONCILIARE quest’affermazione con quest’altra dello stesso Severino?

<<Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>. (“La legna e la cenere”).

NON possono conciliarsi.

Infatti, l’individuo-errore, per testimoniare il destino, è necessario che <<veda il destino>>, ovviamente.

Ma è proprio ciò che egli NON può fare, visto che <<l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> (Severino; ibidem).

E se <<è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>, allora quel che l’individuo-Severino VEDE, alfine di testimoniarlo, NON è il destino della verità.

Quindi NON si può neppure <<vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò">>, perché, per poterlo VEDERE, sarebbe <<necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino>> che, invece, per l’INDIVIDUO è impossibile VEDERE.

Al che, Severino precisa:

<<Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>. (“La Gloria”, Pag. 475).

Certo, la verità non è impossibile, ma l’individuo _ per come viene concepito nella filosofia severiniana _ NON la può VEDERE.

Ma allora, che senso ha affermare che <<la volontà [ = l’individuo-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>?

Se infatti <<il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, allora:

1)- o (AUT) è FALSO che l’individuo sia <<il non illuminabile, perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> e quindi è FALSO che sia errore il <<concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>;

2)- Oppure (AUT) è FALSO che il destino appaia <<già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, se non altro perché l’individuo-errore NON è affatto <<al di fuori dell’isolamento>>, vi è INTER(N)AMENTE immerso e quindi NON lo può VEDERE, giacché, sempre come sentenzia Severino:

<<è IMPOSSIBILE che ciò che appare ALLINTERNO di una fede sia il destino della verità>>.

Conclusione:

<<Nemmeno la volontà [dell’individuo] di testimoniare il destino della verità può ottenere ciò che essa vuole. Anche questa testimonianza FALLISCE>>. (Severino: “La Gloria”, pag. 397).

Ma allora, dov’è l’AUTENTICA testimonianza NON-FALLIMENTARE del destino?

 

Roberto Fiaschi

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sabato 7 ottobre 2023

100)- LA TESTIMONIANZA DEL DESTINO NEGA SE STESSA IN DUE MOSSE

In relazione al post n° 97, così replica Alessandro Vaglia di Officina di filosofia teoretica:

<<CONTRO Roberto Fiaschi. L'errore che appare appare al destino, che siamo ognuno di noi in quanto negazione dell'errore o apparire trascendentale. Il resto non lo capisco. Se il contenuto dell'apparire trascendentale è considerato come separato dall'apparire allora scaturisce l'errore o individuo appunto. Tutto qui. Parliamoci chiaro io e te Roberto. Tu pensi di essere il luogo ove tutto appare e qui e ora? Il Destino è questo luogo o luogo dell'apparire trascendentale che non è luogo fra i luoghi ma ove ogni luogo appare.

Noi come individui questo non lo crediamo affatto.

Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo.

Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega.

Noi e non Emanuele Severino, e quel suo povero linguaggio, Emanuele Severino è il sopraggiungere di questo tratto del linguaggio testimoniante il destino di ognuno di noi. Che tu voglia cominciare dall'errore che è errare per pervenire alla verita, questa è la impossibile implicazione della verità stessa>>.

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Tutto molto chiaro.

Ecco le DUE MOSSE preannunciate nel titolo:

(1)<<Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo>>.

(2)<<Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega>>.

Entrambi i punti intendono esprimere un tratto della VERITÀ del destino severiniano.

Ma, così scrivendo, l’individuo-errore-Alessandro Vaglia NEGA il costituirsi del punto (2), perché se quest’ultimo indica la verità del nostro essere io del destino, allora, accettando il punto (1) NON possiamo in alcun modo affermare (2), visto che quest’ultimo è scritto/affermato da (1) cioè dall’individuo-errore-Alessandro Vaglia che NON PUÒ conoscere quanto ha scritto in (2).

Pertanto, se (1) afferma la verità dell’individuo, allora (2) è NEGATO.

Inoltre, se (1) dice la verità sull’individuo-errore, allora (1) NEGA anche SE STESSO, perché l’individuo NON PUÒ SAPERE neppure di essere errore, come invece questi mostra di sapere scrivendo (1).

Senonché Alessandro Vaglia precisa successivamente:

<<L'errore non può sapere della verità è chiaro e limpido per il suono in superficie che sommerso suona male. Ma io si ripete, non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino. INDIVIDUO è un linguaggio, e DESTINO è un altro linguaggio, due sopraggiungenti. In quanto linguaggi sono e sono diversi, ma il loro contenuto è lo stesso o l'essere, ma mentre uno, quello che parla di individuo, parla di una verità completamente distorta l'altro, quando parla di apparire dell'essere io del destino, afferma quello che afferma in contraddizione C>>.

Purtroppo, ANCHE in questo brano è già bell’e dispiegata LA SUA COMPLETA NEGAZIONE.

Infatti, quand’anche sussistessero quei due linguaggi ( = il linguaggio dell’individuo ed il linguaggio del Destino), a PARLARNE/SCRIVERNE è però sempre il medesimo individuo-errore che li alterna (o che essi in lui vanno alternandosi) a seconda dell’oggetto da comunicare.

Essendo perciò sempre il medesimo individuo-errore ad esprimersi mediante due linguaggi, la CONSAPEVOLEZZA di entrambi da parte dell’individuo-errore NEGA il punto (1), giacché quei due linguaggi lo mettono in condizione di CONOSCERE/di esser CONSCIO sia del punto (1) che del (2), dei quali, invece, NON PUÒ avere consapevolezza alcuna, poiché egli è individuo-errore.

Non solo, ma secondo Severino, <<la malattia del linguaggio che testimonia il destino prevale sulla malattia del linguaggio che testimonia la terra isolata>> (Severino: Educare al pensiero. Editrice La Scuola; Brescia 2012).

Il che conferma che a parlare/scrivere i due linguaggi MALATI sia sempre il medesimo individuo-errore, essendovi perciò UN SOLO linguaggio, SEMPRE LO STESSO, sia che testimoni la terra isolata sia che testimoni il destino.

Pertanto l’alternanza dei due linguaggi NON si traduce nell’alternanza di DUE SOGGETTI, quali sarebbero l’io del destino e l’io individuale-errore.

Quindi NON è non-credibile l’affermazione:

<<io non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino>>,

perché se a parlare <<il linguaggio del destino>> fosse davvero l’io del destino, questi NON potrebbe testimoniare la propria verità mediante LO STESSO LINGUAGGIO MALATO utilizzato dall’io individuale-errore per testimoniare la terra isolata.

Infine, alla mia domanda che chiedeva se, in quel momento del nostro dialogo, io stessi parlando con l’individuo-errore-Alessandro Vaglia oppure con il suo io del destino, egli mi ha risposto:

<<dipende se parli di libertà e io sono d'accordo con te, parli il linguaggio dell'individuo, se parli di essere che si trasforma e io sono d'accordo con te parli nuovamente con il linguaggio dell'individuo, ecc.. se parli di apparire dell'essere sé dell'essente o di eternità di OGNI essente allora parli il linguaggio del Destino>>.

Ma, anche in questa risposta, egli NEGA suo malgrado il punto (1), appunto perché l’individuo-errore-Alessandro Vaglia (o Severino…) mostra qui di essere ben CONSAPEVOLE del punto (2) che, invece, da (1) individuo-errore qual egli è, NON può che IGNORARE.

È dunque palese:

la tesi dell’avvicendarsi dei due linguaggi ( = dell’individuo-errore e del destino), è una tesi NEGANTE il suddetto punto (1), che è un punto FONDAMENTALE per l’economia dell’intera filosofia severiniana…

 

Roberto Fiaschi

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