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martedì 11 marzo 2025

165)- MARCO CANZIANI E L’APORETICO «PRINCIPIO DI IDENTITÀ-DIFFERENZA»

Nel presente post, riporto soltanto una parte del video di Marco CANZIANI intitolato: “L'ontologia del de-stino e il principio idealista” (https://www.youtube.com/watch?v=K_nx7eLJIZ8), perché vorrei soffermarmi laddove egli parla del <<principio di identità-differenza>> (che informa esplicitamente la filosofia di Emanuele Severino alla quale Marco CANZIANI fa riferimento), tralasciando perciò il suo discorso sul <<principio idealista>>.

Questi i passaggi salienti:

<<[…] l’esser sé dell’essente e il suo opporsi al proprio altro appare, innegabilmente appare. Che l’essere non sia non-essere e che l’essere sia sé stesso, è assolutamente innegabile, proprio perché appare in modo innegabile. La sua innegabilità è determinata dal suo apparire. L’esser sé dell’essente in quanto essente, ed il suo differire dal proprio altro, mostrano la loro incontrovertibilità perché innegabilmente appaiono. Il principio di identità-differenza è l’incontrovertibile, perché il suo esistere, la sua solidità, la sua fermezza, la sua verità, si manifestano. L’ontologia del destino si fonda sul principio di identità-differenza nel suo essere l’assolutamente innegabile e nel suo essere l’assolutamente stante nel suo manifestarsi, anche perché, se non apparisse, non potrebbe essere l’assolutamente innegabile, l’assolutamente stante>>. […] <<La struttura originaria dell’essere non è solo l’esser sé dell’essente ed il suo non essere altro da sé, ma è l’apparire dell’esser sé dell’essente in quanto tale, ed il suo non essere quell’infinitamente altro da sé che è il nulla, che non esiste>>. […] <<Se l’essente non apparisse, sarebbe sé stesso e al contempo non sarebbe sé stesso, poiché sarebbe e allo stesso tempo non sarebbe né identico a sé, né differente dal proprio altro, perché la differenza è tale solo se appare, e il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso. Nulla può apparire senza essere cioè esistere, e nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro. Ogni essente che appare, appare nel suo essere identico a sé, ossia nel suo esser sé e differente dal proprio altro>>.

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1)- Vengo subito al punto:

la DIFFERENZA tra l’esser sé (cioè l’IDENTITÀ) dell’essente e il nulla <<è tale solo se appare, e il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso>>, giacché _ prosegue Marco CANZIANI _, <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>. Ciò impone che l’<<esser sé stesso e [il] differire dal proprio altro>> vadano di pari passo, ossia che dove vi sia l’uno (l’<<esser sé stesso>> o l’IDENTITÀ) DEBBA esservi innegabilmente anche l’altro (cioè il <<differire dal proprio altro>>) come le due facce della medesima medaglia.

Ora, SICCOME

<<il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso>>, in quanto <<Nulla può apparire senza essere cioè esistere, e nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>, cosicché <<Ogni essente che appare, appare nel suo essere identico a sé, ossia nel suo esser sé e differente dal proprio altro>>,

ALLORA

il nulla, che, come rileva Marco CANZIANI, <<non esiste>>, deve NON-DIFFERIRE dal proprio altro cioè dell’essere, proprio perché egli ha chiaramente affermato che <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>.

Infatti, se il nulla esistesse, sarebbe IDENTICO a sé e quindi DIFFERIREBBE dal proprio altro.

Ma ecco che, invece, il nulla, non essendo, non può NÉ esser IDENTICO a sé NÉ, perciò, DIFFERIRE dal proprio altro, visto che, come già detto, IDENTITÀ-e-DIFFERENZA procedono sempre INSIEME, come due facce della stessa medaglia.

Dunque, il nulla NON può DIFFERIRE dall’essere.

Quindi, neppure l’essere DIFFERISCE dal nulla, sì che in tal modo esso NON sia neppure essere, visto che per Severino l’essere è tale se e soltanto se NEGA di esser (IDENTICO al) nulla, e se e soltanto se DIFFERISCE dal nulla.

Pertanto, l’ontologia del de-stino STA ed insieme NON STA.

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2)- Tuttavia, riconosciamo, con Severino, che il nulla DIFFERISCA dall’essere (e viceversa).

Poiché DIFFERISCE, inevitabilmente il nulla sarà anche IDENTICO a sé.

Ma, se il nulla DIFFERISCE dall’essere poiché è IDENTICO a sé cioè È, appunto, il nulla, allora il nulla è un ENTE.

Infatti, se _ come dice Marco CANZIANI _ <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>, è chiaro che se il nulla è IDENTICO a sé stesso e DIFFERISCE dal proprio altro, allora il nulla ESISTE.

Perciò il nulla sottostà alla legge dell’IDENTITÀ-DIFFERENZA valevole per qualsiasi ENTE, proprio perché esso DIFFERISCE dall’essere.

Se il nulla è un ENTE, allora il nulla NON è <<quell’infinitamente altro>> dall’essere che pur dice di essere, per cui NEPPURE l’essere sarà quell’infinitamente DIFFERENTE dal nulla che pur dice di essere, sì che essere e nulla, DISTINGUENDOSI, NON si DISTINGUANO affatto.

Anche qui, l’ontologia del de-stino STA ed insieme NON STA.

(Peccato che Marco CANZIANI abbia DISATTIVATO i commenti sotto al suo video…)

 

Roberto Fiaschi

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sabato 20 luglio 2024

115)- UNA (MA NON L’UNICA) FRATTURA INSANABILE NELLA ‘VERITÀ’ SEVERINIANA

Scrive Severino:

(1)- <<La terra isolata [ = l’errore] può apparire solo in quanto appare il destino della verità. [...] Il destino della verità è L’INCONSCIO DELL’INCONSCIO della terra isolata [ = dell’io individuale]. Ma questo più profondo inconscio AFFIORA NELLA COSCIENZA CHE LA TERRA ISOLATA [ = l’individuo] HA DI SÉ: affiora, appunto, nel molteplice che è costituito dai significati che sono identici nella terra isolata e nel destino della verità. Questo molteplice, nella terra isolata, è l’insieme dei frammenti della struttura del destino della verità. Tale struttura è invece la struttura di tali frammenti, che, in quanto originariamente ed eternamente strutturati non sono frammenti, ma determinazioni distinte che necessariamente sono unite in ciò la cui negazione è autonegazione. Il destino e la terra isolata [ = l’individuo] cantano, con le stesse note, gli OPPOSTI canti della verità e dell’errore. Nel canto dell’errore AFFIORA quindi, ma ROVESCIATO, il canto della verità>>. (Oltrepassare. Pag. 374. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Qui sembrerebbe che nella coscienza dell’individuo/errore, che contenderebbe alla verità ( = l’io del destino) la scena dell’apparire, possa affiorare <<il canto della verità>>, quindi parrebbe che egli possa SENTIRLO, seppur in modo <<ROVESCIATO>>.

Senonché _ ED ECCO LA FRATTURA INSANABILE tra ciò che precede e quanto segue _, dice ancora Severino:

(2)- l’io dell’individuo <<proprio perché è fede, è destinato a NON SENTIRE la verità [ = <<il canto della verità>>]: in quanto ASCOLTATA da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, la verità [ = <<il canto della verità>>] non può essere verità, e io sono destinato ad essere soltanto il desiderio, ‘in indefinitum’, della verità, cioè alla lettera filo-sofo>>.

(La struttura originaria, pag. 89. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Per cui in (1), all’io individuale è possibile SENTIRE (è possibile che AFFIORI) <<il canto della verità>>;

in (2) NO, essendo infatti <<destinato a NON SENTIRE la verità>> giacché essa, sebbene affiori in me, <<in quanto ASCOLTATA da “me”, […] non può essere verità>>!

A meno che in (1), ove Severino afferma che <<il canto della verità>> appaia in modo <<ROVESCIATO>>, egli intenda dire quanto ha precisato in (2), cioè che <<ROVESCIATO>> equivalga a: <<destinato a NON SENTIRE la verità [ = <<il canto della verità>>]: in quanto ASCOLTATA da “me”>>.

Se così, allora la suddetta FRATTURA peggiorerebbe, perché si tradurrebbe nella COMPLETA NEGAZIONE che <<Nel canto dell’errore>> cioè nell’individuo, vi possa esser coscienza del <<canto della verità>>, perché <<Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>> (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana 2011, pag. 434. Maiuscolo mio: RF).

Coscienza dell’Io del destino che, quand’anche affiorasse, l’individuo NON ne potrebbe comunque <<essere cosciente>>…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 14 giugno 2024

104)- PERCHÉ LA “RISOLUZIONE” DELL’APORIA DEL NULLA NON LA RISOLVE MA LA RINFORZA

Tenendo presente i contenuti dei post nn. 1o2 e 103, qui riporto un altro brano del filosofo introdotto nel post 102:

<<Prima di considerare le insidie della aporetica del nulla, sarebbe opportuno tener presente dei fatti incontrovertibili:

1) il nulla-momento come assoluta nullità e insignificanza del nulla è un significato che appare, di cui si ha contezza e di cui é impossibile negare l'apparire;

2) Tutto ciò che appare, a qualsiasi livello, non é nulla ma é qualcosa (é ciò che é).

Tenendo presente questi due fatti incontrovertibili, veri in quanto la loro negazione é immediatamente autonegaantesi, si può procedere con la giusta consapevolezza nella analisi della aporia del nulla e della risoluzione che ne ha dato Severino. In una tale analisi si può osservare che negare l'esistenza del nulla assoluto denotato dal positivo significare del termine nulla considerato da Severino è già l'affermazione della opposizione (come differenza) tra Essere e Nulla, ovvero è già affermazione implicita e immediata del fatto che l'Essere non é come il Nulla (che non é e non esiste). É vero che all'Essere non si oppone ontologicamente un Nulla ontologico, ma ciò non é necessario per affermare il fatto che l'Essere sia differente dal Nulla: siccome l'Essere é includente il piano della semantica (perché non é nulla privo di significato) che eccede il linguaggio storicamente determinato (ogni aspetto essente della realtà significa originariamente ciò che é, a prescindere dai segni denotanti), l'Essere, escludendo di significare il Nulla, esclude anche di esserlo. In ogni caso 3) é nello stesso affermare che l'Essere non sia Nulla che si afferma la differenza semantica tra di essi (in quanto che qualcosa non sia qualcos'altro significa che non vi coincida, e il fatto che non vi coincida significa che ne sia differente). Tenendo presente che negare che l'Essere sia Nulla é già implicato nell'asserire che il Nulla non esista, segue che in tale asserire sia implicato che l'Essere sia differente dal Nulla e dunque sia implicata la affermazione implicita della opposizione tra Essere e Nulla sostenuta da Severino (si aggiunga, per ulteriore chiarezza, che il termine Essere, nella ontologia severiniana, sta a indicare qualsiasi essente, tale per cui la totalità infinita di tutti gli aspetti della realtà é posta come un insieme di infiniti esseri. Che l'Essere sia vuol dire, dunque, che ogni essente è ciò che é, ovvero una positività essente e non nulla)>>.

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Il filosofo severiniano NON approfondisce come tale innegabile DIFFERENZA (o OPPOSIZIONE) tra Essere e Nulla sia proprio ciò che, sub eodem, la DESTITUISCA, e NON in un secondo momento bensì co-originariamente alla loro DIFFERENZA semantica e ontologica.

Infatti, <<l'affermazione della opposizione (come differenza) tra Essere e Nulla>> è esattamente ciò che rende il Nulla un ESSENTE e, parimenti, è ciò che rende l’Essere INDISTINGUIBILE dal Nulla, pur distinguendovisi.

Perché?

Come già indicato nel post n° 103, tale <<opposizione (come differenza) tra Essere e Nulla>> implica che ANCHE il Nulla sottostìa alla legge dell’Essere secondo la quale OGNI <<significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), appartiene cioè all’essente>> (Severino: Intorno al senso del nulla. Adelphi 2013, pag. 112).

Come potrebbe il Nulla DIFFERIRE dall’Essere, se tale DIFFERIRE non inerisse allo stesso Nulla quale SUA caratteristica ontologica?

Se il Nulla non sottostesse al nomos dell’Essere, il Nulla (o il non-Essere, l’assoluto negativo, sia in senso ontologico che semantico) NON DIFFERIREBBE dall’Essere.    

A ciò, l’autore del brano precisa:

<<É vero che all'Essere non si oppone ontologicamente un Nulla ontologico, ma ciò non é necessario per affermare il fatto che l'Essere sia differente dal Nulla: siccome l'Essere é includente il piano della semantica (perché non é nulla privo di significato) che eccede il linguaggio storicamente determinato (ogni aspetto essente della realtà significa originariamente ciò che é, a prescindere dai segni denotanti), l'Essere, escludendo di significare il Nulla, esclude anche di esserlo>>.

Senonché all'Essere si OPPORREBBE un Nulla semantico e questi deve necessariamente indicare come proprio referente il Nulla ontologico realmente OPPONENTESI all’Essere, altrimenti avremmo un Nulla semantico che si OPPORREBBE all’Essere non-ontologicamente!

Sì che l’Essere NON possa OPPORSI ontologicamente al Nulla.

Il filosofo severiniano farà senz’altro notare che l’Essere sia <<già affermazione implicita e immediata del fatto che l'Essere non é come il Nulla (che non é e non esiste)>> e che <<l'Essere, escludendo di significare il Nulla, esclude anche di esserlo>>.

Senonché, quest’osservazione attiene innanzitutto alla semplice DIFFERENZA tra Essere e Nulla, non essendo ancora pervenuta all’impossibilità di mantenere tale DIFFERENZA senza al contempo rilevarne la NEGAZIONE ossia L’INDIFFERENZIAZIONE dei due termini.

Tornando al Nulla-solo-semantico, se questi si RISOLVE INTERAMENTE nel <<piano della semantica>> cioè della <<positività stessa>> o dello <<stesso esser essente>> (Severino), allora l’Essere non si oppone affatto a ciò che è INTERAMENTE RISOLTO NELL’Essere, è palese, poiché anche quel Nulla-solo-semantico sarà INTERAMENTE SOLO Essere, SOLA positività!  

In altre parole, ciò vuol dire il Nulla ontologico (quale referente del Nulla semantico) NON si OPPONE all’Essere perché il Nulla semantico NON ha un referente ontologico, sì che, non avendolo, il nulla semantico NON POSSA RIFERIRSI al Nulla ontologico ma soltanto a sé stesso unicamente in quanto semantema cioè in quanto positivo, ESSENTE.

L’Essere, perciò, se dovesse opporsi soltanto al Nulla-solo-semantico, SI OPPORREBBE SOLTANTO A SÉ STESSO, cioè ad un altro positivo, visto che OGNI <<significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), appartiene cioè all’essente>>.  (Severino, op. cit.).

E poiché l’Essere si OPPONE SOLTANTO A SÉ STESSO (e questa è un’altra APORIA, giacché l’Essere sarebbe L’IDENTICO-A-SÉ per eccellenza), allora l’Essere NON è l’Essere, perché NON SI OPPONE al Nulla in quanto quest’ultimo è soltanto una positività dell’Essere senza alcun referente ontologico che possa ONTOLOGICAMENTE OPPORSI all’Essere.

Qualsiasi parte semantica dell’Essere, dunque anche il Nulla, proprio in virtù del suo (del Nulla) essere un significato, seppur significante l’assolutamente negativo, <<è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente)>>.

Quindi l’Essere è INDETERMINATO cioè è non-Essere, visto che il non-Essere (o il Nulla), DIFFERENDO dall’Essere, è anch’esso Essere.

Pertanto, L’ESSERE DIFFERISCE-E-INSIEME-NON-DIFFERISCE-DAL-NULLA;

È IDENTICO A SÉ ED INSIEME NON LO È.

 

Roberto Fiaschi

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mercoledì 12 giugno 2024

103)- “IL SIGNIFICARE DEL NULLA NON APPARTIENE AL NULLA”?


Così scrive Emanuele Severino:

<<che il nulla sia “significante” non significa che il nulla esplichi una certa forma di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere. Il significare del nulla, in quanto il significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), appartiene cioè all’essente, e propriamente alla totalità dell’essente in quanto essa appare, nella struttura originaria della verità, come ciò di cui il nulla è nulla>>. (Intorno al senso del nulla. Adelphi 2013, pag. 112).   

Se, come afferma Severino, <<Il significare del nulla non appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere>>,

allora, un significare che NON appartenga a ciò (al nulla) che è COSÌ significato dal PROPRIO stesso significare, NON è il significare COME nulla da parte di quel termine (cioè del nulla) che pur tuttavia COSÌ significa.

Un’autentica contraddizione:

un significato (il nulla) a cui questo significare (come nulla) NON gli (al nulla) appartiene!

Dunque NON gli appartiene nemmeno di significare la sua (del nulla) OPPOSIZIONE all’essere/ente.

Ma attenzione, non si tratta della contraddizione del significato concreto NULLA quale sintesi di due momenti reciprocamente contraddicentisi.

No; il problema è che la significazione del nulla-momento la si vuol far ricadere TUTTA nell’altro momento cui è il suo POSITIVO significare, cosicché quest’ultimo sia il POSITIVO significare di un significato (il nulla) che NON PUÒ SIGNIFICARE NEPPURE il suo (del nulla) significare-come-nulla (altrimenti NON SAREBBE VERO che <<Il significare del nulla non appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere>>).

Se il nulla non significasse già di per sé il nulla a priori rispetto al suo POSITIVO significare, allora quest’ultimo NON potrebbe riferirsi ad esso come al nulla-che-non-significa-essere; in tal caso, semplicemente, non esisterebbe alcun referente a cui il POSITIVO significare possa rivolgersi e conseguentemente non esisterebbe neppure questo stesso POSITIVO significare né tale sintesi.

Ora, Severino ha sempre precisato che entrambi i due momenti della sintesi sono significanti, OGNUNO incontraddittoriamente significa CIÒ che significa:

(1)- il nulla come nulla,

e

(2)- il POSITIVO significare come POSITIVO significare del nulla (1).

Senonché, ripeterei, se teniam per vero (come vuole Severino) che <<Il significare del nulla NON appartiene al nulla>> bensì <<appartiene all’essente>> cioè al suo (del nulla) POSITIVO significare, allora il nulla, DISTINTAMENTE (NON: separatamente!!!) dal suo POSITIVO significare, NON significa neppure il nulla, altrimenti gli spetterebbe/gli apparterrebbe di significare ALMENO il nulla e, in quanto già così significante, per quanto negativamente significante lo si voglia, ANCHE del nulla dovremmo affermare il suo <<stesso esser essente>>, appunto perché <<in quanto il significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), appartiene cioè all’essente>>.

 

Roberto Fiaschi

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domenica 9 giugno 2024

102)- AUTONEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE ‘ORIGINARIA’ “ESSERE/NULLA”


Traggo dal WEB (2023) un brano di un filosofo nonché studioso del pensiero di Emanuele Severino:

<<solo ciò che esiste può essere identico a sé (ciò che non esiste in alcun modo in che modo potrebbe essere identico a sé? L'identità è una proprietà di ciò che è ed esiste, non del "nulla". Ciò che è ritenuto inesistente non può avere alcuna proprietà, neanche quella di essere identico a sé)>>.

Orbene, è ovvio che se l’essere è caratterizzato dall’esser IDENTICO-A-SÉ e DIFFERENTE-DAL-PROPRIO-ALTRO, per quanto riguarda il suo opposto, cioè il nulla, basterà ribaltare i termini, altrimenti il nulla avrebbe le medesime caratteristiche dell’essere e sarebbe da esso indistinguibile.

Perciò diciamo:

(1) il nulla è DIFFERENTE-DA-SÉ e IDENTICO-AL-PROPRIO-ALTRO.

Ma, come si vede, qualcosa non torna.

Infatti, se il nulla fosse IDENTICO-AL-PROPRIO-ALTRO, sarebbe IDENTICO all’essere, e quindi il nulla non sarebbe il nulla né, perciò, sarebbe OPPOSTO all’essere.

Allora non resta che ribadire sì la negazione dell’IDENTITÀ-CON-SÉ del nulla, come afferma il filosofo nel suo suddetto brano, ma bisognerà NEGARE che il nulla sia IDENTICO-AL-PROPRIO-ALTRO per affermare, invece, il suo esser DIFFERENTE-DAL-PROPRIO-ALTRO, di modo tale che l’OPPOSIZIONE ( = la DIFFERENZA) tra essere e nulla venga mantenuta.

(2) Quindi avremo:

il nulla è sia DIFFERENTE-DA-SÉ che DIFFERENTE-DAL-PROPRIO-ALTRO, cioè pura differenza.

Però neppure qui i conti tornano.

Perché l’esser DIFFERENTE-DAL-PROPRIO-ALTRO (così come l’IDENTITÀ-CON-SÉ) è caratteristica dell’essere, e se questa fosse condivisa anche dal nulla, allora il nulla, DIFFERENDO dall’essere, ubbidirebbe alla sua (dell’essere) legge (che sancisce la DIFFERENZA TRA OGNI ESSENTE) e quindi il nulla sarebbe un ESSENTE ( = un essere).

Inoltre, sempre restando alla concezione di Severino, anche questa pura DIFFERENZA è comunque un ESSENTE; se non lo fosse, nessun essente di differenzierebbe dal proprio altro, appunto perché la DIFFERENZA, se non fosse essente, non sarebbe del tutto, e quindi non esisterebbe neppure il DIFFERIRE tra gli enti.

(3) Da ciò deriva che l’innegabile DIFFERENZA tra i due significati si traduca (o meglio: si sia già da sempre tradotta) nella loro IN-DISTINZIONE.

E qui risiede L’AUTO-CONTRADDITTORIETÀ o L’AUTO-NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE ORIGINARIA.

Sì, giacché essa, proprio in forza dell’innegabile DIFFERENZA vigente tra essere e nulla, sia al contempo NEGAZIONE di tale DIFFERENZA (poiché il nulla è essere e, quindi, l’essere è nulla).

Perciò, l’opposizione originaria è sub eodem OPPOSIZIONE-E-NON-OPPOSIZIONE, è INNEGABILE-E-NEGABILE, sì che tale aporeticità la predisponga all’esser TRASCESA.

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 15 settembre 2023

95)- ANGELO SANTINI E L’APORETICA SINTESI IDENTITÀ-DIFFERENZA

In relazione al mio post n° 94, Angelo Santini ( = AS) osserva quanto segue:

<<Roberto Fiaschi ti ringrazio per la cortese risposta. Ho letto il post, anche se dalla mia risposta può sembrare mi sia limitato a ribadire ciò che hai messo in discussione. I due significati del plesso trascendentale in questione non passano l'uno all'altro solo perché nel loro campo semantico ognuno implica necessariamente l'altro. Anche nel plesso trascendentale il rapporto tra i due semantemi NON É ASTRATTO E NON PUÒ ESSERE ASTRATTO, ma é il rapporto CONCRETO tra il coincidere dell'essente-significato "identità" con l'essente-significato "differenza", sicché in questo rapporto concreto (che, ripeto, riguarda anche il plesso trascendentale in questione) l'identità X differisce dalla differenza Y in quanto X coincide con X e non con Y e viceversa. Pertanto X non è identità (identica a sé) nello stesso senso in cui é differenza (non è identica a Y). L'essere coincidente con sé da parte dell'identità X non coincide con il suo differire dalla differenza rispetto ad altro e peraltro, proprio perché il rapporto tra X e Y è concreto, é impossibile che possa valere anche nel caso esistessero solo i due semantemi del plesso considerato: in tal caso il semantema "differenza" non potrebbe aversi perché al di fuori dell'identità della sintesi tra X e Y (che è la loro posizione concreta) non vi sarebbe niente rispetto a cui essere distinta, sicché non avendo la sintesi in questione niente rispetto a cui differire non sarebbe posto nemmeno a livello trascendentale il semantema "differenza", perché la differenza è sempre relazione tra una certa identità ed un'altra (motivo per cui se esistesse solo la sintesi S, che è l'identità concreta di X e Y), tale per cui senza relazione non vi sarebbe differenza e senza differenza nemmeno l'identità. Con ciò é DIMOSTRATO che le apparenti aporie sono determinate dal considerare astrattamente il plesso trascendentale dei due semantemi dal loro rapporto concreto con gli altri essenti-significati (e in generale con la totalità infinita degli essenti), isolandolo da ciò: così isolato, considerato astrattamente, la differenza tra X e Y non significa niente perché lo stesso Y vale per S, innanzitutto, rispetto al quale non essendovi niente non vi sarebbe la differenza di S (che è X nella sua forma concreta) rispetto a niente, e quindi anche nel rapporto considerato astrattamente tra X e Y, la differenza Y non sarebbe posta e nemmeno la differenza tra X e Y>>.

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AS comincia la sua replica osservando che

<<I due significati del plesso trascendentale in questione non passano l'uno all'altro solo perché nel loro campo semantico ognuno implica necessariamente l'altro>>.

Certamente <<ognuno implica necessariamente l'altro>>, ed infatti è proprio grazie a questa implicazione che i due significati di IDENTITÀ e DIFFERENZA, così in sintesi, scatenano (originariamente, non ad un certo punto) la contraddizione.

Ma proseguiamo, ove AS precisa:

<<Anche nel plesso trascendentale il rapporto tra i due semantemi NON É ASTRATTO E NON PUÒ ESSERE ASTRATTO, ma é il rapporto CONCRETO tra il coincidere dell'essente-significato "identità" con l'essente-significato "differenza">>.

Esattamente, per cui pare un dato ACQUISITO, anche da parte di AS, come <<Anche nel plesso trascendentale il rapporto tra i due semantemi NON É ASTRATTO>>, come ho anch’io ribadito diverse volte.

Dunque dovrò aspettarmi, nel prosieguo della sua risposta, di NON trovarmi dinanzi all’accusa di aver ISOLATO/ASTRATTO l’un termine dall’altro.

Bene.

Ancora AS:

<<sicché in questo rapporto concreto (che, ripeto, riguarda anche il plesso trascendentale in questione) l'identità X differisce dalla differenza Y in quanto X coincide con X e non con Y e viceversa>>.

Indubbiamente <<l'identità X differisce dalla differenza Y>>.

Quindi aggiunge AS:

<<Pertanto X non è identità (identica a sé) nello stesso senso in cui é differenza (non è identica a Y)>>,

per la RAGIONE in base alla quale _ sempre secondo AS _, <<L'essere coincidente con sé da parte dell'identità X non coincide con il suo differire dalla differenza rispetto ad altro>>.

Ma che <<L'essere coincidente con sé da parte dell'identità X non coincida con il suo differire dalla differenza rispetto ad altro>>,

NON può rappresentare la RAGIONE o la SPIEGAZIONE per la quale

<<X non è identità (identica a sé) nello stesso senso in cui é differenza (non è identica a Y)>>,

infatti NON trovo scritto dove risieda tale RAGIONE, cioè il PERCHÉ

<<X non è identità (identica a sé) nello stesso senso in cui é differenza (non è identica a Y)>>.

Ma comunque, soffermiamoci su questo punto.

AS riconosce che <<l'identità X differisce dalla differenza Y in quanto X coincide con X e non con Y e viceversa>>.

Ora, quel <<differisce dalla differenza Y>>, è un <<differisce>> che spetta soltanto al significato <<differenza>>, e non può essere addossato al significato <<identità>>, appunto perché quest’ultimo NON significa NÉ PUÒ MAI significare differenza.

Cosa succede, dunque?

Che proprio nel riconoscimento che <<l'identità X differisce dalla differenza Y in quanto X coincide con X e non con Y e viceversa>>, riconosciamo che l’identità X si ritrova al contempo e contraddittoriamente a coincidere con la differenza Y, perché tale SUO _ dell’identità X _ differire, dice già il suo esser differenza Y, appunto perché, differendo, assume (o è) in sé quel significato che invece spetterebbe di significare SOLTANTO a quell’altro da sé (dall’identità X) che è la differenza Y.

Ciò è innegabile, perché se l’identità X NON differisse dalla differenza Y, sarebbero INDISTINGUIBILI.

Ma ecco che l’APORIA si ripresenta ANCHE nel loro innegabile distinguersi, giacché è proprio distinguendosi, che l’identità X È altresì la differenza Y, ossia proprio in relazione all’altro da sé ( = alla differenza Y), anzi: RISPETTO all’altro da sé.

Giacché l'identità X, differendo RISPETTO alla differenza Y, è ESSA STESSA LA differenza Y.

Ossia l'identità X è al contempo (anche) la differenza Y in virtù del suo _ dell’identità X _ differire RISPETTO all’altro da sé cui è la differenza Y.

Per cui, nel caso del plesso identità-differenza, l’aristotelica faccenda dei RISPETTI (a sé e all’altro da sé) NON PUÒ FUNZIONARE, proprio in virtù del carattere singolarissimo o meglio: irreparabilmente APORETICO dei nostri due termini in questione.

Quindi, sostenendo AS che  

<<l'identità X differisce dalla differenza Y in quanto X coincide con X e non con Y e viceversa>>,

ci ritroviamo ad ammettere che quel <<differisce>>, indica GIÀ (o è GIÀ, originariamente) l’esser differenza Y DA PARTE DELL’identità X.

Prosegue AS:

<<e peraltro, proprio perché il rapporto tra X e Y è concreto, é impossibile che possa valere anche nel caso esistessero solo i due semantemi del plesso considerato: in tal caso il semantema "differenza" non potrebbe aversi perché al di fuori dell'identità della sintesi tra X e Y (che è la loro posizione concreta) non vi sarebbe niente rispetto a cui essere distinta, sicché non avendo la sintesi in questione niente rispetto a cui differire non sarebbe posto nemmeno a livello trascendentale il semantema "differenza", perché la differenza è sempre relazione tra una certa identità ed un'altra (motivo per cui se esistesse solo la sintesi S, che è l'identità concreta di X e Y), tale per cui senza relazione non vi sarebbe differenza e senza differenza nemmeno l'identità>>.

Senonché, quell’altro che AS cerca <<al di fuori dell'identità della sintesi tra X e Y>> affinché <<il semantema "differenza>> possa darsi/aversi/esserci, È GIÀ INCLUSO nel <<rapporto tra X e Y>> il quale è rapporto CONCRETO, come ben precisa AS, proprio perché il semantema "differenza si distingue dal semantema identità.

Come ho scritto nel mio post precedente, è vero che tale sintesi NON può avere alcunché FUORI/OLTRE SÉ, cioè FUORI/OLTRE SÉ non può esservi alcun DIFFERENTE rispetto a detta sintesi, ed infatti essa è una sintesi APORETICA.

E ciò accade perché quella DIFFERENZA che si cerca FUORI/OLTRE la nostra sintesi, è GIÀ TUTTA INTERNA ad essa, per cui il significato di DIFFERENZA è già posto ab origine, visto che non vi possono esser DIFFERENTI significati del significato DIFFERENZA: significherebbero tutti il medesimo: DIFFERENZA.

Poiché <<la differenza è sempre relazione tra una certa identità ed un'altra>>, la sintesi identità-differenza è IN SÉ siffatta <<relazione tra una certa identità [= l’identità] ed un'altra [ = la differenza]>>, cosicché essa (la sintesi) NON lasci alcunché FUORI/OLTRE SÉ, essendo tutto in essa INCLUSO.  

E se AS critica questa configurazione della sintesi, allora dovrà criticare anche la concezione severiniana della TOTALITÀ al di fuori della quale nulla vi è, perché così come <<al di fuori dell'identità della sintesi tra X e Y (che è la loro posizione concreta) non vi sarebbe niente rispetto a cui essere distinta>>, parimenti, <<al di fuori>> della TOTALITÀ severiniana <<non vi sarebbe niente rispetto a cui essere distinta>>, sì che, seguendo le stesse conclusioni di AS, dovremmo concludere che tale TOTALITÀ sia impossibilitata a essere.

Infine, scrive AS:

<<Con ciò é DIMOSTRATO che le apparenti aporie sono determinate dal considerare astrattamente il plesso trascendentale dei due semantemi dal loro rapporto concreto con gli altri essenti-significati (e in generale con la totalità infinita degli essenti), isolandolo da ciò: così isolato, considerato astrattamente, la differenza tra X e Y non significa niente […]>>.

Penso invece di aver mostrato come tali APORIE non siano affatto APPARENTI bensì SOLIDE, CONCRETE, INELUDIBILI, addirittura ORIGINARIE, giacché esse NON sono

<<determinate dal considerare astrattamente il plesso trascendentale dei due semantemi dal loro rapporto concreto con gli altri essenti-significati (e in generale con la totalità infinita degli essenti), isolandolo da ciò: così isolato, considerato astrattamente>>,

in quanto è stato lo stesso AS a RIBADIRE PIÙ VOLTE che

<<Anche nel plesso trascendentale il rapporto tra i due semantemi NON É ASTRATTO E NON PUÒ ESSERE ASTRATTO, ma é il rapporto CONCRETO tra il coincidere dell'essente-significato "identità" con l'essente-significato "differenza">>.

 

Roberto Fiaschi

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