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mercoledì 11 febbraio 2026

190)- ANGELO SANTINI: RISOLTA «UNA CRITICA A EMANUELE SEVERINO QUASI IMPOSSIBILE DA CONFUTARE»?

Ancora una volta, riporto il contenuto di un video di “Antimaterialista” ossia Angelo Santini ( = AS), inizialmente intitolato: <<Luigi Pavone non guardare questo video! Ti porterà alla disperazione>> (https://www.youtube.com/watch?v=q65vbccfA0M&t=92s), poi cambiato _ a quanto vedo _, in: <<Risolvo una critica a Emanuele Severino quasi impossibile da confutare>>.

Vedremo via via come la replica (e la relativa presunta confutazione) di AS consista principalmente nell’attribuirmi continue PRESUPPOSIZIONI NON DIMOSTRATE.

In realtà, vedremo che così non è.

(1)

Ecco l’inizio del testo di AS:

<<Allora, vi indico l'articolo di Roberto Fiaschi nel suo blog, il numero 188 dovrebbe essere l'ultimo, nel quale ha posto otto punti critici alla mia lettura del complesso rapporto tra apparire infinito e finito in Severino, in particolare in rapporto alla diacronia. Questo video riguarda tematiche molto avanzate, quindi non posso semplificare, è possibile seguirlo solo per chi già conosce questa ontologia, quella di Emanuele Severino. Allora, leggo. Rispondo al primo punto della elaborata critica di Fiaschi. L'inferenza di Fiaschi secondo cui, dal fatto che nell'apparire infinito appaiano tutti i passaggi della diacronia segua che nell'apparire infinito la diacronia non possa apparire finitamente è scorretta. Infatti Fiaschi non ha dimostrato, ma semplicemente presupposto in tale argomentazione che l'apparire di tutta la diacronia nell'apparire infinito escluda l'apparire della finitezza della diacronia. Ovvero del suo apparire come appare nella dimensione finita dell'apparire>>. 

Prima pausa.

Orbene, se è vero, come è vero, che il CONTRARIO di “diacronìa” _ il CONTRARIO! _ è “sincronìa”, allora escludere la diacronìa dall’apparire infinito ove appunto vige il suo (della diacronìa) CONTRARIO, non è un aver <<semplicemente presupposto>> qualcosa che non avrei dimostrato, perché è nell’ordine immediato dei significati stessi che si evince l’esclusione (da parte dell’apparire infinito) del proprio CONTRARIO ( = la diacronìa) laddove (nell’apparire infinito) vige il CONTRARIO ( = la sincronìa) di ciò (della diacronìa) che, per ciò stesso, viene escluso.

Ora, so benissimo che per Severino la diacronìa-isolata dell’apparire finito è certamente presente ANCHE nella sincronìa dell’infinito, in tutti i suoi passaggi; ne ho evidentemente tenuto conto, altrimenti non avrei neppure potuto avanzare tali critiche. Ma, proprio perché ne ho tenuto conto, tale presenza dà luogo ad APORIE.

Continuiamo, però, a leggere la spiegazione di AS:

<<Non ha considerato che la forma parziale del dinamismo processuale che caratterizza il suo apparire finito è, in quanto già costituito dalla articolazione interna dell'iposintassi eternamente presente e apparente nell'apparire infinito>>.

Invece sì che l’ho considerato.

Infatti, nel paragrafo (1) _ quello che AS sta considerando _, del post n° 188, avevo precisato:

Pertanto, come si può facilmente constatare, NON ho affatto escluso <<l'inclusione della prospettiva, per così dire, parziale della diacronia con quella che invece si dà nella sincronia, ovvero dove si mostra la diacronia totale>>, ma ho escluso che tale inclusione NON sia contraddittoria.

Quindi avevo scritto l’esatto contrario di quanto invece ASD mi sta attribuendo.

Ma, come si suol dire: carta canta

Prosegue AS:

<<In pratica, nella sua obiezione, non si considera adeguatamente che l'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia include anche l'apparire uno alla volta dei passaggi, proprio perché nell'apparire tutti insieme dei passaggi della diacronia appare il contenuto isolante interno a ogni passaggio all'interno del quale appare coscienzialmente solo esso e non anche gli altri. Ed è in questo modo che il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>.

Come detto, l’ho ben considerato perché, in caso contrario, non avrei neppure potuto stilare la critica dell’aporetica presenza diacronica nel sincronico, no?

È infatti chiaro che tale critica ha luogo di essere se e soltanto se <<il modo parziale della diacronia è incluso in quello totale che appare eternamente nell'apparire infinito>>, altrimenti, COSA avrei criticato? Nulla.

Ancora AS:

<<Segue quindi che sia sbagliata la sua asserzione secondo cui è impossibile che nell'apparire infinito la diacronia processuale possa apparire identicamente per come appare nell'apparire finito. In questo giudizio suo si tiene in conto a parole della inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>;

ah, ma allora adesso AS RICONOSCE che HO CONSIDERATO l’<<inclusione dell'apparire finito nell'infinito>>!

Tuttavia, secondo lui, avrei tenuto conto di ciò soltanto <<a parole>>…

Ma proseguiamo:

AS: << In questo giudizio suo si tiene in conto a parole della inclusione dell'apparire finito nell'infinito, ma nei fatti si isola l'isolamento coscienziale interno all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito, non prendendo in considerazione nel concreto la struttura della diacronia nella sua interezza>>.

I <<fatti>> da me ignorati consisterebbero nell’aver, io, ISOLATO <<l'isolamento coscienziale interno all'apparire finito dall'essere incluso nell'apparire infinito>>.

Ma l’introduzione della faccenda dell’ISOLAMENTO NON CAMBIA NULLA ai fini della mia critica.

Infatti, nel punto (1), la mia critica consisteva nel rilevare che:

siccome nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, allora è palese come in esso NON possa darsi quel <<dinamismo processuale>> nello STESSO IDENTICO MODO in cui questo si dà appunto nell’apparire finito. Se infatti si desse nello STESSO MODO, allora ciò SMENTIREBBE che nell’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>.

E aggiungevo:

Se l’apparire infinito esperisce la <<prospettiva parziale della diacronia>> ESATTAMENTE nello stesso modo in cui la esperiamo noi, allora, ripeto: NON è vero che l’apparire infinito esperisca <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano>> e che perciò in esso <<appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, giacché ALMENO la <<prospettiva parziale della diacronia>> dovrà esperirla ESATTAMENTE in modo diacronico, <<uno alla volta>> e NON in modo sincronico-simultaneo <<determinatamente assieme>>.

Dunque, è facile sincerarsi che l’aggiunta dell’isolamento NON cambi nulla ma anzi, PEGGIORA la tesi di AS.

Infatti, alla già contraddittoria presenza diacronica nel sincronico, aggiungendovi l’isolamento AGGRAVIAMO TALE CONTRADDITTORIETÀ, perché così veniamo a dire che ANCHE l’isolamento è esperito dal sincronico _ ove nulla può mai apparire isolato dal proprio altro _, cosicché RADICALIZZEREMMO LO IATO tra diacronia-isolata e sincronia ove tutto è già da sempre scopertamente apparente e quindi è NON-diacronico!

AS:

<<Segue che è anche scorretto sostenere che se si desse invece allo stesso modo, ciò renderebbe impossibile apparire determinatamente di tutti i passaggi della diacronia assieme, in quanto l'interno coscienziale dei passaggi della diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e l'isolamento sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli altri. Fiaschi non ha considerato questo aspetto fondamentale e ha semplicemente presupposto, senza dimostrarlo, che l'isolamento coscienziale interno ai passaggi della diacronia sia incompatibile con il fatto che tali passaggi appaio eternamente insieme nella più ampia dimensione dell'apparire infinito>>.

Ciò che AS considera un <<aspetto fondamentale>> (ma che non avrei considerato) consiste nella tesi secondo la quale l’<<interno coscienziale dei passaggi della diacronia è relativamente isolato, al suo interno la finitezza e l'isolamento sono conservati, anche se tutti i passaggi appaiono assieme agli altri>>.

Quel che AS continua a NON voler prendere atto è che anche, o meglio: PROPRIO conservando <<la finitezza e l'isolamento>> dei <<passaggi della diacronia>> pur nel loro isolamento, la sincronìa NON può esperire <<tutti i passaggi>> che <<appaiono assieme agli altri>> COME li esperiamo noi nel finito-isolato, perché ciò vorrebbe dire che l’apparire sincronico, esperendo ANCHE l’isolamento in sé conservato, NON sia ciò ove <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente ASSIEME, anziché uno alla volta>>, perché se l’apparire infinito li esperisse così, sarebbe ESSO STESSO IDENTICAMENTE DIACRONICO tanto quanto diacronico è l’apparire finito.

Ma ciò NON può essere, proprio perché l’apparire infinito-sincronico è PER DEFINIZIONE ciò in cui nulla comincia ad apparire né a sparire, visto che TUTTO è già in piena luce SINCRONICAMENTE, NON DIACRONICAMENTE.

Per cui anche l’eterna presenza dell’incominciante-apparire nonché del suo stesso COPRIRE l’essente sul quale sopraggiunge, NON comincia ad apparire né COPRE alcunché perché, se COPRISSE, allora l’apparire infinito NON sarebbe ciò in cui nulla comincia mai ad apparire (né a scomparire) e quindi NON vi sarebbe alcun essente COPERTO dal sopraggiungente, giacché ANCHE tale essente COPERTO, nell’apparire infinito sarebbe in realtà DA SEMPRE S-COPERTO

Questa, ripeto, non è una mia presupposizione indimostrata, perché, che l’apparire infinito-sincronico sia ciò, è esattamente nella sua stessa DEFINIZIONE la quale, proprio per questo, NON deve esser dimostrata!

Poco e NULLA IMPORTA (se non in senso peggiorativo) che nell’apparire infinito vi siano già tutti i passaggi conservati insieme al loro isolamento e quant’altro si voglia; l’avevo già ben considerato, ma ripeto:

NULLA IMPORTA, perché questi passaggi, nell’apparire sincronico, NON sono diacronici bensì, ripeto: unicamente SINCRONICI.

Al massimo essi SIMULANO una diacronìa, ma NON LA POSSONO ESSERE!, essendo soltanto una diacronìa DIPINTA, IMMOBILE, FITTIZIA, ILLUSORIA…

Se inoltre l’apparire infinito-sincronico esperisse la diacronìa nel modo esatto in cui la esperiamo noi, lo stesso apparire infinito sarebbe ISOLATO per quel tanto che esso ESPERISCE L’ISOLAMENTO nell’identico modo in cui lo sperimentiamo noi.

AS:

<<Inoltre, siccome nell'articolazione interna dell'iposintassi i sopraggiungenti sono disposti in modo tale che ognuno sia sopraggiungente rispetto ad altri e oltrepassato rispetto a certi altri ancora, e siccome ogni passaggio della diacronia è presente, in ogni passaggio della diacronia è presente lo stesso contenuto coscienziale isolato che appare nella nostra dimensione finita, l'apparire dei sopraggiungenti prima e dopo altri è una condizione già eternamente inclusa ed esperita nella loro apparire tutti assieme nell'apparire infinito, in quanto l'apparire prima e dopo è semplicemente l'apparire rispettivamente come sopraggiungente e come oltrepassato relativamente a ciò su cui rispettivamente si oltrepassa e si è oltrepassati. Queste condizioni e modi di apparire sono già eternamente posti e apparenti nell'apparire infinito, tale che l'apparire di un passaggio alla volta della diacronia non comporta nessuna dinamica nichilista e nessuna delle apparenti contraddizioni affermate da Fiaschi nel punto qui esaminato, il primo del suo articolo>>.

Per tutto ciò, vale quanto appena già detto subito sopra…

Ancora AS:

<<Eh, comunque colgo l'occasione per fargli i complimenti perché è uno dei dei più attenti lettori di Severino che fa obiezioni molto insidiose, che solo un esperto come me di filosofia severiniana può riuscire a risolvere e confutare>>.

Grazie di cuore, contraccambio sentitamente.

(2)

AS:

<<Secondo punto. Fiaschi sostiene che se si vuole mantenere ferma la differenza tra l'apparire finito e quello infinito, anche considerandola interna all'apparire infinito, sarebbe impossibile mantenere fermo che esso sia la dimensione in cui appare tutto, compreso anche il modo finito dell'apparire processuale. Ma ciò è sbagliato perché si è mostrato come possa conservarsi eternamente la finitezza dell'apparire processuale finito, pur apparendo in modo completo e compiuto nell'apparire infinito, perché Fiaschi non ha preso in considerazione cosa sia, nel concreto la finitezza e il relativo isolamento coscienziale interno alla struttura dell'apparire finito>>.

Senonché, anche riguardo a questa considerazione di AS, ho risposto sopra.

Aggiungo _ anzi: ripeto _, che l’introduzione reiterata del <<relativo isolamento coscienziale interno alla struttura dell'apparire finito>> NON sposta tantomeno confuta la critica bensì la AGGRAVA per le ragioni esposte sopra.

AS:

<<Segue anche un altro errore, ovvero quello di sostenere che se l'isolamento coscienziale dell'apparire finito è tenuto fermo, non possa apparire assieme a ciò che lo oltrepassa nell'apparire infinito, per apparire come isolamento coscienziale relativo all'apparire finito, per come è esperito in modo tale nel finito, o per meglio dire, per come è esperito in tale modo finito, dovrebbe apparire isolatamente anche nell'apparire infinito e quindi non dovrebbe apparire assieme a ciò che oltrepassa tale isolamento. Questo è quello che lascia intendere di pensare fiaschi. Qui l'errore consiste nel presupporre che l'isolamento non si conservi per il semplice fatto che i contenuti coscienziali isolati non possano preservarsi apparendo assieme a ciò che li oltrepassa. Più nello specifico, l'errore è di presupporre che ciò che appare come oltrepassamento dell'isolamento di tali contenuti nell'apparire infinito appaia all'interno dell'isolamento dei contenuti coscienziali isolati, che è ciò che permetterebbe a Fiaschi di sostenere questa critica. Ma l'apparire dei contenuti coscienziali isolati assieme a quelli oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma solo che i secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia, l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il concreto oltrepassamento originario dei primi>>.

Ripeto, il cuore delle mie critiche scaturisce dalla DIFFERENZA tra i CONTRARI: diacronìa e sincronìa.

Ciò ribadito, l’errore che AS mi attribuisce qui sopra, sarebbe da lui CONFUTATO e quindi RISOLTO affermando che <<l'apparire dei contenuti coscienziali isolati assieme a quelli oltrepassati non richiede che i secondi appaiano nei primi, ma solo che i secondi appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia, l'apparire infinito che li contempla entrambi e in cui appare il concreto oltrepassamento originario dei primi>>.

In realtà, AS ripete nuovamente la tesi che però è già stata oggetto di critica.

Infatti, è proprio perché nell’apparire infinito <<l'apparire dei contenuti coscienziali isolati>> appaiono <<assieme a quelli oltrepassati>>, che tali contenuti da sempre sincronicamente apparenti costituiscono l’esatto CONTRARIO del modo in cui essi appaiono nell’apparire finito!

Affermare che essi <<appaiano assieme ai primi in una prospettiva di coscienza più ampia>>, vuol dire che essi appaiono SINCRONICAMENTE, e NON NEL MODO ESATTO in cui essi appaiono a noi qui, nell’apparire finito!

Tale <<apparire assieme>> è esattamente ciò che IMPEDISCE di giustificare la presenza dell’apparire diacronico NEL sincronico, e quindi che quest’ultimo sia percepito diveniente NELL’apparire finito.

AS:

<<Per motivi analoghi, nell'argomento di Fiaschi semplicemente si presuppone, senza dimostrarlo, che sia impossibile preservare contenuti coscienziali isolati in una forma di apparire infinito in cui appare la consapevolezza di ciò che oltrepassa quei contenuti isolati>>.

No, anzi; ho più volte ribadito come nell’apparire infinito TUTTI i <<contenuti coscienziali isolati>> sono eternamente PRESERVATI e quindi dispiegati gli uni <<assieme>> agli altri.

AS:

<<Questo perché presuppone nel suo argomento implicitamente che la consapevolezza del trascendimento dell'isolamento di quei contenuti coscienziali si debba manifestare all'interno di quei contenuti coscienziali isolati, rendendo impossibile il loro preservarsi in quanto coscienziale, in quanto contenuti coscienziali isolati. Eppure, nell'argomento di Fiaschi, scusate, oppure, nell'argomento di Fiaschi si presuppone implicitamente che l'apparire infinito, pur avendo uno sguardo coscienziale unitario a cui tutto appare, non possa includere in sé infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato senza alterarlo>>.

Non posso <<presupporre>> ciò che AS mi attribuisce, perché altrimenti la mia stessa critica non avrebbe avuto alcuna ragione per esser posta/avanzata.

Certamente, infatti, <<l'apparire infinito, pur avendo uno sguardo coscienziale unitario a cui tutto appare>>, secondo Severino DEVE <<includere in sé infiniti sguardi coscienziali finiti e contemplarne il contenuto isolato senza alterarlo>>.

È proprio questo il punto critico!

Tale inclusione è in concerto sincronico con la totalità degli enti, quindi l’apparire infinito include qualcosa che funge al CONTRARIO rispetto a come ‘funziona’ nella percezione diacronica caratterizzante l’apparire finito.

AS:

<<Inoltre, un altro errore implicito in questa posizione di Fiaschi è di assolutizzare la consapevolezza isolante che si mostra nell'esperienza finita, come se l'apparire finito non fosse già eternamente compiuto. È come se tutti gli stadi di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria, non fossero già eternamente connessi e superanti progressivamente rispetto alla modalità finita e originaria rispetto all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito. La contraddizione C dell'isolamento coscienziale>>.

La <<consapevolezza isolante che si mostra nell'esperienza finita>> NON viene assolutizzata, bensì presa per ciò che essa è ed appare a noi.

Essa è un essente, così come essenti sono gli enti nella loro diacronìa. Si deve tenerne conto, proprio perché in Severino TUTTO è un essente eternamente dato.

Certo: <<tutti gli stadi di consapevolezza, sempre meno isolanti relativi alla gloria>>, sono (secondo Severino) <<già eternamente connessi e superanti progressivamente rispetto alla modalità finita e originaria rispetto all'apparire e originaria rispetto all'apparire infinito>>, chi lo ha mai ignorato?

Ed è proprio questo aspetto ad essere oggetto di critica in quanto foriero di APORIE irrisolvibili.

AS:

<<Si ribadisca poi che l'oltrepassamento dell'isolamento non può e non deve avvenire apparire nel contenuto isolato, perché questo significherebbe alterarlo e trasformarlo da errore a verità. L'oltrepassamento dell'isolamento, per essere tale richiede solo che il contenuto isolato appaia preservato nel suo isolamento, in una prospettiva di più ampia coscienza, di coscienza più ampia, in cui appare che tale contenuto coscienziale isolato è errore, non è il singolo contenuto coscienziale a dover essere redento. Questo significa anche che l'isolamento coscienziale di tali contenuti iposintattici è identicamente e scusatemi, è eternamente identico a sé e al contempo è oltrepassato, ma oltre se medesimo>>.

Anche qui, AS non fa altro _ giustamente dal suo punto di vista _, che RIBADIRE e DESCRIVERE uno stato di cose, nulla di più; ma ciò non sfiora neppure il senso della critica che, mi pare, continua a non essere intravisto da AS.

(3)

AS:

<<Punto terzo. Questo punto risulta confutato considerando quanto esposto prima. Nell'apparire infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che quella non isolata della diacronia. Si aggiunga che la differenza degli essenti per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in quella non isolata è una differenza interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire finito. Gli essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa differenza interna all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.

Non capisco perché AS continui a spiegare delle tematiche scambiandole per confutazioni.

Infatti ribadisce:

<<Nell'apparire infinito appare la modalità finita isolata della diacronia in quanto inclusa nella sincronia, tale che in questo modo appare sia la modalità isolata che quella non isolata della diacronia>>.

OK, questo è chiaro.

Poi, prosegue AS:

<<Si aggiunga che la differenza degli essenti per come appaiono nella modalità isolata e per come appaiono in quella non isolata è una differenza interna all'apparire infinito che include in sé anche l’apparire finito>>.

Certo, ovvio, nessuno l’ha mai negato.

AS:

<<Gli essenti appaiono differenti, ma in rispetti diversi e questa differenza interna all'apparire infinito è già eternamente apparente>>.

E qui AS si chiude nel sacco con le proprie mani.

Infatti, se quegli essenti che <<appaiono differenti>>_ in realtà: CONTRARI _, cioè se la forma diacronica-isolata e la forma sincronica in cui tutto <<è già eternamente apparente>> fossero LA STESSA forma ma esperita/vista da due <<rispetti diversi>>, allora NON sarebbero (non si riferirebbero a) LA STESSA, poiché, in quanto forme eternamente tra loro contrarie, come potrebbero esser LA STESSA?

Esse sarebbero perciò due forme parallele e ‘affiancate’, diciamo così, nell’apparire sincronico-infinito, ma MAI sarebbero LA STESSA forma esperita/vista da due <<rispetti diversi>>!

Due <<rispetti diversi>> NON unificano due CONTRARI!

Oltretutto, rimarrebbe ferma l’aporia secondo la quale la forma diacronica NON apparirebbe, nell’apparire infinito, nella forma sincronica ossia già da sempre dispiegata  perché quest’ultima, in quanto differente/contraria rispetto alla forma diacronica del finito, come detto NON sarebbe LA STESSA e quindi l’apparire infinito includerebbe la forma diacronica-isolata come ciò che, in esso, MAI appare dispiegata al modo in cui tutti gli altri enti sono da sempre interamente dispiegati alla ‘luce’ sincronica dell’apparire infinito.

Il che vuole anche dire che l’apparire infinito NON è ciò in cui <<TUTTI gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!

AS:

<<Consegue la contraddizione apparente di Fiaschi, secondo cui questa differenza porti gli enti a essere contemporaneamente gli stessi, sia nel modo isolato che nel modo non isolato di apparire, sia differenti da loro stessi in quanto appaiono in modi diversi in queste modalità. Fiaschi non ha considerato che questi modi diversi di apparire sono determinazioni originarie dei modi di apparire che competono già eternamente in origine agli stessi enti>>.

Che il modo non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il secondo e l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, secondo AS fa sì che la <<differenza non [sia] tale che lo stesso ente che appare isolatamente non [sia] sempliciter lo stesso che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente che appare isolatamente non è tutto il se medesimo che appare non isolatamente. In pratica anche questa differenza è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire concreto>>.

Invece, che il modo non-isolato ( = l’apparire infinito sincronico) includa <<il secondo e l'oltrepass[i] originariamente ed eternamente>>, NON fa sì che la <<differenza non [sia] tale che lo stesso ente che appare isolatamente non [sia] sempliciter lo stesso che appare non isolatamente>, perché sincronìa e diacronìa sono CONTRARI e per di più ETERNAMENTE CONTRARI.

Pertanto, quei due <<rispetti diversi>> sono anch’essi due rispetti ETERNAMENTE CONTRARI tanto quanto è ETERNAMENTE CONTRARIO il loro contenuto, cioè la sincronìa infinita e la diacronìa-isolata, sì che NON siano MAI unificati nell’impossibile riferimento ad una STESSA forma.

AS:

<<Più nello specifico, Fiaschi non considera nel concreto in cosa consiste la differenza di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato dal se medesimo in quanto apparente in modo isolato. Il primo modo include il secondo e l'oltrepassa originariamente ed eternamente. La differenza dunque non è tale che lo stesso ente che appare isolatamente non è sempliciter lo stesso che appare non isolatamente, ma che lo stesso ente che appare isolatamente non è tutto il se medesimo che appare non isolatamente. In pratica anche questa differenza è interna alla costituzione complessa dell'ente e del suo apparire concreto>>.  

La <<differenza di un essente da se medesimo in quanto apparente in modo non isolato>> differisce dal <<medesimo in quanto apparente in modo isolato>> per il fatto che quest’ultimo NON è mai l’ente che dice di essere/apparire, in quanto _ contraddizione C _ non appare insieme ad esso tutta la concretezza che lo avvolge e lo DETERMINA CONCRETAMENTE nella sua IDENTITÀ REALE.

(TRA PARENTESI: poiché nel finito NESSUN essente è mai ciò che dice di essere/apparire, allora ciò vale per qualsiasi altro ente/aspetto, ANCHE per il principio di non-contraddizione, ANCHE per l’élenchos, giacché se qui tutto appare isolatamente/astrattamente di modo tale, appunto, da NON ESSER MAI ciò che sembra e/o dice di essere, allora anche il principio di identità/non-contraddizione SMENTISCE sé, cioè NEGA di essere ciò che dice di essere. Chiusa parentesi).

Tale non-esser mai ciò che sembra essere è un eterno che non sarà mai LO STESSO concreto ente che invece appare nell’infinito <<in modo non isolato>>, perché il primo resta tale e quale, eternamente, nella sua posizione di manchevolezza che neppure l’intera concretezza dell’apparire infinito potrebbe mai oltrepassarne l’astrattezza, giacché, NON potendo DIVENTARE concreto (cioè altro-da-sé), è destinato per ciò a restare astratto per sempre, eternamente.

Lo stesso dicasi della diacronìa.

Essa non è diacronìa sol perché non mostra ciò da cui è isolata; essa è invece essenzialmente il CONTRARIO della sincronìa dell’apparire infinito, perché se in questo la diacronìa apparisse bell’e dispiegata sincronicamente in tutti i suoi passaggi (come infatti dovrebbe), cesserebbe di essere IDENTICA a come invece essa è esperita nel finito-diacronico.

AS:

<<Le ragioni fin qui esposte che confutano le obiezioni finora esaminate dell'articolo di Fiaschi valgono anche per la sua critica relativamente al modo di intendere in Severino lo scomparire. Fiaschi riconosce che la lettura da me fornita riguardo allo scomparire, intenso come copertura relativa dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati, relativa appunto all'orizzonte finito dei cerchi finiti del destino, alle loro attualità, sia coerente con le tesi di Severino. Tuttavia non considera nel concreto cosa ciò implichi. Considerando infatti che all'apparire infinito appaiono eternamente tutti i passaggi dell'iposintassi e tutte le prospettive finite e parziali isolanti che li riguardano, nell'apparire infinito appaiono anche tutte le coperture in questione e il loro contenuto coscienziale isolante relativo. Sicché, nell'apparire infinito, anche la copertura, lo scomparire cosiddetto tale di cui si sta parlando, appare eternamente per come appare nella modalità finita dell'apparire processuale>>.

Al netto del fatto che ancora NON ho intravisto alcuna <<confutazione>>, bensì soltanto DESCRIZIONI/DELUCIDAZIONI ben esposte ma scambiate per confutazioni e che perciò NON spostano di uno iota la mia critica, per quanto riguarda la <<copertura>> menzionata da AS, vedasi i precedenti post nn. 188 e 189.

AS:

<<Un altro equivoco nell'argomento di Fiaschi è di assumere che nell'apparire finito processuale il fatto che i contenuti dell'iposintassi appaiano uno alla volta significhi che essi si isolino realmente dagli altri in questo modo di apparire. Ma questo è sbagliato. Infatti, anche quando essi appaiono uno alla volta, tra virgolette, non stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del fluire dinamico e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo apparire>>.

Avevo invece precisato che l’isolamento, sia esso reale o parziale, non cambia nulla nella faccenda; glielo riporto:

per la terza volta, AS si limita a ripetere la tesi dell’isolamento [da me a suo dire] creduto reale ma in realtà rivelantesi fittizio, irreale. L’ho capito, conosco bene questa tesi, ma ripeto: QUI, NON CONTA ALCUNCHÉ. Riesaminiamola. AS dice che <<tutti i contenuti dell'iposintassi che a noi appaiono nello sguardo finito non sono isolati dall'apparire infinito, neanche adesso che stanno apparendo nel nostro sguardo finito>>. Ripeto, non c’entra nulla giacché, che quei contenuti iposintattici NON siano isolati <<dall'apparire infinito>>, lascia del tutto INTATTA la diacronìa come incominciare e cessare di apparire nel modo da noi innegabilmente esperito. Isolati o no, RESTA INNEGABILMENTE la DIACRONICITÀ del finito (a meno che non si voglia sostenere che, tolto l’isolamento <<all'apparire infinito>>, avremmo anche nel finito un apparire sincronico-indiveniente, il che è tassativamente escluso: vorrebbe dire negare l’apparire finito).

Pertanto, quand’anche <<essi appai[a]no uno alla volta, tra virgolette, non stanno mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi, altrimenti sarebbe impossibile l'apparire dei sopraggiungenti rispetto agli oltrepassati e sarebbe impossibile l'apparire del fluire dinamico e continuo da una porzione all'altra dell'iposintassi e del suo apparire>>, vorrei innanzitutto COSA SIGNIFICHI:

<<tra virgolette>> riguardo al loro apparire <<uno alla volta>>.

Dopodiché, che essi non stiano <<mai separandosi dalla concatenazione dei sopraggiungenti che caratterizza l'iposintassi>>, ripeto per l’ennesima volta, NON rende intelligibile la DIFFERENZA di CONTRARIETÀ tra apparire diacronico e sincronico.

Sta di fatto che nell’apparire infinito, quel che sembra LA STESSA diacronìa del finito ove gli enti sono incomincianti e sopraggiungenti, nell’infinito essi non incominciano e non sopraggiungono.

NON basta menzionare la <<concatenazione dei sopraggiungenti>>, l’isolamento seppur parziale, <<i passaggi da T1 a T2>>, la <<finitezza dell’apparire>> etc…, visto che tutto ciò, nell’apparire infinito, NON dà affatto luogo a quella diacronìa che tutti noi esperiamo…

AS:

<<L'apparire della diacronia in modo processuale è finito, pertanto esclude l'isolamento separante che è assunto implicitamente nell'argomento di Fiaschi>>.

A dire il vero, <<l'isolamento separante>>, nei due post precedenti sopra citati, l’ha tirato in ballo proprio AS, rinfacciandomi di non averlo tenuto in considerazione.

Adesso, invece, esso fungerebbe da assunzione implicita del mio argomento… Bah.

(4)

AS:

<<Quarto punto, per confutare questo punto è sufficiente considerare le ragioni del terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante apparire e alla differenza tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in quanto appare in modo non isolato. Il modo non isolato in cui l'incominciante a apparire appare eternamente tale che non incomincia ad apparire, ma appare eternamente come incominciante apparire, include in sé, differenziandosene internamente, anche il modo finito e isolato di apparire, ovvero l'incominciante apparire che incomincia ad apparire>>.

Ma siccome <<le ragioni del terzo punto applicate alla nozione dell'incominciante apparire e alla differenza tra esso in quanto appare in modo isolato ed esso in quanto appare in modo non isolato>> NON hanno confutato, con buona pace di AS, quanto colà si diceva, ecco allora che il rinvio al terzo punto, ai fini della confutazione del punto (4), è VANO.

Mentre tale rinvio è opportuno ai fini della mia critica a quanto AS ha asserito al punto terzo.

(5)

AS:

<<Quinto punto, per confutare l'obiezione di Fiaschi su tale punto, si consideri che ogni incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni. Qualcosa incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità finita è anche incominciante. È stato già spiegato come l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per apparire prima, sia già determinato come rapporto di sopraggiungenza dei contenuti sopraggiungenti già eternamente apparente tale rapporto di sopraggiungenza nell'apparire infinito. Pertanto, a ciò basta aggiungere che questa condizione di incominciante apparire è anch'essa, in quanto eternamente apparente, un eterno da cui, appunto, abbiamo l'eterno incominciante a apparire>>.

Daccapo, AS si profonde in una ottima SPIEGAZIONE, anziché in una confutazione, già nota e che costituisce la base della mia critica.

Ovvio: <<ogni incominciante apparire è tale relativamente ad altre porzioni dell'iposintassi e mai isolatamente da tale relazione, da tali relazioni>>.

Certo, e chi ha mai detto il contrario?

E dunque?

AS: <<Qualcosa incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità finita è anche incominciante>>;

vero, chi lo ha mai negato?

AS: <<È stato già spiegato come l'apparire dopo qualcosa, questo vale anche per apparire prima, sia già determinato come rapporto di sopraggiungenza dei contenuti sopraggiungenti già eternamente apparente tale rapporto di sopraggiungenza nell'apparire infinito>>.

Certo, tutto ovvio.

Ma temo che AS, ancora una volta, non abbia colto il punto.

Infatti, quel qualcosa che <<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON dà luogo alla diacronìa che invece esperiamo nel finito.

Ciò perché l’apparire infinito è caratterizzato dall’aver tutti gli essenti <<assieme>>, senza un prima ed un dopo.

Poiché sono tutti <<assieme>>, allora, ciò che incomincia ad apparire <<nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro>>, nell’apparire infinito NON incomincia ad apparire rispetto a qualcos’altro, appunto perché ENTRAMBI sono già INSIEME, sono già TUTTI esposti alla luce sincronica.

Non uno dopo l’altro, bensì INSIEME.

Per cui, ciò che COMINCIA ad apparire nel finito, nell’infinito NON può cominciare ad apparire, perché appare da SEMPRE apparente, e NON soltanto da un certo momento in poi.

Se qualcosa <<incomincia ad apparire nella dimensione finita rispetto a qualcos'altro e in tal senso il suo apparire nella modalità FINITA è anche incominciante>> allora, al contrario e conseguentemente, nell’apparire infinito il suo apparire nella modalità INFINITA NON è incominciante!

Anche qui, mi pare, AS si è messo nel sacco da sé, proprio nel rimarcar la differenza tra i due apparire, finito ed infinito, egli è costretto suo malgrado a concludere che se <<nella modalità FINITA è anche incominciante>>, allora nella modalità INFINITA NON può essere incominciante!, altrimenti non sarebbe la modalità infinita bensì finita!

(6)

AS:

<<Ora, il sesto punto risulta già confutato per le ragioni fin qui esaminate ed è possibile appurarlo leggendo prima il suo articolo, poi seguendo quello che sto spiegando e verificare quanto sto descrivendo>>.

Ancora una volta vorrei far notare come AS abbia soltanto SPIEGATO _ come qui sopra riconosce ove dice: <<seguendo quello che sto SPIEGANDO>> _, anziché confutato.

Ma comunque non intendo convincerlo del contrario.

(7)

AS:

<<Settimo punto. Allora, il settimo punto risulta confutato perché è stato già dimostrato che nella esposizione presentata è giustificato in modo incontraddittorio che nell'apparire infinito la nostra esperienza finita dell'isolamento appare identicamente a come appare a noi e in più, ma non sopponendosi ad essa, appare anche il suo oltrepassamento. È stato anche confutato il resto del settimo punto con quanto già esposto, in particolare che nell'apparire infinito niente incominci ad apparire. Questo è un altro punto che lui ha sostenuto, che nell'apparire infinito niente incomincia ad apparire. E invece è stato spiegato in che senso l'incominciante apparire sia incominciante apparire e come possa apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad apparire. Può sembrare un ossimoro, una contraddizione, però quanto detto si collega al quinto punto. Se si capisce bene il quinto punto che ho esposto, si capisce questa affermazione>>.

Ohhh, benissimo!

AS è arrivato a riconoscere obtorto collo che il <<come possa apparire eternamente nell'apparire infinito come incominciante apparire senza che incominci ad apparire>> possa <<sembrare un ossimoro, una contraddizione>>!

Questo già mi basta per poter concludere qui; tuttavia preferirei continuare.

Tale spiegazione, che per AS equivale ad una confutazione, si troverebbe al quinto punto che AS ha esposto…

Bene, ciascuno torni da sé al quinto punto, e veda se ivi si trovi una spiegazione o (AUT) una confutazione, poi me lo faccia sapere, grazie.

(8)

Conclude AS:

<<Poi l'ultimo punto, l'ottavo risulta già confutato da quanto finora ha detto. Ora questo porterà nella disperazione totale Pavone, non il buon Fiaschi che è molto bravo e peraltro non penso si farebbe problemi ad ammettere che ho ragione se accogliesse quanto detto, cioè se apparisse nel suo cerchio del destino la correttezza di quel che ho affermato, di quello che ho dimostrato. Gli faccio ancora i complimenti. È stato notevolmente bravo a fare questo tipo di obiezioni, che Pavone si sognerebbe la notte, che mai da solo riuscirebbe neanche a fantasticare. E dicevo, adesso Pavone sarà disperato perché puntava su questa linea di obiezioni di Fiaschi. Secondo me Fiaschi è il pensatore che può fare le obiezioni più radicali all'interno del sistema severiniano, cioè che può mettere in difficoltà i Severiniani contestando dall'interno quella filosofia. Per cui riuscire a confutare lui, secondo me, significa riuscire a confutare la massima forma di obiezione interna al sistema della filosofia severiniana e questo getta Pavone nella disperazione assoluta perché lui è ossessionato dal voler sminuire, screditare, smontare questa filosofia. Da solo non c'è mai riuscito. Adesso, anche con l'aiuto di studiosi più abili e competenti di lui e di pensatori più bravi nel ragionamento come Fiaschi, non riesce comunque nell'impresa. cari saluti>>.

Ricambio i cordiali saluti.

 

Roberto Fiaschi

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sabato 14 dicembre 2024

138)- «SEVERINO, LA FILOSOFIA, I VALORI»

Questo è il titolo dell’incontro tra due filosofi allievi di Emanuele Severino: Nicoletta Cusano e Luigi Vero Tarca, avvenuto il 13 dicembre 2024 a Brescia e reperibile qui: https://www.youtube.com/live/oFRPW-DkUj4

Purtroppo il video dura 2 ore e 26 minuti e mi è impossibile seguirlo. Quanto ho qui riportato, perciò, è una brevissima (ma significativa) trascrizione effettuata da Mario Ciattoni che ringrazio.

<<Tarca: Posso farti una domanda? Chiedo: se il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole, se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile, che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?

Cusano: Questa è una bella domanda.

Tarca: Hai capito? A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?

Cusano: Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...

Tarca: Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?

Cusano: Penso di averlo detto prima, perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta...

Tarca: Perché dovrebbe interessarmi questo discorso?

Cusano: Ah, guarda, se vuoi contraddirti sei libero di non ascoltarlo.

Tarca: Ma perché contraddirsi dovrebbe essere un male? Wittgenstein dice verrà il giorno in cui saremo fieri di essere nella contraddizione.

Cusano: Bene, perché la contraddizione è quella che ho proposto al ragazzo qui davanti: dire e non dire una cosa. Se a te interessa dire e non dire una cosa, va benissimo.

Tarca: Certo.

Cusano: Il prof. Tarca dice e non dice, ed è contento così; io preferirei dire senza contraddirmi.

Tarca: Quindi abbiamo due preferenze (...) Io godo nel contraddirmi, sono due volontà, tu godi nel non-contraddirti. Perché il giovane dovrebbe scegliere il tuo discorso?

Cusano: Se fosse solo il frutto di una scelta... Abbiamo già detto che il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo, e di conseguenza abbiamo chiuso il discorso>>.

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Relativamente a questi scambi di battute, il mio accordo propende nettamente a favore di quanto detto dal prof. Luigi Vero Tarca (LVT).

Motiviamolo.

Alla domanda di LVT:

<<che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?>>,

Nicoletta Cusano (NC) risponde:

<<Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...>>.

Quindi, se l’<<esserlo>> SAPENDOLO _ come nel caso NC _, costituisce il cuore del <<messaggio>> che il <<discorso di Severino>> <<dà al vivente umano>>, tale risposta altro non fa che ribadire quanto era già esplicito nella domanda di LVT, ossia che <<il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole>>, il che è esattamente quanto ciascun essere umano GIÀ SA a prescindere del <<messaggio>> di Severino, per cui quest’ultimo si limiterebbe a ribadire l’ovvio in quanto universalmente risaputo.

Senonché, NC farà osservare che, invece, ciò che l’essere umano NON SA è che _ per usare le stesse parole di LVT _ <<se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile>>.

Eccolo, dunque, l’autentico centro del <<messaggio>> di Severino e che, secondo NC, farebbe la differenza tra il saperlo ed il non-saperlo.

Ora chiedo: QUALE DIFFERENZA, tal saperlo, farebbe?

Avere un insieme di NOZIONI filosofiche in più rappresenta davvero una differenza tale da costituirsi come <<messaggio>>, rispetto al non averle?

 Certamente sì, a livello ‘quantitativo’, se posso dir così; NO, invece, a livello esistenziale-qualitativo.

Infatti, tale <<messaggio>>, NON apporta alcuna REALE differenza nella vita quotidiana, giacché ANCHE NC, come tutti noi, continuerà a <<volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé>>, se vorrà continuare a vivere…

Il MERO SAPERE la (presunta!) impossibilità <<che qualcosa diventi altro da sé>> non può costituirsi come IL <<messaggio>> che Severino <<dà al vivente umano>>, appunto perché esso è soltanto un insieme di NOZIONI (per quanto meticolosamente elaborate/argomentate) da far proprie o, se si vuol utilizzare il linguaggio del filosofo bresciano, che appaiono.

Certo, se a tutto ciò aggiungiamo quell’altro aspetto teoretico costituito dalla Gloria e dalla Gioia eterna, allora questo sarebbe un SAPERE già più sostanziale esistenzialmente parlando, sì, ma si tratterebbe pur sempre di un insieme di NOZIONI, giacché NEPPURE il saper ciò cambierebbe il volere <<che qualcosa diventi altro da sé>> in un NON-volere (continuando, però, nelle proprie giornate a voler _ o meno _ trasformare il caffè in polvere e l’acqua fredda in caffè caldo)…

Per cui, SAPERE di essere una <<volontà di far diventare altro>> NON sembra avallare la tesi di NC secondo la quale <<un conto è esserlo senza saperlo>>.

Continuando a seguire la loro conversazione, LVT chiede:

<<Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?>>, e NC risponde:

<<perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta>>.

Siccome LVT inizialmente chiedeva: <<A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?>>, allora, che esso sia <<l'unico discorso che sta>> che rilevanza potrà mai avere nel quotidiano il quale, sulla base dello STARE da parte di una tesi filosofica, NON subirà comunque alcun apporto in forza di tale <<messaggio>> che invece, poiché rivolto a <<me che sono un vivente, e che quindi voglio>>, dovrebbe apportare?

Forse che tale apporto (che secondo NC farebbe la differenza tra saperlo e non-saperlo) debba consistere in un insieme di tesi filosofiche sol perché esse STANNO?

Un po’ pochino…

… Dopodiché, NC afferma:

<<io preferirei dire senza contraddirmi>>, e precisa che <<il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo>>, ossia, NC VUOLE/SCEGLIE di non-contraddirsi.

Ma allora, anche la PREFERENZA o la SCELTA di non-contraddirsi da parte di NC, in quanto essa <<è un voluto>>, <<è nichilismo>> cioè è un CONTRADDIRSI, giacché il nichilismo _ nonché la volontà _, sempre per Severino, è l’essenza della contraddizione/dirsi.

Quindi, anche ammesso e non concesso che il VOLERE sia contraddizione, allora il VOLERSI non-contraddire di NC è tanto contraddittorio quanto il VOLERSI contraddire di LVT.

Ciò, tanto più in base alla severiniana contraddizione C secondo la quale l’essente che appare È ed al contempo NON È MAI l’essente che, apparendo, dice di essere.

Pertanto, nonostante le intenzioni contrarie, anche il dire di NC (come quello di chiunque altro), pur preferendo <<dire senza contraddir[s]i>>, in nome della contraddizione C non è mai quello che dice (di essere), pur essendolo…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 28 novembre 2024

129)- INCOMPONIBILITÀ TRA “ASTRATTO” E “CONCRETO”: IL “TUTTO” (SEVERINIANO) NON È IL TUTTO CONCRETO

 

Ha scritto il filosofo Emanuele Severino:

<<E non si può ribattere che, allora, il concreto è pur sempre privo di qualcosa, cioè dell'astratto. Esser privi dell'astratto è infatti esser privi di una privazione, ed esser privi della privazione è non esser privi>>. (Severino: “Testimoniando il destino”).

Ma, se così come dice Severino, l’astratto NON dovrebbe affatto apparire, mentre, invece, esso appare come ciò di cui diciamo il suo esser FINITO, cioè privo della infinita concretezza della totalità del suo altro.

Per cui, se <<Esser privi dell'astratto>> fosse l’<<esser privi di una privazione, ed esser privi della privazione è non esser privi>>, allora non potrebbe esistere né apparire lo stesso finito, cioè l’ente astratto, per cui non potremmo parlare di ciò che non appare affatto, in quanto non-saputo, necessariamente ignorato.

Ma noi sappiamo che in Severino la distinzione tra finito ed infinito o tra astratto e concreto è fondamentale.

E se anche l’<<Esser privi dell'astratto>> fosse DAVVERO l’<<esser privi di una privazione, ed esser privi della privazione è non esser privi>>, discenderebbe che la presenza (l’apparire) o meno dell’astratto lascerebbe del tutto intonsa la concretezza della totalità, sì che, in tal caso, l’astratto sia da sempre concreto, perciò esso NON POTREBBE MAI APPARIRE come finito o come astratto o come parte; il che, nella filosofia severiniana, NON è.

Come detto, l’astratto APPARE. OGNI essente che appare è, infatti, un astratto e, come abbiamo letto, per Severino l’astratto è una PRIVAZIONE (della sua infinita concretezza).

Se così, allora, in tale infinita concretezza o totalità concreta, APPARENDO l’astratto, APPARE la PRIVAZIONE, o anche: APPARE la MANCANZA, quindi essa è MANCANTE.

Se essa è mancante, allora NON è la totalità concreta, in quanto mancante della mancanza o dell’astratto.

Ma, insiste Severino: <<esser privi della privazione è non esser privi>>.

Il che vuol dire che esser privi della privazione cioè dell’astratto è <<non esser privi>> cioè è esser concreti.

Ma, in tal caso, l’astratto NON POTREBBE MAI APPARIRE, quindi non ne avremmo alcuna coscienza.

Ma, si ripeta, l’astratto APPARE, e appare così innegabilmente tanto da dare luogo alla contraddizione C quale intrascendibile orizzonte del finito.

APPARENDO l’astratto, allora la totalità concreta NON è priva della privazione o dell’astratto.

Non essendone priva, la totalità concreta NON È CONCRETA poiché, appunto, essendo priva dell’astratto (mancando dell’astratto = mancando della mancanza), è priva simpliciter, o meglio: è MANCANTE DELLA MANCANZA o dell’ASTRATTO, sì da esser essa stessa ASTRATTA.

Quindi, alla suddetta totalità, l’astratto non manca (infatti APPARE), per cui essa NON è la totalità concreta in quanto è MANCANTE ( = è ASTRATTA essa stessa) dell’ASTRATTO o della PRIVAZIONE.

Conclusione:

(1)- se la totalità concreta NON è (astratta cioè NON è MANCANTE, non è) priva dell’esser priva o dell’astratto, allora va da sé che essa è ASTRATTA, cioè NON è la totalità concreta;  

(2)- se essa, invece, è PRIVA ( = MANCA) dell’esser priva o dell’astratto (in quanto la si vuole assolutamente concreta), va da sé che la totalità concreta sia appunto PRIVA ( = MANCHI) dell’astratto che pur innegabilmente APPARE, cosicché NON sia la totalità concreta.  

Se il finito, ogni finito ( = ogni ente) è l’astratto, allora la totalità concreta dovrebbe esser priva anche di ogni essente che appaia finitamente, visto che, nell’apparire finito, ogni essente è un astratto (o appare astrattamente) il quale, pur tendendo a ridurre via via la propria astrattezza e ad incrementare la propria concretezza (peraltro senza mai riuscirsi definitivamente) sotto il nome di contraddizione C, NON la riduce DIVENTANDO concreto da astratto che era, giacché in Severino il DIVENTARE-ALTRO è escluso, e ciò comporta che ANCHE nell’apparire infinito o totalità concreta, l’astratto sia e rimanga eternamente astratto ( = mancante) di ciò che purtuttavia non gli manca.

Nella totalità concreta, infatti, l’astratto è e resta eternamente astratto (giacché non può diventare altro-da-sé) ed al contempo non lo è (perché è da sempre in compagnia con la totalità concreta che da sempre ne ha tolto l’astrattezza).

In tal caso, la totalità concreta si costituisce essa stessa astrattamente, in quanto vi è in essa un residuo di astrattezza (di mancanza) che NON si lascia concretizzare.

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 1 agosto 2024

117)- ALCUNE OSSERVAZIONI SU: «La contraddizione C e l’apparire infinito in Severino secondo Roberto Fiaschi»


In relazione al mio post n° 110, riporto dal link

https://www.academia.edu/122425303/La_contraddizione_C_e_lapparire_infinito_in_Severino_secondo_Roberto_Fiaschi, il seguente bell’articolo di Italo Nobile intitolato:

<<La contraddizione C e l’apparire infinito in Severino secondo Roberto Fiaschi. Riflessioni e divagazioni a partire da una critica di Roberto Fiaschi ad Emanuele Severino>>.

<<La tesi di Roberto Fiaschi

Secondo il filosofo Emanuele Severino, l’apparire infinito è ciò che TOGLIE da sempre (ha da sempre TOLTO) la peraltro ineliminabile (nel finito) contraddizione C cioè la parzialità/astrattezza dell’ente-x (e di qualsiasi altro ente) che appare qui, nell’apparire finito, perché esso (l’ente) è privo delle (non appaiono le) sue costanti (tutti gli altri enti) che fanno di x quell’ente-x che appunto esso è nell’apparire finito, giacché l’infinito è la com-presenza esaustiva e simultanea dell’apparire della totalità infinita e concreta di tutti gli essenti.

Stante ciò, vi è allora da domandarsi COME l’indiveniente apparire infinito ‘veda’ (esperisca, sia cosciente de) il diveniente ente-x libero (risolto) dalla contraddizione C.

Varie alternative.

1) Lo ‘vede’ esattamente COME lo vediamo noi, nel finito, cioè parzialmente/astrattamente;

In tal caso la contraddizione C dell’ente-x, nell’infinito NON È AFFATTO TOLTA, appunto perché, nell’infinito, x apparirebbe COME lo vede il finito ossia in modo parziale/astratto in forza della contraddizione C, quindi SENZA le sue (di x) costanti che invece non possono apparire nel finito in modo definitivo ed esaustivo ma procrastinate diacronicamente all’infinito. Per cui x, nell’infinito, non differirebbe affatto da x nel finito, quindi x rimarrebbe eternamente astratto (SENZA la totale presenza delle sue necessarie costanti ipo- ed iper-sintattiche) ANCHE nell’apparire infinito.

2) L’infinito ‘vede’ x esattamente COME lo vediamo noi nel finito ED ALTRESÌ lo vede LIBERO dalla contraddizione C, ossia lo ‘vede’ insieme alla totalità delle sue costanti, l’apparire simultaneo delle quali, perciò, TOGLIEREBBERO (avrebbero da sempre tolto) la contraddizione C di x nell’infinito.

Ma, se fosse così, nell’apparire infinito avremmo DUE enti-x reciprocamente DIFFERENTI e solo UNO dei quali apparirebbe nella sua concretezza _ cioè l’ente-x ‘visto’ nell’apparire infinito insieme alla simultaneità di tutte le sue (di x) infinite costanti; ciò, in forza del fatto che, secondo Severino, un ente NON POSSA MAI DIVENTARE (TRASFORMARSI in) un altro.

Mentre, invece, il primo x, identicamente al caso (1), rimarrebbe eternamente astratto ANCHE nell’apparire infinito; ma ciò, allora, si deve dire di TUTTI gli enti che appaiono nel finito!

Cosicché, in realtà, non solo di NESSUN ente, nel finito, accada MAI il toglimento progressivo della propria parzialità/astrattezza, ma nel finito NON VI PUÒ ESSER ALCUNA contraddizione C (grazie al progressivo toglimento della quale la concretezza degli enti che appaiono andrebbe vieppiù concretandosi), proprio perché tutti gli enti, nell’apparire infinito, verrebbero ‘visti’ esattamente COME il nostro ente-x cioè COME li vediamo qui nel finito, cioè astrattamente come al punto (1).  

3) L’infinito ‘vede’ SOLTANTO nella sua concretezza cioè da sempre libero dalla contraddizione C. Ma, in tal caso, che ne è, nell’apparire infinito, dell’ente-x astrattamente inteso ovvero afflitto qui, nel finito, dalla contraddizione C?

L’unica soluzione per questi tre casi consiste nell’introdurre il DIVENIRE inteso come TRASFORMAZIONE da astratto a concreto

Infatti, la severiniana INDIVENIENZA dell’ente, rende IMPOSSIBILE: o l’indiveniente apparire infinito, oppure rende IMPOSSIBILE la contraddizione C.

Riflessioni

la prima domanda che mi viene in mente è: l’Apparire infinito è una coscienza che vede qualcosa? O un punto di vista da cui si vede qualcosa?  O un orizzonte con un numero infinito di oggetti che appaiono ad una coscienza situata in un determinato punto di vista? Me lo domando perché, avendo approfondito soprattutto gli scritti giovanili di Severino posso difenderlo (se è il caso) solo ipotizzando cosa si possa rispondere alla critica di Fiaschi partendo dal suo punto di vista (quello di Severino non di Fiaschi), un punto di vista però che corrisponde più alla mia istanza neoparmenidea che cerca di avvicinarsi a Severino come se fosse un affine (senza esserne sicuro). Il coraggio di fare questo azzardo ermeneutico e polemico me lo dà il fatto che Severino, per quanto rivendichi a piè sospinto la sua originalità se non la sua eccezionale unicità, fa parte a pieno titolo di una tradizione di pensiero e da questa trae motivi, metafore, intenti. Intendo il monismo o quella che Beierwaltes chiama la tradizione idealistica (da Platone a Hegel ma forse, direi io, da Eraclito a Royce). O addirittura potremmo allargare questa famiglia anche all’Oriente se pensiamo alle comparazioni fatte da numerosi filosofi (ad es. Sarvepalli Radhakrishnan) e numerosi studiosi (ad es. Rudolf Otto) tra misticismo orientale e misticismo occidentale. Fatta questa premessa, mi chiedo: pur ammettendo che anche in Spinoza si parli di sub specie aeternitatis (ossia di un punto di vista dell’eternità) non possiamo ipotizzare che nell’apparire infinito non ci possa essere un punto di vista? Se cioè nell’apparire infinito tutto è interrelato con tutto, il fatto che qualcuno veda qualcosa non presuppone ancora quel mondo dove quel qualcuno e quel qualcosa sono separati l’uno dall’altro per cui qualcuno può permettersi di vedere qualcosa? Ovvero non è che l’apparire infinito somigli più all’ottava figura delle icone del bufalo (o del bue)[1] del Buddhismo Zen, quella cioè dove non c’è più né bufalo né mandriano (in sintesi né oggetto né soggetto)? Qualcuno obietterebbe che allora non ci sarebbe apparire. E non può essere allora che l’attributo “infinito” massacri il termine che si predica di tale attributo così come vorrebbe il filosofo analitico del linguaggio I.T. Ramsey e come evidenzia il grande neoplatonico dell’Umanesimo Nicola Cusano? Il passaggio nell’apparire infinito non fa sparire il terminus a quo allo stesso modo di una scala di corda che viene raggomitolata una volta servita allo scopo? La seconda domanda che mi pongo è: quello di Fiaschi è un cosiddetto esperimento mentale? O domandarsi cosa si veda dal punto di vista dell’apparire infinito è una semplice dimostrazione per assurdo? Le due cose non sono lo stesso? Oppure lo sono? E fare un esperimento mentale è compatibile con la prospettiva di Severino? Ovvero si può uscire dalla propria pelle secondo Severino? Possiamo ipotizzare qualcosa di assolutamente altro dalle condizioni che accompagnano le nostre asserzioni? Fino a quando possiamo assumere il punto di vista di chi la pensa diversamente da noi? Se arriviamo al punto di poterlo confutare possiamo pensare di esserci immedesimati abbastanza? O lo possiamo confutare perché non ci siamo immedesimati abbastanza? Da dove parla Roberto Fiaschi quando articola le diverse ipotesi in cui Severino sarebbe quasi ingabbiato? Un severiniano potrebbe domandare a Fiaschi se parla stando nell’apparire finito o nell’apparire infinito e se l’impasse severiniana che egli denuncia non sia condizionata da questo punto di partenza (che sarebbe quello dell’apparire finito). Un severiniano potrebbe dire che, stando dal punto di vista dell’apparire finito, le alternative poste da Fiaschi non rispecchiano la reale situazione di chi parla dal punto di vista dell’apparire infinito. E qui però facciamo un’altra domanda (perché i problemi in questo caso non sarebbero da una parte sola): dove sta lo stesso Severino quando parla di apparire finito e apparire infinito? Ipotizziamo che Severino ancora vivente avesse scritto altre opere in cui avrebbe ancora allargato la prospettiva. Come avrebbe dovuto considerare le opere scritte in precedenza? E ancora sorge un altro terribile problema per gli stessi severiniani: se non è possibile trascendere le condizioni del proprio asserire, come sarebbe possibile l’elenchos se questo appunto presuppone l’assunzione del punto di vista dello scettico radicale o di ogni altra posizione che all’elenchos sarebbe soggetta? La ragione per cui dunque l’elenchos si chiude sarebbe la stessa ragione per cui l’elenchos non si potrebbe nemmeno innescare. Fiaschi o qualsiasi altro potrebbe rispondere perché si dovrebbe stare in un qualsiasi posto per svolgere una critica alla filosofia di Severino. A sua volta il severiniano potrebbe dire che, non stando nell’apparire infinito, non si può sapere se e cosa si vede dal punto di vista dell’apparire infinito. Né si può sapere se le implicazioni delle diverse alternative siano quelle esposte da Fiaschi. Perché infatti dal punto di vista dell’apparire infinito la x astratta e la x concreta dovrebbero essere alternative tra loro? Perchè, se vedi sia la x astratta che la x concreta dovresti vedere due enti? Perché se vediamo la x concreta non vediamo anche la x astratta, essendo esse lo stesso ente? Certo Severino contesta che la legna sia cenere perché sarebbe a suo dire una contraddizione e contesta che la legna diventi cenere perché ciò implicherebbe a suo dire che la legna sia cenere. Egli contesta anche che qualsiasi cosa che duri nel tempo sia qualcosa di unitario e di identico a se stesso. Ma negherebbe che lo stesso ente possa essere visto da prospettive diverse? Se lo nega effettivamente Fiaschi lo ha messo nei guai. Ma se non lo nega si potrebbe adottare la terza alternativa ipotizzata da Fiaschi per cui nell’apparire infinito si vede la x concreta che è la stessa x astratta che si vedeva nell’apparire finito. Se cioè legna e cenere sono due, se la legna che si vorrebbe diventi cenere rimangono sempre due, se l’ente che dura nel tempo è in realtà una serie di un certo numero di enti, tuttavia l’x astratto e l’x concreto sono lo stesso ente, visto sbiadito e isolato nell’apparire finito e concreto e interrelato con tutto il resto nell’apparire infinito. Oppure, sempre scegliendo la terza alternativa, si potrebbe dire che nell’apparire infinito si vede la x concreta perché la x astratta è da sempre tolta essendo contraddittoria. E almeno nel Severino che nel pensier mi fingo, un ente contraddittorio non deve essere necessariamente conservato anche nella prospettiva dell’apparire infinito.

Concludendo

l’apparire infinito può riservare problemi sia a Severino che ai suo critici a causa della sua natura controversa (è un punto di vista? È trattabile con un esperimento mentale? Il passaggio all’apparire infinito è un divenire per i contenuti che appaiono?). Forse perchè possa essere tematizzato con maggiore successo sarebbe necessario utilizzare la riflessione buddista (anche di tipo logico) sul passaggio dalla prospettiva prima dell’illuminazione a quella dopo l’illuminazione. In un certo senso perciò l’apparire infinito costringe il severinismo a ricongiungersi alla philosophia perennis alla quale è sempre appartenuto nonostante la sua arrogante pretesa di unicità>>.

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Rispondo alle domande che mi riguardano direttamente.

Italo Nobile chiede:

(1)- <<La seconda domanda che mi pongo è: quello di Fiaschi è un cosiddetto esperimento mentale?>>

Sì, nella misura in cui Severino, parlando di apparire infinito nel quale gli essenti sono da sempre liberi dalla contraddizione C, stia effettuando anch’egli un <<esperimento mentale>>.

No, nella misura in cui tale apparire sia, per Severino, soltanto una conseguenza teoretica derivante da premesse.

(2)- <<E fare un esperimento mentale è compatibile con la prospettiva di Severino? Ovvero si può uscire dalla propria pelle secondo Severino? >>

Come la risposta (1).

(3)- <<Possiamo ipotizzare qualcosa di assolutamente altro dalle condizioni che accompagnano le nostre asserzioni?>>

Per Severino, qualsivoglia <<assolutamente altro>> che sia interno all’essere è impossibile, giacché l’unico <<assolutamente altro>>, sempre a suo dire, è soltanto il nihil absolutum.

(4)- <<Fino a quando possiamo assumere il punto di vista di chi la pensa diversamente da noi?>>

Fino al punto in cui tale <<punto di vista>> viene proposto in via filosofico-argomentativa accessibile a tutti coloro che lo leggono.

(5)- <<Se arriviamo al punto di poterlo confutare possiamo pensare di esserci immedesimati abbastanza? O lo possiamo confutare perché non ci siamo immedesimati abbastanza?>>

Opterei per la prima prospettiva, ma non escludo la seconda.

(6)- <<Da dove parla Roberto Fiaschi quando articola le diverse ipotesi in cui Severino sarebbe quasi ingabbiato?>>

Parlo dal medesimo punto di vista in cui parla Severino allorquando egli ci spiega la contraddizione C e l’apparire infinito, se non altro perché le sue spiegazioni MI appaiono qui, cioè nella stessa ‘dimensione’ nella quale esse sono state concepite da Severino.

(7)- <<Un severiniano potrebbe domandare a Fiaschi se parla stando nell’apparire finito o nell’apparire infinito e se l’impasse severiniana che egli denuncia non sia condizionata da questo punto di partenza (che sarebbe quello dell’apparire finito)>>.

A tale domanda, rispondo di parlare esattamente nel luogo in cui Severino stesso sta parlando, dal momento che anch’egli è un individuo che, come me, parla e vive nel medesimo mondo in cui parlo e vivo io.

(8)- <<Un severiniano potrebbe dire che, stando dal punto di vista dell’apparire finito, le alternative poste da Fiaschi non rispecchiano la reale situazione di chi parla dal punto di vista dell’apparire infinito>>.

Avevo precisato nel mio post su riportato:

<<vi è allora da domandarsi COME l’indiveniente apparire infinito ‘veda’ (esperisca, sia cosciente de) il diveniente ente-x libero (risolto) dalla contraddizione C>>.

Quindi sì, le mie critiche sorgono <<dal punto di vista dell’apparire infinito>>, FINGENDO, cioè, di pormi in esso, come FINGE anche Severino ed ogni severiniano, poiché l’individuo è FINITO e si colloca _ scrive, parla _ NELL’apparire FINITO, e ciò rende IMPOSSIBILE parlare <<dal punto di vista dell’apparire infinito>>, ANCHE DA PARTE DI Severino!

(9)- <<[I]l severiniano potrebbe dire che, non stando nell’apparire infinito, non si può sapere se e cosa si vede dal punto di vista dell’apparire infinito>>.

NEMMENO il severiniano sta <<nell’apparire infinito>> per poter affermare che in esso ogni contraddizione sia da sempre tolta e che perciò ogni ente appaia nella sua concretezza.

(10)- <<Perché infatti dal punto di vista dell’apparire infinito la x astratta e la x concreta dovrebbero essere alternative tra loro?>>

Non sono alternative, anzi, come detto nel post, esse DEVONO ESSERE ENTRAMBE PRESENTI nell’apparire infinito.

(11)- <<Perchè, se vedi sia la x astratta che la x concreta dovresti vedere due enti?>>

Perché <<Il “concetto astratto dell’astratto” è l’apparire della determinazione particolare dell’originario, come determinazione che non solo è distinta, ma è separata dalle altre determinazioni dell’originario. Ogni concetto astratto dell’astratto è una negazione dell’originario, appunto perché esso è, esplicitamente o implicitamente, negazione del nesso necessario in cui la struttura originaria consiste>>. (Emanuele Severino: La struttura originaria; Introduzione, pag. 43).

Per cui è chiaro che il medesimo ente non possa apparire, al contempo, come concreto e come negazione di tale concretezza.

(12)- <<Perché se vediamo la x concreta non vediamo anche la x astratta, essendo esse lo stesso ente?>>

Infatti io sostengo che nell’apparire infinito DEVONO vedersi AMBEDUE le x.

(13)- <<Certo Severino contesta che la legna sia cenere perché sarebbe a suo dire una contraddizione e contesta che la legna diventi cenere perché ciò implicherebbe a suo dire che la legna sia cenere. Egli contesta anche che qualsiasi cosa che duri nel tempo sia qualcosa di unitario e di identico a se stesso. Ma negherebbe che lo stesso ente possa essere visto da prospettive diverse? Se lo nega effettivamente Fiaschi lo ha messo nei guai. Ma se non lo nega si potrebbe adottare la terza alternativa ipotizzata da Fiaschi per cui nell’apparire infinito si vede la x concreta che è la stessa x astratta che si vedeva nell’apparire finito>>.

L’astratto ed il concreto NON sono due semplici <<prospettive diverse>>, bensì sono reciprocamente ESCLUDENTISI (vedasi il brano di Severino al punto 11).

(14)- <<Se cioè legna e cenere sono due, se la legna che si vorrebbe diventi cenere rimangono sempre due, se l’ente che dura nel tempo è in realtà una serie di un certo numero di enti, tuttavia l’x astratto e l’x concreto sono lo stesso ente, visto sbiadito e isolato nell’apparire finito e concreto e interrelato con tutto il resto nell’apparire infinito>>.

Ma, ben appunto, <<l’x astratto e l’x concreto sono lo stesso ente, visto sbiadito e isolato nell’apparire finito e concreto e interrelato con tutto il resto nell’apparire infinito>>, pertanto SIA l’esser <<visto sbiadito e isolato>> CHE l’esser <<concreto e interrelato>> debbono essere ENTRAMBI presenti nell’apparire infinito, cosicché l’x astratto dell’apparire finito NON sia mai libero dalla contraddizione C e dall’isolamento, NEPPURE nell’apparire infinito, proprio perché in quest’ultimo, l’x libero dalla contraddizione C ossia l’x concreto appare come ALTRO dall’x finito e isolato.

(15)- <<Oppure, sempre scegliendo la terza alternativa, si potrebbe dire che nell’apparire infinito si vede la x concreta perché la x astratta è da sempre tolta essendo contraddittoria. E almeno nel Severino che nel pensier mi fingo, un ente contraddittorio non deve essere necessariamente conservato anche nella prospettiva dell’apparire infinito>>.

Sebbene la x astratta sia, nell’apparire infinito, <<da sempre tolta essendo contraddittoria>>, essa, nell’apparire finito, appare ANCHE come AFFERMATA, altrimenti non potrebbe mai liberarsi diacronicamente dalla propria astrattezza, per cui la x astratta, COSÌ COME ESSA APPARE nell’apparire finito, DEVE altresì apparire (come AFFERMATA) nell’apparire infinito.


Roberto Fiaschi

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 [1] www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/migi.pdf