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sabato 10 giugno 2023

62)- «UN UOMO NON PUÒ ESSERE DETENTORE DELLA VERITÀ»

 

Riporto parte di un interessante post dal link: https://www.facebook.com/groups/208128786326082, del gruppo: Officina di filosofia teoretica.

<<un uomo non può essere detentore della verità perché o l'uomo è la verità e allora "la verità è la verità" non è la verità o un uomo non può essere la verità. E questo per tutti gli uomini. Ma la vera filosofia è quella inoltrepassabile o incontrovertibile appunto, la verità, in quanto il linguaggio che non sa dirla tutta è il contesto storico in cui appare la verità nel linguaggio, ermeneutica, nell'esistenza, esistenzialismo, nella proposizione, positivismo, nel pensiero, idealismo, nell'esperienza, empirismo, nella ragione, razionalismo, nell'oggetto, realismo, e in tutti i racconti che ogni setta o mito d'altra parte raccontano. [Etc…]>>.

L’Autore (d’ora in poi: A) del post ha ragione; internamente alla filosofia di Emanuele Severino

<<un uomo non può essere detentore della verità perché o l'uomo è la verità e allora "la verità è la verità" non è la verità o un uomo non può essere la verità>>.

Ovviamente, questa frase (d’ora in poi: F) intende essere una VERITÀ (del destino severiniano), altrimenti, apparterrebbe a quell’uomo il quale, s’è visto, <<non può essere detentore della verità>> e perciò, appatenendogli, essa sarebbe NON-VERA.

Eppure, F ha un Autore, è stata da lui pensata e poi trasposta su una determinata pagina del WEB onde la potessero leggere tutti.

Questo A, come tutti i suoi lettori, è <<un uomo>> ( = o mortale, errore, nel linguaggio severiniano) il quale, ripetiamolo, <<non può essere detentore della verità>>, di quella espressa da F.

Ciò nonostante l’A, ossia colui che <<non può essere detentore della verità>>, detiene ciò che è impossibile che detenga, cioè la verità espressa da F in quanto ne è l’Autore, facendosi perciò IDENTICO alla verità (appunto perché F è una verità del destino, NON dell’uomo), sì che in tal modo l’A CONTRADDICA la verità indicata da F, giacché A, essendo un uomo, <<non può essere detentore della verità>> detta da F.

Infatti, se ne fosse detentore, l’uomo (A) sarebbe <<la verità e allora "la verità è la verità" non è la verità>>.

Pertanto F, essendo espressa da A cioè DA UN UOMO (il quale, perciò, la detiene), <<non è la verità>>.

Senonché, qui, NON è in questione l’A del post, bensì l’uomo ovvero ciò che Severino chiama: ERRORE.

Il post in oggetto esemplifica molto bene la tematica trattata nei miei post 3 e 61, perché l’uomo concepito come ERRORE, NON PUÒ MAI parlare a nome di una (presunta) verità del destino severiniano senza SMENTIRE di essere ERRORE, come infatti è accaduto anche nel suddetto caso…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 16 marzo 2023

42)- IL PRESENTE DIVENTA ALTRO DA SÉ-PASSATO

Scrive A.V. nel gruppo Facebook Officina di filosofia teoretica (dretspSoona9c5:e5fl66l 430u5r1z35a0255 63oi 2um1tg0042o51r e):

<<LO SO. Che il prima diventi il poi. Che l'essere stato diventi l'esser ora. Che il prima non sia più prima. Che l'essere stato non è più l'esser stato. Perché sono divenuti l'esser poi e l'essere ora. È la follia che a tutti sembra l'evidenza assoluta. Nessuno è disposto a dire che il prima è il poi. E nessuno è disposto a dire che l'essere stato è l'essere ora. Ma poi si dimentica che per diventarlo il prima non è stato ma è (divenutolo) il poi. Strani i sostenitori di un processo in cui definiscono che il prima non SIA il poi ma insieme che lo SIA divenendolo. In actu exercito affermano la differenza tra prima e poi o tra esser stato e esser ora ma in actu signatu la negano. Affermare e negare insieme le differenze o affermare che i differenti sono identici è negazione del primo principio assoluto di non contraddizione e inviolabile per la vera conoscenza. Si decidano. Non vi sembra una follia quella affermazione che si nega da sé e pretende pure di essere il reale che appare? Una CONTRADDIZIONE APPUNTO. Per sostenere che il prima diventi il poi si deve sostenere che il prima non è il poi e sostenere insieme che il prima è il poi. Sostenere l'impossibile divenire>>.

(NOTA: per agevolare la lettura onde evitar di ‘perdersi’, evidenzio coi seguenti tre colori i termini di passato, presente e futuro).

Il tema di questo post (ma vedasi anche il post n° 21) è il DIVENIRE degli ETERNI il quale, secondo Severino, con comporterebbe affatto il <<diventare altro>> da parte di nessun eterno ( = ente), quindi, neppure di quell’ente (qualsiasi esso sia) circa il quale siamo soliti dire che è stato futuro, che è ora presente e che sarà passato, perché nell’ottica severiniana e come ha ben esemplificato A.V. nel suo scritto su riportato, ciascun ente è e resta immutabilmente ciò che da sempre, eternamente è, cosicché severinianamente abbiamo:

(1) x-presente mai diverrà quell’altro da sé che è x-passato;

(2) x-presente mai è stato quell’altro da sé cui è x-futuro;

(3) x-futuro mai diverrà quell’altro da sé cui è x-presente;

(4) x-passato mai è stato quell’altro da sé che è x-presente.

***

In questo post tratterò soltanto del punto (1):

x-presente mai diverrà quell’altro da sé che è x-passato.

Scrive Severino: <<il presente non diventa un passato, non diventa altro da sé: ciò che incomincia ad apparire come passato è l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato e che permane nel  presente, nel senso che ha in comune col presente quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>> - (E. Severino: Oltrepassare, Adelphi, pag. 340).

Come evitare, dunque, la (presunta) contraddizione secondo la quale x-presente sia divenuto quell’altro da sé cui è x-passato?

La soluzione di Severino l’abbiamo appena letta.

Funziona?

Temo di no.

L’<<incominciare ad apparire di ciò [x-passato] che eternamente è un passato>>, sopraggiunge su ciò (su x-presente) che non può mai diventare quell’altro da sé cui è x-passato.

Quindi, l’<<incominciare ad apparire di ciò [x-passato] che eternamente è un passato>>, sopraggiungendo, NON trasforma x-presente facendolo diventare x-passato e insieme (simul) LO TRASFORMA in x-passato, perché adesso, essendo sopraggiunto x-passato, x-presente NON è più presente.

Certo, l’<<incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato>> <<permane nel presente>>, ossia x-presente continua ad apparire come x-presente, altrimenti non potremmo indicare il passare di x senza riferirlo a ciò (x-presente) che non passa.

Ma adesso domandiamoci:

cominciando ad apparire x-passato come <<ciò che eternamente è un passato e che permane nel presente>>, x-presente continua forse a restar IDENTICO a lo x-presente COME ERA PRIMA che cominciasse ad apparire x-passato?

No: l’allieva di Severino, la prof.ssa Nicoletta Cusano, scrive:

<<è necessario affermare che ciò [x-presente] che non appare più [poiché è ormai passato e quindi adesso appare x-passato] continua ad apparire, seppure diversamente da come appariva [quando appariva come x-presente], ed è presente in ciò [in x-passato] che sopraggiunge proprio in quanto sopraggiunge: è, per così dire, la natura del sopraggiungere a portare con sé la necessità di quel permanere [di x-presente], di quel continuare a essere presente [da parte di x-presente]. Il sopraggiungere [di x-passato], proprio in quanto tale, non può che includere l’apparire di ciò [di x-presente] che non appare più [poiché adesso è apparso/è sopraggiunto x-passato]. Ciò [x-presente] che non appare più smette di essere presente [smette di esser x-presentecome era prima [che sopraggiungesse x-passato], ma continua a essere presente [continua ad esser x-presente] come contenuto incluso o implicato in ciò [in x-passato] che sopraggiunge: ciò [x-presente] che non appare più [poiché è passato] continua ad apparire [ad esser presente], ossia permane presente], nel sopraggiungente [in x-passato]>>.

(N. Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana; pag. 327).

X-presente, che continua <<a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in x-passato] che sopraggiunge>> DIFFERISCE da x-presente <<che non appare più>> (nonostante il permanere degli elementi tra loro identici o comuni) il quale, perciò, <<smette di essere presente come era prima [cioè prima che sopraggiungesse x-passato]>>.

Questo cessar <<di essere presente come era prima>> indica l’esser ormai DIVENTATO un passato da parte di x-presente-come-era-prima, ove il come-era-prima è appunto lo x-presente come era prima che sopraggiungesse x-passato.

Dunque, x-presente deve TRASFORMARSI DIVENTANDO x-passato, giacché se mai x-presente diventasse altro da sé (cioè x-passato), allora mai potremmo ritener che x-presente <<smetta di essere presente come era prima>> che sopraggiungesse x-passato, appunto perché x-presente sarebbe rimasto nella sua eterna ed indivenibile permanenza come x-presente, quindi non avrebbe potuto cessare <<di essere presente come era prima>>. 

Secondo la Cusano, abbiamo x-presente il quale <<continua a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in x-passato] che sopraggiunge>> e che <<continua [x-presente] ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [cioè in x-passato]>>.

Per cui, attenzione:

x-presente <<continua ad apparire>> (continua ad essere x-presente) sì, ma NON come era prima!

Cosa vuol dire?

Vuol dire che l’esser presente da parte di x come era prima che sopraggiungesse x-passato può essere oramai un passato soltanto nel senso che è DIVENUTO altro da sé, appunto perché il suo (di x-presente) continuare <<a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in x-passato] che sopraggiunge>> di modo che x-presente continui <<ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [in x-passato]>>, costituisce l’esser passato di x-presente nell’accezione severiniana (a suo dire non-nichilistica),

ma in tal caso quel residuo di x-presente che invece <<smette di essere presente come era prima [cioè quando era x-presente]>> non potrà che esser DIVENUTO ormai un passato nel senso nichilistico o non-severiniano, altrimenti x-presente-come-era-prima continuerebbe ad apparire precisamente e letteralmente <<come era prima>>, e non come <<contenuto incluso o implicato in ciò [in x-passato] che sopraggiunge>>.

Pertanto, è proprio in virtù del loro innegabile differenziarsi, che x-presente DIVENTA x-passato ANCHE nel divenire severiniano inteso, cioè, come l’apparire e lo scomparire degli eterni…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 14 marzo 2023

41)- CARO PROFESSORE, CHI È «INTELLETTUALMENTE ZOPPO»?

Traggo da Facebook alcuni passaggi scritti (il 14 gennaio 2015) da un professore di lettere, estimatore del filosofo Emanuele Severino:

<<La religione, nel migliore dei casi, sta alla filosofia come una gamba di legno sta a una gamba vera; ma siccome la gente è intellettualmente zoppa, per non dire sciancata, la gamba di legno prende molto spesso il posto di quella vera. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, dato che ognuno cammina come può. In mancanza di cavalli, dice il proverbio, si corre con gli asini. Se però quella gamba di legno pretende di essere essa la gamba vera, e chi la usa minaccia di azzoppare anche quelli che zoppi non sono, allora bisogna reagire energicamente, e senza masticare le parole. Questo è quello che ciascuno di noi dovrebbe fare affidandosi criticamente a chi ci può aiutare>>.

E ancora:

<<Provare a vivere nel tempo del terrorismo islamico è difficilissimo perchè una marea di omuncoli fonda la propria fede su Dio che non c'è e in nome di questo Dio che è nulla, con inusitata violenza compiono ogni genere di delitti su se stessi e sugli altri senza soste, implacabilmente. Che fare? Occorre porre fine a questi scempi, costi quel che costi. Alla violenza si risponde con la violenza. Non c'è altra strada se non quella delle favole. Ma le favole sono inutili invenzioni umane, piacevoli se ben orientate, micidiali se impregnate di divino>>.

Dunque, il professore ci comunica che una persona che appartenga ad una religione sia <<intellettualmente zoppa>>.

Ho sempre trovato alquanto curiose queste violente esternazioni da parte di non pochi sostenitori del filosofo bresciano.

Infatti, il severiniano, propriamente, non dovrebbe innanzitutto inveire contro i suddetti aspetti:

<<la religione>>, la gente <<intellettualmente zoppa, per non dire sciancata>>, gli <<omuncoli>>, il <<Dio che non c'è>>, l’<<inusitata violenza>>, <<ogni genere di delitti su se stessi e sugli altri>> etc.,

bensì dovrebbe rivolgere le proprie invettive al destino (severiniano) quale unico responsabile e del quale, peraltro, non cessa di tesserne le lodi (vedasi post n° 15), giacché essi sono tutti essenti _ per utilizzare la terminologia di Severino _ inviati nell’apparire finito dal destino stesso, e per giunta sono tutti eterni!

Leggendo quest’altro suo passaggio, forse anche il professore cavalca <<asini>> anziché <<cavalli>>, sebbene egli si ritenga verosimilmente estraneo alla gente <<intellettualmente zoppa>>.

Forse anche lui si avvale di <<quella gamba di legno>> pretendendo che sia <<la gamba vera>> (entrambe eterne ed inviate dal destino severiniano).

Infatti, leggiamo:

<<Non si tratta di cambiare la follia, che è eterna come ogni altro è essente. Né di vestire i panni dell'umilta' e poi sparare sentenze! Ma a spararle è il tuo io empirico [<<qualsiasi altro "io dell'individuo, a cominciare dal mio o da quello di Emanuele Severino>>] che non può che errare, non può che dire un sacco di sciocchezze, come quelle che hai scritto. Mi limito a ricordarti che ciascuno di noi, oltre ad essere un "io individuale, empirico", è anche e soprattutto, un "Io del destino", l'Eterno apparire della verità del destino, che dunque può dare testimonianza della verità. Si tratta poi di rendersi conto che la verità è contraddizione>>.

Chiedo:

(1)- negli scritti testimonianti la verità, quale dei due “io” sarebbe a capo <<della testimonianza della verità>>?

In base a quanto scritto dal prof., a rigor di logica dovremmo rispondere:

è l’Io del destino cioè è <<l'Eterno apparire della verità del destino>> a darci testimonianza della verità, visto che l’io empirico dice <<un sacco di sciocchezze>>.

Domando ancora:

(2)- in tale testimonianza, quale dei due “io” incappa negli errori teoretici (e conseguenti <<revisioni>>; vedasi post n° 39) riguardo ad alcune tesi presenti negli scritti testimonianti la verità?

Non certo l’Io del destino, giacché esso è la <<verità del destino>> e come tale è al di fuori dell’errare.

(3)- Pertanto, NON potendo esser l’io empirico l’Io del destino, dobbiamo prendere atto dell’inesistenza di una qualsivoglia <<testimonianza della verità>>…

Inoltre domando:

(4)- chi dovrebbe <<rendersi conto che la verità è contraddizione [o <<rendersi conto>> di qualsiasi altro aspetto della verità del destino]>>?

L’Io del destino NO, giacché esso è lo stesso <<Eterno apparire della verità>> e perciò è già un eterno <<rendersi conto>>.

Non resta che l’io empirico, ossia quello <<che non può che errare, non può che dire un sacco di sciocchezze>>.

Ma, se così, l’io empirico NON potrà neppure <<rendersi conto che la verità è contraddizione [o <<rendersi conto>> di qualsiasi altro aspetto della verità del destino]>>, giacché tale <<rendersi conto>> è ontologicamente precluso all’io empirico non solo perché esso _ come dice il professore _ <<non può che errare>> e quindi NON può <<rendersi conto>> di un qualsiasi non-errare, ma anche perché ogni <<rendersi conto>> comporterebbe quel diventare altro, cioè da non-consapevole a consapevole, che da Severino è considerato impossibile.

(5)- Un’ultima domanda:

caro professore, chi è dunque <<intellettualmente zoppo>>?

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 3 febbraio 2023

18)- L’ERRORE-SEVERINO


Prosegue l’ossessione contro la fede da parte di un estimatore di Severino, nei seguenti termini:

<<Severino è proprio colui il quale ci fa apparire incontrovertibilmente che il mondo vero non è quello in cui abbiamo fede e che per fede consideriamo sicuro. ci fa vedere chiaramente che questo nostro mondo che rappresenta la caverna di Platone non è affatto sicuro come pensiamo anzi, è stracolmo di insicurezze/contraddizioni. Si pensi alle infinite contraddizioni della fede che abbiamo nelle cose che facciamo, nelle infinite menzogne che ogni attimo percorrono il mondo, la malvagità, l'odio lun con l'altro, le ingiustizie, le incomprensioni l'ipocrisia, ecc. La felicità in questo nostro mondo illusorio è brevissima e illusoria anch'essa. Più caverna di così, come potrebbe essere? Ci dice, quindi, Severino, che la gioia avverrà dopo la nostra morte (non per questo egli ci sta dicendo che è meglio morire che vivere né tantomeno come dobbiamo vivere). E lui la chiama Gioia perché è la risoluzione di tutte le contraddizioni. Un saluto>>.

Chiedo:

in che cosa si differenzia il contenuto del suddetto post, da un discorso cristiano?

In niente, visto che i temi sono i medesimi, come ad esempio:

(a)- il <<mondo vero>> severiniano consiste nella <<gioia>> che <<avverrà dopo la nostra morte>>;

togliamo “severiniano” e sostituiamolo con “cristiano”, ed abbiamo una perfetta identità.

(b)- <<questo nostro mondo che rappresenta la caverna di Platone>> e che perciò è un <<mondo illusorio>> dominato da <<infinite menzogne>> ed in cui vige la <<malvagità, l'odio l un con l'altro, le ingiustizie, le incomprensioni l'ipocrisia, ecc.>>;

togliamo <<mondo illusorio>> e sostituiamolo con “mondo peccatore”, ed anche qui abbiamo una perfetta identità.

Eppure, il nostro estimatore non sarà d’accordo su tale perfetta identità, giacché per lui, la differenza c’è e sarebbe abissale:  

tra il discorso di Severino ed il discorso cristiano passerebbe la stessa differenza che passa tra verità e fede

Davvero?

L’estimatore si rende le cose troppo facili, e lo si può capire, giacché ‘fa gola’ a tutti pretendere di estromettersi dall’ambito della fede (evenienza impossibile) per approdare a quello della verità incontrovertibile.

Dunque, perché ho enfatizzato: impossibile?

Perché, sulle fondamenta della stessa teoresi severiniana, ciascuno di noi, ogni individuo, è fede cioè (nell’accezione negativa severiniana) è errore, non-verità.

All’errore potrà mai apparire (esser consapevole de) la verità?

No, riconosce lo stesso Severino:

(1)- <<non è l'individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità. Se fosse l'individuo a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti dell'individuo. Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No! Perché se "Io" è ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata, allora sarebbe come dire che un occhio cieco può vedere la verità. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l'individuo. L'apparire della verità non è la mia coscienza della verità>> -

(Severino: La legna e la cenere);

(2)- <<proprio perché è fede, [l’io individuale] è destinato a non sentire la verità: in quanto ascoltata da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, la verità non può essere verità, e io sono destinato ad essere soltanto il desiderio, in indefinitum, della verità>>. –

(Severino: La struttura originaria, pag. 89).

(3)- Nicoletta Cusano: <<La testimonianza attuale del destino è affermazione della impossibilità che l’io mortale [l’io dell’individuo] comprenda la verità del destino porta con sé la necessità di abbandonare ogni velleità veritativa in relazione alla propria coscienza individuale>>. (N. Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 437);

(4)- il <<linguaggio (esso stesso mortale) che testimonia il destino della verità>> non è possibile che <<risuoni in modo che sia possibile sentire nelle sue parole qualcosa di radicalmente diverso _ addirittura il destino della verità>>, giacché <<nel mortale quella presenza [della verità] è e non può che essere inconscia. La verità nella non verità è presente in modo indiretto. Se fosse presente direttamente, sarebbe posta e saputa come verità, e dunque non saremmo nella non verità [quindi, poiché siamo <<nella non verità>>, allora la verità non può esser <<posta e saputa come verità>> né, perciò, potrà mai esser testimoniata da Severino]. La presenza, necessaria, del destino [cioè della verità] nel mortale [nell’errore/individuo] non può che essere inconscia proprio perché non è diretta: sarebbe saputa come tale, solo [segue citazione di Severino tratta da La Gloria, pag. 69 ->] “se la verità _ che è necessario che sia in qualche modo presente nella non verità _ fosse direttamente presente nella non verità”>>. (N. Cusano: idem, pag. 444).

Basta così, è tutto molto chiaro.

Qual è la replica di Severino (e severiniani) a tutto ciò?

(5)- Essa consiste nel far notare come la verità del destino appaia sempre, anche nell’errore (cioè nell’individuo) seppur indirettamente, altrimenti la verità, apparendo direttamente,  

<<sarebbe posta e saputa come verità>>, di modo tale che sia proprio grazie all’intramontabile apparire della verità, che l’errore sia visto come errore

(6)- Unitamente a ciò, egli replica altresì che l’essenza di ogni essere umano sia costituita dall’io del destino, cioè che non sia meramente errore, sì che nel suo petto pulsino due ‘anime’ in conflitto: l’io individuale e appunto, l’io del destino.

Senonché, tali repliche da parte di Severino (e severiniani) sono, appunto, le repliche di Severino e dei severiniani, non certo della verità, appunto perché, se fosse la replica della verità, questa <<sarebbe posta e saputa come verità>> e quindi l’individuo non sarebbe affatto errore fede (nel senso negativo conferitole dall’errore-fede- Severino).

Per cui, nonostante i due supposti io-individuale ed io del destino quale essenza del primo, l’io del destino è conscio (sa) dell’io-individuale, ma questi non lo è (non sa) di quello, altrimenti, verrebbero smentiti i punti 1, 2, 3, 4.

Essendo perciò la replica affermata da parte di un errore ( = Severino) il quale, proprio perché tale, <<è destinato a non sentire la verità>>, segue che:

- Aut i punti 1, 2, 3, 4, 5 e 6 sono affermati con verità in quanto sono affermazioni del destino o che appaiono come destino;

ma allora è impossibile che siano affermazioni dell’io individuale-Severino cioè dei suoi scritti, conferenze…, giacché egli non può saperne niente, altrimenti la verità <<sarebbe posta e saputa come verità>> dall’io individuale o errore-Severino (il che è escluso da quell’individuo-errore cui è Severino; ciò vuol dire _ bizzarria delle bizzarrie _ che l’errore-Severino esclude senza-errore che la verità sia <<posta e saputa come verità>> dall’errore-Severino!), cosicché non esistano suoi scritti sue conferenze , perciò, alcun filosofo-Severino (neppure alcun suo estimatore) a cui riferire le su riportate tesi 1, 2, 3, 4, 5 e 6 le quali, a quanto sembra, sono direttamente palesate dall’io del destino o verità (ma palesate a chi? A nessuno, risponde Severino, perché la verità appare/si palesa soltanto a se stessa).

- Aut i punti 1, 2, 3, 4, 5 e 6 sono affermati dall’io individuale-Severino cioè dai suoi scritti, conferenze…;

ma allora essi non sono affatto la voce dell’io del destino o della verità, bensì di un individuo il quale, a questo punto, non è neppure errore o fede, perché per esser ritenuto tale, deve apparire la verità del destino al cui confronto l’io dell’individuo è visto come errore; ma siccome all’io dell’individuo la verità (nonché la verità che egli sia un errore-fede) <<è contraddittorio che appaia>> (Severino), non gli resterà che considerarsi un individuo tra milioni d’altri senza alcun appiglio ad un ‘destino’ che egli, in quanto errore, non può in alcun modo testimoniare (vedasi post n° 3)…

Pertanto, la scelta di un aut comporta il sacrificio dell’altro.

Concludendo:

con buona pace del suddetto estimatore, non è affatto vero che

<<Severino [sia] proprio colui il quale ci fa apparire incontrovertibilmente che il mondo vero non è quello in cui abbiamo fede>>,

come è appena emerso…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 2 febbraio 2023

16)- IL RIMEDIO SEVERINIANO


Che anche la filosofia di Severino costituisca un rimedio contro l’angoscia del nulla e della morte (vedasi post n° 14), lo si può facilmente appurare leggendo qui sotto un entusiastico intervento (tra i tanti) da parte di un estimatore (tra i molti) di Severino.

Il filosofo bresciano nega recisamente che la sua filosofia sia un siffatto rimedio, perché ciò equivarrebbe a fare di essa una fede a scopo consolatorio, facendo diventare altro da sé gli essenti; nel nostro caso in oggetto, facendo diventare altro da sé l’angoscia per la morte/annichilimento nella serena consapevolezza di essere eterni, quindi di esser da sempre avvolti dalla Gioia.

Ecco qui il nostro estimatore:

<<CAPIRE LA FILOSOFIA DI SEVERINO È ELEVARSI AL DI SOPRA DEL DOLORE E DELL'INFELICITÀ. ESSA DÀ LA SICUREZZA CHE NESSUNA CURA PSICOANALITICA E/O NESSUNA FEDE PUÒ DARE>>.

È curioso constatare quanto l’ossessione di non professar alcuna fede (da parte dei severiniani, li) renda ciechi della propria fede testé professata…

 

Roberto Fiaschi

 

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15)- LODI SEVERINIANE


Riporto dalla pagina
sroedpntoS819lh9t7tc992029591u 15fg7th6601hg83fh7t2c4t3gag6h una Lode a Severino vergata a mo’ di giaculatoria da un convinto estimatore del filosofo bresciano, giusto per mostrare la vacua pretesa di certa filosofia di rappresentare l’oltrepassamento della fede per segnare così l’avvento del destino incontrovertibile scevro da ogni forma di fede cioè di errore…   

<<10 LODI AL FILOSOFO SEVERINO DA PARTE DI UN ESTIMATORE CONSAPEVOLE DELL’IMPORTANZA FONDAMENTALE DEI SUOI SCRITTI. 

LODE A SEVERINO che nella sua straordinaria teoresi mette in luce il nichilismo e le contraddizioni della cultura contemporanea.

LODE A SEVERINO che ha inchiodato alle loro contraddizioni gli innumerevoli cialtroni che pretendono di essere filosofi.

LODE A SEVERINO scopritore delle menzogne nascoste e del nichilismo nei discorsi di sedicenti intellettuali.

LODE A SEVERINO che ha messo in luce la vacuità nichilistica della politica e dei politici.

LODE A SEVERINO che ci ha indicato il vero senso dell’etica e le menzogne della buona fede e della bontà.

LODE A SEVERINO il più grande fustigatore dell’ipocrisia che governa il nostro mondo.

LODE A SEVERINO vero nemico dei bugiardi e dei fabbricatori dei moderni falsi miti della felicità.

LODE A SEVERINO che ci ha indicato l’autentico significato della tecnoscienza e il suo falso mito di benessere e felicità.

LODE A SEVERINO che ci ha liberato dal terrore della morte perché mito senza fondamento.

LODE A SEVERINO creatore di meravigliose metafore che mettono in luce l’importanza fondamentale della filosofia allo stesso modo che la circolazione del sangue lo è per il corpo dell’uomo>>.



 

 













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