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martedì 20 gennaio 2026

184)- «ANTIMATERIALISTA VS DIO»



Col presente post intendo commentare i passi salienti di un video presente su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=3VC_tFhV8ic) trasmesso in live streaming il giorno 24 dic 2025 da ANTIMATERIALISTA ossia Angelo Santini (d’ora in poi AS), appassionato ed indomito assertore della filosofia di Emanuele Severino. Il titolo è: «ANTIMATERIALISTA VS DIO».

Nella PARTE PRIMA stenderò alcune osservazioni in merito al famosissimo trilemma o paradosso di Epicuro. Nella SECONDA, evidenzierò come alcune delle sue stesse critiche rivolte all’inferno e quindi al Dio cristiano (Lo chiamo così per intenderci al volo) siano in egual modo rivolgibili, anzi aggravate, ANCHE al Destino severiniano (o all’eternismo) al quale AS, come detto, si rifà.

 

*

PARTE PRIMA


AS così apre il suo video:

<<Salve, benvenuti a questo video che sarà una leggenda, sarà qualcosa, un mito anche per i posteri. In questo video, infatti, dimostrerò in maniera incontrovertibile che il Dio della tradizione metafisica legata alle religioni, ad esempio, occidentali, non può esistere, è impossibile, ma non solo perché è contraddittorio, ma proprio perché è un contenuto autonegativo. Allora, il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme. Vediamo perché>>.

Fermiamoci intanto qui.

Il discorso di AS è chiarissimo; più oltre, al minuto 35:43, afferma che Dio <<non può essere contemporaneamente buono, onnipotente, saggio, maturo, onniscente>>, per cui _ dice al minuto 8:45 _, <<l'onnipotenza, quindi la perfezione, la bontà, non si conciliano con questo operato che caratterizza questa figura, diciamo, divina>>.

Gran parte del suo video verte soprattutto su questi aspetti, pur toccandone altri come ad esempio il libero arbitrio ed il creazionismo che qui, però, dovrò tralasciare...

In primo luogo domando:

quale <<figura divina>> ha in mente AS (ma non solo lui, purtroppo anche molti cristiani), allorché si riferisce al Dio cristiano?

Egli ha affermato che:

<<il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme>>.

Qui emerge l’inaccettabile presupposto che condizionerà tutto il prosieguo del suo discorso.

Infatti, il Dio cristiano NON è un <<Dio individualizzato>>, al contrario:

Egli è (ontologicamente, ma sarà di nuovo, escatologicamente) <<TUTTO in tutti>> (1Cor. 15, 28);

<<Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; […]  egli [Dio] non è lontano da ciascuno di noi. Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza">>. (Atti 17:24-28).

In tal caso il Dio cristiano NON è neppure TEISTA (nonostante sia stato inteso così per troppo tempo) bensì PANENTEISTA, sì che essendo tutto IN Dio, Egli non possa essere <<individualizzato>> e quindi RIDOTTO ad oggetto.

Dio è sì PERSONALE, ma non ontologicamente <<individualizzato>> come invece lo è la persona umana, giacché il Suo esser PERSONA è pur sempre SOVRA-PERSONALE e NON MENO-CHE-PERSONALE.

Ciò premesso, torniamo ad AS:

<<il Dio individualizzato delle religioni monoteistiche occidentali in genere e è un Dio caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza. Ecco, tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme. Vediamo perché. Allora, un Dio che fosse onnipotente avrebbe potuto creare qualsiasi cosa, creare il mondo in modo diverso. Se non avesse potuto farlo, evidentemente non sarebbe onnipotente. Se non avesse potuto evitare il male, non sarebbe onnipotente. Se avesse potuto evitarlo ma non avesse voluto, difficilmente sarebbe buono>>.

Certamente; lo dico subito e con la massima chiarezza:

dal punto di vista logico, <<tutte queste caratteristiche non sono compatibili assieme>>, e questo è noto già da tempo.

Però è altrettanto chiaro che tale esito contraddittorio derivi dall’aver previamente considerato un <<Dio individualizzato>>, quindi ridotto ad OGGETTO e perciò interamente sottoposto alle indagini logiche e scientifiche.

Come già indicato, AS ha riproposto, nel suddetto brano, il famosissimo paradosso di Epicuro, che suona più o meno così:

<<se Dio non può impedire il male, non è onnipotente; se sceglie di non impedire il male, non è buono. Se può e vuole impedirlo, allora da dove deriva la presenza del male?>>

Domando:

è corretto concludere che, siccome Dio <<sceglie di non impedire il male>>, allora <<non è buono>>?

Vi è forse qualcuno che CONOSCE le ragioni per le quali Egli ha deciso di non impedire il male?

Se si concede che Dio <<sceglie di non impedire il male>>, si deve anche concedere che alla base di tale scelta vi siano delle ragioni A NOI ignote.

AS ha scritto che Dio è <<caratterizzato dall'onnipotenza, da infinita benevolenza, onniscienza, saggezza>>.

Come si può leggere, vi compaiono due termini NUOVI che solitamente non sono contemplati dal suddetto paradosso, ossia i termini:

<<onniscienza>> e <<saggezza>>,

appunto perché normalmente, i termini in gioco sono sempre e soltanto <<male>>, <<amore>> e <<onnipotenza>>.

Qui, accantono la <<saggezza>> e prendo in considerazione solo l’<<onniscienza>>.

Nel paradosso epicureo, l’OMISSIONE dell’<<onniscienza>> è _ consapevolmente o meno _ funzionale a sostenere la contraddittorietà di Dio, onde poter facilmente (di)mostrare che il Dio buono ed onnipotente, dinanzi al male, comporta L’INCOMPATIBILITÀ logica o con l’amore o con l’onnipotenza.

Invece, AS ha giustamente _ ma non so però quanto consapevolmente _ aggiunto l’<<onniscienza>>.

Perché dico: giustamente?

Perché Dio, in virtù della Sua <<onniscienza>>, ha scienza del PERCHÉ e del PERCOME abbia permesso il male SENZA perder affatto la sua bontà;

altresì, in virtù della Sua <<onniscienza>>, Dio SA COME e PERCHÉ Egli non cancelli immediatamente la presenza del male, SENZA che la presenza di quest’ultimo renda impossibile la sua onnipotenza ed il suo amore.

Egli, quindi, e non noi, CONOSCE la ragione della scelta <<di non impedire il male>>, e ciò NON ci autorizza a concludere che Dio non sia buono. 

Detto questo, però, va detto che NEPPURE con l’introduzione dell’onniscienza ci è possibile risolvere/rispondere incontrovertibilmente il/al paradosso della presenza del male dinanzi ad un Dio d’amore ed onnipotente che perciò rimane, PER NOI, senza risposta razionale, ma appunto:

DIO SA il perché ed il percome, noi no, non essendo onniscienti (non avendo la saggezza e la mente di Dio):

<<Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri>> (Isaia 55: 8-9).

Pertanto, dal punto di vista di un non-credente (e quindi di AS), l’introduzione dell’onniscienza NON cambia assolutamente nulla nel paradosso epicureo; invece, dal mio punto di vista o del credente, cambia moltissimo, giacché essa IMPEDISCE che all’incapacità di conciliare incontraddittoriamente l’amore e l’onnipotenza con il male consegua la negazione tout court di Dio o di uno dei due attributi (come fece il filosofo ebreo Hans Jonas negandoGli l’onnipotenza).

Se non tenessimo conto dell’onniscienza, RIDURREMMO Dio ad un OGGETTO ( = un <<Dio individualizzato>>) meramente esteriore e quindi unicamente indagabile come un qualsiasi altro oggetto in base all’analisi del proprio comportamento nei confronti del male, un comportamento, ripetiamolo, non guidato dall’onniscienza e quindi conseguente soltanto alle sue proprietà indagabili.

Invece, tenendo presente la Sua onniscienza, noi continueremmo sì a NON CAPIRE/SAPERE il PERCHÉ Egli agisca lasciando sussistere il male, ma rimane intatta la possibilità che, essendo appunto onnisciente, la risposta al paradosso epicureo sia solo ‘differita’ pur già essendovi; risposta che perciò NON potrà consistere nella negazione del Dio d’amore ed onnipotente (o di uno di questi Suoi attributi).

Per questo l’insolubilità del paradosso epicureo fa semplicemente RIDERE il credente.

Quindi non solo il credente non sa rispondere, ma NEPPURE DEVE; GUAI se infatti riuscisse a fornire tale risposta!

Vorrebbe dire SOSTITUIRE la fede con la certezza di ordine filosofico/scientifico.

Senonché, a tutto ciò, AS replica:

<<E allora si potrebbe replicare dicendo che noi non possiamo capire l'amore, la perfezione di Dio, che tutto questo è il bene massimo per noi e che noi non possiamo quindi comprendere le ragioni misteriose dietro il suo operato. Ecco, ammettiamo che questo possa essere plausibile senza concederlo, ma a questo punto non sarebbe legittimato il dirlo, perché dicendo che Dio è amorevole, buono, onnipotente, noi staremo dicendo qualcosa di forviante, perché con amore, benevolenza, perfezione, onnipotenza staremmo dicendo altro da quello che intenderemmo dire, attribuendo a Dio quelle caratteristiche. Quelle caratteristiche quindi non sarebbero quelle che noi intendiamo quando le andassimo ad attribuire poi a Dio. E difatti, e se noi intendiamo l'amore per come lo intendiamo umanamente, il bene per come lo intendiamo umanamente, la perfezione, l'onnipotenza per come le intendiamo in maniera ordinaria, risultano incompatibili con quella figura lì, con quel dio là>>.

In questa risposta di AS si riconferma però la RIDUZIONE SENZA RESIDUI dell’agire e dell’amore di Dio (oltre che del bene, etc…) a come noi li <<intendiamo in maniera ordinaria>>, cosicché gli individui fungano da criterio di misura anche per Dio:

ma Dio ama ed agisce in MANIERA ORDINARIA?

L’agire e l’amore umano NON possono essere il paradigma esaustivo di riferimento all’agire ed all’amore di Dio. Secondo il Cristianesimo, l’uomo è peccatore, cioè _ per dirla con Severino _:

è un ERRORE/ERRANTE, impossibilitato a conoscere la Verità (del Destino severiniano) o Dio, se non in <<modo rovesciato e perciò fuorviante>> (Severino).

Ciò richiama l’importantissimo tema cristiano-luterano del Sub contraria specie, che indica <<il modo in cui Dio si manifesta ed opera non secondo le apparenze mondane, ma nel loro opposto>>.

Quindi, l’agire e l’amore di Dio sono SOLTANTO IN PARTE riferibili all’agire ed all’amore dell’ERRORE/ERRANTE altrimenti, certamente <<staremmo dicendo altro da quello che intenderemmo dire, attribuendo a Dio quelle caratteristiche. Quelle caratteristiche quindi non sarebbero quelle che noi intendiamo quando le andassimo ad attribuire poi a Dio>>.

SOLTANTO IN PARTE, dicevo, giacché la differenza tra l’agire e l’amore di Dio dall’agire e dall’amore dell’uomo è la differenza che corre tra Dio e la creatura, cioè tra la Verità e l’errore, sebbene l’errore, sempre severinianamente, non sia mai privo della Verità (o di Dio) e quindi sia in sé relativamente/parzialmente <<Capax Dei>>.

Pur tuttavia, l’agire e l’amore di Dio, chiaramente, ECCEDONO quanto l’errore possa dirne e sperimentarne quaggiù, senza per questo esser da essi completamente avulso.

<<Si comprehendis, non est Deus>>. (Agostino di Ippona, Sermone 117.3.5).

 

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PARTE SECONDA


Ed ora evidenziamo come alcune critiche mosse da AS al Dio cristiano (d’ora in poi: Dc) siano altrettanto rivolgibili (AGGRAVATE!) all’eternismo del Destino severiniano (d’ora in poi: Ds).

Afferma AS:

<<min. 8:45. Allora, dicevo, l'onnipotenza, quindi la perfezione, la bontà, non si conciliano con questo operato che caratterizza questa figura, diciamo, divina. Se avesse messo al primo posto il bene per le creature che avesse voluto creare, avrebbe fatto meglio a non crearle, perché se non avesse potuto crearle in modo perfetto o almeno destinarle a una vita migliore, più giusta, meglio strutturata, beh, avrebbe fatto meglio a evitare questo Calvario. Non parlo poi personalmente per me: io parlo per tutte le forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra e chissà in quali altri pianeti, assumendo che esistano altre forme di vita sviluppatesi su altri pianeti, in altre dimensioni e così via>>.

Ammettiamo senza concedere che la faccenda stia nei termini qui espressi da AS.

Ora chiediamoci:

dal punto di vista di Ds, la situazione è migliore?

Evidentemente NO, perché nel racconto biblico del Genesi, <<questo Calvario>> _ che Dio ha scelto di NON evitare in virtù della Sua onniscienza a noi celata _, è stato un INCIDENTE non voluto, lungo e doloroso quanto si vuole ma pur sempre TRANSITORIO e perciò destinato a SCOMPARIRE definitivamente.

Al contrario, nel Ds, <<questo Calvario>> è INVIATO/VOLUTO NECESSARIAMENTE DALLO STESSO Ds nei cerchi dell’apparire, cioè nelle coscienze, ed è un calvario esso stesso ETERNO, nel senso che è impossibilitato ontologicamente a trasformarsi in altro, sebbene prima o poi tramonti RESTANDO, però, ciò che esso è da sempre. Tramontante, quindi, significa che <<questo Calvario>> scomparirà sì dai cerchi dell’apparire, ma sarà CONSERVATO ETERNAMENTE nel Tutto, come ogni altro essente e quindi come qualsiasi altro dolore/tortura….

AS dice di parlare <<per tutte le forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra e chissà in quali altri pianeti, assumendo che esistano altre forme di vita sviluppatesi su altri pianeti, in altre dimensioni e così via>>.

Ebbene, tra queste numerose <<forme di vita umane e non umane che patiscono l'inferno sulla Terra>>, prendiamo come esempio una bimba stuprata e torturata contro la sua volontà.

Dopodiché rivolgiamoci al filosofo Emanuele Severino e leggiamo:

<<In quanto l’Io del destino è già, eternamente e necessariamente, tutto ciò che può accadergli _ ossia che può apparire nel suo cerchio _, tutto ciò che può accadergli gli è dunque essenzialmente proprio, gli è essenzialmente appropriato, gli appartiene essenzialmente, è lui stesso. Si tratti di questa vita o di altre. […] In tutto ciò che gli accade _ anche nel dolore estremo _ non può esservi nulla ed egli non può volere nulla di sconcertante e di estraneo. […] Nemmeno il dolore estremo è s-concertante, perché anch’esso è in concerto con l’Io del destino.  Chi prova sconcerto e si turba è l’io dell’individuo. E non può che esser così, perché l’io dell’individuo, in quanto non verità, non può vedere la verità del destino, in cui appare il concerto di tutto con tutto […] Incontrando se stesso in tutto ciò che gli accade […], l’Io del destino sperimenta il dolore e l’angoscia, ma lascia che sia l’io dell’individuo a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono[…] Sa che tutto ciò che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico>>. - (Severino: La Gloria, pag. 65-66).

Quindi, la tortura/stupro della nostra bambina <<gli è dunque essenzialmente proprio, gli è essenzialmente appropriato, gli appartiene essenzialmente>> cioè <<appartiene essenzialmente>> al suo Io ( = della bambina stuprata) del destino.

<<In tutto ciò che gli accade _ anche nel dolore estremo _ non può esservi nulla ed egli [ = l’Io del destino della bambina torturata] non può volere nulla di sconcertante e di estraneo>>, vuol dire che all’Io del destino della bambina torturata, il suo venir stuprata non è gli <<sconcertante>> né <<estraneo>>, perché tale stupro è <<essenzialmente appropriato>> a tale Io e quindi è <<appropriato>> alla bambina:

il suo stupro _ il suo <<dolore estremo>> _, perciò, <<appartiene essenzialmente>> a tale bambina, in primo luogo perché esso <<appartiene essenzialmente>> al suo Io del destino come suo aspetto identitario/necessario.

L’Io del destino se la cava con poco, giacché <<lascia che sia l’io dell’individuo [ = la bambina stuprata] a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono; […] Sa che tutto ciò che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico>>. 

Tale stupro è perciò <<identico>> alla bambina, in quanto esso <<appare, entrando nel cerchio finito dell’apparire>> della stessa.

Quindi, la bambina prova <<sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono>> sol perché ella, <<in quanto non verità, non può vedere la verità del destino, in cui appare il concerto di tutto con tutto>>, cioè NON PUÒ VEDERE LA VERITÀ DEL SUO ESSER STUPRATA!!!

Tutto ciò è puro orrore all’ennesima potenza!

Nei Vangeli, Dc guarisce i malati e ridona loro la salute e la vita;

Ds, invece, invia lo stupro come essenzialmente <<identico>> alla bambina, a lei non-estraneo sebbene lo rifiuti con tutta se stessa!

Leggiamo ancora Severino, il quale, citando il seguente versetto del vangelo di Luca 24,26:

<<Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?>> = <<nonne haec oportuit pati Christum et ita intrare in gloriam suam?>>,

scrive riferendosi al suo Ds:

<<Quell’infinito patimento è necessario sopportare, quell’infinita grandezza è necessario mostrare per entrare nella Gloria di quel cammino. Haec oportebit pati hominem et ita intrare in gloriam suam>>. (Severino: idem, pag. 287).

Come si vede, anche per Severino _ anche per Ds _, <<è necessario sopportare>> un <<infinito patimento>> che nessuno di noi ha scelto, voluto, deciso. 

E se AS rifiuta il presupposto ontologico soggiacente alla sua domanda:

<<Perché imporre a delle anime che non avevano ancora il problema di esistere, di fare un certo percorso, di confrontarsi con quel percorso?>>,

MOLTO PEGGIORE risulta esser il presupposto ontologico di quest’altra domanda:

perché è nella natura intrinseca degli enti eterni che appaiono nella severiniana <<terra isolata>> il dover OBBLIGATORIAMENTE <<fare un certo percorso, di confrontarsi con quel percorso>> di <<infinito patimento>>?

Infatti, qui la risposta è da rinvenire nell’inscindibile ed inseparabile, eterna unità ontica tra gli enti e ciò che spetta loro: nel nostro esempio, l’inscindibile ed inseparabile, eterna unità che costituisce QUESTA BAMBINA-con-QUESTO STUPRO.

Ed altresì AS domanda:

<<Viene quasi il dubbio che il dolore e questo percorso infernale serva più a quel Dio che non a le anime. Se lo reputava tanto importante, ma perché non l'ha fatto lui in prima persona questo percorso? E e qui si potrebbe rispondere che lo ha fatto nella figura di Cristo. No, io intendevo dire perché non l'ha fatto solo lui il percorso>>.

Eppure, tale domanda AS dovrebbe rivolgerla a Ds.

Infatti, come ha precisato Severino: <<Incontrando se stesso in tutto ciò che gli accade […], l’Io del destino sperimenta il dolore e l’angoscia, ma lascia che sia l’io dell’individuo a provare sconcerto, turbamento, e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono>>.

Come si vede, ANCHE nel Ds <<questo percorso infernale>> viene lasciato provare SOLO all’io dell’individuo, e con necessità cioè senza vie di uscita.

Invece, in Dc, SOLO Cristo si è caricato TUTTI i peccati ( = i dolori) dell’umanità su di sé!

Per cui SOLO lui ha compiuto in maniera eminente quel <<percorso>>, poiché NESSUN ALTRO lo avrebbe mai potuto fare, sebbene a noi non sia risparmiata la sofferenza, questa è comunque un punto, rispetto a quell’<<infinito patimento>> sopportato SOLO da Cristo e quindi da Dc.

Pertanto, è proprio Ds ad IMPORRE ab aeterno e con NECESSITÀ alla bambina lo stupro ed il suo rifiuto, del quale ella non vede alcuna necessità (e ci mancherebbe pure!); stupro che, ricordiamolo, secondo la verità severiniana le sarebbe <<essenzialmente appropriato>>!  

Non solo, ma c’è un altro aspetto TREMENDO che solitamente non viene considerato dai fautori del Ds.

Com’è noto, nell’ontologia severiniana nessun essente diventa nulla; tutto, ANCHE UNO STUPRO, è un essente eterno, nel senso, come già precisato, che esso non può diventare altro da sé, non può cioè trasformarsi da stupro che è, a nulla, ossia a stupro che non è più.

Da ciò deriva che Ds ETERNIZZA ogni calvario subìto, conserva eternamente ogni <<inferno sulla terra>>, qualsiasi dolore patito, incluso lo stupro alla bambina; lo eternizza nel senso che il “fotogramma” (per usare un esempio caro a AS) della bambina nell’atto estremo dell’esser stuprata e del suo dolore, è da sempre e resterà per sempre QUELL’ATTO DELL’ESSER STUPRATA UNITAMENTE ALLA COSCIENZA DI QUEL DOLORE PROVATO, irredimibilmente.

Ossia, NON accade che tale stupro, una volta tramontato dal cerchio dell’apparire della bambina (una volta passato), si DISSOLVA DEFINITIVAMENTE e, con esso, la sua coscienza di averlo subìto, di modo tale che ne rimanga SOLTANTO il terribile ricordo, NO.

Accade, invece, che tale stupro, una volta passato, rimanga inalteratamente identico a sé, quindi ETERNAMENTE ESPERITO, sebbene non più nella coscienza del “fotogramma” attuale (ove diciamo che quell’evento è ormai passato).

Insomma, l’ESPERIRE con dolore tale stupro è un eterno che sempre uguale a sé rimarrà, pietrificato nella propria identità con sé…

(Lo stesso dicasi per OGNI il condannato a morte, ad esempio sulla sedia elettrica: l’apice della sua sofferenza è un eterno che resterà per sempre ESPERITO e che non terminerà mai nel “luogo” ove esso è tramontato e CUSTODITO INTEGRALMENTE, giacché ogni essente è un eterno indivenibile).

Tutto ciò è infinitamente peggiore dell’INFERNO, giacché quest’ultimo potrebbe anche esser VUOTO (ammesso che si tratti di un luogo)…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 18 aprile 2025

168)- VITO MANCUSO: QUALE «ORIGINE DEL MALE»?

Riporto e commento il seguente articolo (riportato a fine post) di Vito Mancuso filosofo teologo. 

Secondo lui, per <<rispondere alla domanda sull’origine del male>> bisogna ESCLUDERE

1)- Dio,

2)- l’uomo,

e

3)- una <<potenza sovrannaturale diversa da Dio detta comunemente Diavolo>>.

A suo dire, queste tre ipotesi mostrerebbero tutta la loro <<inconsistenza logica ed etica>>.

Sono d’accordo riguardo l’ipotesi 1. Ma, fatta salva essa, a rivelare la propria <<inconsistenza>> mi pare sia l’ipotesi di Vito Mancuso filosofo teologo e cioè:

4)- <<non rimane che affermare che la causa originaria del male a livello sia fisico sia morale è il caos inerente all’essere originario, posto così dal Creatore quale condizione necessaria per il darsi della libertà>>.

Infatti, con questa ipotesi, egli ritorna all’ipotesi 1 da lui scartata, poiché se GIUSTAMENTE si deve ESCLUDERE <<che la risposta possa essere Dio, nel senso che Dio voglia direttamente o indirettamente i singoli eventi negativi, perché non sarebbe più luce, spirito, amore>>, NON si capisce come l’ipotesi 4 possa lasciare Dio immune dall’aver voluto, ponendo il caos, <<indirettamente i singoli eventi negativi>>.

Con <<il caos inerente all’essere originario>>, verosimilmente Vito Mancuso filosofo teologo si riferisce a Genesi 1:2, che recita:

<<La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque>>,

dove il termine <<caos>> compendia i termini ebraici: <<informe e vuota>> = tohu wa-bohu (תֹהוּ וָבֹהוּ).

Però tale <<caos>> o <<struttura originaria dell’essere>> NON resta tale AL SEGUITO dell’opera creatrice di Dio, giacché Egli mette ORDINE e vede che, via via, TUTTO È BUONO.

Quindi non vi è alcun <<impasto originario di logos e di caos>> bensì soltanto Logos.

Vito Mancuso filosofo teologo osserva inoltre che la <<struttura originaria dell’essere è duale, caos oltre che logos>>.

Tuttavia, egli aveva ESCLUSO l’ipotesi 3, cioè che l’origine del male <<possa essere una potenza sovrannaturale diversa da Dio detta comunemente Diavolo>> proprio per EVITARE di reintrodurre quella DUALITÀ composta da <<due principi alla guida del mondo e non più uno solo>>;

adesso, invece, nella sua ipotesi 4, quella DUALITÀ egli l’accoglie <<quale condizione necessaria per il darsi della libertà>>!

Quindi, perché privilegiare la sua ipotesi 4, quando disponiamo già dell’ipotesi 2, quella REALMENTE BIBLICA, visto che l’uomo può ben fare le veci del presunto <<essere duale>> quale scaturigine o condizione della libertà?

Egli osserva che l’ipotesi 2 vada esclusa <<perché l’uomo è la prima vittima dell’indeterminazione dell’essere, non l’autore>>.

Ma qui, Vito Mancuso filosofo teologo dà per scontato quell’<<indeterminazione dell’essere>> che invece avrebbe dovuto dimostrare esser l’autentica causa del male...

Invece l’uomo, come vuole l’ipotesi 2, <<è la prima vittima>> di se stesso perché ne è il libero autore!

Diò è Libertà originaria (cfr. Luigi Pareyson: “Ontologia della libertà”, Einaudi 1995), senza il quale <<nessuna libertà avrebbe mai potuto nascere>>, NON certo <<il caos iniziale>>…

È chiaro che nessuna di queste ipotesi debba esser considerata una spiegazione scientifica o incontrovertibile dell’origine del male, perciò sarebbe il caso di prendere atto che di soli tentativi ermeneutici trattasi; il tentativo effettuato da Vito Mancuso filosofo teologo è di gran lunga PEGGIORE (anche se ‘moderna’) dell’ipotesi 2, perché nasce dall’ILLUSIONE di poter disporre di una verità scientifica atta a giustificare sia la libertà che il male, buttando così alle ortiche il linguaggio mitologico, forse l’unico linguaggio in grado di aprire fecondi ed ampi orizzonti interpretativi…

 

Roberto Fiaschi

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L’ORIGINE DEL MALE

«La prospettiva più plausibile con cui rispondere alla domanda sull’origine del male esclude che la risposta possa essere Dio, nel senso che Dio voglia direttamente o indirettamente i singoli eventi negativi, perché non sarebbe più luce, spirito, amore; esclude che possa essere l’uomo in quanto autore del cosiddetto “peccato originale”, perché l’uomo è la prima vittima dell’indeterminazione dell’essere, non l’autore; ed esclude che possa essere una potenza sovrannaturale diversa da Dio detta comunemente Diavolo perché essa o è indipendente da Dio – ma dicendo così si pongono due principi alla guida del mondo e non più uno solo – oppure dipende da Dio, ma in questo caso è sempre Dio la vera causa originaria del male. Mostrata l’inconsistenza logica ed etica delle ipotesi precedenti, non rimane che affermare che la causa originaria del male a livello sia fisico sia morale è il caos inerente all’essere originario, posto così dal Creatore quale condizione necessaria per il darsi della libertà. Il male quindi appare come l’inevitabile lato oscuro del bene e dell’amore, la condizione imprescindibile perché nel mondo potesse nascere la mente libera che liberamente vuole. La prospettiva più plausibile con cui rispondere alla domanda sull’origine del male rimanda all’impasto originario di logos e di caos che costituisce il mondo nella sua concretezza. La struttura originaria dell’essere è duale, caos oltre che logos, e lo è perché essa si possa liberamente muovere e ospitare la nascita della libertà. Senza il caos iniziale nessuna libertà avrebbe mai potuto nascere. Senza il caos attuale nessuna libertà potrebbe permanere. Il male quindi è il prezzo che paghiamo per la nascita della libertà. È un prezzo troppo alto? Sarebbe stato preferibile non essere liberi? A volte viene da pensare proprio così, ma questo è il mondo nel quale siamo capitati nascendo, e io credo che la più alta saggezza consista nel prenderne atto, in quella disposizione della mente che, se non abbandona la resistenza cedendo al fatalismo, conosce tuttavia anche la resa di chi sa di trovarsi al cospetto di forze più grandi di sé»

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giovedì 6 marzo 2025

161)- «DIO È TERRIFICANTE», MENTRE IL DESTINO SEVERINIANO È GRAZIOSO?

Dal gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino, riporto questo post di Sebastiano Dell'Albani:

<<FROM SD’S LIBRARY – POST N. 23 – 5 MARZO 2025

DIO È TROPPO POCO. UN DIO CHE PUÒ CREARE DAL NULLA MA CHE PUÒ ANCHE RENDERE NULLA TUTTI GLI ENTI È UN DIO TERRIFICANTE OLTRE CHE, COME IDEA, È ALTAMENTE CONTRADDITTORIA. CREARE DAL NULLA SIGNIFICA CHE TUTTE LE COSE SONO NULLA PERCHÉ SI FA COINCIDERE CIÒ CHE ESISTE CON IL NULLA. S.D>>.

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Questa è la PRIMA parte del commento ad un post scritto da Sebastiano Dell'Albani nel gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino (seguirà perciò un SECONDO commento).

Dunque, secondo il severiniano Sebastiano Dell'Albani, Dio sarebbe <<TERRIFICANTE>>, sol perché creerebbe <<DAL NULLA>> (e ciò NON È VERO, ma ne riparleremo), e perché <<PUÒ ANCHE RENDERE NULLA TUTTI GLI ENTI>>.

Dal che si deduce che il destino a cui egli si riferisce _ cioè il destino tematizzato dal filosofo Emanuele Severino _, sia invece LIETO, GIOCONDO, AMENO, BUCOLICO, BENEVOLO, RASSERENANTE, PIACEVOLE… (Vedasi anche i post nn. 6, 7 e 8).  

Purtroppo per Sebastiano Dell'Albani, a RITORCERGLISI CONTRO è proprio il suo stesso post.

Infatti, che cosa c’è di più TERRIFICANTE di un destino che, nel cerchio finito dell’apparire, cioè nel nostro attuale mondo, invia GUERRE, MALATTIE, TORTURE, FAME, STRAGI, SOFFERENZE DI OGNI GENERE?

Non solo le invia, ma GUERRE, MALATTIE, TORTURE, FAME, SOFFERENZE DI OGNI GENERE sono altresì degli ETERNI!

Severino afferma che esse sono destinate a tramontare e pur tuttavia ad essere eternamente RICORDATE.

Ma, per quanto possano tramontare, resteranno per SEMPRE quegli ETERNI IMMODIFICABILI che sono sempre stati, e lo resteranno esattamente INSIEME a tutto il loro carico di SOFFERENZA senza nulla perdere di essa, giacché nemmeno quest’ultima potrà mai modificarsi/annullarsi!

Per cui il condannato alla sedia elettrica, nel culmine dell’esecuzione, anche se tramonterà definitivamente, è e resterà ETERNAMENTE un condannato sulla sedia elettrica nel culmine dell’esecuzione!

Ma quant’è LIETO, BENEVOLO e RASSERENANTE il destino severiniano!

Esso è una sorta di CIECO ‘MECCANISMO’ _ un MOLOCH _ che procede incurante secondo necessità.

Leggiamo Severino, il quale, riferendosi ad un versetto del Vangelo di Luca 24,26:

<<Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?>> = <<nonne haec oportuit pati Christum et ita intrare in gloriam suam?>>,

scrive:

<<Quell’infinito patimento è necessario sopportare, quell’infinita grandezza è necessario mostrare per entrare nella Gloria di quel cammino. Haec oportebit pati hominem et ita intrare in gloriam suam>> - (La Gloria, pag. 287).

Dunque, non solo Severino ha SCOPIAZZATO dal Cristianesimo (trasformandolo in una brutta copia poiché, tra le altre cose, ETERNIZZA LA SOFFERENZA QUOTIDIANA), ma, come si vede, il SUO destino rappresenta il vertice inoltrepassabile del <<TERRIFICANTE>>!

(Fine prima parte).

 

Roberto Fiaschi

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mercoledì 8 febbraio 2023

24)- «SE DIO C'È, ED È AMORE, PERCHÉ IL MALE?»

Riporto una breva ma intensa riflessione da parte di Maurizio Gambett:

<<il classico dubbio: "se Dio c'è, ed è amore, perché il male?" Ho pensato questo. Sì. Dio è amore. E ci ama così tanto dall'averci lasciati liberi. Pensiamo a Dio come ad un padre: io amo mio figlio così tanto da lasciarlo libero anche di sbagliare. Posso dargli dei consigli, ma non posso guidare la sua vita passo dopo passo obbligandolo a fare quello che dico io. Sarebbe un Dio quanto meno dispotico. Bene. Dio ci ama tanto da lasciarci liberi. Ma come lascia libero me deve lasciare liberi tutti, e quindi, per coerenza, non può intervenire se qualcuno mi fa del male, o sei io faccio del male a qualcuno. Il male esiste perché non seguiamo i suoi consigli. Non è lui a volerlo. Ma qui arriva il bello: Dio ci ama così tanto che anche se facciamo del male è sempre disposto ad accordarci il suo abbraccio. Lui è sempre lì, fino al giorno della morte, disposto ad abbracciarci nuovamente. Certo, in questo senso l'inferno può essere questo: lui è sempre lì, e può salvarci in qualsiasi momento... ma se uno non si fida del padre, e manco in punto di morte vuole il suo abbraccio.. significa che morirà da solo con le sue sofferenze...>>

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domenica 29 gennaio 2023

8)- L’ETERNISMO È L’OLTREPASSAMENTO DEL MALE?


<<A cosa serve la sofferenza?>>, domanda un critico ( = C) del Cristianesimo nel suo saggio:

ONTOLOGIA & EUTECNICA Frammenti Scomposti in Struttura From threads:

<<Non preoccupatevi troppo:>> _ rassicura! _ <<al peggio serve ad essere oltrepassata, consegnandosi, un frammento per volta, al passato>>. 

Sì, avete letto bene: la sofferenza serve <<ad essere oltrepassata>>, ossia _ severinianamente _ ad uscir di scena (non: annullarsi!) rimanendo pur sempre ciò che essa è ab aeterno: sofferenza; e permanendo eternamente come sofferenza, seppur oltre-passata (perfectum) nel cuore della totalità dell’essere, come già indicato nel post n° 6.

È come se una mamma ( = il Tutto eterno) vivesse felice e contenta tutta la vita col proprio figlio morto ( = la sofferenza) in grembo! 

Senonché, asserire che la sofferenza <<serve ad essere oltrepassata>> è un’ingenuità, giacché è identico a dire che la sofferenza serve per rimanere eternamente identica a se stessa! 

<<Certamente, una parte rilevante di sofferenza ''non serve a nulla''>>, corre subito dopo ai ripari C, <<sia nel senso che essa esorbiti ogni decenza, sopportazione o possibilità di utilizzo, ed anche nel senso che essa ''non valga la pena'' quando sia talmente intensa o talmente lunga, che l'eventuale guadagno, conoscitivo od esistenziale, che si potrebbe trarre da essa non varrebbe affatto la candela. Certi tipi di sofferenza sono semplicemente un'incarnazione crudele del male, del negativo nelle nostre carni>>.

Sembrerebbe allora che per la sofferenza che <<serve ad essere oltrepassata>>, per la sofferenza che <<non serve a nulla>> in quanto <<incarnazione crudele del male>> così come per lo stesso <<autore del Male>> o <<Maligno>>, le possibilità ultime siano comunque soltanto due:

<<1) Tutti gli essenti tranne l'autore del Male giungono ai porti sicuri del Positivo. L'autore del Male rimane eternamente rinchiuso nel passato, inerte e privo di qualsiasi ulteriore apprensione rispetto agli essenti, cristallizzato nel suo oltrepassamento;

2) Tutti gli essenti, compreso l'autore del Male, giungono ai porti sicuri del Positivo.

La prima tesi impedisce la pienezza del Positivo, mantenendo uno spazio negativo nel mezzo del cuore dell'Essere, e precisamente quello dell'irredimibilità della parte di Essere che è rappresentata dal Maligno.

La seconda tesi, enunciata NELLA FORMA SUDDETTA, impedisce anch'essa la pienezza del Positivo, in quanto l'immensità degli effetti della negazione è talmente vasta da rendere impossibile ogni perdono sensato ed ogni reintegrabilità, ogni possibile CON-VIVENZA futura con una Coscienza pienamente e totalmente responsabile di tutte le atrocità e sofferenze causate da essa, anche se con-vertita e purificata dal negativo>>.

Ma queste <<due alternative non sfuggono alla contraddizione>>, osserva giustamente C, perciò

<<la seconda tesi va riformulata in questo modo: 2a) Tutti gli essenti, compreso l'autore del male PROTOLOGICO giungono ai porti sicuri del Positivo. Qual'è la differenza tra la tesi 2 e la tesi 2a? Questa: la Coscienza che per prima è stata colpevole dell'insorgere del negativo, è colpevole solo dell'atto immediato di autoposizione negatoria del Bene, ma non lo è VOLONTARIAMENTE di tutti i nefasti effetti successivi, in quanto l'atto di autoposizione negatoria E' ANCHE AUTONEGATORIO, e da tale autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche deriva l'apparire di una Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene, una Coscienza in preda ad una malattia, ad una follia che persiste ed insiste unicamente nella negazione; follia che convive e contrasta vittoriosamente (in modo provvisorio) l'identità benevola di tale Coscienza, isolandola. Il Maligno è quindi, con una metafora imprecisa, come una persona che abbia compiuto un'azione malvagia di limitata entità che però l'abbia fatta impazzire, e la cui pazzia inarrestabile abbia accumulato stragi su stragi, come un meccanismo impostato e privo di ogni altra direzionalità e controllo>>.

Finalmente i conti adesso tornano? ...No, affatto.

Nella prospettiva pan-eternista cui si colloca C _ secondo la quale ogni, qualsiasi essente è eterno e non diviene mai altro da sé _, l’<<oltrepassamento del male e del Maligno>> della riformulazione 2a ripropone le stesse contraddizioni delle tesi 1 e 2, scartate in quanto appunto <<non sfuggono alla contraddizione>>, giacché quella <<Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene>> non è passibile di nessuna autentica <<liberazione>> né di alcuna <<Reintegrazione>>, in quanto ciò comporterebbe inevitabilmente quel diventare-altro-da-sé da parte della suddetta <<Coscienza ALIENATA>>, ovvero implicherebbe la negazione di quell’eternismo poggiandosi sul quale C riformula la tesi 2a.

L’oltrepassamento di tale <<Coscienza ALIENATA>> non può che conservarla eternamente come Coscienza alienata, proprio in virtù di quell’eternismo abbracciato da C. A nulla infatti giova precisare che <<da tale autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche deriva l'apparire di una Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene, una Coscienza in preda ad una malattia, ad una follia che persiste ed insiste unicamente nella negazione>>, perché tale derivazione non può consistere nel diventare-altro-da-sé  da parte dell’<<autonegazione delle proprie perfezioni ontologiche>> subita dalla <<Coscienza che per prima è stata colpevole dell'insorgere del negativo>>, giacché questa è un altro ente, diverso  dal successivo, ossia dalla <<Coscienza ALIENATA da sè e dal Bene>>.

Due essenti differenti, con una contiguità/prossimità esclusivamente diacronica ( = diveniente nel corso del tempo) ma senza che l’uno possa diventare l’altro, o senza che dall’uno possa derivare l’altro. Così essendo, la tesi 2a _ a dispetto della sua riformulazione creduta risolutiva _, non riesce ad evitare l’esito aporetico cui conducono sia la tesi 1 che e la tesi 2.

D’altronde è lo stesso C a confermare tutto ciò:

<<il divenire è il venire in luce ed il congedarsi della vitalità stessa degli spettacoli ontologici. In questo senso, ogni moto, ogni movimento sono parte dell'identità di questo o quell'altro ente che si muove (non diventando altro da sè, ma apparendo man mano lungo la sua identità)>>...

Salvo che, al fine di far tornare i propri conti, l’ETE ‘eterodosso’ consenta di svicolare dalle conseguenze che la logica severiniana invece imporrebbe con maggior serietà e consequenzialità.  Severino ne gioirebbe...

Ciò detto, anche la sperata <<apocatastasi>> _ nell’accezione proposta da C _ si rivela del tutto irrealizzabile, poiché <<la reintegrazione finale di ogni cosa>> non può _ sempre in virtù dell’eternità di ogni essente _, farsi <<avanti come approdo di tutto e tutti ai porti sicuri e stabili del Positivo>>, dal momento che l’<<oltrepassamento del male e del Maligno>> prevede sì il loro divenir degli oltre-passati, ma ripeto, comunque conservati, eternamente conservati come male e Maligno, allora è pura fantasticheria affermare che <<l'autore del male protologico, […] giungerà al momento della sua stessa liberazione da parte di Dio, momento che coincide con il culmine della Reintegrazione di tutte le cose>>, giacché anche tale <<liberazione>> presuppone daccapo quel diventare-altro-da-sé (cioè divenire libero) da parte di un essente-non-libero, il che, secondo l’eternismo severiniano, è l’essenza dell’impossibilità.

Lo stesso dicasi a proposito della <<Coscienza>> <<con-vertita e purificata dal negativo>>.

Pura impossibilità _ stante la premessa eternista _, poiché conversione e purificazione possono realizzarsi soltanto nei termini del divenire-altro-da-sé il quale, invece, è stato già escluso in quanto quintessenza del nichilismo.

Insomma, C fonda ed al contempo s-fonda le proprie tesi, af-fondandole…

Perciò, l’enfatizzato oltrepassamento della sofferenza in realtà consolida la sua conservazione (eterna), poiché essa _ come ogni altro ente _ è destinata a non divenire mai il proprio altro da sé, rimanendo sofferenza eternamente conservata, non importa dove, se nel ‘cuore’ o nella ‘periferia’ oscura e lontana della totalità dell’essere...

In sostanza, il pan-eternismo eterodosso si limita a nascondere la polvere sotto lo zerbino con l’illusione di averla definitivamente eliminata...

Tuttavia C ritiene di aver altre carte da giocare in suo favore, come le affermazioni tratte dalla summenzionata discussione (Facebook, 8 agosto 2016) sembrerebbero testimoniare:

<<L'oltrepassamento delle cose negative deve essere diverso da quello delle altre cose, cioè deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione, cioè il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene, e non come una macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere (uso il termine per distinguere da attuale. Con attuoso intendo un senso peggiorativo in cui il negativo non ancora oltrepassato tormenta i senzienti con il suo atto negatorio delle perfezioni ontologiche)>>.

Domando:

perché <<L'oltrepassamento delle cose negative deve essere diverso da quello delle altre cose>>?

C si rende ben conto che, se così non dicesse, ne deriverebbero tutte le obbrobriose conseguenze fin qui mostrate. Egli sta cercando una disperata via di fuga. Ma è una mossa poco filosofica e davvero molto poco incontrovertibile, per una filosofia che ha affermato trionfalmente di porsi come <<incontrovertibile>> il quale, <<una volta visto [...] non è più possibile ragionare come se non lo si fosse visto>>.

In realtà, tale <<incontrovertibile>> non lo vede né C né nessun altro, giacché non c’è in modo aproblematico.

Infatti, affermare che l’oltrepassamento del negativo debba strutturarsi <<in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione, cioè il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene, e non come una macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere>> significa ripristinare  _ malgrado le intenzioni contrarie di C _ la necessarietà de <<le sofferenze imposte di una bambina abusata>> al fine di <<EDIFICARE IL PARADISO>> o, che è lo stesso, equivale ad affermare quella <<Gioia dell'Essere>> o <<suprema armonia>> per la quale vale <<STRUMENTALIZZARE LA SOFFERENZA PER EDIFICARE IL PARADISO>>!

Non a caso, relativamente all’<<oltrepassamento delle cose negative>>, C usa i termini da me evidenziati in giallo: <<deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione>>; non a caso, perché se così non affermasse, persisterebbe l’indesiderata <<macchia>> nella <<Gioia dell'Essere>> cosicché esso non sarebbe più (e non sarebbe mai stato) <<Gioia>> o <<armonia>>.

Sì, tale <<Gioia>> non può ammettere alcuna <<macchia persistente ed ATTUOSA dell'Essere>>, altrimenti, in termini dostoevskijani:

<<quale armonia potrà esserci se c'è l'inferno?>>;

e nei termini di C:

quale <<gioia dell’Essere>> potrà esserci, se c’è anche soltanto <<una macchia>>?

Senonché, l’inferno in terra c’è; la macchia c’è, ovvero la sofferenza c’è, ed il prezzo ‘filosofico’ da pagare per l’escamotage attuato da C è l’arbitrarietà ontologica della sua compagine eternista, giacché se _ come egli sostiene _ <<il perfectum dei mali sarà per sempre vissuto come un bene>>, allora ne discendono per l’ETE le seguenti aporetiche conseguenze:

la presenza della sofferenza (del male: ogni tortura, abominio...) nella concezione di C _  s’è visto _ è  funzionale al/in vista del bene, quindi è  strumentalizzata <<PER EDIFICARE IL PARADISO>>, in quanto essa <<serve ad essere oltrepassata, consegnandosi, un frammento per volta, al passato>>, e visto che serve per questo preciso scopo,  la sofferenza è lo strumento  per conseguirlo, consistente tale scopo nel ristabilire o nel mantenere la <<Gioia dell'Essere>> senza <<macchia>> che possa inficiarne la <<Gioia>>.

Pertanto suona oltremodo bizzarra la nota di C:

<<NB: che il perfectum dei mali sia un bene non è da assimilare alla visione cristiana in cui Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande. Ritengo immorale un tale progetto, e ciò che intendo io è la ripresa eterna e benevola che è tuttuno con l'Atto eterno di autoposizione>>.

Sebbene io pensi che sia maggiormente conforme al TEC ritener che Dio permetta i mali non per ottenere da o grazie ad essi un bene più grande bensì, permettendo i mali (per ragione a noi ignote), riesce ad ottenere un bene più grande nonostante  essi _ essendo tale bene più grande il procedere verso la realizzazione escatologica del Regno di Dio o della Nuova Creazione, com’è ben riassumibile nella frase di Jacques Bossuet: <<Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini>> _, tuttavia, l’accusa di immoralità è un’accusa bislacca, perché ricade proprio su C, poiché, se per lui <<L'oltrepassamento delle cose negative [...] deve essere strutturato in modo tale che il compimento di esse equivalga ad una specifica positivizzazione>> _ ovvero il male si positivizzerebbe in bene _, allora ciò equivale in tutto e per tutto al Dio che <<permette i mali onde ottenere un bene più grande>>, poiché quel <<bene più grande>> ottenuto da Dio è esattamente <<una specifica positivizzazione>> del male pur presente nella concezione espressa da C, male tuttora presente e tollerato, permesso; perciò anche l’ETE <<permette i mali onde ottenere>> da essi <<una specifica positivizzazione>> ( = l’equivalente del biblico <<bene più grande>>), di modo che tra l’ETE e Dio (il quale <<permette i mali onde ottenere onde ottenere un bene più grande>>) non si dia nessuna differenza!

     Emerge quanto l’argomentare di C sia inquadrabile nell’atteggiamento dei ‘due pesi e due misure’, giacché, a parità di situazione ( = la presenza del male), il Dio biblico viene ritenuto <<immorale>>, l’altro (quello proposto da C) no!

Attribuire al TEC <<un tale progetto>> è da lui decisamente stigmatizzato come <<immorale>>; se invece è ritenuto intrinseco alla necessità dell’ETE, allora no, va tutto più che bene! È salutato come fosse la quintessenza dell’eticità!

Infatti, chi non si domanderebbe:

se è <<immorale>> il progetto che Dio permetta i mali <<onde ottenere un bene più grande>>, perché allora non sarebbe altrettanto <<immorale>> il progetto dell’ETE o del ‘dio’ <<Eminente>> che lo presiede, dal momento che anch’esso/i permette/ono i mali, il compimento dei quali consisterebbe nell’<<ottenere un bene più grande>>, equivalente perciò ad una loro <<specifica positivizzazione>>? ‘Mistero’ ( = da interpretarsi a piacimento come incoerenza? Ipocrisia? Faziosità? Ingenuità? Distrazione? Pregiudizio?). 

Inoltre, anche concedendo che sia attribuibile in toto <<alla visione cristiana>> il fatto che <<Dio permett[a] i mali onde ottenere un bene più grande>>, siamo davvero sicuri che sia <<immorale un tale progetto>>?

C lo ritiene tale perché già la permissione del male sarebbe essa stessa male.

Certo, in ambito per lo più cattolico si suol dire che <<Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande>>.

Tuttavia, fermarsi qui, da parte di un critico, mi sembra ancora troppo poco.

Infatti, non ci è dato saper perché, per <<ottenere un bene più grande>>, sia indispensabile <<permettere i mali>>. Soltanto se fossimo in grado di rispondere a questo ‘perché’, il critico potrebbe emettere un qualche verdetto definitivo.

C potrebbe replicare che secondo il Cristianesimo, i mali devono permanere appunto/proprio perché da essi si possa ottenere un bene più grande!    

Ma perché per <<ottenere un bene più grande>> è indispensabile <<permettere i mali>>, dal momento che sarebbe possibile ottenere <<un bene più grande>> da un bene minore e/o dall’assenza dei mali?

Ribadendo che <<Dio permette i mali onde ottenere un bene più grande>>, C non ha ancora reso chiaro il perché sia inevitabile che <<un bene più grande>> lo si ottenga dai mali anziché dalla loro assenza...

Pertanto, la domanda si ripropone ad un livello antecedente:

perché, per <<ottenere un bene più grande>>, è indispensabile <<permettere i mali>>?

Non conoscendo la ragione di questo ‘perché’, dovremmo più opportunamente tornare a concludere (sempre con Dostoevskij) che <<È del tutto incomprensibile il motivo>> per il quale sarebbe indispensabile permettere i mali onde ottenere...

Perciò dovremmo sensatamente limitarci ad affermare che <<una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco>>.

A quanto pare, invece, C pare conoscerne la ragione, altrimenti non si limiterebbe a definir <<immorale>> soltanto il <<progetto>> del Dio biblico bensì estenderebbe tale giudizio anche a quello del suo ‘dio’ o del teismo coeternista.

Egli però si guarda bene dal fare ciò; perché?

I casi sono due:

- o C conosce soltanto le ragioni dell’indispensabilità della permissione del male da parte del suo ‘dio’ ma non del Dio biblico;

- o che il <<progetto>> del suo ‘dio’ non sia <<immorale>> (appunto perché sfugge all’accusa di <<progetto immorale>>).

Sfortunatamente, mancano precise ed inequivocabili delucidazioni ad entrambe le alternative...

Per usare un’immagine: data la persistenza del male, la suddetta convinzione di C indirizzerebbe a ritenere <<immorale>> l’<<ottenere un bene più grande>> ( = la guarigione, il ripristino della salute) dalla presenza della malattia...

Certo, non si può pensare che le malattie debbano esserci affinché _ <<onde>> _ si possa da esse guarire ( = trarre un bene più grande dai mali); ma, come detto, non conoscendo il perché dell’indispensabilità di quella permissione, non si può non cercar di ottenere la guarigione dalla malattia...

Non sappiamo perché Dio consenta il persistere del male; tuttavia, poiché il male c’è, allora permetterlo per ottenere da esso un bene più grande, è il minimo strategico che ci si possa aspettare affinché il male via via scompaia, sia combattuto, assunto e ‘fagocitato’, ripristinando così la guarigione...

Risposta insoddisfacente/insufficiente/immorale?

Insoddisfacente ed insufficiente certamente ;

immorale no, finché non comprenderemo le ragioni di quella indispensabilità...

 

Roberto Fiaschi

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