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venerdì 10 gennaio 2025

144)- IL CREDENTE SI AUTO-IMPONE (ED IMPONE AGLI ALTRI) LA FEDE?

<<Il principio – oggi così ripetuto – che chi crede di possedere la verità è inevitabile che voglia imporla anche agli altri trova ampie giustificazioni nelle pagine di Feuerbach. Ma non si deve dimenticare che la verità è violenza quando, appunto, si crede di possederla: si crede di possederla e non la si possiede. MA LA VERITÀ È VERITÀ SOLO IN QUANTO NON È QUALCOSA DI IMPOSTO ALLA COSCIENZA. Prima ancora di essere violento con gli altri, imponendo loro la sua verità, il credente di qualsiasi tipo è violento con sé stesso: credendo nella verità della propria fede, impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>.

(Emanuele Severino: “Pensieri sul cristianesimo”, BUR saggi, 2020. Il maiuscolo non è mio: RF).

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Il filosofo Emanuele Severino, nella sua pluridecennale ossessione contro la fede, arriva al punto di STRAVOLGERE il significato dei termini pur di far quadrare i suoi conti teoretico-filosofici (per non parlar dell’ACRITICA ACQUIESCENZA con la quale troppi suoi seguaci riportano sempre, senza batter ciglio, ogni brano del filosofo bresciano presentandolo come fosse una Verità indiscutibile).

Vediamo, infatti, come Severino parli del credente come di colui che <<impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>.

Tutto a posto?

Direi di NO.

Scrive Severino: <<imposto, cioè voluto>>; il che suggerisce che per lui tali termini siano equivalenti ed interscambiabili.

Sbagliando: vi è IMPOSIZIONE laddove ciò che viene IMPOSTO sia tale poiché CONTRO la propria volontà.

E che <<imposto>> e <<voluto>> NON siano affatto sinonimi, lo si comprende meglio se la suddetta proposizione la trasformiamo così:

vi è IMPOSIZIONE laddove ciò che viene voluto sia tale poiché CONTRO la propria volontà.

In questo caso è chiara la contraddittorietà della frase, perché il voluto può soltanto essere in ACCORDO con la propria volontà, non CONTRO, come accade all’IMPOSIZIONE.

Un’ammenda mi viene IMPOSTA pur non avendola voluta, e anzi, proprio per questo, essa è un’IMPOSIZIONE alla quale non posso sottrarmi.

Se per una qualche mia bizzarrìa volessi un’ammenda, allora non la vivrei come un’IMPOSIZIONE bensì come risultato ottenuto in quanto voluto.

Per questo essa mi è IMPOSTA CONTRO la mia volontà (e tanto più la vivo come una violenta IMPOSIZIONE quanto più ritengo di non aver commesso l’infrazione contestatami e quanto più mi mostro risoluto nel non voler infrangere le norme né, perciò, volere ammende).

Dunque, il buon Severino può disinvoltamente scrivere che il credente <<impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>, sol perché TRAVISA il significato di IMPOSIZIONE (o di volontà).

Infatti, il credente NON si AUTO-IMPONE la fede CONTRO la propria volontà.

Tutto al contrario: egli si sente CONQUISTATO da essa, quindi le fa spazio, l’accoglie, la vive, accorda la sua volontà con essa, NON se la sente IMPOSTA ab extra.

Se voglio la fede, non me la posso IMPORRE, giacché IMPORRE non equivale a volere, quindi, se me la IMPONESSI, lo farei CONTRO la mia volontà e ciò vorrebbe dire che mi IMPORREI qualcosa che NON voglio, appunto perché l’essenza di ogni IMPOSIZIONE consiste nell’esser qualcosa di NON voluto, qualcosa di CONTRARIO alla mia volontà.

Quindi NON È VERO che <<il credente di qualsiasi tipo [sia] violento con sé stesso: credendo nella verità della propria fede, impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>,

giacché egli non si AUTO-IMPONE alcunché, tutto al contrario: accoglie volontariamente la fede che gli si (PRO)PONE (NON: che gli si IMPONE), senza perciò infliggersi alcuna VIOLENZA, giacché questa avrebbe luogo CONTRO la sua volontà; né il credente la infligge agli altri, perché così come egli non si AUTO-IMPONE nulla, altrettanto non IMPORRÀ, ma PROPORRÀ

Per cui la tesi di Severino è davvero puerile, un puro stereotipo…

  

Roberto Fiaschi

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giovedì 19 dicembre 2024

140)- TECNOLOGIA E CRISTIANESIMO

Riporto il seguente post di Sebastiano Dell'Albani:

<<FROM SD’S LIBRARY -POST N. 91 – 16 DICEMBRE 2024

LA POTENZA DELLA TECNOLOGIA GOVERNA IL MONDO.

Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza.

Persino l’individuo dotato di media intelligenza, che fino a pochi anni fa era apprezzato, ha perso il suo valore e la sua intelligenza è totalmente svilita dalla inaudita potenza di questi computer quantistici straordinariamente intelligenti. Questa potentissima tecnologia ha avuto aperta la strada dalla filosofia che ha chiarito ad essa che non ci può essere nessun limite alla sua potenza. L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato. Ha rotto la gabbia che teneva prigioniero il “mostro” e ormai non si può più richiudere. La gabbia che ci proteggeva dal “mostro” è stata aperta dalla stessa metafisica della filosofia della tradizione, la chiave per l’apertura della “gabbia”. Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce a capire che questa immane potenza potrà sì essere usata a beneficio dell’uomo ma può più facilmente essere usata per manipolare e distruggere il mondo e l’uomo perché essa è potenza pura che mira -servendosi dell’uomo -ad aumentare all’infinito la sua potenza. Essa non distingue tra bene e male, non ha etica, la sua etica consiste solo nell’aumento indefinito della sua stessa potenza. Ma forse lo sguardo semplice, dolce e sincero di una ragazza che mostra tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci. «Google ha presentato Willow, un chip quantistico rivoluzionario capace di risolvere in cinque minuti un problema che i supercomputer attuali impiegherebbero 10 settilioni di anni a completare. Questo straordinario risultato, spiegano gli esperti, segna un punto di svolta nella computazione quantistica, tecnologia che utilizza i principi della fisica delle particelle per creare computer di potenza inimmaginabile. Le potenziali applicazioni sono enormi- dalla progettazione di reattori nucleari allo sviluppo di farmaci, al miglioramento delle batterie per auto elettriche.» da FQ, 16 dicembre 2024>>.

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L’affermazione posta a mo’ di esergo da Sebastiano Dell'Albani risulta del tutto falsa soprattutto in relazione al contenuto del suo stesso post che dovrebbe confermarla, mentre, invece, la smentisce palesemente.

Ricordiamo l’affermazione:

<<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza>>.

E ora leggiamo il post.

Sebastiano Dell'Albani scrive che

<<L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato>>.

Subito dopo, però, SI SMENTISCE:

<<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce a capire che questa immane potenza potrà sì essere usata a beneficio dell’uomo>>.

Infatti, la possibilità di essere <<usata a beneficio dell’uomo>> rappresenta il DOMINIO che l’uomo esercita sulla tecnologia SCEGLIENDO/PRIVILEGIANDO il <<beneficio dell’uomo>> anziché la sua distruzione.

Dunque NON è vero che l’uomo debba NECESSARIAMENTE illudersi <<di poter dominare la potenza tecnologica>>.

<<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce capire>> che se egli fosse così <<totalmente dominato>>, non avrebbe allora alcun senso affermar che essa POSSA <<essere usata a beneficio dell’uomo>>, dal momento che questa SCELTA/POSSIBILITÀ NEGA che l’uomo ne sia inevitabilmente <<dominato>>…

Dopodiché Sebastiano Dell'Albani aggiunge:

<<ma può più facilmente essere usata per manipolare e distruggere il mondo e l’uomo perché essa è potenza pura che mira -servendosi dell’uomo -ad aumentare all’infinito la sua potenza. Essa non distingue tra bene e male, non ha etica, la sua etica consiste solo nell’aumento indefinito della sua stessa potenza>>.

Quindi, qui si riconosce e si ammette implicitamente che soltanto l’ETICA potrebbe guidare <<la potenza tecnologica>> al fine di NON <<manipolare e distruggere il mondo e l’uomo>> bensì per <<essere usata a beneficio dell’uomo>>.

Bene.

Tale riconoscimento, però, SMENTISCE la tesi iniziale di Sebastiano Dell'Albani, secondo cui <<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza>>, giacché <<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce capire>> che, per rendere possibile l’orientamento della tecnologia <<a beneficio dell’uomo>>, si debbano spendere le migliori risorse etico/umane, costituite appunto dalla <<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa>>!

Proprio perché la potenza tecnologica <<non distingue tra bene e male, non ha etica>>, allora Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa devono INDIRIZZARE tale potenza _ e ciò comporta di non esser da essa <<totalmente dominati>> _ affinché sia <<usata a beneficio dell’uomo>>.

Ciò è nuovamente confermato, contro se stesso, dallo stesso Sebastiano Dell'Albani ove scrive che <<forse lo sguardo semplice, dolce e sincero di una ragazza che mostra tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci>>.

Che senso ha, allora, asserire che <<L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato>>?

Se siamo condannati ad illuderci, allora NEMMENO <<tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci>>.

Sebastiano Dell'Albani potrebbe replicare che, in realtà, anche la scelta etica di impiegare la potenza tecnologica a fin di bene riconfermi il dominio ed il perpetuarsi di essa sull’uomo, dominio che perciò non verrebbe smentito dall’orientamento etico impresso alla tecnologia.

Ma, in tal caso, verrebbe dominato l’<<aumento indefinito della sua stessa potenza>> a discapito di essa.

Pertanto, a perdere <<totalmente di senso e significato>> è l’accoglienza acritica di tesi aventi come sottofondo una concezione RIDUTTIVA dell’essere umano quale volontà illimitata di potenza che nella tecnologia troverebbe il proprio inveramento essenziale.

 

Roberto Fiaschi

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(Le fotografie del robot e della fanciulla con <<lo sguardo semplice, dolce e sincero>> sono tratte dal post di Sebastiano Dell'Albani).

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sabato 14 dicembre 2024

138)- «SEVERINO, LA FILOSOFIA, I VALORI»

Questo è il titolo dell’incontro tra due filosofi allievi di Emanuele Severino: Nicoletta Cusano e Luigi Vero Tarca, avvenuto il 13 dicembre 2024 a Brescia e reperibile qui: https://www.youtube.com/live/oFRPW-DkUj4

Purtroppo il video dura 2 ore e 26 minuti e mi è impossibile seguirlo. Quanto ho qui riportato, perciò, è una brevissima (ma significativa) trascrizione effettuata da Mario Ciattoni che ringrazio.

<<Tarca: Posso farti una domanda? Chiedo: se il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole, se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile, che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?

Cusano: Questa è una bella domanda.

Tarca: Hai capito? A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?

Cusano: Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...

Tarca: Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?

Cusano: Penso di averlo detto prima, perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta...

Tarca: Perché dovrebbe interessarmi questo discorso?

Cusano: Ah, guarda, se vuoi contraddirti sei libero di non ascoltarlo.

Tarca: Ma perché contraddirsi dovrebbe essere un male? Wittgenstein dice verrà il giorno in cui saremo fieri di essere nella contraddizione.

Cusano: Bene, perché la contraddizione è quella che ho proposto al ragazzo qui davanti: dire e non dire una cosa. Se a te interessa dire e non dire una cosa, va benissimo.

Tarca: Certo.

Cusano: Il prof. Tarca dice e non dice, ed è contento così; io preferirei dire senza contraddirmi.

Tarca: Quindi abbiamo due preferenze (...) Io godo nel contraddirmi, sono due volontà, tu godi nel non-contraddirti. Perché il giovane dovrebbe scegliere il tuo discorso?

Cusano: Se fosse solo il frutto di una scelta... Abbiamo già detto che il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo, e di conseguenza abbiamo chiuso il discorso>>.

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Relativamente a questi scambi di battute, il mio accordo propende nettamente a favore di quanto detto dal prof. Luigi Vero Tarca (LVT).

Motiviamolo.

Alla domanda di LVT:

<<che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?>>,

Nicoletta Cusano (NC) risponde:

<<Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...>>.

Quindi, se l’<<esserlo>> SAPENDOLO _ come nel caso NC _, costituisce il cuore del <<messaggio>> che il <<discorso di Severino>> <<dà al vivente umano>>, tale risposta altro non fa che ribadire quanto era già esplicito nella domanda di LVT, ossia che <<il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole>>, il che è esattamente quanto ciascun essere umano GIÀ SA a prescindere del <<messaggio>> di Severino, per cui quest’ultimo si limiterebbe a ribadire l’ovvio in quanto universalmente risaputo.

Senonché, NC farà osservare che, invece, ciò che l’essere umano NON SA è che _ per usare le stesse parole di LVT _ <<se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile>>.

Eccolo, dunque, l’autentico centro del <<messaggio>> di Severino e che, secondo NC, farebbe la differenza tra il saperlo ed il non-saperlo.

Ora chiedo: QUALE DIFFERENZA, tal saperlo, farebbe?

Avere un insieme di NOZIONI filosofiche in più rappresenta davvero una differenza tale da costituirsi come <<messaggio>>, rispetto al non averle?

 Certamente sì, a livello ‘quantitativo’, se posso dir così; NO, invece, a livello esistenziale-qualitativo.

Infatti, tale <<messaggio>>, NON apporta alcuna REALE differenza nella vita quotidiana, giacché ANCHE NC, come tutti noi, continuerà a <<volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé>>, se vorrà continuare a vivere…

Il MERO SAPERE la (presunta!) impossibilità <<che qualcosa diventi altro da sé>> non può costituirsi come IL <<messaggio>> che Severino <<dà al vivente umano>>, appunto perché esso è soltanto un insieme di NOZIONI (per quanto meticolosamente elaborate/argomentate) da far proprie o, se si vuol utilizzare il linguaggio del filosofo bresciano, che appaiono.

Certo, se a tutto ciò aggiungiamo quell’altro aspetto teoretico costituito dalla Gloria e dalla Gioia eterna, allora questo sarebbe un SAPERE già più sostanziale esistenzialmente parlando, sì, ma si tratterebbe pur sempre di un insieme di NOZIONI, giacché NEPPURE il saper ciò cambierebbe il volere <<che qualcosa diventi altro da sé>> in un NON-volere (continuando, però, nelle proprie giornate a voler _ o meno _ trasformare il caffè in polvere e l’acqua fredda in caffè caldo)…

Per cui, SAPERE di essere una <<volontà di far diventare altro>> NON sembra avallare la tesi di NC secondo la quale <<un conto è esserlo senza saperlo>>.

Continuando a seguire la loro conversazione, LVT chiede:

<<Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?>>, e NC risponde:

<<perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta>>.

Siccome LVT inizialmente chiedeva: <<A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?>>, allora, che esso sia <<l'unico discorso che sta>> che rilevanza potrà mai avere nel quotidiano il quale, sulla base dello STARE da parte di una tesi filosofica, NON subirà comunque alcun apporto in forza di tale <<messaggio>> che invece, poiché rivolto a <<me che sono un vivente, e che quindi voglio>>, dovrebbe apportare?

Forse che tale apporto (che secondo NC farebbe la differenza tra saperlo e non-saperlo) debba consistere in un insieme di tesi filosofiche sol perché esse STANNO?

Un po’ pochino…

… Dopodiché, NC afferma:

<<io preferirei dire senza contraddirmi>>, e precisa che <<il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo>>, ossia, NC VUOLE/SCEGLIE di non-contraddirsi.

Ma allora, anche la PREFERENZA o la SCELTA di non-contraddirsi da parte di NC, in quanto essa <<è un voluto>>, <<è nichilismo>> cioè è un CONTRADDIRSI, giacché il nichilismo _ nonché la volontà _, sempre per Severino, è l’essenza della contraddizione/dirsi.

Quindi, anche ammesso e non concesso che il VOLERE sia contraddizione, allora il VOLERSI non-contraddire di NC è tanto contraddittorio quanto il VOLERSI contraddire di LVT.

Ciò, tanto più in base alla severiniana contraddizione C secondo la quale l’essente che appare È ed al contempo NON È MAI l’essente che, apparendo, dice di essere.

Pertanto, nonostante le intenzioni contrarie, anche il dire di NC (come quello di chiunque altro), pur preferendo <<dire senza contraddir[s]i>>, in nome della contraddizione C non è mai quello che dice (di essere), pur essendolo…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 10 marzo 2023

40)- SEVERINO E LA SUA VIOLENZA

Scrive il filosofo Emanuele Severino:

<<La volontà che si manifesta nell’amore e nella tolleranza è violenza infinita non meno di quella presente nell’odio e nell’intolleranza. Certo, tutti noi preferiamo vivere nella tolleranza e nell’amore piuttosto che nell’odio e nell’intolleranza. Ma questa preferenza non implica che l’amore e la tolleranza siano la strada che conduce al di fuori della violenza. Per quanto profondamente diversi, amore e odio, tolleranza e intolleranza hanno la stessa anima – la violenza infinita. E la violenza, per quanto lontana dalle sue forme manifeste, non può condurre al di fuori della violenza. Né la strada che conduce al di fuori della violenza può essere un divenire, un diventare altro, prodotto da forze umane o divine. Non può essere volontà di salvezza>>. (Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, p. 33).

Se ogni volontà è violenza, allora, tra la <<volontà che si manifesta nell’amore e nella tolleranza>> e <<quella presente nell’odio e nell’intolleranza>> possiamo inserirvi la volontà di indicare la violenza attraverso gli scritti di Severino, la quale, perciò, è anch’essa <<violenza infinita non meno di quella presente nell’odio e nell’intolleranza>>.

E poiché <<la violenza, per quanto lontana dalle sue forme manifeste, non può condurre al di fuori della violenza>>, a maggior ragione nemmeno la violenza consistente nei suoi scritti potrà mai non solo <<condurre al di fuori della violenza>>, ma neanche soltanto indicarla, giacché anche tale indicazione sarebbe pur sempre violenza ossia volontà di indicare.

La violenza della volontà di Severino ci vuol dire (tramite i suoi scritti) che il destino severiniano sia al di fuori di ogni violenza.

Tuttavia, anche il destino vuole inviare la terra che salva dal nichilismo della terra isolata, ma _ stando agli stessi presupposti severiniani _ non potrà mai riuscirvi, giacché <<la strada che conduce al di fuori della violenza [non] può essere un divenire, un diventare altro>> e, sebbene la terra isolata non diventi quell’altro da sé cui è la terra che salva, ciò nonostante dalla terra isolata si realizza il divenire che conduce alla terra che salva, e questo, ripeterei, sempre stando alle parole di Severino, <<non può condurre al di fuori della violenza>> attraverso <<un divenire, un diventare altro, prodotto da forze umane o divine>> o inviato dalla volontà del destino severiniano.  

Il destino severiniano nega ogni violenta <<volontà di salvezza>> inviando la violenza della volontà di indicare mediante gli scritti severiniani la violenza di ogni <<volontà di salvezza>>, negando così anche la propria (del destino severiniano) non-violenza:

esso vuol mostrare di essere da sempre al di fuori di ogni violenza nel mentre che la invia    

Perciò la negazione della violenza da parte del destino è l’affermazione della sua stessa violenza.

Inoltre, la negazione della <<volontà di salvezza>> da parte del destino severiniano è negazione della sua stessa <<volontà di salvezza>> allorché esso vuole inviare quell’eterno cui è la terra che salva.

 

 Roberto Fiaschi

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martedì 28 febbraio 2023

34)- VOLONTÀ E SALVEZZA

Severino, tramite i suoi scritti, vuole salvarci da ogni volontà di salvezza e quindi <<dai salvatori>>, con-fidando nella (af-fidandosi alla) volontà del destino che vuole l’apparire dell’<<eternità di tutte le cose>> quale autentica salvezza dalla volontà nichilistica di salvezza.

Il che significa che il destino vuole salvarci anche dalla volontà di Severino il quale vorrebbe salvarci dalla volontà di salvezza nonché <<dai salvatori>>, perché _ a rigor di logica _ anche la volontà di salvezza <<dai salvatori>> espressa da Severino è <<una forma nascosta di violenza>>.

Scrive Severino:

<<[…] ogni volontà salvifica è dunque una forma nascosta di violenza – come ogni volontà “creatrice”. Nessun creatore e nessun salvatore ci può salvare. Ma non perché la salvezza debba essere cercata altrove, ma perché il concetto stesso di salvezza - così come esso si presenta lungo la storia dell’Occidente – è nella sua essenza violenza, cioè volontà di trasformare il mondo, e quindi volontà che vuole l’impossibile. Se invece “salvezza” significa l’apparire dell’esser liberi dalla volontà – e questo esser liberi può apparire solo in quanto appare l’eternità di tutte le cose (e dunque anche l’eternità di questa libertà) -, allora la “salvezza” “salva” dai salvatori e dai creatori>> - (Oltre il linguaggio; pag. 26).

La (presunta!) violenza da parte di <<ogni volontà salvifica>> consisterebbe, perciò, nella <<volontà di trasformare il mondo>>.

Per cui anche Severino, volendo annunciarci nel suddetto testo la salvezza che <<“salva” dai salvatori>>, vuole <<trasformare>> (l’opinione, la convinzione di) quella parte di mondo consistente in coloro che leggeranno il suddetto brano affinché prendano coscienza che <<ogni volontà salvifica è dunque una forma nascosta di violenza>>.

Sì che, mettendoci in guardia dalla violenza di <<ogni volontà salvifica>>, Severino ci stia mettendo in guardia da Severino, cioè dalla sua stessa violenta volontà di scrivere/annunciare la salvezza <<dai salvatori>>.

Non solo, ma a monte, anche la volontà del destino di inviare la notizia _ tramite la violenta volontà degli scritti di Severino _ secondo la quale l’autentica salvezza è comunicata attraverso la volontà che i suoi scritti siano una testimonianza del destino, anche tale volontà del destino, dicevo, è violenta in quanto <<vuole l’impossibile>>, perché vuole inviare il proprio annuncio di autentica salvezza ad una violenta volontà empirica ( = Severino) che perciò <<vuole l’impossibile>> proprio dichiarando nei suoi scritti di volerci salvare dalla volontà di salvezza nonché <<dai salvatori>>.

Giacché è chiaro: se la volontà empirica ( = Severino) <<vuole l’impossibile>>, e se il destino vuole che la volontà di Severino voglia l’impossibile (cioè voglia annunciare la salvezza <<dai salvatori>>), allora è ovvio come anche la volontà del destino sia violenta in quanto vuole l’impossibile, appunto perché essa vuole che una volontà empirica ( = Severino) voglia quell’impossibile consistente nel voler trasformare la coscienza altrui da inconsapevole qual è della violenza di ogni forma di volontà salvifica a consapevole della medesima violenza.

 

Roberto Fiaschi

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