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mercoledì 26 febbraio 2025

159)- QUALE RAGIONE/LOGOS?

 

E quindi: QUALE logos SBAGLIA?

Sì, perché il logos (la ragione) è solitamente ritenuto l’ESCLUSIVO ‘autore’ dell’indagine filosofica, ed è altresì ritenuto sempre il MEDESIMO logos, nonostante le differenze teoretico/aletiche che da esso sono scaturite nel corso della storia del pensiero, tanto da assumere, nelle filosofie idealiste, valore ASSOLUTO/DIVINO.

<<Non ascoltando me, ma il logos, è saggio intuire che tutto è Uno>>. (Eraclito, frammento 50).

Per cercar di rispondere al titolo di questo post, prendo come riferimento la filosofia di Emanuele Severino e la filosofia di Giovanni Romano Bacchin, giacché queste sono le due concezioni con le quali mi imbatto più frequentemente che con altre.

A titolo di esempio, un fondamentale luogo di pluri-decennale CONTRASTO è rappresentato dalla loro concezione dell’ENTE.

(1)- Per Severino, ogni ente è INCONTRADDITTORIAMENTE identico a sé e differente dal proprio altro, dove il proprio altro, cioè B, entra sì a determinare necessariamente A, ma senza che ciò implichi la contraddittorietà di B in eterna relazione determinante con A, perché:

<<essere con è essere non>>,

ossia: essere con B è essere non B (o: non è essere B) da parte di A.

Ciò comporterebbe l’INCONTRADDITTORIETÀ di ogni ente, di ogni determinatezza, quindi (secondo il logos di Severino) la sua ETERNITÀ e la sua INDIVENIENZA.

***

(2)- Per Bacchin, ogni ente è CONTRADDITTORIAMENTE identico a sé, giacché l’altro da A, cioè B, determina necessariamente ed essenzialmente l’identità di A (e viceversa); quindi B non si pone come accidentale nei confronti di A bensì concorre alla sua intrinseca identità, sì che, all’opposto di Severino, A (ogni ente) sia costituito come unità o identità di sé (A) ed altro da sé (B, non-A; A=non-A):

l’ente è sé e non-sé; è A e non-A; esso è il proprio contraddirsi/negarsi.

Ciò comporterebbe la CONTRADDITTORIETÀ di ogni ente, di ogni determinatezza, quindi (secondo il logos di Bacchin) la sua INESSENZA (il suo TOGLIERSI/NEGARSI o il suo non essersi MAI posto).

Pertanto, i punti (1) e (2) sono reciprocamente CONTRAPPONENTISI sul piano ontologico.

È chiaro che qualora una delle due (o entrambe le) tesi si rivelasse filosoficamente insostenibile, verrebbe meno tutta o gran parte dell’impalcatura filosofica a cui essa inerisce.

E se in entrambe opera sempre l’UNICO e MEDESIMO logos, allora è lecito riproporre la domanda iniziale:

QUALE logos dei punti (1) e (2) SBAGLIA?

Giacché dal MEDESIMO logos _ se davvero esso e soltanto esso fosse deputato alla Verità _ dovremmo aspettarci IDENTICHE (o quanto meno non reciprocamente contraddicentesi) tesi e conclusioni… Invece così non accade, per cui è ‘difficile’ tenerle ambedue FERME.

A meno che non si facciano entrare (e si fanno entrare quasi sempre) in campo giudizi di questo tenore:

<<Tizio non vede che…>>;

<<Caio non ha capito che…>>;

<<Sempronio dovrebbe andare a studiare…>>,

etc…

Quindi, la verità di (1) o di (2) verrebbe decisa dalla (implicita o meno) OTTUSITÀ/INCAPACITÀ DI VEDERE del proprio interlocutore, il che NON pare un grande criterio di giudizio logico-filosofico-razionale…

Lasciando perciò da parte le presunte incapacità di capire/vedere, rimane in campo soltanto la pretesa dei due filosofi _ la pretesa del MEDESIMO logos _ secondo i quali le proprie tesi sarebbero rigorosamente, se non ESCLUSIVAMENTE fondate ed argomentate su basi LOGICO-RAZIONALI, benché con esiti OPPOSTI.

Per cui la mia domanda iniziale è la stessa che chiude questo post:

QUALE logos dei punti (1) e (2) SBAGLIA?

E qualora uno dei due SBAGLI, sarà sempre il MEDESIMO logos universale-divinizzato a sbagliare, oppure dovremo molto più semplicemente concludere che vi siano MOLTI logoi non-divini ma singoli-personali?

 

Roberto Fiaschi

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martedì 29 agosto 2023

90)- SULL’ESSERE QUALE CONTRADDIZIONE ORIGINARIA


Per introdurre nuovamente la CONTRADDITTORIETÀ dell’ESSERE (come tematizzato da Severino) unitamente all’INCONTRADDITTORIETÀ degli enti (vedasi post n° 86, https://controinuovimostriii.blogspot.com/.../86...), riporto il seguente eloquente brano di Alessandro Vaglia tratto dal gruppo Officina di filosofia teoretica:

<<comunque se per bue e asino intendiamo solo il loro positivo significare certo che sono identici, in quanto positivo significare appunto, ma come determinazioni o contenuto appunto, son diversi. tutto ciò che appare è identico in quanto essere, tutto è, ma tutto è diverso in quanto al suo contenuto>>.

Perfetto, tutto corretto, ben detto.

Tuttavia, AV ha appena formulato, suo malgrado, LA CONTRADDIZIONE ORIGINARIA dell’ESSERE severiniano, cioè dell’ESSERE quale totalità degli enti o determinazioni.

Perché dico: suo malgrado?

Perché evidentemente a lui è bastato rilevar _ giustamente _ che due enti qualsiasi (<<bue e asino>>) <<sono IDENTICI, in quanto positivo significare appunto, ma come determinazioni o contenuto appunto, son DIVERSI. tutto ciò che appare è IDENTICO IN QUANTO ESSERE, tutto è, ma tutto è DIVERSO in quanto al suo contenuto>>,

senza perciò soffermarsi sul fatto che affermar che bue e asino siano <<IDENTICI, in quanto positivo significare>> e che <<come determinazioni o contenuto>> siano INVECE <<DIVERSI>>,

significa affermare che, proprio perché <<tutto ciò che appare è IDENTICO IN QUANTO ESSERE>>,

allora l’ESSERE DIFFERISCE CONTRADDITTORIAMENTE DA SÉ,

giacché AV, precisando:

<<ma come determinazioni o contenuto appunto, son DIVERSI>>,

implica che <<come determinazioni o contenuto>> il bue e l’asino NON SIANO lo stesso ESSERE circa il quale subito prima egli aveva affermato che <<tutto ciò che appare è IDENTICO IN QUANTO ESSERE, tutto è>>.

È chiaro:

siccome <<tutto ciò che appare è IDENTICO IN QUANTO ESSERE>>, tale ESSERE DEVE NECESSARIAMENTE INCLUDERE ANCHE le determinazioni o i contenuti, altrimenti questi NON sarebbero ESSERE.

Appunto perché NON soltanto il bue e l’asino sono ESSERE per <<il loro positivo significare>>, ma essi sono ESSERE anche <<come determinazioni o contenuto>> dei loro rispettivi positivi significare!

Quindi, l’osservazione di AV secondo la quale:

<<tutto ciò che appare è IDENTICO IN QUANTO ESSERE, tutto è, ma tutto è DIVERSO in quanto al suo contenuto>>,

sancisce la CONTRADDITTORIETÀ dell’ESSERE quale totalità concreta dei DIFFER-enti, esattamente come è CONTRADDITTORIO che il bue sia l’asino,

poiché ha sancito il DIFFERIRE DELL’ESSERE DA SÉ STESSO, esattamente come il bue DIFFERISCE dall’asino pur essendo entrambi INTEGRALMENTE ESSERE.  

 

 

Roberto Fiaschi

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sabato 18 febbraio 2023

29)- TRIPLICE APORETICITÀ DELL’ESSERE

Premessa:

L’intento di questo post è di evidenziare tre aporie concernenti la distinzione tra essere ( = E) e determinazione ( = D; plurale DD), della quale distinzione l’ente ne costituisce la sintesi (E + D).

Normalmente, ogni qualvolta venga indicata un’aporia nel sistema filosofico di Emanuele Severino, fa immancabilmente seguito la solita osservazione _ la quale, tuttavia, rafforza le tre aporie qui esposte _, tesa a rilevare che l’indesiderato esito dipenda dall’aver indebitamente astratto/separato/isolato l’E dalla sua inscindibile D, cosicché esso si ritrovi come essere-semplice/formale ( = l’ “è”) vuoto di contenuto o di D e, in quanto così separato, inesistente.

Tale osservazione, però, pare si lasci continuamente sfuggire che:

(A)- o l’E si distingue realmente dalla (sua) D (della quale è atto);

in tal caso, bisognerà che l’E sia analizzabile/significabile distintamente dalla D, giacché il saperlo distinto deve comportare il suo apparire e quindi il suo significare così distintamente, con le conseguenze che ne derivano e che ho cercato di evidenziare nel presente post.

Pertanto, l’E-distinto-dalla-D deve potersi offrire alla significazione quale atto-distinto-dalla-D, consentendoci di poter rispondere alla domanda:

che cos’è (o cosa significa), nell’ente, l’E distintamente considerato dalla D?

(B)- Oppure, nessuna distinzione è possibile tra E e D;

in tal caso:

(B1) l’E è sempre differente-da-sé, non essendovi alcun E che sia predicabile universalmente ( = identicamente) per ogni ente (per ogni D), poiché in ciascun caso _ in ciascuna D _ esso assumerà forme sempre diverse quante sono le determinazioni ( = DD).

(B2) Se l’E è sempre differente-da-sé, non avrà alcun senso continuare a chiamarlo ‘essere’ perché, non essendo mai identico-a-sé in ognuna delle D, non potrà neppure costituirne il trascendentale che tutto accomuna e che ne presuppone perciò l’identità-con-sé.

(B3) Non avendo più alcun senso continuare a chiamarlo ‘essere’, esso _ sempre nell’accezione severiniana _ non si opporrà neppure al nulla, perché una volta venuto meno l’E, viene meno anche la posizione semantica del suo opposto _ il nulla _ solo nell’opposizione al quale l’E trae _ sempre secondo Severino _ la propria identità.   

(B4) In ogni caso _ lo vedremo _, che l’E sia distinto o meno dalla D, il risultato finale reciterà sempre il medesimo verdetto:

nell’ente, l’E è indistinguibile dal nulla;

dell’E di ogni ente, davvero, non ne è nulla

***

1)- PRIMA aporia dell’E.

1.a Com’è noto, gli enti si differenziano l’un l’altro in virtù della loro determinatezza ( = D).

Inoltre, in ogni ente si suol distinguere (non separare!) la sua specifica D dal suo essere ( = E) o, come dice Severino, dal suo non-essere-un-nulla, il quale E è comune ad ogni ente, identicamente: l’atto d’E non cambia mai.

1.b Per capirci meglio con un esempio: se l’atto-del-CORRERE (equivalente all’E) cambiasse in coloro-che-CORRONO (gli equivalenti delle DD), i CORRENTI non sarebbero accomunati dal CORRERE e quindi non tutti CORREREBBERO, appunto perché non avrebbero in comune il (loro) CORRERE.

Pertanto, per predicare il CORRERE col medesimo significato per ognuno dei CORRENTI, esso deve esser distinguibile dal CORRENTE/CORRIDORE in quanto il CORRERE-non-CORRE, o non-è-un-CORRENTE (non è una D).

1.c Certo, il CORRERE non fa essere (non crea) i CORRENTI; esso è ciò che unifica i CORRENTI nel loro CORRERE.

Per tale ragione, il CORRERE può anche cessare senza che i CORRENTI cessino a loro volta con esso, giacché il CORRENTE eccede il suo essere-CORRENTE, essendo anche molto altro (è uomo, è vivente, è riposante, mangiante, dormiente, bianco, magro, operaio, italiano etc…) rispetto ad esso.

1.d Neppure l’E fa essere le DD; esso è ciò che unifica le DD nel loro E.

Ma, a differenza di quanto appena detto riguardo al CORRERE ed al CORRENTE, per quanto concerne l’E, le DD non possono mai cessare di essere DD per esser anche altro rispetto al loro essere DD, poiché esse sono integralmente E, a differenza del CORRENTE il quale, invece, eccede il (suo) CORRERE.

1.e È per tale distinzione che la D, nell’ente, non coincide ‘simpliciter’ con l’E perché quest’ultimo non può avere quiddità propria, ossia non può essere a sua volta una (altra) D altrimenti, se cioè fosse (una) D esso stesso, non potrebbe mai costituirsi come l’E-di-ogni-D _ non sarebbe la condizione del loro darsi o dell’apparire di ogni D _ bensì si darebbe come un’altra D tra molteplici DD:

se il CORRERE CORRESSE, sarebbe una D, cioè un CORRENTE…

1.f Le DD non possono perciò mai eccedere l’E, perché oltre l’E non vi è alcunché (sempre stando a Severino) che possa sopravanzarlo.

Così l’E, non avendo altro oltre sé in quanto è il solo mono-agonista, non si distingue da niente, nient’altro essendovi all’infuori dell’E da cui distinguersi giacché tutto rientra in esso (anche il non-essere!); al contempo l’E, non avendo una  propria specifica D, si distingue da essa, da tutte le DD!

1.g Da questo consegue che nell’ente, l’E è al contempo identico-a-sé (è tutto l’ente di ogni ente) e distinto-da-sé (in quanto è distinto dalla D).

O anche: l’ente è tale distinzione, ossia è distinzione di-sé-da-sé da parte dell’E, ove quel ‘da-sé’ è la D distinta dall’E.

Il che è come dire che l’ente è il ‘luogo’ in cui l’E ha o è altro oltre sé, precisamente ha (o è) la D la quale, distinguendosi dall’E, è non-E.   

1.h Se la D è ciò (è la ‘cosa’) che appare, e se ogni differenza è lo stesso apparire di ogni D, e poiché l’E è l’atto mediante il quale ogni D appare (e quindi l’E non può esser esso stesso alcuna D), allora l’ineliminabile distinzione _ nell’ente _ tra l’E e la D (distinzione che fa sì che l’E non sia mai alcuna D in nessun ente) che cosa distingue?

Distinguerà _ sempre in ogni ente _ la D da ciò che non-è-alcuna-D, ossia dal suo E.

Per cui l’ente non-è-sé;  

è E-e-non-è-E,

perché è D-e-non-è-D;

è E-e-N o non-E:

è, appunto ente, cioè E-e-D (o E + D); il che ci conduce alla seconda aporia dell’E.

***

2)- SECONDA aporia dell’E.

2.a Da quanto appena tratteggiato, segue che l’E è sempre l’E-di-qualcosa (D) ma, proprio per questo, essendo cioè analizzabile distintamente dalla D della quale esso ne è l’E (se non fosse così analizzabile, infatti, non potremmo neppure affermare che l’E è sempre l’E-di-qualcosa perché, affermando ciò, saremmo comunque costretti a porre una dualità quindi una distinzione tra l’E ed il ‘qualcosa’ di cui esso è atto), allora:

non tutto è D e non tutto è E!

2.b Che è come dire che tra l’E ed il nulla vi è un terzo _ la D _ che rientra-e-non-rientra nell’E; e rientra-e-non-rientra-nel non-E, appunto:

un terzo tra l’E ed il non-E!

2.c Questo ci dice, allora, che il divenire è caratterizzato proprio da quell’epamphoterizein platonico che Severino ha tentato di bollare come nichilistico ritenendolo impossibile:

epamphoterizein quale oscillazione o contesa tra l’E ed il nulla da parte di ogni D, che a rigor di termini si riduce ad oscillazione tra ‘due’ nulla quali sono l’E (in quanto distinto dalla D) ed il nulla, ovvero ad oscillazione _ dell’ente _ di sé da sé.

2.d Nell’ente, la D si ritrova cioè indecisa tra sé in quanto non-E, e tra l’E (o nulla in quanto distinto dalla D) in quanto non-D!

Ogni ente è tale originaria indecisione

(Si veda subito sotto per quanto riguarda l’indistinguibilità tra l’E ed il nulla).

***

3)- TERZA aporia dell’E.

3.a Il non esser/aver D alcuna, fa perciò dell’E _ sempre considerato nell’ente distintamente dalla D _ un non-determinato ( = non-D); infatti, l’apparire della distinzione (tra enti) nient’altro è che l’apparire della D degli enti la quale D è, perciò, l’apparire della differenza che caratterizza ciascun ente in quanto D, ossia in quanto de-terminatamente differ-ente dal proprio altro.

3.b Severino suol far notare che l’ente (o la D) è un non-nulla, ossia che è appunto interamente ed unicamente E.

Pertanto, ciò che ‘tiene fuori’ dal nulla la D (o l’ente) è appunto il suo (atto d’) E.

Da ciò sembrerebbe poter senz’altro facilmente concludere che tra l’E e il nulla vi corra un’abissale differenza/distanza ontologica, la massima estraneità/opposizione reciproca che sia dato riscontrare.

Ma sarà davvero così?

3.c Se fosse così, ovvero se l’E fosse totalmente altro dal nulla, l’ente non dovrebbe costituirsi come sintesi tra i distinti E e D.

Nella misura, però, in cui ne consiste (e tale misura non risparmia nessun ente), allora, ad opporsi al nulla quale massima alterità ontologica saranno soltanto le DD, appunto perché sono esse a marcare le differenze tra enti, essendo invece il loro atto d’E non-D, ossia distinguibile dalle DD e come tale non rientrante in ciò (le DD) che sanciscono le differenze.

3.d Cosicché l’atto d’E-distinto-dalla-D sia identico al nulla nei confronti del quale esso (l’E) vorrebbe valere come massima, abissale alterità.

Ma tale alterità è già intrinseca all’ente, alterità appunto tra l’E e la D.

Quindi, ciò che rende non-nulla ogni D è proprio un E non-distinguibile DAL nulla, o un nulla indistinguibile dall’E.

Ricordiamo, infatti, come ogni distinzione possa darsi soltanto tra DD appunto distinte l’una dall’altra, e poiché l’E _ nell’ente _ non può aver di proprio né può essere alcuna D, allora è chiaro come esso sia non-determinato (non-D) e pertanto stia nella massima alterità non con il nulla bensì con la D!

3.e Perciò, ricapitoliamo:

o l’E non si distingue DA nulla;

e allora non si distinguerà neppure dalla (sua) D nell’ente di volta in volta considerato, di modo tale che l’E si riduca ad una D tra molte altre, ogni volta (cioè IN o COME ogni ente) tanto diverso-da-sé quanto ogni D è diversa dalle altre.

Se, perciò, l’E non si distingue dalla D, esso sarà, di ente in ente, differente-da-se-stesso perché ogni D differisce dall’altra, quindi sarà non-E = nulla, venendo così meno la necessità di continuare a considerarlo essere (per poterlo fare, l’E deve distinguersi dalla D), con la conseguente scomparsa anche degli essenti.

Come il CORRERE, qualora non si distinguesse dal CORRENTE, sarebbe esso stesso un CORRENTE:

il CORRERE CORRE o il CORRERE è (un) CORRENTE;

costituendosi perciò come uno-tra-i-CORRENTI, anziché come loro trascendentale o denominatore comune, cadendo così la necessità di continuare a considerarlo il CORRERE di ogni CORRENTE, con la conseguente scomparsa anche dei correnti.

3.f Oppure:

l’E si distingue _ nell’ente _ dalla D, come s’è visto;

e allora esso sarà inevitabilmente IN-DISTINGUIBILE DAL nulla (non: DA nulla!, come invece in 3.e) poiché l’E, non essendo alcuna D (dalla quale  deve distinguersi in quanto non-D), conferma la propria indistinguibilità DAL nulla.  

Ripetiamo: proprio perché l’E è non-D, non riesce a distinguersi DAL nulla.

3.g Ma perché diciamo: indistinguibile DAL nulla?

Forse, che non vi sia differenza tra l’atto d’essere e il non-esserci da parte di un ente?

Eppure siamo tutti convinti che tra l’esserci ed il non-esserci di qualcosa passi una differenza incolmabile…

E allora _ ridomando _ perché diciamo che l’E (distintamente dalla D) è indistinguibile DAL nulla?

3.h Perché nemmeno il nulla ha alcuna quiddità; esso è il non-determinato per eccellenza, il non-individuabile per definizione, non essendo alcuna D (sempre assecondando l’accezione severiniana di nulla):

Esattamente come l’E.

3.i A ciò, si potrà certo obiettare che l’E è ‘qualcosa’ ossia, l’E è comunque atto d’E, vero; ma daccapo, poiché tale atto non è/ha alcuna D, questo atto come potrà distinguersi da ciò che non è/ha alcuna D come appunto il nulla?

3.l O l’atto è a sua volta (una) D; e allora si ritorna all’E come una D tra le tante altre, quindi come non-E e non-trascendentale.

3.m Oppure non si distinguerà DAL nulla

3.n Si dirà che l’E è distinguibile DAL nulla attraverso-la-D della quale esso funge da inseparabile atto d’E.

Ovvero, l’E si individua in o come ogni D manifesta e così individuandosi, non potrà esser equiparato al nulla il quale, invece, non si individuerebbe mai, non essendo l’atto di alcunché.

Nuovamente d’accordo: ma torna daccapo la domanda di come l’atto d’E possa render non-nulla la D, manifestandola, se esso stesso è appunto distinguibile dalla D e perciò in-distinguibile DAL nulla?

Che cosa si individua, se tale E, non essendo D, non possiede una natura individuabile (né, a questo punto, individuante)?

3.o Che differenza vi sarebbe tra due indistinguibili (quali l’E ed il nulla)?

Nessuna; appunto perché, essendo non-distinguibili, non saranno neppure (distinguibili come) due!

3.p Inoltre, quanto detto nel punto 3.n richiama per un attimo la sintesi cui _ secondo Severino _ consiste il termine ‘nulla’, sintesi cioè tra il momento del positivo significare ed il contenuto valevole come ‘nulla assoluto’ di tale positivo significare.

Egli ritiene che tale sintesi consenta al contenuto di quel termine di porsi e rimanere significante come ‘nulla assoluto’;

parimenti, aggiungo io, la sintesi tra E e D costituente l’ente consente all’E dell’ente di porsi distintamente/distinguibilmente dalla D, di porsi cioè come non-D e la D come non-E, onde il rilievo esposto al punto 3.n non abbia più motivo di sussistere.

3.q D’altronde, l’inanità dell’accusa di separare l’E dalla D si evidenzia anche qualora assegnassimo alla D il valore positivo-determinato di 1 (appunto perché è D) e all’E, in quanto è non-D, il valore né positivo né negativo di 0 (zero).

In tal modo si palesa come da 1 + 0 (cioè da D + E) = 1, cioè risulti sempre D, non potendo ciò (l’E) che non è alcuna D aggiungervi nulla, cosicché dire D + E (cioè 1 + 0) equivalga a dire: D + nulla = D, confermando perciò l’indistinguibilità dell’E DAL nulla e parimenti, confermando il non-E della D.

3.r Ma proprio per quanto appena detto, il severiniano potrebbe ribadire con maggior giustificata forza _ ove ho scritto che da D + E = D (da 1 + 0 = 1) risulta sempre D, non potendo l’E, che non è alcuna D, aggiungere nulla alla D _ di aver separato l’E dalla D, giacché non mi sarei accorto come la D sia già essa stessa l’E, o sia con esso inscindibilmente nonché originariamente unita cosicché, che l’E non aggiunga nulla alla D, si riveli un ingenuo errore derivante dal non aver visto che dire D è già dire (il suo) E!

3.s Ma che l’ente sia ritenuto sintesi inscindibile ed originaria tra E e D non può togliere, però, la distinzione tra i due termini.

Non potendo toglierla, D in quanto così distinta, stando al rilievo del 3.r, si troverebbe in sintesi inscindibile con (o sarebbe essa stessa!) l’E, ovvero sarebbe essa stessa ciò (l’E) che è distinto-da-sé cioè dalla D.

Ma se la distinzione è inaggirabile, saremmo punto e a capo, giacché non c’è originaria-inscindibilità che tenga dinanzi alla sola, semplice distinzione tra ciò che è tutto senza alcunché al di fuori di sé: l’E, e ciò che da questo si distingue, appunto, senza però potersene affatto distinguere: la D.

3.t Concludendo: come anticipato al punto (B4), che l’E sia distinguibile o meno dalla D, il risultato finale reciterà sempre il medesimo verdetto:

- nell’ente, la D è non-E;

- nell’ente, l’E è in-distinguibile DAL nulla;

- dell’E e della D di ogni ente, davvero, non ne è nulla

 

Roberto Fiaschi

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martedì 31 gennaio 2023

12)- IRRISOLVIBILITÀ DELL’APORIA DEL NULLA



Ogni ente è identico a sé e differente dal proprio altro, sia, quest’ultimo, un altro ente o il nihil absolutum: questo è un punto basilare della filosofia di Emanuele Severino.

Siamo d’accordo.

Dunque, ogni ente è identico a sé, tranne il nihil absolutum, naturalmente, giacché non è un ente.

Per cui, non essendo un ente, il nihil absolutum è la negazione dell’esser identico a sé e differente dal proprio altro; se fosse identico a sé e differente dal proprio altro, sarebbe anch’esso un ente, in quanto condividerebbe la medesima ‘legge’ dell’identità con sé e differenza dal proprio altro valevole per ogni ente.

Come osserva uno studioso (A. S.) di Severino: <<solo ciò che esiste può essere identico a sé (ciò che non esiste in alcun modo in che modo potrebbe essere identico a sé? L'identità è una proprietà di ciò che è ed esiste, non del "nulla". Ciò che è ritenuto inesistente non può avere alcuna proprietà, neanche quella di essere identico a sé)>>. (Brano tratto dal WEB).

Passiamo ora a Severino: <<che il nulla sia “significante” non significa che il nulla esplichi una certa forma di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere. Il significare del nulla, in quanto il significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser essente), appartiene cioè all’essente, e propriamente alla totalità dell’essente in quanto essa appare, nella struttura originaria della verità, come ciò di cui il nulla è nulla>>.

(Severino: Intorno al senso del nulla. Adelphi, pag. 112).    

Va premesso che in Severino <<Ogni significato è una sintesi semantica tra la positività del significare e il contenuto determinato [qui, nel nostro caso, tale contenuto è il nihil absolutum] del positivo significare>> - (Severino: La struttura originaria; pag. 213).

Quindi, il nihil absolutum è momento in sintesi con l’altro momento cui è il suo essere o positivo significare, sintesi concorrente a formare il significato concreto nulla quale significato contraddicentesi, in quanto entrambi i momenti _ attenzione _ sono significanti incontraddittoriamente ciò che intendono significare, nel senso che il nihil absolutum significa incontraddittoriamente soltanto nihil absolutum ed il suo positivo significare significa incontraddittoriamente positivo significare, sempre secondo Severino.

Senonché, il significare incontraddittoriamente da parte di qualsiasi ente/significato comporta la propria identità con sé nonché il proprio differire da altro, perciò anche il nihil absolutum, differendo dall’essere, è una identità con sé, altrimenti esso (quale momento della sintesi cui è il significato autocontraddicentesi nulla) non significherebbe neppure nihil absolutum e perciò non potrebbe neppure venir posto come contraddicente (come differente da) il suo positivo significare.

Ora, se il nihil absolutum non fosse <<un essente a cui questo significare [ = appunto come il nihil absolutum] o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere>>, e cioè se l’identità fosse <<una proprietà di ciò che è ed esiste, non del "nulla">>, cosicché il nihil absolutum non possa <<avere alcuna proprietà, neanche quella di essere identico a sé>>, allora il nulla NON potrebbe neppure venir considerato come <<il significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro da ogni essere e quindi anche da quell’essere che è l’essere del nulla come momento>>, giacché per significare come <<l’assolutamente altro da ogni essere>>, cioè per differire <<da ogni essere>>, il nihil absolutum deve innanzitutto significare, ripeterei, la propria identità con sé consistente nell’esser <<il significato [identico a sé] in cui è posto soltanto l’assolutamente altro da ogni essere>>, giacché esso non significa: il significato in cui NON è posto l’assolutamente altro da ogni essere>>.

D’altronde, è lo stesso Severino a confermare l’identità con sé del nihil absolutum: <<Rispetto alla tesi della Struttura originaria che il ‘nulla’ è la sintesi del significato ‘nulla’ [nihil absolutum] e del positivo significare di tale significato (dove ‘nulla’ [nihil absolutum] significa ‘nulla’ [cioè è identico a sé in quanto significa nihil absolutum] e non ‘essere’) [etc…]>>.

(Severino, tratto da Marco Simionato: Nulla e negazione (Prefazione di E. Severino), Plus edizioni. Pisa 2011).

Infatti, per il filosofo bresciano, <<porre un significato equivale a porre una certa positività [ = una certa identità con sé], o una certa determinazione del positivo, dell’essere>>.

Il che vuol dire che anche il nihil absolutum, differendo, deve ubbidire alla legge ontologica cui ogni ente sottostà, o cui ogni ente è; legge consistente nell’identità con sé e differenza dal proprio altro.

Se infatti il nihil absolutum NON fosse identico a sé, non differirebbe neppure dall’essere, cioè non sarebbe neppure <<l’assolutamente altro [ = differente] da ogni essere>>.

Se non differisse dal proprio altro, il nihil absolutum sarebbe indistinguibile da, o identico all’essere, appunto perché non vi differirebbe.

Anche la precisazione secondo la quale <<la distinzione tra il significante [il positivo significare] e il non significante [il nihil absolutum] è la stessa distinzione tra l’essere e il niente>> (Severino: Essenza del nichilismo), comporta che il <<non significante>> sia pur sempre una forma del significare, giacché il <<non significante>> significa come il <<non significante>>, per cui il <<non significante>> è intelligibile, quindi è <<una certa positività, o una certa determinazione del positivo, dell’essere>>.

E ciò non fa altro che ribadire che per poter significare <<l’assolutamente altro [ = differente] da ogni essere>>, anche il nihil absolutum deve essere identico a sé quale significante, cioè deve inevitabilmente costituirsi come un ente, paradossale quanto si vuole ma comunque un ente.       

Severino ritiene di poter ovviare a ciò precisando che <<il nulla è, nel suo significato concreto, la contraddizione del nulla [cioè del nihil absolutum] essente; ma questo essere del nulla, che consente al nulla [al nihil absolutum] di essere momento, è posto nell’altro momento [nel suo positivo significare] (o come l’altro momento) di quel significato concreto; e, proprio perché è posto nell’altro o come l’altro momento, al nulla-momento [al nihil absolutum] è consentito di essere il significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro da ogni essere e quindi anche da quell’essere che è l’essere del nulla [del nihil absolutum] come momento>>. - (Essenza del nichilismo, pag. 223).

Ora, quand’anche l’<<essere del nulla [del nihil absolutum]>> fosse tutto <<posto nell’altro momento [cioè nel suo positivo significare]>>, non verrebbe comunque meno la differenza tra il nihil absolutum quale <<assolutamente altro da ogni essere>> e l’<<altro momento>> in cui sarebbe posto tutto l’<<essere del nulla [del nihil absolutum]>>!

Anzi, verrebbe vieppiù ri-confermata; infatti, sostenere che l’<<essere del nulla [del nihil absolutum]>> sia <<posto nell’altro momento [nel suo positivo significare]>>, di modo che al nihil absolutum sia <<consentito di essere il significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro da ogni essere>>, vuol dire che al nihil absolutum è <<consentito di essere il significato>> in cui è posta soltanto la sua differenza <<da ogni essere>> (altrimenti non differirebbe <<da ogni essere>>)!

Pertanto, questa differenza è quanto basta e avanza

NOTA 1:

affermare del nihil absolutum che non sia identico a sé ma che, però, sia differente dal proprio altro (ove la sua differenza sarebbe costituita dal non essere identico a sé), significa ugualmente entificare il nihil absolutum, nella misura in cui (e proprio perché) differisce dall’identità con sé che informa ciascun ente.

NOTA 2:

affinché il nihil absolutum non venga fatto rientrare nell’ente in quanto differ-ente, di esso si sarebbe dovuto affermarne il nihil absolutum-della-differenza ed il nihil absolutum-della-identità, ossia la sua assoluta nullità avrebbe dovuto dirsi anche per il suo differire, sì da esser nulla la sua differenza, nullo il suo differire, nonché della sua identità cioè del suo esser nihil absolutum, sì da esser nulla anche il suo stesso esser nulla.

Ancor meglio, di esso dovremmo affermare che differisce, non-differisce. 

Ma, affinché il nihil absolutum ottemperasse a tutto ciò, tale assoluta nullità non avrebbe dovuto neppure mai sorgere nella consapevolezza, restando, noi, nella completa inconsapevolezza di esso, ed esso, perciò, nella più totale apofaticità, ma ormai è troppo tardi, perché, essendo noto, allora il nihil absolutum non può evitare di costituirsi come un differ-ente.

Fine delle NOTE.

Poiché il differ-ente è lo stesso esser ente, e l’esser ente è lo stesso ineludibile differire (e quindi è la stessa identità con sé), allora la suddetta strategia del filosofo bresciano è destinata suo malgrado a consolidare l’irrisolvibilità dell’aporia del nulla nonché l’aporeticità dell’opposizione originaria ( = aporeticità originaria), giacché in tanto è possibile porre la innegabile differenza tra i due momenti (tra il nihil absolutum e l’essere in inscindibile sintesi), in quanto entrambi differiscono tra loro ed in quanto ciascuno è incontraddittoriamente identico a sé, sì che la loro differenza nella sintesi che dà luogo al significato concreto nulla, si costituisca come differenza tra due enti; differenza, perciò, tutta interna all’essere;

come dire che l’essere si oppone soltanto a se stesso, in se stesso.

Peraltro, Severino oscilla pesantemente circa il ruolo da conferire al significato nihil absolutum, tradendo così un’incertezza di fondo dettata dall’aporia facente capolino in ogni direzione egli intenda guardare…

Infatti, dapprima afferma <<che il nulla [il nihil absolutum] sia “significante” non significa che il nulla esplichi una certa forma di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non appartiene al nulla [al nihil absolutum], perché il nulla non è un essente a cui questo significare o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere>>, giacché tale significare apparterrebbe all’altro momento.

Per cui al nihil absolutum non appartiene né <<questo significare [come nihil absolutum]>>, né <<qualsiasi altra proprietà o attività>>.

Poi, però, il nihil absolutum torna ad <<essere il significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro [appunto, il nihil absolutum] da ogni essere>>, cioè diventa esso stesso significante, e non in virtù dell’altro momento! 

Ma poi, nuovamente, il suo esser significante come nihil absolutum o come <<significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro [appunto, il nihil absolutum] da ogni essere>>, ritorna a competere all’altro momento:

<<l’esser significante, da parte di questa negazione [del nihil absolutum], è appunto l’altro termine della sintesi nella quale consiste il significato autocontraddittorio ‘nulla’>>. – (Severino in: Simionato; op. cit.).

Quindi, il significare nihil absolutum <<non appartiene al nulla [al nihil absolutum]>> (perché appartiene all’altro momento) ed insieme tale significare come nihil absolutum gli appartiene, perché ad esso è <<consentito di essere il significato in cui è posto soltanto l’assolutamente altro da ogni essere e quindi anche da quell’essere che è l’essere del nulla [del nihil absolutum] come momento>>!

Inoltre, last but not least, sorpresa delle sorprese:

se il nihil absolutum _ esso, non il suo positivo significare! _ significa: non-identico a sé e non-differente dal proprio altro, allora il nihil absolutum si ritraduce nuovamente nell’esser (un) ente, perché, non essendo identico a sé, non è neppure nihil absolutum come dovrebbe essere quale significato incontraddittorio (il nihil absolutum è = il nihil absolutum) e quindi, non essendo nihil absolutum, sarà altro proprio perché esso è ritenuto non-differente dal proprio altro, ove tale altro dal nihil absolutum è soltanto l’ente, cosicché, anche per questa via, il nihil absolutum è tutto interno all’essere.

Non solo, ma si dovrà anche dire che il nihil absolutum, significando il non-identico a sé e non-differente dal proprio altro, si costituisce inevitabilmente _ esso, non il suo positivo significare _ come quell’identico a sé e differente dal proprio altro (appunto perché il nihil absolutum è un significato incontraddittorio, come afferma Severino) che però significa il non-identico a sé e non-differente dal proprio altro, cosicché la dualità nihil absolutum//positivo significare che Severino attribuiva al significato contraddicentesi “nulla” quale sintesi di quei due momenti, si ripresenti pari pari nello stesso nihil absolutum, giacché questi è un significato incontraddittorio che significa il contraddittorio non-identico a sé e non-differente dal proprio altro, quindi il nihil absolutum _ e ribadirei: esso, non il significato concreto “nulla” come vorrebbe Severino _ è un significato incontraddittorio ed insieme contraddittorio 

Per completezza, devo riportare anche quest’altra osservazione di Severino la quale, nelle sue intenzioni, vorrebbe essere risolutiva:

<<Che il significato ‘nulla’ [nihil absolutum], come termine della sintesi col suo positivo significare, non riesca ad evitare di essere un essente perché è un significato è una tesi alla quale il mio critico [Marco Simionato] dà invece molta importanza […], ma è una tesi che finisce col non tener presente (ripeto ancora una volta) che questo significato [nihil absolutum] non significa ‘essente’, ma ‘negazione assoluta dell’essente>>. – (Severino in: Simionato; op. cit.).

Ricordando che per Severino <<porre un significato equivale a porre una certa positività [una certa identità], o una certa determinazione del positivo, dell’essere>>, e quindi che, ponendo una differenza, è con essa posta l’identità con sé di essa, e ricordando, perciò, che qualsiasi differenza/identità è lo stesso ente, allora la <<negazione assoluta dell’essente>> cioè la differenza assoluta dall’essente, è anch’essa un essente, è cioè il negativo in quanto tale, sì che tale differenza assoluta si tolga in quanto differenza assoluta per riconfermarsi una differenza tra enti, interna all’essere.

Sì che, alla fine della fiera, ci si trovi <<costretti […] ad affermare che il nulla [il nihil absolutum], essendo significante, è, è un essente, sì che l’impossibile, il contraddittorio in sé stesso, ossia l’identità di nulla e di essere, è. In seguito alla separazione [ma già in forza della distinzione tra i due momenti], l’aporia del nulla si presenta pertanto come insolubile. Il pensiero è definitivamente legato all’assurdo della contraddizione>>. – (Severino: Essenza del nichilismo; pag. 111).

 

Roberto Fiaschi

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