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sabato 18 febbraio 2023

30)- L’“ANALISTA DELLA PAROLA”: GLI ANIMALI, LE PAROLE E GESÙ

Nel gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/3073429169539557, alla domanda posta da un utente:

<<osservandoli [i cani] qui sul divano con me, rammentando un’affermazione di Severino che dice che l’uomo è “ il cerchio dell’apparire della necessità eterna del destino” ( citazione a memoria ) … mi chiedo: vale anche per loro [gli animali] di essere il cerchio dell’apparire [la coscienza] della necessità eterna del Destino?>>

l’analista della parola ( = AdP) prontamente risponde:

<<No! Dato che il riferimento è ad un'affermazione di Severino, il quale, ha precisato di riferirla all'essere umano, se ci si chiede se può essere riferita anche all'animale la risposta coerente è no.... Poi si può discutere sull'affermazione e volerla correggere includendo, in tale presupposto "cerchio dell'apparire", anche l'essere animale.... Dopotutto, qualcuno, molto tempo fa, ha paragonato l'essere umano all'animale...anzi, gli ha proprio imposto di essere un animale...e da allora non c'è stato più scampo per nessuno! Ma certo, un conto è discutere in merito a cosa farne degli animali partendo con il prendere le affermazioni di Severino.... Un altro, è farlo prendendo le affermazioni di nomi più blasonati, affermazioni più radicate nel modo comune di affrontare le questioni... Un altro ancora, è farlo partendo proprio da ciò che è necessario affinché esistano tali affermazioni... Certo, se parlo dell'Essere e dico di conoscerlo perché sono un animale intelligente, magari non so neppure che cosa sia l'intelligenza, né dunque, se ho detto una cosa intelligente, eppure, da lì, dal semplice fatto di parlare, comincerò a costruire tutta una serie di teorie per spiegare quello che dico di conoscere dell'Essere.... dunque anche di me stesso. Una cosa arbitraria. Chiunque lo può fare. Differente invece, se parlo di qualcosa, dell'Essere come di qualunque altra cosa, e dico di conoscerlo perché sono un parlante.... È chiaro che, se parlo, sono un parlante prima di tutto. Soltanto dopo di ciò, posso anche definirmi diversamente, ad esempio "essere umano", cioè che proviene dalla terra umida..... (e capisci che siamo a livelli di narrazione religiosa). Come se poi, tale "terra umida" fosse una cosa fissa ed eterna e non, appunto, una congiunzione di significanti, una connessione tra elementi che rinviano l'uno all'altro! Se parlo e non mi riconosco come parlante, significa che non riconosco che, quello che dico, penso e faccio, proviene dalla parola. È inutile che la chiamo "intelligenza" se poi non riconosco quello che faccio quando parlo di intelligenza .... o di qualunque altra cosa. È inutile ai fini conoscitivi.... poi chiaramente è utilissimo per continuare a parlare, per continuare a mettere in atto la parola... la quale non si può arrestare, è sempre in atto, sempre. In un modo, o nell'altro, alla parola non cambia nulla. Cambia, invece, al discorso, cioè alla psiche, appunto. Qualcuno afferma di saper leggere la psiche degli animali.... gente di cui diffidare, ma comunque... tutti costoro, dicendo ciò, affermano dunque che anche l'animale abbia una psiche. Ma sanno che cos'è la "psiche"? Conoscere la psiche significa conoscere la sua definizione? Oppure significa conoscere da dove proviene e cosa la fa funzionare e perché funziona in un modo o nell'altro....? Si fa tanto riferimento agli antichi greci, eppure essi con "psiche" si riferivano esattamente al discorso. Da quando i barbari hanno invaso la Grecia, sono state dette molte fesserie in merito ai parlanti e alla parola, al logos, all'essere. C'è molto da rivedere, ma si tratta di un'operazione molto scomoda per taluni.... Molte persone riversano sull'animale le proprie aspettative di parlanti inconsapevoli di sé....si aspettano che l'animale sia consapevole di loro, più di quanto lo siano loro stessi....si aspettano quella comprensione che non trovano dentro di sé...e ci credono fermamente... è come quando sei convinto che una cosa porti fortuna o sfortuna, se ci credi, quando ottieni quella cosa il tuo stato psichico cambia... Perché il tuo discorso ha trovato la conclusione che attendeva. Però ecco, con l'animale la cosa risulta facile...con il parlante invece è estremamente più complicato, per quello poi ci si riversa sugli animali, i cagnolini, o i gattini, che per carità, io li adoro i micetti, però ecco, non ho bisogno di fare tanta psicanalisi sugli animali per accorgermi che non sono parlanti..... Sempre ammesso che, "parlare", non sia semplicemente l'emissione di suoni verbali e vocalizzi.... come invece viene considerato da molti parlanti, da quali, dunque, non è che ci si possa aspettare grandi discorsi, grandi ragionamenti, tantomeno in merito a questioni delicate come l'Essere, o come l'etica, o come l'intelligenza, o come la psiche... Noi siamo parlanti. Per questo Severino e compagnia bella hanno detto quelle cose. Mica perché sono animali.... No, no! Proprio perché sono parlanti! Gli animali non sono parlanti. Punto! Non c'è la psiche animale, perché non c'è il discorso animale... C'è soltanto il discorso del parlante inconsapevole e, dunque, irresponsabile. E c'è il discorso dell'analista della parola. Non si può neppure stare a discutere con chi dice di parlare con gli animali.... è come chi dice di parlare con gesù, dio, gli angeli e l'amico invisibile. Tutto parla per gli umani.... tutto parla loro e loro, invece, non riescono mai a parlare con chi vorrebbero, o come vorrebbero.... hanno sempre delle cose che non riescono a dire.... la parola per loro è considerata quasi come un ostacolo.... Ammirano gli animali proprio perché non parlano... Ma ignorano che, tale ammirazione, è soltanto un effetto del modo in cui loro stessi fanno utilizzo di ciò che gli animali non hanno. Vogliono paragonare i sentimenti umano-animale.... e ciò che risulta assurdo, non è tanto il fatto che gli animali non possono avere sentimenti perché il senti-mento è un sentire che proviene dalla psiche. Loro invece, i così detti "umani", affermano che gli animali abbiano sentimenti che, dunque, proverebbero dal corpo, da un sentire fisico di cui l'animale è dotato in misura maggiore... A risultare più assurdo è che parlino di sentimenti come se fossero qualcosa che trascende la parola.... come se, capito, la "trascendenza" non fosse una parola, un concetto, bensì una cosa che cresce sugli alberi, o che fa la tana nel sottobosco.... Non so quanto, fin qui, sia chiaro a tal punto da riuscire a far emergere tutte quante quelle supposte verità ontologiche radicate nella psiche e sulle quali è stato costruito tutto l'apparato culturale, dunque anche sociale, attuale>>.

La nostra analista esordisce come abitualmente suol fare, cioè con il suo solito malcelato disprezzo, questa volta nei confronti di coloro che affermino <<di saper leggere la psiche degli animali>>; per lei, è <<gente di cui diffidare>>, per cui li allontana da sé parlandone in terza persona:

<<Loro invece, i così detti "umani", affermano che gli animali abbiano sentimenti […]>>,

già, perché AdP ha ormai raggiunto un livello superiore _ in quanto è niente meno che analista della parola (!) _ rispetto ai comuni esseri <<"umani">>, cioè a <<Loro>>, per cui può permettersi di trattarli con sufficiente distanza…

A chi afferma _ sostiene sempre AdP _ <<che anche l'animale abbia una psiche>>, bisognerebbe innanzitutto chiedere:

ma sapete <<che cos'è la "psiche"?>>

Ovviamente no, non lo sanno!, sottintende AdP, proprio perché, non essendo essi analisti della parola, galleggiano beatamente nell’ignoranza, cosicché vanno relegati nell’ambito della <<gente di cui diffidare>>, mentre AdP sa perfettamente cosa sia la psiche, per cui soltanto a lei bisognerà af-fidare anima e corpo per accedere ad un superiore gradino di conoscenza di sé grazie alla sua <<Scienza della Parola>> la quale, niente meno, <<esiste dal 1992>>!

Prima di quella data, infatti, quindi <<Da quando i barbari hanno invaso la Grecia, sono state dette molte fesserie in merito ai parlanti e alla parola, al logos, all'essere>>.

Dopo millenni di attesa, adesso basta; dal 1992 niente più <<fesserie>>, è finita la pacchia.

E allora non sprechiamo la chance offertaci dal verbo tuonante di AdP:

<<Falsi siete e falsi resterete finché non vi convertirete all'analista della parola>>. (Vedi post n° 10).

Quindi, quel che dovremmo cominciare a capire è che <<Noi siamo parlanti>>, mentre <<Gli animali non sono parlanti. Punto! Non c'è la psiche animale, perché non c'è il discorso animale...>>

AdP ci informa che, oltre agli animali, il mondo è diviso in due categorie:

(1) <<C'è soltanto il discorso del parlante inconsapevole e, dunque, irresponsabile>>,

ossia il discorso della stragrandissima maggioranza degli <<"umani">>, poc’anzi da AdP indicati in terza persona: <<Loro>>, escludendosene;

(2) <<E c'è il discorso dell'analista della parola>> molte spanne sopra gli altri, naturalmente, il quale discorso è innegabile, consapevole, responsabile: pura verità!

Infatti, i privilegiati appartenenti a questo secondo gruppo possono ben affermare di non poter <<neppure stare a discutere>> con gli <<"umani">> del gruppo (1), ossia <<con chi dice di parlare con gli animali>> il quale <<è come chi dice di parlare con gesù, dio, gli angeli e l'amico invisibile>> (sob...)

…Arriviamo adesso al cuore del post.

È interessante notare come affermando che <<Gli animali non sono parlanti. Punto! Non c'è la psiche animale, perché non c'è il discorso animale...>>, AdP riconosca l’esistenza di ciò che non è parlante, che non ha la parola.

Per colei per il quale TUTTO è parola, ammettere che il mondo animale ‘funzioni’ sprovvisto di parola significa riconoscere che NON TUTTO è parola.

Se NON TUTTO è parola, allora è falso che la parola sia intrascendibile in assoluto, giacché tale intrascendibilità varrà soltanto per i parlanti, ma, appunto, NON varrà per gli animali che <<non sono parlanti. Punto!>>  

Certo, secondo AdP anche gli animali sono parola e che essi non siano parlanti è qualcosa che si evince sempre all’interno della parola; tuttavia, ella ribadisce che gli animali _ che quindi esistono _ non sono parlanti. Il che vuol dire che esiste un mondo (situato al di là della parola che lo indica come mondo-non-parlante) costituito da non-parlanti e che funziona molto bene senza parola, a quanto pare.

Insomma, è proprio la parola di AdP a negare che TUTTO sia parola, nell’assicurarci che gli animali _ della cui esistenza ella non dubita _ non parlano, per cui, ripeterei, è proprio la sua parola ad indicare l’esistenza della non-parola da lei, però, ritenuta impossibile <<perché ogni parola può connettersi esclusivamente con un'altra parola>> (https://www.youtube.com/watch?v=GtG1UoPzRiY); se così, allora dovrà conseguentemente ritener impossibile l’esistenza degli animali e del loro mondo-senza-parola.

Sempre in questo link, AdP ha scritto che <<La parola è originaria>> ed è <<la condizione di qualunque cosa>>, anche degli animali che, in quanto visti da noi, sono parola, certo, ma _ ripeterei _ la parola NON è la condizione del loro mondo-senza-parola, appunto perché in quest’ultimo NON vige parola alcuna, pertanto detta parola non è affatto <<originaria>> (poiché per lo meno non concernerà quel mondo) è affatto <<la condizione di qualunque cosa>>, appunto perché il mondo-animale-senza-parola non rientra in quel: <<qualunque cosa>>.  

Stia perciò serena AdP, laddove scrive che <<Non si può neppure stare a discutere con chi dice di parlare con gli animali.... è come chi dice di  parlare con gesù, dio, gli angeli e l'amico invisibile>>, giacché Gesù e gli animali sono infinitamente più eloquenti delle sue vacue chiacchiere…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 7 febbraio 2023

23)- L’“ANALISTA DELLA PAROLA”: «DIO C'È...? E COME FACCIAMO A SAPERLO....?»

<<Dio c'è...? E come facciamo a saperlo....?>>

Già, come facciamo? Ce lo spiega lei, l’Analista della Parola ( = AdP) della quale abbiam già fatto una prima conoscenza nel post n° 10.

Riporto la trascrizione del suo video alla pagina https://www.youtube.com/watch?v=BJ7Sr6H88fs:

<<Dio c’è? Come facciamo a saperlo? Beh, prima di tutto, occorre poter considerare la sua esistenza o meno; cioè una persona si mette lì, fa due conti, e vai a prima l’una e poi all’altra ipotesi, o no? Se una persona è onesta, sì, cioè non prende per buona la prima ipotesi che le capita sotto tiro, semplicemente perché magari le piace esteticamente, vaglia, indaga, interroga, rileva, riferisce il confronto, analizza, conclude, se è una persona seria che considera seriamente la questione di Dio. Ecco che nel fare ciò utilizza qualcosa, ovviamente, qualcosa che non può essere la fede, perché io posso anche, una volta costruito il ragionamento, vagliate entrambe le ipotesi, giungere a concludere che Dio esiste e a quel punto, dato che non ho alcuna dimostrazione, a parte, appunto, il mio ragionamento, cominciare a credere che sia così. Non è necessario che lo faccia, tuttavia lo posso fare, ma lo posso fare appunto soltanto dopo che ho costruito il mio ragionamento, tant’è, che se nel vagliare entrambe le ipotesi costruisco un ragionamento che giunge a concludere che Dio non esiste, ecco che la fede non si pone proprio. Quindi, ciò che determina o meno l’insorgere della fede, non è altro che un ragionamento. Un ragionamento che cos’è? È un procedimento logico. Ecco che allora, come anche molti credenti affermano, a monte della questione sull’esistenza di Dio non c’è la fede, c’è la logica; cioè non è la fede che pone questa questione, è la logica che la pone. Ma è la stessa logica con cui si tenta di rispondere? Ecco, qui la questione è tanto si infittisce quanto si fa interessante perché, dato che c’è una logica da cui proviene la questione di Dio, allora, per una questione di onestà intellettuale, oltre che per cognizione di causa, occorre utilizzare quella stessa logica per rispondere, perché si tratta della causa prima di qualunque affermazione, qualunque questione su Dio. Dio, che altro non è considerato che appunto come la causa prima di qualunque cosa. Per cui ecco che qualunque obiezione, qualunque affermazione, qualunque istanza nei confronti di Dio, e a cui la religione ha tentato invano di rispondere, ha la sua causa prima proprio in Dio. Allora ecco che per rispondere occorre cercare in Dio, non nella religione; religione che tra l’altro è l’unica che afferma che Dio non segue la logica, ma questo è soltanto un modo molto subdolo che essa utilizza per poter affermare qualunque cosa in merito, a suo piacimento, così, e convenienza, tant’è che la fede, dinanzi a qualunque obiezione, non fa altro che porre dei paradossi e delle contraddizioni, non può perché non sa fare altro, come quando dice che la fede stessa non segue la logica; la fede è una conseguenza della logica, per cui una persona può anche ignorare la fede, anzi, è preferibile che lo faccia, è l’unica cosa da cui dovrebbe riguardarsi dal fare soprattutto se ha a cuor Dio. Ma la logica, da cui provengono le domande e le risposte, è qualcosa a cui si dovrebbe interessare ancora prima di rispondere alla domanda se esiste o non esiste Dio. Per cui ecco, anche se ammettessimo e concedessimo che la fede non segue la logica, non dovremmo pertanto concludere che la fede stessa non segue Dio? La fede può anche dire di non utilizzare la logica, ma per poterlo dire, o anche soltanto pensare, deve utilizzare la logica. […]>>.

Il suo primo passo falso consiste nel ritener che la fede possa costituirsi soltanto al seguito di un ragionamento logico, visto che _ a dire di AdP _ qualora costruissimo <<un ragionamento che giunge a concludere che Dio non esiste, ecco che la fede non si pone proprio>>.

È vero l’esatto contrario.

Già un ragionamento logico che dimostrasse l’esistenza di Dio non sarebbe sufficiente a far nascere la fede, come ad esempio ha ben evidenziato il cristiano Blaise Pascal:

<<Le prove metafisiche di Dio sono così lontane dal comune modo di pensare degli uomini e così astruse che riescono poco efficaci; e, quand’anche fossero adatte per taluni, servirebbero loro solo per il breve momento in cui hanno dinanzi agli occhi la dimostrazione; ma un’ora dopo, temono già d’essersi ingannati>>. - (Pensieri, 543).

A maggior ragione, perciò, un ragionamento che giunga <<a concludere che Dio non esiste>> men che meno potrebbe impedire il sorgere della fede in Dio, appunto perché la genesi di tale fede non risiede in alcun tipo di ragionamento (altrimenti la fede non sarebbe fede ma teorema logico-oggettivo; né d’altronde il concetto di “Dio” è noto grazie al ragionamento, essendo infatti presente, pur tra numerose differenze accomunate comunque da un tratto comune, già agli albori delle più antiche società cosiddette ‘primitive’:

<<Se tu andassi in giro per il mondo, potresti trovare città prive di mura, che ignorano la scrittura, non hanno re, case e ricchezze, non fanno uso di monete, non conoscono teatri e palestre; ma nessuno vide né mai vedrà una città senza templi e senza divinità>>. - (Plutarco, 46-127 d.C.),

cosicché il concetto di “Dio” faccia la propria comparsa in virtù di una presa di posizione soggettivo-esistenziale nei confronti della travagliata finitezza del proprio esserci.

Per cui non è vero che <<ciò che determina o meno l’insorgere della fede, non è altro che un ragionamento>> (quest’ultimo può al massimo seguire la fede quale tentativo filosofico di sciogliere in modo logico-razionale il nodo circa ciò che è già emerso intuitivamente o “per fede”, ossia l’esistenza di Dio).

Certo, il ragionamento logico è importantissimo, imprescindibile direi, nessuno nega ciò; ma non sempre assurge ad attore protagonista, giacché laddove esso non riesca a conseguire alcun risultato (pro o contro una tesi), non per questo vien messa fuori gioco l’opzione-fede, o l’intuito, o la scelta/scommessa (impegno) esistenziale, anche contro gli eventuali responsi negativi da parte di accurati ragionamenti logici rispetto alla questione di “Dio”.

Dopodiché, AdP si chiede: 

<<Un ragionamento che cos’è? È un procedimento logico. Ecco che allora, come anche molti credenti affermano, a monte della questione sull’esistenza di Dio non c’è la fede, c’è la logica; cioè non è la fede che pone questa questione, è la logica che la pone>>.

AdP ripropone qui il medesimo abbaglio di cui poc’anzi; se la <<questione sull’esistenza di Dio>> non fosse innanzitutto esistenziale, prima ancora che logico-argomentativa, allora essa sarebbe questione nata ex abrupto con la nascita della stessa filosofia greca, mentre, invece, innumerevoli “Dèi” pre-esistevano di gran lunga al suo esordio, e pre-esistevano “per fede”, non certo in virtù di ragionamenti logici.  

Proseguiamo.

Il discorso di AdP si fa ora vieppiù farraginoso, giacché passa, con un curioso salto logico, dalla logica (dalla quale, secondo lei proverrebbe <<la questione di Dio>>) a Dio stesso il quale, essendo considerato <<la causa prima di qualunque cosa>> e quindi anche della logica, allora <<qualunque obiezione, qualunque affermazione, qualunque istanza nei confronti di Dio, e a cui la religione ha tentato invano di rispondere, ha la sua causa prima proprio in Dio. Allora ecco che per rispondere occorre cercare in Dio, non nella religione>>!

Se con: <<occorre cercare in Dio, non nella religione>> AdP intende forse sostenere un contatto diretto con Dio cercando, perciò, <<in Dio>> ossia in quella logica grazie alla quale sarebbe costruita <<qualunque obiezione, qualunque affermazione, qualunque istanza nei confronti di Dio>>, visto che la logica <<ha la sua causa prima proprio in Dio>>, allora sarebbe da far notare come anche la fede e l’intuizione (e tutto il resto) abbiano la loro <<causa prima proprio in Dio>>.

Inoltre, farei altresì notare l’insensatezza dell’affermazione secondo la quale <<la religione ha tentato invano di rispondere>> a <<qualunque obiezione, qualunque affermazione, qualunque istanza nei confronti di Dio>>.

Sì, giacché la religione non è in primo luogo preposta a rispondere in senso logico-razionale alla questione di Dio; la religione non è filosofia, non è un sistema speculativo bensì _ giova ripetere _ è un approccio esistenziale al ‘divino’ (in senso lato) e come tale è innanzitutto un ‘organismo’ cultural-esistenziale costituito da culti, preghiere, riti, precetti, atteggiamenti e prassi indirizzati alla divinità e, certo, anche da ragionamenti. 

Prosegue AdP: <<religione che tra l’altro è l’unica che afferma che Dio non segue la logica>>.

Ora, se intende affermare che Dio (soggetto originario) non segue la logica, AdP avrebbe il dovere di documentare la fonte di tale tesi, perché detta così è soltanto una boutade, un suo personalissimo dogma sparato lì, tanto per dire qualcosa…

Se invece intende dire che il discorso razional-filosofico su Dio (come oggetto d’indagine) <<non segue la logica>>, ebbene, anche qui si sbaglia grandemente, basterebbe infatti prendersi la briga di studiare Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta… G. W. F. Hegel, Antonio Rosmini, Etienne Gilson, Jaques Maritain, etc…, per sincerarsi dell’esatto contrario.

Certo, internamente al Cristianesimo vi è anche un orientamento _ Pascal, Kierkegaard, Karl Barth… _ che utilizza il paradosso come condizione per il salto della fede, a riprova del fatto di come AdP generalizzi <<a suo piacimento e convenienza>>,  piacimento e convenienza che invece attribuisce alla religione _ ai credenti _ ove afferma che la presunta tesi dei credenti secondo la quale il non seguir la logica da parte di Dio <<è soltanto un modo molto subdolo che essa [la religione] utilizza per poter affermare qualunque cosa in merito, a suo piacimento, così, e convenienza>>, il che, nuovamente, non risponde affatto alla realtà della situazione, giacché la Teologia è bel lungi dall’<<affermare qualunque cosa in merito, a suo piacimento>> proprio in virtù di quei ‘dogmi’ ovvero di quegli aspetti non negoziabili della fede.

E aggiunge: <<tant’è che la fede, dinanzi a qualunque obiezione, non fa altro che porre dei paradossi e delle contraddizioni, non può perché non sa fare altro, come quando dice che la fede stessa non segue la logica>>.

Senonché, farei nuovamente notare la scarsa lucidità del discorso di AdP, poiché inizialmente ha asserito che <<Ecco che allora, come anche molti credenti affermano, a monte della questione sull’esistenza di Dio non c’è la fede, c’è la logica; cioè non è la fede che pone questa questione, è la logica che la pone>>;

adesso, invece, sostiene che la fede (quindi credenti) <<non segue la logica>>.

AdP deve perciò mettersi d’accordo con se stessa:

- AUT i <<molti credenti>> (quindi la loro fede) affermano che <<a monte della questione sull’esistenza di Dio non c’è la fede, c’è la logica>>;

- AUT la fede (quindi la fede dei credenti) <<non segue la logica>>…

Il video di AdP si avvia alla conclusione con affermazioni tanto perentorie quanto piuttosto arbitrarie:

<<la fede è una conseguenza della logica, per cui una persona può anche ignorare la fede, anzi, è preferibile che lo faccia, è l’unica cosa da cui dovrebbe riguardarsi dal fare soprattutto se ha a cuor Dio. Ma la logica, da cui provengono le domande e le risposte, è qualcosa a cui si dovrebbe interessare ancora prima di rispondere alla domanda se esiste o non esiste Dio. Per cui ecco, anche se ammettessimo e concedessimo che la fede non segue la logica, non dovremmo pertanto concludere che la fede stessa non segue Dio? La fede può anche dire di non utilizzare la logica, ma per poterlo dire, o anche soltanto pensare, deve utilizzare la logica. […]>>.

Per AdP <<una persona>> <<è preferibile>> che ignori la fede (e ciò in perfetta consonanza con il suo dogma laico visto all’inizio, recitante: <<la fede è, per definizione, uno squilibrio mentale>>) <<se ha a cuor Dio>>, appunto perché, a suo dire, Dio sarebbe conseguibile unicamente (o addirittura si identificherebbe?) con la logica.

Ma, se <<la fede è una conseguenza della logica>>, allora <<ignorare la fede>> comporterebbe ignorare anche la logica della quale la fede sarebbe <<una conseguenza>>! E se ignoriamo una delle conseguenze della logica (cioè se ignoriamo la fede), perché, allora, non dovremmo sentirci autorizzati ad ignorare anche tutte le altre conseguenze della logica (anziché soltanto la fede)?

Appunto perché, essendo conseguenze, si differenziano dalla logica, pertanto esse non sono la logica dalla quale si differenziano e quindi _ secondo le premesse di AdP _ sono anch’esse passibili di venir ignorate, col risultato illogico che la logica avrebbe conseguenze ignorabili.

Poiché ha posto una distinzione tra logica e fede proprio consigliando di ignorare quest’ultima, allora AdP riconosce suo malgrado come la fede non sia ri(con)ducibile alla logica simpliciter per quel tanto che esse differiscono tra loro, sì che perda ogni sensatezza il ‘consiglio’ di <<ignorare la fede>>.

Se invece AdP ammette e concede <<che la fede non segue la logica>>, allora non è vero che <<la fede è una conseguenza della logica>>, appunto perché AdP, avendo ammesso e concesso che la fede costituisca un ambito differente dalla logica, sarebbe autonoma (altra) rispetto a quest’ultima. In questo caso, viene destituita di legittimità la conclusione della sua precedente affermazione:

<<Per cui ecco, anche se ammettessimo e concedessimo che la fede non segue la logica, non dovremmo pertanto concludere che la fede stessa non segue Dio?>>

No, non dovremmo potremmo concludere così, proprio in forza della differenza riconosciuta dalla stessa AdP tra logica (da coltivare) e fede (da ignorare!), differenza atta a negare il pan-logicismo di cui AdP si fa vessillifera (o differenza atta a negare l’eventuale identificazione di Dio con la logica tout court), cosicché non s’imponga alcuna necessità che la fede debba seguire la logica perché altrimenti, secondo AdP, <<non segue Dio>>, appunto perché Dio non è identificabile con la logica soltanto. In quest’ultimo caso, infatti, la fede resterebbe al di fuori di Dio e così Dio si ridurrebbe a parte (cioè come un qualsiasi altro ente finito) cui consiste la logica in quanto differenziantesi dalla fede!

Conclude AdP: <<La fede può anche dire di non utilizzare la logica, ma per poterlo dire, o anche soltanto pensare, deve utilizzare la logica. […]>>.

Qui siamo nei pressi di un ragionamento élenchico nello stile di Emanuele Severino (a cui, in questo Blog, sono già stati e saranno ancora dedicati molti post).

Ciò nonostante, che per dire e per pensare <<di non utilizzare la logica>> si debba <<utilizzare la logica>> non solo significa riaffermare, da parte di AdP, il presupposto (la fede) dell’ineludibilità della logica internamente ad un’affermazione logica, ma altresì ciò non costituisce negazione di un’alternativa alla logica, poiché tale élenchos dice soltanto che la logica serve sia per affermare che per negare internamente ad un discorso logico, ma non dice che ciò che viene affermato ( = il dover <<utilizzare la logica>> per affermare <<di non utilizzare la logica>> da parte della fede) si costituisca come (auto-)negazione della non-utilizzazione della logica internamente alla fede! 

Ora, è chiaro che AdP, parlando di <<ragionamento logico>>, intenda più esattamente la parola, la quale è certamente intrascendibile, come vedremo meglio nei prossimi post, senza che ciò, però, comporti le conseguenze o le convinzioni che AdP prospetta nei confronti del mondo, di Dio e della fede.


Roberto Fiaschi

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domenica 29 gennaio 2023

10)- “CRISTIANO” = “CRETINO”?

Presento adesso l’“Analista della parola” ( = AdP), le cui tesi si rifanno a Luciano Faioni. Il perno sul quale ruota tutto il loro discorso è l’intrascendibilità della parola, intendendo perciò <<con discorso religioso qualunque discorso che si fondi sulla supposizione che si dia un qualunque elemento fuori dal linguaggio>> (affermazione tratta da https://digilander.libero.it/lfaioni/22.2.20000A.htm).

Tuttavia, in questo post non verrà discussa la succitata tesi, limitandomi, qui, a riportare alcune significative affermazioni che fungano da prolegomeni per un primo, veloce inquadramento della forma mentis di AdP, innanzitutto in relazione ai credenti/cristiani (qual anch’io mi considero), verso i quali AdP non nasconde il proprio astio:

<<La maggior parte dei parlanti, parla di cose di cui non sa assolutamente nulla, ma le afferma come se le conoscesse. Falsi, subdoli, stolti. Tanto quando parlano di fede, tanto quando parlano di logica>>.

Nonostante AdP abbia precisato che il suo utilizzo del termine <<“pensiero religioso”>> non sia <<riferito alla dottrina religiosa, bensì ad un modo di costruire affermazioni che va ben oltre qualunque religione>> (da: https://www.youtube.com/watch?v=zROqqMLtKnY), resta il fatto che per lei

<<il credente, non sapendo nulla di quello che fa, cioè di quello che dice, non sa neanche che cosa significhi "credere" e confonde, a propria apparente convenienza, l'atto di fede con l'accoglimento di una condizione>>.

Non soddisfatta di ciò, altrove (Facebook) rincara il suo disprezzo per i credenti:

<<Tu non hai idea di che tipologia di persone vengono da me per via della mia posizione di divulgatrice dell'Analista della parola, che è appunto quel parlante che si occupa della Scienza della parola.... Credenti! Credenti, credini, individui narcotizzati da mistiche assuefazioni ed altri psicotici deliranti. Da quando ho scritto il libro sul "pensiero religioso", poi, non ne parliamo... Perché vedi, costoro, leggono soltanto il titolo...e neppure il sottotitolo. Ma quando arrivano al sottotitolo "storie di chi non sa di sé", credono (perché questo soltanto sanno fare: credere) che si riferisca al pensiero non religioso.... E allora, capito, ho questa fila di richieste di contatto da persone che hanno come foto profilo gesu cristo o la madonnina.... Pare proprio che, il "signore loro", gli indichi di seguire la via dell'Analista della parola....>>.

(Brano tratto da Barbara Monti alias AdP, dal gruppo Facebook: I nemici del Destino. Contro la così detta filosofia di Emanuele Severino).

E ancora:

<<E comunque...fare il cretino, non significa esserlo. Anche io faccio la cretina e la so fare talmente bene che talvolta lo sembro proprio.... però ecco, comportarsi da cretini è un conto, esserlo è un altro. Sono due cose differenti e occorre precisare. […] Essere un cretino, invece, è una questione differente... perché riguarda esattamente il "pensiero religioso". Pare infatti che, il termine "cristiano", provenga esattamente dal termine cretino. E il cristiano chi è? Beh, è il credente per eccellenza... Certo, di religioni ce ne sono tante, ma la più diffusa è quella dei cretini. Ammesso che ve ne siano che non sono praticate da cretini... talvolta si tratta soltanto di cretini differenti. E basta pensare ai cretini, per accorgersi di quanto il "pensiero religioso" vada molto oltre qualunque religione>>. (Idem).

Insomma, per AdP non solo i credenti ma più in generale i <<parlanti>> sono quasi tutti cretini (oltre che <<Falsi, subdoli, stolti>>) tranne lei, naturalmente:

<<Pertanto, ecco, ammetto la mia facoltà di esercizio della cretineria, ma rifiuto nella maniera più assoluta che la cretineria di cui mi avvalgo venga attribuita al mio essere...>>.

(Facebook: I nemici del Destino. Contro la così detta filosofia di Emanuele Severino).

Dato l’incedere di AdP, è difficile sottrarsi all’impressione di aver a che fare con una sorta di ennesima, nuova religione ‘laica’ che pretenda rifuggire da qualsivoglia forma di fede, visto che a suo dire <<la fede è, per definizione, uno squilibrio mentale. Al pari del delirio, è convinta delle cose che afferma, ma le afferma con tanta convinzione quanta poca è la cognizione di causa>>;  

(affermazione reperita in: https://www.youtube.com/watch?v=BJ7Sr6H88fs, spazio dei commenti), tant’è vero che AdP arriva perfino a dire:

<<Chi ha fatto gli auguri di natale, non pensa..... almeno quando li fa>> (da Facebook: I nemici del Destino. Contro la così detta filosofia di Emanuele Severino).

Non a caso ammonisce proprio come fosse una Vox clamantis di una nuova religione, invitando alla conversione (sic!) dall’attuale situazione di falsità in cui verserebbero i suoi interlocutori:

<<Falsi siete e falsi resterete finché non vi convertirete all'analista della parola>>.

Il percorso da lei proposto <<indica il e non la sua parola. Il Sé non è né la mia, né la tua, né la sua parola. Ma se lo vuoi cercare, allora è nella tua parola che devi andare. L'Analista della parola mette a disposizione gli strumenti. E un'ottima compagnia>>.

Tuttavia, AdP negherà prontamente qualsiasi accostamento del proprio discorso alla fede/religione, <<infatti _ precisa la Nostra _ nel libro "Il Pensiero religioso" parlo proprio del fatto che esso va oltre qualunque religione perché la maggior parte delle conoscenze, anche le così dette "scientifiche", sono fondate su atti di fede.... ipostatizzazioni..... fallacie ....>>.

Quindi _ a suo dire _ fede, ipostatizzazioni e fallacie presenti dappertutto o, bene che vada, nella <<maggior parte delle conoscenze>>, anche nelle <<così dette "scientifiche">> (il che rappresenta un buon viatico circa l’imprescindibilità della fede lato sensu), tranne ovviamente che nel suo libro: Il Pensiero religioso (https://www.youtube.com/watch?v=TEHJoP18aSs).

Lo vedremo…


Roberto Fiaschi

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