Visualizzazione post con etichetta La fede in Severino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La fede in Severino. Mostra tutti i post

martedì 10 febbraio 2026

189)- ANGELO SANTINI: UNA «RISPOSTA GENIALE/INAUDITA»?

 

Riporto buona parte del video di “Antimaterialista”, ossia Angelo Santini ( = AS), reperibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=Lni2euq9gXk ed intitolato:

<<Riusciranno I nemici del Destino a capire questa risposta geniale?>>

Comincio dal minuto 3:04 (ometto le parti irrilevanti ai fini della tematica trattata).

Afferma AS:

<<Concentriamoci invece su una proposta mia di lettura che però richiede un'attenzione massima. Non è detto che i nemici del destino riescano a seguire in modo attento quello che ho da dire, perché richiede veramente capacità notevoli che non tutti hanno. E questo lo dico senza voler offendere in alcun modo nessuno. Sto dicendo che per capire quello che sto per affermare è richiesto un livello di astrazione, di preparazione su Severino e di attenzione notevole ben oltre la norma. Una volta quindi definito questo, tra l'altro, parentesi, io non è che mi vanti di avere questo intelletto superiore rispetto alla media, io lo sto mostrando in filosofia. […] Allora, cercate di veramente impegnarvi sperando che riusciate a ad attivare la massima attenzione possibile. Cercate di apprezzare quel quello che sto per dire perché è qualcosa che è inaudito, non lo avete, secondo me, mai neanche contemplato. Allora, come rappresentarsi concettualmente un tempo che si dispiega processualmente, ma tutto già compiuto, cioè com'è possibile concepire e rappresentarsi il prima e il dopo il passaggio dal T1 a T2, da T2 a T3, da T3 a T4, ma tutto insieme sembra impossibile, sembra, di primo impatto; sembra impossibile perché, per farlo, uno dovrebbe riuscire a rappresentarsi che quando avviene il passaggio da T2 a T3, quello da T1 a T2 non appare più e che è apparso in precedenza. E come fare, se per pensare a tutta la concatenazione, a tutta la sequenza temporale, occorre pensare anche alle porzioni precedenti temporalmente apparse e a quelle successive rispetto a quella attuale? Come si fa? E adesso vi chiedo la massima attenzione perché c'è un modo incredibile, geniale a cui ho pensato per rappresentarsi questo schema e non mi si può dire che non è geniale se… Certo, è richiesta la capacità elevatissima di astrarre al massimo senza perdersi nell'astrazione e seguire questo ragionamento. Allora, che cos'è per Severino il tempo? È la l'ordine dei sopraggiungenti. Che cosa sono i sopraggiungenti? Sono le configurazioni della Terra, cioè le totalità F-immediate che si manifestano. Banalmente, per semplificare, sono quelli che vengono chiamati momenti, istanti temporali della realtà: T1, T2, T3. Per Severino tutti gli aspetti della realtà sono essenti e quindi devono essere eterni. Quindi anche l'apparire di queste configurazioni è un essente, anche l'apparire di questo apparire è essente, anche l'apparire dell'apparire dell'apparire di questi essenti è un essente. Abbiamo la triplicità dell'apparire, ma questo è un dettaglio adesso secondario, lo dico giusto per informazione. Cioè, quando appare una cosiddetta penna, non è che non è manifesta solo la penna come ente empirico, ma è manifesto anche quell'aspetto che è il suo apparire stesso. E questo apparire della penna è qualcosa che a sua volta appare e anche questo apparire è qualcosa che è manifesto. Poi, siccome questa struttura è chiusa e sono queste tre forme di apparire momenti astratti di un'unica struttura complessa, non si crea il regresso all'infinito. L'apparire, tra l'altro, non è l'apparire a un soggetto, a un individuo. Ciò a cui appare questa serie di configurazioni è il cerchio finito del destino, cioè il luogo trascendentale dell'apparire. Per semplificare, immaginiamo questo cerchio come uno schermo nel quale appaiono le immagini. Sto super-semplificando e per farlo non posso essere anche preciso, quindi, inevitabilmente qualche imprecisione, qualche scorrettezza in questa rappresentazione vi è, però prendiamola per buona. Ora torniamo nell'ordine dei sopraggiungenti. Abbiamo detto: questo ordine è la temporalità per Severino, e costituisce questa catena di sopraggiungenti: l'iposintassi. Ora, in questa iposintassi non ci sono solo T1, T2 e T3, ci sono anche gli eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via. Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito. Dunque, l'ordine, come si può giustificare già a partire dallo sguardo infinito dell'apparire infinito che include già tutta l'iposintassi costituita e quindi tutta la sua articolazione interna? Semplice. Immaginiamo ogni passaggio da una configurazione all'altra come una porzione dell'iposintassi. Chiamiamo A la prima porzione dal passaggio da T1 a T2; chiamiamo B il secondo passaggio da T2 a T3; chiamiamo C il passaggio da T3 a T4 e così via. Ora, come appare l'ordine? Come si fa a dare un ordine già in origine? Perché A, B e C non sono disposti in modo piatto sullo stesso piano, ma in un certo rapporto, ovvero B che appare come passaggio che occulta quello precedente A come oltrepassato, mentre invece risulta oltrepassato a sua volta B da C. Quindi vi è una successione in cui i rapporti non sono simmetrici perché c'è sempre un passaggio che prevale sugli altri, che copre i precedenti ed è coperto dai successivi. Ed è questo che già dalla prospettiva dell'apparire infinito fa apparire tutta la processualità dinamica come appare a noi. Anzi, più di come appare a noi, perché in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi. Quella che appare a noi è limitata, è parziale, perché la nostra processualità appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati, perché non c'è una separazione, c'è solo una differenza formale tra queste porzioni, non c'è una separazione, un distacco. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione. Ora, immaginiamo, per rendere più concreto quello che sto dicendo, immaginiamo che in A, in B e C si mostri una scena di una persona che cammina. Nella scena a una persona fa un certo passo, poggia il piede su un gradino. Nella scena B disappare, appare il passaggio dall'aver poggiato il piede su un gradino all'aver poggiato l'altro piede sul gradino successivo, come normalmente accade camminando. Allora, sto semplificando perché è chiaro che anche in quella sequenza potrebbero esservi più passaggi, però facciamo finta che la persona che cammina sia velocissima e quindi faccia in tre passaggi, faccia due gradini almeno o più. Nel terzo passaggio C, alterna di nuovo il piede e quindi appare il passaggio dal dell'alternanza tra un piede e l'altro e il poggiare il piede sul gradino successivo. Ora, cercate di immaginare A, B e C in una visualizzazione disposti su uno stesso piano. Iniziamo a ragionare su uno stesso piano che è più facile. Immaginate la sequenza che appare eternamente del passaggio da T1 a T2 in A, l'eterno passaggio da T2 a T3 in B, l'eterno passaggio da T3 a T4 in C. E immaginate che questa sequenza è eternamente così, cioè il passaggio è sempre eterno, è sempre in atto, in origine. Ma non solo. Adesso andiamo oltre perché questo è il primo livello per rappresentarsi come una catena temporale di eventi possa apparire addirittura dinamica eternisticamente. […] Il primo livello era per rendere chiara la rappresentazione, inizialmente, quindi semplificata. Ora, immaginiamo che vi sono più prospettive: una finita nella quale… o anzi, più prospettive finite che includono gli sguardi parziali su quella iposintassi e quindi anche sul collegamento tra A, B, C, eccetera. E poi c'è una prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi. Bene, benissimo. Ora, come abbiamo detto prima, A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti. E abbiamo detto che l'ordine temporale eternistico originario è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via. Inoltre, siccome all'interno del coscienziale di queste porzioni è relativamente isolato da altre porzioni coscienziali, non in assoluto, ma relativamente, nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi. Cioè quando noi sperimentiamo di camminare su dei gradini, passati i primi non ci stanno apparendo più quegli eventi che sono il camminare sui primi gradini. E chiamiamo questa situazione C, no? Quando siamo arrivati già a un certo punto della scalinata, quel contenuto coscienziale in cui appare solo che noi stiamo passando da un gradino all'altro. Quella porzione coscienziale è eternamente quella in cui non appare lì localizzata, quella serie di apparire precedenti delle precedenti configurazioni, e siccome all'apparire infinito appaiono anche gli interni coscienziali di quelle porzioni così come appaiono a noi, l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare tout court completamente come appare a noi. Anzi, appare più di quanto appaia a noi, non di meno, perché un altro abbaglio in cui cadono anche il buon Picenni, Boccardi che hanno una comprensione migliore su questi temi di Palma, di Pavone, di Galasso e di altri nemici del destino, dicevo, pure cadono in questo abbaglio, sembra, cioè di presupporre che la vera processualità, il vero dinamismo processuale sia quello finito che appare nelle nostre attualità, no? Sbagliato. Quello che appare a noi è una diacronia, processualità dinamica parziale. Nel gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”, mentre la vera diacronia sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente. Ora, io spero che riusciate a impegnarvi, voi che continuate a errare su questa filosofia per riuscire a capire come si possa rappresentare adeguatamente quella struttura senza che ci siano le contraddizioni che voi affermate, che poi sono tutte una riproposizione della contraddizione C, come se fosse una contraddizione vera. Allora, quando io dico che ho raggiunto livelli eccelsi, direi geniali di rappresentazione e di semplificazione/esposizione di questi concetti, mi riferisco a quello che ho appena spiegato. Eh, c'è poco da dire>>.

***

Ahimè, siamo sempre 'punto e a capo'. 

Ma vediamolo in dettaglio.

Dunque, AS afferma che <<la nostra processualità>>, cioè qui, nell’apparire finito, <<appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati […]. Ricordiamo, peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione>>.

In questo brano AS delinea giustamente DUE modalità DIFFERENTI del divenire di A, B e C:

1)- una modalità finita-diacronica (ove <<appare un tratto alla volta: prima A, poi B, poi C>>);

2)- l’altra infinita-sincronica (ove <<A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati).

Quest’ultima, perciò, è la <<prospettiva infinita che vede tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente, ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi>>.

Precisa AS che nell’apparire finito

<<A, B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti>>.

INVECE (giacché, ricordiamolo, le due modalità processuali DIFFERISCONO l’una dall’altra), l’<<ordine temporale eternistico originario [ = l’apparire infinito-sincronico] è già dato dalla concatenazione di A, B e C, cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B ed A, ma coperto da D e così via>>. (Parentesi quadra mia: RF).

Prosegue AS sostenendo che

<<nell'apparire infinito appare eternamente ANCHE il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi appare C come appare a noi>> (maiuscolo mio); per cui a noi C <<appare coprente>> B e B non appare più poiché oramai appare <<coperto da C>>.

Quindi, secondo AS, ANCHE nell’apparire infinito-sincronico appaiono il <<coprente>> ed il <<coperto>> ossia quegli essenti grazie ai quali, nell’apparire finito, percepiremmo il FLUIRE, il DIVENIRE cosiddetto “nichilistico” (perché interpreteremmo erroneamente il <<coprente>> ed il <<coperto>> come, rispettivamente, il provenuto dal nulla e l’ormai annullato).

Ma, se fosse così, allora l’apparire infinito-sincronico in che cosa si DIFFERENZIEREBBE dall’apparire finito diacronico-isolato?

Anch’esso, infatti, esperirebbe L’IDENTICA forma di divenire NEL MODO PRECISO in cui la esperiamo noi qui nel finito.

In tal caso, l’apparire infinito NON sarebbe ciò ove nulla comincia mai ad apparire e a scomparire dal suo orizzonte, come invece succede nel finito.

Ciò, appunto perché, per AS, nell’apparire infinito-sincronico appaiono altresì il <<coprente>> ed il <<coperto>>, come egli stesso ha chiaramente precisato:

<<nell'apparire infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>>,

ed anche:

<<l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza processuale appare [nell’apparire infinito] tout court completamente come appare a noi>>.

Epperò, se nell’apparire infinito-sincronico il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono ESATTAMENTE come appaiono a noi nel finito, ALLORA l’apparire infinito NON è infinito bensì FINITO, appunto perché in esso il <<coprente>> ed il <<coperto>> appaiono NEL MODO ESATTO (cioè ISOLATAMENTE e FINITAMENTE) in cui appaiono a noi.

Ovvero, l’apparire infinito NON È quell’orizzonte ove un qualcosa possa apparire come <<coperto>>, perché ciò che qui, nell’apparire finito-isolato, è <<coperto>>, lo è in forza del fatto che NON APPARE più ciò che è stato COPERTO e non appare ancora ciò che lo COPRIRÀ).

Invece, nell’apparire infinito, ANCHE ciò che è stato COPERTO è in realtà da sempre S-COPERTO ossia da sempre appare, altrimenti sarebbe IDENTICO al COPERTO vigente nell’apparire finito!

Quindi, la presenza del <<coprente>> e del <<coperto>>, nell’apparire infinito, lo rendono ISOLATO, proprio perché ANCH’esso esperisce l’<<isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>> nel modo esatto in cui le esperiamo noi, e noi le esperiamo IN MODO ISOLATO; quindi ANCHE l’apparire infinito, almeno per quanto concerne il suo esperire il divenire isolato, è a sua volta ISOLATO da ciò che il <<coprente>> preclude all’apparire infinito di esperire/vedere ( = il <<coperto>>).

Inoltre, se davvero l’apparire infinito esperisse la diacronìa isolata del finito esattamente e <<completamente come appare a noi>> avremmo, nell’apparire infinito, l’eternizzazione di ciò che nel <<gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”>> il quale, perciò NULLA avrebbe a che vedere con  <<la vera diacronia>>, che <<sarebbe la sincronia eterna in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente>>.

Già, perché l’astratto di un concreto NON DIVENTA, nell’apparire infinito, concreto o <<vera diacronia>>, per cui questa è ALTRA COSA rispetto all’<<astratto>> cui sarebbe la diacronìa del finito isolato.

Sì che, nell’infinito, l’astrattezza, in quanto eterna, resterebbe perennemente astratta e quindi contraddittoriamente IRRELATA ed al contempo RELATA alla totalità del concreto.

- IRRELATA, perché l’astrattezza non può diventare altro da sé e quindi resta eternamente astrattezza;

- RELATA, perché tale astrattezza è pur sempre RELATA alla totalità di cui fa parte, ossia a ciò grazie alla quale totalità, essa può dirsi IRRELATA o astratta.

Abbiamo perciò DUE diacronie, entrambe eterne ma come due binari paralleli:

- una, quella che <<sarebbe “un astratto di un concreto”>>;

- l’altra, <<la vera diacronia>> da sempre dispiegata nella sincronìa dell’infinito apparire.

Pertanto quest’ultima NON può considerarsi LA STESSA diacronìa vigente nel finito-isolato, giacché <<la vera diacronia>>, grazie al suo innegabile DIFFERIRE, non si dispone quale ‘matrice’ o <<vera diacronia>> dalla quale scaturirebbe la diacronìa isolata, bensì costituisce UNALTRA struttura parallela a quella dell’apparire finito-isolato.

Lo riconosce lo stesso AS quando osserva:

<<in realtà la vera processualità non è quella che appare a noi>>.

Il che vuol dire che egli RICONOSCE ed AMMETTE DUE forme di processualità:

- una vera,

- ed una falsa.

È pertanto ovvio che quest’ultima NON possa essere l’apparire della forma finita-isolata DELLA <<vera processualità>>, perché ciò comporterebbe, nuovamente, la presenza di un elemento DIFFERENZIANTE che perciò NON può essere presente nell’apparire infinito e quindi nella <<vera processualità>>!

No; la <<vera processualità>> dà luogo SOLTANTO a se stessa e la falsa processualità dà luogo SOLTANTO a se stessa, senza che questa possa rinvenir la propria <<vera processualità>> nell’apparire infinito, perché esse restano ALTRE l’una rispetto all’altra.

Consideriamo quest’altra tesi di AS:

<<Poi consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>.

Certo, per questo sussiste la DIFFERENZA da me più volte ricordata.

Infatti, se l’<<eterno incominciante apparire>>, nell’apparire infinito-sincronico, NON <<inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>, allora NON è neppure un <<incominciante apparire>> perché, per esserlo, esso DEVE INIZIARE/INCOMINCIARE ad APPARIRE!

Come infatti esso INIZIA/INCOMINCIA ad apparire nell’apparire finito;

invece, guarda che strano, nell’apparire infinito NO, NON INIZIA/COMINCIA ad apparire.

Dunque, il NON-INIZIANTE/COMINCIANTE apparire dell’<<eterno incominciante apparire>>, NON COMINCIA MAI ad apparire nell’apparire infinito, quindi esso NON è l’<<eterno incominciante apparire>>!

Lo stesso dicasi ove AS si riferisce ripetutamente agli 

<<eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via>> presenti anch'essi nell'apparire infinito-sincronico. Ebbene, in esso, tali <<passaggi>> NON passano, evidentemente, giacché vigendo la sincronicità, non vinge la diacronicità e quindi quei passaggi sono la negazione di sé in quanto, appunto, NON PASSANO. Essi hanno senso UNICAMENTE nell'apparire finito-diacronico.

Concludo qui, mi è sufficiente.

Quel che doveva rivelarsi una <<risposta geniale>> ed <<inaudita>>, nonostante il lodevole sforzo del buon AS, con tutto il rispetto, mi pare si sia rivelata, nuovamente, un groviglio irto di contraddizioni che il suo autore, ormai si sa, non intende vedere per nessuna ragione al mondo… Non importa; a me tutto ciò basta e avanza.

Agli eventuali lettori l’ardua sentenza…

 

Roberto Fiaschi

-------------------

giovedì 27 febbraio 2025

160)- SE SUONANO, SONO I TESTIMONI DI SEVERINO…

 
Il Testimone del destino Alessandro Vaglia ha recentemente dichiarato:

<<non vi si deve scandalizzare se la verità l'ha indicata Emanuele Severino, direi piuttosto che lo scandalo sta nel non ammetterlo. Cioè nel non ammettersi. Cioè nel continuare a contraddirsi anche quando l'evidenza dello stante si manifesta nella filosofia>>.

Se suona incontraddittoriamente alla vostra porta, voi apritegli contraddittoriamente…


Roberto Fiaschi

------------------



lunedì 10 febbraio 2025

153)- IL SEVERINIANO SENZA RITEGNO…

 

Se i severiniani non esistessero, bisognerebbe inventarli.

Tuttavia dubito di poter raggiungere il loro livello di fantasia.

Uno dei più divertenti è Sebastiano Dell'Albani, già noto per aver scritto una sorta di PREGHIERA indirizzata a Severino: 15)- LODI SEVERINIANE, nonché per esser prossimo ad istituire il CULTO verso di lui: 135)- IL CULTO DI SAN SEVERINO È ORMAI PROSSIMO…

Oggi, per il nostro Sebastiano Dell'Albani, Severino è già alle soglie dell’INDIAMENTO:

<<Aggiungo inoltre che Severino non può essere considerato un semplice filosofo o grande filosofo. Severino è la filosofia fatta persona e ogni discorso filosofico o anche scientifico non può assolutamente prescindere dal suo pensiero. Anche coloro che lo criticano aspramente contribuiscono,contrariamente alle loro intenzioni, ad accrescere l'importanza del suo pensiero>>…

… Quale sarà la prossima tappa?

Inoltre, c’è un punto che non mi torna, ove Sebastiano Dell'Albani sentenzia:

<<Anche coloro che lo criticano aspramente contribuiscono,contrariamente alle loro intenzioni, ad accrescere l'importanza del suo pensiero>>.

Infatti, in virtù dell’incontraddittoria identità con sé dell’essente e differenza dal proprio altro, grazie alla quale CRITICARE ASPRAMENTE significa CRITICARE ASPRAMENTE e NON: ACCRESCERE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO, Sebastiano Dell'Albani auspica una contraddittoria identità laddove essa NON può sussistere, appunto perché CRITICARE ASPRAMENTE NON significa affatto ACCRESCERE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO, bensì l’esatto contrario, cioè DIMINUIRE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO.

Ciò nonostante, l’insonne acume di Sebastiano Dell'Albani si augura speranzoso che DIMINUIRE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO equivalga al proprio contrario, appunto all’ACCRESCERE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO…

Perciò, il DIMINUIRE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO avrà tutto il diritto di protestare al cospetto della <<filosofia fatta persona>>, facendo così valere la propria identità con sé e differenza dall’ACCRESCERE L'IMPORTANZA DEL SUO PENSIERO

 

Roberto Fiaschi

---------------------

lunedì 3 febbraio 2025

150)- «LA FEDE È IL DUBBIO»?

Estraggo, da un brano di Sebastiano Dell'Albani (che commenterò in altro momento), la seguente frase:

<<ogni fede per sua definizione è dubbio (credere in qualcosa che non si vede né si può vedere)>>.

Severino scrisse che <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile è la definizione stessa del dubbio>>.

Ma Severino riconobbe altresì che:

<<C’è certamente distinzione, e non identità, tra fede e dubbio>>;

la <<fede [...] formalmente non è il dubbio>> - (Severino: La legna e la cenere; pp. 178-80. Corsivo nel testo di Severino).

Pertanto, senza scomodare ulteriori ragionamenti:

a)- o (AUT) c’è DISTINZIONE tra fede e dubbio: ma allora la fede NON è <<la definizione stessa del dubbio>> giacché, se così fosse, la <<definizione>> implicherebbe l’identità con esso, il che viene appunto NEGATO da Severino;

b)- o (AUT) NON c’è DISTINZIONE: e allora fede e dubbio sono il MEDESIMO, indistinguibili, e perciò NON È VERO quanto affermato da Severino, cioè che vi sia <<certamente distinzione, e non identità, tra fede e dubbio>> e che la <<fede [...] formalmente non è il dubbio>>.

Infine, s’è visto che secondo Severino <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile è la definizione stessa del dubbio>>.

Se vi è qualcosa di EVIDENTE, consiste nel fatto che Severino SBAGLI.

Che la Terra sia SFERICA (vedasi post n° 105)- SEVERINO E IL TERRAPIATTISMO) NON è immediatamente <<evidente>> né <<incontrovertibile>> a guisa dell’élenchos aristotelico-severiniano; la sua sfericità NON APPARE (immediatamente).

Per cui, stando alla concezione che Severino ha del dubbio, la sfericità della Terra sarebbe una FEDE ( = un ERRORE) la quale FEDE, perciò, dovrebbe legittimare il DUBBIO della sua sfericità sol perché essa appare è incontrovertibile…

Eppure, NEANCHE di ciò che NON appare è incontrovertibile è possibile dubitare seriamente:

quale persona sana di mente potrebbe DUBITARE della sfericità della Terra?

Insomma, <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile>> NON è <<la definizione stessa del dubbio>>!

Da https://it.wiktionary.org/wiki/dubbio:

<<DUBBIO (aggettivo) dal latino dubius, letteralmente "ondeggiante, che si muove avanti e indietro">> e NON: <<cosa non evidente e non incontrovertibile>> come vorrebbe Severino, visto che ciò che è <<ondeggiante>> muovendosi <<avanti e indietro>> solitamente APPARE seppur non restando stabile!

Per cui il dubbio è estensibile ANCHE alle cose che APPAIONO.

Dal Dizionario Oxford Languages:

<<Dubbio, aggettivo. Che non offre la possibilità di una interpretazione o di una soluzione unica e definitiva: un caso d.; discusso, controverso; che può essere oggetto di contestazione>>.

Anche qui, nessun riferimento al dubbio come <<cosa non evidente e non incontrovertibile>>, ma soltanto come ciò che, pur apparendo, non è suscettibile di lettura UNIVOCA e DEFINITIVA (il non-apparire e la non-incontrovertibilità di alcuni aspetti possono essere implicati, ma non necessariamente, né sempre e comunque).   

 

Roberto Fiaschi

---------------------

mercoledì 11 dicembre 2024

135)- IL CULTO DI SAN SEVERINO È ORMAI PROSSIMO…

Come qualificare le seguenti entusiastiche quanto ingenue espressioni del severiniano Sebastiano Dell'Albani?

<<FROM SD’S LIBRARY – POST N. 89 – 11 DICEMBRE 2024

Post in risposta a tutti coloro che non conoscendo il pensiero di Severino e la sua solidità logica e ontologica ne parlano come di un’opinione tra le altre, un dire che è una vera assurdità. Aspetto da loro una risposta ben argomentata, logica e ontologica>>.

E soprattutto:

<<Se lei è in grado di confutare con solidi argomenti logici l'élenchos (che mostra la solidità logica e ontologica del principio di non contraddizione) su cui Severino basa il suo discorso filosofico mi inchinerò alla sua assoluta, straordinaria intelligenza e dirò che lei ha ragione nel dire che la filosofia di severino è un'opinione come le altre che non si ha alcun dovere di conoscere. Però io penso che la sua è l'opinione e che non potrà essere in grado di riuscire a confutare il pensiero di Severino, impresa che non è affatto riuscita a logici preparatissimi. Per cui mi permetto di dire che la filosofia di Severino rappresenta l'apicalità del pensiero filosofico contemporaneo e che il suo pensiero è ineludibile per chi voglia fare filosofia. Severino, di cui approfondisco il pensiero da molti anni, come ho già scritto, rappresenta la filosofia del futuro. Non conoscere o confrontarsi con il suo pensiero significa soltanto rinunciare a fare filosofia ma solo esprimere opinioni vuote e prive di fondamento>>.

<<Bisogna conoscere il pensiero di Severino perché non conoscerlo significa non conoscere il valore del pensiero filosofico e la sua differenza con il pensiero scientifico. Il pensiero di Severino non è un dogma perché è fondato sul principio logico e ontologico di non contraddizione e il suo élenchos che ne mostra la verità incontrovertibile. La filosofia di Severino è una costruzione che ha una logica rigorosissima. L'élenchos - la confutazione- dell'avversario del principio primo fondata su di esso mostra incontrovertibilmente che coloro che vogliono confutare il principio primo o principium firmissimun devono fondarsi su di esso per riuscire a confutarlo. Insomma i nemici del principio primo negando la logica rigorosissima del principio negano il loro stesso dire. Un dogma invece può essere negato e rifiutato perché non ha alcun fondamento, è un dogma appunto. La prova principale del valore del principio primo è proprio il mostrare che il dire di coloro che affermano che il principio primo è un dogma non possono in alcun modo mostrare che esso è un dogma in quanto il loro dire, che è davvero dogmatico, si autonega. La verità della logica e della ontologia di Severino è inattaccabile. Severino ha scritto saggi bellissimi, tra cui il saggio straordinario: "Fondamento della contraddizione" per mostrare il valore veritativo del principio primo attraverso l'élenchos, la sua figura logica principale. Severino si è confrontato con i maggiori logici moderni e contemporanei e nessuno di essi è stato in grado di confutare il pensiero di Severino anzi dal confronto ne sono usciti sconfitti. Uno di questi logici è Graham Priest. Studio e approfondisco con piacere il pensiero di Severino da quasi venti anni e l'ho trovato e lo trovo incontrovertibile. La vera voce e linguaggio della filosofia dove tutti gli altri non sono che l'eco del pensiero scientifico a cui subordinano il pensiero filosofico. Lei dice che la filosofia di Severino è un'opinione. Bene. Allora io la sfido a saper confutare con solidi argomenti logici e ontologici la straordinaria logica contenuta nel principio di non contraddizione e il suo élenchos su cui Severino ha costruito il suo sistema filosofico. Aspetto la sua risposta>>.

Senza dimenticare, dello stesso autore, le

<<10 LODI AL FILOSOFO SEVERINO DA PARTE DI UN ESTIMATORE CONSAPEVOLE DELL’IMPORTANZA FONDAMENTALE DEI SUOI SCRITTI. 

LODE A SEVERINO che nella sua straordinaria teoresi mette in luce il nichilismo e le contraddizioni della cultura contemporanea.

LODE A SEVERINO che ha inchiodato alle loro contraddizioni gli innumerevoli cialtroni che pretendono di essere filosofi.

LODE A SEVERINO scopritore delle menzogne nascoste e del nichilismo nei discorsi di sedicenti intellettuali.

LODE A SEVERINO che ha messo in luce la vacuità nichilistica della politica e dei politici.

LODE A SEVERINO che ci ha indicato il vero senso dell’etica e le menzogne della buona fede e della bontà.

LODE A SEVERINO il più grande fustigatore dell’ipocrisia che governa il nostro mondo.

LODE A SEVERINO vero nemico dei bugiardi e dei fabbricatori dei moderni falsi miti della felicità.

LODE A SEVERINO che ci ha indicato l’autentico significato della tecnoscienza e il suo falso mito di benessere e felicità.

LODE A SEVERINO che ci ha liberato dal terrore della morte perché mito senza fondamento.

LODE A SEVERINO creatore di meravigliose metafore che mettono in luce l’importanza fondamentale della filosofia allo stesso modo che la circolazione del sangue lo è per il corpo dell’uomo>>.

NOTA BENE: quest’ultima affermazione <<creatore di meravigliose metafore>> è falsa, perché san Severino NON crea nulla, essendo tutto eterno…

 

Roberto Fiaschi

--------------------- 

lunedì 2 dicembre 2024

131)- SE IL CREDENTE-SEVERINIANO NON TOLLERA I DIVERSAMENTE-CREDENTI POICHÉ NON SI RITIENE UN CREDENTE…

 

In una pagina Facebook dedicata alla filowsofia e soprattutto al filosofo Emanuele Severino, un <<Esperto del gruppo>> rispondente al nome di Enrico Andreoli, scrive infastidito:

<<è veramente paradossale che decine e decine di credenti si siano dati convegno su questa pagina dedicata al pensiero di un filosofo che nega logicamente la possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>.

Ora, prima di scendere nel dettaglio, giova sapere che Enrico Andreoli, davvero bravissimo scrittore, è tuttavia un fervente CREDENTE-SEVERINIANO, se non altro perché son diversi anni che va ripetendo UNICAMENTE, SEMPRE E SOLTANTO il seguente mantra:

<<sono più di 50 che nessuno ha confutato la risoluzione severiniana dell’aporia del nulla>>.

Lasciamoglielo CREDERE, visto che egli si attiene (CREDE) strettamente a tale presunta risoluzione senza il minimo senso critico, CREDENDO nella sua (presunta) inconfutabilità.

Pertanto, qui NON interessa commentare questa sua FEDE esibita ad ogni piè sospinto a guisa di ‘litania’; essa è stata commentata altrove, nel presente blog, ad esempio nei post nn. 5, 29, 53, 61, 83, 89, 98, 102, 103 e 104.

Qui interessa mostrare in primo luogo come ad alcuni severiniani appaia insopportabile che, laddove il tema centrale sia la filosofia di Severino, vi sia ancora qualche <<credente>> che si ostini a non riconoscere il suo ‘Verbo’, sì, perché in una pagina interamente dedicata al filosofo bresciano, tutti i suoi frequentatori dovrebbero esser ormai edotti del, ed ALLINEATI al suo pensiero, possibilmente senza manifestare troppi dubbi argomentati e critiche serrate poiché essi sarebbero retaggio di chi, ancora <<credente>> e per giunta nichilista, non avrebbe studiato (o compreso) abbastanza Severino.

Per quanto riguarda il post in oggetto di Enrico Andreoli, mi domando:

è mai possibile che il discrimine per partecipare alle discussioni debba consistere nel riconoscimento della negazione della <<possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>?

Come a dire: chi vuol discutere qui, DEVE previamente aver accettato il dogma secondo cui NIENTE può <<essere creato e distrutto dal e nel Nulla!>>

Questa davvero FARLOCCA concezione verrà considerata in un post apposito.

Stando più sul generale, al nostro Enrico Andreoli <<infastidisce interagire>> con la <<protervia con cui [i <<credenti>>] agiscono atti di pura fede indimostrabile ed illogici (naturalmente) pretendendo che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica. Come S io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ora, lasciam da parte la solita, trita e ritrita sciocchezza secondo la quale chi esercita degli atti di fede PRETENDEREBBE (!!!) <<che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>.

Non so chi Enrico Andreoli abbia conosciuto per poter attribuire una simile castroneria ai <<credenti>>, come egli ama generalizzare.

Sebbene egli si picchi di scrivere <<il sermone per la Messa di Natale>> per il suo <<amico parroco della basilica di San Lorenzo in Milano>>, evidentemente si ferma lì, per quanto riguarda la sua conoscenza del mondo cristiano, giacché penso che nessun <<credente>> (forse neppure il più ottuso dei fondamentalisti) si sognerebbe di affermare che la propria Fides quae PRETENDA aver <<lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>!

Naturalmente ciò NON significa affatto avallare totalmente il Credo quia absurdum, bensì vuol dire che la fede può avanzare anche delle RAGIONI per sé, certamente NON incontrovertibili ma pur sempre RAGIONI, ben sapendo, tuttavia e fortunatamente, che esse NON esauriscono l’intero Cristianesimo, altrimenti Dio sarebbe PRONO alle lenti di ingrandimento della sola logica!

Per cui la <<protervia>> che il Nostro attribuisce ai <<credenti>>, forse è innanzitutto un proprio parto circa il quale egli pare NON possedere sufficienti ‘diottrie’ per avvedersene.

Dopodiché osserva:

<<Come S[everino] io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ecco la sentenza scontata, mutuata acriticamente da Severino, come si convien ad ogni buon RIPETITORE FEDELE al proprio dispensatore di Verità pur millantando di esser completamente dalla parte della SOLA RATIO!

Il presupposto soggiacente a simile stramberia consiste nella convinzione che la verità debba sempre e soltanto APPARIRE, altrimenti, in caso contrario, NON sarebbe verità ma, appunto, ERRORE, cioè, severinianamente: FEDE.

Vi son più presupposti fideistici in tale convinzione che in tutte le religioni messe assieme!

Peraltro, per Severino, OGNI essere umano è siffatto ERRORE/FEDE; infatti, Enrico Andreoli dovrebbe sapere che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’errore/individuo] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 446).

E, sebbene per Severino <<il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto>>, quindi <<la verità appare, splende sempre>> (da: La cosa e il segno. Intervista ad Emanuele Severino su linguaggio, ontologia e Destino. Lo Sguardo - rivista di filosofia - N. 15, 2014 (ii)), Enrico Andreoli dovrebbe altresì accorgersi del carattere FIDEISTICO della tesi secondo la quale <<la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire>>, cioè la verità è nascosta a <<quegli enti che chiamiamo “uomini>>, nonostante <<l’apparire della verità costituisc[a] anche l’esser uomo in quanto tale>> e nonostante l’uomo sia <<destinato a non sentire la verità>> (La struttura originaria, pag. 89), in quanto egli è strutturalmente <<errore>>, tale da esser <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>> (Severino: La legna e la cenere).

Non sono, tutte queste, asserzioni da CREDERE in blocco, nonostante la loro palese contraddittorietà?

Tanto più Enrico Andreoli dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda, soprattutto al seguito della seguente curiosa ( = leggasi: FURBA) osservazione di Severino:

<<l’apparire della verità costituisce anche l’esser uomo in quanto tale, ma non ogni uomo è una testimonianza: non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>: soltanto Severino lo è…

Infatti, il filosofo bresciano è consapevole della contraddittorietà rappresentata dalla sua tesi secondo la quale è impossibile che un INDIVIDUO-ERRORE-FEDE possa testimoniare il veritativamente il destino.

Però GLISSA abilmente, cercando di ritagliare per sé (derogando alla sua tesi circa l’erroneità dell’individuo) la possibilità di esser uno di quegli uomini uniti <<al linguaggio che testimonia questa presenza>>, visto che _ a suo dire _ <<non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>, tranne lui ed eventuali altri…

CONTRAVVENENDO perciò a quanto letto sopra, ossia che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’individuo-errore-fede] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Cusano: op. cit.).

Sarebbe allora il caso che Enrico Andreoli si domandasse perché, pur essendo <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>>, l’individuo-Severino riesca, invece, a esserne un’ECCEZIONE.

QUESTA NON È FORSE FEDE, caro Enrico Andreoli?

Qui (e altrove), Severino non è forse ritenuto alla stessa stregua di un MESSIA (o LOGOS giovanneo) portatore della LIETA NOTIZIA ( = Evangelo) secondo cui tutti noi siamo già eternamente salvi? E come immancabilmente lo stesso Enrico Andreoli, da buon CREDENTE in Severino _ quest’ultimo, infatti, è un autentico PRIVILEGIATO ONTOLOGICO, perché, pur essendo UN individuo-errore (tra miliardi), guarda caso avrebbe avuto il PRIVILEGIO ( = la GRAZIA, diremmo noi miseri CREDENTI) di essere <<unito al linguaggio che testimonia questa presenza>> _, si è affrettato a RIPETERE il dogma:

<<basta che non sia un trascendente che garantisca salvezza perché il mortale non ha alcun bisogno di essere salvo>>?

Stendiamo un velo pietoso e domandiamo:

Può, il nostro Enrico Andreoli (ma prima ancora lo stesso Severino), legittimamente ASTRARSI dalla categoria dei CREDENTI per collocarsi comodamente ed un po’ altezzosamente in quella dei testimoni della Verità?

A voi la risposta...

 

Roberto Fiaschi

------------------------