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giovedì 20 febbraio 2025

157)- EGON KEY: «NON C'È UN "QUALCUNO", INTESO COME SOGGETTO AGENTE»?

 

Proseguimento del post n° 156. Qui si tratta, però, della questione circa la REALE esistenza dell’io-empirico (io, tu, egli, loro, noi…).

Per la tesi severiniana (che la nega) esposta da Egon Key, l’esistenza dell’io-empirico è soltanto un mero PRESUPPOSTO infondato, una FEDE cioè un ERRORE/positivo significare del NULLA, <<una persuasione della terra isolata>>.

Dunque, ha scritto Egon Key:

<<Quanto poi alla questione che sarebbe contraddittorio affermare che il vero "io" è l'Io del destino, giacché "chi" afferma ciò è esso stesso errore (ossia individuo), si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente: tutto ciò che accade, accade infatti per la "volontà" del destino; d'altra parte, il "qualcuno" (inteso come un soggetto che si contrappone a un oggetto) è, si è detto, un contenuto del cerchio dell'apparire (e una persuasione della terra isolata)>>.

Come si può constatare, è (APPARE che sia) lo stesso Egon Key ad aver risposto:

<<si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Come minimo, si dovrà riconoscere come NEPPURE Egon Key riesca ad uscire (o ad astrarsi) dall’esser ciò che egli ritiene essere un presupposto/fede/positivo significare del nulla, giacché ANCHE LUI si sta comportando come uno tra i tanti io-empirici invitato a fornire giustamente la PROPRIA risposta.

Sarebbe perciò superfluo domandargli:

CHI è che risponde che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>?,

giacché riceveremmo DA LUI un’altra risposta circa la quale dovremmo nuovamente chiedergli:

CHI è che risponde in tal modo?

In alternativa al nostro presupposto di partenza, dovremmo supporre che Egon Key stia rispondendo sottintendendo al contempo di NON esser LUI a rispondere?

O dovremmo forse ritenere che NESSUNO, qui, NEPPURE Egon Key abbia mai risposto ad alcunché?

A meno che non ci piacciano queste acrobazie ‘filosofiche’, difficile negare di trovarci dinanzi alla risposta DELL’io-empirico-Egon Key, sembra persin banale osservarlo…

L’esistenza dell’io-empirico è un presupposto che NESSUNA dimostrazione della sua inesistenza riuscirà mai a scalfire, giacché esso è il pre-requisito ineludibile che sta alla base di ogni dimostrazione, in quanto essa richiederebbe la presenza di un DIMOSTRANTE, cioè, nuovamente, la presenza di quell’io-empirico senza il quale NON si potrebbe elaborare alcuna dimostrazione.

Inoltre, che senso avrebbe precisare che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>, SE questo <<"qualcuno", inteso come soggetto agente>> NON APPARISSE, NON FOSSE GIÀ NOTO?

Che senso avrebbe negare la differenza tra il bianco ed il nero, SE tale DIFFERENZA NON APPARISSE GIÀ?

Quindi è contraddittorio negare il <<"qualcuno">>, poiché esso APPARE come ciò che, secondo l’io-empirico Egon Key, va negato!

Quindi si innesca una sorta di élenchos attraverso la negazione che vi sia <<un "qualcuno">> che pensa/scrive ciò, appunto perché APPARE che la sua negazione sia pur sempre la negazione effettuata DA <<"qualcuno">>, cioè dall’io-empirico Egon Key che nega che vi sia un <<"qualcuno">> quale autore del negare; quindi egli nega sé stesso, sì che Egon Key NON abbia negato niente.

Non è così? No?

Bene, ma allora occorrerà DIMOSTRARE DA PARTE DI NESSUN <<soggetto agente>> che NON vi sia alcun <<soggetto agente>>…

In attesa…

 

Roberto Fiaschi

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156)- EGON KEY: «DIMOSTRAZIONE» DELL’IO DEL DESTINO?

Riprendo, dal gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino, una serie di interventi di Egon Key circa la tesi severiniana dell’inesistenza (o l’illusorietà) dell’io-empirico, da lui riassunta in questi termini:

<<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Non posso che partir dal presupposto di esser io-empirico-Roberto, qui ed ora, a scrivere ciò che voi-io-empirici state leggendo, così come non potrete che esser voi-io-empirici a leggere ciò che ho scritto. QUESTO è il mio nonché COMUNE/UNIVERSALE presupposto di partenza.

Adesso, invece, andremo a cercare nei vari passaggi di Egon Key la DIMOSTRAZIONE (filosofica) dell’esistenza dell’Io trascendentale e, quindi, della contigua NEGAZIONE di tale presupposto ossia dell’io-empirico, la cui esistenza viene normalmente tacciata di INGENUITÀ pre-filosofica. La filosofia ha la vocazione di sottoporre tutto a critica (altrimenti cosa ci starebbe a fare?), per cui essa non si accontenta del senso comune e di ciò che comunemente/universalmente appare.

Nell’eventuale ASSENZA di esse (DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE), continuerò a tenermi ben stretto il mio 'presupposto'.

Se non altro perché non posso, io-empirico, DIMOSTRARE questo mio presupposto di base, perché, per farlo, sarei pur sempre io-empirico (o qualcun altro: e CHI, se no?) a dover DIMOSTRARE in via non-presuppositiva di essere il consapevole lettore/autore dei miei post (od un qualunque altro io: e CHI, se no?), trovandomi perciò nella bizzarra situazione ove io, in quanto PRESUPPOSTO INDIMOSTRATO, dovrei DIMOSTRARE non-presuppositivamente di esser davvero io quel <<"qualcuno", inteso come soggetto>> che effettua consapevolmente una (o che è l’autore della) DIMOSTRAZIONE!

Cominciamo perciò la ricerca di quella DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE, portandoci sul seguente brano di Severino che Egon Key riporta:

<<si potrebbe affermare con verità l'esistenza di "qualcuno" "a" cui l'apparire apparisse e che si costituisse come qualcosa di diverso dall'apparire stesso (ad esempio come "individuo umano", "persona", "corpo", "cervello", "mente", ecc), solo se tale esistenza fosse qualcosa che appare "nel" cerchio dell'apparire del destino della verità; ma allora il "qualcuno" non sarebbe qualcosa di diverso dall'apparire, qualcosa "a" cui l'apparire dovrebbe apparire, ma sarebbe, appunto, un contenuto dell'apparire>> - ("La Gloria", Adelphi, p. 213).

Altrove, subito dopo questo brano di Severino, Egon Key fa seguire questa ulteriore precisazione:

<<Ad abundantiam: l'apparire appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe in un regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Sempre in altro post, ma strettamente connesso al tema in oggetto, Egon Key scrive:

<<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono. Ossia: è un contenuto del cerchio dell'apparire anche il (creduto) "mio" atto coscienziale: «l'attuale apparire [di qualcosa] non è 'mio', ma sono io stesso» [in quanto cioè "Io del destino"] ("La terra e l'essenza dell'uomo", p. 215). Scrive ancora Severino: «l'apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare [...] Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi [uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire] . L'apparire della verità non è la coscienza che "uno" ha della verità» ("La legna e la cenere"). D'altra parte, la dimostrazione offerta qui sopra è limpida e di facile comprensione: l'apparire appare a sé stesso, il destino appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe nel regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Ecco, qui sopra Egon Key parla di <<dimostrazione>>.

A quale dimostrazione si riferisce?

A questa; rileggiamola:

<<Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi>>.

Come egli ha osservato, essa <<è limpida e di facile comprensione>>, ma NON è una DIMOSTRAZIONE o, se intende esserla, a mio parere NON coglie nel segno.

Vediamo.

La DIMOSTRAZIONE, secondo Egon Key, consisterebbe nel comprendere che, SICCOME <<il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano>>, cioè <<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono>>, ALLORA, con ciò, sarebbe DIMOSTRATO che <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>, appunto perché io-empirico <<appartengo a uno di questi luoghi>>. 

Ma, ripeterei, questa NON è una DIMOSTRAZIONE bensì è soltanto l’ESPLICITAZIONE di una tesi o, al meglio, è la PARVENZA di una DIMOSTRAZIONE, giacché l’essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON esaurisce le alternative alla conclusione secondo la quale, ALLORA, <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>. 

Infatti, il MIO essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON TOGLIE affatto che quei <<tanti che appaiono>> siano illuminati da ME nel mentre che io-empirico illumino ANCHE ME STESSO, cioè nel momento in cui sono AUTO-cosciente del mio illuminarMI, oltre che cosciente di illuminare anche i contenuti di cui sono cosciente (tra i quali, appunto, vi sono io).

Dunque, io-empirico sono <<il lanternaio che fa' luce sui luoghi>> facendo luce anche su me stesso (cioè AUTO-illuminandomi) come <<un contenuto>> tra i tanti che MI appaiono, così come una lampada illumina ciò che le sta intorno illuminando ANCHE SÉ STESSA come uno dei molti oggetti illuminati. 

Io-empirico, perciò, sono illuminante ( = cosciente de) gli oggetti, illuminante ME STESSO ( = AUTO-cosciente) nel mentre che so ( = cosciente di essere AUTO-cosciente) di illuminare i tanti oggetti.

Quindi, se <<l'apparire appare a stesso>>, questo <<a stesso>> è il MEDESIMO <<"a qualcuno">> _ è l’io-empirico _ a cui l’apparire appare apparendo, appunto, <<a stesso>>.

Per cui è tolto il <<regressus in indefinitum>> _, se a sua volta <<quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno">>…

L’io-empirico è lo stesso cerchio dell’apparire FINITO, poiché tale <<"qualcuno">> non è <<qualcosa di diverso dall'apparire>>, essendo, tale <<"qualcuno">>, lo stesso io-empirico il quale, in quanto AUTO-cosciente ( = cosciente di sé), appare-a-sé nelle vesti del ME, cioè appare a sé (anche) come CONTENUTO riflessivo di sé stesso…

Egon Key precisa che <<l'Io è il trascendentale di cui tutto ciò che appare è un contenuto; e il contenuto include il proprio apparire, diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire: è presente (all'apparire trascendentale) la presenza (apparire empirico) del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza). In tal senso, dunque, un qualsiasi contenuto che appare NON è "mio", ma SONO IO STESSO, in quanto Io del destino). Pertanto: all'apparire trascendentale che "io" sono (in quanto, in verità, esser Io del destino, ossia uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire) appare l'apparire empirico (l'apparire di un albero), cioè tale contenuto coscienzale>>.

Ma che nell’Io trascendentale <<il contenuto includ[a] il proprio apparire>> perché <<diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire>>, è asserzione che può benissimo essere ascritta all’io-empirico.

Infatti, come già visto, l’io-empirico è una lampada che, illuminando l’ambiente circostante (gli oggetti), ILLUMINA ANCHE SÉ STESSA, il che vuol dire, fuor di metafora, che <<il contenuto include il proprio apparire>> in quanto è AUTO-coscienza, coscienza di sé.

Infatti, è presente all’io-empirico la presenza <<del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza)>>; cioè all’io-empirico <<la presenza (apparire empirico) del qualcosa>> è presente, è saputa, giacché tale io è <<coscienza dell’autocoscienza>>, cioè cosciente di SAPERE-di-SÉ, di essere AUTO-COSCIENTE.

Per Severino <<Solamente il presupposto dell'inobiettivabilità del pensare porta a ritenere che, pensando, si formi sì, all'interno del pensiero, uno spettacolo, ma che l'apparire dello spettacolo non faccia parte dello spettacolo stesso, ma che se ne stia dietro le spalle, come una sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>> - (“Essenza del nichilismo”).

Senonché, il pensare è OBIETTIVABILE nella misura in cui sono conscio del (mio) pensare.

l’io-empirico, proprio in quanto AUTO-cosciente, NON può essere paragonato a quella <<sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>>, appunto perché l’AUTO-coscienza è precisamente quello stare alla luce DI SÉ da parte di sé cioè dell’io, AUTO-coscienza che invece Severino vorrebbe riferire soltanto ad un RIDONDANTE Io trascendentale.

L’<<apparire dello spettacolo>> fa parte <<dello spettacolo stesso>>, ed in ciò consiste l’AUTO-coscienza dell’io-empirico, altrimenti saremmo soltanto coscienti, non AUTO-coscienti.

Giunto al termine, dopo aver setacciato tutti i vari brani di Egon Key, nessuna DIMOSTRAZIONE è stata rintracciata; soltanto il suo tono ASSEVERATIVO ha potuto dare la falsa impressione di avere dinanzi un post che DIMOSTRASSE la tesi da lui sostenuta.

 

Roberto Fiaschi

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sabato 7 ottobre 2023

100)- LA TESTIMONIANZA DEL DESTINO NEGA SE STESSA IN DUE MOSSE

In relazione al post n° 97, così replica Alessandro Vaglia di Officina di filosofia teoretica:

<<CONTRO Roberto Fiaschi. L'errore che appare appare al destino, che siamo ognuno di noi in quanto negazione dell'errore o apparire trascendentale. Il resto non lo capisco. Se il contenuto dell'apparire trascendentale è considerato come separato dall'apparire allora scaturisce l'errore o individuo appunto. Tutto qui. Parliamoci chiaro io e te Roberto. Tu pensi di essere il luogo ove tutto appare e qui e ora? Il Destino è questo luogo o luogo dell'apparire trascendentale che non è luogo fra i luoghi ma ove ogni luogo appare.

Noi come individui questo non lo crediamo affatto.

Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo.

Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega.

Noi e non Emanuele Severino, e quel suo povero linguaggio, Emanuele Severino è il sopraggiungere di questo tratto del linguaggio testimoniante il destino di ognuno di noi. Che tu voglia cominciare dall'errore che è errare per pervenire alla verita, questa è la impossibile implicazione della verità stessa>>.

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Tutto molto chiaro.

Ecco le DUE MOSSE preannunciate nel titolo:

(1)<<Noi, come individui siamo questo errore e quindi erriamo>>.

(2)<<Noi come io del destino, siamo la verità che lo nega>>.

Entrambi i punti intendono esprimere un tratto della VERITÀ del destino severiniano.

Ma, così scrivendo, l’individuo-errore-Alessandro Vaglia NEGA il costituirsi del punto (2), perché se quest’ultimo indica la verità del nostro essere io del destino, allora, accettando il punto (1) NON possiamo in alcun modo affermare (2), visto che quest’ultimo è scritto/affermato da (1) cioè dall’individuo-errore-Alessandro Vaglia che NON PUÒ conoscere quanto ha scritto in (2).

Pertanto, se (1) afferma la verità dell’individuo, allora (2) è NEGATO.

Inoltre, se (1) dice la verità sull’individuo-errore, allora (1) NEGA anche SE STESSO, perché l’individuo NON PUÒ SAPERE neppure di essere errore, come invece questi mostra di sapere scrivendo (1).

Senonché Alessandro Vaglia precisa successivamente:

<<L'errore non può sapere della verità è chiaro e limpido per il suono in superficie che sommerso suona male. Ma io si ripete, non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino. INDIVIDUO è un linguaggio, e DESTINO è un altro linguaggio, due sopraggiungenti. In quanto linguaggi sono e sono diversi, ma il loro contenuto è lo stesso o l'essere, ma mentre uno, quello che parla di individuo, parla di una verità completamente distorta l'altro, quando parla di apparire dell'essere io del destino, afferma quello che afferma in contraddizione C>>.

Purtroppo, ANCHE in questo brano è già bell’e dispiegata LA SUA COMPLETA NEGAZIONE.

Infatti, quand’anche sussistessero quei due linguaggi ( = il linguaggio dell’individuo ed il linguaggio del Destino), a PARLARNE/SCRIVERNE è però sempre il medesimo individuo-errore che li alterna (o che essi in lui vanno alternandosi) a seconda dell’oggetto da comunicare.

Essendo perciò sempre il medesimo individuo-errore ad esprimersi mediante due linguaggi, la CONSAPEVOLEZZA di entrambi da parte dell’individuo-errore NEGA il punto (1), giacché quei due linguaggi lo mettono in condizione di CONOSCERE/di esser CONSCIO sia del punto (1) che del (2), dei quali, invece, NON PUÒ avere consapevolezza alcuna, poiché egli è individuo-errore.

Non solo, ma secondo Severino, <<la malattia del linguaggio che testimonia il destino prevale sulla malattia del linguaggio che testimonia la terra isolata>> (Severino: Educare al pensiero. Editrice La Scuola; Brescia 2012).

Il che conferma che a parlare/scrivere i due linguaggi MALATI sia sempre il medesimo individuo-errore, essendovi perciò UN SOLO linguaggio, SEMPRE LO STESSO, sia che testimoni la terra isolata sia che testimoni il destino.

Pertanto l’alternanza dei due linguaggi NON si traduce nell’alternanza di DUE SOGGETTI, quali sarebbero l’io del destino e l’io individuale-errore.

Quindi NON è non-credibile l’affermazione:

<<io non sono l'individuo quando a parlare è il linguaggio del destino>>,

perché se a parlare <<il linguaggio del destino>> fosse davvero l’io del destino, questi NON potrebbe testimoniare la propria verità mediante LO STESSO LINGUAGGIO MALATO utilizzato dall’io individuale-errore per testimoniare la terra isolata.

Infine, alla mia domanda che chiedeva se, in quel momento del nostro dialogo, io stessi parlando con l’individuo-errore-Alessandro Vaglia oppure con il suo io del destino, egli mi ha risposto:

<<dipende se parli di libertà e io sono d'accordo con te, parli il linguaggio dell'individuo, se parli di essere che si trasforma e io sono d'accordo con te parli nuovamente con il linguaggio dell'individuo, ecc.. se parli di apparire dell'essere sé dell'essente o di eternità di OGNI essente allora parli il linguaggio del Destino>>.

Ma, anche in questa risposta, egli NEGA suo malgrado il punto (1), appunto perché l’individuo-errore-Alessandro Vaglia (o Severino…) mostra qui di essere ben CONSAPEVOLE del punto (2) che, invece, da (1) individuo-errore qual egli è, NON può che IGNORARE.

È dunque palese:

la tesi dell’avvicendarsi dei due linguaggi ( = dell’individuo-errore e del destino), è una tesi NEGANTE il suddetto punto (1), che è un punto FONDAMENTALE per l’economia dell’intera filosofia severiniana…

 

Roberto Fiaschi

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domenica 1 ottobre 2023

97)- L’INDIVIDUO NON È ERRORE

Ha scritto il filosofo Emanuele Severino:

<<Appartiene al destino dei mortali L'INCAPACITÀ di cogliere e di esprimere ciò che appare>>. (E. Severino: Oltre la cenere. Corriere della sera del 14 agosto 1980. Maiuscolo mio: RF).

Dovremmo dedurne che Severino NON sia un MORTALE, visto che, da quanto appena letto, sembrerebbe che egli ritenga di aver la CAPACITÀ <<di cogliere e di esprimere ciò che appare>>.

Leggiamo quest’altro suo passaggio:

l’<<io individuale NON PUÒ PENSARE la verità del destino, anche se questa è, come inconscio dell’inconscio, la verità del suo apparire ed essere: l’io dell’individuo NON È e NON PUÒ essere COSCIENTE del proprio essere veritativo. Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>>.

(Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, 2011, pag. 434. Maiuscoli miei: RF).

Dunque, <<l’io dell’individuo NON È e NON PUÒ essere COSCIENTE del proprio essere veritativo>> o Io del destino, altrimenti, se l’avesse, non solo l’io individuale-Severino NON sarebbe incappato in ripetuti ERRORI teoretici (addurre come attenuante/scusante la gradualità _ la contraddizione C _ del farsi innanzi della verità nel cerchio dell’apparire invaso dal nichilismo NON RISOLVE nulla, perché dire ciò significherebbe ammettere che l’Io del destino abbia fino a quel momento TENUTO PER VERO _ CREDUTO  A _ L’ERRORE), ma altresì lo ‘sguardo’ di ogni/qualsiasi io individuale non riferirebbe A SÉ (io individuale) tutto ciò che GLI accade, perché vedrebbe già la  verità del destino e sarebbe così perfettamente consapevole di essere tale verità o Io del destino, il che è esattamente ciò che NON accade.

Non accade, si replicherà da parte severiniana, perché attualmente PREVALE la testimonianza dell’errore che contende alla verità la propria presenza nel cerchio dell’apparire o Io del destino.

Ma che prevalga la testimonianza dell’errore è un tratto della verità del destino di cui l’io individuale-errore NON PUÒ SAPERNE ALCUNCHÉ/AVERNE COSCIENZA, e ciò proprio perché l’errore PREVALE sulla verità.

PREVALENDO sulla verità, l’errore NON LA VEDE, e quindi NON VEDE neppure di essere errore.

Per cui l’errore NON SA nemmeno di PREVALERE su di essa (se lo sapesse, l’errore si saprebbe come errore-prevaricante, quindi vedrebbe la verità ed in tal caso esso NON SI DISTINGUEREBBE DALLA VERITÀ = NON SAREBBE ERRORE).

Siccome l’io individuale-ERRORE:

(1)- <<non è e non può essere cosciente del proprio essere veritativo>> cioè di essere, nella propria essenza, la verità o Io del destino;

(2)- non può neppure sapere (esser cosciente) di essere, come io individuale, ERRORE-prevaricante;

allora:

A)- l’io individuale NON È AFFATTO ERRORE, perché, per esserlo, esso dovrebbe essere cosciente di (1) in rapporto al quale si definisce ERRORE.

B)- Ma, se fosse cosciente di (1), verrebbe a NEGARSI (2).

C)- Negando (2), l’errore SA (è cosciente de) la VERITÀ nonché della VERITÀ DI SÉ (1), quindi tra l’errore e la verità NON SUSSISTE ALCUNA DIFFERENZA, confermando perciò che l’io individuale NON SIA AFFATTO ERRORE.

D)- Infatti, l’individuo-Severino-ERRORE mostra di sapere/di esser cosciente sia di (1) che di (2); ma allora (1) e (2) sono FALSI, riconfermando come l’io individuale NON SIA AFFATTO ERRORE, appunto perché (1) e (2) NON dicono il VERO (se dicessero il VERO, l’individuo-Severino-ERRORE non potrebbe sapere/esser cosciente della verità dei punti (1) e (2)).

E)- Diversamente, se cioè si VUOL mantenere i punti (1) e (2) come VERITÀ, allora questa NEGA che l’individuo-Severino-ERRORE possa esser consapevole ed affermare CON VERITÀ i punti (1) e (2), ed in questo caso la VERITÀ NEGA SÉ STESSA, giacché i punti (1) e (2), in quanto pensati/detti dall’individuo-Severino-ERRORE, si rivelano essi stessi ERRORI, FALSI, confermando nuovamente come l’io individuale NON SIA AFFATTO ERRORE.

 

Roberto Fiaschi

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martedì 22 agosto 2023

85)- TERZO DIALOGO CON ANGELO SANTINI SUL RAPPORTO SEVERINIANO TRA “IO EMPIRICO-IO DEL DESTINO”


Rispondendo al mio post n° 71, Angelo Santini (AS) ha scritto:

<<Ciao Roberto. Ti ringrazio per questa risposta, a cui incomincio a replicare nel seguente modo: l'io empirico di per sé non esiste, se non come insieme di contenuti coscienzali che sono parte dell'Io finito del Destino a cui convengono. Severino ha sempre detto che noi siamo cerchi finiti del Destino e, come ti ha detto anche Egon Key, nel testo "Cervello, mente, anima" ha dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente (e pertanto non possa sperimentare niente), in quanto ciò che appare può apparire solo al e nel cerchio dell'apparire (oltre che ovviamente nell'apparire infinito). Una volta assodato ciò, risulta che pertanto a sperimentare qualsiasi contenuto non possa che essere il cerchio finito dell'apparire che siamo, non l'io empirico considerato erroneamente astratto ed autosussistente rispetto ad esso. L'io empirico é un insieme di contenuti coscienzali che non autoappaiono in se stessi e a se stessi, ma nel cerchio finito dell'apparire che é ciò che li sperimenta. Il cerchio finito dell'apparire é ciò che sperimenta in "prima persona" i contenuti dell'io empirico, senza però patirli, ovvero senza che esso stesso ne sia coinvolto e persuaso (essendo l'Io del Destino l'apparire trascendentale di ciò che gli si manifesta). Che l'io empirico possa provare qualcosa andrebbe inteso come il fatto che l'Io finito del Destino sia ciò a cui quei contenuti appaiono e che soltanto in essi vi sia la persuasione e il patimento che li riguarda (ma che non autoappare a sé e in se' e quindi non è "da loro" sperimentato, ma del cerchio finito del Destino a cui sono originariamente congiunti), non nello sguardo dell'Io finito del Destino che é puro apparire>>.

Pausa prima parte.

Ringrazio molto anch’io Angelo Santini, soprattutto per la sua passione e la sua inossidabile cortesia.

Devo, però, premettere una considerazione.

Nel presente intervento di AS, egli scrive che l’apparire del mondo all’io empirico-Severino (o a chiunque altro) sarebbe <<una situazione che INSCENA che sia un io empirico, quale é quello di Emanuele Severino, ad aver indicato un determinato contenuto>>.

Ebbene, tale MESSINSCENA _ qualora fosse considerata un tratto della verità del destino _, NON potrebbe in alcun modo esser SAPUTA dall’io empirico.

A differenza dei comuni attori di teatro, che SANNO di recitare, l’io empirico, poiché è ERRORE (SENZA saper di esserlo), NON SA neppure di recitare una MESSINSCENA che vi sia un Regista ( = l’Io del destino) alle proprie ‘spalle’, perché è convinto della realtà di sé, della propria vita e del mondo in cui esso agisce.

Ma ciò che conta notare è che la mia (presunta) autentica essenza, cioè il mio Io del destino, che per sua natura NON PUÒ INDICARE ALCUNCHÉ, NON può neppure esser esso ad esperire il mio essere io empirico, perché se fosse unicamente l’Io del destino stesso ad esperire le convinzioni ERRONEE che noi io empirici abitualmente affermiamo, quali ad esempio:

a me appare questo e quello; io scrivo; io replico; io sono Roberto; io faccio questo, etc…,

allora l’Io del destino CREDEREBBE a tali contenuti ERRONEI, ne sarebbe PERSUASO, CREDEREBBE cioè che l’io sia quel centro coscienziale individuale A CUI qualcosa appare, altrimenti NESSUN io empirico penserebbe/direbbe mai:

a me appare questo e quello; io scrivo; io replico, etc…,

giacché la soverchiante consapevolezza cui è l’Io del destino si paleserebbe innegabilmente, rendendogli impossibile affermare:

a me (io empirico) appare questo e quello; io (empirico) scrivo; io (empirico) replico, etc…

Sì che, a conti fatti, l’Io del destino si riveli perciò esser non solo ERRANTE

(ed ERRANTE non in forza della contraddizione C, bensì ERRANTE per la persuasione incontrastata che il mondo appaia A NOI io empirici, che siamo soliti dire: io scrivo; io replico, etc…),

ma altresì INDISTINGUIBILE dall’io empirico-errante (nonché dall’ERRORE).

Quand’anche, infatti, ammettessimo (ma SENZA concedere) che <<a sperimentare qualsiasi contenuto non possa che essere il cerchio finito dell'apparire che siamo>>, quest’ultimo, quale <<inconscio dell’inconscio>> di ME mortale (poiché sono ISOLATO da esso) NON potrebbe MAI trapelare in (o a) ME, se non come

<<un affiorare ROVESCIATO (e dunque SVIANTE) dell’inconscio dell’inconscio (e che sia ROVESCIATO significa che sono IMPOSSIBILI LAMPI di COMPRENSIONE AUTENTICA)>> del destino (N. Cusano),

cosicché NESSUNO ( l’Io del destino l’io empirico) POSSA MAI TESTIMONIARE (anzi: NEPPURE avvedersi dell’esistenza de) una qualsivoglia verità del destino.

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Tornando ora alla replica di AS, egli giustamente esordisce così:

<<Ti ringrazio per questa risposta, a cui [io] incomincio a replicare nel seguente modo>>.

Sulla scia di quanto già esposto nei post nn. 83 e 84, ho fatto innanzitutto notare questa frase di AS perché NEPPURE lui può evitar di ammettere che la mia risposta sia APPARSA A LUI-io empirico, così come la sua presente replica adesso APPARE A ME, altro io empirico.

Sarebbe infatti ‘difficile’ ritener che qui, come altrove, repliche e contro-repliche appaiano unicamente a due Io del destino, perché, se così fosse, bisognerebbe riconoscere che almeno uno (quale non importa) dei due Io del destino sia PERSUASO dell’ERRORE, mentre, invece, ad esser persuaso dell’errore è sempre e soltanto l’io empirico.

Lo stesso dicasi riguardo quest’altra affermazione di AS:

<<Severino ha sempre detto che noi siamo cerchi finiti del Destino>>.

Vero, ma appunto: LO HA DETTO Severino, ossia un io empirico, NON qualcos’altro…

Comunque, AS sostiene che Severino avrebbe <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>>.

Ma, se così, Severino NON avrebbe potuto dimostrare niente, perché, per dimostrare quanto indicato, tale dimostrazione avrebbe innanzitutto dovuto APPARIRE A Severino-io empirico e successivamente A tutti gli altri io-empirici, come ad esempio ALL’io empirico-AS, giacché EGLI può affermare che Severino-io empirico avrebbe <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>> sol perché ALL’io empirico-AS tale dimostrazione è innegabilmente apparsa.

Essendo perciò APPARSA A tutti loro, allora la dimostrazione effettuata DALL’io empirico-Severino SMENTISCE la propria tesi.

Se infatti <<all'io empirico non [può] apparire niente (e pertanto non [può] sperimentare niente)>>, allora AD AS NON può nemmeno APPARIRE ciò che sto scrivendo né può, perciò, rispondermi, perché per rispondermi, è banalmente necessario che A LUI APPAIA ciò che ho scritto, ed A ME ciò che LUI ha scritto. 

Conseguentemente, AD AS-io empirico NON può neppure apparire la notizia che <<all'io empirico non possa apparire niente>> può apparirgli che Severino abbia perciò <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>>.

Ripeto, perciò:

se tutto quanto appena scritto APPARISSE SOLTANTO all’Io del destino (mio e suo), allora uno dei due sarebbe PERSUASO DELL’ERRORE, il che è impossibile, giacché l’Io del destino _ sempre secondo Severino _ è la VERITÀ e non può perciò persuadersi di alcunché d’altro da essa, poiché chi si persuade è sempre e soltanto l’io empirico-ERRORE.

Certamente, secondo Severino l’Io finito del destino è <<ciò a cui quei contenuti [ = SCONCERTO, TURBAMENTO] appaiono>>, ma esso, cioè 

<<l'Io del destino sperimenta il dolore e l'angoscia, MA LASCIA CHE SIA L'IO DELL'INDIVIDUO A PROVARE SCONCERTO, TURBAMENTO E LA FORMA DI DOLORE E DI ANGOSCIA che ne conseguono; e vede in questa e in ogni altra forma dell'affettività la conseguenza inevitabile dell'errare in cui l'io dell'individuo consiste>> (Severino: La Gloria, p. 65. Maiuscoli miei: RF)>>.

Se, come ha scritto AS:

<<Il cerchio finito dell'apparire é ciò che sperimenta in "prima persona" i contenuti dell'io empirico, senza però patirli, ovvero senza che esso stesso ne sia coinvolto e persuaso>> giacché l’<<Io finito del Destino é puro apparire>>,

allora quei <<contenuti dell'io empirico>> sono PATITI ESCLUSIVAMENTE DA quest’ultimo, ché, in caso contrario, sarebbe FALSO asserir che l’Io del destino non li patisca, non ne rimanga coinvolto e non ne resti persuaso!

Ciò vuol dire, al di là di ogni dubbio, che esso sia colui A CUI QUALCOSA APPARE, fosse anche soltanto tale patimento, comunque pur sempre qualcosa GLI appare.

Per cui NON è arbitrario inseguire un Io del destino demandandogli ogni forma di consapevolezza, perché altrimenti sarebbe FALSO sostener <<che sia l'io dell'individuo a PROVARE sconcerto, turbamento>>,

dove <<PROVARE sconcerto, turbamento>> NON PUÒ, perciò, essere inteso

<<come il fatto che l'Io finito del Destino sia ciò a cui quei contenuti appaiono e che soltanto in essi vi sia la persuasione e il patimento che li riguarda>>,

appunto perché, ripeto, l’Io del destino

<<LASCIA che sia l'io dell'individuo A PROVARE sconcerto, turbamento>> e patimenti, NON altri che LUI.

Ciò attesta ancora una volta come ANCHE l’io dell’individuo PROVI (patisca) qualcosa, certamente non solo <<sconcerto, turbamento>>, come l’esperienza quotidiana ci conferma ininterrottamente.

NOTA:

direi perciò che nel suddetto brano di Severino venga CONFERMATO l’essere UNICAMENTE ERRORE da parte dell’io empirico; infatti il <<PROVARE sconcerto, turbamento>> così come <<ogni altra forma dell'affettività>> sono visti come <<la conseguenza inevitabile dell'ERRARE IN CUI L'IO DELL'INDIVIDUO CONSISTE>>.

FINE NOTA.

Prosegue AS:

<<Tenendo conto di ciò e di quanto detto in precedenti miei commenti, direi che i problemi da te sollevati si risolvano nel seguente modo: la tua critica si basa su di almeno una premessa sbagliata, ovvero che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici. Su questa base fuorviante ovviamente non possono seguire conclusioni corrette, che pertanto non smentiscono la filosofia severiniana>>.

NON CONCORDO, perché, che la MIA critica si basi <<su di almeno una premessa sbagliata, ovvero che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>>, è quanto MI sta comunicando l’io empirico-AS A CUI è apparsa/ha esperito l’erroneità della MIA premessa.

Dunque, EGLI, criticando la MIA premessa, LA RICONFERMA, appunto perché, per criticarla, essa DEVE esserGLI APPARSA ed averne CONSTATATO ( = esperito) l’erroneità, quindi AS HA CONVALIDATO ciò che ha criticato, ossia <<che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>>.

Sì che la SUA negazione della tesi secondo la quale <<chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>> si riveli una negazione auto-contraddicentesi.

Peraltro, non solo la ‘dimostrazione’ DI Severino-io empirico NON MI persuade affatto, ma altresì essa è auto-negantesi in virtù delle sue stesse premesse, giacché essendo innegabile che tale ‘dimostrazione’ sia stata effettuata DALL’io empirico-Severino, come anche Angelo Santini ha chiaramente riconosciuto e scritto, allora essa si auto-toglie nel momento in cui pretende che tale dimostrazione sia rivolta A QUALCUNO _ ad esempio A ME che la leggo _ SENZA però che vi sia mai stato alcun io empirico-Severino che l’abbia pensata/scritta e SENZA nessun altro io empirico A CUI essa potesse essere rivolta.

Per cui esisterebbe NON-ILLUSORIAMENTE una dimostrazione dell’ILLUSORIETÀ (o positivo significare del NULLA) dell’io empirico-scrivente/leggente effettuata DALL’ILLUSORIO io empirico-Severino a beneficio di altri ILLUSORI io empirici AI quali essa dovrà prima o poi apparire, sì che l’ILLUSORIO io empirico-Severino ritenga NON-ILLUSORIAMENTE che tale dimostrazione ESISTA anch’essa NON-ILLUSORIAMENTE, col risultato che essa finisca per mostrare la PROPRIA ILLUSORIETÀ!

Dunque NON può esistere alcuna NON-ILLUSORIA dimostrazione, giacché NESSUN ILLUSORIO io empirico potrebbe mai averla effettuata PER altri ILLUSORI io empirici AI quali, perciò, essa MAI AVREBBE POTUTO APPARIRE.

Insomma, questa tesi dell’impossibilità che all’io empirico appaia ‘qualcosa’, viene CONTINUAMENTE SMENTITA dallo stesso io empirico-AS A CUI APPARE la tesi contraria, altrimenti, se quest’ultima non GLI fosse mai apparsa, AS NON avrebbe potuto nemmeno negarla indirizzando A ME la sua negazione (giacché a negarla NON può certo esser stato l’Io del destino, il quale non nega né afferma né scrive…).

Proseguo con la seconda parte della replica di AS:

<<Aggiungo che sebbene possa poi sembrare strano che gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla, ciò non è però contraddittorio. Che, nel caso dell'Io del Destino in cui é apparso l'io empirico Emanuele Severino, a indicare la verità del Destino non sia stato l'io empirico Severino e che in realtà non ci sia stato un indicare, ma un apparire parziale e processuale della verità del Destino, nei nostri cerchi finiti, nella forma che conviene alla terra isolata quale condizione di contrasto tra la verità e l'errore, non é contraddittorio: l'apparire processuale stesso della verità implica queste forme di ambiguità. La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire, non isolatamente da tutti gli errori e le persuasioni nichiliste che tentano di contrastarla, e il suo progressivo mostrare la loro impossibilità richiede esattamente una forma di gradualità del toglimento della contraddizione C. Dunque é normale e coerente con il contenuto complessivo delle tesi severiniane il fatto che un simile contenuto abbia incominciato ad apparire in un contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo, cioè in una situazione che inscena che sia un io empirico, quale é quello di Emanuele Severino, ad aver indicato un determinato contenuto: se non fosse apparsa una simile situazione alla verità del Destino sarebbe mancata la possibilità di negarla nella sua massima forma persuasiva, che quindi sarebbe rimasta una possibilità aperta non originariamente negata nell'apparire infinito. Ma allora la verità é indicata da qualche cerchio del Destino ad altri? Non propriamente: se la verità del Destino indicata da Severino incominciasse ad apparire in un certo Cerchio finito del Destino, si tratterebbe sempre e comunque dell'autoapparire processuale, e caratterizzato dalla contraddizione C, della verità del Destino in quel determinato cerchio finito del Destino, nella forma sviante di un comprendere una verità apparentemente dall'esterno, tramite indicazioni altrui>>.

Perfetto:

<<sebbene possa poi sembrare strano che gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla [etc…]>>.

Per quanto mi riguarda, ritengo ormai ampiamente smentita la tesi secondo la quale <<gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla>>, altrimenti, ripeto, AS NON avrebbe potuto SPERIMENTARE e COMUNICARE la stranezza che essi <<non SPERIMENTINO nulla>> avrebbe potuto EFFETTUARE ( = FARE) quella serie di azioni consistenti nello SCRIVERE ( = FARE) che <<gli io empirici non FACCIANO nulla>>, , perciò, avrebbe potuto INDICARE quella verità secondo la quale NON vi è <<un INDICARE>> il destino.

Senonché, EGLI _ non una casa o una montagna _ probabilmente ribadirà che SPERIMENTARE, FARE, SCRIVERE, INDICARE, etc…, siano enti che appaiono nell’Io del destino, e non ALL’io empirico.

E tuttavia, APPARE che a ribadire ciò, sia sempre il medesimo io empirico-AS.

Ripeto, a ribadire ciò NON è l’Io del destino, dal quale l’io individuale è isolato e quindi non può che ignorarne l’esistenza, un albero, una casa o una nuvola, ma SEMPRE E SOLTANTO uno tra i moltissimi io empirici che constatiamo in ogni istante, infatti, non a caso mi sto RIVOLGENDO AD Angelo Santini, il quale REPLICHERÀ A ME ( = a questo MIO post), MOSTRANDO ULTERIORMENTE di esser LUI l’autore della prossima risposta e quindi CONFERMERÀ che questo mio post GLI è infine APPARSO, anche se _ sempre LUI _ dissentirà da quanto in esso vi è scritto…

Scrive ancora AS:

<<La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire, non isolatamente da tutti gli errori e le persuasioni nichiliste che tentano di contrastarla, e il suo progressivo mostrare la loro impossibilità richiede esattamente una forma di gradualità del toglimento della contraddizione C. Dunque é normale e coerente con il contenuto complessivo delle tesi severiniane il fatto che un simile contenuto abbia incominciato ad apparire in un contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo>>.

NON sono d’accordo, perché se il momento presente è il <<contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo>>,

allora, proprio in forza di tale PREVALERE dell’ERRORE, chi scrive ciò ( = l’io empirico-errore) NON può in alcun modo SAPERE/TESTIMONIARE

(1)- che <<La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire>>,

(2)- che nell’attuale contesto <<prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire [etc…]>> cioè prevale l’ERRORE-io empirico,

giacché, se l’ERRORE SAPESSE tutto ciò, l’io empirico NON sarebbe sé stesso cioè non sarebbe ERRORE ma saprebbe ciò che SA la verità, essendo così INDISTINGUIBILE da quest’ultima, come già indicato sopra, nella mia premessa;

oppure, sempre se l’ERRORE SAPESSE tutto ciò, allora esso NON PREVARREBBE sulla verità del destino (come invece accade), appunto perché la verità APPARIREBBE NON-PREVARICATA (quindi libera) dall’ERRORE (il che non è).

Infatti, è proprio perché l’ERRORE PREVALE, che ad esso è PRECLUSA la conoscenza delle due possibilità testé negate.

 

Roberto Fiaschi

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