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mercoledì 10 giugno 2026

199)- «SPIRITUALITÀ LAICA» VS «RELIGIONI = PRIGIONI»?

 

Dalla pagina https://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2013/07/ancora-in-tema-di-spiritualita-laica.html, riporto il seguente post del 2013 intitolato:

<<Ancora in tema di Spiritualità Laica - "Religioni = Prigioni">>.

Autore Paolo D’Arpini (d’ora in poi: PDA).

Esso recita:

<<Recentemente è ripresa la discussione sull’insegnamento religioso, in forma di "Storia delle Religioni" nelle scuole di Stato. E’ naturale che le istituzioni religiose difendano a spada tratta la loro materia, che assicura una retribuzione sicura a tanti preti, rabbini e mullah e che garantisce un’indubbia egemonia ideologico-politica. E’ meno naturale che quest’ora sia difesa come “spazio di libertà”. Indubbiamente quando entrano in gioco certi interessi le parole volano, troppo spesso sganciate dal loro significato. Personalmente sono favorevole all’insegnamento del pensiero filosofico laico, collegato alla cosiddetta "Spiritualità laica" o Biospiritualità, basata sulla conoscenza di Sé e sulla propria natura, e non su testi e romanzi inventati, questa è la prima ed unica forma di religiosità che ha promosso lo sviluppo della società umana nel suo complesso. Vedi ad esempio la funzione evolutiva svolta da filosofie come quella Platonica e Socratica, lo Zen, il Taoismo e l'Advaita Vedanta (non-dualismo) ma vorrei che quest’insegnamento fosse reale, non fittizio. Infatti troppo spesso l’insegnante religioso sviluppa il suo programma "teorico" magari impartendo "educazione sessuale" (in forma pseudo tantrica) o lezioncine a sfondo etico/moralistico (roba per "innocenti"). L'insegnante deve essere qualificato nell'esperienza del Sé e non dal sapere accumulato sui testi. Così avveniva infatti nelle scuole Zen, ad esempio, in cui non era possibile insegnare se non si era sperimentato il Satori. Le religioni sono una zavorra inutile.  Eppure talvolta occorre analizzarle per lo meno allo scopo di ridimensionarle a quel che realmente sono: favole necessarie all'infanzia! In questo momento storico in cui assistiamo ad uno scontro ideologico fra varie culture, e sovente mi son trovato a mediare le opposte visioni e le opposizioni che si creano fra esseri umani. La tendenza è sempre quella di separare nel nome di una ideologia, di una religione. Ciò che avviene in medio oriente fra ebrei e musulmani, avviene anche nel resto del mondo, le contrapposizioni ideologiche si manifestano a livello planetario. Buddisti contro scintoisti, cattolici contro ortodossi, destri contro sinistri, etc. etc. In Italia oggi c’è un grande fermento pseudo-religioso, da una parte alcuni si arroccano sulla difesa del cattolicesimo come ultima ratio di civiltà, altri fanno di tutto per dimostrare che invece è proprio lì il marcio, altri ancora si rivolgono a religioni più soft e ragionevoli o verso lo yoga o tendenze new age e neopagane. Di queste nuove espressioni di pensiero ne abbiamo già discusso in precedenza, ed io cerco sempre di accogliere tutto bonariamente con spirito laico e sincretico, ma oggi mi è capitato di dover rispondere ad una email collettiva un po’ delirante in cui le accuse verso le religioni monoteiste erano anche motivo di separazione razziale e di spaccatura nel significato di comune appartenenza della specie umana, che spesso è il discorso anche di parecchi atei o cosiddetti “razionalisti”. Ricordo che tempo addietro nel nostro gruppo teatrale, il Cinabro di Calcata, stavamo facendo le prove di tre atti unici di Jean Tardieu, un autore dell’assurdo, ed io mi trovavo a dover incarnare la parte folle e pretenziosa di un professore che ha fatto dell’istruzione libresca e della cultura una sorta di roccaforte per ergersi al di sopra dell’umanità… Questo succede a tutti coloro che si arrogano il diritto di insegnare un “loro” vangelo ed è ciò che fanno pedantemente tutti gli assuntori di una religione od ideologia, i padri della chiesa, i maestri della fede ed i docenti supremi della verità.

Ecco la mia riposta ai professori della fede:

Cari professori, non sarete mica fessi (nel senso di spaccati), spero..!

Queste idee separative della specie umana, basate su un pensiero, su un concetto religioso, non hanno senso alcuno, come si può separare quello che non è mai stato diviso dalla natura e non è nemmeno divisibile? Prendete un cristiano, se lo accoppiate con un’animista prolificano; prendete una ebrea, se la accoppiate con un taoista, prolificano; prendete un musulmano se lo accoppiate con una atea, prolificano…. Tra l’altro i musulmani, che sono furbi, l’avevano già affermato “indirettamente” che non c’è differenza alcuna, infatti hanno insegnato che tutti i figli nati da un musulmano sono musulmani (anche se hanno un genitore diverso) e tutte le donne che si accoppiano con un musulmano vengono assorbite nella “religione”. Le religioni e le fedi son solo etichette messe lì da furbi “speculatori” per creare scompiglio fra gli uomini, soprattutto fra quelli che amano pensare in termini separativi…. e che non hanno nient’altro da fare se non vedere differenze fra se stessi e gli altri… ed in questo ovviamente sono bravissimi anche i cristiani, i musulmani, gli ebrei, i nazisti, i comunisti, i flippatisti… e tutti quelli che spaccano l’umanità in nome di un “nome”. Coraggio….. Esseri Umani.

Paolo D’Arpini>>.

***

Come si può constatare, l’obiettivo critico di PDA sono le <<"Religioni = Prigioni">> nonché, conseguentemente, l’<<insegnamento religioso, in forma di "Storia delle Religioni" nelle scuole di Stato>>.

Di contro a ciò, egli si dichiara <<favorevole all’insegnamento del pensiero filosofico laico, collegato alla cosiddetta "Spiritualità laica" o Biospiritualità, basata sulla conoscenza di Sé e sulla propria natura, e non su testi e romanzi inventati>> giacché, per PDA, le <<religioni sono una zavorra inutile>>, sebbene siano state <<favole necessarie all'infanzia!>>

Tutto ciò per scongiurare ogni <<scontro ideologico fra varie culture>> che altro non fa che <<creare scompiglio fra gli uomini, soprattutto fra quelli che amano pensare in termini separativi…. e che non hanno nient’altro da fare se non vedere differenze fra se stessi e gli altri…>>

Da qui, il suo RIMEDIO consisterebbe nell’insegnamento del <<pensiero filosofico laico, collegato alla cosiddetta "Spiritualità laica" o Biospiritualità, basata sulla conoscenza di Sé e sulla propria natura>>…

Tuttavia qui, PDA sta CONTRAPPONENDO alle religioni ed alle fedi UN’ALTRA religione ed UN’ALTRA fede, sebbene dichiarata <<laica>>, quasi per volersi smarcare dal concetto di religione e di fede.

Egli potrebbe ribattere che NO, non trattasi di religione e di fede, bensì di un percorso a-dogmatico ed esperienziale indirizzato alla <<conoscenza di Sé>> e della <<propria natura>>, senza perciò passare dall’<<istruzione libresca>> quale <<roccaforte per ergersi al di sopra dell’umanità>>.

E come potremmo mai accingerci a tale <<conoscenza di Sé>>, se non cominciando con un indispensabile ATTO DI FEDE nei confronti non solo del proprio insegnate/Guru, qualora ve ne fosse uno, ma anche nei confronti della semplice POSSIBILITÀ DI CONSEGUIRE una simile conoscenza?

Senza FEDE (‘fides qua’) non si muove neppure un passo, nemmeno verso una <<spiritualità laica>>…

Naturalmente PDA ha un APPARENTE ( = illusorio) buon gioco a ridurre le religioni e le fedi al rango di <<istruzione libresca>> o di <<etichette messe lì da furbi “speculatori” per creare scompiglio fra gli uomini>>; ha buon gioco per le orecchie che già la pensano come lui, ma è del tutto palese come tale indebita riduzione sia frutto di una ben precisa interpretazione faziosa nonché <<ideologico-politica>> volta a legittimare la SUA FEDE nel valore UNIVERSALE e METAFISICO-ONTOLOGICO della SUA esperienza della <<conoscenza di Sé>>.

Proseguendo, egli osserva che l’<<insegnante deve essere qualificato nell'esperienza del Sé e non dal sapere accumulato sui testi>>.

Si evince abbastanza facilmente come sia lo stesso PDA a ritenersi qualificato per tale insegnamento, giacché egli ci racconta (nella stessa pagina in esame):

<<La coscienza non può essere spiegata solo in termini di funzionamento fisiologico e sicuramente possiede una sua propria natura e realtà. L'osservato non è mai scisso dall'osservatore, l'immagine non può sostituirsi alla sostanza. L'individuazione mentale delle forme e dei nomi non basta a completare il quadro della vita dandogli un'interezza. Perciò alla ricerca di una matrice comune, a se stante ed allo stesso tempo onnicomprensiva, alla ricerca di una matrice comune, a se stante ed allo stesso tempo onnicomprensiva, mi sono interrogato ed ho indagato sulla natura di colui che si interroga. Ho chiamato questo riflettere sulla riflessione: Spiritualità Laica. Il mio percorso verso la realizzazione dell'unitarietà della vita è iniziato nel 1973, durante una profonda esperienza "spirituale" ottenuta alla presenza del mio Maestro Swami Muktananda. Da quel momento imparai a riconoscere l'ambiente, le persone, tutto ciò che si manifesta nel mondo, come una proiezione della stessa coscienza. Coscienza e materia non sono separati. In considerazione di ciò la mia vita assunse nuovo significato e non vedendo divisione fra l'io e l'altro anche il mio agire si uniformò a questa consapevolezza. Tutto si manifesta in ogni singola parte e ogni parte compartecipa al tutto. In seguito trovai che questa percezione aveva una somiglianza anche con le descrizioni del sentire bioregionale e dell'ecologia profonda. Mettere in pratica questo sentire olistico è lo spontaneo risultato di quella esperienza iniziale, ma non è un sentiero tracciato, è essenzialmente una capacità di rispondere alle diverse situazioni nel modo più adeguato senza dover ricorrere al costruito basato sulla memoria. Non che la memoria diventi inutile o dannosa, anzi acquista nuovo significato in considerazione dell'arricchimento che essa ne riceve ad ogni nuova esperienza, senza dover sottostare all'obbligo di una corresponsione con esperienze precedenti, in modo che non sia una trappola nella quale restare invischiati. Il riciclaggio della memoria è la capacità di recuperare in altre forme quei modi che servirono alla soddisfazione di altre e diverse esperienze e situazioni. Non quindi memoria nella ripetitività del discorso ma nell'accrescimento della capacità di risposta. Inutile cercare di dare dettagliate spiegazioni.. si potrebbe solo definire: capacità di crescita>>.

Insomma, gli studenti <<nelle scuole di Stato>> (ma, presumo, via via tutta l’umanità confliggente) dovrebbero esser messi nella condizione di conseguire quella <<profonda esperienza "spirituale">> realizzata da PDA, <<verso la realizzazione dell'unitarietà della vita>>.

Ma, anche qui, NON si può fare a meno di notare come la deriva da lui attribuita con sicumera a <<tutti gli assuntori di una religione od ideologia>>, ai <<padri della chiesa>>(!), ai <<maestri della fede>>(!) nonché ai <<docenti supremi della verità>>(!), si RITORCA CONTRO DI LUI il quale, invece, si crede estraneo a tutto ciò in nome della sua privilegiata <<profonda esperienza "spirituale">> e che perciò lo legittimerebbe ad <<ergersi al di sopra dell’umanità>> ancora retrivamente invischiata nelle religiose/ideologiche contrapposizioni, offrendosi, egli, quale vero antidoto contro <<tutti coloro che si arrogano il diritto di insegnare un “loro” vangelo>> giacché, nel suo caso, il <<vangelo>> di cui PDA predica l’insegnamento, non potrà che esser costituito dalla SUA e ripeto S-U-A personalissima (di contro ad <<un “loro” vangelo>>) <<profonda esperienza "spirituale">>.

ATTENTI ai Guru in vesti umanitarie!

 

Roberto Fiaschi

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martedì 6 maggio 2025

175)- GESÙ «GIOCÒ A NASCONDINO CON LE GUARDIE DEL TEMPIO»?

Ebbene sì, c’è anche chi arriva a scrivere questo…

Presento un ulteriore tentativo di puerile e grottesca critica al Cristianesimo (in questo caso al Vangelo di Giovanni) da parte di Lillo Paris Bobigny: odptorenSs77a4c0gi61ufc0l45 2013u9u1hi1524u381umu52iimg5h3l6; il primo tentativo l’ho trattato nel post n° 174.  

Udite udite, secondo l’acutissimo sguardo critico di LPB, Gesù avrebbe <<giocato a nascondino con le guardie del tempio>>, e ciò smentirebbe la storicità di questo nonché di quasi tutto il vangelo di Giovanni!

Addentriamoci, allora, nella sofisticata perizia esegetica effettuata dal nostro LPB; constateremo fin dove possa spingersi l’ossessione di una persona decisa a tutti i costi di evidenziare le incongruenze del Cristianesimo.

Come di consueto, riporto l’intero post intitolato:

<<QUANDO GESÙ GIOCÒ A NASCONDINO CON LE GUARDIE DEL TEMPIO>>.

Eccolo:

<<Dal Vangelo di Giovanni, cap. 8, vv. 58-59: "Rispose loro Gesù: 'In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono.' Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio." È il fiore all'occhiello dei cristiani, in particolare dei cattolici, che vanno "matti" per il Vangelo di Giovanni. Ma ricostruiamo con ordine, a beneficio di chi crede ciecamente nella storicità dei discorsi di Giovanni e delle sue situazioni al limite del surreale:

E le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo, nel successivo cap. 9, vv. 1 e ss., Gesù, dopo la sassaiola, se la spassa lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'". Ci aspetteremmo che Gesù risponda: "Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza". E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco. L'ironia di queste riflessioni è soltanto apparente – e si tranquillizzino i gentili lettori cristiani – perché sotto la veste apparentemente ironica nascondono un problema serio sotto il profilo teologico ed esegetico: quanto i discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo siano "storici" e quanto siano "teologia narrativa", ossia quel genere letterario della sapienza ebraico-ellenistica con la quale si fa passare un ammaestramento morale sotto la veste letteraria di un racconto; di simili espedienti narratologici la letteratura giudaico-ellenistica e lo stesso Talmud offrono numerosi esempi. La "teologia narrativa" costituiva un vero e proprio genere letterario assai usato dai rabbini di quel tempo e confluiva infine nel Midrash, capolavoro della letteratura edificante di tipo ebraico. Anche nelle agiografie dei santi cristiani abbiamo parecchi esempi di storie edificanti, che nessuno storico serio (nemmeno credente) prenderebbe per fatti realmente accaduti: San Francesco che parlava agli uccellini, che stipulava una pace tra il feroce lupo di Gubbio e gli abitanti della città che egli terrorizzava, che parlava con il lupo stesso facendone il primo convertito tra le fiere; che era seguito dagli animali del bosco; la storia del povero eremita medievale di nome Paolo che viveva nel deserto e al cui nutrimento provvedevano dei corvi che gli portavano ogni giorno un pezzetto di pane nel loro becco; il fraticello specializzato in voli aerei che una volta salvò la vita a un operaio che precipitò dal parapetto della casa, facendolo restare sospeso per aria; le fiamme del rogo di Policarpo martire che in modo miracoloso si separarono dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui, dalla quale uscì una colomba, con grande sgomento del boia e di tutti i presenti; la sua lingua tagliata per ordine del governatore romano che aveva ordinato il supplizio ma che fece parlare Policarpo assai più speditamente di prima; chissà perché poi la scure del boia non perse il suo potere; e ancora il miracolo della ministra moltiplicata per i poveri del suo refettorio da San Filippo Neri; Sant'Antonio da Padova che uscì miracolosamente illeso da una minestra avvelenata somministratagli da un nobile che lo aveva invitato a pranzo, fingendo interesse per la sua missione presso i poveri: in realtà era uno strozzino che riduceva sul lastrico la povera gente prestando denaro a interessi usurai; e che dunque nella difesa dei poveri da parte di Antonio vedeva una minaccia al proprio portafoglio. A questa letteratura si deve guardare con il massimo rispetto perché trasmette certi valori morali, ma il suo valore storico è pari allo zero. La stessa argomentazione vale in linea di principio per le narrazioni di Giovanni, un autore che quanto a inventiva non è da meno del suo "omonimo" molto meno famoso di lui. Davanti all'ennesimo proclama esaltato sulla sua uguaglianza con Dio, gli Ebrei "sclerano" – come si dice oggi – e in uno scoppio di rabbia accumulata da tanto tempo contro quel "fanatico", gli scagliano addosso dei sassi. Ma nessuno di questi colpisce Gesù, il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo! Come nel caso di Policarpo che continuava ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice! E come le fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui! Giovanni ha gettato le basi – non so quanto in modo volontario con le sue invenzioni letterarie – della successiva letteratura edificante. Certo che questi Ebrei, quando discutono con Gesù, erano lì davanti a lui, ma non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi. E invece tutto finisce con una singola esplosione di rabbia perché Gesù si nascose; dove andò quando si nascose? E qui andiamo al titolo semiserio del mio intervento: le guardie del Tempio, agli ordini del sommo sacerdote, che fecero, incominciarono a giocare a nascondino con lui? Se un simile episodio fosse accaduto nella realtà, poteva nascondersi pure a Vindobona, le autorità del Tempio gli avrebbero dato la caccia, scovato, e portato davanti a un tribunale penale ebraico dove sarebbe stato processato per blasfemia, e la legge di Mosè avrebbe erogato la punizione che essa stabiliva per chi bestemmiava: la lapidazione. Insomma: un Giudeo che per tre anni percorre Gerusalemme e dintorni lanciandosi in proclami così esaltati sulla sua persona e che provoca come reazione quattro pietre tirate alla fine, quando proprio non se ne può più, in un singolo scoppio di collera. E finì? Ricordo la mia prof. dei tempi del liceo, Vittoria Gentile, nipote del grande filosofo hegeliano, dirmi sempre: "E finì? Un na finutu lu discurrsu, bonagiusu!" Era molto esigente, come tutti i prof. di quel tempo, e riteneva che la mia risposta non fosse esauriente o completa. La giudicavo pesantuccia allora, ma a distanza di tanto tempo gliene sono grato, col senno di poi. Perfino a J. Ratzinger, nel suo "Gesù di Nazareth", venne qualche dubbio sulla "storicità" dei discorsi di Giovanni, e dubbi ancora più forti vengono a Bart Ehrman, uno dei più grandi biblisti contemporanei. Anche il prof. Mauro Pesce è dell'avviso che, se vogliamo trovare tracce del Gesù storico, è ai Sinottici che dobbiamo volgere la nostra attenzione, specialmente Marco e Matteo. Giovanni appare più come un testo costruito sulla base della filosofia greca, tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù. E su questo concordano pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole. È ora il caso di dirlo: nessun ebreo – afferma Bart Ehrman – poteva impunemente per tre anni di seguito percorrere la Galilea e arrivare fino a Gerusalemme dicendo a tutti: "Io sono Jahweh sceso in forma umana". Non sarebbero intervenuti i Romani, non ve n'era bisogno, perché sarebbe stato processato e lapidato come blasfemo già ai suoi primi proclami esaltati. E senza giochetti a nascondino. È chiaro che l'autore di Giovanni – chiunque egli sia – può propinare una simile storiella "edificante" agli abitanti di Efeso, dove è accertato che scrisse il suo Vangelo; a gente che non sapeva nulla di usi e costumi giudaici. Gente che viveva a migliaia di km di distanza, in gran parte o pagani o genti ellenistiche (Ricordiamo che Efeso era una delle più importanti città della Grecia, sede del grande tempio in onore alla dea Artemide, la Parthenos, la dea vergine). Giovanni Bonagiuso>>.

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Bene.

L’esimio esegeta LPB o Giovanni Bonagiuso che dir si voglia, ci ricostruisce <<con ordine, a beneficio di chi crede ciecamente nella storicità dei discorsi di Giovanni e delle sue situazioni al limite del surreale:

E le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo, nel successivo cap. 9, vv. 1 e ss., Gesù, dopo la sassaiola, se la spassa lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'". Ci aspetteremmo che Gesù risponda: "Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza". E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco>>.

Come chiunque può constatare, l’acume dell’infaticabile ‘studioso’ è anche accompagnato da uno spiccatissimo senso dell’ironia da fare impallidire i redattori di Charlie Hebdo.

Ma innanzitutto, da dove evince con infallibile certezza, il nostro ‘Sherlock Holmes’, che ove leggiamo <<passando>> nel versetto 1 del capitolo 9, si debba intendere un evento cronologico immediatamente successivo al versetto 59 del capitolo 8 dove <<Gesù si nascose e uscì dal tempio>>?

LPB ce lo ‘garantisce’ sulla base della sua arbitraria ‘logica’ preconcetta e nulla più...

Tuttavia, dobbiamo sempre AGEVOLARE al massimo la critica, per cui proviamo ad ammettere che il transito dal versetto 59 del capitolo 8 al versetto 1 del capitolo 9 testimoni effettivamente che <<Gesù, dopo la sassaiola, se la spass[asse] lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'">>.

LPB inoltre aggiunge:

<<Certo che questi Ebrei, quando discutono con Gesù, erano lì davanti a lui, ma non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi. E invece tutto finisce con una singola esplosione di rabbia perché Gesù si nascose; dove andò quando si nascose? E qui andiamo al titolo semiserio del mio intervento: le guardie del Tempio, agli ordini del sommo sacerdote, che fecero, incominciarono a giocare a nascondino con lui?>>

Ebbene, dove sarebbe il tremendo problema?

LPB osserva che <<le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo>>.

Egli non riesce a considerare che se <<Gesù si nascose e USCÌ dal tempio>>, allora vuol dire che riuscì a rendersi irreperibile/imprendibile, per cui quale <<caccia>> avrebbero dovuto dargli <<le guardie del tempio>>, se appunto Gesù ormai era già FUORI dal tempio?

Eppure ciò non basta per LPB, giacché si domanda:

<<dove andò quando si nascose?>>

Questa sì che è la sola ed autentica domanda del terzo millennio!

La risposta è:

non lo potremo mai sapere, visto che si NASCOSE…

Vi è anche da chiedersi donde gli derivi il dono di prevedere gli effetti dei comportamenti di Gesù per come essi sarebbero DOVUTI avvenire, giacché LPB si sarebbe aspettato che Gesù rispondesse:

<<"Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza">>!

Peccato, perciò, che almeno in questo caso, il dono di LPB abbia fatto cilecca, come riconosce sconsolato:

<<E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco>>.

Subito dopo, egli assume il tono ieratico tipico di colui che sta per annunciare una solenne verità:

<<L'ironia di queste riflessioni è soltanto apparente – e si tranquillizzino i gentili lettori cristiani – perché sotto la veste apparentemente ironica nascondono un problema serio sotto il profilo teologico ed esegetico: quanto i discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo siano "storici" e quanto siano "teologia narrativa", ossia quel genere letterario della sapienza ebraico-ellenistica con la quale si fa passare un ammaestramento morale sotto la veste letteraria di un racconto; di simili espedienti narratologici la letteratura giudaico-ellenistica e lo stesso Talmud offrono numerosi esempi>>.

Affermando che i <<discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo>> siano <<"teologia narrativa">>, LPB mostra di aver scoperto L’ACQUA CALDA e magari, chissà, crede di essere stato il primo!

Tuttavia ciò NON TOGLIE affatto che la <<"teologia narrativa">> abbia il supporto della testimonianza storica _ a dispetto della mera opinione di LPB secondo cui <<il suo valore storico è pari allo zero>> _, come infatti anche il biblista/esegeta Rinaldo Fabris (e non è certo l’unico) riconosce esplicitamente:

LPB prosegue perciò avvertendoci che <<La "teologia narrativa" costituiva un vero e proprio genere letterario assai usato dai rabbini di quel tempo e confluiva infine nel Midrash, capolavoro della letteratura edificante di tipo ebraico. Anche nelle agiografie dei santi cristiani abbiamo parecchi esempi di storie edificanti, che nessuno storico serio (nemmeno credente) prenderebbe per fatti realmente accaduti>>.

Egli confonde volutamente (o per ignoranza?) il genere letterario “Vangelo” con le agiografie e le <<storie edificanti>>.

È palese come LPB sia rimasto fermo inchiodato alla “seconda ricerca” del Gesù storico, al massimo potrà essersi spinto fino al “Jesus Seminar”, ignorando la “terza ricerca” nonché la necessità di una “quarta ricerca” (peraltro già cominciata) promossa da Craig Blomberg…

Ma poi, alla fin fine, noi A CHI dovremmo seriamente prestar FIDUCIA?

All’universalmente super-stra-arci-noto esegeta LPB, con le sue SURREALI nonché INFANTILI ricostruzioni, oppure allo stesso evangelista Giovanni, il quale ebbe a scrivere:

<<Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate>> (Giov. 19:35);

<<Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo>>. (I Giov. 1, 1-3).

Proseguiamo.

LPB scrive:

<<Davanti all'ennesimo proclama esaltato sulla sua uguaglianza con Dio, gli Ebrei "sclerano" – come si dice oggi – e in uno scoppio di rabbia accumulata da tanto tempo contro quel "fanatico", gli scagliano addosso dei sassi. Ma nessuno di questi colpisce Gesù, il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo! Come nel caso di Policarpo che continuava ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice! E come le fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui! Giovanni ha gettato le basi – non so quanto in modo volontario con le sue invenzioni letterarie – della successiva letteratura edificante>>.

Anche qui, la miopìa esegetica di cui soffre LPB non gli consente di distinguere testi differenti.

Si stupisce che Gesù non resti colpito dai sassi <<il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo!>>

Ora, scendendo al puerile livello nel quale si muove LPB, qualche sasso potrebbe anche aver colpito Gesù, il testo non lo dice, né importa granché, se non ai cavillatori come LPB.

Ed invece no, perché LPB sa già che <<non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che [gli ebrei] dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi>>…

Certo, <<questi Ebrei>> che hanno lanciato sassi a Gesù hanno avuto circa 1200 anni di tempo per allenarsi, poiché erano già nati <<dai tempi di Mosè>>, per cui è impossibile che almeno un sasso non l’abbia colpito!

Per questo LPB grida: <<miracolo!>> 

Eppure, nonostante LPB scriva: <<Come nel caso di Policarpo […]>>, <<come le fiamme del rogo […]>>, chiunque (tranne lui) vede bene che sfuggire ad una sassaiola è evenienza ben diversa dal continuare <<ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice!>> nonché dalle <<fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui>>…

Ma, ormai si è capito, al nostro climber on the mirrors preme soltanto screditare la storicità del Vangelo di Giovanni, per cui qualsiasi corbelleria gli possa venire in mente, ritiene sia degna di esser postata…

LPB:

<<Giovanni appare più come un testo costruito sulla base della filosofia greca, tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù. E su questo concordano pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole>>.

Ma che il testo giovanneo sia una <<tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù>> NON è affatto sostenuto _ come si inventa LPB _ da <<pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole>>.

Glielo faccio dire proprio dal suo amato Bart Ehrman (Did Jesus Exist? The Historical Argument for Jesus of Nazaret, Harperone 2013, p. 265):

<<Alcune fonti precedenti al Vangelo di Giovanni provengono dai primi anni del movimento cristiano, come si deduce dal fatto che tradiscono le loro radici negli ambienti palestinesi di lingua aramaica. Questo le colloca nei primi giorni del movimento, alcuni decenni prima della stesura del Vangelo di Marco>>;

capito LPB o Giovanni Bonagiuso?

Ne faccia tesoro…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 19 aprile 2025

169)- CARLO ROVELLI: DIO E LA SCIENZA

In un’intervista al fisico Carlo Rovelli (https://www.repubblica.it/esteri/2014/10/28/news/rovelli_scienza_e_fede_devono_restare_separate_nonostante_le_parole_di_papa_francesco-99201117/), Stefania Parmeggiani gli domanda:

<<Ha senso domandarsi se c'è stato un prima? Il Big Bang non si pone al di fuori del tempo?>>

Carlo Rovelli risponde: <<Che prima del Big Bang non esistesse il tempo è una possibilità, ma ci sono altre possibilità, ad esempio possiamo pensare a un altro universo prima di quello che vediamo... È una sciocchezza che la Chiesa leghi se stessa a una teoria scientifica. Potrebbe essere smentita il giorno dopo. La ricerca della scienza non ha nulla a che vedere con i racconti della Genesi. Lemaitre consigliò a Pio XII di non confondere piani diversi. Quel consiglio è ancora valido>>.

Vero, molto rischioso LEGARSI <<a una teoria scientifica>> da parte della teologia.

Cosa vi è di implicito in quest’osservazione di Rovelli, ma che egli si guarda bene dall’esplicitare?

Vi è che, siccome una qualsiasi teoria scientifica <<Potrebbe essere smentita il giorno dopo>>, allora è <<una sciocchezza>> _ da parte di chiunque _ legarsi anche ad una qualsivoglia teoria scientifica, appunto perché essa <<Potrebbe essere smentita il giorno dopo>> da un’altra teoria.

Sempre Rovelli, nella medesima intervista, alla domanda:

<<È possibile trovare Dio nella Scienza?>>,

ha risposto:

<<No. C'è un unico modo in cui la scienza può spiegare Dio: attraverso l'antropologia e la psicologia. Può studiare il fenomeno religioso e come l'umanità, nel suo farsi, lo abbia costruito. Ma certo non può cercare il divino nello spazio, nel tempo e nelle leggi della fisica. Questo non vuol dire che gli scienziati non sentano il mistero, la meraviglia o la sacralità dell'universo. Questi sono sentimenti umani, che restano veri con o senza Dio>>.

Qui, Rovelli si SMENTISCE senza accorgersene, giacché il suo perentorio <<No>> potrebbe anch’esso <<essere smentit[o] il giorno dopo>> da un altro <<No>>.

Così, è <<una sciocchezza>> affermare che l’<<unico modo in cui la scienza può spiegare Dio>> avvenga <<attraverso l'antropologia e la psicologia>>;

infatti quell’<<unico modo>> potrebbe <<essere smentit[o] il giorno dopo>> da un altro <<modo>>, cosicché, quello a cui si è legato Rovelli NON SIA PIÙ l’<<unico modo in cui la scienza può spiegare Dio>>.

È altrettanto <<una sciocchezza>> sentenziare:  

<<Ma certo non può cercare il divino nello spazio, nel tempo e nelle leggi della fisica>>; Rovelli <<Potrebbe essere smentit[o] il giorno dopo>> da un’altra (provvisoria) “certezza”…

Ed è nuovamente <<una sciocchezza>> asserire che sia <<un grave errore dire che il Big Bang esige l'intervento di un creatore divino>>, sempre per il fatto che tale affermazione potrebbe <<essere smentita il giorno dopo>>…

Poiché Rovelli ha dichiarato <<di essere serenamente ateo>>, sorge il sospetto che laddove alcuni indizi possano MINARE il suo ateismo, l’accortezza di dire: <<È una sciocchezza>> legarsi <<a una teoria scientifica. Potrebbe essere smentita il giorno dopo>> NON VALGA PIÙ

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 10 marzo 2025

163)- E ROMANINO ROMANO SENTENZIÒ: «GESÙ UNA RIDICOLA MESSINSCENA»


Questo lungo post è rivolto principalmente a personaggi come
Romanino Romano
(vedasi anche il post n° 162), il quale non si fa scrupoli nel salire in ‘cattedra’ ( = YouTube!) per contribuire _ tra numerosi INSULTI e BUGIE _  a dare il colpo di grazia alla nostra già traballante ‘cultura’.

Ad esempio, leggiamo una parte di quanto ha scritto sotto il suo video https://www.youtube.com/watch?v=ZNaCSuqd93U intitolato:

<<Gesù Una Ridicola Messinscena … Ecco Le Prove>>.

Naturalmente, di tali <<prove>> egli non ne fornisce NEPPURE L’OMBRA, ma comunque leggiamolo:

<<Ci scommetto neanche i più convinti cattolici useranno la propria influenza per difendere il loro fantomatico Gesù ... Questo è quello che avrei voluto ancora dire se il disgusto non mi fermava … Nella storia del tempo non vi è nulla che parla di lui … Il vangelo è il solo documento che ci parla di Gesù … la storia è muta … pertanto possiamo dire che se la Bibbia non fosse stata scritta oggi parleremo di altri miti precedenti alla falsa storia del detto Gesù … Non c’è un solo documento risalente all’epoca di Gesù … di origine Ebraica … Romana … Greca o Araba … che parli di un uomo che faceva miracoli ... Ci troviamo con il stesso problema per quanto riguarda il detto Babbo Natale ... Gesù è solo una figura mitologica in linea con la mitologia Greca … Romana … Egiziana o Sumera … ma di certo non una figura storica ...>>.

Per non perder tempo a rispondergli, riporto di seguito <<Un’analisi completa di tutte le fonti extrabibliche e le fonti non cristiane su Gesù, provenienti dal mondo ebraico, pagano e romano>>, così potrete rendervi conto di quanta TRONFIA IGNORANZA costui riesca a diffondere nelle teste di quei poveri disgraziati che lo seguono entusiasti. 

Roberto Fiaschi

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LE FONTI STORICHE NON CRISTIANE SU GESÙ DI NAZARETH?

Un’analisi completa di tutte le fonti extrabibliche e le fonti non cristiane su Gesù, provenienti dal mondo ebraico, pagano e romano. Una mole di informazioni maggiore rispetto a quella di moltissimi altri personaggi storici.

Negli ultimi secoli c’è stato un confronto serrato sul problema dell’esistenza storica di Gesù Cristo.

Oggi nessuno studioso serio mette più in dubbio la storicità di Gesù di Nazareth, anche grazie alle fonti non cristiane, a quelle extrabibliche e all’aumento di attendibilità storica guadagnata dai vangeli canonici e dagli scritti neotestamentari.

In realtà le fonti non cristiane non servono molto a convalidare la storicità della vita di Gesù, sono infatti ampiamente sufficienti le fonti cristiane.

Ecco come lo studioso agnostico B.D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, scrive a proposito della affidabilità delle fonti cristiane:

«Le fonti evangeliche sono bastate a convincere quasi tutti gli studiosi che si sono anche solo interessati al tema. Parliamo di un certo numero di vangeli del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Attestano l’esistenza di Gesù e convalidano lo stesso insieme di dati […], attingono a un numero ampio di scritti antecedenti, vangeli che non ci sono pervenuti ma sono quasi certamente esistiti. E’ stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alcuni di essi risalgono come minimo agli anni Cinquanta dell’era volgare e sono, a loro volta, indipendenti uno dall’altro […]. Ciascuno di essi si fonda su tradizioni orali, alcune ebbero origine nelle comunità palestinesi di lingua aramaica, probabilmente agli anni Trenta, non molto dopo la data tradizionale della morte di Gesù […]. Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture inspirate, i vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti»1.

Va sottolineato fin da ora che le fonti extrabibliche e non cristiane su Gesù non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai vangeli.

Piuttosto possono essere utili per confermare tali scritti che restano pienamente sufficienti a sostenere la storicità dei dati che affermano.

1. LE FONTI NON CRISTIANE SU GESU’, PERCHE’ COSI’ POCHE?

La gran parte delle fonti non cristiane sul Gesù storico sono di scarso valore.

Il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, ha spiegato:

«Le fonti pagane ed ebraiche sul cristianesimo dei primi secoli sono per lo più scarse e brevi. Tale peculiarità è dovuta soprattutto all’origine insignificante della fede cristiana, che fa la sua comparsa nel mondo come un fatto umano qualsiasi e per giunta in Palestina, una regione del tutto emarginata dai centri di potere»2.

Anche l’eminente studioso J.P. Meier, professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University e tra i più importanti biblisti moderni, ha confermato:

«Dal punto di vista della letteratura giudaica e pagana del secolo successivo a Gesù, il Nazareno fu al massimo un puntino sullo schermo del radar […]. Fu semplicemente insignificante per la storia nazionale e mondiale, agli occhi degli storici giudei e pagani del I. sec. e dell’inizio del II sec. d.C.», senza contare che «il processo e l’esecuzione di Gesù lo resero marginale in un modo terrificante e ripugnante». Di fatto, «Gesù per primo marginalizzò se stesso»3.

Il biblista italiano Romano Penna, ordinario di Origini Cristiane presso la Pontificia Università Lateranense, a sua volta ha commentato: «Il mondo della grande cultura greca e romana del I secolo è rimasto del tutto estraneo alle origini del fatto cristiano, le quali da una parte non avevano titoli umani sufficienti per richiamare la sua attenzione, e dall’altra neppure lo pretendevano»4.

Gli evangelisti, sottolinea ancora Meiernon avevano alcuna intenzione di creare quella che oggi intendiamo essere una biografia storica, «le fonti rimaste su Gesù non hanno mai avuto l’intenzione di registrare tutto o la maggior parte delle parole e delle azioni del suo ministero pubblico, per non parlare del resto della sua vita»5.

Occorre considerare che, per chi crede, tutto questo non scandalizza affatto ma, anzi, conferma la principale caratteristica di Dio: l’umiltà dell’introdursi tra gli uomini silenziosamente, partendo da un pugno di poveri pescatori in una piccola e povera regione di una marginale provincia romana.

Bisognerebbe tuttavia anche ricordare che abbiamo perso tutti gli archivi di Gerusalemme a causa delle distruzioni operata da Vespasiano e poi da Adriano6.

Karl Adam, professore di teologia morale presso l’Università di Strasburgo, ha fatto notare che anche «l’insieme della tradizione letteraria dell’epoca dell’impero romano fino ai tempi di Tacito e Svetonio è andata perduta»7.

Rispetto allo storico romano Tacito, ad esempio, sono andati perduti molti libri della sua opera Annali, nella quale ha delineato la storia di Roma dal 14 al 68 d.C.

«Sfortunatamente», ha osservato J.P. Meier«una delle lacune negli Annali si trova nella trattazione del 29 d.C., con la narrazione che riprende nel 32 d.C. Di conseguenza, l’anno più probabile del processo e della morte di Gesù (30 d.C.) non è presente negli attuali manoscritti degli Annali»8.

Gli elementi della storia antica, così come i dati principali nella vita di Gesù, restano sempre approssimativi e «lo stesso vale per la maggioranza dei personaggi storici dell’epoca greco-romana […]. Le lamentele per la scarsità e la ambiguità delle fonti sono un tratto comune alla maggior parte delle biografie degli imperatori romani»9.

Flavio Giuseppe, ad esempio, non viene mai nominato nelle fonti greche e romane, non c’è nessun testimone oculare per lui. Ma non conosciamo la data di nascita e morte di Erode Antipa, di Ponzio Pilato, di Girolamo e degli imperatori Nerva e Traiano. Quello che sappiamo con certezza di Alessandro Magno può essere raccolto in poche pagine (oltretutto risalenti a 400 anni dopo la sua morte), così come per Socrate, la prima menzione di Erodoto risale a 100 anni dopo la morte.

Tornando a Gesù, è chiaro oltretutto che «giudei e pagani di questo periodo, se pure erano informati di un nuovo fenomeno religioso all’orizzonte, sarebbero stati più informati sul gruppo nascente chiamato cristianesimo che su colui che era ritenuto il suo fondatore, Gesù. Alcuni di questi scrittori, almeno, avevano avuto contatti diretti o indiretti con cristiani; nessuno di loro aveva avuto contatti con il Cristo che i cristiani adoravano»10

Se dunque consideriamo tutti questi fatti:
(1) l’insignificanza geografica del luogo in cui Gesù di Nazareth ha vissuto;
(2) l’impotenza sociale e politica dei suoi discepoli (pescatori, poveri, donne ecc.);
(3) la sua volontaria emarginazione;
(4) la perdita della maggior parte del materiale storico a lui contemporaneo (archivi di Gerusalemme);
(5) la scarsità di notizie certe sulla maggior parte dei personaggi storici grecoromani;
(6) l’intenzione degli evangelisti lontana dal realizzare una biografia ufficiale e completa di Gesù.

Ecco che allora risulta ancora più sorprendente essere in possesso di numerose notizie sul Gesù storico e sull’inizio del cristianesimo coincidenti e attendibili al di fuori dei Vangeli.

Come spiega J.P. Meier«Gesù fu un ebreo marginale, che guidò un movimento marginale in una provincia marginale di un immenso impero romano. Desta meraviglia che qualche giudeo o pagano colto lo abbia conosciuto o si sia minimamente riferito a lui nel I sec. o all’inizio del II. Sorprendentemente, c’è un certo numero di possibili riferimenti a Gesù»11.

A sua volta Michael K. Licona, studioso di Nuovo Testamento e docente di Teologia presso la Houston Baptist University, ha scritto: «sfido a citare qualcuno diverso da Gesù che sia vissuto nel primo secolo (ad esempio, Augusto, Tiberio, Nerone, ecc) e che è stato menzionato da almeno 10 scrittori che non condividono le sue convinzioni, e che scrivono entro 150 anni dalla sua vita. Non esiste alcuna persona del primo secolo così attestata come lo è Gesù»12.

2. LE FONTI NON CRISTIANE SU GESU’ DI NAZARETH

Gli studiosi distinguono tre grandi gruppi di fonti non cristiane su Gesù: quelle pagane greco-romane, quelle pagane siro-palestinesi e quelle ebraiche.

2.1 Le fonti pagane greco-romane su Gesù di Nazareth

Le testimonianze pagane greco-romane sono le più numerose a nostra disposizione, certamente la più importante è quella di Tacito, le altre -come vedremo- sono poco o per niente utili come fonti indipendenti sulla vita di Gesù.

a) Tacito

Lo storico e senatore romano Tacito (56/57-118 circa d.C.) attraverso la sua opera Annali, scritta tra il 115 e il 117 d.C., ha narrato la storia dell’Impero romano dalla morte di Augusto a quella di Nerone, cioè dal 14 al 68 d.C.

Ha utilizzato documenti ufficiali conservati negli archivi, memorie private di illustri personaggi e fonti storiografiche. Come già accennato, l’opera è andata in parte perduta, molte lacune sono evidenti anche nel VI libro nella parte dedicata agli anni 29-31 d.C. (periodo della morte di Gesù).

Negli Annali compare un breve riferimento retrospettivo a Gesù, quando l’autore accenna al tentativo di Nerone di incolpare i cristiani per il grande incendio di Roma (64 d.C.):

«Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio: e quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, riprendeva ora forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche in Roma, ove tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci»13.

L’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi.

«E’ un fatto evidente», scrive Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan, «che la maggioranza dei classicisti e degli studiosi della Bibbia concordano che in questo passaggio Tacito si sta riferendo a Gesù»14.

Come ha spiegato J.P. Meier«nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana […], i cristiani, considerati in se stessi, sono chiaramente disprezzati per i loro abominevoli crimini o vizi; essi costituiscono una superstizione morale o pericolosa»15.

Inoltre, il riferimento a Gesù è talmente «breve e di scarsa considerazione che difficilmente proviene da mano cristiana»16.

Anche B.D. Ehrman scrive: «Non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che» non ne sostenga l’autenticità. «E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù»17.

Tacito sembra aver utilizzato una fonte non cristiana e apertamente ostile al cristianesimo, oltretutto commettendo l’errore nel definire Pilato un “procuratore” della Giudea quando invece fu prefetto (come sappiamo dalle iscrizioni scoperte nel 1961 a Cesarea).

Questo elemento suggerisce che «Tacito, per sapere che cosa era accaduto a Gesù, non consultò alcun documento ufficiale scritto ai tempi in cui l’uomo fu giustiziato (ammesso che tali documenti siano esistiti). Pertanto riportò informazioni trasmesse oralmente […], nulla lascia a pensare che abbia acquisito dai vangeli le sue informazioni su Gesù»18.

Le informazioni più importanti fornite da Tacito in questo brano sono tre:

  1. Gesù muore sotto il regno di Tiberio (14-37 d.C.) e la prefettura di Pilato (26-36 d.C.);
  2. Gesù muore per un’esecuzione decisa dal governatore romano della Giudea, non si cita la crocifissione ma è implicito presupporla in quanto metodo utilizzato per gli ebrei giustiziati in Giudea da un governatore romano;
  3. Presuppone una rapida diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero.

In ogni caso, ha concluso J.P. Meier«Tacito ci fornisce un’antica testimonianza non cristiana dell’esistenza, della collocazione temporale e geografica, della morte e dell’incidenza storica perdurante di Gesù, ma non dice nulla»19 che già non sapevamo.

Con questa conclusione concordano C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, e N.T. Wright, tra i principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone, per i quali: «Anche se Tacito commette un lieve errore nell’elevare il grado di Pilato (era prefetto, non procuratore), la sua laconica sintesi concorda con ciò che troviamo in Flavio Giuseppe e nei vangeli cristiani»20.

B.D. Ehrman utilizza la testimonianza di Tacito come una delle dimostrazioni principali extratestamentarie dell’esistenza di Gesù: «Il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea»21.

b) Plinio il Giovane

Gaio Plinio Secondo (61-113 circa d.C.), nipote e figlio adottivo di Plinio il Vecchio, è stato uno scrittore romano noto per la sua intensa corrispondenza (12 libri di lettere).

Nel settembre 111 d.C. venne nominato legale per la provincia della Bitinia (Asia Minore) con potere consolare e durante il suo mandato tenne un fitto carteggio con l’imperatore Traiano (98-117 d.C.), al quale si rivolse per avere consigli su ogni tipo di questione.

Una delle epistole, la X,96 scritta nel 112 d.C., riguarda la persecuzione contro i cristiani che la sua carica gli impone di portare a compimento:

«E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata. Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma»22.

L’imperatore Traiano rispose alla lettera di Plinio con queste parole:

«Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi»23.

Gli storici concordano anche in questo caso sull’autenticità di entrambe le lettere.

Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, scrive che «il testo di queste due lettere è ben attestato e stabile, la loro autenticità non è seriamente contestata. Il loro stile corrisponde a quello delle altre lettere del Libro 10, ed erano note già al tempo di Tertulliano»24.

Le informazioni più interessanti che si possono trarre da questa corrispondenza sono principalmente tre:
(1) I cristiani sono soliti incontrarsi la domenica mattina, prima dell’alba, per intonare inni a Cristo «come se fosse un dio», e nel pomeriggio per celebrare l’agape o banchetto fraterno;
(2) Più volte viene segnalata l’assenza di qualunque pericolo e l’innocenza di tali raduni, rispondendo alle accuse che il popolo era solito attribuire ai cristiani (cannibalismo, in quanto mangiavano la carne del figlio di Dio e bevevano il suo sangue ecc.);
(3) I cristiani si impegnavano in comportamenti virtuosi, non commettendo delitti, furti, frodi, adulteri ecc.;

Secondo il biblista J.P. Meier«il fatto che Cristo sia trattato dai cristiani come un dio è qualcosa di nuovo nelle nostre scarse fonti non cristiane. Tuttavia non aggiunge nulla alla nostra conoscenza del Gesù storico»25.

Su questo B.D. Ehrman concorda pienamente: «Questo riferimento ci dice solo che nella regione dell’Asia Minore, agli inizi del II secolo, c’erano cristiani che adoravano qualcuno chiamato Cristo. Lo sapevamo già da altre fonti (cristiane) […]. Se non altro possiamo affermare che agli inizi del II secolo era opinione diffusa che Gesù fosse esistito, anche se l’accenno di Plinio non ci dice molto altro»26.

c) Svetonio

Lo scrittore romano Svetonio (69/70 – 140 d.C.) fu contemporaneo di Tacito e ricoprì tre incarichi a servizio dell’imperatore: archivista, preposto alla cura delle biblioteche imperiali e segretario redattore della corrispondenza imperiale.

Nella composizione dei suoi scritti attinse agli archivi imperiali e verso il 120 d.C. scrisse le biografie dei primi imperatore romani, da Augusto a Domiziano, precedute dalla biografia di Giulio Cesare.

Nel suo libro Vita dei Cesari, scritto attorno al 115 d.C., si legge:

«Poiché i Giudei si sollevavano continuamente su istigazione di un certo Cresto, li scacciò da Roma»27.

Lo stesso episodio è accennato negli Atti degli Apostoli (cfr. At 18,2).

Per quanto riguarda l’autenticità di questo passo si ignora quale fonte d’informazione abbia utilizzato Svetonio, «forse per un’informazione sbagliata o per un suo convincimento errato ritiene che a Roma sia presente un certo Cresto, istigatore della rivolta»28, scrive il biblista spagnolo J.M. Garcia.

Sempre Garcia, prosegue così:

«In realtà, si tratta solamente del motivo della disputa, quindi molto probabilmente qui si allude a Cristo e alla predicazione cristiana: la forma “Cresto” riferita a Gesù è sicuramente dovuta a una deformazione dell’epoca. Due dati importanti supportano questa possibilità: il fatto che il termine “cristiani” appare scritto in alcune opere romane come “chrestianos” e l’assenza del nome di Cresto negli epitaffi delle tombe giudaiche del I secolo»29.

Anche Tacito parla di “chrestianos” invece che di “christianos”, lo studioso dell’University of North Carolina B.D. Ehrman spiega infatti che «quel genere di errore era diffuso»30.

R.E. Brown, professore emerito presso l’Union Theological Seminary di New York, riferisce che «tra le diverse centinaia di nomi di giudei romani resi noti dalle catacombe giudaiche e da altre fonti, non appare alcun caso di “Chrestus”»31.

C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College, riferendosi alla forma “Cresto”, sostiene: «La variazione di ortografia era abbastanza comune ed è anche documentato nel migliore dei manoscritti del Nuovo Testamento»32.

Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan, scrive: «Concludiamo con la stragrande maggioranza di studiosi moderni che questa frase è vera»33.

Secondo J.P. Meier«forse la fonte usata da Svetonio identificava Cresto con Gesù, mentre Svetonio fraintese il nome come quello di qualche schiavo o liberto ebreo che provocava scompiglio nelle sinagoghe romane durante il regno di Claudio». Tuttavia, dal testo «non si ottiene alcuna nuova conoscenza sul Gesù storico»34.

Lo stesso pensa B.D. Ehrman«Anche se Svetonio si riferisce a Gesù sbagliando l’ortografia dell’epiteto, ciò non è di grande aiuto nella nostra ricerca dei riferimenti non cristiani […]. E’ troppo ambiguo perché possa essere di qualche utilità»35.

Svetonio non fornisce quindi nessuna nuova informazione, si possono tuttavia rilevare due cose interessanti:
(1) Nel 49 d.C. (è l’anno del decreto che espulse i Giudei da Roma) nella capitale dell’Impero c’era già una viva comunità cristiana;
(2) Gesù è già divenuto un «”segno di contraddizione”», come osserva il biblista R. Penna«cioè motivo di contesta all’interno dell’ebraismo romano. Questo Cristo sembra un sobillatore vivente e contemporaneo ai fatti»36.

Svetonio può essere stato indotto all’errore dal fatto che le comunità cristiane parlavano di Gesù come un vivente, morto, risorto e ancora presente. Lo testimoniano anche gli Atti degli Apostoli quando riportano il pensiero del governatore romano Festo sulla denuncia degli ebrei di Gerusalemme a Paolo: «Avevano solo con lui questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19).

d) Marco Cornelio Frontone

Il celebre oratore romano Marco Cornelio Frontone (100-168 d.C.) fu maestro di retorica dell’imperatore Marco Aurelio e senatore e console nell’anno 143 d.C.

Nel 162 (o 166) d.C. scrisse l’Orazione contro i cristiani di cui ci sono pervenuti soltanto alcuni riferimenti citati nell’apologia di Minucio Felice, Octavius:

«I cristiani, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte»37.

Non ci sono dubbi sull’autenticità del brano e, come facilmente si nota, la descrizione utilizza testimonianze ricavate da conversazioni con la gente, materiale di seconda mano.

Quelle di Cornelio Frontone sono accuse grossolane, confuse e di scarso valore (ricordiamo le parole di Giustino: «Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata»38).

Le notizie che riporta Cornelio Frontone sono comunque utili come conferma di alcuni elementi interessanti:
(1) Si riferisce alla morte di Gesù sulla croce;
(2) I cristiani si chiamano reciprocamente fratello e sorella (insegnamento di Gesù);
(3) I cristiani celebrano un banchetto sacro (la Messa).

e) Luciano di Samosata

Luciano di Samosata (115 circa – 200 circa d.C.) fu uno scrittore satirico, scettico e ironico.

Nel suo libro La morte di Peregrino, scritto attorno al 170 d.C., fa riferimento ai cristiani narrando la storia di un mascalzone (Proteo) che vive ingannando e sfruttando la gente, compresi i cristiani che descrive come sciocchi e ingenui.

Ecco il riferimento a Gesù:

«Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d’occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione […]. Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l’eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi»39.

Alcune espressioni di Luciano fanno pensare ad una diretta conoscenza di certi ambienti cristiani, tanto che alcuni studiosi non la ritengono una fonte indipendente dai vangeli (ad esempio J.P. Meier), altri invece sono a favore dell’indipendenza argomentando l’utilizzo di vocaboli non contenuti nel Nuovo Testamento (ad esempio R.E. Van Voorst40.

Le informazioni utili fornite da Luciano non sono comunque molte:
(1) Conferma la collocazione dell’origine del cristianesimo in Palestina;
(2) Conferma la crocifissione di Gesù da parte dei romani (il greco della lettera in realtà parla di un uomo impalato, la crocifissione fu un’evoluzione dell’impalatura «ma con molta probabilità il vocabolo da lui scelto ha carattere derisorio»41;
(3) Conferma che i Cristiani veneravano Gesù come un dio;
(4) Conferma la convinzione dei cristiani della vita eterna e l’amore fraterno che nutrono gli uni verso gli altri (insegnamento di Gesù);
(5) Cristo non viene mai nominato, è considerato un “sofista” ed il “primo legislatore” dei Cristiani, le cui leggi sono da essi seguite;

f) Petronio

Petronio fu consigliere letterario e maestro di stile alla corte dell’imperatore romano Nerone, succedendo a Seneca nel 62 d.C.

La sua principale opera è il romanzo Satyricon, scritto tra il 54 e il 68 d.C. (più probabilmente negli anni 64-65). In esso viene descritta a lungo una lussuriosa cena del liberto Trimalcione la quale somiglia incredibilmente ad un brano del vangelo di Marco.

Trimalcione si fa portare delle vesti preparate per la sua sepoltura invitando i convitati a considerare il pasto come il suo banchetto funebre:

«”Porta anche dell’unguento e un assaggio da quell’anfora, con cui voglio siano lavate le mie ossa” […] Subito aprì l’ampolla del nardo, unse tutti noi e disse “Spero che possa piacermi da morto quanto da  vivo”. Poi comandò che fosse infuso del vino in una brocca e disse “Fate come se foste stati invitati ai miei funerali”»42.

Una scena simile, come dicevamo, si svolge nel vangelo di Marco:

«Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo […] “Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”» (Mc 14, 3-9).

C’è un altro passo della cena descritta da Petronio che sembra ricordare i racconti evangelici:

«Mentre diceva queste cose, un gallo domestico cantò. Turbato da quella voce, Trimalcione comandò che fosse versato del vino sotto la tavola e che anche la lucerna ne venisse cosparsa. Poi passò l’anello nella mano destra e disse: “Non senza ragione questo trombettiere ha dato il segnale; infatti o dovrà scoppiare un incendio, o qualcuno dei vicini dovrà morire. Lungi da noi! Per cui, chi mi porterà questo accusatore riceverà un premio”. In men che non si dica venne portato un gallo da una casa vicina, che Trimalcione ordinò venisse cotto in pentola»43.

Relativamente al canto del gallo, nel resto della tradizione greco-romana è preannunzio del giorno e della vittoria, mai presagio di morte, qui «è invece ritenuto annuncio di una sciagura mortale -unico caso in tutta la letteratura classica insieme al Vangelo- e il gallo è detto index, denunciatore»44.

Effettivamente la definizione petroniana del gallo come index, ovvero, in linguaggio giuridico, come denunziatore, accusatore, sembra ricordare la funzione che rivestì il gallo nel vangelo di Marco, cioè quella di denunziare il triplice tradimento di Pietro (cfr Mc 14,30).

Sempre nel Satyricon compare anche l’episodio della matrona di Efeso, anch’esso pare avere reminiscenze evangeliche:

«Una matrona di Efeso, […] avendo perso il marito, […] seguì il defunto persino nel sepolcro. […] Nello stesso tempo il governatore della provincia comandò che fossero crocifissi dei ladroni proprio accanto al sepolcro nel quale la matrona piangeva il recente cadavere. La notte seguente, quando il soldato che sorvegliava le croci affinché nessuno togliesse i corpi per seppellirli, notò un lume splendere tra le tombe e udì il gemito di qualcuno che piangeva […] volle sapere chi fosse e che cosa facesse. Scese quindi nella tomba. […] Dunque giacquero assieme non solo quella notte nella quale fu consumato il loro imene, ma anche il seguente ed il terzo giorno, tenendo certamente chiuse le porte del sepolcro. […] Ma i parenti di un crocifisso, come videro diminuita la sorveglianza, tirarono giù di notte l’appeso e gli resero l’estremo ufficio. E quando il giorno successivo il soldato […] vide una croce senza cadavere, atterrito dal supplizio raccontò alla donna quello che era successo. […] Ella disse allora di togliere il corpo del proprio marito dall’arca e di attaccarlo a quella croce che era vuota. Il soldato approfittò dell’ingegno dell’avvedutissima donna, ed il giorno dopo il popolo si meravigliava di come quel morto avesse potuto salire sulla croce»45.

La citazione di un governatore provinciale (Pilato?), dei ladroni crocifissi, della guardia sepolcrale e dei tre giorni nel sepolcro, e infine il tema del trafugamento del cadavere (un’accusa rivolta ai cristiani già da tempo), «ci farebbero pensare ad una parodia del racconto della morte e risurrezione del Cristo»46 ha scritto lo storico del cristianesimo primitivo Andrea Nicolotti.

Possibili parodie dell’eucarestia cristiana potrebbero essere le allusioni di Trimalcione al vino, durante la cena, e nell’affermazione di Eumolpo di possedere un grande tesoro e volerlo lasciare in eredità agli amici «a patto che taglino a pezzi il mio cadavere e se lo mangino alla presenza del popolo […]. Perciò io esorto tutti i miei amici a non sottrarsi alla mia volontà, invitandoli a mangiarsi il mio cadavere con lo stesso gusto con il quale avranno di certo mandato a quel paese l’anima mia»47.

L’allusione caricaturale dell’ultima cena di Gesù è evidente, riprendendo anche l’accusa di cannibalismo affibbiata a lungo tempo ai cristiani.

Ma ci sono altri legami tra Trimalcione e la storia di Gesù.

Il protagonista del Satyricon afferma, ad esempio, di aver consultato un astrologo che gli ha predetto la morte dopo altri trent’anni, cosa della quale egli è persuaso. Trent’anni è anche l’età in cui morì Gesù. Anche lo stesso nome del protagonista, il rozzo villano arricchito Trimalcione, potrebbe essere una forma di parodia della Trinità cristiana: è di origine semitica e significa “tre volte re” (mlk in ebraico significa “re” ed è la parola che comparve nel cartiglio posto da Pilato sulla croce di Gesù: “Re dei re”).

Diverso tempo fa il teologo E. Preuschen, sottolineando le evidenti somiglianze tra il vangelo di Marco e i brani del Satyricon, sostenne (anche a causa dello stato degli studi sulla datazione dei vangeli del tempo) una imitazione di Petronio da parte dell’evangelista Marco48.

La tesi venne presto respinta: è impossibile pensare che un autore cristiano, determinato a testimoniare la vicenda di Gesù, copiasse da un romanzo assai famoso e diffuso, senza contare la satira dissacrante ben poco compatibile con la tragica morte di Gesù.

Più recentemente, la storica e biblista Ilaria Ramelli ha ripreso la tesi di Preusche ribaltandola: sarebbe stato Petronio a parodiare il vangelo di Marco, e non viceversa49 50.

Bisognerebbe dunque retrodatare la composizione di questo vangelo a prima del 66 d.C., data della morte di Petronio, mentre oggi la maggior parte degli studiosi fa risalire il testo di Marco al 70 d.C.

Analizzando gli argomenti di Ramelli, ecco l’opinione dello storico del cristianesimo Andrea Nicolotti:

«L’ipotesi della parodia del racconto evangelico non pare così azzardata […]. Al di là di questi sviluppi assolutamente innovativi, qualora fosse anche solo provato un collegamento tra gli avvenimenti evangelici ed il romanzo di Petronio nel modo sopra esposto, saremmo di fronte alla prima velata testimonianza non cristiana di Gesù e della sua Chiesa, redatta nel tempo in cui gli apostoli Pietro e Paolo predicavano e subivano il martirio nella capitale dell’impero romano. Fino a quel momento, possiamo solo considerare questa chiave interpretativa come una interessante ipotesi che necessita di ulteriore approfondimento»51.

I testi di Petronio contribuiscono al dibattito sulla datazione dei Vangeli, tuttavia non sono molto utili nel nostro percorso in quanto non aggiungono nulla di nuovo e le informazioni offerte suggeriscono una dipendenza dai testi evangelici, in particolare quello di Marco.

g) Tallo

All’interno di una sua Cronaca in lingua greca, lo storico romano di nome Tallo cita un fatto riguardante il giorno della morte di Gesù, ovvero l’oscuramento del cielo di cui parlano anche i vangeli (“Giunta l’ora sesta, si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona”, Mt 27,45 // Lc 23,44).

L’opera di Tallo è andata perduta, ma la citazione è ripresa dallo scrittore Sesto Giulio Africano (160/170 – 240 d.C.) nella sua Chronographia, opera anch’essa purtroppo andata persa.

Il riferimento è a noi noto in quanto è stato citato attorno all’anno 800 dallo storico Giorgio Sincello nell’opera Ecloga chronographica, dove asserisce di riportare un passo «tratto da Africano, riguardo agli eventi associati con la passione» di Gesù.

Sesto Giulio Africano avrebbe infatti scritto:

«Una terribile oscurità si abbatté su tutto il mondo, le rocce furono spezzate da un terremoto e molti luoghi della Giudea e del territorio restante furono abbattuti. Tallo, nel terzo libro delle Storie, definisce questa oscurità come eclissi del sole, a mio parere irragionevolmente»52.

Africano è solitamente ritenuto un autore affidabile e sull’autenticità della sua citazione ci sono pochi dubbi.

Non si conoscono invece le fonti dello storico Tallo, potrebbe aver appreso l’evento dai vangeli oppure avrebbe potuto basarsi su altre fonti.

Se Tallo è il Thallos samareus vissuto a Roma nella metà del I secolo, citato da Flavio Giuseppe, allora la sua testimonianza potrebbe essere il più antico riferimento non cristiano a Gesù, in quanto risalente a vent’anni circa dopo la sua morte53.

2.2 Le fonti pagane siro-palestinesi su Gesù di Nazareth

Tra le testimonianze pagane siro-palestinesi l’unica che può avere un’utilità è quella di Mara Bar Serapion, di cui parliamo qui sotto.

a) Mara Bar Serapion

Mara Bar Serapion è il nome di una persona che scrive una lettera al figlio per esortarlo a perseguire sempre la sapienza, la lettera è raccolta in un manoscritto siriaco del secolo VII (conservata oggi al British Museum).

Si ritiene54 che la missiva sia stata scritta agli inizi del II secolo o addirittura alla fine del I, molto probabilmente è successiva all’anno 73 d.C. date le circostanze storiche alle quali si fa riferimento (come la fuga da Samosata di alcuni cittadini).

Il testo di Mara Bar Serapion che ci interessa è il seguente:

«Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dall’aver ucciso Socrate? Ne ottennero carestia e morte. O gli abitanti di Samo per aver bruciato Pitagora? In un momento tutto il loro paese fu coperto dalla sabbia. O i Giudei, per il loro saggio re? Da quel tempo fu sottratto loro il regno. Dio vendicò giustamente la saggezza di questi tre uomini: gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samo furono travolti dal mare, i Giudei furono eliminati e cacciati fuori dal loro regno, e sono ora dispersi per tutte le terre. Socrate non è morto, grazie a Platone; né Pitagora, grazie alla statua di Hera, né il saggio re, grazie alle nuove leggi che ha stabilito»55.

L’autore non è certamente cristiano altrimenti non parlerebbe (come fa altrove nel testo) dei «nostri dèi», né della permanenza in vita di Cristo in questi termini, tanto meno porrebbe Cristo e i filosofi greci sullo stesso piano.

Tra gli studiosi c’è un consenso di massima nell’identificare il “saggio re dei Giudei” con Gesù di Nazareth56.

Il biblista Romano Penna ha scritto: «L’esecuzione di un “re saggio” non può riferirsi da altri» se non a Gesù, «poiché la storia non conosce alcun re d’Israele condannato a morte dagli stessi ebrei: né davididi, né asmonei, né erodiadi»57.

Inoltre, ha proseguito l’esimio biblista, «la qualifica ripetuta di “re saggio” può riferirsi molto bene a Gesù di Nazareth» visto che «contiene una doppia allusione: al motivo ufficiale della sua condanna come “re dei giudei” (Mt 27,37//Mc 15,26//Lc 23,38 e Gv 19,19-21); e alla saggezza del suo messaggio morale»58.

Significativa l’informazione offerta sui motivi che hanno causato la morte di Gesù, dal momento che attribuisce la sua condanna a morte ai giudei piuttosto che ai romani. I tempi sono inoltre congruenti: la morte di Gesù è seguita dopo alcuni decenni dalla caduta di Gerusalemme e dalla fine del regno. Il documento potrebbe quindi costituire una delle prime, se non la prima, testimonianza storica esterna all’ambiente cristiano o ebraico a Gesù (scritta quarant’anni dopo la morte di Gesù).

2.3 Le fonti ebraiche su Gesù di Nazareth

Gli studiosi si sono divisi sull’importanza delle fonti ebraiche in rapporto alla storicità del cristianesimo: a parte l’importante testimonianza di Flavio Giuseppe, rimangono i testi del Talmud, uno dei libri sacri dell’ebraismo.

Alcuni storici negano completamente qualsiasi riferimento a Gesù nei testi rabbinici, altri sostengono che i materiali rabbinici primitivi (compresa la Mishnà) non parlano di Gesù, pur ammettendo l’esistenza di alcune allusioni negli scritti tardivi ai quali però non attribuiscono alcun valore storico.

Ad esempio J.P. Meier afferma: «Al contrario di altri studiosi non penso che il materiale rabbinico […] ci offra nuove informazioni affidabili o detti autentici, indipendenti dal Nuovo Testamento»59.

Dello stesso avviso anche C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College: «Un serio problema nel fare uso di queste tradizioni è che probabilmente nessuna di esse è indipendente dalle fonti cristiane»60.

Un terzo gruppo di studiosi, invece, rintraccia brevi accenni a Gesù, comunque di scarso valore storico in quanto hanno un tono fortemente polemico e di scarsa obiettività (ad esempio J. Klausner).

b) Flavio Giuseppe

Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – poco dopo il 100 d.C.) è autore di due grandi opere: La guerra giudaica (iniziata dopo il 70 d.C.) e Antichità giudaiche (scritta nel 93-94 d.C.).

L.H. Feldman, docente alla Yeshiva University e tra i più importanti studiosi dello storico ebreo, ha notato che per le fonti delle sue opere avrebbe avuto facilmente accesso agli archivi degli amministratori provinciali, custoditi a Roma nella corte imperiale61.

Entrambi i libri di Flavio Giuseppe contengono passi che menzionano Gesù.

Ne La guerra giudaica, il passo relativo a Gesù non è riconosciuto come autentico, si tratta di una lunga interpolazione che si trova solo nell’antica versione russa (slava), preservata in manoscritti russi e rumeni. Sono pochi gli studiosi a sostenerne l’autenticità (tra essi ad esempio R. Eisler o, più recentemente, G.A. Williamson62.

Nelle Antichità giudaiche, al contrario, vi è un passaggio meno discusso e compare nel libro XX. Racconta un episodio accaduto nel 62 d.C., prima della rivolta ebraica:

«Essendo questo tipo di persona [cioè, un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò un sinedrio di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e alcuni altri. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati»63.

Questo passo si trova nella principale tradizione manoscritta greca delle Antichità, senza alcuna variante di rilievo, accenna a Gesù per qualificare meglio Giacomo, essendo quest’ultimo un nome molto comune nell’uso giudaico e negli scritti di Flavio Giuseppe.

Il riferimento a Gesù non proviene da mano cristiana e neppure da fonte cristiana, né il Nuovo Testamento né i primi scrittori cristiani, Paolo compreso, parlavano di Giacomo come “fratello di Gesù” ma più solennemente “fratello del Signore” o “fratello del Salvatore”. Senza contare, poi, che il racconto di Flavio Giuseppe del martirio di Giacomo differisce, per il tempo e per il modo, da quello di Egesippo (il quale parla di caduta dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme prima dell’assedio alla città).

L.H. Feldman osserva che «pochi hanno dubitato della genuinità di questo passo su Giacomo»64.

Nelle Antichità giudaiche è presente anche un secondo brano interessante, noto come Testimonium Flavianum. Da secoli la sua autenticità è oggetto di discussione dal momento che in essa troviamo espressioni tipiche di Flavio Giuseppe ma anche tre frasi chiaramente cristiane.

Nella citazione seguente sottolineiamo le tre espressioni controverse:

«Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome»65.

La posizione degli studiosi sull’autenticità del brano è varia: alcuni lo considerano essenzialmente autentico (come L. von Ranke, F. K. Burkitt e A. von Harnack), altri preferiscono considerare l’intero passo come l’interpolazione di un copista cristiano (come Ken Olson, Paul Hopper e pochi altri tra gli studiosi qualificati) mentre un terzo gruppo parla di semi-autenticità considerando l’innegabile presenza di interpolazioni cristiane (delle glosse cristiane molto antiche, dato che anche Eusebio di Cesarea trasmette la versione greca citata66), ma non così determinanti da inficiare la paternità del testo a Flavio Giuseppe.

Quest’ultimo gruppo di studiosi e ricercatori è il maggioritario, tanto che L.H. Feldman ha rilevato che tra il 1937 e il 1980, su 52 studiosi che si sono occupati approfonditamente della questione, 39 hanno giudicato il Testimonium Flavianum come autentico; 10 studiosi lo hanno considerato del tutto o in gran parte autentico; 20 studiosi lo hanno accettano con alcune interpolazioni, 9 studiosi con diverse interpolazioni, e solo 13 studiosi lo hanno considerato totalmente un’interpolazione cristiana67.

Tra i sostenitori dell’autenticità ci sono anche diversi studiosi ebrei, come Paul Winter, Shlomo Pinès68 e lo stesso Feldman69studiosi cristiani non confessionali, come S.G. Brandon e Morton Smith, studiosi non credenti come B.D. Ehrman, studiosi protestanti, come J.H. Charlesworth, studiosi evangelici, come Edwin M. Yamauchi70 e studiosi cattolici come J.P. Meier, C.M. Martini, Wolfgang Trilling e A.M. Dubarle.

Senza indagare la loro posizione religiosa, si possono inoltre citare Steven Mason, Lane Fox, Michael Grant, Paula Fredrikson, EP Sanders, SGF Brandon, Geza Vermes, John D. Crossan, Robert Van Voorst, RT France, FF Bruce, Craig L. Blomberg, Ben Witherington III, James DG Dunn, Darrell L. Bock, Alice Whealey, Luke Y. Johnson, J. Carleton Paget, Graham Stanton, Borg, Tabor, Thiessen, Flusser ecc.

«La maggioranza degli studiosi del giudaismo antico, e gli esperti di Giuseppe Flavio», osserva B.D. Ehrman«ritengono che uno o più copisti cristiani avrebbero leggermente “ritoccato” il passo»71.

Tra essi anche J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, il quale scrive:

«Questa terza ipotesi sembra essere la più probabile per tre motivi. In primo luogo il testo, con vari rimaneggiamenti, appare in tutti i manoscritti greci, arabi e siriaci. In seconda istanza, lo stile e il linguaggio del brano, eliminate le chiare interpolazioni cristiane, sono tipici di Giuseppe Flavio. Infine, la concezione di Cristo che trasmette non è cristiana, in quanto Gesù viene considerato come un saggio, un predicatore di un certo successo»72.

Ecco invece cosa scrive lo storico italiano Andrea Nicolotti:

«I critici moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo del Testimonium come sostanzialmente autentico nella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene per molti esso ha aver subito prima del secolo IV delle interpolazioni cristiane. E non manca chi, diversamente spiegando le parti cosiddette “cristiane”, ritiene che queste interpolazioni non esistano, e che il testo sia interamente autentico (Étienne Nodet, per esempio). L’importante monografia di Serge Badet (favorevole all’autenticità completa) affronta tutti questi problemi ed è un riferimento imprescindibile»73.

Si è così giunti a ricostruire quello che potrebbe essere stato il brano originale, eliminando le tre interpolazioni cristiane:

«In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere riceve la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un’accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannato alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino a oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere».

Il testo è molto simile a quello tradizionalmente riportato anche perché le piccole aggiunte cristiane non avevano lo scopo di modificare il pensiero di Giuseppe, ma piuttosto essere note chiarificatrici.

«Il Testimonium», scrive B.D. Ehrman, contiene «soltanto un paio di frasi tutto sommato prudenti inserite qua e là, non sembra proprio un racconto cristiano apocrifo scritto per l’occasione. Piuttosto, è molto simile agli interventi reperibili in tutta la tradizione amanuense dei testi antichi: il lavoro di ritocco che un copista avrebbe potuto eseguire con facilità». Gli amanuensi, «aggiunsero qualche parola qua e là per essere certi che il lettore capisse il senso»74.

Il biblista americano J.P. Meier ha studiato a fondo la diatriba accademica sul Testimonium Flavianum, giungendo a questa conclusione: «C’è una ragione sufficiente per sostenere che tale brano provenga da Flavio Giuseppe? La risposta è affermativa»75.

Gli argomenti a favore dell’autenticità sono:

(1) Il “Testimonium Flavianum” è presente in tutti i manoscritti greci e latini ed è ben difficile immaginare che l’invenzione di una scriba cristiano possa apparire identica su tutti i codici pervenutici;
(2) La conferma di autenticità deriva dal brano già citato sul martirio di Giacomo, come ha spiegato il biblista J.M. Garcia«Senza dubbio tutti gli studiosi considerano autentico il racconto sul martirio di Giacomo e, di conseguenza, anche il riferimento a Gesù, giacché non è il modo cristiani di alludervi. Orbene, il fatto che Giuseppe Flavio non si soffermi a specificare chi sia questo Gesù ci porta a supporre che lo abbia già fatto in un brano precedente. L’unico possibile è quello denominato Testimonium Flavianum»76;
(3) Il vocabolario e la grammatica del passo (senza interpolazioni) è molto coerente e caratteristico dello stile e della lingua di Flavio Giuseppe, al contrario dello stile del Nuovo Testamento;
(4) La descrizione di Gesù, spogliata dai tre passaggi cristiani, è concepibile sulla bocca di un giudeo che non è particolarmente ostile al cristianesimo ma non sulla bocca di un cristiano antico o medioevale (si parla di “tribù” ed esprime una cristologia insufficiente): «Se un copista avesse voluto introdurre negli scritti di Giuseppe una solida testimonianza delle qualità di Gesù (facendo del Testimonium una tarda interpolazione), l’avrebbe fatto senz’altro con più fervore e in modo più scontato»77;
(5) Flavio Giuseppe sembra ignorare materiale e affermazioni fondamentali nei quattro vangeli canonici, addirittura contrastando le informazioni evangeliche (secondo Giuseppe, Gesù convinse molti giudei e molti pagani, al contrario di quanto dicono i vangeli, inoltre tratta distintamente Giovanni Battista da Gesù senza alcun collegamento tra loro), questo «è uno dei tanti motivi per cui gli studiosi ritengono la fonte di Flavio Giuseppe indipendente dal Nuovo Testamento»78;

Per questi motivi, conclude il biblista statunitense J.P. Meier«una regola metodologia fondamentale è che, a parità di condizioni, si deve preferire la spiegazione più semplice, che comprende anche la più ampia quantità di dati. Perciò sostegno che la spiegazione più probabile del Testimonium è che, privato delle tre affermazioni ovviamente cristiane, contiene quanto Flavio Giuseppe scrisse»79.

Gli studiosi meno convinti hanno avanzato alcune obiezioni all’autenticità del Testimonium, la più frequente è lo strano silenzio su questo brano da parte dei padri della chiesa prima di Eusebio. Se non lo hanno citato, dicono, è perché ancora nessun cristiano lo aveva inventato e attribuito a Flavio Giuseppe.

Il biblista J.P. Meier ha risposto a questa critica scrivendo: «I padri della chiesa non erano interessati a citarlo, infatti non sostiene minimamente il contenuto principale della fede cristiana in Gesù come Figlio di Dio che è risorto da morte. Questo spiegherebbe perché Origine nel III sec. affermava che Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Messia».

Il testo posseduto da Origene del Testimonium era privo delle interpolazioni, agli occhi dei cristiani il brano attestava semplicemente l’incredulità di Flavio Giuseppe. Semplicemente, prosegue J.P. Meier«non era un utile strumento apologetico per rivolgersi ai pagani o un utile strumento polemico nelle controversie cristologiche tra i cristiani»80.

Se Origine possedeva la copia originale del Testimonium, priva d interpolazioni, cosa lo spinse ad affermare apoditticamente che Flavio Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Cristo?

Sempre secondo l’eminente biblista J.P. Meier«il tono distaccato, o ambiguo, o forse di considerazione abbastanza scarsa, del Testimonium, è probabilmente la ragione per cui i primi scrittori cristiani (specialmente gli apologisti del II sec.) lo passarono sotto il silenzio, per cui Origene si dolse che Flavio Giuseppe non credesse che Gesù era il Cristo, e per cui un (alcuni) interpolatore(i) aggiunse(ro) le affermazioni cristiane verso la fine del III sec»81.

Anche B.D. Ehrman usa la stessa contro-argomentazione per rispondere alle obiezioni dei non-autenticisti:

«La versione ridotta di Giuseppe -quella ritenuta originale da altri studiosi, senza le integrazioni cristiane- contiene ben poche informazioni di cui i primi scrittori cristiani avrebbero potuto servirsi per difendere Gesù e i suoi seguaci dagli attacchi degli intellettuali pagani. E’ un’esposizione assai neutrale. Il fatto che Gesù fosse ritenuto un saggio o che avesse compiuto opere straordinarie non avrebbe fatto molta strada nel repertorio degli apologeti cristiani»82.

In ogni caso, conclude lo studioso dell’Università del North Carolina, «la mia opinione sulla storicità di Gesù non dipende dall’affidabilità della testimonianza di Giuseppe, anche se ritengo sostanzialmente autentico il brano»83.

Nel 2015 in un lungo articolo84 sul Testimonium Flavianum, anche il ricercatore (ateo) Tim O’Neill, specializzato in storia del cristianesimo, ha replicato in maniera interessante all’obiezione più potente contro l’autenticità del brano, ovvero al lungo silenzio da parte dei cristiani verso lo scritto di Flavio Giuseppe nonostante la popolarità dei suoi testi.

Questa obiezione portò sorprendentemente J.L. Feldman, alla fine della sua carriera, a cambiare posizione sulla questione dell’autenticità, cadendo in un errore talmente evidente da essere criticato apertamente da J. Carleton Paget, ordinario di Studi sul Nuovo Testamento dell’Università di Cambridge85).

Nel 2021 l’eminente filologo italiano (marxista) Luciano Canfora ha pubblicato uno studio approfondito sul Testimonium Flavianum e sul suo autore, concludendo a sua volta che tolte le due interpolazioni cristiane (“sempre che si debba definirlo ‘uomo’” e “il Cristo egli era!”), il resto del documento non solo è da considerarsi autentico ma «mirabile e intenzionale capolavoro», perché parlando di Gesù in modo «rispettoso ma distante», Flavio Giuseppe riesce ad aprirsi ai cristiani senza sbilanciarsi però troppo86 87.

Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan, ha sottolineato che Flavio Giuseppe era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale che fece parte dell’élite del Tempio durante la vita pubblica, il processo e la condanna di Gesù. Disponeva pertanto di informazioni di prima mano su quanto testimoniava e ci si aspetterebbe da lui una confutazione di quanto affermavano i seguaci di Gesù, una negazione dei miracoli, un commento scettico alla notizia della resurrezione. Invece il ritratto di Gesù è segnato dal rispetto, riconoscendone con realismo l’eccezionalità.

«In sintesi», scrive Van Voorst«Giuseppe offre in questi due passi qualcosa di unico tra tutte le antiche fonti non cristiane su Gesù: un testimone neutrale, indipendente e molto attendibile ci riferisce che Gesù fu un uomo saggio che i suoi seguaci chiamavano “il Cristo”»88.

L’indipendenza di Flavio Giuseppe dalle fonti evangeliche è attestata in modo certo, infatti «non c’è nessuna attestazione probante che conoscesse uno qualsiasi dei quattro vangeli»89.

Sintetizzando il contributo di Flavio Giuseppe, si può affermare90:
(1) La mera esistenza di Gesù è già dimostrata nel racconto sicuramente autentico della morte di Giacomo (libro 20);
(2) Il brano chiamato Testimonium Flavianum (libro 18) indica che Flavio Giuseppe era informato almeno di alcuni fatti salienti della vita di Gesù;
(3) Il Testimonium Flavianum è considerato autentico dalla maggior parte degli studiosi (a parte due piccole interpolazioni cristiane), è indipendentemente dai quattro vangeli ma conferma la loro presentazione fondamentale: durante il governo di Ponzio Pilato, tra il 26 e il 36 d.C., apparve sulla scena religiosa della Palestina un uomo chiamato Gesù. La sua reputazione nacque dalla sapienza che manifestò nell’operare miracoli e nell’insegnare. Conquistò un ampio seguito, ma (o perciò?) i capi giudei lo accusarono davanti a Pilato. Pilato lo fece crocifiggere, ma i suoi ferventi seguaci rifiutarono di abbandonare la loro devozione a lui, nonostante la sua morte disonorevole;

c) Talumd Babilonese (Trattato bSanhedrin 43a)

Un baraitha del II secolo, conservata nel Trattato Sanhedrin del Talmud di Babilonia, recita così:

«Viene tramandato: alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della pasqua. Disse Ulla: “Credi tu che egli sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto “Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno»91.

Alcuni studiosi, il più radicale è certamente Johann Maier92, si sono rifiutati di identificare questo reo con Gesù, ritenendo l’appellativo “il nazareno” un’aggiunta posteriore.

A loro giudizio si farebbe riferimento a un certo Yeshu, discepolo di un rabbino del 100 a.C., nominato in Sanh. 107b, reo di aver praticato la stregoneria e di aver esortato Israele al peccato.

Altri storici la pensano diversamente, il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, spiega ad esempio che «l’appellativo “il nazareno” è molto ben testimoniato. D’altra parte, sembra molto probabile che in origine il nome di Yeshu non figuri nel passo di bSanh 107b, considerato che la stessa notizia appare priva di nomi in altri due posti (cfr bSot47a e pHag77d)»93.

Inoltre, ecco come prosegue lo studioso spagnolo J.M. Garcia sulle coincidenze con Gesù:

«Accuse analoghe contro Gesù appaiono nel Nuovo Testamento (Mt 12,24; Lc 23,2), l’essere appeso va sicuramente interpretato in riferimento alla crocifissione visto che è un fato ben noto. E’ molto improbabile che questo termine qui stia ad indicare un’esposizione del cadavere dopo la lapidazione. Di fatto il testo non dice nulla sull’esecuzione della lapidazione: il che risulta sorprendente, qualora proprio quello sia stato il metodo di esecuzione. Singolare la coincidenza relativa al giorno della morte di Gesù in questo testo rabbinico e nel vangelo di Giovanni (19,14)»94.

Jaqueline Genot-Bismuth, docente di Ebraismo antico presso l’Università di Parigi, ha sottolineato come il riferimento a Yeshu (=Gesù) concorda con la cronologia della passione del quarto vangelo, «così in qualche modo i due testi si autenticano a vicenda e ci fanno dedurre che la tradizione a cui fanno capo risalga bene a dei testimoni oculari»95.

Anche J. Klausner, importante storico israeliano, accettò questo riferimento a Gesù di Nazareth96..

Il biblista J.P. Meier sembra concordare sul fatto che il brano alluda effettivamente a Gesù ma non lo ritiene indipendente dai vangeli: «Qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica»97..

d) Talumd Babilonese (Trattato pTa’anit 65b)

Un altro possibile riferimento a Gesù di Nazareth nel Talmud babilonese è contenuto nel trattato sul digiuno.

«Abbahu dice: “Se qualcuno ti dice “Io sono Dio”, egli è un mentitore; (se ti dice) “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; (se ti dice) “Io ascenderò al cielo”, lo dice e non lo può fare»98.

Il testo sembra polemizzare su quanto affermato da Gesù davanti al Sinedrio (Mc 14,62).

Tenendo però presente la convinzione del polemista anticristiano Celso, secondo cui diversi falsi profeti avrebbero utilizzato espressioni simili, il testo rabbinico potrebbe anche alludere a tali personaggi e non necessariamente a Gesù.

e) Talumd Babilonese (Trattato b’Aboda zara 16b)

Un terzo brano rabbinico che si riferisce a Gesù è quello contenuto nel trattato dedicato all’idolatria e agli idoli:

«Rabbi Eliezer disse: una volta camminavo al mercato superiore di Sepporis e incontrai uno dei discepoli di Ješu ha-nôserî (Gesù il nazareno), chiamato Giacobbe del villaggio di Sekhanjaa. Egli mi disse: “Nella vostra Torah è scritto: ‘Non porterai il denaro di una prostituta nella casa del Signore’ (Dt. 23,19). Com’è? Non si può con esso costruire una latrina per il sommo sacerdote? Io non gli risposi. Egli mi disse: “Così mi ha insegnato Gesù il nazareno (Ješu ha-nôserî): ‘Fu raccolto a prezzo di prostitute e in prezzo di prostitute tornerà’ (Mi 1,7); da un luogo di sozzura è venuto e in un luogo di sozzura andrà”. La parola mi piacque; perciò io fui arrestato di eresia».

Secondo alcuni studiosi (ad esempio J. Jeremias), le versioni più antiche del racconto parlano di un detto eretico attribuito a questo discepolo di Gesù senza specificarne il contenuto, il detto sarebbe stato inventato successivamente per soddisfare la curiosità dei lettori e per screditare lo stesso Gesù.

Anche il biblista J.P. Meier si dichiara scettico sull’autenticità del passo, ritenendo che sia «un’invenzione polemica per mettere in ridicolo Gesù»99.

Lo studioso ebreo J. Klausner ha sostenuto invece l’affidabilità del brano100.

f) Talumd Babilonese (Sinedrio 67a)

Un ultimo riferimento cristiano all’interno dei testi rabbinici è quello contenuto nel Sinedrio 67a del Talmud.

«E lo hanno fatto a Ben Stada a Lidda, essi lo appesero alla vigilia della Pasqua ebraica Ben Stada era Ben Padira Rabbi Hisda ha detto: “Il marito è Stada, la madre di l’amante Panthera era sposato con Stada. Sua madre era Miriam, una lavandaia o dal parrucchiere”».

Secondo lo studioso americano B.D. Ehrman«da tempo gli studiosi hanno ammesso che tale tradizione sembra rappresentare un ingegnoso attacco all’idea cristiana della nascita di Gesù quale “figlio di una vergine”. Il termine greco che traduce la parola vergine è parthenos, la cui pronuncia è assai simile a quella di Panthera»101.

Quasi certamente non si tratta di un brano indipendente dai vangeli.

2.3 Conclusione sulle fonti non cristiane

Il risultato finale dello studio sulle varie fonti non cristiane su Gesù di Nazareth è abbastanza scarso, soprattutto risultano controverse le fonti rabbiniche.

E’ però interessante sottolineare che, come riflette J.P. Meier«la tendenza generale di antiche fonti giudaiche» è quella di non negare «l’esistenza e l’esecuzione di Gesù. In verità, neppure i miracoli di Gesù sono negati, ma sono piuttosto interpretati come atti di stregoneria»102.

Tuttavia «quando possiamo realmente trovare tali riferimenti nella letteratura rabbinica posteriore, essi sono molto probabilmente reazioni ad affermazioni cristiane, orali o scritte», dunque fonti non indipendenti. In ogni caso, «anche se accettassimo tutte le affermazioni, queste non aggiungerebbero niente di nuovo all’informazione che già abbiamo dal Nuovo Testamento»103.

Per quanto riguarda le altre fonti non cristiane su Gesù, dobbiamo riconoscere che non forniscono informazioni nuove ma, semmai, confermano -quasi sempre in maniera indipendente dai vangeli- l’esistenza storica di Gesù e diversi eventi della sua vita pubblica di cui parlano le fonti cristiane.

Non è poco constatare che non esistono grandi differenze o contraddizioni con i Vangeli e con le fonti cristiane in generale.

Affidiamo a J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, la conclusione sul contributo delle fonti non cristiane sul Gesù storico:

«Queste fonti si oppongono categoricamente a ogni tentativo, passato e recente, di ridurre Gesù di Nazareth a pura finzione. Gesù non è il risultato della fantasia di alcuni falsari, che hanno creato questo personaggio fondendo tra di loro racconti mitici e informazioni derivanti dalle religioni pagane. A differenza dei miti, le notizie su Gesù e il cristianesimo nascente precisano tempi e luoghi, parlano di avvenimenti storici. Va pertanto dedotto che le concezioni pagane non stanno alla base della fede cristiana»104.

Sintetizzando possiamo così elencare cronologicamente le testimonianze principali degli autori non cristiani:

  • 50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
  • 64-65 d.C. testimonianza di Petronio: parodia degli scritti cristiani, non è una fonte indipendente;
  • dopo il ’73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: autentica e indipendente, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
  • 93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
  • 112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
  • 115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
  • 115-117 d.C. testimonianza di Tacito: autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
  • 162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
  • 170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

3. LE FONTI CRISTIANE SU GESU’ DI NAZARETH

Oltre alle fonti non cristiane e oltre ai quattro vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca e Giovanni e le loro relative fonti Q, L e M) esistono diversi altri testi cristiani, precedenti e successivi ai vangeli, che confermano in modo indipendente diverse informazioni.

Alcuni di questi testi compaiono all’interno del Nuovo Testamento (chiamate fonti extra-canoniche) mentre altre no (fonti extra-testamentarie).

Non sempre vengono tenute in considerazione perché si cade nel tranello della scarsa imparzialità.

Lo studioso agnostico prof. B.D. Ehrman ha spiegato che «la maggior parte delle fonti è parziale: se gli autori non avessero opinioni sull’argomento, non ne parlerebbero»105.

E’ un commento sorprendentemente superficiale, bisognerebbe allora accantonare anche i resoconti sulla Guerra di indipendenza, in quanto testi “di parte” scritti dagli americani, si dovrebbero criticare le cronache coeve a George Washington dato che sono scritte dai suoi seguaci, si dovrebbe dubitare dei dati biografici di Socrate, trasmessi dai suoi discepoli Senofonte e Platone o della veridicità delle gesta compiute da Cesare, narrate da lui stesso.

Paradossalmente non dovremmo nemmeno prendere in considerazione i testi dello stesso B.D. Ehrman o di coloro che escludono le fonti cristiane in quanto, essendo interessati all’argomento, anch’essi sono di parte. Se la storia accettasse solo fonti di testimoni disinteressati non esisterebbe più alcun documento storico credibile.

«Qualunque cosa scritta viene scritta da un certo punto di vista», osserva giustamente J.P. Meier«Il rigetto di una posizione di fede tradizionale non significa neutralità, significa semplicemente una differente prospettiva filosofica che è essa stessa una “posizione di fede”, nel senso ampio dell’espressione. Chiunque scrive sul Gesù storico scrive da qualche punto di vista ideologico, nessun critico ne è esente»106.

Non dobbiamo aspettarci di trovare nelle fonti cristiane informazioni aggiuntive rispetto a quanto già sappiamo nei quattro vangeli sinottici: per il Gesù storico, questo materiale «fa poca differenza, poiché non aggiunge nulla di sostanziale all’insieme dei dati disponibili nei quattro vangeli». Al massimo sono documenti preziosi per confermare e controllare «la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione»107.

3.1 Le fonti cristiane extra-canoniche

Le fonti extra-canoniche corrispondono ai libri del Nuovo Testamento che non contengono una vera e propria biografia di Gesù, non hanno lo scopo di regredire una cronaca ma di servire all’annuncio della fede. Le descriviamo molto sinteticamente.

a) Atti degli Apostoli

Gli Atti degli Apostoli raccontano la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano negli anni successivi alla morte di Gesù.

Gli studiosi considerano tale opera indipendente dai Vangeli, scritta dallo stesso autore del Vangelo di Luca ma «rappresentano non una variazione redazionale di Luca, ma un’altra tradizione» indipendente108.

Ecco invece la visione di B.D Ehrman, studioso di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina:

«Gli Atti degli Apostoli sono scritti dall’autore del Vangelo di Luca e conservano alcune tradizioni sulla vita di Gesù indipendenti da quanto riportato nei vangeli e, secondo la valutazione di quasi tutti gli esponenti della critica storica, si basa su tradizione che circolavano prima della stesura del vangelo […]. Il libro degli Atti offre un’altra dimostrazione, autonoma dai vangeli, che i cristiani delle origini erano persuasi che Gesù fosse stato un ebreo e un maestro di morale, ucciso a Gerusalemme dopo essere stato tradito da Giuda, uno dei suoi seguaci»109

La datazione della redazione degli Atti viene fatta risalire da Ehrman agli anni 80 d.C., anche se essi «conservano tradizioni primitive che sembrano risalire ai primissimi anni del movimento cristiano»110.

Altri studiosi, tuttavia, hanno considerato vari aspetti (che non tratteremo qui) e datano la redazione di Atti molto prima, attorno agli anni 60 d.C.111.

b) Le lettere di San Paolo

La maggior parte delle lettere di San Paolo è autentica e da lui scritta: l’epistola più antica è la Prima lettera ai Tessalonicesi, scritta nel 49 d.C., mentre quella più recente è la Lettera ai Romani, scritta nel 61-62 d.C.112.

Oltre a confermare i dati sulla vita e la morte di Gesù, nelle sue lettere Paolo conferma anche gli insegnamenti che ha ricevuto personalmente da Pietro e Giacomo nel 35-36 d.C., dopo la sua conversione, ereditando le tradizioni che «risalivano probabilmente a un paio di anni circa dopo la morte di Gesù»113, scrive Ehrman.

Le informazioni fornite da Paolo «combaciano perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo»114.

Secondo J.P. Meier diversi brani delle lettere paoline «offrono una fonte indipendente per controllare i sinottici», ma non aggiungono nulla da quanto già sappiamo: «Sono paralleli al materiale presente anche nei sinottici, al massimo potrebbero servire solo come controlli per la tradizione sinottica, non come fonti di nuova informazione»115.

c) La lettera agli Ebrei

C’è ormai un consenso scientifico sul fatto che Paolo non sia il vero autore di questa epistola, il quale sarebbe un «cristiano anonimo molto colto del I sec»116.

La fonte dello scritto, datato non oltre il 69 d.C., è tuttavia basata su tradizioni orali indipendenti117, le quali confermano diverse affermazioni contenute nei vangeli canonici.

d) Le lettere di Pietro

E’ ancora in corso un vivace dibattito accademico sul fatto se le due epistole siano state scritte o meno da Pietro.

In ogni caso entrambe le lettere mostrano di non avere familiarità con i vangeli pur confermandone le informazioni: «Siamo di fronte a una testimonianza indipendente della vita di Gesù e della sua morte»118, riferisce B.D. Ehrman.

p style=”text-align: justify;”>La prima lettera, quasi certamente autentica, è probabilmente stata scritta vicino alla morte di Pietro (64 d.C.), mentre la seconda (quasi sicuramente pseudoepigrafica) è stata composta all’inizio del II secolo (100-160 d.C.).

e) Il libro dell’Apocalisse

Il libro dell’Apocalisse è ritenuto un’altra fonte indipendente alla tradizione cristiana e alla vita di Gesù, datata negli anni 90 d.C.

Probabilmente non è stato scritto da Giovanni e certamente non ha tratto il materiale dal vangelo di Giovanni119.

f) La lettera di Giuda

La Lettera di Giuda è solitamente datata tra l’80 e il 90 d.C. e tradizionalmente attribuita all’apostolo Giuda Taddeo. Anch’essa mostra di non prelevare le informazioni dai vangeli e si dimostra essere una fonte cristiana indipendente.

3.2 Le fonti cristiane extra-testamentarie

Oltre alle fonti extra-canoniche (cioè i testi cristiani contenuti nel Nuovo Testamento al di fuori dei quattro vangeli canonici), vi sono anche fonti extra-testamentarie (al di fuori del Nuovo Testamento) prodotte da autori cristiani nel I e II secolo d.C. Questi testi trasmettono informazioni sul Gesù storico e sono riconosciuti come fonti indipendenti (cioè non ricavano tutte le informazioni dalle fonti evangeliche).

a) Papia

Uno dei padri della Chiesa è stato Papia, vissuto all’inizio del II secolo, autore di cinque volumi intitolati Esposizione degli oracoli del Signore”, scritti tra il 120 e il 130 d.C..

Questi brani sono noti grazie alle citazioni riportate da autori cristiani di epoca successiva120.

Ecco perché secondo lo studioso B.D. Ehrman, Papia viene ritenuto un testimone importante:

«Era personalmente in contatto con persone che avevano conosciuto gli apostoli o i loro compagni. Quando essi si recavano nella città di Gerapoli in Asia Minore, in qualità di capo della Chiesa, Papia chiedeva loro cosa sapessero di Gesù e dei suoi apostoli […]. Si tratta di una testimonianza indipendente dai vangeli stessi e una testimonianza che si richiama in modo esplicito, credibile e diretto ai discepoli di Gesù»121.

b) Ignazio di Antiochia

Uno degli autori più importanti del cristianesimo primitivo è Ignazio, vissuto dal 35 d.C. (circa) al 107 d.C. (circa), i cui scritti non compaiono nel Nuovo Testamento.

Fu vescovo dell’importante comunità di Antiochia (Siria) e autore di numerose lettere, datate nei primi anni del II secolo, molte delle quali «contestano i cristiani convinti che Gesù non fosse stato un essere umano in carne ed ossa»122.

In queste epistole, Ignazio conferma diversi fatti della vita di Gesù, ad esempio:

«E’ della stirpe di Davide secondo la carne, figlio di Dio per volere e potenza di Dio, generato veramente da una vergine, battezzato da Giovanni affinché da lui fosse compiuta ogni giustizia. Sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode è stato veramente inchiodato per noi nella carne […] per sollevare il suo stendardo nei secoli in forza della sua resurrezione […]. Io so e credo che anche dopo la risurrezione egli era nella carne»123.

E’ una fonte indipendente dai vangeli?

Ecco l’opinione dello studioso statunitense B.D. Ehrman:

«Nulla suggerisce che Ignazio abbia tratto le proprie idee dai libri che sarebbero entrati a far parte del Nuovo Testamento […], perciò costituisce un’ennesima testimonianza indipendente della vita di Gesù. Anche nel suo caso non si può obiettare che i suoi scritti siano troppo tardivi per essere di qualche utilità nella nostra ricerca. Non si può dimostrare che abbia fatto affidamento sui vangeli. Ed era vescovo di Antiochia, la città dove Pietro e Paolo avevano trascorso molto tempo, come ci comunica lo stesso Paolo nella Seconda lettera ai Galati»124.

c) La Prima lettera ai Corinti di Clemente Romano

La Prima lettera ai Corinti fu scritta attorno al 95 d.C. dai cristiani di Roma alla comunità ecclesiale di Corinto per sanare una situazione difficile.

L’epistola è tradizionalmente attribuita al quarto vescovo di Roma, Clemente, benché nella missiva non se ne sostenga la paternità. Ci sono ottime ragioni per ritenere che sia stata scritta nell’ultimo decennio del I secolo125.

In essa si cita espressamente la Prima lettera ai Corinzi di Paolo mentre non fa alcun riferimento ai Vangeli e non sostiene di aver tratto alcuni detti di Gesù da alcun testo scritto.

Per B.D. Ehrman si tratta di «un’ennesima testimonianza indipendente non solo della vita di Gesù come figura storica, ma anche di alcune delle sue azioni e dei suoi insegnamenti»126.

d) Didaché (o Dottrina dei dodici apostoli)

La Didaché è un testo cristiano datato alla fine del I secolo, in particolare attorno al 70 d.C.127.

Secondo Mauro Pesce, ordinario di Storia del Cristianesimo all’Università di Bologna, la sua stesura «è probabilmente indipendente dai vangeli canonici»128, seppur citi più volte direttamente un «vangelo» preesistente, confermando diverse informazioni dei canonici.

4. CONCLUSIONE GENERALE

Abbiamo osservato che gli storici, quando affrontano il tema del Gesù storico non fanno affidamento soltanto sui quattro vangeli (e alle fonti presinottiche: Q, M e L e altre).

Si è infatti in presenza di 8 testimonianze non cristiane, provenienti dal mondo ebraico, pagano e romano. Sono riconosciute come autentiche e in gran parte indipendenti dalle fonti cristiane. Tutte confermano le informazioni contenute nei vangeli senza alcuna contraddizione o tentativo di smentire i dati salienti della vita di Gesù di Nazareth.

Oltre ad esse, abbiamo anche elencato 10 testimonianze cristiane indipendenti (Atti degli Apostoli, le tredici lettere paoline, la Lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro, l’Apocalisse, la Lettera di Giuda, gli scritti di Papia, di Ignazio, la Prima lettera di Clemente e la Didaché), che «forniscono un’ampia varietà di fonti che convalidano molti resoconti su Gesù senza dar prova di aver collaborato. Senza contare tutte le tradizioni orali in circolazione prima dei testi scritti che ci sono pervenuti»129.

Sintetizzando possiamo elencare in ordine cronologico le fonti indipendenti cristiane e non cristiane sul Gesù storico:

  • 50 d.C. testimonianza di Tallo: conosciuta tramite fonti secondarie è un tentativo pagano di spiegare naturalmente l’oscuramento del cielo alla morte di Gesù, episodio citato anche dai Vangeli. Non è né dimostrata né confermata l’indipendenza dai Vangeli;
  • 49-62 d.C. testimonianza di San Paolo: le tredici lettere di Paolo sono (quasi tutte) autentiche e certamente indipendenti dai vangeli, confermano la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
  • 64 d.C. testimonianza della Prima lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
  • 60-80 d.C. testimonianza degli Atti degli Apostoli: libro cristiano indipendente dai vangeli di cui conferma molte informazioni, riporta antiche tradizioni sulla vita di Gesù (anni 30);
  • 68 d.C. testimonianza della Lettera agli Ebrei: si basa su tradizioni cristiane orali indipendenti che confermano i vangeli;
  • 70 d.C. testimonianza della Didaché: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma diverse informazioni;
  • dopo il 73 d.C. testimonianza di Mara Bar Serapion: fonte pagana autentica e indipendente dai vangeli, conferma l’omicidio di Gesù (chiamato “re”) attribuendolo ai Giudei;
  • 80-90 d.C. testimonianza della Lettera di Giuda: fonte cristiana indipendente dai vangeli sulla vita di Gesù;
  • 90 d.C. testimonianza dell’Apocalisse: fonte cristiana indipendente dai vangeli, conferma vari aspetti della vita di Gesù;
  • 93-94 d.C. testimonianza di Flavio Giuseppe: il Testimonium Flavianum, in particolare, epurata dalle piccole interpolazioni è una conferma ebraica autentica e indipendente di diversi fatti salienti della vita di Gesù;
  • 95 d.C. testimonianza della Prima lettera ai Corinti di Clemente Romano: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma la vita di Gesù e i suoi insegnamenti;
  • 100 d.C. testimonianza della Seconda lettera di Pietro: dubbi sull’autenticità, comunque è certamente una fonte cristiana indipendente della vita e della morte di Gesù;
  • 100-107 d.C. testimonianza di Ignazio di Antiochia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli, conferma diversi fatti della vita di Gesù;
  • 112 d.C. testimonianza di Plinio il Giovane: fonte romana autentica e indipendente, conferma che verso la fine del I secolo i cristiani adoravano Cristo «come se fosse un dio»;
  • 115 d.C. testimonianza di Svetonio: autentica e indipendente, a metà del I sec. si rileva che i cristiani parlano di Cristo come ancora vivente tra loro;
  • 115-117 d.C. testimonianza di Tacito: fonte romana autentica e indipendente, conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
  • 120-130 d.C. testimonianza di Papia: testimonianza cristiana indipendente dai vangeli;
  • 162 d.C. testimonianza di Marco Cornelio Frontone : fonte romana autentica e indipendente (dai Vangeli), conferma la morte di Gesù come la descrivono i vangeli;
  • 170 d.C. testimonianza di Luciano di Samosata: fonte greca autentica ma forse non indipendente dalle fonti cristiane, conferma in particolare la morte di Gesù;

 Gesù di Nazareth fu, per i motivi che abbiamo spiegato, un personaggio marginale tra i suoi contemporanei. Eppure è incredibile come i dati salienti della sua vita abbiano lasciato numerose tracce in diversi documenti, cristiani e non.

Questa mole di informazioni sul suo conto «forniscono allo storico una dovizia di materiali su cui lavorare, un fatto piuttosto insolito per le testimonianze sulla vita di chiunque, letteralmente chiunque, sia vissuto nel mondo antico»130.

Non solo, dunque, non è più possibile metterne in dubbio la storicità (e nessuno più lo fa), ma è anche d’obbligo ritenere i vangeli -le fonti più complete che abbiamo sulla vita di Gesù- dei documenti storici, la cui attendibilità è confermata da quasi 20 documenti indipendenti, cristiani e non cristiani, risalenti ai primi due secoli dell’era cristiana.

https://www.uccronline.it/2015/04/19/gesu-di-nazareth-citato-nelle-fonti-non-cristiane/

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