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giovedì 20 febbraio 2025

157)- EGON KEY: «NON C'È UN "QUALCUNO", INTESO COME SOGGETTO AGENTE»?

 

Proseguimento del post n° 156. Qui si tratta, però, della questione circa la REALE esistenza dell’io-empirico (io, tu, egli, loro, noi…).

Per la tesi severiniana (che la nega) esposta da Egon Key, l’esistenza dell’io-empirico è soltanto un mero PRESUPPOSTO infondato, una FEDE cioè un ERRORE/positivo significare del NULLA, <<una persuasione della terra isolata>>.

Dunque, ha scritto Egon Key:

<<Quanto poi alla questione che sarebbe contraddittorio affermare che il vero "io" è l'Io del destino, giacché "chi" afferma ciò è esso stesso errore (ossia individuo), si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente: tutto ciò che accade, accade infatti per la "volontà" del destino; d'altra parte, il "qualcuno" (inteso come un soggetto che si contrappone a un oggetto) è, si è detto, un contenuto del cerchio dell'apparire (e una persuasione della terra isolata)>>.

Come si può constatare, è (APPARE che sia) lo stesso Egon Key ad aver risposto:

<<si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Come minimo, si dovrà riconoscere come NEPPURE Egon Key riesca ad uscire (o ad astrarsi) dall’esser ciò che egli ritiene essere un presupposto/fede/positivo significare del nulla, giacché ANCHE LUI si sta comportando come uno tra i tanti io-empirici invitato a fornire giustamente la PROPRIA risposta.

Sarebbe perciò superfluo domandargli:

CHI è che risponde che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>?,

giacché riceveremmo DA LUI un’altra risposta circa la quale dovremmo nuovamente chiedergli:

CHI è che risponde in tal modo?

In alternativa al nostro presupposto di partenza, dovremmo supporre che Egon Key stia rispondendo sottintendendo al contempo di NON esser LUI a rispondere?

O dovremmo forse ritenere che NESSUNO, qui, NEPPURE Egon Key abbia mai risposto ad alcunché?

A meno che non ci piacciano queste acrobazie ‘filosofiche’, difficile negare di trovarci dinanzi alla risposta DELL’io-empirico-Egon Key, sembra persin banale osservarlo…

L’esistenza dell’io-empirico è un presupposto che NESSUNA dimostrazione della sua inesistenza riuscirà mai a scalfire, giacché esso è il pre-requisito ineludibile che sta alla base di ogni dimostrazione, in quanto essa richiederebbe la presenza di un DIMOSTRANTE, cioè, nuovamente, la presenza di quell’io-empirico senza il quale NON si potrebbe elaborare alcuna dimostrazione.

Inoltre, che senso avrebbe precisare che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>, SE questo <<"qualcuno", inteso come soggetto agente>> NON APPARISSE, NON FOSSE GIÀ NOTO?

Che senso avrebbe negare la differenza tra il bianco ed il nero, SE tale DIFFERENZA NON APPARISSE GIÀ?

Quindi è contraddittorio negare il <<"qualcuno">>, poiché esso APPARE come ciò che, secondo l’io-empirico Egon Key, va negato!

Quindi si innesca una sorta di élenchos attraverso la negazione che vi sia <<un "qualcuno">> che pensa/scrive ciò, appunto perché APPARE che la sua negazione sia pur sempre la negazione effettuata DA <<"qualcuno">>, cioè dall’io-empirico Egon Key che nega che vi sia un <<"qualcuno">> quale autore del negare; quindi egli nega sé stesso, sì che Egon Key NON abbia negato niente.

Non è così? No?

Bene, ma allora occorrerà DIMOSTRARE DA PARTE DI NESSUN <<soggetto agente>> che NON vi sia alcun <<soggetto agente>>…

In attesa…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 2 luglio 2024

107)- SEVERINO, O UN ‘OCCHIO CIECO’ CHE PRETENDE DI ‘VEDERE’

 


Come anticipato nel precedente post (n° 106), il filosofo Emanuele Severino sostiene che la VERITÀ appaia SEMPRE e OVUNQUE, e che

<<[…] per vedere che il destino sia nella parola [che lo testimonia] è cioè necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>.  (Severino: “La Gloria”, Pag. 475, maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

Come CONCILIARE quest’affermazione con quest’altra dello stesso Severino?

<<Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>. (“La legna e la cenere”).

NON possono conciliarsi.

Infatti, l’individuo-errore, per testimoniare il destino, è necessario che <<veda il destino>>, ovviamente.

Ma è proprio ciò che egli NON può fare, visto che <<l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> (Severino; ibidem).

E se <<è IMPOSSIBILE che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità>>, allora quel che l’individuo-Severino VEDE, alfine di testimoniarlo, NON è il destino della verità.

Quindi NON si può neppure <<vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò">>, perché, per poterlo VEDERE, sarebbe <<necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino>> che, invece, per l’INDIVIDUO è impossibile VEDERE.

Al che, Severino precisa:

<<Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>. (“La Gloria”, Pag. 475).

Certo, la verità non è impossibile, ma l’individuo _ per come viene concepito nella filosofia severiniana _ NON la può VEDERE.

Ma allora, che senso ha affermare che <<la volontà [ = l’individuo-errore] può voler assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>>?

Se infatti <<il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, allora:

1)- o (AUT) è FALSO che l’individuo sia <<il non illuminabile, perché L'INDIVIDUO È ERRORE>> e quindi è FALSO che sia errore il <<concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No!>>;

2)- Oppure (AUT) è FALSO che il destino appaia <<già da sempre al di fuori dell’isolamento>>, se non altro perché l’individuo-errore NON è affatto <<al di fuori dell’isolamento>>, vi è INTER(N)AMENTE immerso e quindi NON lo può VEDERE, giacché, sempre come sentenzia Severino:

<<è IMPOSSIBILE che ciò che appare ALLINTERNO di una fede sia il destino della verità>>.

Conclusione:

<<Nemmeno la volontà [dell’individuo] di testimoniare il destino della verità può ottenere ciò che essa vuole. Anche questa testimonianza FALLISCE>>. (Severino: “La Gloria”, pag. 397).

Ma allora, dov’è l’AUTENTICA testimonianza NON-FALLIMENTARE del destino?

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 28 giugno 2024

106)- SE SEVERINO SMENTISCE SE STESSO…

1)- L’INDIVIDUO Emanuele Severino HA SCRITTO i libri che portano il suo nome, ritenendo di testimoniare in ed attraverso essi il destino dell’essente.

2)- L’asserto espresso in (1) NON È UNA VERITÀ del destino bensì sarebbe, secondo Severino, una persuasione ERRONEA, una FEDE, all’interno della quale appare la persuasione che un individuo rispondente al nome di Emanuele Severino sia l’autore dei propri testi. Infatti il filosofo bresciano NEGA il punto (1) perché, se egli fosse l’autore ossia <<Se fosse L'INDIVIDUO a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti DELL'INDIVIDUO>>. (Severino: “La legna e la cenere”, Rizzoli. Maiuscoli miei).

3)- Invece, prosegue Severino, <<Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No! PERCHÉ SE "IO" È AD ESEMPIO IL SOTTOSCRITTO, CON QUESTA STRUTTURA FISICA DETERMINATA, ALLORA SAREBBE COME DIRE CHE UN OCCHIO CIECO PUÒ VEDERE LA VERITÀ. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l'individuo. […] L'apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All'opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. […] Invece dobbiamo dire che l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore. […] All'opposto, la verità include me e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell'errore>>. (Severino. Op. cit. Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

4)- Dunque, egli ha appena affermato che <<BISOGNA VEDERE L'ERRORE del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò" [ = la testimonierò]>> e che <<Se CI SI RENDE CONTO che l'individuo è errore [etc…], allora [etc…]>>.

5)- Al contempo, però, si è appena visto che <<l'individuo è il non illuminabile. Perché L'INDIVIDUO È ERRORE>>.

Sorge la domanda:

6)- A CHI è riferito il DOVERE di <<VEDERE L'ERRORE>> e il RENDERSI CONTO <<che l'individuo è errore>>?

7)- NON CERTO al destino o all’io del destino, giacché _ secondo il filosofo bresciano _, esso lo vede e se ne rende conto DA SEMPRE.

8)- Allora, è palese, non può che esser riferito allo stesso INDIVIDUO, cioè ad una qualsiasi persona che legge (o ascolta) le parole dell’INDIVIDUO Severino.

9)- Peccato, però, che l’INDIVIDUO Severino _ in base alle sue stesse parole _ NON possa invitare altri INDIVIDUI a VEDERE e a RENDERSI CONTO di ciò ( = della verità del punto (3)) che NEPPURE LUI (perciò NEANCHE i suoi libri) può vedere e rendersi conto!

10)- Affinché l’INDIVIDUO SI RENDA CONTO con verità <<che l'individuo è errore>>, sarebbe però necessario che il punto (3) SMENTISSE SE STESSO, cioè che NEGASSE che <<"io" ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata>> sia come <<UN OCCHIO CIECO>> che NON possa <<VEDERE LA VERITÀ>>, giacché RENDERSI CONTO <<che l'individuo è errore>> implica che "io" NON sia come <<UN OCCHIO CIECO>>, appunto perché VEDREI la verità secondo la quale <<l'individuo è errore>>!  

11)- Se, invece, (3) NON SMENTISCE SE STESSO, allora è IMPOSSIBILE che l’individuo veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale <<l'individuo è errore>> impossibilitato a vedere ( = a testimoniare!!!) la verità!

Parimenti, se (3) NON SMENTISCE SE STESSO, è altresì IMPOSSIBILE che Severino ( = qualsiasi individuo) veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale (1) è FALSO!

12)- Poiché egli NON può affatto SMENTIRE il punto (3), che funge da asse portante di tutta la sua impalcatura filosofico-ontologica, allora è FALSO che (1) sia FALSO!

13)- Ripetiamolo: se fosse VERO che (1) sia FALSO, infatti, dovremmo NEGARE (3), altrimenti, come detto in (11), sarebbe IMPOSSIBILE che egli veda e si renda conto della (presunta!) verità secondo la quale (1) è FALSO…

14)- Ma siccome (1) NON È FALSO, allora Severino (o qualsiasi altro individuo) NON PUÒ AFFATTO TESTIMONIARE alcun fantomatico destino il quale, sostiene lo stesso Severino, NON può esser testimoniato da un individuo <<con questa struttura fisica determinata>> cioè dall’individuo del punto (1), perché <<sarebbe come dire che un OCCHIO CIECO PUÒ VEDERE LA VERITÀ>>.

Come dite? Severino sostiene che la VERITÀ APPAIA SEMPRE e OVUNQUE, e che <<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’individuo-errore] veda il destino>>?  (Severino: La Gloria, Pag. 475).

Nel prossimo post…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 31 agosto 2023

91)- «APPARE», MA NON “A CHI”?

Presso gli estimatori del filosofo Emanuele Severino, è invalso l’uso del termine <<APPARE>> per NEGARE che ciò che appare possa apparire ALL’io empirico, cioè A ME, A TE….

Vediamo meglio.

Alla domanda:

in che senso dici che <<l'apparire non appare a nessuno>>?

Maurizio Gambett (MG) ha risposto:

<<bella domanda. Me la sono posta anche io oggi. E mi sono dato questa risposta: è APPARSA la frapposizione tra me e la filosofia del destino. A se stessa […] Il tra me indica la distanza tra me e la Filosofia del destino. NON "L'APPARIRE A">>. (Maiuscoli miei: RF).

Per MG, il ME è <<anche esso un essente che APPARE>>.

Inoltre, egli aggiunge che <<il Me APPARE insieme al tu. Peraltro anche io che sto scrivendo APPARE>>.

Nel caso di svenimento, egli riconferma che <<quando ho ripreso coscienza APPARE che ho ripreso coscienza>>, etc…

Infine, MG precisa:

<<comunque, per capirlo, bisognerebbe ritornare al post. Partendo dall'io empirico. Quando APPARE qualcosa, appare anche a chi appare questo qualcosa? No. Perché nel momento in cui appare questo "chi" anch'esso apparirebbe. Heidegger l'aveva capito (a metà). Nel senso che non potendo scorgere questo "chi" e dando per scontato che l'apparire dovesse apparire a qualcuno, l'ha chiamato niente. Severino è come se dicesse: quindi l'apparire appare al niente? Bene. Come dire che non appare a nessuno. APPARE>>.

Bene così.

Ora, scrivere <<APPARE>>, così frequentemente espresso, è come dire:

MANGIA;

SPEDISCE,

STA MALE,

etc…

Questi, senza un SOGGETTO ed un eventuale COMPLEMENTO, sono tutti significati che, presi così, NON dicono alcunché.

Infatti, all’espressione: MANGIA (che qui non funge da imperativo), viene subito da chiedere:  

CHI MANGIA (COSA)?

All’espressione: SPEDISCE, chiediamo:

A CHI (egli) SPEDISCE (COSA)?

All’espressione: STA MALE, si chiede:  

CHI STA MALE?

Etc…

Lo stesso dicasi di APPARE. Preso così, NON vuol dire niente, soprattutto NON spiega niente, è SOLTANTO la formulazione di un verbo.

Quindi:

A CHI APPARE (QUALCOSA)?

Infatti, come MANGIA ha senso se vi è QUALCUNO che MANGIA qualcosa, e come SPEDISCE ha senso se A QUALCUNO egli SPEDISCE qualcosa, così APPARE ha senso soltanto se A QUALCUNO APPARE qualcosa, altrimenti il verbo "APPARE" resta sospeso in aria, indeterminato.

Per quanto riguarda l’ultimo brano di MG sopra riportato, egli chiede:

<<Partendo dall'io empirico. Quando APPARE qualcosa, appare anche a chi appare questo qualcosa? No. Perché nel momento in cui appare questo "chi" anch'esso apparirebbe>>.

Eh no, direi che quest’asserzione sia del tutto inaccettabile.

Perché se IO dico:

“x mi appare” o “mi è apparso”,

allora inevitabilmente <<appare anche A CHI appare questo qualcosa>>, altrimenti giammai potrei dire:

 “x MI appare” o “MI è apparso”.

In questo MI è già inclusa la coscienza di esser colui A CUI x appare.

Quindi, posso dire che x appare A ME in virtù dell’AUTO-coscienza, grazie alla quale IO so di essere colui A CUI x appare (o è apparso).

E così conclude MG:

<<Nel senso che non potendo scorgere questo "chi" e dando per scontato che l'apparire dovesse apparire a qualcuno, l'ha chiamato niente. Severino è come se dicesse: quindi l'apparire appare al niente? Bene. Come dire che non appare a nessuno. APPARE>>.

Ora, non si capisce come si possa dire di NON <<scorgere questo "chi">> a cui qualcosa appare (forse, nel caso di Heidegger, a causa di una certa suggestione orientale  a cui egli era particolarmente affezionato. Inoltre va osservato come il <<niente>> heideggeriano e quindi orientale non coincida col NIENTE severiniano, tanto da sembrarmi completamente fuori luogo che Severino affermi: <<quindi l'apparire appare al niente? Bene. Come dire che non appare a nessuno. APPARE>>. È fuori luogo, giacché il <<niente>> cui sarebbe l’IO non è affatto il nihil absolutum bensì è COSCIENZA FINITA quindi SPECIFICA, INDIVIDUATA, tutt’altro che nihil absolutum!).

Certo, se si pretendesse di scorger quel <<chi>> come fosse UN OGGETTO accanto ad altri, non sarebbe IO il VEDENTE bensì UN VEDUTO.

Lo scorgere il VEDENTE ( = IO), lo <<scorgere questo "chi">> è AUTO-coscienza, e si AUTO-mostra precisamente in ogni momento in cui IO so ( = sono consapevole) che x, y, z… appaiono A ME.

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 25 agosto 2023

87)- ANGELO SANTINI: L’IO DEL DESTINO «INSCENA» IL PROPRIO INDICARE SÉ STESSO?


Vorrei soffermarmi su una precedente affermazione (post 85) di Angelo Santini (AS) secondo cui, a proposito della volontà di INDICARE la verità del destino, <<in realtà non [c’è] stato un indicare>> il destino da parte dell’io empirico-Severino, nonostante l’io empirico-Severino  abbia affermato:

<<i miei scritti sono il dito>> che indica la luna ossia il destino. (Severino: Educare al pensiero, pp. 155-156).

Notare bene; egli precisa: <<i miei scritti>>, cioè DELL’io empirico-Severino.

Al contempo, però (cfr. il post n° 37), è necessario _ afferma sempre il filosofo bresciano _ che quel dito (cioè <<i miei scritti>>), <<fraintendasempre e inevitabilmente, le tracce della Gioia [la luna]>>.

Ancora Severino:

<<Il dito e la luna. Le piace? È una metafora cinese. Il dito indica la luna e può aiutare a spingere verso il tramonto il dito che indica la terra isolata. Il carattere problematico della capacità del dito di indicare la luna non investe lo splendore della luna>>.

Certo, purché, però, quel dito sappia INDICARE CORRETTAMENTE, non in modo <<problematico>>.

Ora, come detto, quel dito è necessario che

<<fraintendasempre e inevitabilmente, le tracce della Gioia [la luna]>>, in quanto esso (quale metafora dei <<miei scritti>> e quindi DELLio empirico-Severino) è ERRORE, infatti esso ha un <<carattere problematico>> nell’indicare, proprio perché è un dito STORTO, per cui non indicherà MAI correttamente, e perciò la luna non sarà affatto indicata né indicabile, visto che quel dito STORTO dirotta sempre ALTROVE la sua indicazione.

Pertanto è sommamente CONTRADDITTORIO affermare che ALL’io empirico NULLA APPAIA ed al contempo ritener che AL dito ( = ALL’io empirico-Severino) DEBBA APPARIRE la luna onde poterla INDICARE!

O si vorrà forse sostener assurdamente che il dito ( = l’io empirico-Severino) INDICHI ( = gli appaia) ciò che non può MAI apparirgli?

Severino osserva:

<<la luna appare>> (op. cit.).

A CHI?

A LUI, o meglio, al SUO dito che la INDICA o, meglio ancora, la luna appare in ciò che egli chiama:

<<i miei scritti sono il dito>>.

Lo ha detto Severino, non il sottoscritto…

Ricordiamoci adesso quanto asserito da AS:

<<in realtà non [c’è] stato un indicare>> il destino da parte dell’io empirico-Severino.

Per cui, che gli scritti DI Severino siano il dito che indica la luna è <<in realtà>> una FINZIONE, o come dice lo stesso AS:

è qualcosa di <<inscenato>>.

Leggiamo direttamente AS:

<<Non è l'io empirico Severino [ = il dito] ad aver indicato la verità del Destino [ = la luna] ai nostri io empirici o al nostro Io finito del Destino, ma è l'Io Infinito del Destino che, in questo tratto di realtà della terra isolata, appare processualmente e parzialmente in sé e a sé ospitando solo alcuni tratti coscienziali di se stesso e che quindi autoappare a sé in questo modo parziale, nel quale è inscenato un contrasto tra la verità e l'errore che passa anche per equivoci come quelli secondo cui a testimoniare e indicare il Destino sia un io empirico anziché l'Io finito del Destino (che è una porzione dell'Io infinito del Destino). In altre parole, ad aver indicato la verità del Destino è il Destino stesso a sé stesso e in se stesso (in questo tratto della terra isolata, nella forma processuale inscenata dal contesto stesso della terra isolata, quale contrasto tra la verità e l'errore e l'idea che siano gli individui a testimoniare qualcosa>>. (Parentesi quadre mie: RF).

Intanto, NON si capisce COME, sulla base di una messinscena, si possa affermare CON VERITÀ non solo che essa è una messinscena _ giacché, per affermare ciò, gli attori ( = gli io empirici) dovrebbero SAPERE della loro inscenata mentre, invece, Severino ha sempre ribadito che l’io empirico-errore NON SA di essere errore e quindi NON SA di inscenare alcunché  _, ma, ancor più, si rimane stupiti da come non ci si accorga dell’ASSURDITÀ della seguente tesi severiniana:

<<ad aver indicato la verità del Destino è il Destino stesso a sé stesso e in se stesso (in questo tratto della terra isolata, nella forma processuale inscenata dal contesto stesso della terra isolata, quale contrasto tra la verità e l'errore e l'idea che siano gli individui a testimoniare qualcosa>>.

Scendiamo nel dettaglio.

Vestiamo il <<Destino stesso>> coi panni dell’UNICO REGISTA ed OSSERVATORE ( = Io del destino) della scena che si svolge nel suo teatro.

Sul palco, vi è un gruppo di <<tratti coscienziali>> ( = gli io empirici-errori) che si avvicendano inscenando di INDICARE <<la verità del Destino>>.

Come anticipato, il regista è l’UNICO FRUITORE che VEDE e SA tutto quanto avviene sul palco, mentre, invece, gli io empirici ivi recitanti sono ERRORI, per cui essi sono CIECHI pur sostenendo, essi, di vedere, e sono SORDI pur sostenendo di udire.

Inoltre, essi non sono consapevoli di inscenare un <<fittizio agire>>, perché ritengono di agire realmente, ed IGNORANO completamente l’esistenza/presenza del REGISTA ( = Io del destino) che li osserva, giacché è stato detto da AS:

<<Secondo la filosofia di Severino non vi è in noi un soggetto che abbia fede, pensi e si rappresenti la realtà, ma solo l'apparire di configurazioni coscienziali in cui si inscena questo e la identificazione con un io empirico calato in un presunto mondo esterno, creduto diveniente>>;

ed anche:

<<dissento sul ritenerci Io empirici. Chi sperimenta [ = osserva] ciò che appare nel nostro Cerchio finito del Destino [ = nel teatro] è il nostro Io finito del Destino [ = il regista], non l'io empirico [ = il gruppo di <<tratti coscienziali>> cui sono gli io empirici-errori]. L'io empirico [ = tale gruppo di <<tratti coscienziali>>] non ha realtà propria ed esiste come contenuto della fede [ = cioè NON esiste] (la fede che esista fisicamente la persona, anziché l'insieme delle determinazioni che ne rappresentano il fittizio agire, ovvero la persuasione di agire, secondo la filosofia sostenuta da Severino)>>. (Parentesi quadre mie: RF).

Accade, dunque, che l’Io del destino necessiti di INDICARE sé stesso <<nella forma processuale inscenata dal contesto stesso della terra isolata [ = del teatro]>>.

Ossia, tale regista, chissà perché, sente la necessità di INDICARE sé stesso <<a stesso e in se stesso>> attraverso la messinscena recitata da <<tratti coscienziali>> i quali, in quanto sono CIECHI, SORDI e FITTIZI, non possono indicare proprio niente!

Ora, il MINIMO che si possa dire di questo Io del destino è che sia BEN POCO CONSCIO di sé, tanto da aver NECESSITÀ di INDICARSI non in virtù del proprio auto-apparirsi immediato ed innegabile, ossia della propria auto-coscienza, bensì grazie ad una sceneggiata che di sé stessa NULLA SA, NULLA ESPERISCE, NULLA VEDE e NULLA SENTE, essendo per lo più FITTIZIA ossia _ in ultima analisi _ INESISTENTE!

Non solo, ma accade che la sceneggiata consistente nei suddetti CIECHI, SORDI e FITTIZI io empirici, prenda possesso della scena teatrale (AS: <<quale contrasto tra la verità [ = il regista] e l'errore [ = gli io empirici] e l'idea che siano gli individui a testimoniare qualcosa>>), CONTRASTANDO la consapevolezza ( = la verità) del regista di essere IL SOLO ed UNICO REGISTA, finendo perciò, EGLI, per immedesimarsi (credendo) in quegli io empirici SORDI, CIECHI e FITTIZI, appunto perché questi ultimi sono convinti di NON essere CIECHI, SORDI e FITTIZI, bensì reali soggetti consapevoli del mondo che appare loro.

AS ha precisato che

<<l'apparire della persuasione nell'errore non intacca l'Io finito del Destino, il quale non è che "creda" nell'errore quando gli appare, quanto piuttosto è pervaso in quel momento principalmente da quella particolare serie di configurazioni coscienziali che inscenano la persuasione dell'essere un io empirico che ha fede in qualcosa, mentre l'oltrepassamento dell'errore (già originariamente avvenuto nell'apparire infinito) è semplicemente l'apparire di configurazioni coscienziali in cui è da sempre presente la comprensione dell'errore in quanto errore, e della verità in quanto tale>>.

Ma l’esser <<pervaso in quel momento principalmente da quella particolare serie di configurazioni coscienziali che inscenano la persuasione dell'essere un io empirico che ha fede in qualcosa>>,

significa che l’Io del destino è appunto PERSUASO ossia CREDE <<nell'errore quando gli appare>>, altrimenti tale persuasione scivolerebbe via, non attecchirebbe neppure per un istante, e perciò NESSUN io empirico direbbe MAI:

io sono, io faccio, io vedo, io penso, io sento, etc…,

perché verrebbe immediatamente sconfessato dalla INOBLIABILE consapevolezza della verità dell’Io del destino.

Insomma, una verità davvero LABILE, se si lascia sopraffare dall’errore…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 22 agosto 2023

85)- TERZO DIALOGO CON ANGELO SANTINI SUL RAPPORTO SEVERINIANO TRA “IO EMPIRICO-IO DEL DESTINO”


Rispondendo al mio post n° 71, Angelo Santini (AS) ha scritto:

<<Ciao Roberto. Ti ringrazio per questa risposta, a cui incomincio a replicare nel seguente modo: l'io empirico di per sé non esiste, se non come insieme di contenuti coscienzali che sono parte dell'Io finito del Destino a cui convengono. Severino ha sempre detto che noi siamo cerchi finiti del Destino e, come ti ha detto anche Egon Key, nel testo "Cervello, mente, anima" ha dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente (e pertanto non possa sperimentare niente), in quanto ciò che appare può apparire solo al e nel cerchio dell'apparire (oltre che ovviamente nell'apparire infinito). Una volta assodato ciò, risulta che pertanto a sperimentare qualsiasi contenuto non possa che essere il cerchio finito dell'apparire che siamo, non l'io empirico considerato erroneamente astratto ed autosussistente rispetto ad esso. L'io empirico é un insieme di contenuti coscienzali che non autoappaiono in se stessi e a se stessi, ma nel cerchio finito dell'apparire che é ciò che li sperimenta. Il cerchio finito dell'apparire é ciò che sperimenta in "prima persona" i contenuti dell'io empirico, senza però patirli, ovvero senza che esso stesso ne sia coinvolto e persuaso (essendo l'Io del Destino l'apparire trascendentale di ciò che gli si manifesta). Che l'io empirico possa provare qualcosa andrebbe inteso come il fatto che l'Io finito del Destino sia ciò a cui quei contenuti appaiono e che soltanto in essi vi sia la persuasione e il patimento che li riguarda (ma che non autoappare a sé e in se' e quindi non è "da loro" sperimentato, ma del cerchio finito del Destino a cui sono originariamente congiunti), non nello sguardo dell'Io finito del Destino che é puro apparire>>.

Pausa prima parte.

Ringrazio molto anch’io Angelo Santini, soprattutto per la sua passione e la sua inossidabile cortesia.

Devo, però, premettere una considerazione.

Nel presente intervento di AS, egli scrive che l’apparire del mondo all’io empirico-Severino (o a chiunque altro) sarebbe <<una situazione che INSCENA che sia un io empirico, quale é quello di Emanuele Severino, ad aver indicato un determinato contenuto>>.

Ebbene, tale MESSINSCENA _ qualora fosse considerata un tratto della verità del destino _, NON potrebbe in alcun modo esser SAPUTA dall’io empirico.

A differenza dei comuni attori di teatro, che SANNO di recitare, l’io empirico, poiché è ERRORE (SENZA saper di esserlo), NON SA neppure di recitare una MESSINSCENA che vi sia un Regista ( = l’Io del destino) alle proprie ‘spalle’, perché è convinto della realtà di sé, della propria vita e del mondo in cui esso agisce.

Ma ciò che conta notare è che la mia (presunta) autentica essenza, cioè il mio Io del destino, che per sua natura NON PUÒ INDICARE ALCUNCHÉ, NON può neppure esser esso ad esperire il mio essere io empirico, perché se fosse unicamente l’Io del destino stesso ad esperire le convinzioni ERRONEE che noi io empirici abitualmente affermiamo, quali ad esempio:

a me appare questo e quello; io scrivo; io replico; io sono Roberto; io faccio questo, etc…,

allora l’Io del destino CREDEREBBE a tali contenuti ERRONEI, ne sarebbe PERSUASO, CREDEREBBE cioè che l’io sia quel centro coscienziale individuale A CUI qualcosa appare, altrimenti NESSUN io empirico penserebbe/direbbe mai:

a me appare questo e quello; io scrivo; io replico, etc…,

giacché la soverchiante consapevolezza cui è l’Io del destino si paleserebbe innegabilmente, rendendogli impossibile affermare:

a me (io empirico) appare questo e quello; io (empirico) scrivo; io (empirico) replico, etc…

Sì che, a conti fatti, l’Io del destino si riveli perciò esser non solo ERRANTE

(ed ERRANTE non in forza della contraddizione C, bensì ERRANTE per la persuasione incontrastata che il mondo appaia A NOI io empirici, che siamo soliti dire: io scrivo; io replico, etc…),

ma altresì INDISTINGUIBILE dall’io empirico-errante (nonché dall’ERRORE).

Quand’anche, infatti, ammettessimo (ma SENZA concedere) che <<a sperimentare qualsiasi contenuto non possa che essere il cerchio finito dell'apparire che siamo>>, quest’ultimo, quale <<inconscio dell’inconscio>> di ME mortale (poiché sono ISOLATO da esso) NON potrebbe MAI trapelare in (o a) ME, se non come

<<un affiorare ROVESCIATO (e dunque SVIANTE) dell’inconscio dell’inconscio (e che sia ROVESCIATO significa che sono IMPOSSIBILI LAMPI di COMPRENSIONE AUTENTICA)>> del destino (N. Cusano),

cosicché NESSUNO ( l’Io del destino l’io empirico) POSSA MAI TESTIMONIARE (anzi: NEPPURE avvedersi dell’esistenza de) una qualsivoglia verità del destino.

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Tornando ora alla replica di AS, egli giustamente esordisce così:

<<Ti ringrazio per questa risposta, a cui [io] incomincio a replicare nel seguente modo>>.

Sulla scia di quanto già esposto nei post nn. 83 e 84, ho fatto innanzitutto notare questa frase di AS perché NEPPURE lui può evitar di ammettere che la mia risposta sia APPARSA A LUI-io empirico, così come la sua presente replica adesso APPARE A ME, altro io empirico.

Sarebbe infatti ‘difficile’ ritener che qui, come altrove, repliche e contro-repliche appaiano unicamente a due Io del destino, perché, se così fosse, bisognerebbe riconoscere che almeno uno (quale non importa) dei due Io del destino sia PERSUASO dell’ERRORE, mentre, invece, ad esser persuaso dell’errore è sempre e soltanto l’io empirico.

Lo stesso dicasi riguardo quest’altra affermazione di AS:

<<Severino ha sempre detto che noi siamo cerchi finiti del Destino>>.

Vero, ma appunto: LO HA DETTO Severino, ossia un io empirico, NON qualcos’altro…

Comunque, AS sostiene che Severino avrebbe <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>>.

Ma, se così, Severino NON avrebbe potuto dimostrare niente, perché, per dimostrare quanto indicato, tale dimostrazione avrebbe innanzitutto dovuto APPARIRE A Severino-io empirico e successivamente A tutti gli altri io-empirici, come ad esempio ALL’io empirico-AS, giacché EGLI può affermare che Severino-io empirico avrebbe <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>> sol perché ALL’io empirico-AS tale dimostrazione è innegabilmente apparsa.

Essendo perciò APPARSA A tutti loro, allora la dimostrazione effettuata DALL’io empirico-Severino SMENTISCE la propria tesi.

Se infatti <<all'io empirico non [può] apparire niente (e pertanto non [può] sperimentare niente)>>, allora AD AS NON può nemmeno APPARIRE ciò che sto scrivendo né può, perciò, rispondermi, perché per rispondermi, è banalmente necessario che A LUI APPAIA ciò che ho scritto, ed A ME ciò che LUI ha scritto. 

Conseguentemente, AD AS-io empirico NON può neppure apparire la notizia che <<all'io empirico non possa apparire niente>> può apparirgli che Severino abbia perciò <<dimostrato che all'io empirico non possa apparire niente>>.

Ripeto, perciò:

se tutto quanto appena scritto APPARISSE SOLTANTO all’Io del destino (mio e suo), allora uno dei due sarebbe PERSUASO DELL’ERRORE, il che è impossibile, giacché l’Io del destino _ sempre secondo Severino _ è la VERITÀ e non può perciò persuadersi di alcunché d’altro da essa, poiché chi si persuade è sempre e soltanto l’io empirico-ERRORE.

Certamente, secondo Severino l’Io finito del destino è <<ciò a cui quei contenuti [ = SCONCERTO, TURBAMENTO] appaiono>>, ma esso, cioè 

<<l'Io del destino sperimenta il dolore e l'angoscia, MA LASCIA CHE SIA L'IO DELL'INDIVIDUO A PROVARE SCONCERTO, TURBAMENTO E LA FORMA DI DOLORE E DI ANGOSCIA che ne conseguono; e vede in questa e in ogni altra forma dell'affettività la conseguenza inevitabile dell'errare in cui l'io dell'individuo consiste>> (Severino: La Gloria, p. 65. Maiuscoli miei: RF)>>.

Se, come ha scritto AS:

<<Il cerchio finito dell'apparire é ciò che sperimenta in "prima persona" i contenuti dell'io empirico, senza però patirli, ovvero senza che esso stesso ne sia coinvolto e persuaso>> giacché l’<<Io finito del Destino é puro apparire>>,

allora quei <<contenuti dell'io empirico>> sono PATITI ESCLUSIVAMENTE DA quest’ultimo, ché, in caso contrario, sarebbe FALSO asserir che l’Io del destino non li patisca, non ne rimanga coinvolto e non ne resti persuaso!

Ciò vuol dire, al di là di ogni dubbio, che esso sia colui A CUI QUALCOSA APPARE, fosse anche soltanto tale patimento, comunque pur sempre qualcosa GLI appare.

Per cui NON è arbitrario inseguire un Io del destino demandandogli ogni forma di consapevolezza, perché altrimenti sarebbe FALSO sostener <<che sia l'io dell'individuo a PROVARE sconcerto, turbamento>>,

dove <<PROVARE sconcerto, turbamento>> NON PUÒ, perciò, essere inteso

<<come il fatto che l'Io finito del Destino sia ciò a cui quei contenuti appaiono e che soltanto in essi vi sia la persuasione e il patimento che li riguarda>>,

appunto perché, ripeto, l’Io del destino

<<LASCIA che sia l'io dell'individuo A PROVARE sconcerto, turbamento>> e patimenti, NON altri che LUI.

Ciò attesta ancora una volta come ANCHE l’io dell’individuo PROVI (patisca) qualcosa, certamente non solo <<sconcerto, turbamento>>, come l’esperienza quotidiana ci conferma ininterrottamente.

NOTA:

direi perciò che nel suddetto brano di Severino venga CONFERMATO l’essere UNICAMENTE ERRORE da parte dell’io empirico; infatti il <<PROVARE sconcerto, turbamento>> così come <<ogni altra forma dell'affettività>> sono visti come <<la conseguenza inevitabile dell'ERRARE IN CUI L'IO DELL'INDIVIDUO CONSISTE>>.

FINE NOTA.

Prosegue AS:

<<Tenendo conto di ciò e di quanto detto in precedenti miei commenti, direi che i problemi da te sollevati si risolvano nel seguente modo: la tua critica si basa su di almeno una premessa sbagliata, ovvero che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici. Su questa base fuorviante ovviamente non possono seguire conclusioni corrette, che pertanto non smentiscono la filosofia severiniana>>.

NON CONCORDO, perché, che la MIA critica si basi <<su di almeno una premessa sbagliata, ovvero che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>>, è quanto MI sta comunicando l’io empirico-AS A CUI è apparsa/ha esperito l’erroneità della MIA premessa.

Dunque, EGLI, criticando la MIA premessa, LA RICONFERMA, appunto perché, per criticarla, essa DEVE esserGLI APPARSA ed averne CONSTATATO ( = esperito) l’erroneità, quindi AS HA CONVALIDATO ciò che ha criticato, ossia <<che chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>>.

Sì che la SUA negazione della tesi secondo la quale <<chi sperimenta qualcosa sia l'io empirico e che noi siamo io empirici>> si riveli una negazione auto-contraddicentesi.

Peraltro, non solo la ‘dimostrazione’ DI Severino-io empirico NON MI persuade affatto, ma altresì essa è auto-negantesi in virtù delle sue stesse premesse, giacché essendo innegabile che tale ‘dimostrazione’ sia stata effettuata DALL’io empirico-Severino, come anche Angelo Santini ha chiaramente riconosciuto e scritto, allora essa si auto-toglie nel momento in cui pretende che tale dimostrazione sia rivolta A QUALCUNO _ ad esempio A ME che la leggo _ SENZA però che vi sia mai stato alcun io empirico-Severino che l’abbia pensata/scritta e SENZA nessun altro io empirico A CUI essa potesse essere rivolta.

Per cui esisterebbe NON-ILLUSORIAMENTE una dimostrazione dell’ILLUSORIETÀ (o positivo significare del NULLA) dell’io empirico-scrivente/leggente effettuata DALL’ILLUSORIO io empirico-Severino a beneficio di altri ILLUSORI io empirici AI quali essa dovrà prima o poi apparire, sì che l’ILLUSORIO io empirico-Severino ritenga NON-ILLUSORIAMENTE che tale dimostrazione ESISTA anch’essa NON-ILLUSORIAMENTE, col risultato che essa finisca per mostrare la PROPRIA ILLUSORIETÀ!

Dunque NON può esistere alcuna NON-ILLUSORIA dimostrazione, giacché NESSUN ILLUSORIO io empirico potrebbe mai averla effettuata PER altri ILLUSORI io empirici AI quali, perciò, essa MAI AVREBBE POTUTO APPARIRE.

Insomma, questa tesi dell’impossibilità che all’io empirico appaia ‘qualcosa’, viene CONTINUAMENTE SMENTITA dallo stesso io empirico-AS A CUI APPARE la tesi contraria, altrimenti, se quest’ultima non GLI fosse mai apparsa, AS NON avrebbe potuto nemmeno negarla indirizzando A ME la sua negazione (giacché a negarla NON può certo esser stato l’Io del destino, il quale non nega né afferma né scrive…).

Proseguo con la seconda parte della replica di AS:

<<Aggiungo che sebbene possa poi sembrare strano che gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla, ciò non è però contraddittorio. Che, nel caso dell'Io del Destino in cui é apparso l'io empirico Emanuele Severino, a indicare la verità del Destino non sia stato l'io empirico Severino e che in realtà non ci sia stato un indicare, ma un apparire parziale e processuale della verità del Destino, nei nostri cerchi finiti, nella forma che conviene alla terra isolata quale condizione di contrasto tra la verità e l'errore, non é contraddittorio: l'apparire processuale stesso della verità implica queste forme di ambiguità. La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire, non isolatamente da tutti gli errori e le persuasioni nichiliste che tentano di contrastarla, e il suo progressivo mostrare la loro impossibilità richiede esattamente una forma di gradualità del toglimento della contraddizione C. Dunque é normale e coerente con il contenuto complessivo delle tesi severiniane il fatto che un simile contenuto abbia incominciato ad apparire in un contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo, cioè in una situazione che inscena che sia un io empirico, quale é quello di Emanuele Severino, ad aver indicato un determinato contenuto: se non fosse apparsa una simile situazione alla verità del Destino sarebbe mancata la possibilità di negarla nella sua massima forma persuasiva, che quindi sarebbe rimasta una possibilità aperta non originariamente negata nell'apparire infinito. Ma allora la verità é indicata da qualche cerchio del Destino ad altri? Non propriamente: se la verità del Destino indicata da Severino incominciasse ad apparire in un certo Cerchio finito del Destino, si tratterebbe sempre e comunque dell'autoapparire processuale, e caratterizzato dalla contraddizione C, della verità del Destino in quel determinato cerchio finito del Destino, nella forma sviante di un comprendere una verità apparentemente dall'esterno, tramite indicazioni altrui>>.

Perfetto:

<<sebbene possa poi sembrare strano che gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla [etc…]>>.

Per quanto mi riguarda, ritengo ormai ampiamente smentita la tesi secondo la quale <<gli io empirici non sperimentino e non facciano nulla>>, altrimenti, ripeto, AS NON avrebbe potuto SPERIMENTARE e COMUNICARE la stranezza che essi <<non SPERIMENTINO nulla>> avrebbe potuto EFFETTUARE ( = FARE) quella serie di azioni consistenti nello SCRIVERE ( = FARE) che <<gli io empirici non FACCIANO nulla>>, , perciò, avrebbe potuto INDICARE quella verità secondo la quale NON vi è <<un INDICARE>> il destino.

Senonché, EGLI _ non una casa o una montagna _ probabilmente ribadirà che SPERIMENTARE, FARE, SCRIVERE, INDICARE, etc…, siano enti che appaiono nell’Io del destino, e non ALL’io empirico.

E tuttavia, APPARE che a ribadire ciò, sia sempre il medesimo io empirico-AS.

Ripeto, a ribadire ciò NON è l’Io del destino, dal quale l’io individuale è isolato e quindi non può che ignorarne l’esistenza, un albero, una casa o una nuvola, ma SEMPRE E SOLTANTO uno tra i moltissimi io empirici che constatiamo in ogni istante, infatti, non a caso mi sto RIVOLGENDO AD Angelo Santini, il quale REPLICHERÀ A ME ( = a questo MIO post), MOSTRANDO ULTERIORMENTE di esser LUI l’autore della prossima risposta e quindi CONFERMERÀ che questo mio post GLI è infine APPARSO, anche se _ sempre LUI _ dissentirà da quanto in esso vi è scritto…

Scrive ancora AS:

<<La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire, non isolatamente da tutti gli errori e le persuasioni nichiliste che tentano di contrastarla, e il suo progressivo mostrare la loro impossibilità richiede esattamente una forma di gradualità del toglimento della contraddizione C. Dunque é normale e coerente con il contenuto complessivo delle tesi severiniane il fatto che un simile contenuto abbia incominciato ad apparire in un contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo>>.

NON sono d’accordo, perché se il momento presente è il <<contesto nel quale prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire e nella persuasione secondo la quale sarebbe insensato che la verità del Destino autoappaia processualmente a sé in questo modo>>,

allora, proprio in forza di tale PREVALERE dell’ERRORE, chi scrive ciò ( = l’io empirico-errore) NON può in alcun modo SAPERE/TESTIMONIARE

(1)- che <<La verità del Destino conosce se stessa, in quanto è autoapparire>>,

(2)- che nell’attuale contesto <<prevale ancora la persuasione nichilista nel divenire [etc…]>> cioè prevale l’ERRORE-io empirico,

giacché, se l’ERRORE SAPESSE tutto ciò, l’io empirico NON sarebbe sé stesso cioè non sarebbe ERRORE ma saprebbe ciò che SA la verità, essendo così INDISTINGUIBILE da quest’ultima, come già indicato sopra, nella mia premessa;

oppure, sempre se l’ERRORE SAPESSE tutto ciò, allora esso NON PREVARREBBE sulla verità del destino (come invece accade), appunto perché la verità APPARIREBBE NON-PREVARICATA (quindi libera) dall’ERRORE (il che non è).

Infatti, è proprio perché l’ERRORE PREVALE, che ad esso è PRECLUSA la conoscenza delle due possibilità testé negate.

 

Roberto Fiaschi

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