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sabato 26 aprile 2025

172)- ASSOLUTO SENZA DISTINZIONI?


Riporto un estratto dal testo del prof. Aldo Stella, gentilmente trasmessomi dal suo allievo Marco Cavaioni (le parentesi quadre sono di quest’ultimo) https://series.morlacchilibri.com/.../riflessioniteoretiche:

<<L’assoluto è il valore che non può venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro.

Il valore dell’assoluto, pertanto, non può non (innegabilmente, necessariamente) sottrarsi alla riduzione a funzione [riferimento, relazione, ergo distinzione, dualità - ndr].

Questo costituisce il nodo teoretico [...] per lo meno se si esamina la questione intendendo porsi dal punto di vista dell’assoluto medesimo [che è il solo punto di vista vero e, quindi, non è un "punto di vista, "uno" tra più d'uno - ndr].

Ora, riteniamo importante apportare una precisazione al discorso svolto, affinché risulti chiara la ragione per la quale non si può evitare di parlare di funzione dell’assoluto [si tratta della dialettica tra questa "inevitabile" funzione e la "innegabilità" del valore dell'assoluto, che opera nell'inevitabile semplicemente essendo tale - ndr].

Se, infatti, l’intenzione di chi si volge all’assoluto è porsi dal punto di vista dell’assoluto stesso, tuttavia non si può non rilevare che, nel riferirsi all’assoluto, di fatto [inevitabilmente - ndr] si postula [si presuppone: si parte dal presupposto o “iniziale” proprio perché si inizia, ma “iniziale” non coincide con l'autentico “originario”, appunto l'innegabile, l'assoluto: da esso non si comincia né, a rigore, ad esso si perviene mai di fatto - ndr] come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non escludere, ma che il riferimento (la relazione) non può non implicare.

Che è come dire: l’intenzione di coincidere con l’assoluto è innegabile; il fatto di “riferirsi” ad esso a muovere dall’altro da esso è inevitabile, sì che l’universo empirico-fattuale risulta innegabilmente inevitabile [innegabilmente solo presupposto da cui si inizia, per il fatto stesso di non poter non inevitabilmente iniziare - ndr].

L’inevitabile, quindi, indica l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni), una volta che si presupponga il porsi di quel soggetto empirico che è tale proprio perché è frontale e reciproco ad essi.

Innegabile, invece, è la necessità che tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi vadano oltre la loro esistenza determinata, poiché l’esistente (l’ente, la determinazione) non può non intendere di essere veramente; dunque, non può non intendere di pervenire a quel vero [intenzionalmente ossia idealmente è già da sempre uno con esso, fattualmente mai], che è l’essere stesso (l’assoluto): l’intenzione, infatti, è la sua autentica essenza ontologica.

Nel caso dell’assoluto, ci sembra preferibile parlare di “funzione indiretta”, poiché essa non è svolta, appunto, nel senso che l’assoluto entra in relazione con ciò su cui svolge la sua funzione, dal momento che, al contrario, esso svolge la sua funzione precisamente per il suo non entrare in relazione con altro da sé. L’assoluto svolge, infatti, la sua funzione in conseguenza del suo essere ciò che è, cioè del suo valore, che lo sottrae ad ogni vincolo.

E tale funzione esprime l’effetto che l’assoluto ha sul relativo (condizionato), una volta che il relativo sia stato presupposto.

Orbene, come abbiamo detto, tale “effetto” non può venire inteso nel senso della funzione del fondare, stante che il fondamento assoluto non legittima affatto l’universo dei determinati. Al contrario, l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione.

Precisamente per questa ragione, parliamo di funzione de-assolutizzante o relativizzante o critica. [...]

A quanto abbiamo detto si deve aggiungere anche un’altra precisazione. Se si pretendesse che l’assoluto svolga la funzione che il finito gli richiede, e che consisterebbe nel legittimare il determinato così come questo si presenta, allora ci si troverebbe nella seguente situazione:

l'assoluto verrebbe incluso in quella presunta relazione legittimante che non soltanto lo vincolerebbe al finito, ma inoltre decreterebbe la sua stessa finitezza.

In tal modo, l’assoluto verrebbe negato nella sua assolutezza e, dunque, nel suo valore, così che perderebbe eo ipso la sua funzione autenticamente legittimante, che è la funzione de-assolutizzante, volta a ricondurre il finito alla sua vera natura. [...]

Con il seguente approdo, che è di primaria importanza: è in virtù dell'essere incondizionato (il vero essere) che il condizionato cessa di pretendere di valere come assoluto, cioè come vero essere. [...]

Tale pretesa, smascherata dall’atto [la coscienza trascendentale - ndr] che trascende il finito, diventa poi [ecco, di nuovo, l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli - ndr] inevitabilmente contenuto della coscienza empirica, e per questa ragione può venire detta, ma il contenuto non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato.

Sia la funzione sia la mediazione [della coscienza trascendentale - ndr], dunque, sono il modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto, che invece è innegabile: l’innegabile stesso.

Funzione e mediazione costituiscono, pertanto, il fungere e l'operare l'innegabile nell’inevitabile, nonostante che, dal punto di vista l'innegabile, quest’ultimo non entri in rapporto con l’inevitabile né si sottragga ad esso, stante che per l’innegabile c’è solo l’innegabile>>. – A. Stella, Riflessioni teoretiche, Morlacchi 2023, pp. 33-37.

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1)

Il mio intento è mostrare come l’assoluto-UNO-parmenideo-eckhartiano (quello a cui si rifanno il prof. Aldo Stella e Marco Cavaioni) NON riesca ad essere puramente UNO-senza-distinzioni bensì intrinsecamente DISTINTO/DIFFERENTE (NB: non però distinto alla maniera severiniana, che postula un’unità dei distinti ma non un vero UNO-indistinto), senza che ciò infranga minimamente la sua assolutezza o il suo esser UNO-senza-distinzioni (ma quest’ultimo aspetto non verrà trattato qui). Quindi, di passaggio in passaggio cercherò di evidenziare la presenza della DISTINZIONE-NON-PRESUPPOSTA ma realmente POSTA in seno all’UNO.  

Esso non riesce a costituirsi come UNO-senza-distinzioni perché la contraddittorietà della presenza in esso della distinzione è tale in forza del principio di non-contraddizione ( = PdNC) secondo cui, se l’assoluto avesse intrinseche (nonché esterne) distinzioni, cesserebbe di essere assoluto poiché si ridurrebbe a PARTE quindi in RELAZIONE con quell’altra PARTE cui è <<quell’altro da esso>>, minando ( = contraddicendo) così l’interezza dell’UNO.

Questa è la contraddizione indicata da Aldo Stella/Marco Cavaioni che li conduce, perciò, a relegare la differenza/relazione al rango di mero PRESUPPOSTO.

Ed è il PdNC a sancire che la parte, DIFFERENDO dall’intero o dall’assoluto, venga da quest’ultimo ESCLUSA/NEGATA, come d’altronde esplicita la seguente affermazione di Stella:

<<si postula come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non ESCLUDERE>> (maiuscolo mio: RF).

Ciò, però, conduce a quell’altra contraddizione (RESPINTA da Aldo Stella/Marco Cavaioni) secondo la quale anche l’UNO-senza-distinzioni debba SOGGIACERE al nomos del PdNC anziché sottrarvisi.

Notare come sia l’UNO stesso ad essere giudicato dal PdNC e non già il linguaggio mediante cui lo diciamo, perché è proprio l’UNO a non poter <<non ESCLUDERE>> <<quell’altro>> da sé cui è la parte.

Pertanto, contrariamente alle intenzioni di Aldo Stella/Marco Cavaioni, affermare che <<l'assoluto non può non ESCLUDERE>>, equivale e dire che l’assoluto non può non DIFFERIRE-NON-PRESUPPOSITIVAMENTE da <<quell’altro>> da sé che esso ha NEGATO/ESCLUSO. 

Il tentativo di preservare l’UNO dalla presenza in esso della (PRESUNTA contraddittoria) differenza la quale, perciò, viene da Stella ESCLUSA in nome del PdNC, sortisce l’effetto contrario, consistente nel reintrodurre quella differenza che si voleva escludere/negare ritenendola mera presupposizione, poiché dire esclusione/negazione equivale a dire DIFFERENZA-NON-PRESUPPOSITIVA.

2)

Analogamente dicasi per altri passaggi dell’ottimo articolo del prof. Stella:

<<L’assoluto è il valore che non può venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro. Il valore dell’assoluto, pertanto, non può non (innegabilmente, necessariamente) sottrarsi alla riduzione a funzione [riferimento, relazione, ergo distinzione, dualità - ndr]>>.

Anche qui, paradossalmente questa tesi comporta la riaffermazione di ciò ( = la differenza, il riferimento, la relazione) che voleva negare.

Che il valore configuri <<proprio la negazione di questo altro>>, importa che il valore, negando <<questo altro>>, lo ESCLUDA da sé conformemente al dettato del PdNC, implicando, perciò, la DIFFERENZA sostanziale (nonché la RELAZIONE) tra il <<valore>> cioè l’assoluto, e la <<funzione>>, ossia il disporsi <<in relazione ad altro da sé>> da parte dell’assoluto.

3)

Senonché, leggiamo che <<quell’altro>> da sé (cioè <<l’intenzione di chi si volge all’assoluto>>) è soltanto POSTULATO ( = PRESUPPOSTO) <<come essente>>, sottintendendo che NON sia mai stato reale:

<<Ora, riteniamo importante apportare una precisazione al discorso svolto, affinché risulti chiara la ragione per la quale non si può evitare di parlare di funzione dell’assoluto […]. Se, infatti, l’intenzione di chi si volge all’assoluto è porsi dal punto di vista dell’assoluto stesso, tuttavia non si può non rilevare che, nel riferirsi all’assoluto, di fatto [inevitabilmente - ndr] si postula [si presuppone] come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non escludere, ma che il riferimento (la relazione) non può non implicare. Che è come dire: l’intenzione di coincidere con l’assoluto è innegabile; il fatto di “riferirsi” ad esso a muovere dall’altro da esso è inevitabile, sì che l’universo empirico-fattuale risulta innegabilmente inevitabile [innegabilmente solo presupposto da cui si inizia, per il fatto stesso di non poter non inevitabilmente iniziare - ndr]. L’inevitabile, quindi, indica l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni), una volta che si presupponga il porsi di quel soggetto empirico che è tale proprio perché è frontale e reciproco ad essi>>.

Dunque, il soggetto empirico quale PRESUPPOSTO <<inevitabile>>, la cui inevitabilità è <<l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni)>>.

Questa <<impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni)>> è anch’essa solo PRESUPPOSTA?

Se lo fosse, NON sarebbe una reale impossibilità, poiché il PRESUPPOSTO è lo stesso impossibile, il mai posto (sempre secondo Aldo Stella/Marco Cavaioni), per cui nemmeno tale <<impossibilità>> sarebbe mai stata reale, posta.

Se invece riteniamo che quell’impossibilità sia reale/posta, allora quei <<fatti>>, quelle <<determinazioni>>, essendo imprescindibili, NON possono esser ritenuti PRESUPPOSTI, giacché la loro impossibile prescindibilità li PONE realmente cioè differentemente dal PRESUPPOSTO il quale _ sempre secondo Marco Cavaioni _ è invece posto ed al contempo NON È (MAI) POSTO: esso è il NON-REALE…

E se <<il valore>> cioè l’UNO <<configura proprio la negazione di questo altro>> cioè del PRESUPPOSTO, non potrà però negare che <<questo altro>> sul quale si esercita la negazione sia appunto altro ( = DIFFERENTE) dall’assoluto, altrimenti NON lo negherebbe in quanto non vi sarebbe niente da negare e perciò sarebbe, tale altro, esso stesso non-PRESUPPOSTO. Ciò vuol dire che l’assoluto <<configura la negazione di questo altro>> implicandone perciò la presenza come altro/DISTINTO dall’assoluto, implicando cioè il proprio NON riuscire ad essere l’UNO-senza-distinzioni.   

4)

Stella: 

<<Innegabile, invece, è la necessità che tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi vadano oltre la loro esistenza determinata, poiché l’esistente (l’ente, la determinazione) non può non intendere di essere veramente; dunque, non può non intendere di pervenire a quel vero [intenzionalmente ossia idealmente è già da sempre uno con esso, fattualmente mai], che è l’essere stesso (l’assoluto)>>.

Qui, l’andare <<oltre la loro esistenza determinata>> che cosa vuol dire, se non che <<tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi>> debbano DIFFERENZIARSI da ciò che sono, per <<pervenire a quel vero […], che è l’essere stesso (l’assoluto)>>?

E la stessa <<loro esistenza determinata>> che cos’è, se non il DIFFERIRE NON-PRESUPPOSTO dall’indeterminatezza spettante all’<<essere stesso (l’assoluto)>>?

5)

Stella: 

<<Nel caso dell’assoluto, ci sembra preferibile parlare di “funzione indiretta”, poiché essa non è svolta, appunto, nel senso che l’assoluto entra in relazione con ciò su cui svolge la sua funzione, dal momento che, al contrario, esso svolge la sua funzione precisamente per il suo non entrare in relazione con altro da sé. L’assoluto svolge, infatti, la sua funzione in conseguenza del suo essere ciò che è, cioè del suo valore, che lo sottrae ad ogni vincolo. E tale funzione esprime l’effetto che l’assoluto ha sul relativo (condizionato), una volta che il relativo sia stato presupposto>>.

Come visto al punto 2, l’assoluto, non potendo, in quanto valore, << venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro>>, può però esser considerato in qualità di <<“funzione indiretta”>>.

Quindi l’assoluto, al fine di preservarlo dalla RELAZIONE (nonché dalla DIFFERENZA) con il relativo ( = le determinazioni), la quale comporterebbe in esso una intrinseca contraddittoria DISTINZIONE, esercita pur tuttavia un <<“effetto”>> <<sul relativo (condizionato)>>.

E, sempre al fine di preservare l’UNO dalla RELAZIONE con il relativo, l’<<“effetto”>> della <<“funzione indiretta”>> dell’assoluto <<non può venire inteso nel senso della funzione del fondare, stante che il fondamento assoluto non legittima affatto l’universo dei determinati. Al contrario, l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>>.

È tutto chiaro.

L’assoluto NON fonda né legittima bensì SMASCHERA/NEGA l’<<effettiva posizione>> delle determinazioni, relegandola a <<mera presupposizione>>.

Ma allora COME SI SPIEGA la pur evidente presenza di tale <<mera presupposizione>> da smascherare?

DA DOVE deriva?

PERCHÉ appare qualcosa come una <<mera presupposizione>>?

Per poterla smascherare, tale <<mera presupposizione>> deve infatti APPARIRE.

Quindi DA DOVE arriva e PERCHÉ vi è <<l’universo dei determinati>>?

Poiché l’UNO/l’assoluto NON fonda NÉ pone <<l’universo dei determinati>> (pena il suo RELAZIONARSI ad esso), quest’ultimo è una presenza la cui DIFFERENZA dall’assoluto ci si illude di ritenerla nulla o meramente presupposta, affermando appunto l’equivalenza tra nullità e <<mera presupposizione>>, senza però accorgersi che tale <<smascheramento>> comporta comunque la NON-PRESUPPOSTA DIFFERENZA tra l’ESSER-POSTA e il NON-ESSERE-MAI-STATA-POSTA, perché se anche tale differenza fosse <<mera presupposizione>>, allora l’ESSER-POSTA e il NON-ESSERE-MAI-STATA-POSTA sarebbero indistinguibili e lo smascheramento fallirebbe.   

Lo stesso dicasi per la NON-PRESUPPOSTA DIFFERENZA tra FONDARE i determinati e NEGARLI…

Poi leggiamo:

<<una volta che il relativo sia stato presupposto>>; sì, ma DA CHI?

Dall’intelletto anch’esso meramente presupposto?

E allora DONDE tale intelletto?

PERCHÉ vi è un momento (eterno o cominciato che sia) in cui il relativo viene presupposto?

Forse, che le determinazioni siano presupposte dalla stessa <<“funzione indiretta”>> dell’assoluto il quale <<nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>>?

Se sì, come non vedere, allora, la posizione della DISTINZIONE NON-PRESUPPOSTA senza la quale l’assoluto NON potrebbe negare l’<<effettiva posizione>> dei meramente presupposti?

6)

<<Sottolineo>> _ scrive Marco Cavaioni _ <<che la stessa dualità dei livelli sussiste […] solo per il livello dell'inevitabile>>, che chiamerò L2.

E prosegue: <<Potremmo dire, in estrema sintesi e spero senza tradire il discorso di Stella: a livello dell'inevitabile la dualità dei livelli è posta, mentre a livello dell'innegabile [che chiamerò L1] essa è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata). Sicché, poi – ed è questa la funzione dell'innegabile nell'inevitabile – quella “posizione” (“posizione” nella prospettiva dell'inevitabile) della dualità o distinzione viene smascherata, in forza dell'innegabile, come meramente "presupposta”, e presupposto si rivela l'inevitabile come tale, del resto>>.

Sarà davvero sostenibile questo discorso?

Direi di no: la DIFFERENZA sussiste (è saputa) anche dal punto di vista di L1.

Infatti, L1 almeno questo non può non SAPERE/VEDERE:

che L2 sia <<interamente presupposto>>, e lo SA grazie a sé stesso, a ciò che esso è e quindi al suo “effetto”.

Se L1 non lo SAPESSE/VEDESSE, allora NON eserciterebbe quell’“effetto” derivantegli dal suo essere <<“funzione indiretta”>>, “effetto” teso a SMASCHERARE/NEGARE/ESCLUDERE/TOGLIERE l’<<effettiva posizione>> dell’<<l’universo dei determinati>>:

<<l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>> (A. Stella).

Quindi, lo smascheramento/negazione di L2 non comporta pur sempre una RELAZIONE/DIFFERENZA NON-PRESUPPOSTA con il negato/smascherato da parte di L1?

Direi proprio di sì, altrimenti L1 smaschererebbe SOLO PRESUPPOSITIVAMENTE!

Per cui la DISTINZIONE o <<la dualità dei livelli>> tra L1 e L2 è tale NON-PRESUPPOSITIVAMENTE anche (e soprattutto) per L1.

Non solo, ma si osservi nuovamente ove Marco Cavaioni ha scritto:

<<a livello dell'inevitabile [L2] la dualità dei livelli è posta, mentre a livello dell'innegabile [L1] essa è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata). Sicché, poi – ed è questa la funzione dell'innegabile nell'inevitabile – quella “posizione” (“posizione” nella prospettiva dell'inevitabile) della dualità o distinzione viene smascherata, in forza dell'innegabile [L1], come meramente "presupposta”, e presupposto si rivela l'inevitabile [L2] come tale, del resto>>.

Quindi, la dualità dei livelli, per L1, <<è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata)>>; L2 è, infatti, <<meramente "presupposta”>>.

Ma che bisogno c’è di smascherare ciò che NON È MAI STATO?

Che bisogno c’è di smascherare una DISTINZIONE che NON C’È MAI STATA?

Sarebbe stato smascheramento-di-niente: un NON-smascheramento.

A ciò si replicherà:

L1 smaschera ciò che per/in L2 è considerato realtà senza esserlo, L2 incluso.

Senonché, per esser smascherato, L2 deve innanzitutto almeno APPARIRE, esser noto, saputo, creduto, preteso…

Quindi, DA DOVE arriva questo suo APPARIRE/esser noto/saputo/creduto/preteso?

Si potrebbe rispondere:

L2 appare soltanto presuppositivamente.

Ma allora DA DOVE proviene la presuppositività dell’apparire?

E qui NON è più possibile procedere oltre rispondendo nuovamente con la presuppositività, ma si deve prendere atto che essa appare NON-PRESUPPOSITIVAMENTE e, con essa, appare NON-PRESUPPOSITIVAMENTE anche la DIFFERENZA tra essa (L2) e L1…

7)

Infine ancora Stella: 

<<è in virtù dell'essere incondizionato (il vero essere)>> cioè di L1 <<che il condizionato [L2] cessa di pretendere di valere come assoluto, cioè come vero essere. [...] Tale pretesa, smascherata dall’atto [la coscienza trascendentale - ndr] che trascende il finito, diventa poi [ecco, di nuovo, l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli - ndr] inevitabilmente contenuto della coscienza empirica, e per questa ragione può venire detta, ma il contenuto non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato. Sia la funzione sia la mediazione [della coscienza trascendentale - ndr], dunque, sono il modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto, che invece è innegabile: l’innegabile stesso. Funzione e mediazione costituiscono, pertanto, il fungere e l'operare l'innegabile nell’inevitabile, nonostante che, dal punto di vista l'innegabile, quest’ultimo non entri in rapporto con l’inevitabile né si sottragga ad esso, stante che per l’innegabile c’è solo l’innegabile>>.

Se l’<<intreccio dialettico>> tra L1 e L2 è REALE ed INNEGABILE come è REALE ed INNEGABILE L1, allora la DISTINZIONE tra L1 e L2 NON può essere fittizia, presupposta, ma REALE quanto L1.

D’altronde che cos’è l’<<intreccio dialettico>>, se non la RELAZIONE dialettica tra reali DIFFERENTI?

Esso non potrebbe certo esser l’inconcepibile intreccio tra il <<solo>> REALE L1 e il non-mai-stato-reale (L2)!

Se invece tale intreccio fosse solo PRESUPPOSTO tanto quanto lo è L2, allora non si vede come <<l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli>> possa andare oltre la semplice parvenza di realtà, ritrovandosi anch’esso ad esser perciò <<meramente presupposto>>.

In tal modo cadrebbe tutto il discorso incentrato sulla <<pretesa di valere come assoluto>> da parte di L2 che diventerebbe <<poi inevitabilmente contenuto della coscienza empirica>> quale <<modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto>>.

Stella avverte che <<il contenuto [ = della coscienza empirica] non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato>>.

L’attenzione sul <<non può venire confuso>> implica il dovere di mantenere ben ferma la DIFFERENZA tra <<il contenuto>> e <<l’atto condizionato dall’incondizionato>> mediante cui <<si pone>> _ si PONE!!! _ il contenuto determinato che per Stella e Marco Cavaioni NON È MAI (STATO) POSTO…

Daccapo, si ripresenta l’ulteriore impossibilità di disfarsi, in seno all’UNO, della DIFFERENZA non-presuppositivamente considerata…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 25 febbraio 2025

158)- L’APORIA DEL PENSIERO ASSOLUTIZZATO

 

Pretender di conseguire il ‘VERO-SENZA-CONTRADDIZIONI’ mediante l’esclusiva speculazione filosofica, significa, presto o tardi (in genere molto presto), ritrovarsi nel vicolo cieco dell’APORIA.

Ad esempio, riporto questo passaggio di Marco Cavaioni (rSseotopdnsgi83c1a9g4Achistt86f02u7lmcgd78o33m3tie40ia055i5a): 

<<Chi distingue pensiero e pensato, proprio perché li distingue li riduce a pensati (pretende di averli pensati) entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati. Chi, di contro, identifica pensiero e pensato, di nuovo per poterli identificare li ha supposti distinti, col che ricade nell'aporia precedente. Ne segue che pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

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Col brano su riportato, Marco Cavaioni intende giustamente mettere in scacco (o mostrare il limite de) il principio di non contraddizione (PdNC), prendendo come luogo privilegiato l’impossibilità (a suo avviso) di DISTINGUERE <<pensiero e pensato>> perché, chi <<li distingue li riduce a pensati entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati>>.

Tuttavia, qui, la sua INTENZIONE pare NON realizzarsi, sia perché innalza il PENSIERO al rango di Assoluto-non-entificabile, sia perché, soprattutto, egli continua ad avvalersi della NEGAZIONE ESCLUDENTE ossia di quello stesso PdNC che invece vorrebbe infrangere (o limitare all’ambito linguistico e degli enti).

Vediamo come sia lo stesso Marco Cavaioni, all’inizio del suo post, ad AVALLARE (suo malgrado?) la loro DISTINZIONE.

In che modo?

Egli parla di <<pensiero e pensato>>, cioè utilizza due termini sicuramente NON-sinonimici, giacché il primo è l’ASSOLUTO mentre il secondo, in quanto (è) pensato, DIPENDE dal primo; un po’ come la DISTINZIONE tra Creatore e creatura.

Dunque mi pare evidente come l’assolutizzazione del PENSIERO (operata dalla Scuola del filosofo Giovanni Romano Bacchin della quale Marco Cavaioni è un esponente di spicco), abbia già IN SÉ la DISTINZIONE tra i due termini, che poi trattasi di DISTINZIONE ontologica, ossia _ rispettivamente _ tra l’ESSERE e l’ENTE/INESSENTE.

Ora, ESCLUDERE che il PENSIERO possa essere (un) pensato, come fa Marco Cavaioni, ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, aprendoci peraltro alla comprensione del primo, giacché se il PENSIERO non potesse esser anche (un) pensato, NON capiremmo affatto a che cosa staremmo riferendoci parlando appunto di PENSIERO.

Se egli, al fine di NON ridurre il PENSIERO a pensato (cioè a ente), NEGA la loro DISTINZIONE, ebbene, si trova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato, poiché se il pensato, in quanto ente, NON si DISTINGUE dal PENSIERO, allora anche quest’ultimo sarà un ente, in quanto, ripeto, NON si DISTINGUE dal pensato/dall’ente.

E già in tutto ciò vediamo all’opera quel PdNC che Marco Cavaioni NEGA possa valere come <<"legge del pensiero">>.

Eppure, egli osserva che <<pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

Però si è visto come PENSIERO e pensato NON possano NON essere DISTINTI o <<altri tra loro>>; ribadiamolo:

se non lo fossero, allora lo stesso PENSIERO sarebbe (un) pensato/un ente, in quanto NON DISTINGUENTESI dai pensati/enti.

D’altronde, la loro effettiva DISTINZIONE è il fondamento sulla base del quale Marco Cavaioni NEGA che il PENSIERO possa essere (un) pensato perché, per negare che possa esserlo, il PENSIERO deve DISTINGUERSI dall’essere (un) pensato.

Pertanto, aporia delle aporie:

1)- AUT si ESCLUDE che il PENSIERO possa essere (un) pensato;

e allora ciò ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, facendo così del PENSIERO un pensato.

2)- AUT si NEGA la loro reale DISTINZIONE;

e allora ci si ritrova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato.

In ENTRAMBI i casi il PENSIERO si riduce a (un) pensato, con buona pace della sua (del PENSIERO) assolutezza ed impensabilità…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 18 ottobre 2024

123)- L’UNO-MOLTEPLICE OLTRE ED INTERNO AL PRINCIPIO DI NON-CONTRADDIZIONE

 

Un’altra osservazione di Marco Cavaioni ( = MC), sempre in riferimento all’<<essere parmenideo>> o «uno senza distinzione» quale ESCLUSIONE, dettata dal principio di non-contraddizione ( = PdNC), del determinato (e del molteplice):

<<Del resto, ad abundantiam: se vuoi tener fermo il determinato, sia pure, in seno all'assoluto, esso dovrà essere qualcosa di non-assoluto nell'assoluto medesimo, dunque l'assoluto sarebbe in sé assoluto e non-assoluto>>.

Qui viene evidenziato una volta di più _ ma CONTRO le intenzioni di MC _ come il concetto di assoluto a cui egli fa riferimento sia assoggettato interamente al PdNC, o anche, come il PdNC sia egemone proprio <<in seno all'assoluto>> laddove questo sia concepito come ESCLUSIONE del molteplice.

Per MC <<tener fermo il determinato, sia pure, in seno all'assoluto>> comporterebbe quella contraddizione _ da lui stesso indicata _ per la quale <<l'assoluto sarebbe in sé assoluto e non-assoluto>>.

Ciò perché _ in piena conformità al PdNC _, l’assoluto NON può essere sé, cioè assoluto, ed al contempo non-assoluto.

Per cui, ovviamente, l’assoluto parmenideo/bacchiniano deve ESCLUDERE ( = TOGLIERE) <<il determinato […] in seno all'assoluto>>, esattamente come impone il PdNC.

La conclusione è sempre la medesima dei precedenti post:

l’assoluto parmenideo (nonché neoplatonico, bacchiniano…) NON può esser l’assoluto ( = l’«uno senza distinzione») giacché, dove vige il PdNC, sarà quest’ultimo ad assumere le vesti dell’assoluto, sì, ANCHE (ed innanzitutto) <<in seno all'assoluto>>.

A questo punto è chiaro che l’assoluto, per non ridursi alla legge del PdNC, debba oltrepassarlo pur restandovi interno, costituendosi perciò come in sé MOLTEPLICE (come DIFFERENTE) e restando perfettamente UNO ed INDISTINTO, IDENTICO.

Riguardo a ciò, il filosofo MASSIMO DONÀ (si) domanda:

<<quale Uno è capace di tanto?>>

E risponde: <<Di certo, non l’Uno dei neoplatonici>> (“Il tempo della verità”, Mimesis 2010, pagg. 347-8).

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 11 ottobre 2024

122)- L’IRREALIZZABILE TOGLIMENTO DELLA «PRETESA DI PORSI DEL MOLTEPLICE»

A proposito della già menzionata (nei post nn. 119, 120 e 121) NEGAZIONE ESCLUDENTE quale espressione del principio di non-contraddizione ( = PdNC), Marco Cavaioni ( = MC) rileva che:

<<Togliere la pretesa di porsi del molteplice – di nuovo: di determinare l'assoluto, l'essere parmenideo – non comporta escludere o negare alcunché (se non vedendo la cosa dal punto di vista ancora del determinato!), poiché la pretesa non "è" pretesa ma è "essere solo preteso": vedere che è solo preteso è vedere che non consiste, esso è il "presupposto" stesso, interamente presupposto>>.

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Quindi, MC nega che <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>> comporti ESCLUSIONE del molteplice dall’essere parmenideo. Secondo lui, è soltanto ponendosi <<dal punto di vista ancora del determinato>> che dovremmo <<escludere o negare>> il molteplice. Invece, dal punto di vista che egli sostiene, cioè dell’essere parmenideo, NON si escluderebbe o negherebbe <<alcunché>> quindi neppure il molteplice. 

Eppure egli ha parlato del <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>>.

TOGLIERE non può non significare: ESCLUDERE; non si può TOGLIERE qualcosa senza al contempo ESCLUDERLO da ciò da cui è stato TOLTO, sempre in base al PdNC.

Per cui, che il molteplice SIA (o sia POSTO), è ESCLUSO ( = TOLTO) proprio dall’essere parmenideo il quale, così, si mostra ancora una volta assoggettato al principio di non-contraddizione valevole per gli enti/determinati.       

Inoltre, l’essere parmenideo deve altresì ESCLUDERE di essere il <<punto di vista del determinato>>; se non lo ESCLUDESSE, l’<<essere parmenideo>> non sarebbe il toglimento del molteplice poiché quest’ultimo convivrebbe ‘accanto’ o nell’essere parmenideo stesso, sì che questi sarebbe allora lo stesso MOLTEPLICE, e non l’«uno senza distinzione» che, questa volta sì, viene preteso.    

Pretesa inattuabile, quest’ultima, giacché è IMPOSSIBILE <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>> senza al contempo ESCLUDERE il molteplice, e quindi è IMPOSSIBILE che l’essere parmenideo riesca a porsi come «uno senza distinzione», dal momento che tale ESCLUSIONE si realizza in ossequio al PdNC,  DETERMINANDO, di fatto, l’assoluto o l'essere parmenideo come ciò che, appunto ESCLUDENDO il molteplice, lo implica, ponendosi perciò come UNO tra i MOLTI (ESCLUSI) cioè come NON-uno, anziché come reale «uno senza distinzione».

(Vedasi anche il post successivo n° 123).

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 10 ottobre 2024

121)- ECKHART, BACCHIN E L’APORIA DELL’«UNO SENZA DISTINZIONE»

 

Riprendendo il tema dei post nn. 119 e 120, Marco Cavaioni ( = MC) ha scritto:

<<Su Eckhart vengono meno anche le nostre rispettive distinzioni, lo sappiamo. Lo «sprofondare nella pura sostanza», nell'«uno senza distinzione» (in cui non tanto si toglie la distinzione, ma radicalmente in cui essa mai c'è stata), non è, forse, quella ablatio alteritatis che Severino non riesce ad accettare, volendo tener ferma la distinzione ad ogni costo, e su cui invece insiste, ribadendo che l'intero (appunto l'uno) è la stessa sua indivisibilità, la Scuola padovano-perugina di Bacchin, in particolare nella rigorizzazione massima datane da Aldo Stella? L'acutissima – una delle tante – osservazione critica ribadita a più riprese da Stella, non compresa appieno dagli allievi di Severino a mio modo di vedere, consiste non a caso nel rilevare che "due inseparabili" (appunto i distinti, sacri alla "struttura originaria" severiniana) è locuzione scorretta e non adeguatamente rigorosa. Si tratta, infatti, di "un inseparabile" (indivisibile), rispetto al quale la distinzione (divisione in due, il due simpliciter) è già tutta la contraddizione della impossibile "divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile". Rispetto a tale osservazione risulta spuntata, anzi vana, la solita difesa severiniana che fa leva sul refrain "distinti, ma non separati". Non credi?>>

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Già il termine «uno senza distinzione» (nel Vedanta detto Uno senza secondo) presuppone <<il due simpliciter>> cioè la distinzione e quindi la negazione di sé in quanto «uno senza distinzione».

Infatti, proprio essendo «senza distinzione», implica quella distinzione dalla quale esso si distingue (essendo, appunto, «uno senza distinzione») escludendola da sé (se non la escludesse, sarebbe l’uno con distinzione o distinguentesi), col risultato di NON esser, perciò, «senza distinzione» e quindi è Uno tra i molti.

Al che, MC osserva che <<nell'«uno senza distinzione» […] non tanto si toglie la distinzione, ma radicalmente […] essa mai c'è stata>>.

Anche qui, dire che ‘x’ non c’è mai stato presuppone la PRESENZA di ‘x’, altrimenti, se davvero niente (la distinzione, ‘x’…) vi fosse mai stato, NON potremmo neppure dire il SUO (di che cosa?) non esserci mai stato!

Quindi, perché è APORETICO l’«uno senza distinzione»?

Perché è assoggettato al principio di non-contraddizione ( = PdNC), e lo è nel momento stesso in cui MC richiama <<la contraddizione della impossibile "divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile">>.

Infatti, tale contraddizione (e relativa impossibilità) è rilevabile grazie al PdNC secondo cui è contraddittorio che l’«uno senza distinzione» sia <<il due simpliciter>> o che sia <<"divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile">>.

È sì vero che l'«uno senza distinzione» debba essere senza divisione né separazione, ma questo è soltanto l’aspetto astratto, se assolutizzato; l’Uno concretamente intese deve permanere nella sua unità/indivisibilità/indistinzione ed al contempo preservare, SENZA ESCLUDERE, la distinzione e quindi l’alterità…  

Certamente anche l'Uno-differenziantesi risulta contraddittorio in base al PdNC, ma ciò accade perché tale Uno viene assoggettato alla negazione ESCLUDENTE che vige nei rapporti tra enti… (Si veda: Massimo Donà: "Sulla negazione", Bompiani 2004).

Ricapitolando: l’Uno ( = Dio) è sia «senza distinzione», sia in sé DISTINTO, senza che ciò DIVIDA o SEPARI il Suo esser «uno senza distinzione» e, perciò, senza che quest’ultimo si eserciti quale ablatio alteritatis nei confronti delle proprie distinzioni (né del molteplice finito).

 

Roberto Fiaschi

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martedì 1 ottobre 2024

120)- L’ASSOLUTO PARMENIDEO NON SOGGIACEREBBE AL PdNC?


Prima di presentare la replica di Marco Cavaioni ( = MC), riassumo la sostanza del mio precedente post n° 119:

L’Assoluto ( = Dio, l’Essere, l’Infinito…) tratteggiato da Parmenide, su su fino alla Scuola facente capo al filosofo Giovanni Romano Bacchin, è caratterizzato dall’esser perfettamente UNO-SEMPLICE-INDIVISIBILE, tanto da negare (cioè da ESCLUDERE) di essere <<una contraddittoria "unitas multiplex">> (cit. Marco Cavaioni).

Esso, perciò, nega quindi ESCLUDE <<il distinguersi di Dio in se stesso, ma – va aggiunto – anche da se stesso>>, sì che tale distinguersi sia <<insensato, dacché contraddice il suo essere assoluta semplicità (dunque, privo di relazionalità sia estrinseca sia intrinseca)>> (idem).

Tutto questo, dicevo nel suddetto post, implica però che l’Assoluto pensato come perfettamente UNO-SEMPLICE-INDIVISIBILE sottostìa al principio di non-contraddizione (PdNC) in quanto, ripeto, esso nega/esclude di esser <<una contraddittoria "unitas multiplex">>, così come il PdNC è tale perché ESCLUDE la contraddittoria identità col proprio altro da parte di qualcosa.

Dipendendo dal dettato del PdNC, l’Assoluto parmenideo NON può esser quell’Assoluto eccedente il (o non soggiacente al) PdNC che invece intenderebbe essere, a meno che tale Assoluto non coincida con lo stesso PdNC, ma ciò è recisamente negato da MC:

<<Sarebbe, in effetti, contraddittorio estendere all'assoluto (al vero, al fondamento) il pdnc>>.

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Ed ecco la successiva replica integrale di Marco Cavaioni:

<<Eccomi, caro Roberto. Ti replico in poche battute, per stare all'essenziale. Noi "sottraendo" (dimostrando che non sottrarlo comporta contraddizione) il fondamento (il principio, l'assoluto, l'essere, il vero) al pdnc non diciamo che il esso è contro il pdnc (ossai contraddittorio), ma che esso è oltre il pdnc. Ma – tu obietti – facciamo valere, per ciò stesso, esattamente il pdnc per dimostrarlo.

Non proprio.

Infatti, noi sosteniamo – dico noi, cercando per quanti posso di dar voce ai maestri a cui faccio modestamente riferimento – che ciò che si rivela contraddittorio (e già sai che per noi si rivela contraddittorio esattamente ciò che è determinato) non può di certo essere vero. Ma il fondamento ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc, non può venire incluso nella dimensione (il finito, il determinato), che è poi la dimensione relazionale, che ha come norma innegabile appunto il pdnc. (Che il pdnc sia innegabile non comporta affatto, per quanto sembri una sottigliezza, che esso sia assoluto. Anzi, il punto dirimente è proprio che innegabile non è lo stesso che assoluto). Sarebbe, in effetti, contraddittorio estendere all'assoluto (al vero, al fondamento) il pdnc: sicché esso stesso impone di limitarsi, pena appunto incorrere nella sua violazione.

E questo per quale ragione?

Perché l'assoluto fondamento, se venisse determinato (sulla base, appunto, del pdnc e la tua stessa distinzione tra "assoluto" e "relativo": in quanto ne fa due termini lo fraintende clamorosamente, ovvero credi di distinguere l'assoluto ma ti ritrovi tra le mani due relativi, in quanto distinti), se venisse determinato, dicevo, ne verrebbe negata l'assolutezza. L'assoluto non è altro dal relativo (non se ne distingue) ma nemmeno coincide con il relativo (il quale è strutturato secondo alterità, infatti) e tantomeno esclude (nega) la relazione, ma è la ragione in forza della quale la relazione (il costrutto relazionale, cioè la ipostatizzazione, la fissazione della distinzione, il farne uno status) si rivela contraddicentesi e si toglie (risolvendosi in questo atto di togliersi, anziché status) appunto nell'assoluto medesimo>>.

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Tutto perfettamente chiaro. Eppure, queste sue precisazioni mi pare che rafforzino le precedenti critiche.

Vediamo.

MC afferma che il valore del PdNC è circoscritto a <<ciò che è determinato>>; siccome l’Assoluto non è determinato, allora <<il fondamento [ = l’Assoluto] ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc>>.

Sarei perfettamente d’accordo.

Senonché, MC, ve lo fa sottostare.

Come?

Proprio affermando che <<il fondamento [ = l’assoluto] ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc>>!

Infatti, il suo essere <<incontraddittorio>> è detto sulla base di che cosa, se non del PdNC?

Siccome <<una contraddittoria "unitas multiplex">> è _ per MC _ la stessa <<contraddizione di un "uno non-uno", un uno che si nega in se stesso>>, allora ciò evidenzia come l’Assoluto parmenideo si comporti esattamente COME un qualsiasi ENTE DETERMINATO normato dal PdNC, infatti:

(1)- COSÌ COME la contraddittorietà di un ente dell’esser "uno non-uno" è detta proprio in forza del PdNC,

(2)- ALLO STESSO MODO l’Assoluto parmenideo non può esser "uno non-uno", sempre in virtù del medesimo PdNC, quindi senza alcuna ‘esenzione’ rispetto a (1).

MC fa notare come

<<l'assoluto fondamento, se venisse determinato (sulla base, appunto, del pdnc e la tua stessa distinzione tra "assoluto" e "relativo": in quanto ne fa due termini lo fraintende clamorosamente, ovvero credi di distinguere l'assoluto ma ti ritrovi tra le mani due relativi, in quanto distinti), se venisse determinato, dicevo, ne verrebbe negata l'assolutezza>>.

Certo, la <<distinzione tra "assoluto" e "relativo">> (o tra l’Assoluto e se stesso) è contraddittoria perché con essa <<verrebbe negata l'assolutezza>> dell’Assoluto.

Esattamente, ed è per questo che, dicevo nel mio precedente post, l’Assoluto parmenideo/bacchiniano ESCLUDE da sé (dalla propria assolutezza) il relativo, e lo esclude CONFORMEMENTE al PdNC onde evitar la suddetta contraddizione di un Assoluto-relativo, o di "uno non-uno".   

(A)- Se, come scrive MC, <<ciò che si rivela contraddittorio […] non può di certo essere vero>>, allora l’Assoluto parmenideo è incontraddittorio proprio sulla base del PdNC;

(B)- senonché, precisa sempre MC, <<il fondamento ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc, non può venire incluso nella dimensione (il finito, il determinato), che è poi la dimensione relazionale, che ha come norma innegabile appunto il pdnc>>.

QUALE delle due?

Scegliendo (A), neghiamo/escludiamo (B), e scegliendo (B) neghiamo/escludiamo (A)…

Questa impasse accade perché ANCHE l’Assoluto parmenideo/bacchiniano è valutato tramite la NEGAZIONE ESCLUDENTE, ossia tramite il PdNC.

Al che, MC infine osserva:

<<L'assoluto non è altro dal relativo (non se ne distingue) ma nemmeno coincide con il relativo (il quale è strutturato secondo alterità, infatti) e tantomeno esclude (nega) la relazione, ma è la ragione in forza della quale la relazione (il costrutto relazionale, cioè la ipostatizzazione, la fissazione della distinzione, il farne uno status) si rivela contraddicentesi e si toglie (risolvendosi in questo atto di togliersi, anziché status) appunto nell'assoluto medesimo>>.

Dunque, l’Assoluto parmenideo _ dice MC _ NON ESCLUDE <<la relazione>> e quindi l’alterità ( = la distinzione) da essa implicata.

Però <<è la ragione in forza della quale la relazione si rivela contraddicentesi>> e perciò essa <<si toglie>>. Ma tale TOGLIERSI altro non è che il suo NEGARSI, cioè il suo venir ESCLUSA dalla purezza dell’Assoluto, pena la contraddittorietà della <<distinzione tra "assoluto" e "relativo">> poc’anzi da MC sostenuta.

Ed anche quel togliersi è sempre sancito dal PdNC, laddove (nell’Assoluto) questi non dovrebbe invece aver voce in capitolo.

 

Roberto Fiaschi

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