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sabato 26 aprile 2025

172)- ASSOLUTO SENZA DISTINZIONI?


Riporto un estratto dal testo del prof. Aldo Stella, gentilmente trasmessomi dal suo allievo Marco Cavaioni (le parentesi quadre sono di quest’ultimo) https://series.morlacchilibri.com/.../riflessioniteoretiche:

<<L’assoluto è il valore che non può venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro.

Il valore dell’assoluto, pertanto, non può non (innegabilmente, necessariamente) sottrarsi alla riduzione a funzione [riferimento, relazione, ergo distinzione, dualità - ndr].

Questo costituisce il nodo teoretico [...] per lo meno se si esamina la questione intendendo porsi dal punto di vista dell’assoluto medesimo [che è il solo punto di vista vero e, quindi, non è un "punto di vista, "uno" tra più d'uno - ndr].

Ora, riteniamo importante apportare una precisazione al discorso svolto, affinché risulti chiara la ragione per la quale non si può evitare di parlare di funzione dell’assoluto [si tratta della dialettica tra questa "inevitabile" funzione e la "innegabilità" del valore dell'assoluto, che opera nell'inevitabile semplicemente essendo tale - ndr].

Se, infatti, l’intenzione di chi si volge all’assoluto è porsi dal punto di vista dell’assoluto stesso, tuttavia non si può non rilevare che, nel riferirsi all’assoluto, di fatto [inevitabilmente - ndr] si postula [si presuppone: si parte dal presupposto o “iniziale” proprio perché si inizia, ma “iniziale” non coincide con l'autentico “originario”, appunto l'innegabile, l'assoluto: da esso non si comincia né, a rigore, ad esso si perviene mai di fatto - ndr] come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non escludere, ma che il riferimento (la relazione) non può non implicare.

Che è come dire: l’intenzione di coincidere con l’assoluto è innegabile; il fatto di “riferirsi” ad esso a muovere dall’altro da esso è inevitabile, sì che l’universo empirico-fattuale risulta innegabilmente inevitabile [innegabilmente solo presupposto da cui si inizia, per il fatto stesso di non poter non inevitabilmente iniziare - ndr].

L’inevitabile, quindi, indica l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni), una volta che si presupponga il porsi di quel soggetto empirico che è tale proprio perché è frontale e reciproco ad essi.

Innegabile, invece, è la necessità che tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi vadano oltre la loro esistenza determinata, poiché l’esistente (l’ente, la determinazione) non può non intendere di essere veramente; dunque, non può non intendere di pervenire a quel vero [intenzionalmente ossia idealmente è già da sempre uno con esso, fattualmente mai], che è l’essere stesso (l’assoluto): l’intenzione, infatti, è la sua autentica essenza ontologica.

Nel caso dell’assoluto, ci sembra preferibile parlare di “funzione indiretta”, poiché essa non è svolta, appunto, nel senso che l’assoluto entra in relazione con ciò su cui svolge la sua funzione, dal momento che, al contrario, esso svolge la sua funzione precisamente per il suo non entrare in relazione con altro da sé. L’assoluto svolge, infatti, la sua funzione in conseguenza del suo essere ciò che è, cioè del suo valore, che lo sottrae ad ogni vincolo.

E tale funzione esprime l’effetto che l’assoluto ha sul relativo (condizionato), una volta che il relativo sia stato presupposto.

Orbene, come abbiamo detto, tale “effetto” non può venire inteso nel senso della funzione del fondare, stante che il fondamento assoluto non legittima affatto l’universo dei determinati. Al contrario, l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione.

Precisamente per questa ragione, parliamo di funzione de-assolutizzante o relativizzante o critica. [...]

A quanto abbiamo detto si deve aggiungere anche un’altra precisazione. Se si pretendesse che l’assoluto svolga la funzione che il finito gli richiede, e che consisterebbe nel legittimare il determinato così come questo si presenta, allora ci si troverebbe nella seguente situazione:

l'assoluto verrebbe incluso in quella presunta relazione legittimante che non soltanto lo vincolerebbe al finito, ma inoltre decreterebbe la sua stessa finitezza.

In tal modo, l’assoluto verrebbe negato nella sua assolutezza e, dunque, nel suo valore, così che perderebbe eo ipso la sua funzione autenticamente legittimante, che è la funzione de-assolutizzante, volta a ricondurre il finito alla sua vera natura. [...]

Con il seguente approdo, che è di primaria importanza: è in virtù dell'essere incondizionato (il vero essere) che il condizionato cessa di pretendere di valere come assoluto, cioè come vero essere. [...]

Tale pretesa, smascherata dall’atto [la coscienza trascendentale - ndr] che trascende il finito, diventa poi [ecco, di nuovo, l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli - ndr] inevitabilmente contenuto della coscienza empirica, e per questa ragione può venire detta, ma il contenuto non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato.

Sia la funzione sia la mediazione [della coscienza trascendentale - ndr], dunque, sono il modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto, che invece è innegabile: l’innegabile stesso.

Funzione e mediazione costituiscono, pertanto, il fungere e l'operare l'innegabile nell’inevitabile, nonostante che, dal punto di vista l'innegabile, quest’ultimo non entri in rapporto con l’inevitabile né si sottragga ad esso, stante che per l’innegabile c’è solo l’innegabile>>. – A. Stella, Riflessioni teoretiche, Morlacchi 2023, pp. 33-37.

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1)

Il mio intento è mostrare come l’assoluto-UNO-parmenideo-eckhartiano (quello a cui si rifanno il prof. Aldo Stella e Marco Cavaioni) NON riesca ad essere puramente UNO-senza-distinzioni bensì intrinsecamente DISTINTO/DIFFERENTE (NB: non però distinto alla maniera severiniana, che postula un’unità dei distinti ma non un vero UNO-indistinto), senza che ciò infranga minimamente la sua assolutezza o il suo esser UNO-senza-distinzioni (ma quest’ultimo aspetto non verrà trattato qui). Quindi, di passaggio in passaggio cercherò di evidenziare la presenza della DISTINZIONE-NON-PRESUPPOSTA ma realmente POSTA in seno all’UNO.  

Esso non riesce a costituirsi come UNO-senza-distinzioni perché la contraddittorietà della presenza in esso della distinzione è tale in forza del principio di non-contraddizione ( = PdNC) secondo cui, se l’assoluto avesse intrinseche (nonché esterne) distinzioni, cesserebbe di essere assoluto poiché si ridurrebbe a PARTE quindi in RELAZIONE con quell’altra PARTE cui è <<quell’altro da esso>>, minando ( = contraddicendo) così l’interezza dell’UNO.

Questa è la contraddizione indicata da Aldo Stella/Marco Cavaioni che li conduce, perciò, a relegare la differenza/relazione al rango di mero PRESUPPOSTO.

Ed è il PdNC a sancire che la parte, DIFFERENDO dall’intero o dall’assoluto, venga da quest’ultimo ESCLUSA/NEGATA, come d’altronde esplicita la seguente affermazione di Stella:

<<si postula come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non ESCLUDERE>> (maiuscolo mio: RF).

Ciò, però, conduce a quell’altra contraddizione (RESPINTA da Aldo Stella/Marco Cavaioni) secondo la quale anche l’UNO-senza-distinzioni debba SOGGIACERE al nomos del PdNC anziché sottrarvisi.

Notare come sia l’UNO stesso ad essere giudicato dal PdNC e non già il linguaggio mediante cui lo diciamo, perché è proprio l’UNO a non poter <<non ESCLUDERE>> <<quell’altro>> da sé cui è la parte.

Pertanto, contrariamente alle intenzioni di Aldo Stella/Marco Cavaioni, affermare che <<l'assoluto non può non ESCLUDERE>>, equivale e dire che l’assoluto non può non DIFFERIRE-NON-PRESUPPOSITIVAMENTE da <<quell’altro>> da sé che esso ha NEGATO/ESCLUSO. 

Il tentativo di preservare l’UNO dalla presenza in esso della (PRESUNTA contraddittoria) differenza la quale, perciò, viene da Stella ESCLUSA in nome del PdNC, sortisce l’effetto contrario, consistente nel reintrodurre quella differenza che si voleva escludere/negare ritenendola mera presupposizione, poiché dire esclusione/negazione equivale a dire DIFFERENZA-NON-PRESUPPOSITIVA.

2)

Analogamente dicasi per altri passaggi dell’ottimo articolo del prof. Stella:

<<L’assoluto è il valore che non può venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro. Il valore dell’assoluto, pertanto, non può non (innegabilmente, necessariamente) sottrarsi alla riduzione a funzione [riferimento, relazione, ergo distinzione, dualità - ndr]>>.

Anche qui, paradossalmente questa tesi comporta la riaffermazione di ciò ( = la differenza, il riferimento, la relazione) che voleva negare.

Che il valore configuri <<proprio la negazione di questo altro>>, importa che il valore, negando <<questo altro>>, lo ESCLUDA da sé conformemente al dettato del PdNC, implicando, perciò, la DIFFERENZA sostanziale (nonché la RELAZIONE) tra il <<valore>> cioè l’assoluto, e la <<funzione>>, ossia il disporsi <<in relazione ad altro da sé>> da parte dell’assoluto.

3)

Senonché, leggiamo che <<quell’altro>> da sé (cioè <<l’intenzione di chi si volge all’assoluto>>) è soltanto POSTULATO ( = PRESUPPOSTO) <<come essente>>, sottintendendo che NON sia mai stato reale:

<<Ora, riteniamo importante apportare una precisazione al discorso svolto, affinché risulti chiara la ragione per la quale non si può evitare di parlare di funzione dell’assoluto […]. Se, infatti, l’intenzione di chi si volge all’assoluto è porsi dal punto di vista dell’assoluto stesso, tuttavia non si può non rilevare che, nel riferirsi all’assoluto, di fatto [inevitabilmente - ndr] si postula [si presuppone] come essente proprio quell’altro da esso che l'assoluto non può non escludere, ma che il riferimento (la relazione) non può non implicare. Che è come dire: l’intenzione di coincidere con l’assoluto è innegabile; il fatto di “riferirsi” ad esso a muovere dall’altro da esso è inevitabile, sì che l’universo empirico-fattuale risulta innegabilmente inevitabile [innegabilmente solo presupposto da cui si inizia, per il fatto stesso di non poter non inevitabilmente iniziare - ndr]. L’inevitabile, quindi, indica l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni), una volta che si presupponga il porsi di quel soggetto empirico che è tale proprio perché è frontale e reciproco ad essi>>.

Dunque, il soggetto empirico quale PRESUPPOSTO <<inevitabile>>, la cui inevitabilità è <<l’impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni)>>.

Questa <<impossibilità stessa di prescindere dai fatti (dalle determinazioni)>> è anch’essa solo PRESUPPOSTA?

Se lo fosse, NON sarebbe una reale impossibilità, poiché il PRESUPPOSTO è lo stesso impossibile, il mai posto (sempre secondo Aldo Stella/Marco Cavaioni), per cui nemmeno tale <<impossibilità>> sarebbe mai stata reale, posta.

Se invece riteniamo che quell’impossibilità sia reale/posta, allora quei <<fatti>>, quelle <<determinazioni>>, essendo imprescindibili, NON possono esser ritenuti PRESUPPOSTI, giacché la loro impossibile prescindibilità li PONE realmente cioè differentemente dal PRESUPPOSTO il quale _ sempre secondo Marco Cavaioni _ è invece posto ed al contempo NON È (MAI) POSTO: esso è il NON-REALE…

E se <<il valore>> cioè l’UNO <<configura proprio la negazione di questo altro>> cioè del PRESUPPOSTO, non potrà però negare che <<questo altro>> sul quale si esercita la negazione sia appunto altro ( = DIFFERENTE) dall’assoluto, altrimenti NON lo negherebbe in quanto non vi sarebbe niente da negare e perciò sarebbe, tale altro, esso stesso non-PRESUPPOSTO. Ciò vuol dire che l’assoluto <<configura la negazione di questo altro>> implicandone perciò la presenza come altro/DISTINTO dall’assoluto, implicando cioè il proprio NON riuscire ad essere l’UNO-senza-distinzioni.   

4)

Stella: 

<<Innegabile, invece, è la necessità che tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi vadano oltre la loro esistenza determinata, poiché l’esistente (l’ente, la determinazione) non può non intendere di essere veramente; dunque, non può non intendere di pervenire a quel vero [intenzionalmente ossia idealmente è già da sempre uno con esso, fattualmente mai], che è l’essere stesso (l’assoluto)>>.

Qui, l’andare <<oltre la loro esistenza determinata>> che cosa vuol dire, se non che <<tale soggetto empirico e il campo del suo disporsi>> debbano DIFFERENZIARSI da ciò che sono, per <<pervenire a quel vero […], che è l’essere stesso (l’assoluto)>>?

E la stessa <<loro esistenza determinata>> che cos’è, se non il DIFFERIRE NON-PRESUPPOSTO dall’indeterminatezza spettante all’<<essere stesso (l’assoluto)>>?

5)

Stella: 

<<Nel caso dell’assoluto, ci sembra preferibile parlare di “funzione indiretta”, poiché essa non è svolta, appunto, nel senso che l’assoluto entra in relazione con ciò su cui svolge la sua funzione, dal momento che, al contrario, esso svolge la sua funzione precisamente per il suo non entrare in relazione con altro da sé. L’assoluto svolge, infatti, la sua funzione in conseguenza del suo essere ciò che è, cioè del suo valore, che lo sottrae ad ogni vincolo. E tale funzione esprime l’effetto che l’assoluto ha sul relativo (condizionato), una volta che il relativo sia stato presupposto>>.

Come visto al punto 2, l’assoluto, non potendo, in quanto valore, << venire ridotto a funzione, per la ragione che la funzione lo disporrebbe in relazione ad altro da sé, laddove il valore configura proprio la negazione di questo altro>>, può però esser considerato in qualità di <<“funzione indiretta”>>.

Quindi l’assoluto, al fine di preservarlo dalla RELAZIONE (nonché dalla DIFFERENZA) con il relativo ( = le determinazioni), la quale comporterebbe in esso una intrinseca contraddittoria DISTINZIONE, esercita pur tuttavia un <<“effetto”>> <<sul relativo (condizionato)>>.

E, sempre al fine di preservare l’UNO dalla RELAZIONE con il relativo, l’<<“effetto”>> della <<“funzione indiretta”>> dell’assoluto <<non può venire inteso nel senso della funzione del fondare, stante che il fondamento assoluto non legittima affatto l’universo dei determinati. Al contrario, l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>>.

È tutto chiaro.

L’assoluto NON fonda né legittima bensì SMASCHERA/NEGA l’<<effettiva posizione>> delle determinazioni, relegandola a <<mera presupposizione>>.

Ma allora COME SI SPIEGA la pur evidente presenza di tale <<mera presupposizione>> da smascherare?

DA DOVE deriva?

PERCHÉ appare qualcosa come una <<mera presupposizione>>?

Per poterla smascherare, tale <<mera presupposizione>> deve infatti APPARIRE.

Quindi DA DOVE arriva e PERCHÉ vi è <<l’universo dei determinati>>?

Poiché l’UNO/l’assoluto NON fonda NÉ pone <<l’universo dei determinati>> (pena il suo RELAZIONARSI ad esso), quest’ultimo è una presenza la cui DIFFERENZA dall’assoluto ci si illude di ritenerla nulla o meramente presupposta, affermando appunto l’equivalenza tra nullità e <<mera presupposizione>>, senza però accorgersi che tale <<smascheramento>> comporta comunque la NON-PRESUPPOSTA DIFFERENZA tra l’ESSER-POSTA e il NON-ESSERE-MAI-STATA-POSTA, perché se anche tale differenza fosse <<mera presupposizione>>, allora l’ESSER-POSTA e il NON-ESSERE-MAI-STATA-POSTA sarebbero indistinguibili e lo smascheramento fallirebbe.   

Lo stesso dicasi per la NON-PRESUPPOSTA DIFFERENZA tra FONDARE i determinati e NEGARLI…

Poi leggiamo:

<<una volta che il relativo sia stato presupposto>>; sì, ma DA CHI?

Dall’intelletto anch’esso meramente presupposto?

E allora DONDE tale intelletto?

PERCHÉ vi è un momento (eterno o cominciato che sia) in cui il relativo viene presupposto?

Forse, che le determinazioni siano presupposte dalla stessa <<“funzione indiretta”>> dell’assoluto il quale <<nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>>?

Se sì, come non vedere, allora, la posizione della DISTINZIONE NON-PRESUPPOSTA senza la quale l’assoluto NON potrebbe negare l’<<effettiva posizione>> dei meramente presupposti?

6)

<<Sottolineo>> _ scrive Marco Cavaioni _ <<che la stessa dualità dei livelli sussiste […] solo per il livello dell'inevitabile>>, che chiamerò L2.

E prosegue: <<Potremmo dire, in estrema sintesi e spero senza tradire il discorso di Stella: a livello dell'inevitabile la dualità dei livelli è posta, mentre a livello dell'innegabile [che chiamerò L1] essa è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata). Sicché, poi – ed è questa la funzione dell'innegabile nell'inevitabile – quella “posizione” (“posizione” nella prospettiva dell'inevitabile) della dualità o distinzione viene smascherata, in forza dell'innegabile, come meramente "presupposta”, e presupposto si rivela l'inevitabile come tale, del resto>>.

Sarà davvero sostenibile questo discorso?

Direi di no: la DIFFERENZA sussiste (è saputa) anche dal punto di vista di L1.

Infatti, L1 almeno questo non può non SAPERE/VEDERE:

che L2 sia <<interamente presupposto>>, e lo SA grazie a sé stesso, a ciò che esso è e quindi al suo “effetto”.

Se L1 non lo SAPESSE/VEDESSE, allora NON eserciterebbe quell’“effetto” derivantegli dal suo essere <<“funzione indiretta”>>, “effetto” teso a SMASCHERARE/NEGARE/ESCLUDERE/TOGLIERE l’<<effettiva posizione>> dell’<<l’universo dei determinati>>:

<<l’“effetto” deve venire inteso nel senso dello smascheramento: l’assoluto, si potrebbe anche dire, svolge la funzione del fondare non nel senso che pone le determinazioni, ma nel senso che, invece, nega la loro effettiva posizione, dal momento che si tratta di una mera presupposizione>> (A. Stella).

Quindi, lo smascheramento/negazione di L2 non comporta pur sempre una RELAZIONE/DIFFERENZA NON-PRESUPPOSTA con il negato/smascherato da parte di L1?

Direi proprio di sì, altrimenti L1 smaschererebbe SOLO PRESUPPOSITIVAMENTE!

Per cui la DISTINZIONE o <<la dualità dei livelli>> tra L1 e L2 è tale NON-PRESUPPOSITIVAMENTE anche (e soprattutto) per L1.

Non solo, ma si osservi nuovamente ove Marco Cavaioni ha scritto:

<<a livello dell'inevitabile [L2] la dualità dei livelli è posta, mentre a livello dell'innegabile [L1] essa è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata). Sicché, poi – ed è questa la funzione dell'innegabile nell'inevitabile – quella “posizione” (“posizione” nella prospettiva dell'inevitabile) della dualità o distinzione viene smascherata, in forza dell'innegabile [L1], come meramente "presupposta”, e presupposto si rivela l'inevitabile [L2] come tale, del resto>>.

Quindi, la dualità dei livelli, per L1, <<è radicalmente e originariamente tolta ( = mai stata)>>; L2 è, infatti, <<meramente "presupposta”>>.

Ma che bisogno c’è di smascherare ciò che NON È MAI STATO?

Che bisogno c’è di smascherare una DISTINZIONE che NON C’È MAI STATA?

Sarebbe stato smascheramento-di-niente: un NON-smascheramento.

A ciò si replicherà:

L1 smaschera ciò che per/in L2 è considerato realtà senza esserlo, L2 incluso.

Senonché, per esser smascherato, L2 deve innanzitutto almeno APPARIRE, esser noto, saputo, creduto, preteso…

Quindi, DA DOVE arriva questo suo APPARIRE/esser noto/saputo/creduto/preteso?

Si potrebbe rispondere:

L2 appare soltanto presuppositivamente.

Ma allora DA DOVE proviene la presuppositività dell’apparire?

E qui NON è più possibile procedere oltre rispondendo nuovamente con la presuppositività, ma si deve prendere atto che essa appare NON-PRESUPPOSITIVAMENTE e, con essa, appare NON-PRESUPPOSITIVAMENTE anche la DIFFERENZA tra essa (L2) e L1…

7)

Infine ancora Stella: 

<<è in virtù dell'essere incondizionato (il vero essere)>> cioè di L1 <<che il condizionato [L2] cessa di pretendere di valere come assoluto, cioè come vero essere. [...] Tale pretesa, smascherata dall’atto [la coscienza trascendentale - ndr] che trascende il finito, diventa poi [ecco, di nuovo, l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli - ndr] inevitabilmente contenuto della coscienza empirica, e per questa ragione può venire detta, ma il contenuto non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato. Sia la funzione sia la mediazione [della coscienza trascendentale - ndr], dunque, sono il modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto, che invece è innegabile: l’innegabile stesso. Funzione e mediazione costituiscono, pertanto, il fungere e l'operare l'innegabile nell’inevitabile, nonostante che, dal punto di vista l'innegabile, quest’ultimo non entri in rapporto con l’inevitabile né si sottragga ad esso, stante che per l’innegabile c’è solo l’innegabile>>.

Se l’<<intreccio dialettico>> tra L1 e L2 è REALE ed INNEGABILE come è REALE ed INNEGABILE L1, allora la DISTINZIONE tra L1 e L2 NON può essere fittizia, presupposta, ma REALE quanto L1.

D’altronde che cos’è l’<<intreccio dialettico>>, se non la RELAZIONE dialettica tra reali DIFFERENTI?

Esso non potrebbe certo esser l’inconcepibile intreccio tra il <<solo>> REALE L1 e il non-mai-stato-reale (L2)!

Se invece tale intreccio fosse solo PRESUPPOSTO tanto quanto lo è L2, allora non si vede come <<l'intreccio dialettico tra le “due” dimensioni o livelli>> possa andare oltre la semplice parvenza di realtà, ritrovandosi anch’esso ad esser perciò <<meramente presupposto>>.

In tal modo cadrebbe tutto il discorso incentrato sulla <<pretesa di valere come assoluto>> da parte di L2 che diventerebbe <<poi inevitabilmente contenuto della coscienza empirica>> quale <<modo finito, cioè inevitabile, di indicare l’assoluto>>.

Stella avverte che <<il contenuto [ = della coscienza empirica] non può venire confuso con ciò in virtù di cui (l’atto condizionato dall’incondizionato) si pone in quanto contenuto determinato>>.

L’attenzione sul <<non può venire confuso>> implica il dovere di mantenere ben ferma la DIFFERENZA tra <<il contenuto>> e <<l’atto condizionato dall’incondizionato>> mediante cui <<si pone>> _ si PONE!!! _ il contenuto determinato che per Stella e Marco Cavaioni NON È MAI (STATO) POSTO…

Daccapo, si ripresenta l’ulteriore impossibilità di disfarsi, in seno all’UNO, della DIFFERENZA non-presuppositivamente considerata…

 

Roberto Fiaschi

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martedì 11 marzo 2025

165)- MARCO CANZIANI E L’APORETICO «PRINCIPIO DI IDENTITÀ-DIFFERENZA»

Nel presente post, riporto soltanto una parte del video di Marco CANZIANI intitolato: “L'ontologia del de-stino e il principio idealista” (https://www.youtube.com/watch?v=K_nx7eLJIZ8), perché vorrei soffermarmi laddove egli parla del <<principio di identità-differenza>> (che informa esplicitamente la filosofia di Emanuele Severino alla quale Marco CANZIANI fa riferimento), tralasciando perciò il suo discorso sul <<principio idealista>>.

Questi i passaggi salienti:

<<[…] l’esser sé dell’essente e il suo opporsi al proprio altro appare, innegabilmente appare. Che l’essere non sia non-essere e che l’essere sia sé stesso, è assolutamente innegabile, proprio perché appare in modo innegabile. La sua innegabilità è determinata dal suo apparire. L’esser sé dell’essente in quanto essente, ed il suo differire dal proprio altro, mostrano la loro incontrovertibilità perché innegabilmente appaiono. Il principio di identità-differenza è l’incontrovertibile, perché il suo esistere, la sua solidità, la sua fermezza, la sua verità, si manifestano. L’ontologia del destino si fonda sul principio di identità-differenza nel suo essere l’assolutamente innegabile e nel suo essere l’assolutamente stante nel suo manifestarsi, anche perché, se non apparisse, non potrebbe essere l’assolutamente innegabile, l’assolutamente stante>>. […] <<La struttura originaria dell’essere non è solo l’esser sé dell’essente ed il suo non essere altro da sé, ma è l’apparire dell’esser sé dell’essente in quanto tale, ed il suo non essere quell’infinitamente altro da sé che è il nulla, che non esiste>>. […] <<Se l’essente non apparisse, sarebbe sé stesso e al contempo non sarebbe sé stesso, poiché sarebbe e allo stesso tempo non sarebbe né identico a sé, né differente dal proprio altro, perché la differenza è tale solo se appare, e il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso. Nulla può apparire senza essere cioè esistere, e nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro. Ogni essente che appare, appare nel suo essere identico a sé, ossia nel suo esser sé e differente dal proprio altro>>.

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1)- Vengo subito al punto:

la DIFFERENZA tra l’esser sé (cioè l’IDENTITÀ) dell’essente e il nulla <<è tale solo se appare, e il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso>>, giacché _ prosegue Marco CANZIANI _, <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>. Ciò impone che l’<<esser sé stesso e [il] differire dal proprio altro>> vadano di pari passo, ossia che dove vi sia l’uno (l’<<esser sé stesso>> o l’IDENTITÀ) DEBBA esservi innegabilmente anche l’altro (cioè il <<differire dal proprio altro>>) come le due facce della medesima medaglia.

Ora, SICCOME

<<il differire appare solo se appare l’identità dell’essente con sé stesso>>, in quanto <<Nulla può apparire senza essere cioè esistere, e nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>, cosicché <<Ogni essente che appare, appare nel suo essere identico a sé, ossia nel suo esser sé e differente dal proprio altro>>,

ALLORA

il nulla, che, come rileva Marco CANZIANI, <<non esiste>>, deve NON-DIFFERIRE dal proprio altro cioè dell’essere, proprio perché egli ha chiaramente affermato che <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>.

Infatti, se il nulla esistesse, sarebbe IDENTICO a sé e quindi DIFFERIREBBE dal proprio altro.

Ma ecco che, invece, il nulla, non essendo, non può NÉ esser IDENTICO a sé NÉ, perciò, DIFFERIRE dal proprio altro, visto che, come già detto, IDENTITÀ-e-DIFFERENZA procedono sempre INSIEME, come due facce della stessa medaglia.

Dunque, il nulla NON può DIFFERIRE dall’essere.

Quindi, neppure l’essere DIFFERISCE dal nulla, sì che in tal modo esso NON sia neppure essere, visto che per Severino l’essere è tale se e soltanto se NEGA di esser (IDENTICO al) nulla, e se e soltanto se DIFFERISCE dal nulla.

Pertanto, l’ontologia del de-stino STA ed insieme NON STA.

***

2)- Tuttavia, riconosciamo, con Severino, che il nulla DIFFERISCA dall’essere (e viceversa).

Poiché DIFFERISCE, inevitabilmente il nulla sarà anche IDENTICO a sé.

Ma, se il nulla DIFFERISCE dall’essere poiché è IDENTICO a sé cioè È, appunto, il nulla, allora il nulla è un ENTE.

Infatti, se _ come dice Marco CANZIANI _ <<nulla può essere cioè esistere, senza esser sé stesso e differire dal proprio altro>>, è chiaro che se il nulla è IDENTICO a sé stesso e DIFFERISCE dal proprio altro, allora il nulla ESISTE.

Perciò il nulla sottostà alla legge dell’IDENTITÀ-DIFFERENZA valevole per qualsiasi ENTE, proprio perché esso DIFFERISCE dall’essere.

Se il nulla è un ENTE, allora il nulla NON è <<quell’infinitamente altro>> dall’essere che pur dice di essere, per cui NEPPURE l’essere sarà quell’infinitamente DIFFERENTE dal nulla che pur dice di essere, sì che essere e nulla, DISTINGUENDOSI, NON si DISTINGUANO affatto.

Anche qui, l’ontologia del de-stino STA ed insieme NON STA.

(Peccato che Marco CANZIANI abbia DISATTIVATO i commenti sotto al suo video…)

 

Roberto Fiaschi

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martedì 25 febbraio 2025

158)- L’APORIA DEL PENSIERO ASSOLUTIZZATO

 

Pretender di conseguire il ‘VERO-SENZA-CONTRADDIZIONI’ mediante l’esclusiva speculazione filosofica, significa, presto o tardi (in genere molto presto), ritrovarsi nel vicolo cieco dell’APORIA.

Ad esempio, riporto questo passaggio di Marco Cavaioni (rSseotopdnsgi83c1a9g4Achistt86f02u7lmcgd78o33m3tie40ia055i5a): 

<<Chi distingue pensiero e pensato, proprio perché li distingue li riduce a pensati (pretende di averli pensati) entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati. Chi, di contro, identifica pensiero e pensato, di nuovo per poterli identificare li ha supposti distinti, col che ricade nell'aporia precedente. Ne segue che pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

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Col brano su riportato, Marco Cavaioni intende giustamente mettere in scacco (o mostrare il limite de) il principio di non contraddizione (PdNC), prendendo come luogo privilegiato l’impossibilità (a suo avviso) di DISTINGUERE <<pensiero e pensato>> perché, chi <<li distingue li riduce a pensati entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati>>.

Tuttavia, qui, la sua INTENZIONE pare NON realizzarsi, sia perché innalza il PENSIERO al rango di Assoluto-non-entificabile, sia perché, soprattutto, egli continua ad avvalersi della NEGAZIONE ESCLUDENTE ossia di quello stesso PdNC che invece vorrebbe infrangere (o limitare all’ambito linguistico e degli enti).

Vediamo come sia lo stesso Marco Cavaioni, all’inizio del suo post, ad AVALLARE (suo malgrado?) la loro DISTINZIONE.

In che modo?

Egli parla di <<pensiero e pensato>>, cioè utilizza due termini sicuramente NON-sinonimici, giacché il primo è l’ASSOLUTO mentre il secondo, in quanto (è) pensato, DIPENDE dal primo; un po’ come la DISTINZIONE tra Creatore e creatura.

Dunque mi pare evidente come l’assolutizzazione del PENSIERO (operata dalla Scuola del filosofo Giovanni Romano Bacchin della quale Marco Cavaioni è un esponente di spicco), abbia già IN SÉ la DISTINZIONE tra i due termini, che poi trattasi di DISTINZIONE ontologica, ossia _ rispettivamente _ tra l’ESSERE e l’ENTE/INESSENTE.

Ora, ESCLUDERE che il PENSIERO possa essere (un) pensato, come fa Marco Cavaioni, ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, aprendoci peraltro alla comprensione del primo, giacché se il PENSIERO non potesse esser anche (un) pensato, NON capiremmo affatto a che cosa staremmo riferendoci parlando appunto di PENSIERO.

Se egli, al fine di NON ridurre il PENSIERO a pensato (cioè a ente), NEGA la loro DISTINZIONE, ebbene, si trova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato, poiché se il pensato, in quanto ente, NON si DISTINGUE dal PENSIERO, allora anche quest’ultimo sarà un ente, in quanto, ripeto, NON si DISTINGUE dal pensato/dall’ente.

E già in tutto ciò vediamo all’opera quel PdNC che Marco Cavaioni NEGA possa valere come <<"legge del pensiero">>.

Eppure, egli osserva che <<pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

Però si è visto come PENSIERO e pensato NON possano NON essere DISTINTI o <<altri tra loro>>; ribadiamolo:

se non lo fossero, allora lo stesso PENSIERO sarebbe (un) pensato/un ente, in quanto NON DISTINGUENTESI dai pensati/enti.

D’altronde, la loro effettiva DISTINZIONE è il fondamento sulla base del quale Marco Cavaioni NEGA che il PENSIERO possa essere (un) pensato perché, per negare che possa esserlo, il PENSIERO deve DISTINGUERSI dall’essere (un) pensato.

Pertanto, aporia delle aporie:

1)- AUT si ESCLUDE che il PENSIERO possa essere (un) pensato;

e allora ciò ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, facendo così del PENSIERO un pensato.

2)- AUT si NEGA la loro reale DISTINZIONE;

e allora ci si ritrova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato.

In ENTRAMBI i casi il PENSIERO si riduce a (un) pensato, con buona pace della sua (del PENSIERO) assolutezza ed impensabilità…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 21 dicembre 2024

142)- IL «PENSIERO PENSANTE È IMPENSABILE/INDICIBILE»?

 


Scrive Marco Cavaioni, allievo del filosofo Giovanni Romano Bacchin:

<<Mi sono sempre chiesto come, dopo Gentile e sulla scorta di una conoscenza approfondita dell'Attualismo, abbia potuto prendere corpo un "naturalismo anomalo" (definizione che attingo da Stella, che parafrasa Davidson) quale effettivamente è il Severinismo. Mi sono spesso chiesto e mi chiedo ancora, cioè, come possa essersi riproposto – ed in modo estremo e con ambizioni giustamente smisurate di epistemicità – una posizione già radicalmente dissolta sul piano teoretico. Per dire rozzamente, la risposta che mi sono dato è la seguente: Severino ha appiattito il pensiero (pensante) sul pensiero pensato – "pensiero pensato" che, a rigore, è già una contraddizione in termini –, pretendendo, tuttavia, di conservare l'innegabilità che spetta solo al pensiero autentico, appunto sempre pensante e mai pensato. […] La logica determinativa (identità e differenza, insomma il principio di non contraddizione) è la struttura del dire e della sua presunzione di tener ferme le differenze, le distinzioni (intellettualismo, che negherà sempre la propria inconsistenza, perché non la può vedere). Da ciò – da questo FATTO che è il dire – si inferisce, illogicamente, che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile: infatti, si considera pensabile anche l'impensabile, per il FATTO che lo posso ben dire, come lo abbiamo testè detto. Illogicamente, perché si inverte l'implicazione autenticamente logica, che dovrebbe essere questa: se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile. Ma un siffatto "pensiero" (che non c'è, avendo reso totalizzante lo "essere pensato" o "apparire") è un "pensiero" totalmente succube della logica del FATTO (pensato), ne è, anzi, la inerte (passiva) assolutizzazione. È un "pensiero" inferiore a se stesso, longa manus del presupposto. Il fatto potrebbe essere assoluto ad una solo condizione (per fortuna impossibile): che non si pensi, anzi peggio: che, pensando, si sia espunto dal pensare l'atto di pensiero, riducendolo a pensato ("pensato" non si sa da chi, da quale soggetto trascendentalmente inteso). Ma non è difficile capire che, laddove tutto fosse oggetto ed oggettivato (pensato), nemmeno oggetto ed oggettivazione vi potrebbe essere, nonostante le pretese di verità che tale impostazione rivendica. O, meglio, ciò accade proprio per tale assurda PRETESA e pretesa di DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta, ergo innegabile, ergo indeterminabile, inoggettivabile>>.

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Comincio domandando(mi):

DIRE (cioè <<determinare, significare, semantizzare, oggettivare>>)

è PENSARE?

O meglio:

il DIRE implica il PENSARE?

Ancor meglio:

posso DIRE qualcosa senza prima (o al contempo) averlo PENSATO?

DIREI/PENSO di no

Infatti, allorché Marco Cavaioni afferma (DICE) <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile: infatti, si considera pensabile anche l'impensabile, per il FATTO che lo posso ben dire>>, avrà pur dovuto PENSARE a quanto ha DETTO, perché, se così non fosse, non avrebbe DETTO (PENSATO) niente di intelligibile.

Per lui, <<l'implicazione autenticamente logica>> <<dovrebbe essere questa: se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile>>.

Senonché, dopo aver ridotto la <<logica determinativa (identità e differenza, insomma il principio di non contraddizione)>> alla <<struttura del dire>> affètta dalla <<presunzione di tener ferme le differenze, le distinzioni>>, egli ricorre a quella stessa logica dell’identità-differenza che, invece, DICE (quindi PENSA) di criticare e/o almeno ridimensionare!

Infatti, tale logica dell’identità-differenza è pienamente all’opera dove egli riconosce che il DIRE: <<se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile>> DIFFERISCE dal DIRE: <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile>>, e quindi accetta il primo DIRE e rifiuta (nega) il secondo, conformemente alla logica dell’identità-differenza.

Ciò vuol dire (appunto!) che la logica dell’identità-differenza TIENE FERME <<le differenze, le distinzioni>> vigenti tra il primo DIRE, che Marco Cavaioni accetta, ed il secondo DIRE, che invece nega.

Per cui egli si ritrova suo malgrado a NEGARE che la logica dell’identità-differenza abbia la <<presunzione di tener FERME le differenze, le distinzioni>>!

Se non le tenesse FERME, egli non potrebbe accettare il primo DIRE e rifiutare come ILLOGICO il secondo!

Evidentemente, tale suo DIRE è tutt’uno con il suo PENSARE, per cui anche il DIRE <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile>>, è accettabile nella misura in cui il DIRE NON è disgiungibile dal pensare.

Infatti, allorquando Marco Cavaioni DICE l’impensabilità dell’<<atto di pensiero>>, non sta forse già pensandoLO?

Se così non fosse, NESSUNO RIUSCIREBBE A COMPRENDERE di che cosa egli stia parlando, riferendosi a (DICENDO) l’<<atto di pensiero>>.

Al che, egli osserva:

<<Ma non è difficile capire che, laddove tutto fosse oggetto ed oggettivato (pensato), nemmeno oggetto ed oggettivazione vi potrebbe essere, nonostante le pretese di verità che tale impostazione rivendica. O, meglio, ciò accade proprio per tale assurda PRETESA e pretesa di DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta, ergo innegabile, ergo indeterminabile, inoggettivabile>>.

Ma tali APORIE/INCONGRUENZE nascono proprio dalla PRETESA filosofica di NON poter <<DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta>> nel momento stesso in cui si PRETENDE di parlare DELLA <<verità assoluta>> che, perciò, comporta il suo DIRLA, determinarLA, significarLA, semantizzarLA, oggettivarLA in qualche modo.

La contraddittoria pretesa impossibilità di OGGETTIVARE l’inoggettivabile <<atto di pensiero>> NON è una PROVA che esso sia l’ASSOLUTO (Dio), al contrario: è la PROVA della contraddittorietà di voler evitare l’oggettivazione di ciò che viene PENSATO/DETTO.

Per tale ragione OGNI filosofia che tenti speculativamente di avventurarsi nei pressi dell’assoluto (o di Dio), non potrà che fallire miseramente, avvolgendosi in infinite contraddizioni e, perciò, a mio avviso Dio è ‘avvicinabile’ soltanto per FEDE, ché, se si tenta la via speculativo-filosofica, è inevitabile imbattersi poi nelle aporie non solo del DIRE ma, insieme, del PENSARE…

 

Roberto Fiaschi

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