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giovedì 15 maggio 2025

178)- «FASCISMO» METAFISICO

Il titolo che ho dato al presente post NON vuole affatto essere OFFENSIVO , quindi, tacciare di <<fascismo>> nessuno, men che meno Marco Cavaioni, autore del post.

Tuttavia, parresìa vuole che non me ne esima…

il post di Marco Cavaioni è intitolato:

<<25 APRILE METAFISICO>>.

Esso recita:

<<Premesso che io sarei stato senza esitazione tra i partigiani (sebbene di una inesistente brigata metafisica, tipo "Brigata Parmenide" o qualcosa del genere), e questo per una semplicissima ragione: la consapevolezza che la mia vita non è il valore ( = la verità, che rende vera anche la libertà a cui aspiro) e, quindi, non posso non essere sempre pronto a sacrificarla, facendomi "funzione" del valore. Peraltro, mettere in pratica questo atteggiamento (cioè per essere davvero liberi, per liberarsi in vista della libertà) non c'è bisogno di avere sopra la testa un regime politico illiberale. Nondimeno, ciò detto, mi sento di dover fare un paio di rilievi, nel tentativo di non fermarsi a ciò su cui non si può che essere tutti d'accordo (salvo i cretini, il cui disaccordo va benissimo), guardando, se possibile, al cuore delle questioni, domandandosi cioè quale ne sia la radice, l'essenza. Ebbene, la radice del "fascismo" a me sembra sia il dogmatismo. E dogmatico non può non essere qualsiasi sistema, chiaramente anche politico. Ogni sistema si fonda su (meglio: postula) premesse indiscusse e indiscutibili: discuterle sarebbe la sua morte, la sua dissoluzione. Il sistema, per sopravvivere, deve "uccidere" la stessa possibilità di questionarlo, di revocarne in dubbio le basi. Potere è esercizio di potere ed è tale – ed opera con efficacia – proprio perché e se non tollera opposizione, cioè critica. Discuterlo sarebbe esserne già usciti, rendendolo così impotente. Per questo l'ideale del potere è di non apparire tale: il potere è essenzialmente dissociazione tra essere (imposizione) e apparire (necessità, idealmente natura, legge fisica, evidenza: tutto ciò, insomma, che non avrebbe senso mettere in discussione). Il dogmatico è un problema in sé, indubbiamente, ed è ogni presupposto o pretesa di sottrarsi a discussione, dunque di avere ragione, dunque di farsi intero da parte che si è. Ma il vero è solo l'intero, che non ha parti. Il dogmatico è, oltre che "in sé", più tangibilmente un problema "in me" (in ciascuno di noi). Di più: sono io (ciascuno di noi), che non essendo l'intero o la verità, sono un problema, sono problematico. Ed è precisamente questo il punto: riconoscere che ciò che è problematico non può mai venire scambiato per improblematico (appunto dogmatico), assunto come vero senza che lo sia. Lo spazio, il luogo di ogni fascismo, è allora da individuarsi proprio qui: nel non-intero e nella tendenza naturale di ciò che non è l'intero (la parte) a farsi intero, a "totalizzare" tutto il resto. In conclusione: sono certamente gli uomini e gli uomini di valore a liberare (liberarsi e liberare gli altri), ma lo possono fare veramente solo in virtù del riconoscimento di non essere portatori di libertà, ma solo suoi strumenti. Con tutto quello che ciò comporta. Confido di non aver detto cose sbagliate. Il che, poi, significa non credere di aver mai completato definitivamente la "liberazione" dalle pretese di aver ragione: una ragione "posseduta" non è ragione, ma estensione di sé, prolungamento del primo fra i dogmi e fra le certezze: l'ego del soggetto>>.

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Dunque, stante il titolo del presente post, non sarà azzardato accostare il fascismo (ma poi qualsiasi totalitarismo) ad una determinata metafisica, cioè due ordini di realtà completamente diversi?

Mi riferisco all’intero ( = totalità, essere, assoluto…) della metafisica parmenidea, che Marco Cavaioni ha ben compendiato così:

<<il vero è solo l'intero, che non ha parti>>.

In esso la PARTE ( = ogni determinazione) è NULLA, INESSENTE, INESISTENTE, meramente APPARENTE/ILLUSORIA.

Perciò quale valore assegneremo a ciò che neppure ha dignità di ESSERE?

<<[...] per il fascista tutto è nello Stato e nulla di umano e spirituale esiste e tantomeno ha valore fuori dallo Stato. In tal senso il fascismo è totalitario...>>. – (Giovanni Gentile: Enciclopedia Italiana, voce "Fascismo (dottrina del)", Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1932, vol. XIV, pp. 835-840);

trasponiamo ciò alla metafisica parmenidea:

per il metafisico parmenideo tutto (ma in realtà NIENTE) è nell’intero-senza-parti (cioè senza individui) e perciò nulla di umano e di spirituale esiste e tantomeno ha valore IN (e FUORI da) esso. In tal senso l’intero metafisico parmenideo è totalitario

Ed anche:

<<il punto centrale della dottrina fascista è che "lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo">>. - (Arturo Marpicati, Benito Mussolini, Gioacchino Volpe: “Fascismo”, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932).

Traduciamolo sempre in termini metafisici:

il punto centrale della metafisica parmenidea è che l’intero-senza-parti è l’assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo; relativo, però, nell’accezione PEGGIORE:

relativo = non-essere/illusione, appunto perché, ricordiamolo ancora, <<il vero è solo l'intero, che non ha parti>>.

Pertanto, l’intero-senza-parti TOTALIZZA ontologicamente, ovvero impone-sé (si è da sempre imposto) e ha da sempre TOLTO le parti cioè gli individui che solo illusoriamente ritengono di ESSERE.

A mio parere, il luogo metafisico <<di ogni fascismo>> è da ravvisarsi NON tanto <<nel non-intero e nella tendenza naturale di ciò che non è l'intero (la parte) a farsi intero, a "totalizzare" tutto il resto>>, giacché la parte totalizza sempre parzialmente e si può sempre porvi rimedio, bensì nello stesso intero che è totalitario PER ESSENZA e che perciò NON può tollerare PER SUA NATURA in sé fuori di sé alcuna ALTERITÀ.

Altrove, Marco Cavaioni ebbe a scrivere: <<"Negare" si sa viene da "necare": uccidere. Chi crede di detenere il criterio del vero, non solo si sente legittimato ma, anzi, si sente in dovere di "negare" la negazione del vero (di quel che egli crede sia il vero), cioè di sopprimere l'errore intollerabile>>.

Siccome <<il vero>> a cui egli si riferisce consiste proprio nell’intero parmenideo, ecco che quest’ultimo ha già da sempre METAFISICAMENTE UCCISO/NEGATO ogni DISSENSO ( = ogni parte) a guisa dell’Apeiron anassimandreo che abbandona al proprio destino di nascita/morte-inessenza la parte in quanto tale, perché rea di aver osato infrangere (dissentire da) la sua pura indeterminatezza-senza-parti.

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 20 febbraio 2025

157)- EGON KEY: «NON C'È UN "QUALCUNO", INTESO COME SOGGETTO AGENTE»?

 

Proseguimento del post n° 156. Qui si tratta, però, della questione circa la REALE esistenza dell’io-empirico (io, tu, egli, loro, noi…).

Per la tesi severiniana (che la nega) esposta da Egon Key, l’esistenza dell’io-empirico è soltanto un mero PRESUPPOSTO infondato, una FEDE cioè un ERRORE/positivo significare del NULLA, <<una persuasione della terra isolata>>.

Dunque, ha scritto Egon Key:

<<Quanto poi alla questione che sarebbe contraddittorio affermare che il vero "io" è l'Io del destino, giacché "chi" afferma ciò è esso stesso errore (ossia individuo), si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente: tutto ciò che accade, accade infatti per la "volontà" del destino; d'altra parte, il "qualcuno" (inteso come un soggetto che si contrappone a un oggetto) è, si è detto, un contenuto del cerchio dell'apparire (e una persuasione della terra isolata)>>.

Come si può constatare, è (APPARE che sia) lo stesso Egon Key ad aver risposto:

<<si risponde che non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Come minimo, si dovrà riconoscere come NEPPURE Egon Key riesca ad uscire (o ad astrarsi) dall’esser ciò che egli ritiene essere un presupposto/fede/positivo significare del nulla, giacché ANCHE LUI si sta comportando come uno tra i tanti io-empirici invitato a fornire giustamente la PROPRIA risposta.

Sarebbe perciò superfluo domandargli:

CHI è che risponde che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>?,

giacché riceveremmo DA LUI un’altra risposta circa la quale dovremmo nuovamente chiedergli:

CHI è che risponde in tal modo?

In alternativa al nostro presupposto di partenza, dovremmo supporre che Egon Key stia rispondendo sottintendendo al contempo di NON esser LUI a rispondere?

O dovremmo forse ritenere che NESSUNO, qui, NEPPURE Egon Key abbia mai risposto ad alcunché?

A meno che non ci piacciano queste acrobazie ‘filosofiche’, difficile negare di trovarci dinanzi alla risposta DELL’io-empirico-Egon Key, sembra persin banale osservarlo…

L’esistenza dell’io-empirico è un presupposto che NESSUNA dimostrazione della sua inesistenza riuscirà mai a scalfire, giacché esso è il pre-requisito ineludibile che sta alla base di ogni dimostrazione, in quanto essa richiederebbe la presenza di un DIMOSTRANTE, cioè, nuovamente, la presenza di quell’io-empirico senza il quale NON si potrebbe elaborare alcuna dimostrazione.

Inoltre, che senso avrebbe precisare che <<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>, SE questo <<"qualcuno", inteso come soggetto agente>> NON APPARISSE, NON FOSSE GIÀ NOTO?

Che senso avrebbe negare la differenza tra il bianco ed il nero, SE tale DIFFERENZA NON APPARISSE GIÀ?

Quindi è contraddittorio negare il <<"qualcuno">>, poiché esso APPARE come ciò che, secondo l’io-empirico Egon Key, va negato!

Quindi si innesca una sorta di élenchos attraverso la negazione che vi sia <<un "qualcuno">> che pensa/scrive ciò, appunto perché APPARE che la sua negazione sia pur sempre la negazione effettuata DA <<"qualcuno">>, cioè dall’io-empirico Egon Key che nega che vi sia un <<"qualcuno">> quale autore del negare; quindi egli nega sé stesso, sì che Egon Key NON abbia negato niente.

Non è così? No?

Bene, ma allora occorrerà DIMOSTRARE DA PARTE DI NESSUN <<soggetto agente>> che NON vi sia alcun <<soggetto agente>>…

In attesa…

 

Roberto Fiaschi

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156)- EGON KEY: «DIMOSTRAZIONE» DELL’IO DEL DESTINO?

Riprendo, dal gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino, una serie di interventi di Egon Key circa la tesi severiniana dell’inesistenza (o l’illusorietà) dell’io-empirico, da lui riassunta in questi termini:

<<non c'è un "qualcuno", inteso come soggetto agente>>.

Non posso che partir dal presupposto di esser io-empirico-Roberto, qui ed ora, a scrivere ciò che voi-io-empirici state leggendo, così come non potrete che esser voi-io-empirici a leggere ciò che ho scritto. QUESTO è il mio nonché COMUNE/UNIVERSALE presupposto di partenza.

Adesso, invece, andremo a cercare nei vari passaggi di Egon Key la DIMOSTRAZIONE (filosofica) dell’esistenza dell’Io trascendentale e, quindi, della contigua NEGAZIONE di tale presupposto ossia dell’io-empirico, la cui esistenza viene normalmente tacciata di INGENUITÀ pre-filosofica. La filosofia ha la vocazione di sottoporre tutto a critica (altrimenti cosa ci starebbe a fare?), per cui essa non si accontenta del senso comune e di ciò che comunemente/universalmente appare.

Nell’eventuale ASSENZA di esse (DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE), continuerò a tenermi ben stretto il mio 'presupposto'.

Se non altro perché non posso, io-empirico, DIMOSTRARE questo mio presupposto di base, perché, per farlo, sarei pur sempre io-empirico (o qualcun altro: e CHI, se no?) a dover DIMOSTRARE in via non-presuppositiva di essere il consapevole lettore/autore dei miei post (od un qualunque altro io: e CHI, se no?), trovandomi perciò nella bizzarra situazione ove io, in quanto PRESUPPOSTO INDIMOSTRATO, dovrei DIMOSTRARE non-presuppositivamente di esser davvero io quel <<"qualcuno", inteso come soggetto>> che effettua consapevolmente una (o che è l’autore della) DIMOSTRAZIONE!

Cominciamo perciò la ricerca di quella DIMOSTRAZIONE/NEGAZIONE, portandoci sul seguente brano di Severino che Egon Key riporta:

<<si potrebbe affermare con verità l'esistenza di "qualcuno" "a" cui l'apparire apparisse e che si costituisse come qualcosa di diverso dall'apparire stesso (ad esempio come "individuo umano", "persona", "corpo", "cervello", "mente", ecc), solo se tale esistenza fosse qualcosa che appare "nel" cerchio dell'apparire del destino della verità; ma allora il "qualcuno" non sarebbe qualcosa di diverso dall'apparire, qualcosa "a" cui l'apparire dovrebbe apparire, ma sarebbe, appunto, un contenuto dell'apparire>> - ("La Gloria", Adelphi, p. 213).

Altrove, subito dopo questo brano di Severino, Egon Key fa seguire questa ulteriore precisazione:

<<Ad abundantiam: l'apparire appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe in un regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Sempre in altro post, ma strettamente connesso al tema in oggetto, Egon Key scrive:

<<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono. Ossia: è un contenuto del cerchio dell'apparire anche il (creduto) "mio" atto coscienziale: «l'attuale apparire [di qualcosa] non è 'mio', ma sono io stesso» [in quanto cioè "Io del destino"] ("La terra e l'essenza dell'uomo", p. 215). Scrive ancora Severino: «l'apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare [...] Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi [uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire] . L'apparire della verità non è la coscienza che "uno" ha della verità» ("La legna e la cenere"). D'altra parte, la dimostrazione offerta qui sopra è limpida e di facile comprensione: l'apparire appare a sé stesso, il destino appare a sé stesso; se apparisse "a qualcuno", questo qualcuno sarebbe, daccapo, "coscienza", ossia apparire; e se si volesse affermare che anche quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno" si incorrerebbe nel regressus in indefinitum con la conseguente impossibilità della posizione dell'apparire, sicché nulla mai potrebbe apparire>>.

Ecco, qui sopra Egon Key parla di <<dimostrazione>>.

A quale dimostrazione si riferisce?

A questa; rileggiamola:

<<Il mostrarsi ['questo' stesso mostrarsi] non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano. Perché diciamo: "Io esisto"? Perché appaio (perché appare l'errore in cui io consisto). Se non apparissi insieme alla libreria, al lampadario, alle stelle, non potrei dire che io esisto. Si può affermare che "io esisto", perché appaio. E mi mostro in quale luogo? In quel luogo dove è tutto ciò che si mostra. E allora io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi: la luce è luce che illumina i luoghi e io appartengo a uno di questi luoghi>>.

Come egli ha osservato, essa <<è limpida e di facile comprensione>>, ma NON è una DIMOSTRAZIONE o, se intende esserla, a mio parere NON coglie nel segno.

Vediamo.

La DIMOSTRAZIONE, secondo Egon Key, consisterebbe nel comprendere che, SICCOME <<il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano>>, cioè <<Il "qualcuno" a cui l'apparire apparirebbe, appare esso stesso nel cerchio dell'apparire, come un contenuto tra i tanti che appaiono>>, ALLORA, con ciò, sarebbe DIMOSTRATO che <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>, appunto perché io-empirico <<appartengo a uno di questi luoghi>>. 

Ma, ripeterei, questa NON è una DIMOSTRAZIONE bensì è soltanto l’ESPLICITAZIONE di una tesi o, al meglio, è la PARVENZA di una DIMOSTRAZIONE, giacché l’essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON esaurisce le alternative alla conclusione secondo la quale, ALLORA, <<io non sono il lanternaio che fa' luce sui luoghi>>. 

Infatti, il MIO essere <<un contenuto tra i tanti che appaiono>> NON TOGLIE affatto che quei <<tanti che appaiono>> siano illuminati da ME nel mentre che io-empirico illumino ANCHE ME STESSO, cioè nel momento in cui sono AUTO-cosciente del mio illuminarMI, oltre che cosciente di illuminare anche i contenuti di cui sono cosciente (tra i quali, appunto, vi sono io).

Dunque, io-empirico sono <<il lanternaio che fa' luce sui luoghi>> facendo luce anche su me stesso (cioè AUTO-illuminandomi) come <<un contenuto>> tra i tanti che MI appaiono, così come una lampada illumina ciò che le sta intorno illuminando ANCHE SÉ STESSA come uno dei molti oggetti illuminati. 

Io-empirico, perciò, sono illuminante ( = cosciente de) gli oggetti, illuminante ME STESSO ( = AUTO-cosciente) nel mentre che so ( = cosciente di essere AUTO-cosciente) di illuminare i tanti oggetti.

Quindi, se <<l'apparire appare a stesso>>, questo <<a stesso>> è il MEDESIMO <<"a qualcuno">> _ è l’io-empirico _ a cui l’apparire appare apparendo, appunto, <<a stesso>>.

Per cui è tolto il <<regressus in indefinitum>> _, se a sua volta <<quest'ultimo apparire apparisse "a qualcuno">>…

L’io-empirico è lo stesso cerchio dell’apparire FINITO, poiché tale <<"qualcuno">> non è <<qualcosa di diverso dall'apparire>>, essendo, tale <<"qualcuno">>, lo stesso io-empirico il quale, in quanto AUTO-cosciente ( = cosciente di sé), appare-a-sé nelle vesti del ME, cioè appare a sé (anche) come CONTENUTO riflessivo di sé stesso…

Egon Key precisa che <<l'Io è il trascendentale di cui tutto ciò che appare è un contenuto; e il contenuto include il proprio apparire, diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire: è presente (all'apparire trascendentale) la presenza (apparire empirico) del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza). In tal senso, dunque, un qualsiasi contenuto che appare NON è "mio", ma SONO IO STESSO, in quanto Io del destino). Pertanto: all'apparire trascendentale che "io" sono (in quanto, in verità, esser Io del destino, ossia uno degli infiniti cerchi finiti dell'apparire) appare l'apparire empirico (l'apparire di un albero), cioè tale contenuto coscienzale>>.

Ma che nell’Io trascendentale <<il contenuto includ[a] il proprio apparire>> perché <<diversamente il contenuto medesimo non potrebbe apparire>>, è asserzione che può benissimo essere ascritta all’io-empirico.

Infatti, come già visto, l’io-empirico è una lampada che, illuminando l’ambiente circostante (gli oggetti), ILLUMINA ANCHE SÉ STESSA, il che vuol dire, fuor di metafora, che <<il contenuto include il proprio apparire>> in quanto è AUTO-coscienza, coscienza di sé.

Infatti, è presente all’io-empirico la presenza <<del qualcosa, vale a dire apparire dell'apparire, che è saputo come tale in quanto Io (coscienza dell’autocoscienza)>>; cioè all’io-empirico <<la presenza (apparire empirico) del qualcosa>> è presente, è saputa, giacché tale io è <<coscienza dell’autocoscienza>>, cioè cosciente di SAPERE-di-SÉ, di essere AUTO-COSCIENTE.

Per Severino <<Solamente il presupposto dell'inobiettivabilità del pensare porta a ritenere che, pensando, si formi sì, all'interno del pensiero, uno spettacolo, ma che l'apparire dello spettacolo non faccia parte dello spettacolo stesso, ma che se ne stia dietro le spalle, come una sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>> - (“Essenza del nichilismo”).

Senonché, il pensare è OBIETTIVABILE nella misura in cui sono conscio del (mio) pensare.

l’io-empirico, proprio in quanto AUTO-cosciente, NON può essere paragonato a quella <<sorgente luminosa che illumina le altre cose, restando essa all'oscuro>>, appunto perché l’AUTO-coscienza è precisamente quello stare alla luce DI SÉ da parte di sé cioè dell’io, AUTO-coscienza che invece Severino vorrebbe riferire soltanto ad un RIDONDANTE Io trascendentale.

L’<<apparire dello spettacolo>> fa parte <<dello spettacolo stesso>>, ed in ciò consiste l’AUTO-coscienza dell’io-empirico, altrimenti saremmo soltanto coscienti, non AUTO-coscienti.

Giunto al termine, dopo aver setacciato tutti i vari brani di Egon Key, nessuna DIMOSTRAZIONE è stata rintracciata; soltanto il suo tono ASSEVERATIVO ha potuto dare la falsa impressione di avere dinanzi un post che DIMOSTRASSE la tesi da lui sostenuta.

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 2 dicembre 2024

131)- SE IL CREDENTE-SEVERINIANO NON TOLLERA I DIVERSAMENTE-CREDENTI POICHÉ NON SI RITIENE UN CREDENTE…

 

In una pagina Facebook dedicata alla filowsofia e soprattutto al filosofo Emanuele Severino, un <<Esperto del gruppo>> rispondente al nome di Enrico Andreoli, scrive infastidito:

<<è veramente paradossale che decine e decine di credenti si siano dati convegno su questa pagina dedicata al pensiero di un filosofo che nega logicamente la possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>.

Ora, prima di scendere nel dettaglio, giova sapere che Enrico Andreoli, davvero bravissimo scrittore, è tuttavia un fervente CREDENTE-SEVERINIANO, se non altro perché son diversi anni che va ripetendo UNICAMENTE, SEMPRE E SOLTANTO il seguente mantra:

<<sono più di 50 che nessuno ha confutato la risoluzione severiniana dell’aporia del nulla>>.

Lasciamoglielo CREDERE, visto che egli si attiene (CREDE) strettamente a tale presunta risoluzione senza il minimo senso critico, CREDENDO nella sua (presunta) inconfutabilità.

Pertanto, qui NON interessa commentare questa sua FEDE esibita ad ogni piè sospinto a guisa di ‘litania’; essa è stata commentata altrove, nel presente blog, ad esempio nei post nn. 5, 29, 53, 61, 83, 89, 98, 102, 103 e 104.

Qui interessa mostrare in primo luogo come ad alcuni severiniani appaia insopportabile che, laddove il tema centrale sia la filosofia di Severino, vi sia ancora qualche <<credente>> che si ostini a non riconoscere il suo ‘Verbo’, sì, perché in una pagina interamente dedicata al filosofo bresciano, tutti i suoi frequentatori dovrebbero esser ormai edotti del, ed ALLINEATI al suo pensiero, possibilmente senza manifestare troppi dubbi argomentati e critiche serrate poiché essi sarebbero retaggio di chi, ancora <<credente>> e per giunta nichilista, non avrebbe studiato (o compreso) abbastanza Severino.

Per quanto riguarda il post in oggetto di Enrico Andreoli, mi domando:

è mai possibile che il discrimine per partecipare alle discussioni debba consistere nel riconoscimento della negazione della <<possibilità che qualcosa possa essere creato e distrutto dal e nel Nulla>>?

Come a dire: chi vuol discutere qui, DEVE previamente aver accettato il dogma secondo cui NIENTE può <<essere creato e distrutto dal e nel Nulla!>>

Questa davvero FARLOCCA concezione verrà considerata in un post apposito.

Stando più sul generale, al nostro Enrico Andreoli <<infastidisce interagire>> con la <<protervia con cui [i <<credenti>>] agiscono atti di pura fede indimostrabile ed illogici (naturalmente) pretendendo che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica. Come S io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ora, lasciam da parte la solita, trita e ritrita sciocchezza secondo la quale chi esercita degli atti di fede PRETENDEREBBE (!!!) <<che abbiano lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>.

Non so chi Enrico Andreoli abbia conosciuto per poter attribuire una simile castroneria ai <<credenti>>, come egli ama generalizzare.

Sebbene egli si picchi di scrivere <<il sermone per la Messa di Natale>> per il suo <<amico parroco della basilica di San Lorenzo in Milano>>, evidentemente si ferma lì, per quanto riguarda la sua conoscenza del mondo cristiano, giacché penso che nessun <<credente>> (forse neppure il più ottuso dei fondamentalisti) si sognerebbe di affermare che la propria Fides quae PRETENDA aver <<lo stesso valore, solidità e incontrovertibilità di quelli basati sulla pura logica>>!

Naturalmente ciò NON significa affatto avallare totalmente il Credo quia absurdum, bensì vuol dire che la fede può avanzare anche delle RAGIONI per sé, certamente NON incontrovertibili ma pur sempre RAGIONI, ben sapendo, tuttavia e fortunatamente, che esse NON esauriscono l’intero Cristianesimo, altrimenti Dio sarebbe PRONO alle lenti di ingrandimento della sola logica!

Per cui la <<protervia>> che il Nostro attribuisce ai <<credenti>>, forse è innanzitutto un proprio parto circa il quale egli pare NON possedere sufficienti ‘diottrie’ per avvedersene.

Dopodiché osserva:

<<Come S[everino] io, nel mio piccolo piccolo, non sono contro né a favore della fede...dico solo che la fede non può presentarsi come verità tout court>>.

Ecco la sentenza scontata, mutuata acriticamente da Severino, come si convien ad ogni buon RIPETITORE FEDELE al proprio dispensatore di Verità pur millantando di esser completamente dalla parte della SOLA RATIO!

Il presupposto soggiacente a simile stramberia consiste nella convinzione che la verità debba sempre e soltanto APPARIRE, altrimenti, in caso contrario, NON sarebbe verità ma, appunto, ERRORE, cioè, severinianamente: FEDE.

Vi son più presupposti fideistici in tale convinzione che in tutte le religioni messe assieme!

Peraltro, per Severino, OGNI essere umano è siffatto ERRORE/FEDE; infatti, Enrico Andreoli dovrebbe sapere che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’errore/individuo] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 446).

E, sebbene per Severino <<il Destino della verità appare ovunque ci sia un ascolto>>, quindi <<la verità appare, splende sempre>> (da: La cosa e il segno. Intervista ad Emanuele Severino su linguaggio, ontologia e Destino. Lo Sguardo - rivista di filosofia - N. 15, 2014 (ii)), Enrico Andreoli dovrebbe altresì accorgersi del carattere FIDEISTICO della tesi secondo la quale <<la verità è nascosta alla testimonianza: essa è nascosta, dunque, al linguaggio di quel che chiamiamo prossimo, e non all’apparire>>, cioè la verità è nascosta a <<quegli enti che chiamiamo “uomini>>, nonostante <<l’apparire della verità costituisc[a] anche l’esser uomo in quanto tale>> e nonostante l’uomo sia <<destinato a non sentire la verità>> (La struttura originaria, pag. 89), in quanto egli è strutturalmente <<errore>>, tale da esser <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>> (Severino: La legna e la cenere).

Non sono, tutte queste, asserzioni da CREDERE in blocco, nonostante la loro palese contraddittorietà?

Tanto più Enrico Andreoli dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda, soprattutto al seguito della seguente curiosa ( = leggasi: FURBA) osservazione di Severino:

<<l’apparire della verità costituisce anche l’esser uomo in quanto tale, ma non ogni uomo è una testimonianza: non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>: soltanto Severino lo è…

Infatti, il filosofo bresciano è consapevole della contraddittorietà rappresentata dalla sua tesi secondo la quale è impossibile che un INDIVIDUO-ERRORE-FEDE possa testimoniare il veritativamente il destino.

Però GLISSA abilmente, cercando di ritagliare per sé (derogando alla sua tesi circa l’erroneità dell’individuo) la possibilità di esser uno di quegli uomini uniti <<al linguaggio che testimonia questa presenza>>, visto che _ a suo dire _ <<non ogni uomo è unito al linguaggio che testimonia questa presenza>>, tranne lui ed eventuali altri…

CONTRAVVENENDO perciò a quanto letto sopra, ossia che

<<è impossibile che nel linguaggio della terra isolata [quindi nell’individuo-errore-fede] ci sia comprensione della verità del destino, anche se formalmente le sue parole suonano identiche al linguaggio che testimonia il destino. È cioè necessario che il linguaggio malato, proprio in quanto tale, non le possa comprendere. Anche se le parole del linguaggio malato suonano simili a quelle del linguaggio che testimonia il destino, e simili in maniera così impressionante da poter vedere in ciò una certa “problematicità”, si deve affermare la necessaria formalità di quella identità>>. (Cusano: op. cit.).

Sarebbe allora il caso che Enrico Andreoli si domandasse perché, pur essendo <<contraddittorio che l'individuo sia cosciente della verità>>, l’individuo-Severino riesca, invece, a esserne un’ECCEZIONE.

QUESTA NON È FORSE FEDE, caro Enrico Andreoli?

Qui (e altrove), Severino non è forse ritenuto alla stessa stregua di un MESSIA (o LOGOS giovanneo) portatore della LIETA NOTIZIA ( = Evangelo) secondo cui tutti noi siamo già eternamente salvi? E come immancabilmente lo stesso Enrico Andreoli, da buon CREDENTE in Severino _ quest’ultimo, infatti, è un autentico PRIVILEGIATO ONTOLOGICO, perché, pur essendo UN individuo-errore (tra miliardi), guarda caso avrebbe avuto il PRIVILEGIO ( = la GRAZIA, diremmo noi miseri CREDENTI) di essere <<unito al linguaggio che testimonia questa presenza>> _, si è affrettato a RIPETERE il dogma:

<<basta che non sia un trascendente che garantisca salvezza perché il mortale non ha alcun bisogno di essere salvo>>?

Stendiamo un velo pietoso e domandiamo:

Può, il nostro Enrico Andreoli (ma prima ancora lo stesso Severino), legittimamente ASTRARSI dalla categoria dei CREDENTI per collocarsi comodamente ed un po’ altezzosamente in quella dei testimoni della Verità?

A voi la risposta...

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 28 novembre 2024

130)- LA BABELE FILOSOFICA DEGLI INFINITI ‘LOGOI’


NOTA PRELIMINARE: il discorso sulla “Babele” degli infiniti logoi vale naturalmente anche per l’ambito RELIGIOSO (e non solo per esso), ne sono consapevole; con la non piccola differenza, però, che i disputanti di quest’ultimo, normalmente, sono ben lungi dal ritener i propri orientamenti razionalmente ed incontrovertibilmente DIMOSTRABILI, a differenza, invece, di taluni filosofi i quali, ritenendo di argomentare rigorosamente in forza del Logos (che riporterò con l’iniziale maiuscola) _ presupponendo perciò che vi sia IL VERO Logos di contro ad un ‘egoico’ logos depauperato in quanto niente più che mera doxa o luogo comune infondato _, finiscono per mostrare, a lor dispetto, come tale Logos sia sempre in CONTRASTO con se stesso, smascherando perciò la tronfia pretesa di essere IL VERO Logos da ascoltare, come pretese Eraclito:

<<Non ascoltando me, ma il logos […]>>. (Eraclito: fr. 50, Diels-Kranz).

Dunque, Eraclito DISTINGUE implicitamente il logos della propria persona, che non va ascoltato, dal VERO Logos universale ed impersonale, il solo che perciò va ascoltato.

Qualcosa di simile ha scritto il filosofo Emanuele Severino:

<<la cosiddetta “mia” filosofia non è “mia”, perché, se fosse tale, sarebbe soggetta alla limitatezza e ai condizionamenti dell’individuo>>…

Stessa musica per un suo estimatore:

<<Non lo dico io è il logos che lo dice>>.

Un allievo del filosofo G. R. Bacchin, giunge quasi alla riverenza RELIGIOSA nei confronti del Logos ( = ragione) assolutizzato, intronizzato: 

<<chi obbedisce alla ragione – non essendovi ragione per non farlo – deve (piaccia o no, sia facile o difficile da realizzare) umilmente obbedire alla superiorità essenziale della ragione, alla sua sovrana superiorità rispetto a ciò che crede di potersi affermare senza dar ragione di sé, come di fatto accade>>.

Tornando ad Eraclito ed alla sua pretesa:

<<Non ascoltando me, ma il logos […]>>,

sorgerà subito la domanda:

come fare a DISCERNERE ciò che dice Eraclito (o chiunque altro) dal VERO Logos, visto che quest’ultimo è noto tramite il logos di Eraclito (o di chiunque altro)?

Infatti, noi ci troviamo ad ASCOLTARE il logos di Eraclito che ci invita a NON ascoltarlo, affinché possiamo ASCOLTARE il VERO Logos tramite colui che però non va ascoltato…

Forse Eraclito voleva invitare a distinguere l’opinione infondata, la doxa, dal Logos innegabile?

Senonché, sia l’opinione infondata che il ragionamento rigoroso si esprimono pur sempre attraverso lo stesso logos, sì che questi sia il medesimo che a volte opina, talvolta argomenta con cogenza e talaltra ERRA.

ASSOLUTIZZARE/IDOLATRARE il logos produce la dicotomia Logos/logos, cosicché, dalla <<superiorità essenziale della ragione>> alla superiorità del filosofo il passo è breve, nonostante le ripetute "umili" (!) quanto vane dichiarazioni della necessità di sbarazzarsi del ‘tirannico’ io empirico per far emergere l'io VERO, tanto che <<obbedire alla sua sovrana superiorità>> fa il paio con l’obbedienza a colui che parla a nome del VERO Logos pretendendo, al contempo, di NON ascoltare LUI che parla tramite il povero logos bensì il Logos che parla attraverso di LUI (furbacchione!)…

Quindi, mi pare che ogni concezione filosofica ritenga di <<dar ragione di sé>> in nome dello STESSO VERO Logos, col risultato Quot homines, tot sententiae, giacché l’unico logos a disposizione di tutti è soltanto, appunto, il logos che ora ci azzecca ed ora fallisce.  

Ma, nonostante quest’ultimo esito, certa filosofia prosegue imperterrita al seguito del proprio logos (o del proprio io, se si preferisce) oramai INDIATO, DIVINIZZATO a tutto tondo.

Contenta lei…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 9 novembre 2024

128)- COMMENTO A ENRICO GAMBERINI: «LA COSCIENZA ASSOLUTA»


Dal gruppo Facebook: I Nemici del Destino, traggo quest’altro post di Enrico Gamberini, intitolato:

<<LA COSCIENZA ASSOLUTA (IL "MOSTRO" DALLE MILLE TESTE)>>,

che riporto pari pari come l’ho copia-incollato.

Esso può esser considerato la prosecuzione del post n° 127.

Prima, però, riporto quest’altro brano di Enrico Gamberini, nel quale mi fa notare che

<<l'io assoluto e il divenire degli eterni sono collegati,se si parlasse solo del divenire degli eterni non si capirebbe niente,e si giungerebbe alle tue conclusioni nichilistiche.perche poi la visione dell'io in voga è l'io individuale e locale.tu dai per scontato che l'io sia questo,ma nessuno l'ha mai dimostrato,mentre io ho dimostrato che l'io è assoluto e non locale.quindi se ti interessa dovresti leggere le mie dimostrazioni,e teoricamente dovrebbe interessarti>>.

Perfetto, andiamo dunque a saggiare la consistenza delle sue dimostrazioni.

Ha scritto:

<<ognuno di noi è coscienza,e la coscienza è il tutto,l'io, e noi siamo questo(ho un post nella mia pagina che dimostra questo,si intitola -la coscienza che è il tutto,per chi fosse curioso).qui posso solo dire che l'io,in quanto tale,deve contenere il divenire dell'essere,la realta(,non l'astratto divenire isolato dall'essere)perche altrimenti sarebbe un io statico,un morto,non un io.l'alter ego(l'unica alternativa)all'io visto come realta,è l'io visto come coscienza pura e inoggettivabile.questo tipo di io è sbagliato in partenza,per due motivi. 1,perche un tale io non contiene il divenire dell'essere,quindi è statico, un morto,non un io. 2,questo io presuppone che si possa conoscere qualcosa di esterno alla coscienza.è un io caro al realismo,che vede l'io puro e inoggettivabile e il resto del mondo esterno che vi si contrappone.questo post vuole dare ragione al fatto che tutto è eterno,che io ritengo una verita incontrovertibile.io adesso,in questo istante sono la coscienza assoluta che vede e si rapporta a se stessa attraverso un corpo chiamato enrico gamberini, assume un punto di vista che è interno a quel corpo,e passa da un istante all'altro,sperimenta il tempo.se l'io fosse calato in un istante solo alla volta,non vivrebbe,perche l'istante non è divenire,mentre la vita è divenire,ma l'io calato nel singolo istante è calato inconsciamente in tutti gli altri istanti,quindi non è calato nel singolo istante e basta.esiste un solo io,la coscienza assoluta,ed è calato eternamente in tutti i corpi(minerali vegetali animali esseri umani),ed è eternamente calato in tutti gli istanti del tutto e di ogni tempo,e oltrepassa eternamente ogni istante,cosicche la conseguenza è che lo conserva,la coscienza assoluta oltrepassa e conserva.in questa situazione non esiste nessuno scomparire di eterni,nessuna contraddizione c.la mia infanzia,tutti gli eventi passatifuturi il mio io li sta sperimentando in questo istante,e in eterno.io e te in quel che facciamo adesso stiamo prendendo parte all'oltrepassamento eterno.per visualizzare meglio,è come un grande cerchio dove i punti, situati sulla circonferenza, sono gli istanti,gli eventi,e non sono infiniti,(quindi a dire il vero non si tratterrebbe di un cerchio).la coscienza assoluta è in tutti gli istanti.prendiamo in esame un tratto della circonferenza formato dagli istanti x1,x2,x3,x4,x5,x6,x7.l'io che è nell'istante x5 passa nell'istante x6,e l'io(sempre lo stesso io) che è negli altri istanti scala di un istante(per esempio l'io nell'istante x1 passa nell'istante x2),poi l'io che è passato nell'istante x6, passa nell'istante x7,e l'io(sempre lo stesso) che è negli altri istanti scala di nuovo di un istante,e cosi da sempre per sempre.ecco in che senso la coscienza assoluta otrepassa eternamente ogni istante della realta.da ogni istante in cui è, la coscienza assoluta oltrepassa nell'istante successivo,e poi nell'altro ancora e cosi via.è la nostra esperienza quotidiana,si sperimenta il tempo,un istante dopo l'altro.la coscienza assoluta sperimenta tutti gli istanti simultaneamente,perche è calata in tutti gli istanti simultaneamente,li sperimenta separatamente gli uni dagli altri(non insieme,è importante capirlo altrimenti non si comprende niente),perche gli istanti sono separati(ma non isolati)gli uni dagli altri,e li sperimenta anche in successione,perche la coscienza assoluta "calata nel singolo istante" sperimenta il tempo(è la nostra esperienza quotidiana).l'inconscio della coscienza assoluta calata in un istante è la coscienza assoluta calata in tutti gli altri istanti,nel senso che io,calato nel mio istante,non mi accorgo consciamente di essere calato negli altri istanti,me ne accorgo solo inconsciamente.ognuno di noi fa parte dell'inconscio di tutti gli altri,perche l'io è uno solo,la coscienza assoluta,lo spirito assoluto,coscienza universale,coscienza cosmica,il tutto.la coscienza è morale e immorale,odia e ama,è egoista e altruista,ha paura ed è impavida,è stupida e intelligente,profonda e superficiale...........è la coscienza assoluta>>.

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Enrico Gamberini esordisce scrivendo che

<<ognuno di noi è coscienza,e la coscienza è il tutto,l'io, e noi siamo questo(ho un post nella mia pagina che dimostra questo,si intitola -LA COSCIENZA CHE È IL TUTTO, [vedasi post n° 127, nota mia: RF] per chi fosse curioso)>>.

Purtroppo, come già detto nel precedente post, non avendo personalmente reperito in esso alcuna dimostrazione (ma soltanto ESPOSIZIONI teoretiche blandamente argomentate) da parte di Enrico Gamberini, dovrò proseguire la lettura FINGENDO che egli abbia effettivamente dimostrato ciò che dice, ben sapendo, però, che così NON è.

Procediamo.

Scrive:

<<qui posso solo dire che l'io,in quanto tale,deve contenere il divenire dell'essere,la realta(,non l'astratto divenire isolato dall'essere)perche altrimenti sarebbe un io statico,un morto,non un io.l'alter ego(l'unica alternativa)all'io visto come realta,è l'io visto come coscienza pura e inoggettivabile.questo tipo di io è sbagliato in partenza,per due motivi. 1,perche un tale io non contiene il divenire dell'essere,quindi è statico, un morto,non un io. 2,questo io presuppone che si possa conoscere qualcosa di esterno alla coscienza.è un io caro al realismo,che vede l'io puro e inoggettivabile e il resto del mondo esterno che vi si contrappone>>.

Questo brano si trova pressoché identico nel post n° 127, a cui rimando per la critica.

E continua:

<<questo post vuole dare ragione al fatto che tutto è eterno,che io ritengo una verita incontrovertibile>>.

Ma <<io>> CHI?

Io in quanto coscienza individuale, oppure io in quanto spirito o coscienza o io assoluto?

Dev’esser senz’altro l’io individuale, l’io in quanto Enrico Gamberini, giacché è proprio lui in persona che ritiene <<una verita incontrovertibile>> l’eternità degli enti.

Vediamo, però, se la mia interpretazione è corretta:

<<io adesso,in questo istante sono la coscienza assoluta che vede e si rapporta a se stessa attraverso un corpo chiamato enrico gamberini, assume un punto di vista che è interno a quel corpo,e passa da un istante all'altro,sperimenta il tempo>>.

Mi sbagliavo; quell’io individuale che ritiene <<una verita incontrovertibile>> l’eternità degli enti, è la stessa coscienza assoluta che vede se stessa in quanto Enrico Gamberini.

Andiamo avanti.

<<se l'io fosse calato in un istante solo alla volta,non vivrebbe,perche l'istante non è divenire,mentre la vita è divenire,ma l'io calato nel singolo istante è calato inconsciamente in tutti gli altri istanti,quindi non è calato nel singolo istante e basta>>.

Ma a cosa serve ritener che l’io sia <<calato inconsciamente in tutti gli altri istanti>> onde così aver contezza del divenire e quindi di vivere, se tale io vi è <<calato inconsciamente in tutti gli altri istanti>> e perciò NON può averne coscienza alcuna?

Prosegue Enrico Gamberini:

<<esiste un solo io,la coscienza assoluta,ed è calato eternamente in tutti i corpi(minerali vegetali animali esseri umani),ed è eternamente calato in tutti gli istanti del tutto e di ogni tempo,e oltrepassa eternamente ogni istante,cosicche la conseguenza è che lo conserva,la coscienza assoluta oltrepassa e conserva.in questa situazione non esiste nessuno scomparire di eterni,nessuna contraddizione c. la mia infanzia,tutti gli eventi passatifuturi il mio io li sta sperimentando in questo istante,e in eterno.io e te in quel che facciamo adesso stiamo prendendo parte all'oltrepassamento eterno.per visualizzare meglio,è come un grande cerchio dove i punti, situati sulla circonferenza, sono gli istanti,gli eventi,e non sono infiniti,(quindi a dire il vero non si tratterrebbe di un cerchio).la coscienza assoluta è in tutti gli istanti.prendiamo in esame un tratto della circonferenza formato dagli istanti x1,x2,x3,x4,x5,x6,x7.l'io che è nell'istante x5 passa nell'istante x6,e l'io(sempre lo stesso io) che è negli altri istanti scala di un istante(per esempio l'io nell'istante x1 passa nell'istante x2),poi l'io che è passato nell'istante x6, passa nell'istante x7,e l'io(sempre lo stesso) che è negli altri istanti scala di nuovo di un istante,e cosi da sempre per sempre.ecco in che senso la coscienza assoluta otrepassa eternamente ogni istante della realta.da ogni istante in cui è, la coscienza assoluta oltrepassa nell'istante successivo,e poi nell'altro ancora e cosi via.è la nostra esperienza quotidiana,si sperimenta il tempo,un istante dopo l'altro.la coscienza assoluta sperimenta tutti gli istanti simultaneamente,perche è calata in tutti gli istanti simultaneamente,li sperimenta separatamente gli uni dagli altri(non insieme,è importante capirlo altrimenti non si comprende niente),perche gli istanti sono separati(ma non isolati)gli uni dagli altri,e li sperimenta anche in successione,perche la coscienza assoluta "calata nel singolo istante" sperimenta il tempo(è la nostra esperienza quotidiana).l'inconscio della coscienza assoluta calata in un istante è la coscienza assoluta calata in tutti gli altri istanti,nel senso che io,calato nel mio istante,non mi accorgo consciamente di essere calato negli altri istanti,me ne accorgo solo inconsciamente>>.

Pausa.

Sin qui, NEPPURE un accenno di DIMOSTRAZIONE, ma soltanto l’ESPOSIZIONE o la RIPETIZIONE della concezione sostenuta da Enrico Gamberini.

Vediamo se, proseguendo nella lettura, finalmente ci imbatteremo in essa.

Tuttavia, vorrei far notare l’ultima frase del brano riportato, ove scrive:

<<l'inconscio della coscienza assoluta calata in un istante è la coscienza assoluta calata in tutti gli altri istanti,nel senso che io,calato nel mio istante,non mi accorgo consciamente di essere calato negli altri istanti,me ne accorgo solo inconsciamente>>.

Orbene, come è possibile accorgersi o esser CONSCI <<solo inconsciamente>>?

Esser consci <<solo inconsciamente>>, vuol dire NON essere consci simpliciter.

Quindi, se <<nel mio istante,non mi accorgo consciamente di essere calato negli altri istanti>>, NON me ne accorgerò _ non ne sarò cosciente _ NEPPURE inconsciamente, per cui, di quegli <<altri istanti>> NON ne posso sapere né MAI ne saprò nulla…

Riprendiamo la lettura.

<<ognuno di noi fa parte dell'inconscio di tutti gli altri,perche l'io è uno solo,la coscienza assoluta,lo spirito assoluto,coscienza universale,coscienza cosmica,il tutto.la coscienza è morale e immorale,odia e ama,è egoista e altruista,ha paura ed è impavida,è stupida e intelligente,profonda e superficiale...........è la coscienza assoluta>>.

Anche qui, NEPPURE uno straccio di DIMOSTRAZIONE, ma unicamente l’ESPOSIZIONE di una tesi ben lungi dall’equivalere ad una DIMOSTRAZIONE.

Che dire, allora?

Che dire a Enrico Gamberini, laddove ha preteso di aver DIMOSTRATO che

<<la coscienza è il tutto,l'io, e noi siamo questo(ho un post nella mia pagina che dimostra questo>>?

Che dire di chi CONFONDE un’ESPOSIZIONE come se fosse una DIMOSTRAZIONE?

 

Roberto Fiaschi

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