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lunedì 2 ottobre 2023

98)- ILLUSORIETÀ DELL’AUTO-NEGAZIONE DELLA NEGAZIONE DELLA STRUTTURA ORIGINARIA

APPARENTEMENTE : la negazione della struttura originaria severiniana (o anche del principio di non contraddizione) è negazione AUTO-NEGANTESI, perché la negazione della determinatezza dell’essente è negazione essa stessa determinata.

Ma è proprio qui che si cela il TRUCCO.

Vediamo più da vicino la questione.

Innanzitutto, si può negare qualcosa soltanto se:

(A)- si CONOSCE qualcosa da NEGARE,

nonché se

(B)- esiste il NEGATORE.

Si aprono due prospettive antropologiche.

[1]

Iniziamo dall’antropologia severiniana, secondo la quale l’essere umano (o l’io empirico-individuale) è un ERRORE impossibilitato a conoscere la verità:

<<se "io" è ad esempio il sottoscritto, CON QUESTA STRUTTURA FISICA DETERMINATA, allora sarebbe come dire che un OCCHIO CIECO PUÒ VEDERE LA VERITÀ. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l'individuo. […] perché L'INDIVIDUO È ERRORE>>. (Emanuele Severino: La legna e la cenere, Rizzoli. Maiuscoli miei: RF).

Perciò l’ERRORE, oltre a NON SAPER di esser tale, NON può neppure NEGARE la verità che IGNORA (, quindi, può AUTO-NEGARSI), cosicché, in questo caso, a mancare sia (A), giacché non si può negare ciò che NON SI CONOSCE.

Tuttavia, che l’individuo sia ERRORE emergerebbe (sempre secondo Severino) sulla base dell’apparire della verità:

Secondo Severino, dicevo, perché questa tesi la troviamo scritta nei testi DELL’ERRORE-Severino, tutti interni al sogno della terra isolata dalla verità.

E che la suddetta tesi (così come quei testi) sia opera DELL’ERRORE-Severino, è negato DALLO stesso ERRORE-Severino.

Senonché:

(I)- se tale negazione intende esser VERA cioè un tratto del destino della verità,

allora NON è VERO che l’individuo-Severino sia ERRORE ( = <<un occhio cieco>>), appunto perché egli SA e VEDE con VERITÀ un tratto del destino;

(II)- se invece l’individuo-Severino è davvero un ERRORE IMPOSSIBILITATO a conoscere un tratto qualsivoglia della verità del destino,

allora NON è VERO che quegli scritti NON siano DELL’ERRORE-Severino, proprio perché egli NON SA e NON VEDE quel tratto della verità del destino consistente nella negazione che quegli scritti siano suoi, visto che tra l’impossibilità di conoscere la verità da parte dell’io individuale ( = ERRORE) e l’apparire della verità ( = Io del destino) NON può sussistere alcuna MEDIAZIONE ACCOMODANTE.

[2]

Tolta, perciò, la tesi severiniana dell’individuo come ERRORE, portiamoci adesso al di fuori della sua CONTRADDITTORIA antropologia per collocarci nella concezione ‘comune’, che vede nell’uomo colui che A VOLTE può raggiungere/acquisire alcune verità e che A VOLTE può non vederle/errare.

In quest’ultima, a differenza di [1], manca (B), cioè manca il NEGATORE.

Per Severino, nel mondo con cui abbiamo a che fare quasi tutto è ILLUSIONE o positivo significare del NULLA o FEDE:

l’io empirico è ILLUSORIO;

la libertà è ILLUSORIA;

la trasformazione è ILLUSORIA;

il movimento è ILLUSORIO,

etc…

Ecco, a tutto ciò, da parte mia aggiungo che ANCHE l’AUTO-NEGAZIONE della negazione del destino è ILLUSORIA, perché innanzitutto il NEGATORE (e quindi la negazione e perciò il principio quale negazione della sua negazione) è ILLUSORIO.

Aristotele invita il NEGATORE a dire qualcosa ( = actu signato), a non restare muto come un phyton, ed è qui che è già all’opera il trucco, il gioco di prestigio dell’AUTO-NEGAZIONE.

Sì, perché in seguito a tale invito, sebbene in actu signato il negatore intenda porsi come negatore del principio di non-contraddizione, in realtà si costituisce GIÀ NELLO STESSO actu signato come suo AFFERMATORE, proprio nel momento stesso in cui egli si presenta COME NEGATORE!

È chiaro: volendo negare il principio, egli deve previamente distinguersene, per cui il NEGATORE ha anticipatamente ACCETTATO ciò che vorrebbe negare, ossia ha GIÀ ACCETTATO, nel voler essere negatore, di farsi innanzitutto AFFERMATORE del principio, ILLUDENDOSI di costituirsi negatore di ( = nel suo distinguersi da) esso, così da NON-distinguersene affatto, o soltanto INGANNEVOLMENTE, APPARENTEMENTE, in quanto è già fagocitato dall’AFFERMAZIONE del principio.

Egli, perciò, GIÀ in actu signato, è un ILLUSORIO negatore, un negatore FANTASMATICO, quindi un AFFERMATORE travestito da negatore, un NON-negatore del principio, in quanto vi è tutto ricompreso in esso sin dall’inizio, cioè PRIMA ancora di aprir bocca.

Sì che anche l’AUTO-NEGAZIONE segua la medesima sorte del negatore del principio:

AUTO-NEGAZIONE SOLTANTO APPARENTE, ILLUSORIA.

Siccome NON vi è autentico negatore, NON VI È NEMMENO AUTENTICA AUTO-NEGAZIONE DEL NEGATORE, cosicché il principio, nell’impossibilità di DISTINGUERSI dalla sua negazione (esattamente come l’ESSERE, nell’impossibilità di distinguersi dal NON-ESSERE), sancisca il proprio originario TRACOLLO, esattamente laddove esso mostra l’apice dell’innegabilità; innegabilità, perciò, SOLTANTO ILLUSORIA, APPARENTE

 

Roberto Fiaschi

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mercoledì 7 giugno 2023

61)- NON SUSSISTE LA NEGAZIONE DELLA VERITÀ NÉ LA SUA (DI TALE NEGAZIONE) AUTONEGAZIONE

 

La struttura originaria tematizzata da Emanuele Severino è ritenuta esser innegabile, giacché la sua negazione comporterebbe l’autonegazione da parte del negatore.

Sì, a patto, però, che il suo negatore SAPPIA la verità da negare.

Ed è proprio internamente al sistema filosofico severiniano che tale negatore NON PUÒ SAPERE alcunché di essa.

Perché?

Perché, secondo Severino, il negatore ( = ogni individuo: il mortale) è ERRORE, con l’aggravante di ignorar di esser tale, cosicché NULLA possa SAPERE della verità da negare, essendo SOLTANTO la verità a SAPERE dell’errore e di .

E chi/cos’è l’errore?

L’errore è colui/ciò che è IMPOSSIBILITATO a conoscere la verità;

è colui/ciò che IGNORA la verità.

Quindi sì, l’errore è negazione della verità ed in tal senso sussiste, ma come mera PARVENZA giacché, NON SAPENDO di esser negazione della verità, grazie alla quale saprebbe della verità nonché di sé come negazione di essa, è come se non esistesse, essendo infatti simile a quella <<pianta (phyton)>> di aristotelica memoria, incapace di proferire parola contro la verità che IGNORA, cosicché NON possa neppure negarla , quindi, autonegarsi.

Se l’errore sapesse di sé in quanto negazione della verità, cesserebbe di essere (o non sarebbe mai stato) errore, perché _ secondo Severino _ tra verità ed errore NON si dà un terzo, per cui sarebbe esso stesso verità, o indistinguibile da essa.

È sì vero che, secondo l’errore-Severino, l’errore è SAPUTO ( = appare) sul fondamento dell’apparire della verità.

Tuttavia, anche il SAPERE ( = l’apparire) di questa verità è SAPUTO SOLTANTO dalla ( = appare SOLTANTO alla) verità, NON da(a)ll’errore-Severino.

E poi, siccome ciò è saputo e detto dall’errore-Severino che ne ha scritto, allora, che l’errore sia SAPUTO ( = appaia) sul fondamento dell’apparire della verità, sarà a sua volta:

(1)- o una non-verità, un errore;

(2)- oppure, se fosse verità, l’errore NON sarebbe errore bensì verità.

Lo aveva ben capito Blaise Pascal:

<<Se l’uomo non fosse mai stato corrotto [in termini severiniani: errore], godrebbe sicuro, nella propria innocenza, della verità e della felicità. E se fosse sempre stato corrotto, NON AVREBBE NESSUNA IDEA DELLA VERITÀ né della felicità>>. (Pensieri 434. Maiuscolo mio: RF).

A ciò, Severino replica che la negazione della verità ( = l’errore) sia da sempre UNITA/INSIEME alla verità circa la quale si pone come negazione. Ma ciò non fa che riconfermare come tale negazione SAPPIA della verità da negare, essendo da essa inscindibile e quindi avendola sempre dinanzi, e ciò dovrebbe condurre a riconoscere _ contro Severino _ che l’errore, negante la verità, sia ben CONSAPEVOLE della ( = gli appaia la) verità da negare.

Ciò comporta però che l’errore NON sia (più, o mai stato) errore o negazione   della verità, ma che sia UNO con essa, indistinguibile da quest’ultima, appunto perché il presunto errore (o la presunta negazione) SA DI SÉ come errore/negazione della verità e perciò SA della verità; SA la verità, può TESTIMONIARLA, cosicché NON POSSA ESSERNE SUA NEGAZIONE:

sarebbe come se negasse sé stesso…

Pertanto, internamente al sistema severiniano, data l’imprescindibilità dell’errore, paradossalmente NON PUÒ ESISTERE alcuna REALE negazione autonegantesi della verità, ma soltanto una PARVENZA di negazione, una FINTA negazione, una negazione APPARENTE, ILLUSORIA che, in realtà, prima ancora d’esser negazione, l’errore è già posto (ab origine) come AFFERMAZIONE della verità pur paludandosi come sua negazione (cosicché tale verità non sarà neppure AUTENTICA verità bensì anch’essa PARVENZA, appunto perché priva di REALE negazione grazie alla quale determinarsi come verità-e-negazione-dell’errore). 

Quindi la negazione della verità non è negazione di essa , perciò, è negazione autonegantesi, appunto perché l’errore non può negare ciò che IGNORA.

Ricapitolando:

(A)- o noi umani NON siamo errori;

e allora sappiamo (siamo consci de) la verità del destino e perciò NON possiamo negarla, sì che, come detto, NON esista alcuna negazione di essa, , perciò, alcuna verità del destino.

(B)- Oppure, siamo errori;

e allora NON possiamo negare ciò che ignoriamo, NON sappiamo di (non abbiamo accesso ad) alcuna verità del destino; dunque, NON possiamo negarla autonegandoci perché, se la negassimo, la conosceremmo, e perciò saremmo come al punto (A), cioè l’errore sarebbe verità (la verità NON può negare se stessa, altrimenti essa sarebbe al contempo verità-e-non-verità, o al contempo affermante sé stessa e negante sé stessa).    

 

Roberto Fiaschi

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