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giovedì 18 giugno 2026

202)- QUALE DIO: «TEISTA», OPPURE «NON-TEISTA»?

Dal punto di vista cristiano, L’UNO L’ALTRO, perché nel Cristianesimo vige un (o meglio: IL) PANENTEISMO TRINITARIO.

Qui, però, FINGERÒ che il <<teismo classico>> coincida col Dio del Cristianesimo.

Pertanto, mi limiterò a riportare le parti salienti, via via commentandole, di un articolo favorevole al Dio non-teista, scritto da Martin Thielen (d’ora in poi: MT), <<pastore metodista in pensione, autore di bestseller ed ex pastore di una mega-chiesa>>, reperibile al link: https://progressivechristianity.org/resource/the-god-i-do-believe-in-part-ii/ (Progressive Christianity), per saggiare la consistenza del cosiddetto Dio non-teista.

Esso è intitolato: <<IL DIO IN CUI CREDO – PARTE II>> (15 dicembre 2025).

Scrive MT:

<<La maggior parte dei cristiani in tutto il mondo continua ad affermare la fede in un Dio personale e onnipotente che si prende cura del mondo in modo provvidenziale, interviene in modo soprannaturale, esaudisce le preghiere e compie miracoli. In breve, la maggior parte delle persone di fede aderisce ancora al teismo classico. E io rispetto chi sostiene questa visione storica ortodossa. L'ho condivisa anch'io per molti anni, e ha soddisfatto molte esigenze importanti della mia vita>>.

Mi pare che la rappresentazione del Dio-teista disegnata da MT sia piuttosto GROSSOLANA e del tutto IGNARA delle innumerevoli discussioni teologiche presenti e passate. Dopo un simile ritratto del Dio teista ai limiti del caricaturale, che MT ritiene coincidere (ERRANDO!) sostanzialmente con il Dio dei CRISTIANI, egli passa a descrivere le ragioni che lo hanno spinto ad abbandonarlo in favore del Dio non-teista.

MT:

<<Tuttavia, per me (e per un numero crescente di altre persone), questi antichi concetti teistici su Dio sono diventati impossibili da credere nel mondo moderno. Per citare il compianto vescovo John Shelby Spong: "Il cuore non può adorare ciò in cui la mente non può credere">>.

E quale sarà quel Dio a cui <<la mente non può credere>>?

La mente forse CONOSCE già come Dio debba essere affinché possa credervi?

Ma, qualora lo CONOSCESSE già, che bisogno avrebbe di CREDERVI?

Insomma, la mente pretenderebbe, di volta in volta, un Dio ADEGUATO alle sue (della mente) capacità, e quindi un Dio ad IMMAGINE e SOMIGLIANZA della mente umana, un suo prodotto onde potersi rispecchiare e quindi, alla fine, identificarvisi. 

In sostanza, l'ennesima riedizione della celebre promessa:

Eritis sicut Deus...

MT:

<<Dopo decenni di dubbi, riflessioni, meditazioni e studi, non credo più nel Dio dei dogmi del IV secolo o della teologia sistematica ortodossa. Il Dio in cui credo è molto meno definibile e prevedibile. Invece di concepire Dio come una divinità personale, simile all'uomo e soprannaturale, lo immagino come lo Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo. Certo, la mia visione potrebbe non essere corretta. Ma è qui che mi trovo attualmente nel mio cammino spirituale. E non sono l'unico>>.

Ciò presuppone ERRONEAMENTE che il classico Dio-teista NON sia uno <<Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo>>, il che è ben lungi dal vero.

Lo presuppone ERRONEAMENTE sulla base di un’immagine di Dio distorta ed infantile  della quale, indubbiamente, si sono purtroppo resi responsabili troppi teologi/catechisti/predicatori…

D’altronde, ove MT scrive: <<lo immagino come […]>>, non sta forse dicendoci che il suo Dio sia fatto ad IMMAGINE, appunto, di come EGLI lo IMMAGINA?

MT:

<<Affermare un Dio non teistico richiede una grande dose di modestia teologica. Come mi disse una volta un lettore di Doubter's Parish, affermare questa visione non tradizionale di Dio è come "tuffarsi a dorso nell'inconoscibile". Con questo modello nebuloso di Dio, la certezza e la chiarezza assolute non sono possibili. Al contrario, regnano il mistero e l'ambiguità. Descrivere Dio come Spirito, forza vitale ed energetica, mi ricorda un vecchio film intitolato "Figli di un dio minore". Una scena toccante del film mostra un uomo che ascolta con gioia musica classica. Una donna sorda gli chiede di descrivere il suono della musica. Con il linguaggio dei segni e gesti interpretativi, lui fa del suo meglio, ma alla fine si arrende e dice: "Non posso". È impossibile descrivere a parole e con segni il suono della musica. È altrettanto impossibile descrivere a parole o con immagini l'aspetto di un Dio non soprannaturale e non teistico. Ed è proprio per questo che mi affascina così tanto. Come disse Sant'Agostino: "Se lo capisci, non è Dio". E come Mosè apprese presso un misterioso roveto ardente nel deserto tanto tempo fa, non si può dare a Dio un nome che lo definisca e lo limiti, rinchiuderlo in una scatola e addomesticarlo. Al contrario, lo Spirito che anima la vita dell'universo si autodefinisce come "Io sono ciò che sono".  […] Mosè dona poi agli Israeliti le tavole di pietra con i Dieci Comandamenti di Dio, ai quali si deve obbedire fedelmente. Questa visione teistica tradizionale di un Dio maschile e potente che ascolta le preghiere, compie miracoli ed esige obbedienza è ancora oggi condivisa da un gran numero di credenti. Nata nel 1977, la saga cinematografica di Star Wars ha generato più di una dozzina di film e altri spin-off. La saga di Star Wars è troppo complessa per essere riassunta qui. Ma una costante nell'universo di Star Wars è la presenza della "Forza", come nella frase "Che la Forza sia con te". Tuttavia, la Forza non è una divinità tradizionale né una religione organizzata. Il fenomeno di Star Wars può illustrare il crescente numero di persone che abbracciano espressioni di fede non tradizionali. Per loro, Dio non è un Padre celeste personale e soprannaturale, ma uno Spirito vitale/energetico che permea l'universo. Chi condivide questa visione ha abbandonato la credenza in un Dio teistico. Tuttavia, afferma ancora la fede in una spiritualità che ricerca la bontà, l'amore e la giustizia nel mondo, e desidera impegnarsi in questo nobile sforzo. In breve, io (insieme a molte altre persone) sono passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars. Questo Dio non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Dopodiché, MT passa ad enunciare i <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA

<<Ogni modello teologico ha punti di forza e di debolezza. Questo vale certamente anche per una concezione non teistica di Dio come forza vitale/energia. Ora ne esaminerò alcuni. Da un lato, questa visione presenta molti aspetti positivi. Innanzitutto, è credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale. Una visione non teistica, almeno per molti, ha una sua validità intellettuale. Appare loro più reale, onesta e autentica. Molti sostenitori di questa visione ne apprezzano lo spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente. Si potrebbero aggiungere molti altri aspetti positivi. Ad esempio, una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>.

Quindi, la domanda è:

DAVVERO la <<visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza>>?

Premesso che la fede in Dio (teista o meno), NON si pone mai come una <<soluzione ragionevole al gigantesco problema teologico della sofferenza>>, giacché Dio non offre SOLUZIONI TEORETICHE bensì indicazioni per la vita (terrena ed eterna).

Ciò detto, per rispondere alla suddetta domanda, bisogna ripercorrere i (reali o presunti) <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> ed i suoi <<molti aspetti positivi>> elencati da MT.

Rivediamoli:

1)- il Dio non-teista sarebbe <<credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>.

Peccato che una CREDIBILITÀ posta al traino della scienza moderna sia destinata a CROLLARE allorquando la scienza MODIFICHERÀ le proprie teorie ed i propri paradigmi…

Inoltre, MT finora NON ha precisato QUALI sarebbero i <<punti di forza>> intrinseci all’esser non-PERSONALE, non-SOVRUMANO e non-INTERVENTISTA rispetto all’esser PERSONALE, SOVRUMANO (che vorrà dire?) e INTERVENTISTA, per cui mi aspetto di reperir la loro critica proseguendo nella lettura del suo articolo.

Per quanto invece riguarda l’equiparazione di Dio alla <<fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>, tutto ciò dipende dall’educazione teologica intrapresa, e certamente chi fa tale equiparazione NON ha verosimilmente speso una sola ora a studiare l’A-B-C della teologia e della filosofia, essendosi ben più probabilmente accontentato dei più immediati luoghi comuni orecchiati da ‘catechismi’ altrettanto poco accorti…

2)- Il Dio non-teista possiederebbe uno <<spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>>.

No, il Dio non-teistico NON può non ESCLUDERE quelle teologie ove vige il Dio-teistico, tanto quanto lo stesso termine “non-teismo” ESCLUDE (NEGA) il significato di “teismo”, giacché la loro INCOMPATIBILITÀ è manifesta, altrimenti MT NON avrebbe abbandonato il Dio-teistico per abbracciare il Dio non-teistico, per cui NEMMENO il Dio non-teista può accampare la pretesa di possedere uno <<spirito non esclusivo>>.

Egli afferma che <<Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>> sì, ma A PAROLE: di fatto, ripeto, egli ha ABBANDONATO ( = ESCLUSO!) il Dio-teistico a favore di una concezione non-teistica, altrimenti non avrebbe scritto una sola parola di questo articolo…

Non a caso MT ha affermato (ingenuamente) che il Dio non-teista sia l’<<UNICA soluzione ragionevole>>!

Se infatti essa è l’UNICA, allora vuol dire che ESCLUDE tutte le altre!

3)- Secondo MT: <<una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>. 

Ma ANIMARE <<il mondo naturale>> da parte del Dio non-teistico che cosa significa?

ANIMARLO senza INTERVENIRE in esso?

E come si può ANIMARE qualcosa senza che ciò implichi l’INTERVENTO della stessa ANIMAZIONE?

Se il Dio non-teistico <<abita e anima il mondo naturale>>, vorrà dire che esso VI INTERVIENE costantemente! 

Ricordiamo, infine, come lo stesso MT più sopra abbia scritto:

<<i non teisti vogliono tornare all'immagine originaria di Dio come Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>.

Ciò non riconferma, forse, che il Dio non-teista INTERVENGA continuamente in quanto esso è <<energetico e animatore>> dell’intero universo?

A questo punto, constato quanto i TRE surriportati <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> siano, in realtà, tre banalissimi <<PUNTI>> di nessun peso, privi della benché minima <<FORZA>> persuasiva, oltre che teologicamente risibili…

Ma proseguiamo con la lettura di MT:

<<Una visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza. In un mondo di sofferenza brutale e schiacciante (sia nel mondo naturale che nella storia umana), un Dio onnipotente, onnisciente, soprannaturale e interventista è semplicemente incredulo per un gran numero di persone. Se quel Dio esistesse, il mondo sarebbe drasticamente diverso da come appare. Bastano poche sere passate a guardare il telegiornale per rendermi conto, almeno a me, che un Dio teistico non esiste. Per i non tradizionalisti come me, l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza (oltre all'ateismo) è adottare una visione non teistica di Dio>>.

Peccato, però, che MT NON ci dica in che cosa consista la sua <<unica soluzione ragionevole […] al gigantesco problema teologico della sofferenza>>.

Si limita ad asserirla, ma NON ne argomenta le ragioni.

Infatti, IN CHE MODO il Dio non-teistico sarebbe <<l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza>>?

Esso lascia la sofferenza non solo del tutto INTATTA, ma NON riesce neppure ad offrirsi quale sua <<soluzione ragionevole>> , tantomeno, come SPERANZA redentiva!

Anzi, PEGGIO:

in un universo permeato dal Dio non-teista, la sofferenza non potrà che essere CONNATURATA a quel Dio, tutt’UNO con esso, in quanto tale Dio _ dice MT _, <<abita e anima il mondo naturale>> essendo, di questo, lo <<Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>!

Quindi, come non pensare che il Dio non-teista ANIMI anche le infinite sofferenze del mondo di cui esso è appunto l’<<animatore>> per eccellenza?   

Quindi: PERCHÉ ritenerla l’unica soluzione RAGIONEVOLE?

Forse perché non trattasi di un Dio-teistico che, potendo intervenire per eliminarla, non interviene?

Ma MT ha riflettuto sul PERCHÉ della sofferenza non-tolta di Gesù in croce?

Sul Suo grido oserei dire ATEO di disperazione e d’angoscia?

Temo di no…

Comunque, più sopra MT aveva osservato che il suo Dio <<non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Non solo, ma ha menzionato anche Sant’Agostino:

<<Se lo capisci, non è Dio>>!

Bene, ma allora perché parla continuamente del Dio non-teista come dell’<<unica soluzione RAGIONEVOLE>>?

Se il suo Dio è RAGIONEVOLE, come egli pretende, allora NON è il vero Dio…

Leggiamo ancora MT:

<<Questa visione teologica [non-teista] del mondo ricorda inoltre che un Dio teistico tradizionale non risolverà i problemi del mondo>>;

e CHI lo ha mai preteso?

Che mi risulti, solo i Testimoni di Geova ed affini…

MT:

<<Piuttosto, spetta a noi affrontare sfide urgenti come il cambiamento climatico, la violenza, il razzismo e la povertà. La convinzione che uno Spirito vitale avvolga e connetta l'intero universo fornisce un imperativo morale per agire in tal senso. In breve, siamo davvero i custodi dei nostri fratelli e sorelle (e del pianeta). Pertanto, una visione non teistica di Dio offre una forte motivazione a impegnarsi in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale, che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza>>.

Ma tutto questo è perfettamente noto, consaputo nonché attribuibile anche ai credenti del Dio-teista, e ben PRIMA che MT non solo scrivesse questo articolo, ma da MOLTO PRIMA che egli nascesse!

***

IN CONCLUSIONE:

indubbiamente nella teologia cristiana il LINGUAGGIO deve costantemente RIPENSARSI rendendosi comprensibile all’essere umano di oggi; deve sì abbandonare le antiche concezioni cosmologiche ma, al contempo, NON deve abbracciare acriticamente le attuali come se fossero verità indiscutibili, ultime e definitive, come ingenuamente mi pare che faccia MT.

Va da sé, però, che passare ad un Dio non-teista è una precisa scelta di campo, che nulla ha a che vedere con il linguaggio né con la presunta estromissione del Dio del Cristianesimo (che NON è il Dio teista malamente tratteggiato da MT) da parte di chissà quale scienza.

Ammettendo di esser <<passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars>>, MT sarà verosimilmente fautore di un universo permeato da un Dio non-teistico quale ANIMATORE di un perenne stato generalizzato di GUERRA tra le forze del bene e del male che caratterizza il nostro mondo; ciò comporta che questo suo Dio si costituisca altresì come l’ANIMATORE della SOFFERENZA stessa (altrimenti DONDE?) la quale, in nome del Dio non-teistico, MT dice di voler combattere (impegnandosi <<in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale>>) trovandosi, perciò, a combattere CONTRO il suo stesso 'Dio'…

Auguri!

 

Roberto Fiaschi

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sabato 13 giugno 2026

200)- IL DIO-CASO DELLO SCIENTISMO

 

Riporto la seconda parte di un post tratto da https://pietromelis.blogspot.com/2019/07/la-vita-malattia-mortale-al-100-si.html.

Esso recita:

<<[…] bisogna seriamente riflettere scientificamente sulla casualità determinante che ha dato origine all'universo visibile nato casualmente dal Big Bang (oltre il quale vi è il pluriverso). La casualità demolisce ogni disegno intelligente dell'universo. E' casuale che la Terra si sia trovata ad una certa distanza dal sole che ha permesso una temperatura che non fosse troppo calda come quella dei pianeti più vicini al sole o troppo fredda come quella dei pianeti più distanti dal sole, a incominciare da Marte, che comunque, avendo una massa, e perciò una gravità, assai inferiore a quella della Terra, non poteva trattenere attorno a sé un'atmosfera. E' infatti casuale che la Terra abbia una massa a cui corrisponde una forza di gravità che ha permesso che l'atmosfera non venisse dissipata nello spazio. Senza queste condizioni casuali non sarebbe mai sorta la vita sulla Terra. E poiché è unica l'origine di tutte le forme di vita a cominciare dalla formazione dell'RNA (con una sola elica) che ha dato origine al DNA (con doppia elica) vi è da domandarsi: perché solo l'uomo dovrebbe avere un'anima immortale e non anche un insetto? E in quale fase dell'evoluzione dall'australopithecus all'homo abilis, all'homo erectus e all'homo sapiens sarebbe sorta l'anima immortale? Infine: nonostante molte malattie dipendano da stili di vita errati, soprattutto in considerazione di certe pessime tradizioni alimentari e dei cibi oggi prodotti industrialmente con sostanze nocive, tuttavia vi sono più malattie che hanno un'origine genetica che dipende da errori inseriti nella catena del DNA a causa di errori di duplicazione delle coppie delle sue basi azotate (adenina-timina e citosina-guanina) e a errori di trascrizione del DNA nell'mRNA che codifica i vari tRNA (transfert) che hanno  il compito di inserire un preciso amminoacido (uno dei 20 amminoacidi) nella catena polipeptidica degli amminoacidi costituita da un filamento di mRNA, che chiudendosi dà origine a una proteina. Un'amminoacido che si posizioni in modo errato nella catena polipeptidica (RNA ribosomiale) è la conseguenza di errori di duplicazione del DNA e di trascrizione del DNA nell'mRNA e nel tRNA e può essere causa di malattie nella formazione di una moleca errata. E ciò dimostra ulteriormente la causalità della formazione del DNA, che, formatosi imperfettamente a causa della sua casualità, è per ognuno una sorta di orologio biologico in cui sta scritta la durata della vita. Di fronte a queste osservazioni cadono tutte le religioni in quanto fanno appello ad un disegno intelligente e finalistico della natura>>.      

***

Come si può constare, nel post di Pietro Melis (d’ora in poi: PM) la parola <<casualità>> e derivati compare ben OTTO (8) volte.

Ciò NON è <<casuale>> bensì è frutto di <<un disegno intelligente e finalistico>> dell’autore del post, giacché egli deve ad ogni costo sostituire la parola “Dio” con quel suo sostituto “scientifico” (!) individuato nel “Caso”.

Per l’assolutizzazione del Caso, citiamo anche il biologo Jacques Monod: 

<<soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione della biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca. Non è un’ipotesi tra le molte ma l’unica concepibile>>. (“Il caso e la necessità”. Mondadori 1997, pag. 113).

Il dio Caso (meglio: Demiurgo) funziona così bene per spiegare tutto, ma così tanto bene, da NON spiegare alcunché.

Epperò riesce a spiegare benissimo la FEDE ad esso tributata da tutti coloro che vogliono e DEVONO vedervi il sostituto “scientifico” di Dio, ritenendo malamente che la sua (del dio Caso) presunta scientificità sia la negazione dell’aver FEDE in esso.

Temo tuttavia che il dio Caso sia un DERIVATO, NON il Motore Originario di tutto, giacché (per Aristotele) il Caso compare allorquando due eventi, ciascuno con il proprio scopo, si incontrano intrecciandosi in modo inaspettato cioè CASUALE, producendo perciò un effetto non intenzionale, appunto: CASUALE.

Insomma, i dadi esistono già; il Caso, POI, li combina casualmente

Ora, se l’<<universo visibile>> fosse <<nato casualmente dal Big Bang>>, come ci assicura PM, il Caso sarà pur dovuto intervenire su alcuni eventi ad esso PRE-ESISTENTI, sì da poterli dirottare in modo tale da produrre CASUALMENTE una serie di effetti CASUALI quali sarebbero il <<Big Bang>> e poi l’<<universo visibile>>.

Ma, se così, allora il dio Caso arriva troppo tardi, tutto sommato arriva a conti fatti, perché esso, pur con tutta la sua buona non-volontà di intromettersi negli eventi che lo precedono onde scompigliarli a modo suo, NON riesce a spiegare quegli eventi stessi, per cui, la <<casualità>> NON <<demolisce ogni disegno intelligente dell'universo>> bensì DEMOLISCE soltanto l’intelligenza di coloro che CREDONO che il dio Caso abbia <<dato origine all'universo visibile>>…

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 14 maggio 2026

194)- OLTREPASSARE BACCHIN/STELLA E SEVERINO

Due Scuole filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono accomunate da due forme di opposizione/differenza:

1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la negazione assoluta di tale totalità);

2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).

La CRITICA consisterà nel seguente rilevamento:

1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL CONTEMPO ESSA NON C’È;

e viene così inficiata l’eternità dell’essente.

2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL CONTEMPO ESSA C’È;

perciò, qui, a venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.

Comincio da Emanuele Severino.

L’opposizione concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche: opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA, INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).

Sì che, in ragione di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente identico a se stesso.

In ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.

Notare che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia, etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.

Questa opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare criticamente.

La negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:

[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO _ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.

[I]b: quindi, la negazione del DETERMINATO è negazione di sé.

[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria

[II]b: pertanto, la negazione dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.

Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a, che poi è l’opposizione originaria.

È bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:

<<Se il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura originaria; Adelphi, pag. 211).

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- come visto, per Severino l’essere differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.

Infatti, già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che li ACCOMUNA. Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

B)- Proseguendo, l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che qualcosa li accomuni.

Ossia, se essi NON hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN COMUNE, IDENTICAMENTE.   

Nuovamente, cACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

C)- La (presunta) soluzione severiniana all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>, tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che dà luogo alle varie aporie.

Ma, anche qui, quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del <<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…

D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno è identico a sé.

Cosicché, ANCHE il puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così, alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser identico a sé.

Dunque, anche questa identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o dal suo positivamente significare!

E)- Da tutto questo consegue che se il nulla inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà, giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI, sì da NON poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa INCONTRADDITTORIETÀ…

***

Adesso passiamo all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta granché dall’opposizione severiniana appena vista.

Riporto alcune parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:

<<L’ORDINE DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.

AS così esordisce nel suo scritto: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.

AS introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è l’ordine della relazione>>.

Continua perciò il discorso di AS:

<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione» corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e cioè sono Due>>. […] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create l’unità è il loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione, non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>>.

Anziché sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è tratteggiato nella teoresi di AS.

Come visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>> (maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):

(1)- <<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>, perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;

(2)- <<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.

Ebbene, a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità>> _, consistente nel <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!  

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- Se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé, NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice trasceso.

Se, invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno ‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>> di ciò che è da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse almeno tale <<ciò>>, NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi, perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.

B)- Inoltre, se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il mondo) possa apparire (posto che il NULLA non appaia mai)…

C)- Vi è poi da chiedere: la distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile o soltanto inevitabile?

Se è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;

se invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2) fosse evitabile, vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe nuovamente DIFFERENZIATO.

Se invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità, non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò, ha IN COMUNE con la prospettiva (1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza (ed al contempo STABILENDOLA) tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente), cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra…

D)- Similmente alla su esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un miraggio da additare come tale.

Quindi, ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno dell’Uno-indifferenziato.

E)- Questo, ci porta alla (presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1); se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto evitar di RELAZIONARSI con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra (1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1) rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.

Orbene, <<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro, ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>…  

F)- Paradossalmente, dunque, per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno, l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da sempre toglientesi, inesistente, NULLA.

G)- Comunque, poiché _ secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora SOLO L’ASSOLUTO È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra) prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da sempre ERRONEA/ILLUSORIA.

H)- Ancora; se, come afferma AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA (dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...

Per cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci <<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a NEGARE la sua unità-indifferenziata?

Eppure, AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [ = <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;

ma è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>, pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA (dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso, sarebbe già DIFFERENZA…

Per cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione dovrebbe invece venir confermato…

Deriva l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _, non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court, cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò nonostante la possibilità di porsi in (1).

In ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel proprio seno…

OLTREPASSARE Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno, sebbene in modo totalmente OPPOSTO.

La direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di alcuni studiosi quali:

Massimo Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle, Massimiliano Marianelli, Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…, rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:

Dizionario Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.

 

Roberto Fiaschi

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sabato 9 maggio 2026

193)- MA DAVVERO «GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO»? UNA CRITICA A SAN TOMMASO D'AQUINO

Nel sito domenicano: https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-vadano-in-paradiso/, viene riportata <<un’intervista fatta a p. Angelo da Antonio Giuliano per il quotidiano online La Bussola. È stata pubblicata martedì 3 agosto 2011>>.

L’articolo è intitolato: <<MA GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO>>.

Il titolo è tristemente perentorio; leggiamone le ragioni. Ecco il testo dell’intervista:

<<Ma che fine fanno i nostri animali domestici? È una domanda che avrà assalito senz’altro chi ha visto morire il proprio cane o il proprio gatto. Esisterà anche per loro un Paradiso? Hanno o non hanno un’anima? Questioni spinose a cui non si sottrae il teologo domenicano, Angelo Bellon.

Benedetto XVI, che ha una predilezione per i gatti, ha ribadito di recente che per gli animali la morte significa la fine dell’esistenza. Eppure Paolo VI pare abbia detto: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo»…

Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva. Tuttavia l’affermazione attribuita a Paolo VI ha un significato ben preciso perché nulla esiste se prima non sia stato pensato da Dio. Pertanto l’intera vicenda di ogni singolo animale si trova fissa nella mente di Dio.

Spesso viene citata un’affermazione di Luigi Lorenzetti, teologo che su Famiglia Cristiana scrisse: «Gli animali hanno ricevuto un soffio vitale da Dio, e sono attesi anch’essi dalla vita eterna».

Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna.

Lei nega un Paradiso per gli animali. Quindi siamo destinati a non rivederli più?

Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti.

Per sottolineare l’importanza degli animali c’è chi sostiene la scelta del vegetarismo quale espressione del rispetto di tutte le creature. In particolare ci si appella al fatto che in origine all’uomo non era permesso mangiare altri esseri viventi. La Genesi allora giustifica la scelta vegetariana?

Gli animali, in quanto creature di Dio, sono pieni della sua gloria. Dio li ha dati all’uomo perché se ne serva. Dio stesso ha consegnato delle pelli ad Adamo ed Eva come vestito (si suppone di animali!) al posto delle foglie di fico. Ma nell’epoca di pace che regnava prima del peccato originale gli uomini non mangiavano le carni degli animali. Secondo il testo sacro Dio concede questo potere solo dopo il diluvio: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe” (Gn 9,3). Gesù, come ogni ebreo, a Pasqua ha mangiato l’agnello. Di certo ha mangiato pesci, anche dopo la risurrezione. Per questo non è sostenibile alla luce della Sacra Scrittura la teoria vegetariana.

Non ritiene che oggi ci sia un eccesso di “animalismo”, per cui ci preoccupiamo più di salvaguardare i cuccioli che i bimbi non nati?

Gli animali sono un bene da custodire e da consegnare ai nostri posteri. Sono diversi i passi delle Scritture che lo sottolineano. Prendiamo il Cantico di Daniele: “Benedite opere tutte del Signore il Signore” dove si invitano tutte le creature ad unirsi con noi nel lodare il Signore: “Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli” (Dn 3,81). E il rispetto per l’ambiente, animali compresi, è senza dubbio una bella conquista del nostro tempo. Purtroppo questo rispetto talvolta viene a mancare nei confronti dei bambini nella fase della vita nascente, come avviene per l’aborto e per i tanti che in molte parti del mondo vivono in condizioni di miseria e fame. Sotto il profilo etico i bambini sono un valore assoluto e intangibile, mentre gli animali hanno un valore relativo: sono in funzione dell’uomo.

Secondo il Catechismo «è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell’uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini». È giusto quindi sopprimere un animale se condannato a soffrire?

Dal momento che la vita di un animale è in funzione di qualcosa d’altro, può essere soppressa. La si sopprime lecitamente quando se ne ha bisogno per nutrirsene, per qualunque altro scopo legittimo e anche evitare il prolungarsi di sofferenze che in un animale sono del tutto prive di valore. Ma ripeto, quando in Paradiso vedremo direttamente la gloria di Dio, continueremo a contemplarla anche nelle sue creature, che rimangono eternamente nella sua mente>>.

***

Tutto molto chiaro.

Mi pare che ancora troppi cattolici, (alcuni) papi e domenicani in primis (Tommaso d’Aquino docet), soffrano di uno smaccato ANTROPOCENTRISMO secondo cui SOLTANTO gli esseri umani _ tra MILIONI di viventi _, sarebbero destinati al paradiso post-mortem; tutto il resto no, destinato alla MORTE ETERNA in quanto semplice coreografia di contorno ‘utilitaristico’ per il Gran Presuntuoso ( -> l’essere umano) che evidentemente si considera ancora l’unico destinatario della vera Vita…

Le ragioni addotte dal teologo domenicano Angelo Bellon _ <<Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva>> _, si rifanno a Tommaso d’Aquino, ma sono francamente INSOSTENIBILI.

Vediamo perché.

Dunque, pare che possedere o esser <<un’anima solo vegetativa e sensitiva>> sia sufficiente per essere definitivamente/eternamente ESCLUSO dall’<<altra vita>>.

Con terrore, penso a tutti coloro che nascono <<in uno stato vegetativo permanente o di incoscienza cronica>> (https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/stato-vegetativo.html).

Pensiamo ad alcune patologie del nascituro come ad esempio l’Anencefalia, l’Idranencefalia, l’Encefalopatia Ipossico-Ischemica (EII), l’Arresto Cardiaco Extra-ospedaliero (ACEO), la Sindrome spasticità neonatale letale (ibidem), e via discorrendo…

Vero, sono pur sempre esseri umani, MA, stando al requisito primario che escluderebbe gli animali dalla vita eterna in quanto <<incapaci di intellezione, non hanno un’anima razionale, spirituale e immortale>> (https://www.amicidomenicani.it/se-il-soffio-vitale-degli-animali-sia-immortale/), anche le suddette malattie comportano incapacità di intellezione, di razionalità e di spiritualità perciò, coerentemente con gli assunti espressi da don Angelo Bellon, ad essi NON dovrebbe spettare la vita eterna post-mortem, poiché NON differiscono dagli animali proprio nelle caratteristiche ‘grazie’ alle quali <<al momento della morte, l’animale scompare del tutto. La sua anima non si presenta davanti a Dio per essere giudicata del bene o del male fatto>> (https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-abbiano-anima-vadano-in-paradiso/).

Ma più imbarazzante è il prosieguo del discorso di padre Bellon, ove osserva:

<<Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Innanzitutto NON è vero che <<per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere>>, quasi a voler dire:

per TUTTI i teologi… No, per la maggioranza, purtroppo, ma NON certo per TUTTI:

non per John Wesley, non per Enzo Bianchi, non per Luigi Lorenzetti, non per Paolo Ricca, non per Jürgen Moltmann, non per Paolo De Benedetti, non per Frank Dubois, etc…

Prosegue don Angelo Bellon:

<<Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti>>. <<Tuttavia, poiché tutto ciò che esiste deve esserci prima nella mente di Dio, e poiché nulla si cancella dalla sua mente, si deve concludere che in paradiso vedremo nella mente di Dio anche tutte le creature da lui fatte. Ma queste creature non esisteranno in se stesse. Esisteranno solo nella mente di Dio. E questo è sufficiente>>...

Sufficiente???

Se lo dice lui…

Domandiamo(gli):

una creatura che NON esista in sé stessa, IN CHE COSA DIFFERISCE da una che invece esiste in sé stessa, oltre che <<nella mente di Dio>>?

Parrebbe che, secondo padre Bellon sulla scia di San Tommaso, l’esistenza <<nella mente di Dio>> sia <<migliore>> dell’esistenza che gli animali <<hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Questa osservazione è IRRICEVIBILE, giacché ANCHE gli esseri umani, finché vivono <<in questo mondo>>, hanno un’esistenza <<temporanea>>!

Quindi, seguendo la logica di padre Bellon, avendo anche noi un’esistenza temporanea come gli animali, NON dovremmo essere <<attesi da Dio>> NÉ, perciò, essere da Lui attesi come creature che esistono <<in se stesse>>, essendo <<sufficiente>> anche per noi umani la sola esistenza <<nella mente di Dio>>.

Mentre, al contrario, secondo don Angelo per noi umani ciò NON è affatto <<sufficiente>>, visto che per noi egli postula l’esistenza ANCHE come creature in sé, OLTRE che esistenti <<nella mente di Dio>>, a differenza, invece, degli animali.

Per cui don Angelo ci sta dicendo che, nel post-mortem, l’esistenza in sé sia MIGLIORE in quanto più COMPLETA rispetto all’esistenza SOLTANTO <<nella mente di Dio>>; se entrambe fossero esattamente sullo stesso piano, allora non si capisce perché gli animali debbano venir relegati alla sola esistenza <<nella mente di Dio>>…

Infatti, se gli umani colà non esistessero anche in sé, allora l’esistenza <<nella mente di Dio>> SENZA l’esistenza in sé costituirebbe un IMPOVERIMENTO rispetto all’esistere sia in sé che <<nella mente di Dio>>!

Da ciò discende che la presunta <<migliore>> esistenza degli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>>, comporti che il post-mortem sia, sempre per gli animali, un’esistenza DEPAUPERATA dell’in sé nonché un ‘elegante’ modo (ma un tantino incoerente ed ipocrita) per dire che essi, in realtà, NON CI SARANNO AFFATTO!

Insomma, il vedere gli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>> e non anche in sé (ovviamente un in sé TRASFIGURATO nello Spirito come per noi umani), ha tutta l’aria d’essere una visione di immagini eterne ma prive di presenza/consistenza corporea ( = in sé) come quelle che potremmo vedere al cinema, e questo NON è affatto <<sufficiente>> per coloro che AMANO TUTTE le creature in sé come le AMA Dio:

Sapienza 11,24 (trad. CEI): <<Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata>>.

Salmo 35 (36),7: <<uomini e bestie tu salvi, Signore>>, con buona pace di Tommaso e di don Angelo Bellon…

 

Roberto Fiaschi

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