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sabato 9 maggio 2026

193)- MA DAVVERO «GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO»? UNA CRITICA A SAN TOMMASO D'AQUINO

Nel sito domenicano: https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-vadano-in-paradiso/, viene riportata <<un’intervista fatta a p. Angelo da Antonio Giuliano per il quotidiano online La Bussola. È stata pubblicata martedì 3 agosto 2011>>.

L’articolo è intitolato: <<MA GLI ANIMALI NON VANNO IN PARADISO>>.

Il titolo è tristemente perentorio; leggiamone le ragioni. Ecco il testo dell’intervista:

<<Ma che fine fanno i nostri animali domestici? È una domanda che avrà assalito senz’altro chi ha visto morire il proprio cane o il proprio gatto. Esisterà anche per loro un Paradiso? Hanno o non hanno un’anima? Questioni spinose a cui non si sottrae il teologo domenicano, Angelo Bellon.

Benedetto XVI, che ha una predilezione per i gatti, ha ribadito di recente che per gli animali la morte significa la fine dell’esistenza. Eppure Paolo VI pare abbia detto: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo»…

Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva. Tuttavia l’affermazione attribuita a Paolo VI ha un significato ben preciso perché nulla esiste se prima non sia stato pensato da Dio. Pertanto l’intera vicenda di ogni singolo animale si trova fissa nella mente di Dio.

Spesso viene citata un’affermazione di Luigi Lorenzetti, teologo che su Famiglia Cristiana scrisse: «Gli animali hanno ricevuto un soffio vitale da Dio, e sono attesi anch’essi dalla vita eterna».

Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna.

Lei nega un Paradiso per gli animali. Quindi siamo destinati a non rivederli più?

Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti.

Per sottolineare l’importanza degli animali c’è chi sostiene la scelta del vegetarismo quale espressione del rispetto di tutte le creature. In particolare ci si appella al fatto che in origine all’uomo non era permesso mangiare altri esseri viventi. La Genesi allora giustifica la scelta vegetariana?

Gli animali, in quanto creature di Dio, sono pieni della sua gloria. Dio li ha dati all’uomo perché se ne serva. Dio stesso ha consegnato delle pelli ad Adamo ed Eva come vestito (si suppone di animali!) al posto delle foglie di fico. Ma nell’epoca di pace che regnava prima del peccato originale gli uomini non mangiavano le carni degli animali. Secondo il testo sacro Dio concede questo potere solo dopo il diluvio: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe” (Gn 9,3). Gesù, come ogni ebreo, a Pasqua ha mangiato l’agnello. Di certo ha mangiato pesci, anche dopo la risurrezione. Per questo non è sostenibile alla luce della Sacra Scrittura la teoria vegetariana.

Non ritiene che oggi ci sia un eccesso di “animalismo”, per cui ci preoccupiamo più di salvaguardare i cuccioli che i bimbi non nati?

Gli animali sono un bene da custodire e da consegnare ai nostri posteri. Sono diversi i passi delle Scritture che lo sottolineano. Prendiamo il Cantico di Daniele: “Benedite opere tutte del Signore il Signore” dove si invitano tutte le creature ad unirsi con noi nel lodare il Signore: “Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli” (Dn 3,81). E il rispetto per l’ambiente, animali compresi, è senza dubbio una bella conquista del nostro tempo. Purtroppo questo rispetto talvolta viene a mancare nei confronti dei bambini nella fase della vita nascente, come avviene per l’aborto e per i tanti che in molte parti del mondo vivono in condizioni di miseria e fame. Sotto il profilo etico i bambini sono un valore assoluto e intangibile, mentre gli animali hanno un valore relativo: sono in funzione dell’uomo.

Secondo il Catechismo «è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell’uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini». È giusto quindi sopprimere un animale se condannato a soffrire?

Dal momento che la vita di un animale è in funzione di qualcosa d’altro, può essere soppressa. La si sopprime lecitamente quando se ne ha bisogno per nutrirsene, per qualunque altro scopo legittimo e anche evitare il prolungarsi di sofferenze che in un animale sono del tutto prive di valore. Ma ripeto, quando in Paradiso vedremo direttamente la gloria di Dio, continueremo a contemplarla anche nelle sue creature, che rimangono eternamente nella sua mente>>.

***

Tutto molto chiaro.

Mi pare che ancora troppi cattolici, (alcuni) papi e domenicani in primis (Tommaso d’Aquino docet), soffrano di uno smaccato ANTROPOCENTRISMO secondo cui SOLTANTO gli esseri umani _ tra MILIONI di viventi _, sarebbero destinati al paradiso post-mortem; tutto il resto no, destinato alla MORTE ETERNA in quanto semplice coreografia di contorno ‘utilitaristico’ per il Gran Presuntuoso ( -> l’essere umano) che evidentemente si considera ancora l’unico destinatario della vera Vita…

Le ragioni addotte dal teologo domenicano Angelo Bellon _ <<Non ci sarà un’altra vita per gli animali perché non hanno un’anima spirituale e immortale. Essi hanno un’anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva>> _, si rifanno a Tommaso d’Aquino, ma sono francamente INSOSTENIBILI.

Vediamo perché.

Dunque, pare che possedere o esser <<un’anima solo vegetativa e sensitiva>> sia sufficiente per essere definitivamente/eternamente ESCLUSO dall’<<altra vita>>.

Con terrore, penso a tutti coloro che nascono <<in uno stato vegetativo permanente o di incoscienza cronica>> (https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/stato-vegetativo.html).

Pensiamo ad alcune patologie del nascituro come ad esempio l’Anencefalia, l’Idranencefalia, l’Encefalopatia Ipossico-Ischemica (EII), l’Arresto Cardiaco Extra-ospedaliero (ACEO), la Sindrome spasticità neonatale letale (ibidem), e via discorrendo…

Vero, sono pur sempre esseri umani, MA, stando al requisito primario che escluderebbe gli animali dalla vita eterna in quanto <<incapaci di intellezione, non hanno un’anima razionale, spirituale e immortale>> (https://www.amicidomenicani.it/se-il-soffio-vitale-degli-animali-sia-immortale/), anche le suddette malattie comportano incapacità di intellezione, di razionalità e di spiritualità perciò, coerentemente con gli assunti espressi da don Angelo Bellon, ad essi NON dovrebbe spettare la vita eterna post-mortem, poiché NON differiscono dagli animali proprio nelle caratteristiche ‘grazie’ alle quali <<al momento della morte, l’animale scompare del tutto. La sua anima non si presenta davanti a Dio per essere giudicata del bene o del male fatto>> (https://www.amicidomenicani.it/se-gli-animali-abbiano-anima-vadano-in-paradiso/).

Ma più imbarazzante è il prosieguo del discorso di padre Bellon, ove osserva:

<<Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Innanzitutto NON è vero che <<per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere>>, quasi a voler dire:

per TUTTI i teologi… No, per la maggioranza, purtroppo, ma NON certo per TUTTI:

non per John Wesley, non per Enzo Bianchi, non per Luigi Lorenzetti, non per Paolo Ricca, non per Jürgen Moltmann, non per Paolo De Benedetti, non per Frank Dubois, etc…

Prosegue don Angelo Bellon:

<<Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell’esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti>>. <<Tuttavia, poiché tutto ciò che esiste deve esserci prima nella mente di Dio, e poiché nulla si cancella dalla sua mente, si deve concludere che in paradiso vedremo nella mente di Dio anche tutte le creature da lui fatte. Ma queste creature non esisteranno in se stesse. Esisteranno solo nella mente di Dio. E questo è sufficiente>>...

Sufficiente???

Se lo dice lui…

Domandiamo(gli):

una creatura che NON esista in sé stessa, IN CHE COSA DIFFERISCE da una che invece esiste in sé stessa, oltre che <<nella mente di Dio>>?

Parrebbe che, secondo padre Bellon sulla scia di San Tommaso, l’esistenza <<nella mente di Dio>> sia <<migliore>> dell’esistenza che gli animali <<hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna>>.

Questa osservazione è IRRICEVIBILE, giacché ANCHE gli esseri umani, finché vivono <<in questo mondo>>, hanno un’esistenza <<temporanea>>!

Quindi, seguendo la logica di padre Bellon, avendo anche noi un’esistenza temporanea come gli animali, NON dovremmo essere <<attesi da Dio>> NÉ, perciò, essere da Lui attesi come creature che esistono <<in se stesse>>, essendo <<sufficiente>> anche per noi umani la sola esistenza <<nella mente di Dio>>.

Mentre, al contrario, secondo don Angelo per noi umani ciò NON è affatto <<sufficiente>>, visto che per noi egli postula l’esistenza ANCHE come creature in sé, OLTRE che esistenti <<nella mente di Dio>>, a differenza, invece, degli animali.

Per cui don Angelo ci sta dicendo che, nel post-mortem, l’esistenza in sé sia MIGLIORE in quanto più COMPLETA rispetto all’esistenza SOLTANTO <<nella mente di Dio>>; se entrambe fossero esattamente sullo stesso piano, allora non si capisce perché gli animali debbano venir relegati alla sola esistenza <<nella mente di Dio>>…

Infatti, se gli umani colà non esistessero anche in sé, allora l’esistenza <<nella mente di Dio>> SENZA l’esistenza in sé costituirebbe un IMPOVERIMENTO rispetto all’esistere sia in sé che <<nella mente di Dio>>!

Da ciò discende che la presunta <<migliore>> esistenza degli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>>, comporti che il post-mortem sia, sempre per gli animali, un’esistenza DEPAUPERATA dell’in sé nonché un ‘elegante’ modo (ma un tantino incoerente ed ipocrita) per dire che essi, in realtà, NON CI SARANNO AFFATTO!

Insomma, il vedere gli animali SOLTANTO <<nella mente di Dio>> e non anche in sé (ovviamente un in sé TRASFIGURATO nello Spirito come per noi umani), ha tutta l’aria d’essere una visione di immagini eterne ma prive di presenza/consistenza corporea ( = in sé) come quelle che potremmo vedere al cinema, e questo NON è affatto <<sufficiente>> per coloro che AMANO TUTTE le creature in sé come le AMA Dio:

Sapienza 11,24 (trad. CEI): <<Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata>>.

Salmo 35 (36),7: <<uomini e bestie tu salvi, Signore>>, con buona pace di Tommaso e di don Angelo Bellon…

 

Roberto Fiaschi

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sabato 13 maggio 2023

54)- «UOMINI E ANIMALI, CI RITROVEREMO NELLA GIOIA»

Riporto dalla pagina: https://www.fondazionegraziottin.org/it/articolo.php/Uomini-e-animali-ci-ritroveremo-nella-gioia?EW_CHILD=23950, il seguente articolo (21/02/2018) del pastore Paolo Ricca, teologo della Chiesa Evangelica Valdese.

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«FIDO» È MORTO: CHE NE SARÀ DI LUI?

“Nei giorni scorsi è morto il mio cane: una cardiopatia associata a un edema polmonare lo ha stroncato nel giro di poche (ma quanto sofferte!) ore di agonia. Vorrei sapere: per i nostri animali domestici, c’è speranza? La loro fine segna il loro definitivo distacco dalla vita? Saranno tutti, e per sempre, dissolti nel nulla? Non li rivedremo mai più? Che senso ha, allora, il loro dolore? Il cristianesimo non ha nulla da dire su di loro e per loro? Grazie”.

Così ho riassunto la lettera del nostro lettore, che pone una bella domanda, ahimè alquanto trascurata dalla teologia cristiana sia classica sia moderna, con pochissime eccezioni. La prima è ovviamente quella di Francesco d’Assisi (1182-1226), che secondo quanto scrive il suo primo biografo Tommaso da Celano «chiama col nome di fratello tutti gli animali, benché in ogni specie prediliga quelli mansueti».

Una seconda eccezione è Albert Schweitzer (1875-1965), che riassunse la sua vita e il suo pensiero nel principio del “rispetto per la vita” in ogni sua manifestazione: «Un uomo è morale soltanto quando considera sacra la vita come tale, quella delle piante e degli animali tanto quanto quella dei suoi simili, e quando si dedica ad aiutare ogni vita che ne ha bisogno».

Una terza eccezione è Karl Barth (1886-1968), che nella sua “Dogmatica” ha dedicato agli animali (ma anche alle piante) molte pagine estremamente suggestive e istruttive, nel quadro della dottrina della creazione, ma non solo.
Queste eccezioni, purtroppo, non hanno fatto scuola. La pur bella e pregevole “Encyclopédie du protestantisme” pubblicata a Ginevra e Parigi in prima edizione nel 1995 e in seconda “rivista, corretta e accresciuta” nel 2006, contiene una voce sugli angeli (il che va benissimo), ma non una sugli animali e tanto meno sulle piante (il che va malissimo). Speriamo in una terza edizione ulteriormente “corretta e accresciuta” che contenga queste voci ora mancanti. La loro mancanza rivela una lacuna, per non dire un vuoto, che sta dentro di noi. Anche la “Dogmatica” in tre volumi di Gerhard Ebeling, peraltro eccellente, parla molto della Natura, ma non specificatamente di animali e piante. Ne parla invece il nostro lettore, con una domanda molto specifica: c’è un aldilà per gli animali? Per quelli domestici, dice lui, ma io allargherei il discorso a tutti.
La sua domanda però ne contiene molte altre, a cominciare da quella fondamentale della differenza tra l’uomo e l’animale, molto netta nel racconto biblico, che parla di un “dominio” dell’uomo sugli animali (Genesi 1, 28).

Va però precisato che questo dominio non comportava, all’inizio, il diritto dell’uomo di uccidere gli animali per cibarsene. Questo diritto venne affermato solo più tardi, dopo il diluvio (Genesi 9, 3).

La differenza tra l’uomo e l’animale è stata espressa, tra gli altri, in termini classici da Tommaso d’Aquino il quale, pur sostenendo che Dio è in qualche modo “presente” in tutte le cose da lui create, quindi anche negli animali, afferma però che tutti gli animali, anche quelli superiori, sono «situati a grande distanza dall’immagine di Dio» (“longe a similitudine divina remota”), «mentre l’uomo si dice formato “a immagine e somiglianza” di Dio». La differenza, secondo la tradizione biblica, è questa, ed è grande. In altre tradizioni religiose invece, soprattutto orientali, la differenza sembra meno netta, tanto che in quelle che credono nella reincarnazione (il Buddismo e alcune correnti dell’Induismo) la differenza è così labile che l’anima dell’uomo può cadere così in basso da finire, almeno provvisoriamente, nel corpo di un animale – dottrina, questa, impensabile nel quadro del pensiero biblico.

Detto questo, resta però il fatto innegabile – tutti lo sanno, ma non sempre lo ricordano – che l’uomo è un mammifero come tanti altri animali, è dunque anche lui anzitutto un animale. Aristotele lo definiva animale “razionale” (in greco: loghikón) e “politico” (in greco: politikón), ma pur sempre un animale. Prima di lui già il racconto biblico della creazione aveva significativamente accostato l’uomo al mondo animale, collocando la sua creazione non in un giorno speciale riservato a lui solo, ma associandolo nello stesso giorno, il sesto, alla creazione degli animali terrestri. Prima di parlare della differenza, occorrerebbe dunque illustrare la vicinanza e comune appartenenza delle due condizioni, quella animale (che tra l’altro ha la precedenza nell’ordine della creazione) e quella umana (che segue). In questo quadro non è forse inutile riferire una considerazione di carattere generale sul rapporto uomo-animali fatta dallo scrittore francese Montaigne (1533-1592), segnalatami dal pastore Angelo Cassano di Locarno (Ticino), che ringrazio. Nei suoi celebri “Essais” Montaigne rimprovera all’uomo il suo orgoglio e la sua presunzione quando si arroga il diritto di giudicare gli animali:

«Come può l’uomo conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro? Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il suo passatempo più di quanto io faccia con lei?».

Noi li consideriamo bestie; forse anche loro ci considerano bestie. In fondo, comprendiamo poco di loro, come loro comprendono poco di noi. Perciò «bisogna che osserviamo la parità che c’è tra noi. Noi comprendiamo approssimativamente il loro sentimento, così le bestie il nostro, pressappoco nella stessa misura». Dunque, dice Montaigne, il rapporto uomo-animali non va impostato in termini di superiorità e inferiorità, ma di parità. Queste considerazioni ci introducono bene alla domanda del nostro lettore:

«C’è un aldilà per gli animali?».

A questa domanda non c’è, che io sappia, nella Sacra Scrittura, che è la nostra guida e norma nelle questioni di fede e vita, una risposta diretta ed esplicita. Ci sono però tre ordini di pensieri che consentono una risposta relativamente sicura, benché indiretta. Il primo è la creazione, il secondo è il patto, il terzo è la promessa messianica.

1. Nella visione biblica la creazione è anzitutto creazione di animali (e piante). L’uomo viene dopo, ed è confinato sulla terra, mentre gli animali popolano anche il cielo e il mare. Come sarebbe vuoto il creato se ci fosse solo l’uomo! Non sarebbe il creato uscito dalle mani di Dio. Un creato senza animali è biblicamente impensabile. Ecco perché insieme a Noè vengono salvati nell’arca anche gli animali: questo può valere come figura di una salvezza comune. Persino il Mar Morto, secondo il profeta Ezechiele, non resterà per sempre morto e quindi senza pesci: dal Tempio uscirà un torrente che vi si immergerà rendendo le sue acque “sane” (47, 5) e quindi anch’esse popolate di animali marini (v. 9).

Insomma, gli animali fanno parte integrante della creazione, e non c’è alcun motivo per ritenere che non facciano parte (in forme che, certo, non possiamo immaginare) della nuova creazione, cioè di un nuovo cielo e una nuova terra (il mare, a quanto pare, purtroppo, non ci sarà più, secondo Apocalisse 21, 1, a meno di una bella sorpresa finale; comunque ci sarà un grande fiume e acqua in abbondanza).

2. Non solo gli animali sono benedetti da Dio, come la coppia umana, in vista della procreazione (Genesi 1, 22 e 28), ma essi sono inclusi ed esplicitamente menzionati nel Patto che Dio stabilisce con Noè, il cui simbolo è l’arcobaleno (Genesi 9, 8-17). Questo patto è “perpetuo” (v. 16) e il suo contenuto è la vita che, in tutte le sue espressioni e manifestazioni, non sarà più distrutta. Chi è nel Patto – e gli animali ci sono – non è nella morte, ma nella vita. L’uomo e gli animali sono ugualmente mortali (Ecclesiaste 3, 19-21!!), ma, in virtù del Patto, la loro morte non è definitiva.

3. Secondo Isaia 11, 6-9 la promessa messianica è un mondo animale riconciliato al suo interno («il lupo abiterà con l’agnello») e con l’uomo («il lattante si trastullerà sul buco del serpente»). Questa promessa, che associa uomini e animali, può essere collegata con il discorso di Paolo sulla creazione che ora è «sottoposta alla vanità», cioè alla morte, e perciò «geme insieme ed è in travaglio», ma «sarà anch’ella liberata dalla servitù della corruzione», cioè restituita a una vita senza la morte dentro (Romani 8, 20-23). 

In questa creazione liberata, come ho detto al punto 1, ci sono anche gli animali.
C’è dunque speranza per «Fido»? Sì, come c’è per il suo padrone e per tutti. C’è però una sottile insidia che può annidarsi nella domanda del nostro lettore e che è bene segnalare. L’insidia è di considerare l’Aldilà una sostanziale fotocopia dell’Aldiquà e il mondo futuro una semplice replica (migliorata) di quello attuale. Sarà invece un mondo nuovo, e non si insisterà mai abbastanza sulla portata di questo aggettivo. I rapporti tra le persone e quelli con gli animali non saranno più quelli odierni, ma saranno trasfigurati, cioè trasformati in rapporti completamente diversi, luminosi, trasparenti, felici, perché saranno unificati in Dio, che sarà «tutto in tutti» (I Corinzi 15, 28).

Paolo Ricca

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Biografia

Paolo Ricca nasce a Torre Pellice (in provincia di Torino) nel 1936. Dopo aver conseguito la maturità classica a Firenze, studia Teologia a Roma, negli Stati Uniti e a Basilea (Svizzera), ove consegue il dottorato con una tesi sull’escatologia del Vangelo secondo Giovanni. Consacrato pastore della Chiesa valdese nel 1962, esercita il ministero a Forano e a Torino, e segue il Concilio Vaticano II per conto dell’Alleanza Riformata Mondiale. Dal 1976 al 2002 insegna Storia della Chiesa e, per alcuni anni, Teologia Pratica presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma. Membro per quindici anni della Commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Ginevra), opera in diversi organismi ecumenici ed è per due mandati presidente della Società Biblica in Italia. Attualmente è professore ospite presso il Pontifico Ateneo Sant’Anselmo di Roma e dirige la collana “Lutero. Opere scelte” dell’editrice Claudiana di Torino.

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