Visualizzazione post con etichetta Contraddizione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Contraddizione. Mostra tutti i post

giovedì 21 maggio 2026

198)- CONFUTAZIONE DELLE RISPOSTE DI ANGELO SANTINI SULLA RISOLUZIONE DELL’APORETICA DEL NULLA

 

Il titolo di questo post RICALCA il titolo che ANTIMATERIALISTA (Angelo Santini; d’ora in poi: AS) ha dato al suo video in risposta al mio post n° 196.

Infatti, il video di AS si intitola:

<<Confutazione delle obiezioni di Roberto Fiaschi sulla risoluzione dell'aporetica del nulla>>: https://www.youtube.com/watch?v=Q0gF7EQlAKc

Per maggior scorrevolezza, riporto, numerandole, le prime affermazioni di AS, ove si mette subito a fuoco quale sia, per lui, il mio errore.

Premesso che ad un certo punto AS osserva:

<<Se consideriamo bene questo, consideriamo bene il fatto che sono entrambi dei significati e il positivo significare e il nulla-momento, anche le ultime obiezioni di Fiaschi che mi ha rivolto, si risolvono. Non le considero tutte ma considero solo quelle essenziali confutate le quali, si dirime l’intera questione>>.

Ottimo, così anch’io avrò modo di non dilungarmi troppo, limitandomi perciò a quell’essenziale indicato da AS, il quale comincia così:

1)- AS: <<Provo a chiarire meglio la posizione di Severino sul nulla. Il nulla, di cui si parla, è sempre un significato, ed è un significato complesso, costituito da una parte, del suo positivo significare che esprime semplicemente la sua positività significante senza però, in sé, ancora determinare cosa significhi. Quindi, se lo astraessimo senza però separarlo, se lo astraessimo dal suo contenuto determinato che invece è il nulla-momento, significherebbe solo in maniera astratta e formale che è qualcosa di significante ma senza però specificare cosa significhi. Cosa significhi, lo specifica il nulla-momento che è un altro significato, è un’altra positività, significante l’essente. Che cosa esprime, invece, in maniera determinata, il nulla momento come significato? Esprime il nulla; ha come contenuto l’esprimere il significato della nullità del nulla. Ora questo, ciò che non esiste in tutto questo, è il nulla come contenuto ontologico a sé stante. Allora, spieghiamo meglio. Allora, ripetiamo: abbiamo il positivo significare del nulla che è significante ed è essente ed è qualcosa di positivo. Abbiamo il nulla-momento che è a sua volta significante ed è un qualcosa di positivo, di essente a sua volta. E poi abbiamo il nulla in quanto tale che non c’è, non è significante, non è nulla. Quindi, attenzione: io qua non sto dicendo che questo nulla-momento esprima e ponga il nulla in quanto tale, ma esprime la nullità del nulla. Se consideriamo bene questo, consideriamo bene il fatto che sono entrambi dei significati e il positivo significare e il nulla-momento, anche le ultime obiezioni di Fiaschi che mi ha rivolto, si risolvono. Non le considero tutte ma considero solo quelle essenziali confutate le quali, si dirime l’intera questione>>.

Bene, tuttavia, stendo una prima osservazione, dove AS dice:

<<E poi abbiamo il nulla in quanto tale che non c’è, non è significante, non è nulla. Quindi, attenzione: io qua non sto dicendo che questo nulla-momento esprima e ponga il nulla in quanto tale, ma esprime la nullità del nulla>>.

Orbene, il non-essere-significante da parte del nulla è pur sempre un ESSERE SIGNIFICANTE.

Questo vuol dire che qualsivoglia preteso PURO non-essere-significante, si ritraduce sempre, suo malgrado nell’esser comunque SIGNIFICANTE e quindi ESSENTE (nei modi spettantegli).

È la stessa pretesa purezza del nulla NON CONTAMINATO dall’essere, che ha spinto Severino a cercar la soluzione all’aporia del nulla, aporia consistente nell’ENTIFICAZIONE del nulla o non-ENTE.

Inoltre, dove AS osserva che <<io qua non sto dicendo che questo nulla-momento esprima e ponga il nulla in quanto tale, ma esprime la nullità del nulla>>,

ebbene, se il nulla-momento <<esprime la nullità del nulla>>, allora, l’ESSER nulla-momento da parte del nulla-momento esprime l’ESSERE del nulla-momento!

Se la <<nullità>> esprime il predicato del soggetto <<nulla>>, allora al <<nulla>> spetta di ESSERE determinato come <<nulla>>, appunto perché il suo predicato ne esprime la sua <<nullità>>, che è come dire che il <<nulla>> sia IDENTICO-A-SÉ e DIFFERENTE-DAL-PROPRIO-ALTRO, cioè dall’essere o non-nulla, come un qualsiasi altro ESSENTE.

Pertanto, ANCHE il nulla è ACCOMUNATO ALL’ESSERE/ENTE dalla legge ontologica consistente nell’essere IDENTICO-a-sé e DIFFERENTE-dal-proprio-altro.

Anche questo fa del nulla un ESSENTE

Se si replicasse che il nulla NON sia IDENTICO a sé DIFFERENTE dal proprio altro (giacché se fosse DIFFERENTE dal proprio altro, il nulla si comporterebbe come qualsiasi altro ENTE il quale, appunto, DIFFERISCE dal proprio altro), verremmo a dire che esso, non essendo IDENTICO a sé, NON significherebbe nemmeno <<il nulla>>…

2)- AS: <<Allora, lui per esempio, presuppone erroneamente, ha presupposto che il nulla-momento, per essere significante, debba esserlo in sé, isolatamente dal positivo significare. Perché se non fosse in sé significante, allora standovi assieme nella sua costituzione, nel costituire internamente la complessità del positivo significare del nulla, non significherebbe nulla al suo interno. Quindi, per significare comunque qualcosa entro la positività significante complessiva del nulla, secondo Fiaschi il nulla-momento deve avere un significato originariamente intrinseco, ma qui sta presupponendo che i termini precedano la relazione>>.

A dire il vero ho sempre considerato i due termini in sintesi, anzi, di più: è proprio grazie alla sintesi autocontraddicentesi del significato NULLA _ quindi NON <<isolatamente dal positivo significare>> ma soltanto DISTINTAMENTE _, che emerge l’aporia denunciata nei miei precedenti post ed alla quale, dopo, ci arriverò nuovamente…

Ciò vuol dire che essere significante IN SÉ e PER SÉ, da parte del nulla-momento, significa che esso possiede IN SÉ il SUO _ del nulla-momento _ proprio e specifico significato che perciò NON gli è conferito dal positivo significare perché, se così fosse, il nulla-momento non significherebbe neppure l’assenza di ogni significato e sarebbe come se non ci fosse simpliciter, sì che il significato autocontraddicentesi NULLA sarebbe costituito da UN SOLO momento ( = il positivo significare), e quindi NON sarebbe una sintesi tra DUE significati e conseguentemente NEPPURE il positivo significare sarebbe il positivo significare di alcunché...

Inoltre, notare qui, ove AS afferma:

<<Quindi, se lo [ = il positivo significare] astraessimo senza però separarlo, se lo astraessimo dal suo contenuto determinato che invece è il nulla-momento, significherebbe solo in maniera astratta e formale che è qualcosa di significante ma senza però specificare cosa significhi. Cosa significhi, lo specifica il nulla-momento che è un altro significato, è un’altra positività, significante l’essente>>.

Ecco, come si vede, anche AS riconosce che il nulla-momento è <<un altro significato, è un’altra positività>> e, poiché è <<un altro significato>>, vuol dire che il nulla-momento è significante _ già in sé _ DISTINTAMENTE dal suo positivo significare.

AS precisa che il sottoscritto starebbe <<presupponendo che i termini precedano la relazione>>.

No no, è proprio nel darsi DELLA loro co-originaria relazione che quei due termini fanno scaturire l’aporia indicata nei miei precedenti post, aporia consistente _ ecco che la ripresento di nuovo _ nell’aver entrambi almeno un tratto IN COMUNE che ACCORCIA/NEGA la loro presunta INFINITA distanza semantico-ontologica; tratto COMUNE consistente nell’essere entrambi ciascuno la NEGAZIONE dell’altro nonché l’OPPOSTO dell’altro, sì che grazie a questo tratto COMUNE, ambedue i termini siano IDENTICI proprio nel possedere quell’IDENTICO  tratto COMUNE.

Per cui _ ecco l’aporia irrisolvibile _ il nulla NON è L’INFINITAMENTE ALTRO rispetto all’essere (e viceversa) ma soltanto il FINITAMENTE altro: dunque, il nulla è un ESSENTE  

3)- AS: <<Il significato del nulla è una complessità e per Severino né i relati precedono la relazione, né la relazione precede i relati. Ma i relati la relazione sono cooriginari, quindi sia la relazione sia i relati tra loro sono cooriginari. Vuol dire che non c'è un positivo significare complessivo del nulla senza anche la parte determinata che è espressa dal nulla momento e viceversa. Solo assieme in origine sono determinati questi due poli o aspetti del significato complesso del nulla. Quindi questo confuta l'obiezione di Fiaschi secondo cui per avere un significato determinato del nulla momento serve che il nulla-momento sia in origine in sé e per sé significante come nulla-momento, anche a prescindere dalla positività significante complessiva. Invece no, perché esso è parte originaria di quella significanza complessiva, di quella positività significante del nulla. >>.

Certo che <<non c'è un positivo significare complessivo del nulla senza anche la parte determinata che è espressa dal nulla momento e viceversa>>, ed infatti è proprio questa co-originarietà a costituirsi aporeticamente, come appena indicato sopra al punto (2).

Dunque, chiarito ciò, NON vedo allora come AS possa asserire che <<questo confut[i] l'obiezione di Fiaschi secondo cui per avere un significato determinato del nulla momento serve che il nulla-momento sia in origine in sé e per sé significante come nulla-momento, anche a prescindere dalla positività significante complessiva>>.

Eppure, non ho mai prospettato ciò, NON ho mai detto:

<<anche a prescindere dalla positività significante complessiva>>, bensì ho detto:

DISTINTAMENTE <<dalla positività significante complessiva>>.

Ho sempre affermato che CIASCUN dei due termini DEVE essere significante, quindi anche il nulla-momento DEVE possedere IN il PROPRIO originario significare, anziché demandare OGNI sua significazione al positivo significare.

Se non lo possedesse, non avremmo DUE significati in originaria reciproca relazione/sintesi…

4)- AS: <<Io credo proprio che l'equivoco anche di Fiaschi sia quello di non aver considerato che il nulla-momento, comunque al di là di ciò, è proprio un significato, è proprio essente, è una positività. A non essere una positività è il contenuto espresso, cioè la pura nullità e insignificanza del nulla>>.

No, tutt’altro; ho sempre detto che <<il nulla-momento […] è proprio un significato, è proprio essente, è una positività>>; ma questo, però, rappresenta un’AGGRAVANTE dell’aporia, NON certo una via per risolverla!

Giacché, se il nulla-momento è una positività, allora sarà una positività ANCHE il suo <<contenuto espresso, cioè la pura nullità e insignificanza del nulla>>, appunto perché questo <<contenuto espresso>> e così significato NON può mai scrollarsi di dosso il proprio significare POSITIVAMENTE come IDENTICO-A-SÉ, esattamente come qualsiasi altro ente, per cui la pretesa (solo astratta) di indicare/significare <<la pura nullità e insignificanza del nulla>> NON riesce a realizzarsi senza, al contempo, NEGARE tale pretesa e perciò NEGANDOSI in quanto <<pura nullità e insignificanza del nulla>> per ritrovarsi solo come FINITA nullità e POSITIVA significanza, cioè come un ENTE 

Ma c’è di più e di peggio.

Leggiamo ancora AS: <<A non essere una positività è il contenuto espresso, cioè la pura nullità e insignificanza del nulla>>.

Senonché, è proprio quella <<pura nullità e insignificanza del nulla>> a scatenare l’aporia suddetta (al punto 2), giacché ANCHE questa <<pura nullità e insignificanza del nulla>> si costituisce come NEGAZIONE del non-nulla (cioè dell’essere) e quindi come NEGAZIONE della significanza, cosicché, ripeterei, questo suo (della <<pura nullità e insignificanza del nulla>>) esser INFINITA NEGAZIONE dell’essere, è il tratto che l’accomuna all’essere, visto che anche l’essere è INFINITA NEGAZIONE della <<pura nullità e insignificanza del nulla>>, sì che tale infinità si tramuti al contempo in una differenza FINITA tra essere e nulla, facendo della <<pura nullità e insignificanza del nulla>> un ENTE…

Se si negasse ciò, replicando cioè che ad esser NEGAZIONE (ed OPPOSIZIONE) dell’essere NON sia <<la pura nullità e insignificanza del nulla>> ma unicamente il suo positivo significare, farei allora osservar che SE <<la pura nullità e insignificanza del nulla>> NON fosse NEGAZIONE (OPPOSIZIONE) dell’essere, allora <<la pura nullità e insignificanza del nulla>> NON si DISTINGUEREBBE da ciò (dall’essere) che essa NON può negare!

Sì che in tal caso <<la pura nullità e insignificanza del nulla>> sarebbe IDENTICA all’essere, o comunque INDISTINGUIBILE da esso (e viceversa)…

5)- Prosegue AS: <<Attenzione, questa negatività non è mai astraibile dal nulla-momento perché è significante solo perché è determinata ma non entificata come significato nel nulla-momento, a sua volta non isolabile dalla complessiva positività significante del significato del nulla. E Fiaschi cade in questo errore sottolineato da Severino dell’aporia del nulla, del lato in cui si ritiene che pensare il nulla lo entifichi>>.

Come detto poc’anzi, che <<questa negatività>> non sia <<mai astraibile dal nulla-momento>> è ciò che ho appena ritenuto un’AGGRAVANTE dell’aporia, non una sua soluzione!

Quanto a: <<si ritiene che pensare il nulla lo entifichi>>, è esattamente un versante grazie al quale sorge l’aporia del nulla, perché il pensiero ENTIFICA ciò che pensa, lo DETERMINA, conferisce (o ne mostra) l’IDENTITÀ-con-sé al pensato (all’ENTE).

Certamente, perciò, <<pensare il nulla lo entifica>>, altrimenti Severino NON avrebbe escogitato una ‘soluzione’ affinché grazie ad essa il nulla, una volta pensato, non restasse ENTIFICATO.

6)-AS: <<Esattamente quando lui ritiene che la pura nullità del nulla, una volta espressa pur se in questo modo, si è automaticamente entificata. Ma se la nullità del nulla fosse davvero la nullità totale del nulla, non sarebbe contemplabile, non potrebbe apparire e quindi sarebbe impossibile contraddirsi come sostiene Fiaschi. Quindi è ovvio che il pensare il nulla, anche solo come pura nullità, richiede sempre di pensare implicitamente all'intera struttura del nulla, anche non essendone consapevoli, l'intera struttura semantica del nulla, perché è impossibile pensare al nulla al di fuori della sua positività significante complessiva, quindi sia la parte formale che afferma semplicemente che il nulla significa qualcosa, senza però di per sé determinare cosa, è il nulla-momento che determina questo significare e dice che il nulla significa la negazione del significato, la negazione dell'essere>>.

Come dice AS, l’impossibilità di <<pensare al nulla al di fuori della sua positività significante complessiva>>, attesta che il nulla è inscindibilmente UNO con la propria positività, cioè è ESSENTE, perché il nulla pensato <<al di fuori della sua positività>> non può non tradursi, SEMPRE, nel pensarlo unitamente alla sua positività o _ che è lo stesso _ al suo essere un ENTE.

Ed è per questo, ripeto, che Severino ha tentato di elaborare una soluzione a quest’aporia, cercando cioè, di pensare il puro nulla SENZA ENTIFICARLO!

Dunque, ciò vuol dire che la PRETESA di porre o di pensare il nulla <<al di fuori della sua positività significante complessiva>> cioè SENZA ENTIFICARLO, è una PRETESA che si AUTO-NEGA.

Non va meglio, perciò, ove AS precisa: <<è il nulla-momento che determina questo significare e dice che il nulla significa la negazione del significato, la negazione dell'essere>>.

Infatti qui, AS riconosce che il nulla-momento si costituisce (AL PARI dell’essere) come <<negazione del significato>>, come <<negazione dell'essere>>.

Perfetto!

Ed è esattamente qui che, di nuovo, si presenta quell’aporia della quale vado parlando da ormai quattro o cinque post, l’aporia in base alla quale essere e nulla CONDIVIDONO UN TRATTO COMUNE che perciò ENTIFICA il nulla, consistente nell’essere, entrambi, l’uno la negazione dell’altro!

Pertanto posso ben terminare qui il mio post, essendo ormai giunto _ suo malgrado _ al riconoscimento, da parte di AS, che essere e nulla CONDIVIDONO UN TRATTO COMUNE consistente nell’essere, entrambi, L’UNO LA NEGAZIONE DELL’ALTRO, e ciò implica necessariamente che il nulla sia il FINITAMENTE opposto dell’essere (e che quindi sia un ENTE), e viceversa, ma non solo:

implica altresì che l’essere, SENZA la posizione NON-ENTIFICATA del nihil absolutum, NON sia neppure l’essere che dice di essere, come osserva Severino:

<<non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. - (La struttura originaria; pag. 211).

 

Roberto Fiaschi

---------------------

domenica 17 maggio 2026

195)- REPLICA A ELISA DE SILVA SU «OLTREPASSARE […] SEVERINO»

Gli acuti rilievi critici stesi da Elisa de Silva (d’ora in poi: EDS) _ amministratrice del gruppo: Officina di filosofia teoretica _, al mio precedente post n° 194, mi danno l’occasione di approfondire e precisare ulteriormente alcuni punti.

Esso si intitola:

<<L’ipostatizzazione dell’essere o Assoluto è fede>>.

Riporto via via i brani del suo post (quelli relativi soltanto a Severino) seguiti dal mio commento.

1)- EDS scrive:

<<Roberto Fiaschi, la tua obiezione è forte perché coglie il punto in cui ogni pensiero dell’assoluto deve essere messo alla prova: può l’assoluto opporsi al proprio altro senza essere già in relazione con esso? E dunque senza perdere la propria assolutezza? Ma, dal luogo del pensiero severiniano, si deve dire che la critica, così come è formulata, presuppone ciò che intende mostrare: presuppone che l’opposizione tra essere e nulla sia una relazione simmetrica tra due termini, quasi che l’essere e il nulla fossero entrambi “qualcosa” che stanno l’uno di fronte all’altro, accomunati almeno dal loro stare in opposizione. Proprio qui, invece, si apre la differenza decisiva. Per Severino l’opposizione originaria non è anzitutto la relazione tra due “cose”, l’essere e il nulla. È l’opposizione universale del positivo e del negativo. L’opposizione dell’essere e del nulla ne è una individuazione eminente, non il tutto dell’originario. In Essenza del nichilismo Severino chiarisce appunto che l’opposizione originaria è “sia opposizione di contraddizione, sia opposizione di diversità”: ogni positivo è opposto a tutto ciò che non è quel positivo, cioè tanto al nulla quanto a ogni altro positivo. Il tuo punto A dice: essere e nulla hanno almeno in comune il loro essere assolutamente opposti. Ma questo vale soltanto se il nulla è già assunto come un termine positivo, dotato di una proprietà: “essere opposto”. In tal caso, però, non stiamo più parlando del nulla, ma del positivo significare del nulla. Il nulla, in quanto pensato, “indossa la veste del positivo”; e proprio questa è l’aporia del nulla che Severino non nasconde, ma tematizza. Il nulla deve essere pensato per poter essere escluso dall’essere; ma, pensato, appare come significato, cioè come positività semantica. La soluzione non consiste nel dire che il nulla, come puro nulla, diventa un essente.. Il primo è un essente; il secondo non è. Quando si dice “nulla”, c’è certamente un positivo significare; ma ciò che esso significa è l’assoluta negazione dell’essente. Se si confondono questi due lati, nasce l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua accusa di “comunanza” colpisce il significato positivo del nulla, non il nulla in quanto nulla. Perciò non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”. L’essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Quanto qui espresso da EDS era però già stato previsto e analizzato al punto (C) del mio post, ma procediamo per gradi.

Secondo EDS la soluzione dell’aporia <<Consiste nel distinguere il significato positivo “nulla” dal nulla significato>>, ebbene, anche in questo modo abbiamo pur sempre una DISTINZIONE tra <<il significato positivo “nulla”>> ed il <<nulla significato>>.

Ed è appunto quanto avevo già considerato fatto nel paragrafo (C) del post 194.

Ma ecco: è PROPRIO QUESTA DISTINZIONE, che distingue due significati INFINITAMENTE OPPOSTI, a far del <<nulla significato>> un significato che NON riesce a significare l’INFINITAMENTE opposto dal <<significato positivo “nulla”>>, appunto perché il <<nulla significato>>, DISTINTO dal suo <<significato positivo “nulla”>> (che poi quest’ultimo, in quanto positivo, varrebbe come l’esplicitazione dell’altro significato), possiede IN COMUNE col <<significato positivo “nulla”>> il proprio STARE IN RELAZIONE di opposizione, ché, se così non fosse, il <<significato positivo “nulla”>> NON sarebbe distinto dal (né quindi in relazione con il) <<nulla significato>>, cosicché il <<significato positivo “nulla”>> sarebbe SOLO, cioè privo del <<nulla significato>>.

Per cui, stando così relazionati, mi pare ineludibile che essere e nulla abbiano _ entrambi _ IN COMUNE il loro essere assolutamente opposti.

Ripeto, se ambedue NON fossero reciprocamente uno l’INFINITAMENTE opposto dell’altro, allora il <<nulla significato>> NON significherebbe l’infinitamente opposto all’essere, e quindi SOLO L’ESSERE significherebbe l’assolutamente opposto del nulla; però, se fosse SOLTANTO l’essere ad opporsi infinitamente al nulla, allora l’essere si opporrebbe ad un significato _ il <<nulla significato>> _ che, invece, NON SI OPPORREBBE affatto all’essere!

2)- EDS osserva inoltre che <<Se si confondono questi due lati, nasce l’aporia che tu giustamente richiami; ma se li si distingue, la tua accusa di “comunanza” colpisce il significato positivo del nulla, non il nulla in quanto nulla>>.

Ma, ribadirei, È PROPRIO DISTINGUENDOLI che tale comunanzaNON può colpire <<il significato positivo del nulla>>, perché se colpisse unicamente esso, la comunanza accomunerebbe <<il significato positivo del nulla>> A SÉ STESSO.

E quindi la DISTINZIONE avverrebbe tra <<il significato positivo del nulla>> e sé stesso: sarebbe perciò una NON-DISTINZIONE….

Invece, <<il significato positivo del nulla>>, essendo DISTINTO dal <<nulla in quanto nulla>>, impone che ANCHE quest’ultimo abbia IN COMUNE con il primo il suo essere assolutamente opposto, negando però, ed al contempo, di essere assolutamente opposto proprio in virtù di detta comunanza la quale, perciò, ACCORCIA ab origine l’infinita distanza semantico/ontologica che invece avrebbe dovuto connotare reciprocamente entrambi i termini…

3)- Dunque prosegue EDS:

<<Perciò non segue che l’opposizione infinita venga “accorciata”. L’essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione. È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Capisco, ma, se così, cioè se l’<<essere e il nulla non hanno in comune l’essere opposti, perché il nulla non è un soggetto che possieda la proprietà dell’opposizione>>, allora, come già accennato poc’anzi, SOLO L’ESSERE significherebbe l’assolutamente opposto al nulla, cosicché l’essere si opporrebbe ad un significato _ il <<nulla significato>> _ il quale, però, NON SI OPPORREBBE affatto all’essere, appunto perché il <<nulla significato>> non possiederebbe <<la proprietà dell’opposizione>>.

Ma, se non la possiede, il <<nulla significato>> NON potrà neppure stare in relazione con, distinguersi dal (peraltro SUO) <<significato positivo “nulla”>>, giacché se il <<nulla significato>> non possiede ALCUNA proprietà, allora va da sé che NON possiederà NEPPURE le proprietà di stare in relazione col suo positivo significare né di distinguersi da esso.

4)- E precisa ulteriormente EDS:

<<È il pensiero, ossia il positivo significare, che pone il nulla come ciò che non è. Ma il nulla posto non è un altro essente accanto all’essere>>.

Ma appunto, se il pensiero/il positivo significare <<pone il nulla come ciò che non è>>, pone altresì il <<nulla significato>> come l’OPPOSTO da sé, sì che in tale e per tale opposizione, il <<nulla significato>> abbia IN COMUNE con il suo positivo significare, di significare OPPOSTAMENTE a come lo stesso positivo significare significa OPPOSTAMENTE al <<nulla significato>>.

5)- Prosegue EDS:

<<Qui si decide anche il punto B: “essere e nulla hanno in comune il non avere nulla in comune”. Anche questa formulazione attribuisce al nulla un predicato. Ma il predicato appartiene al discorso che significa il nulla, non al nulla significato. Dire che il nulla non ha nulla in comune con l’essere non significa scoprire una proprietà comune dell’essere e del nulla; significa dire che, se il nulla fosse in qualche modo comune all’essere, non sarebbe nulla>>.

Non vorrei ripetermi, ma se <<il predicato>> NON appartiene <<al nulla significato>>, e quindi se sostener <<che il nulla non ha nulla in comune con l’essere non significa scoprire una proprietà comune dell’essere e del nulla; significa dire che, se il nulla fosse in qualche modo comune all’essere, non sarebbe nulla>>, allora il <<nulla significato>> NON si oppone all’essere, giacché, affinché essi siano due significati opposti, cioè affinché essi NON abbiano assolutamente nulla IN COMUNE, è necessario che il <<nulla significato>> sia DISTINTO infinitamente dal significato essere e, siccome è così DISTINTAMENTE significante, allora segue altrettanto necessariamente che il <<nulla significato>> abbia IN COMUNE con l’essere di esser un significato OPPOSTO all’essere, così come l’essere ha _ non può non avere _ IN COMUNE col nulla di essere un significato OPPOSTO al nulla.

Altrimenti, cioè senza tale comunanza, SOLTANTO l’essere si opporrebbe al nulla, sì che il nulla NON si opporrebbe all’essere…

6)- EDS:

<<La tua critica, dunque, rischia di cadere nella stessa struttura che vuole denunciare: essa mostra che, se il nulla è trattato come un termine, allora esso è già positività. Ma questo è esattamente ciò che il discorso severiniano riconosce. La contraddizione non è nel destino dell’essente; è nel pensiero che, non distinguendo il significato positivo del nulla dal nulla significato, pretende poi di concludere che il nulla sia qualcosa>>.

La critica mostra che il <<nulla significato>> <<è già positività>> perché CONDIVIDE con l’essere il suo (del <<nulla significato>>) esser l’assolutamente opposto all’essere.

Ossia il <<nulla significato>> è IDENTICO ALL’ESSERE almeno nel punto in cui entrambi sono uno l’opposto dell’altro, reciprocamente.

Questa reciproca IDENTITÀ, ripeterei, toglie la pretesa (solo astratta) che il <<nulla significato>> sia l’infinitamente opposto all’essere, appunto perché tale IDENTITÀ li ACCOMUNA e, ACCOMUNANDOLI, ne riduce l’infinita alterità facendo sì che, perciò, il <<nulla significato>> sia un ENTE tra altri enti, sebbene connotato di segno negativo.

Inoltre, se il nulla NON fosse <<trattato come un termine>>, non sarebbe possibile DISTINGUERE i due semantemi (come invece EDS riconosce che essi debbano venir DISTINTI), e così NON avremmo neppure il significato concreto <<NULLA>> quale sintesi dei DUE momenti o termini opposti, ciascuno significante incontraddittoriamente ciò che significa…

Personalmente, perciò, direi l’opposto, ossia è proprio <<distinguendo il significato positivo del nulla dal nulla significato>> che il <<nulla significato>> mostra la sua COMUNANZA con il <<significato positivo del nulla>>, inficiandone perciò l’assoluta distanza semantico/ontologica…

7)- EDS:

<<Quanto al punto D, dici che anche il puro nulla “significa incontraddittoriamente come puro nulla”. Ma il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è un “da parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un essente, e vi è il nulla significato, che non è. L’identità con sé compete al significato positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione dell’essere. Per questo l’eternità dell’essente non viene inficiata. Essa non dipende da una relazione finita tra essere e nulla, ma dall’impossibilità che l’essente sia nulla. “Ogni essente, in ogni sua forma, è ed è impossibile che non sia. Ogni essente è eterno”: questo è il destino dell’essente. Dire che l’essente diviene nulla significa dire che il non-niente è niente; ed è appunto questa la follia essenziale del divenire occidentale>>.

Il punto è che se <<il puro nulla non significa “da parte sua”. Non vi è un “da parte sua” del nulla. Vi è il positivo significare del nulla, che è un essente, e vi è il nulla significato, che non è>>, allora <<il positivo significare del nulla>> NON ha alcun referente da significare, cioè NON ha nessun riferimento nei confronti del quale fungere appunto da SUO (del <<il puro nulla>>) positivo significare, e quindi NON può costituirsi neppure il significato concreto <<NULLA>> (quale sintesi dei due opposti momenti semantici già incontrati).

Infatti, tale positivo significare è <<il positivo significare del nulla>> cioè del <<puro nulla>>.

Se dunque questo <<puro nulla>> non significasse IN SÉ e di PER SÉ, già da parte sua, AUTONOMAMENTE rispetto al suo positivo significare, allora quest’ultimo NON sarebbe affatto un positivo significare, perché gli mancherebbe il termine nei confronti del quale porsi come positivo significare.

Avendo Severino precisato come anche il <<puro nulla>> sia IN SÉ incontraddittoriamente significante come <<puro nulla>>, ciò vuol dire che il <<puro nulla>> significa innegabilmente nonché IDENTICAMENTE A SÉ, cioè come <<puro nulla>> e non come puro non-nulla.

Pertanto, anche il <<puro nulla>> SOTTOSTÀ all’IDENTITÀ-CON-SÉ valevole per qualsiasi altro ente, altrimenti NON significherebbe <<puro nulla>> ma altro…

Dunque, ad EDS, ove osserva che << L’identità con sé compete al significato positivo; non compete al nulla come se il nulla fosse una regione dell’essere>>, va replicato che, se fosse come sostiene lei, cioè se il suo significare negativamente non spettasse al <<puro nulla>> IN QUANTO TALE (cioè PER SÉ anziché PER ALTRO ovvero per il suo positivo significare), allora _ contra Severino _ il significato del <<puro nulla>> NON significherebbe  incontraddittoriamente <<puro nulla>>, e quindi il referente del positivo significare avrebbe tutt’altro significato, anziché quel preciso, incontraddittorio significato di cui stiamo parlando…

 

Roberto Fiaschi

--------------------

giovedì 14 maggio 2026

194)- OLTREPASSARE BACCHIN/STELLA E SEVERINO

Due Scuole filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono accomunate da due forme di opposizione/differenza:

1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la negazione assoluta di tale totalità);

2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).

La CRITICA consisterà nel seguente rilevamento:

1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL CONTEMPO ESSA NON C’È;

e viene così inficiata l’eternità dell’essente.

2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL CONTEMPO ESSA C’È;

perciò, qui, a venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.

Comincio da Emanuele Severino.

L’opposizione concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche: opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA, INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).

Sì che, in ragione di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente identico a se stesso.

In ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.

Notare che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia, etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.

Questa opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare criticamente.

La negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:

[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO _ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.

[I]b: quindi, la negazione del DETERMINATO è negazione di sé.

[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria

[II]b: pertanto, la negazione dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.

Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a, che poi è l’opposizione originaria.

È bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:

<<Se il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura originaria; Adelphi, pag. 211).

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- come visto, per Severino l’essere differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.

Infatti, già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che li ACCOMUNA. Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

B)- Proseguendo, l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che qualcosa li accomuni.

Ossia, se essi NON hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN COMUNE, IDENTICAMENTE.   

Nuovamente, cACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

C)- La (presunta) soluzione severiniana all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>, tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che dà luogo alle varie aporie.

Ma, anche qui, quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del <<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…

D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno è identico a sé.

Cosicché, ANCHE il puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così, alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser identico a sé.

Dunque, anche questa identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o dal suo positivamente significare!

E)- Da tutto questo consegue che se il nulla inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà, giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI, sì da NON poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa INCONTRADDITTORIETÀ…

***

Adesso passiamo all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta granché dall’opposizione severiniana appena vista.

Riporto alcune parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:

<<L’ORDINE DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.

AS così esordisce nel suo scritto: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.

AS introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è l’ordine della relazione>>.

Continua perciò il discorso di AS:

<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione» corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e cioè sono Due>>. […] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create l’unità è il loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione, non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>>.

Anziché sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è tratteggiato nella teoresi di AS.

Come visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>> (maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):

(1)- <<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>, perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;

(2)- <<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.

Ebbene, a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità>> _, consistente nel <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!  

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- Se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé, NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice trasceso.

Se, invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno ‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>> di ciò che è da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse almeno tale <<ciò>>, NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi, perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.

B)- Inoltre, se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il mondo) possa apparire (posto che il NULLA non appaia mai)…

C)- Vi è poi da chiedere: la distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile o soltanto inevitabile?

Se è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;

se invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2) fosse evitabile, vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe nuovamente DIFFERENZIATO.

Se invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità, non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò, ha IN COMUNE con la prospettiva (1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza (ed al contempo STABILENDOLA) tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente), cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra…

D)- Similmente alla su esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un miraggio da additare come tale.

Quindi, ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno dell’Uno-indifferenziato.

E)- Questo, ci porta alla (presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1); se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto evitar di RELAZIONARSI con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra (1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1) rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.

Orbene, <<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro, ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>…  

F)- Paradossalmente, dunque, per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno, l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da sempre toglientesi, inesistente, NULLA.

G)- Comunque, poiché _ secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora SOLO L’ASSOLUTO È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra) prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da sempre ERRONEA/ILLUSORIA.

H)- Ancora; se, come afferma AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA (dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...

Per cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci <<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a NEGARE la sua unità-indifferenziata?

Eppure, AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [ = <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;

ma è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>, pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA (dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso, sarebbe già DIFFERENZA…

Per cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione dovrebbe invece venir confermato…

Deriva l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _, non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court, cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò nonostante la possibilità di porsi in (1).

In ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel proprio seno…

OLTREPASSARE Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno, sebbene in modo totalmente OPPOSTO.

La direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di alcuni studiosi quali:

Massimo Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle, Massimiliano Marianelli, Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…, rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:

Dizionario Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.

 

Roberto Fiaschi

--------------------

giovedì 22 maggio 2025

180)- LA DISTINZIONE (IN QUANTO TALE) È SOLO «PRESUPPOSTA»?

 

- O le differenze manifestate dal/nel mondo sono l’apparenza illusoria alle quali sottostà un assoluto MONISMO indifferenziato (concezione di Parmenide, a sx nella foto),

- oppure le differenze manifestate dal/nel mondo rinviano a (o sono espressione di) Dio che, in sé, MAI è privo di DISTINZIONI (concezione cristiana).

Il sostenitore della prima concezione, il filosofo Marco Cavaioni, ha scritto:

<<Bene, allora mi dirai dove si trova la fondazione (dimostrazione) incontrovertibile che i MOLTI "sono", ossia che l'essere è DISTINTO (anziché indistinto). Ovviamente, l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>> (maiuscoli miei: RF) giacché, per lui, l’essere della DISTINZIONE (cioè la DISTINZIONE in quanto tale) è soltanto un presupposto, quindi è una non-verità cioè una ‘verità’ solo presupposta perciò soltanto creduta tale, insomma: essa sarebbe <<un "essere" solo preteso>> per cui _ sempre secondo Marco Cavaioni _, la distinzione-che-appare va dimostrata ricorrendo ad ALTRO rispetto all’<<immediatezza fenomenologica>>: si deve ricorrere al solo logos.

Tuttavia, cosa succede non appena tentiamo di avvalerci del solo logos al fine di dimostrare l’essere della distinzione?

Innanzitutto, poiché per Marco Cavaioni <<l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>>, allora accade che egli abbia GIÀ DISTINTO tale immediatezza dal logos PRIMA ancora che esso dimostri l’essere della distinzione, cosicché chiedere la suddetta dimostrazione è come chiedere la dimostrazione che il logos sia distinto dall’<<immediatezza fenomenologica>>!

Avendola già distinta, egli dovrà ritenere REALE tale distinzione, anziché una semplice presupposizione, altrimenti sarebbe una semplice presupposizione anche la sua convinzione secondo la quale <<l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>>!

Ciò perché la distinzione che si doveva dimostrare, presiede e dirige ‘a monte’ la stessa dimostrazione dell’essere della distinzione, REINTRODUCENDO (riconfermando come INNEGABILE) quella distinzione che Marco Cavaioni chiedeva di dimostrare unicamente mediante il logos!

Egli osserva, però, che tutto ciò non dimostra la non-presuppositività della distinzione, bensì che quest’ultima viene soltanto RESTITUITA come presupposizione iniziale e quindi come non-verità.

Ma, se fosse così, allora, come detto poc’anzi, verrebbe altresì RESTITUITO il carattere di presupposto/non-verità della sua stessa negazione che l’immediatezza fenomenologica possa valere <<come dimostrazione>> nonché della distinzione tra logos ed immediatezza fenomenologica!

Per cui il suo invito a dimostrare che la distinzione non sia una mera parvenza, si è rivelato essere un invito AUTO-CONTRADDITTORIO…  

 

Roberto Fiaschi

--------------------