Riporto buona parte del video di “Antimaterialista”, ossia
Angelo Santini ( = AS), reperibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=Lni2euq9gXk ed intitolato:
<<Riusciranno I nemici del Destino a capire questa
risposta geniale?>>
Comincio dal minuto 3:04 (ometto le parti irrilevanti ai fini
della tematica trattata).
Afferma AS:
<<Concentriamoci
invece su una proposta mia di lettura che però richiede un'attenzione massima.
Non è detto che i nemici del destino riescano a seguire in modo attento quello
che ho da dire, perché richiede veramente capacità notevoli che non tutti
hanno. E questo lo dico senza voler offendere in alcun modo nessuno. Sto
dicendo che per capire quello che sto per affermare è richiesto un livello di
astrazione, di preparazione su Severino e di attenzione notevole ben oltre la
norma. Una volta quindi definito questo, tra l'altro, parentesi, io non è che
mi vanti di avere questo intelletto superiore rispetto alla media, io lo sto mostrando
in filosofia. […] Allora, cercate di veramente impegnarvi sperando che
riusciate a ad attivare la massima attenzione possibile. Cercate di apprezzare
quel quello che sto per dire perché è qualcosa che è inaudito, non lo avete,
secondo me, mai neanche contemplato. Allora, come rappresentarsi
concettualmente un tempo che si dispiega processualmente, ma tutto già
compiuto, cioè com'è possibile concepire e rappresentarsi il prima e il dopo il
passaggio dal T1 a T2, da T2 a T3, da T3 a T4, ma tutto insieme sembra impossibile,
sembra, di primo impatto; sembra impossibile perché, per farlo, uno dovrebbe
riuscire a rappresentarsi che quando avviene il passaggio da T2 a T3, quello da
T1 a T2 non appare più e che è apparso in precedenza. E come fare, se per
pensare a tutta la concatenazione, a tutta la sequenza temporale, occorre
pensare anche alle porzioni precedenti temporalmente apparse e a quelle
successive rispetto a quella attuale? Come si fa? E adesso vi chiedo la massima
attenzione perché c'è un modo incredibile, geniale a cui ho pensato per
rappresentarsi questo schema e non mi si può dire che non è geniale se… Certo,
è richiesta la capacità elevatissima di astrarre al massimo senza perdersi
nell'astrazione e seguire questo ragionamento. Allora, che cos'è per Severino
il tempo? È la l'ordine dei sopraggiungenti. Che cosa sono i sopraggiungenti?
Sono le configurazioni della Terra, cioè le totalità F-immediate che si manifestano.
Banalmente, per semplificare, sono quelli che vengono chiamati momenti, istanti
temporali della realtà: T1, T2, T3. Per Severino tutti gli aspetti della realtà
sono essenti e quindi devono essere eterni. Quindi anche l'apparire di queste
configurazioni è un essente, anche l'apparire di questo apparire è essente,
anche l'apparire dell'apparire dell'apparire di questi essenti è un essente.
Abbiamo la triplicità dell'apparire, ma questo è un dettaglio adesso secondario,
lo dico giusto per informazione. Cioè, quando appare una cosiddetta penna, non
è che non è manifesta solo la penna come ente empirico, ma è manifesto anche quell'aspetto
che è il suo apparire stesso. E questo apparire della penna è qualcosa che a
sua volta appare e anche questo apparire è qualcosa che è manifesto. Poi,
siccome questa struttura è chiusa e sono queste tre forme di apparire momenti
astratti di un'unica struttura complessa, non si crea il regresso all'infinito.
L'apparire, tra l'altro, non è l'apparire a un soggetto, a un individuo. Ciò a
cui appare questa serie di configurazioni è il cerchio finito del destino, cioè
il luogo trascendentale dell'apparire. Per semplificare, immaginiamo questo cerchio
come uno schermo nel quale appaiono le immagini. Sto super-semplificando e per
farlo non posso essere anche preciso, quindi, inevitabilmente qualche
imprecisione, qualche scorrettezza in questa rappresentazione vi è, però
prendiamola per buona. Ora torniamo nell'ordine dei sopraggiungenti. Abbiamo
detto: questo ordine è la temporalità per Severino, e costituisce questa catena
di sopraggiungenti: l'iposintassi. Ora, in questa iposintassi non ci sono solo
T1, T2 e T3, ci sono anche gli eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è
il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3,
il passaggio eterno da T3 T4 e così via. Poi consideriamo che ogni
configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante apparire, che non è
un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è che inizia ad
apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito. Dunque, l'ordine,
come si può giustificare già a partire dallo sguardo infinito dell'apparire
infinito che include già tutta l'iposintassi costituita e quindi tutta la sua
articolazione interna? Semplice. Immaginiamo ogni passaggio da una
configurazione all'altra come una porzione dell'iposintassi. Chiamiamo A la
prima porzione dal passaggio da T1 a T2; chiamiamo B il secondo passaggio da T2
a T3; chiamiamo C il passaggio da T3 a T4 e così via. Ora, come appare
l'ordine? Come si fa a dare un ordine già in origine? Perché A, B e C non sono
disposti in modo piatto sullo stesso piano, ma in un certo rapporto, ovvero B
che appare come passaggio che occulta quello precedente A come oltrepassato,
mentre invece risulta oltrepassato a sua volta B da C. Quindi vi è una successione
in cui i rapporti non sono simmetrici perché c'è sempre un passaggio che prevale
sugli altri, che copre i precedenti ed è coperto dai successivi. Ed è questo
che già dalla prospettiva dell'apparire infinito fa apparire tutta la
processualità dinamica come appare a noi. Anzi,
più di come appare a noi, perché in realtà la vera processualità non è quella
che appare a noi. Quella che appare a noi è limitata, è parziale, perché la nostra
processualità appare un tratto alla volta, appunto, appare solo prima A, poi B,
poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C appaiono già tutti e
ovviamente loro sono concatenati, perché non c'è una separazione, c'è solo una
differenza formale tra queste porzioni, non c'è una separazione, un distacco. Ricordiamo,
peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione. Ora, immaginiamo,
per rendere più concreto quello che sto dicendo, immaginiamo che in A, in B e C
si mostri una scena di una persona che cammina. Nella scena a una persona fa un
certo passo, poggia il piede su un gradino. Nella scena B disappare, appare il passaggio
dall'aver poggiato il piede su un gradino all'aver poggiato l'altro piede sul
gradino successivo, come normalmente accade camminando. Allora, sto semplificando
perché è chiaro che anche in quella sequenza potrebbero esservi più passaggi,
però facciamo finta che la persona che cammina sia velocissima e quindi faccia
in tre passaggi, faccia due gradini almeno o più. Nel terzo passaggio C, alterna
di nuovo il piede e quindi appare il passaggio dal dell'alternanza tra un piede
e l'altro e il poggiare il piede sul gradino successivo.
Ora, cercate
di immaginare A, B e C in una visualizzazione disposti su uno stesso piano.
Iniziamo a ragionare su uno stesso piano che è più facile. Immaginate la
sequenza che appare eternamente del passaggio da T1 a T2 in A, l'eterno passaggio
da T2 a T3 in B, l'eterno passaggio da T3 a T4 in C. E immaginate che questa
sequenza è eternamente così, cioè il passaggio è sempre eterno, è sempre in
atto, in origine. Ma non solo. Adesso andiamo oltre perché questo è il primo
livello per rappresentarsi come una catena temporale di eventi possa apparire
addirittura dinamica eternisticamente. […] Il primo livello era per rendere chiara la
rappresentazione, inizialmente, quindi semplificata.
Ora, immaginiamo
che vi sono più prospettive: una finita nella quale… o anzi, più prospettive
finite che includono gli sguardi parziali su quella iposintassi e quindi anche
sul collegamento tra A, B, C, eccetera. E poi c'è una prospettiva infinita che vede
tutto da tutte le angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate
di quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente,
ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella iposintassi.
Bene, benissimo. Ora, come abbiamo detto prima, A, B e C in realtà, non è che
sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché ognuna appare come o
coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito e alle prospettive
isolate che caratterizzano il suo sguardo finito nell'iposintassi. E quindi,
grazie a questa struttura, si può rappresentare nel modo più schematico e
grafico possibile la processualità dinamica eterna, originaria e immutabile dello
scorrere temporale che per Severino è proprio l'apparire di quella struttura,
di tutti quei passaggi dei sopraggiungenti. E abbiamo detto che l'ordine
temporale eternistico originario è già dato dalla concatenazione di A, B e C,
cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per
cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B
ed A, ma coperto da D e così via. Inoltre, siccome all'interno del coscienziale
di queste porzioni è relativamente isolato da
altre porzioni coscienziali, non in assoluto, ma relativamente, nell'apparire
infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle
porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi
appare C come appare a noi. Cioè quando noi sperimentiamo di camminare su dei gradini,
passati i primi non ci stanno apparendo più quegli eventi che sono il camminare
sui primi gradini. E chiamiamo questa situazione C, no? Quando siamo arrivati
già a un certo punto della scalinata, quel contenuto coscienziale in cui appare
solo che noi stiamo passando da un gradino all'altro. Quella porzione coscienziale
è eternamente quella in cui non appare lì localizzata, quella serie di apparire
precedenti delle precedenti configurazioni, e siccome all'apparire infinito appaiono
anche gli interni coscienziali di quelle porzioni così come
appaiono a noi, l'isolamento relativo che caratterizza la nostra esperienza
processuale appare tout court completamente come appare a noi. Anzi,
appare più di quanto appaia a noi, non di meno, perché un altro abbaglio in cui
cadono anche il buon Picenni, Boccardi che hanno una comprensione migliore su
questi temi di Palma, di Pavone, di Galasso e di altri nemici del destino, dicevo,
pure cadono in questo abbaglio, sembra, cioè di presupporre che la vera processualità,
il vero dinamismo processuale sia quello finito che appare nelle nostre
attualità, no? Sbagliato. Quello che appare a noi è una
diacronia,
processualità dinamica parziale. Nel gergo severiniano, tecnicamente sarebbe “un
astratto di un concreto”, mentre la vera diacronia sarebbe la sincronia eterna
in cui appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione
di quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente. Ora, io spero
che riusciate a impegnarvi, voi che continuate a errare su questa filosofia per
riuscire a capire come si possa rappresentare adeguatamente quella struttura
senza che ci siano le contraddizioni che voi affermate, che poi sono tutte una riproposizione
della contraddizione C, come se fosse una contraddizione vera. Allora, quando
io dico che ho raggiunto livelli eccelsi, direi geniali di rappresentazione e
di semplificazione/esposizione di questi concetti, mi riferisco a quello che ho
appena spiegato. Eh, c'è poco da dire>>.
***
Ahimè, siamo sempre 'punto e a capo'.
Ma vediamolo in dettaglio.
Dunque,
AS afferma che <<la nostra processualità>>, cioè qui,
nell’apparire finito, <<appare un tratto alla volta, appunto, appare
solo prima A, poi B, poi C. Invece, dalla prospettiva infinita A, B e C
appaiono già tutti e ovviamente loro sono concatenati […]. Ricordiamo,
peraltro, la catena è già compiuta, questa concatenazione>>.
In
questo brano AS delinea giustamente DUE modalità DIFFERENTI del divenire di A, B e C:
1)-
una modalità finita-diacronica (ove <<appare un tratto alla volta: prima A, poi B, poi C>>);
2)-
l’altra infinita-sincronica (ove <<A, B e C appaiono già tutti e ovviamente loro sono
concatenati).
Quest’ultima,
perciò, è la <<prospettiva infinita che vede tutto da tutte le
angolazioni, quindi vede non solo tutte le porzioni isolate di
quell'iposintassi e quindi tutti i collegamenti tra A, B e C contemporaneamente,
ma vede anche da tutte le angolazioni inedite quella prospettiva, quella
iposintassi>>.
Precisa
AS che nell’apparire finito
<<A,
B e C in realtà, non è che sono tutte sullo stesso piano come porzioni, perché
ognuna appare come o coprente o coperta dalle altre rispetto al cerchio finito
e alle prospettive isolate che caratterizzano il suo sguardo finito
nell'iposintassi. E quindi, grazie a questa struttura, si può rappresentare nel
modo più schematico e grafico possibile la processualità dinamica eterna,
originaria e immutabile dello scorrere temporale
che
per Severino è proprio l'apparire di quella struttura, di tutti quei passaggi
dei sopraggiungenti>>.
INVECE
(giacché, ricordiamolo, le due modalità processuali DIFFERISCONO l’una
dall’altra), l’<<ordine temporale eternistico originario [ =
l’apparire infinito-sincronico] è già dato dalla concatenazione di A, B e C,
cioè non sono sullo stesso piano perché B appare in un rapporto tale con A, per
cui B appare coprente A e appare coperto da C e C a sua volta appare coprente B
ed A, ma coperto da D e così via>>. (Parentesi quadra mia: RF).
Prosegue
AS sostenendo che
<<nell'apparire
infinito appare eternamente ANCHE il relativo isolamento di tutte quelle
porzioni coscienziali, cioè appare che in C non appare concretamente B e quindi
appare C come appare a noi>> (maiuscolo mio); per cui a noi C
<<appare coprente>> B e B non appare più poiché oramai appare
<<coperto da C>>.
Quindi,
secondo AS, ANCHE nell’apparire infinito-sincronico appaiono il <<coprente>>
ed il <<coperto>> ossia quegli essenti grazie ai quali, nell’apparire
finito, percepiremmo il FLUIRE, il DIVENIRE cosiddetto “nichilistico” (perché
interpreteremmo erroneamente il <<coprente>> ed il <<coperto>>
come, rispettivamente, il provenuto dal nulla e l’ormai annullato).
Ma,
se fosse così, allora l’apparire infinito-sincronico in che cosa si DIFFERENZIEREBBE dall’apparire
finito diacronico-isolato?
Anch’esso,
infatti, esperirebbe L’IDENTICA forma di divenire NEL MODO PRECISO in cui la esperiamo
noi qui nel finito.
In
tal caso, l’apparire infinito NON sarebbe ciò ove nulla comincia mai ad apparire e a
scomparire dal suo orizzonte, come invece succede nel finito.
Ciò,
appunto perché, per AS, nell’apparire infinito-sincronico appaiono altresì il <<coprente>>
ed il <<coperto>>, come egli stesso ha chiaramente precisato:
<<nell'apparire
infinito appare eternamente anche il relativo isolamento di tutte quelle porzioni coscienziali>>,
ed
anche:
<<l'isolamento relativo che
caratterizza la nostra esperienza processuale appare [nell’apparire
infinito] tout court completamente come appare a noi>>.
Epperò,
se nell’apparire infinito-sincronico il <<coprente>> ed il <<coperto>>
appaiono ESATTAMENTE come appaiono a noi nel finito, ALLORA l’apparire infinito
NON è infinito bensì FINITO, appunto perché in esso il <<coprente>>
ed il <<coperto>> appaiono NEL MODO ESATTO (cioè
ISOLATAMENTE e FINITAMENTE) in cui appaiono a noi.
Ovvero,
l’apparire infinito NON
È quell’orizzonte ove un qualcosa possa apparire come <<coperto>>,
perché ciò che qui, nell’apparire finito-isolato, è <<coperto>>,
lo è in forza del fatto che NON APPARE più ciò che è stato COPERTO e non appare
ancora ciò che lo COPRIRÀ).
Invece,
nell’apparire infinito, ANCHE ciò che è stato COPERTO è in realtà da sempre S-COPERTO ossia da sempre appare, altrimenti
sarebbe IDENTICO
al COPERTO vigente nell’apparire finito!
Quindi,
la presenza del <<coprente>> e del <<coperto>>,
nell’apparire infinito, lo rendono ISOLATO, proprio perché ANCH’esso esperisce
l’<<isolamento
di tutte quelle porzioni coscienziali>> nel modo esatto in cui le
esperiamo noi, e noi le esperiamo IN MODO ISOLATO; quindi ANCHE l’apparire
infinito, almeno per quanto concerne il suo esperire il divenire
isolato, è a sua volta ISOLATO da ciò che il <<coprente>> preclude
all’apparire infinito di esperire/vedere ( = il <<coperto>>).
Inoltre,
se davvero l’apparire infinito esperisse la diacronìa isolata del finito esattamente
e <<completamente
come appare a noi>> avremmo, nell’apparire
infinito, l’eternizzazione di ciò che nel <<gergo severiniano,
tecnicamente sarebbe “un astratto di un concreto”>> il quale, perciò
NULLA avrebbe a che vedere con <<la
vera diacronia>>, che <<sarebbe la sincronia eterna in cui
appare tutta la diacronia completa, concreta, in cui tutta la concatenazione di
quei passaggi e dei contenuti iposintattici si dà eternamente>>.
Già,
perché l’astratto di un concreto NON DIVENTA,
nell’apparire infinito, concreto o <<vera diacronia>>, per
cui questa è ALTRA COSA rispetto all’<<astratto>> cui
sarebbe la diacronìa del finito isolato.
Sì
che, nell’infinito, l’astrattezza, in quanto eterna, resterebbe perennemente astratta
e quindi contraddittoriamente
IRRELATA ed al contempo RELATA alla totalità del concreto.
- IRRELATA,
perché l’astrattezza non può diventare altro da sé e quindi resta eternamente astrattezza;
- RELATA,
perché tale astrattezza è pur sempre RELATA alla totalità di cui fa parte,
ossia a ciò grazie alla quale totalità, essa può dirsi IRRELATA o astratta.
Abbiamo
perciò DUE diacronie, entrambe eterne ma come due binari paralleli:
- una,
quella che <<sarebbe “un astratto di un concreto”>>;
- l’altra,
<<la vera diacronia>> da sempre dispiegata nella sincronìa
dell’infinito apparire.
Pertanto
quest’ultima NON può considerarsi LA STESSA
diacronìa vigente nel finito-isolato, giacché <<la vera diacronia>>,
grazie al suo innegabile DIFFERIRE,
non si dispone quale ‘matrice’ o <<vera diacronia>> dalla
quale scaturirebbe la diacronìa isolata, bensì costituisce UN’ALTRA struttura parallela a quella
dell’apparire finito-isolato.
Lo
riconosce lo stesso AS quando osserva:
<<in
realtà la vera
processualità non è quella che appare
a noi>>.
Il
che vuol dire che egli RICONOSCE ed AMMETTE DUE forme di processualità:
-
una vera,
-
ed una falsa.
È pertanto
ovvio che quest’ultima NON possa essere l’apparire della forma finita-isolata DELLA <<vera processualità>>,
perché ciò comporterebbe, nuovamente, la presenza di un elemento DIFFERENZIANTE
che perciò NON può essere presente nell’apparire infinito e quindi nella <<vera processualità>>!
No;
la <<vera
processualità>> dà luogo SOLTANTO a se stessa e la falsa
processualità dà luogo SOLTANTO a se stessa, senza che questa possa rinvenir la
propria <<vera
processualità>> nell’apparire infinito, perché esse restano ALTRE l’una
rispetto all’altra.
Consideriamo
quest’altra tesi di AS:
<<Poi
consideriamo che ogni configurazione iposintattica ha il suo eterno incominciante
apparire, che non è un incominciante a apparire, è anch'esso un eterno che non è
che inizia ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>.
Certo,
per questo sussiste la DIFFERENZA
da me più volte ricordata.
Infatti,
se l’<<eterno incominciante apparire>>, nell’apparire
infinito-sincronico, NON
<<inizia
ad apparire dalla prospettiva infinita dell'apparire infinito>>,
allora NON è
neppure un <<incominciante
apparire>> perché, per esserlo, esso DEVE INIZIARE/INCOMINCIARE ad APPARIRE!
Come
infatti esso INIZIA/INCOMINCIA ad
apparire nell’apparire finito;
invece,
guarda che strano, nell’apparire infinito NO, NON INIZIA/COMINCIA ad apparire.
Dunque,
il NON-INIZIANTE/COMINCIANTE apparire dell’<<eterno incominciante
apparire>>, NON
COMINCIA MAI
ad apparire nell’apparire infinito, quindi esso NON è l’<<eterno incominciante
apparire>>!
Lo stesso dicasi ove AS si riferisce ripetutamente agli
<<eterni passaggi dall'una all'altra. Quindi c'è il passaggio eterno da T1 a T2, il passaggio eterno da T2 a T3, il passaggio eterno da T3 T4 e così via>> presenti anch'essi nell'apparire infinito-sincronico. Ebbene, in esso, tali <<passaggi>> NON passano, evidentemente, giacché vigendo la sincronicità, non vinge la diacronicità e quindi quei passaggi sono la negazione di sé in quanto, appunto, NON PASSANO. Essi hanno senso UNICAMENTE nell'apparire finito-diacronico.
Concludo qui, mi è sufficiente.
Quel
che doveva rivelarsi una <<risposta geniale>> ed <<inaudita>>,
nonostante il lodevole sforzo del buon AS, con tutto il rispetto, mi pare si
sia rivelata, nuovamente, un groviglio irto di contraddizioni che il suo autore, ormai si sa,
non intende vedere per nessuna ragione al mondo… Non importa; a me tutto ciò basta
e avanza.
Agli
eventuali lettori l’ardua sentenza…
Roberto
Fiaschi
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