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giovedì 14 maggio 2026

194)- OLTREPASSARE BACCHIN/STELLA E SEVERINO

Due Scuole filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono accomunate da due forme di opposizione/differenza:

1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la negazione assoluta di tale totalità);

2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).

La CRITICA consisterà nel seguente rilevamento:

1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL CONTEMPO ESSA NON C’È;

e viene così inficiata l’eternità dell’essente.

2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL CONTEMPO ESSA C’È;

perciò, qui, a venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.

Comincio da Emanuele Severino.

L’opposizione concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche: opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA, INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).

Sì che, in ragione di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente identico a se stesso.

In ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.

Notare che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia, etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.

Questa opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare criticamente.

La negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:

[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO _ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.

[I]b: quindi, la negazione del DETERMINATO è negazione di sé.

[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria

[II]b: pertanto, la negazione dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.

Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a, che poi è l’opposizione originaria.

È bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:

<<Se il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura originaria; Adelphi, pag. 211).

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- come visto, per Severino l’essere differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.

Infatti, già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che li ACCOMUNA. Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

B)- Proseguendo, l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che qualcosa li accomuni.

Ossia, se essi NON hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN COMUNE, IDENTICAMENTE.   

Nuovamente, cACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

C)- La (presunta) soluzione severiniana all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>, tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che dà luogo alle varie aporie.

Ma, anche qui, quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del <<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…

D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno è identico a sé.

Cosicché, ANCHE il puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così, alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser identico a sé.

Dunque, anche questa identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o dal suo positivamente significare!

E)- Da tutto questo consegue che se il nulla inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà, giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI, sì da NON poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa INCONTRADDITTORIETÀ…

***

Adesso passiamo all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta granché dall’opposizione severiniana appena vista.

Riporto alcune parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:

<<L’ORDINE DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.

AS così esordisce nel suo scritto: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.

AS introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è l’ordine della relazione>>.

Continua perciò il discorso di AS:

<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione» corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e cioè sono Due>>. […] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create l’unità è il loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione, non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>>.

Anziché sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è tratteggiato nella teoresi di AS.

Come visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>> (maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):

(1)- <<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>, perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;

(2)- <<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.

Ebbene, a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità>> _, consistente nel <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!  

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- Se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé, NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice trasceso.

Se, invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno ‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>> di ciò che è da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse almeno tale <<ciò>>, NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi, perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.

B)- Inoltre, se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il mondo) possa apparire (posto che il NULLA non appaia mai)…

C)- Vi è poi da chiedere: la distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile o soltanto inevitabile?

Se è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;

se invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2) fosse evitabile, vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe nuovamente DIFFERENZIATO.

Se invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità, non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò, ha IN COMUNE con la prospettiva (1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza (ed al contempo STABILENDOLA) tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente), cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra…

D)- Similmente alla su esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un miraggio da additare come tale.

Quindi, ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno dell’Uno-indifferenziato.

E)- Questo, ci porta alla (presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1); se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto evitar di RELAZIONARSI con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra (1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1) rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.

Orbene, <<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro, ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>…  

F)- Paradossalmente, dunque, per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno, l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da sempre toglientesi, inesistente, NULLA.

G)- Comunque, poiché _ secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora SOLO L’ASSOLUTO È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra) prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da sempre ERRONEA/ILLUSORIA.

H)- Ancora; se, come afferma AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA (dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...

Per cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci <<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a NEGARE la sua unità-indifferenziata?

Eppure, AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [ = <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;

ma è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>, pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA (dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso, sarebbe già DIFFERENZA…

Per cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione dovrebbe invece venir confermato…

Deriva l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _, non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court, cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò nonostante la possibilità di porsi in (1).

In ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel proprio seno…

OLTREPASSARE Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno, sebbene in modo totalmente OPPOSTO.

La direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di alcuni studiosi quali:

Massimo Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle, Massimiliano Marianelli, Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…, rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:

Dizionario Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 29 maggio 2025

182)- L’“ASSOLUTO” PARMENIDEO-BACCHINIANO È ASSOGGETTATO AL PdNC (PUNTO).

Riprendo nuovamente il tema indicato dal titolo (vedi anche post n° 120) riportando due citazioni, la prima del prof. Aldo Stella, la seconda del suo allievo Marco Cavaioni:

(1)- <<Parmenide usa l’espressione “essere” per indicare la necessità di un fondamento che sia assoluto e, pertanto, emerga oltre ogni vincolo. L’essere, infatti, non solo costituisce la ragione del non essere del non-essere, ma, più radicalmente, del non essere della “relazione” tra essere e non-essere. [...] L’essere, proprio perché in relazione solo a sé stesso, a rigore non è in relazione affatto: se lo fosse, si dovrebbe ammettere una differenza nell’essere, perché solo così vi sarebbero i due termini che consentono di porre la relazione. Se non che, ciò che è differente dall’essere è non-essere, così che ogni differenza, sia interna all’essere sia esterna ad esso, non può non venire esclusa>>. – A. Stella, Riflessioni teoretiche, Morlacchi, 2023, p. 398.

(2)- Marco Cavaioni: <<Quanto osservato con rigorosa essenzialità da Stella è nient'altro che ciò che impone di pensare l'assolutezza dell'essere. Dicano, dunque, con onestà intellettuale i sedicenti "testimoni" della "verità dell'essere" [Severino e suoi estimatori] – per i quali l'essere è tale solo in relazione oppositiva al nulla – che il loro "essere" non è e non può essere assoluto, perché – di certo – non si può pretendere di avere un assoluto che sia tale ma, nel contempo, anche in relazione (opposizione). Dopodiché, vedremo se abbiano senso un essere ed una verità non assoluti>>.

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Giustamente, Marco Cavaioni ha sempre NEGATO che l’assoluto parmenideo, al quale egli ed il prof. Stella si riferiscono, debba assoggettarsi al principio di non-contraddizione (PdNC):

<<Sarebbe, in effetti, contraddittorio estendere all'assoluto (al vero, al fondamento) il pdnc>>.

Pertanto l’essere, come qui sopra afferma Stella sulla scia di Parmenide, deve emergere <<oltre ogni vincolo>>, ed il PdNC è precisamente IL vincolo per eccellenza da oltrepassare.

Ciò è comprensibile giacché, in tal caso, l’assoluto sarebbe non solo SUBORDINATO al nomos del PdNC (e un assoluto subordinato, non è più assoluto), ma altresì sarebbe DETERMINATO cioè, nuovamente, sarebbe non-assoluto in quanto esso, dovendo ESCLUDERE da sé ed in sé qualsivoglia DIFFERENZA/DISTINZIONE (quindi la stessa molteplicità degli enti) in conformità ai dettami del PdNC, se la ritroverebbe comunque in sé, contraddicendo perciò la propria pretesa semplicità ed indifferenziazione.

Quindi, la domanda è:

riescono i suddetti filosofi nell’intento di mantenere l’assoluto IMMUNE o SVINCOLATO (Ab-soluto = SCIOLTO-DA) dal PdNC?

Direi proprio di NO.

Qualora non vi riuscissero, la loro concezione di assoluto-indifferenziato si rivelerebbe teoreticamente insostenibile.

E sono proprio le parole di Aldo Stella e di Marco Cavaioni a PRECLUDERE la possibilità di ESCLUDERE l’assoluto parmenideo dal dominio del PdNC (e quindi della molteplicità).

Infatti, nel brano (1), Stella afferma esplicitamente l’ESCLUSIONE dall’essere di <<ogni differenza, sia interna all’essere sia esterna ad esso>>, e tale ESCLUSIONE è dettata proprio dal PdNC il quale ESCLUDE <<ogni differenza>> ( = ogni ente) dall’essere parmenideo, per la ragione secondo la quale un qualsiasi ente, differendo da ogni altro, funge da non-essere nei confronti del proprio altro (e viceversa), e questo è contraddittorio _ dice il PdNC _ per cui va ESCLUSO _ conclude sempre il PdNC _ che la differenza (e quindi il molteplice) abiti nell’essere, il quale sarà perciò un essere semplice ed indifferenziato.     

Lo stesso dicasi per il brano (2) di Marco Cavaioni ove egli, in modo ANCOR PIÙ ESPLICITO che in Stella, afferma che <<non si può pretendere di avere un assoluto che sia tale MA, NEL CONTEMPO, anche in relazione (opposizione)>> (maiuscoli tutti miei: RF), giacché <<NEL CONTEMPO>> è la riaffermazione letterale della parola ἅμα del testo aristotelico, che significa: <<nel medesimo tempo>>.

Ritradotto nel nostro caso, abbiamo:

è impossibile che ciò-che-non-è-in-relazione ( = l’assoluto) sia <<NEL CONTEMPO>> ( =  ἅμα) anche in relazione!

 

Roberto Fiaschi

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domenica 25 maggio 2025

181)- LA DISTINZIONE NELL’UNO PARMENIDEO È INNEGABILE, OPPURE È INEVITABILE?

 

La filosofia di Giovanni Romano Bacchin nonché dei suoi prosecutori Aldo Stella e Marco Cavaioni, prevede una DISTINZIONE tra il piano dell’INNEGABILE o dell’assoluto-indifferenziato, ed il piano dell’INEVITABILE o piano del relativo differenziantesi. Il piano dell’inevitabile, però, esiste soltanto dal punto di vista dell’inevitabile stesso, NON dal punto di vista dell’innegabile, per cui, in realtà, secondo i suddetti filosofi esisterebbe SOLTANTO il piano dell’innegabile/assoluto.

Come ha osservato Marco Cavaioni:

<<nell'«uno senza distinzione» […] non tanto si toglie la distinzione, ma radicalmente […] essa mai c'è stata>>.

Bene, su queste premesse, chiedo:

dal punto di vista dell’INNEGABILE, la DISTINZIONE tra il piano dell’innegabile ed il piano dell’inevitabile è una DISTINZIONE INNEGABILE oppure è INEVITABILE?

1)- se essa fosse INNEGABILE, allora anche il piano dell’inevitabile sarebbe innegabile _ appunto perché esso, in virtù della DISTINZIONE innegabile, sarebbe INNEGABILMENTE DISTINTO dal piano dell’innegabile _ e perciò sarebbe pienamente ESSERE, poiché DISTINGUENTESI innegabilmente dal piano dell’innegabile, col risultato, però, che entrambi i piani sarebbero ugualmente innegabili e quindi INDISTINGUIBILI almeno sotto l’aspetto della loro innegabilità, pur restando innegabilmente DISTINTI tanto quanto è DISTINTO l’intero dalla parte o l’assoluto dal relativo e che perciò farebbe del piano dell’assoluto un’altra parte rispetto a ciò (il piano dell’inevitabile o relativo) da cui innegabilmente il primo si DISTINGUE.

Il che segna nell’assoluto stesso un’innegabile DISTINZIONE la quale, perciò, NEGA che esso sia privo di DISTINZIONI, per cui non può essere ritenuto indifferenziato.

Insomma, un’assoluto-indifferenziato inficiato da un’APORIA dietro l’altra…

2)- Se invece la DISTINZIONE fosse soltanto INEVITABILE, ebbene, cambierebbe ben poco, se non nulla, rispetto al punto 1 cioè all’essere innegabile.

Infatti, l’inevitabile è ciò che NON si può evitare, quindi NON si può negare che l’inevitabile sia inevitabile.

Poiché non si può negare che l’inevitabile sia inevitabile, non lo si può perciò evitare in nessun modo, per cui la DISTINZIONE-inevitabile dovrà essere INNEGABILMENTE-inevitabile, altrimenti sarebbe una DISTINZIONE-evitabile.

Ma, appunto, essendo innegabilmente inevitabile, la DISTINZIONE NON può evitare di essere inevitabilmente DISTINZIONE, quindi, innegabilmente essa NON può evitare ( = negare) la propria inevitabilità giacché, se potesse evitarla/negarla, NON sarebbe L’INEVITABILE bensì l’evitabile/negabile.

Conclusione:

in entrambi i punti 1 e 2, la DISTINZIONE risulta SEMPRE INNEGABILE, e perciò l’Uno parmenideo NON può mai risultare indistinto 

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 22 maggio 2025

180)- LA DISTINZIONE (IN QUANTO TALE) È SOLO «PRESUPPOSTA»?

 

- O le differenze manifestate dal/nel mondo sono l’apparenza illusoria alle quali sottostà un assoluto MONISMO indifferenziato (concezione di Parmenide, a sx nella foto),

- oppure le differenze manifestate dal/nel mondo rinviano a (o sono espressione di) Dio che, in sé, MAI è privo di DISTINZIONI (concezione cristiana).

Il sostenitore della prima concezione, il filosofo Marco Cavaioni, ha scritto:

<<Bene, allora mi dirai dove si trova la fondazione (dimostrazione) incontrovertibile che i MOLTI "sono", ossia che l'essere è DISTINTO (anziché indistinto). Ovviamente, l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>> (maiuscoli miei: RF) giacché, per lui, l’essere della DISTINZIONE (cioè la DISTINZIONE in quanto tale) è soltanto un presupposto, quindi è una non-verità cioè una ‘verità’ solo presupposta perciò soltanto creduta tale, insomma: essa sarebbe <<un "essere" solo preteso>> per cui _ sempre secondo Marco Cavaioni _, la distinzione-che-appare va dimostrata ricorrendo ad ALTRO rispetto all’<<immediatezza fenomenologica>>: si deve ricorrere al solo logos.

Tuttavia, cosa succede non appena tentiamo di avvalerci del solo logos al fine di dimostrare l’essere della distinzione?

Innanzitutto, poiché per Marco Cavaioni <<l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>>, allora accade che egli abbia GIÀ DISTINTO tale immediatezza dal logos PRIMA ancora che esso dimostri l’essere della distinzione, cosicché chiedere la suddetta dimostrazione è come chiedere la dimostrazione che il logos sia distinto dall’<<immediatezza fenomenologica>>!

Avendola già distinta, egli dovrà ritenere REALE tale distinzione, anziché una semplice presupposizione, altrimenti sarebbe una semplice presupposizione anche la sua convinzione secondo la quale <<l'immediatezza fenomenologica non vale come dimostrazione>>!

Ciò perché la distinzione che si doveva dimostrare, presiede e dirige ‘a monte’ la stessa dimostrazione dell’essere della distinzione, REINTRODUCENDO (riconfermando come INNEGABILE) quella distinzione che Marco Cavaioni chiedeva di dimostrare unicamente mediante il logos!

Egli osserva, però, che tutto ciò non dimostra la non-presuppositività della distinzione, bensì che quest’ultima viene soltanto RESTITUITA come presupposizione iniziale e quindi come non-verità.

Ma, se fosse così, allora, come detto poc’anzi, verrebbe altresì RESTITUITO il carattere di presupposto/non-verità della sua stessa negazione che l’immediatezza fenomenologica possa valere <<come dimostrazione>> nonché della distinzione tra logos ed immediatezza fenomenologica!

Per cui il suo invito a dimostrare che la distinzione non sia una mera parvenza, si è rivelato essere un invito AUTO-CONTRADDITTORIO…  

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 19 maggio 2025

179)- «DIMOSTRAZIONE DELL'ESISTENZA DI DIO» DEI «FANTASIOSI TOMISTI»?

Premesso che diffido dalle cosiddette ‘prove’ filosofiche dell’esistenza di Dio, tuttavia mi preme riportare la critica che il filosofo Marco Cavaioni, allievo di Giovanni Romano Bacchin, rivolge alla dimostrazione tomista di Dio a partire dalla positività (o dalla posizione) del mondo:

<<ogni dimostrazione cosmologica (a posteriori) dell'esistenza di Dio – ma sarebbe più corretto dire: di Dio come esistere necessario – è una dimostrazione contraddittoria, perché muove da (poggia su) ciò che è fondato da Dio, cioè appunto muove da quel mondo (fatto, esserci) che in sé è nullo, perché il "CONDIZIONATO" (l'ORIGINATO) in sé è contraddittorio, NON HA ALCUNA SUSSISTENZA AUTONOMA.
Pertanto, l'unico senso in cui esso [il mondo] proverebbe l'esistenza di Dio è il suo [del mondo, del condizionato] TOGLIERSI – e non il suo PORSI, come asseriscono i fantasiosi tomisti – in Dio. Cioè la restituzione che solo Dio è>>. (Maiuscoli e parentesi quadre miei: RF).

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Al netto della questione se il mondo (gli enti) sia POSTO o TOLTO, in questo post interessa soltanto mostrar come la critica di Marco Cavaioni contro la <<dimostrazione cosmologica (a posteriori) dell'esistenza di Dio>> da parte dei <<fantasiosi tomisti>> gli si ritorca contro.

Infatti, ciò che ha scritto nel suo post, AUTO-CONTRADDICENDOSI, equivale a:

“il mondo ( = gli enti), che è condizionato, che non ha alcuna sussistenza autonoma e che perciò dipende ( = è originato) da Dio (o dallessere), NON può fungere da dimostrazione a posteriori dell’esistenza di Dio”!

In pratica, Marco Cavaioni NEGA la <<dimostrazione cosmologica (a posteriori) dell'esistenza di Dio>> proprio nel mentre che la RIAFFERMA!

E, a questo punto, poco o nulla importa che sia il TOGLIMENTO del mondo piuttosto che la sua POSIZIONE a costituirsi come ciò che <<proverebbe l'esistenza di Dio>>:

in entrambi i casi il risultato è il medesimo, giacché egli, contro le proprie intenzioni, ha già comunque VALIDATO ciò che ha criticato, ossia la <<dimostrazione cosmologica (a posteriori)>> nel momento stesso in cui ha fornito la ragione per la quale il mondo (posto o tolto che sia) NON può essere il “trampolino di lancio” per tale dimostrazione.


Roberto Fiaschi

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giovedì 15 maggio 2025

178)- «FASCISMO» METAFISICO

Il titolo che ho dato al presente post NON vuole affatto essere OFFENSIVO , quindi, tacciare di <<fascismo>> nessuno, men che meno Marco Cavaioni, autore del post.

Tuttavia, parresìa vuole che non me ne esima…

il post di Marco Cavaioni è intitolato:

<<25 APRILE METAFISICO>>.

Esso recita:

<<Premesso che io sarei stato senza esitazione tra i partigiani (sebbene di una inesistente brigata metafisica, tipo "Brigata Parmenide" o qualcosa del genere), e questo per una semplicissima ragione: la consapevolezza che la mia vita non è il valore ( = la verità, che rende vera anche la libertà a cui aspiro) e, quindi, non posso non essere sempre pronto a sacrificarla, facendomi "funzione" del valore. Peraltro, mettere in pratica questo atteggiamento (cioè per essere davvero liberi, per liberarsi in vista della libertà) non c'è bisogno di avere sopra la testa un regime politico illiberale. Nondimeno, ciò detto, mi sento di dover fare un paio di rilievi, nel tentativo di non fermarsi a ciò su cui non si può che essere tutti d'accordo (salvo i cretini, il cui disaccordo va benissimo), guardando, se possibile, al cuore delle questioni, domandandosi cioè quale ne sia la radice, l'essenza. Ebbene, la radice del "fascismo" a me sembra sia il dogmatismo. E dogmatico non può non essere qualsiasi sistema, chiaramente anche politico. Ogni sistema si fonda su (meglio: postula) premesse indiscusse e indiscutibili: discuterle sarebbe la sua morte, la sua dissoluzione. Il sistema, per sopravvivere, deve "uccidere" la stessa possibilità di questionarlo, di revocarne in dubbio le basi. Potere è esercizio di potere ed è tale – ed opera con efficacia – proprio perché e se non tollera opposizione, cioè critica. Discuterlo sarebbe esserne già usciti, rendendolo così impotente. Per questo l'ideale del potere è di non apparire tale: il potere è essenzialmente dissociazione tra essere (imposizione) e apparire (necessità, idealmente natura, legge fisica, evidenza: tutto ciò, insomma, che non avrebbe senso mettere in discussione). Il dogmatico è un problema in sé, indubbiamente, ed è ogni presupposto o pretesa di sottrarsi a discussione, dunque di avere ragione, dunque di farsi intero da parte che si è. Ma il vero è solo l'intero, che non ha parti. Il dogmatico è, oltre che "in sé", più tangibilmente un problema "in me" (in ciascuno di noi). Di più: sono io (ciascuno di noi), che non essendo l'intero o la verità, sono un problema, sono problematico. Ed è precisamente questo il punto: riconoscere che ciò che è problematico non può mai venire scambiato per improblematico (appunto dogmatico), assunto come vero senza che lo sia. Lo spazio, il luogo di ogni fascismo, è allora da individuarsi proprio qui: nel non-intero e nella tendenza naturale di ciò che non è l'intero (la parte) a farsi intero, a "totalizzare" tutto il resto. In conclusione: sono certamente gli uomini e gli uomini di valore a liberare (liberarsi e liberare gli altri), ma lo possono fare veramente solo in virtù del riconoscimento di non essere portatori di libertà, ma solo suoi strumenti. Con tutto quello che ciò comporta. Confido di non aver detto cose sbagliate. Il che, poi, significa non credere di aver mai completato definitivamente la "liberazione" dalle pretese di aver ragione: una ragione "posseduta" non è ragione, ma estensione di sé, prolungamento del primo fra i dogmi e fra le certezze: l'ego del soggetto>>.

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Dunque, stante il titolo del presente post, non sarà azzardato accostare il fascismo (ma poi qualsiasi totalitarismo) ad una determinata metafisica, cioè due ordini di realtà completamente diversi?

Mi riferisco all’intero ( = totalità, essere, assoluto…) della metafisica parmenidea, che Marco Cavaioni ha ben compendiato così:

<<il vero è solo l'intero, che non ha parti>>.

In esso la PARTE ( = ogni determinazione) è NULLA, INESSENTE, INESISTENTE, meramente APPARENTE/ILLUSORIA.

Perciò quale valore assegneremo a ciò che neppure ha dignità di ESSERE?

<<[...] per il fascista tutto è nello Stato e nulla di umano e spirituale esiste e tantomeno ha valore fuori dallo Stato. In tal senso il fascismo è totalitario...>>. – (Giovanni Gentile: Enciclopedia Italiana, voce "Fascismo (dottrina del)", Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1932, vol. XIV, pp. 835-840);

trasponiamo ciò alla metafisica parmenidea:

per il metafisico parmenideo tutto (ma in realtà NIENTE) è nell’intero-senza-parti (cioè senza individui) e perciò nulla di umano e di spirituale esiste e tantomeno ha valore IN (e FUORI da) esso. In tal senso l’intero metafisico parmenideo è totalitario

Ed anche:

<<il punto centrale della dottrina fascista è che "lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo">>. - (Arturo Marpicati, Benito Mussolini, Gioacchino Volpe: “Fascismo”, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932).

Traduciamolo sempre in termini metafisici:

il punto centrale della metafisica parmenidea è che l’intero-senza-parti è l’assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo; relativo, però, nell’accezione PEGGIORE:

relativo = non-essere/illusione, appunto perché, ricordiamolo ancora, <<il vero è solo l'intero, che non ha parti>>.

Pertanto, l’intero-senza-parti TOTALIZZA ontologicamente, ovvero impone-sé (si è da sempre imposto) e ha da sempre TOLTO le parti cioè gli individui che solo illusoriamente ritengono di ESSERE.

A mio parere, il luogo metafisico <<di ogni fascismo>> è da ravvisarsi NON tanto <<nel non-intero e nella tendenza naturale di ciò che non è l'intero (la parte) a farsi intero, a "totalizzare" tutto il resto>>, giacché la parte totalizza sempre parzialmente e si può sempre porvi rimedio, bensì nello stesso intero che è totalitario PER ESSENZA e che perciò NON può tollerare PER SUA NATURA in sé fuori di sé alcuna ALTERITÀ.

Altrove, Marco Cavaioni ebbe a scrivere: <<"Negare" si sa viene da "necare": uccidere. Chi crede di detenere il criterio del vero, non solo si sente legittimato ma, anzi, si sente in dovere di "negare" la negazione del vero (di quel che egli crede sia il vero), cioè di sopprimere l'errore intollerabile>>.

Siccome <<il vero>> a cui egli si riferisce consiste proprio nell’intero parmenideo, ecco che quest’ultimo ha già da sempre METAFISICAMENTE UCCISO/NEGATO ogni DISSENSO ( = ogni parte) a guisa dell’Apeiron anassimandreo che abbandona al proprio destino di nascita/morte-inessenza la parte in quanto tale, perché rea di aver osato infrangere (dissentire da) la sua pura indeterminatezza-senza-parti.

 

Roberto Fiaschi

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