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sabato 19 aprile 2025

170)- I FANATICI DEL ‘DIO’ P.d.N.C.

 

Il FANATISMO purtroppo INFETTA tutto, in primis la religione, ove esso si manifesta più esplicitamente, tanto che molti identificano _ spesso giustamente _ religione e fanatismo.

Senonché, il fanatismo può celarsi anche laddove non ci aspetteremmo di trovarlo cioè negli ambiti culturali laici ritenuti (FANATICAMENTE) immuni da esso, come la scienza, la filosofia, etc…

Ad esempio, vi è un estimatore (che chiamerò X) del filosofo Emanuele Severino che si fa promotore dell’anti-fanatismo in ambito POLITICO (giacché tutte le sue affermazioni qui riportate le ho tratte dalle sue discussioni politiche):

<<Nella mia attività contro il fanatismo […]>>;

<<[…] L’unica cosa importante è far emergere le contraddizioni perché solo così la verità può avere spazio. Il mio è antifanatismo concreto>>.

Nonostante egli rifiuti di venir considerato

<<alla stregua di altri severiniani, che hanno scambiato Severino per oracolo o altro, senza tenere conto di quanto scrivo e dico è un’offesa che rimando al mittente. Sono anni che ne scrivo e ti rimando a quanto ho scritto. Certi sedicenti severiniani sono fanatici e non meritano di parlare di Severino da quella loro posizione perché portano nocumento alla filosofia e al pensiero in generale e a quello di Severino in particolare. Persone come Dell’Albani che si fregiano di portare avanti il pensiero di Severino, con il loro fanatismo lo danneggiano>>,

è difficile non prendere atto che, nel suo anti-fanatismo, egli si ritrovi ad esser altrettanto (se non di più) FANATICO del fanatismo (o dei fanatici) che egli vorrebbe combattere, giacché attinge da esso la stessa intransigente unilateralità tipica di ciò che (o di chi) intende avversare.

In qualche modo ne è consapevole, infatti si affretta a precisare:

<<E' un errore combattere il fanatismo con un fanatismo uguale e contrario. Per combatterlo occorre che nei discorsi, negli scritti nei video si faccia prevalere sempre la ragione, la logica e la verità, contro l'irrazionale, l'illogico e il verosimile>>.

Ma, anche qui, la <<ragione, la logica e la verità>> egli le trae dalla ragione, dalla logica e dalla (presunta) verità della filosofia di Severino, che i severiniani ritengono esser LA Verità tout court, l’UNICA Verità incontrovertibile apparsa nella storia umana, e le trapianta incautamente nell’analisi politica, ritenendo che la logica e la (presunta) verità filosofica severiniana possano tranquillamente giocare a suo favore cioè ‘incontroveribilmente’ (!) una volta applicate all’analisi politica. Da qui, il suo utilizzo IMPROPRIO quanto FANATICO del principio di non-contraddizione ( = PdNC) in ambito politico.

Non entro affatto nel merito degli orientamenti politici di X, che posso anche condividere criticamente.

Piuttosto, vorrei far notare come egli, ‘forte’ del PdNC, si scagli sempre contro la FEDE simpliciter, la fides qua (e, a maggior ragione, la fides quae). Qualsiasi discorso in qualsiasi contesto che egli disapprovi è, per lui, immancabilmente FEDE cioè ERRORE.

Infatti, egli equipara FANATICAMENTE il fanatismo alla FEDE qua talis, senza mai operare alcuna distinzione (egli sentenzia immancabilmente: <<la follia del credere>>);

poi quindi equipara la FEDE alla MENZOGNA;

la MENZOGNA alla CONTRADDIZIONE;

la CONTRADDIZIONE (udite udite!) al MALE, come si evince in queste sue affermazioni FANATICAMENTE lapidarie:

<<[…] denunciano la tua fede e quindi la tua contraddittorietà>>,

e:

<<La contraddizione è il male>>.

Sembra che, per X, in una discussione storico-politica ci si debba avvalere degli stessi principii vigenti in una discussione filosofica:

<<è necessario che le critiche [politiche] siano corrette ossia rispettino il principio di non contraddizione, altrimenti come potrebbe far emergere le contraddizioni nel discorso altrui?>>

Ma che cos’è, questa, se non una FANATICA divinizzazione del PdNC che lo porta all’altrettanto FANATICO compulsivo ricorso ad esso, il più delle volte a SPROPOSITO?

Infatti, nel dialogo politico con un suo interlocutore, egli scrive:

<<A me le tue posizioni politiche non mi interessano, nel senso che puoi credere in ciò che vuoi. Ma se neghi la verità, ossia il principio di non contraddizione, per me ciò che affermi è totalmente inconsistente>>.

Viene allora da chiedersi:

COSA C’ENTRA il PdNC con le <<posizioni politiche>> di chicchessia?

È noto, infatti, che il linguaggio impiegato da chiunque ed in qualsiasi tipo di tematica si fondi sul PdNC, questo è evidente e vale PER TUTTI.

Tuttavia, da qui al ritener che le proprie <<posizioni politiche>> siano VERE sol perché l’interlocutore, dissentendo da X, violerebbe (?) per ciò stesso il PdNC, beh, ci passano anni-luce!

In sostanza, il suo discorso (mal)funziona così:

“tu sei nell’ERRORE ( = <<ciò che affermi è totalmente inconsistente>>) perché, non essendo d’accordo con me ( = visto che tu <<neghi la verità, ossia il principio di non contraddizione>> che invece io non nego ma che, anzi, adoro), non ricorri al medesimo PdNC per sostener le tue posizioni politiche ma lo vìoli”!

Ecco l’utilizzo FANATICO del PdNC!

Come se le complesse vicende storico-politiche soggiacessero al tribunale del dio-PdNC!

Esso non serve a conferire VERITÀ alle intricate e polivalenti <<posizioni politiche>>, ma unicamente ad esprimerle in modo determinato cioè comprensibile ossia non-contraddittoriamente, ma il PdNC NON dice quale lettura di una vicenda politica sia maggiormente ‘vera’!

È la cogenza interpretativa degli eventi a prevalere in tal direzione o meno!

X ha inoltre precisato:

<<[…] sono innanzitutto per stabilire alcuni punti di partenza della discussione, che non può iniziare senza una base razionale e ragionevole. E poi cosa sarebbe il pensiero unico? Essere per la verità è forse agire il pensiero unico? Ho sempre affermato, per esempio, che una cosa è sé stessa e non può essere altro da sé. Per esempio la porta non è la finestra. Nessuna precisazione ulteriore è necessaria per sostenere questa verità che si basa evidentemente sul principio di non contraddizione. Su molte cose i confini sono sfumati ma non sulla questione che la porta non sia la finestra. Orbene quale pensiero non unico potrebbe affermare il contrario? Nessuno! Dunque: se esistono cose chiare ed evidenti come la porta e la finestra, le mininimizzazioni, le massimizzazioni, i distinguo, quella retorica all’Azzeccagarbugli che tu puoi ricordare fu affrontata per esempio da Sciascia nella polemica della “viltà degli intellettuali” è perfettamente accessoria, inutile>>.

Ulteriore esempio di utilizzo FANATICO, oltre che sbagliato, del PdNC. Infatti, egli ritraspone nuovamente <<la porta non è la finestra>> in una discussione storico-politica, e pretende, perciò, di vagliare la POLITICA in modo tale da conseguire in essa giudizi netti come: <<la porta non è la finestra>>!

Eppure, X è consapevole che <<Su molte cose i confini sono sfumati ma non sulla questione che la porta non sia la finestra>>; ma pare non esser consapevole che in sede storico-politica NON abbiamo quasi mai a che fare con <<porte>> e <<finestre>> nella loro netta differenza, bensì con una gran mole di eventi i cui <<confini sono sfumati>>!

Ancora; sempre nell’ambito di un discorso sulle rispettive <<posizioni politiche>>, egli ha osservato:

<<il pdnc è sempre in ballo, è ontologico. Il fanatico e il folle pensano di fare a meno del principio, il primo per convenienza il secondo per condizione mentale. Il fanatismo è una malattia pericolosa per la società e per l’individuo. La contraddizione è il male>>.

Capito?

“Chi non la pensa come me, che ricorro al PdNC, o è FANATICO o è FOLLE”, sottende il nostro severiniano e, tra quei due, soltanto lui, bel terzo, splende di sobrietà e salute mentale…

Ma poi NON è nemmen vero che il fanatico pensi di <<fare a meno del principio>>, giacché neppure lui potrà evitar di esprimere il proprio fanatismo secondo significati determinati e perciò in linea coi dettami del PdNC!

Dopodiché aggiunge:

<<Non si può essere certi del vero, anche se esso esiste necessariamente, perché siamo pur sempre volontà, ma possiamo con certezza indicare la contraddizione, cosa a cui non dovremmo rinunciare in ragione delle proprie convinzioni politiche, anche le più vetuste. Chi rinuncia a sottoporre il proprio credo al giudizio basato sul pdnc, è molto probabile sia vittima del fanatismo>>.

Anche qui riemerge l’utilizzo FANATICO nonché sbagliato del PdNC.

Notare, poi, il suddetto brano che comincia con:

<<Non si può essere certi del vero, anche se esso esiste necessariamente>>.

E, a maggior ragione, NON se ne può esser certi nel contesto delle <<posizioni politiche>> nel quale tutte le frasi riportate da X si collocano, giacché è sempre e soltanto in tale contesto che egli si sta muovendo, epperò pretende di sentenziare a colpi di PdNC!

Infatti, contrariamente a quanto ha appena detto, X afferma di SAPERE molto bene cosa sia il vero, dove ha scritto:

<<chi pensa sa che l’uomo è credere [ = errare] ma anche che la verità esiste ed è unica [la sua?]. Il sapere non è un credere [un errare], è invece la consapevolezza che il credere è qualcosa e non un nulla. Tale differenza tra qualcosa e il nulla non dipende dal credere ma è vero necessariamente>>.

Dunque, <<chi pensa>> è lui, giacché egli <<sa che l’uomo è credere>> e lo <<sa>> perché <<pensa>> e quindi NON crede ( = NON erra).

E già qui tenta di porsi FANATICAMENTE un gradino al di sopra di chi CREDE.

Successivamente, all’affermazione di X secondo cui:

<<chi pensa sa che l'uomo è credere ma anche che la verità esiste ed è unica>>,

giunge l’opportuna critica del suo interlocutore:

essa <<è una palese contraddizione, perché se l'uomo è credere, il suo sapere è credere di sapere, quindi non verità>>.

Ebbene, nonostante abbia ammesso che <<Non si può essere certi del vero>>, X non ci sta a passare per uno che SI CONTRADDICA e che perciò esprima CREDENZE, per cui ripiega scorrettamente sull’antropologia severiniana, rispondendo:

<<non è una contraddizione perché è il mortale (a cui mi riferisco) ad essere un credere, ma nell’uomo c’è la follia del credere ma anche il luogo dove appare la verità. E perché posso dirlo? Per lo stesso motivo per cui posso dire che l’essente è sé stesso e non può essere altro da sé. Non crederai forse che un’obiezione del genere non abbia avuto risposta adeguata da Severino, vero?>>

Ed ecco, una volta di più, il FANATISMO riaffacciarsi nella scappatoia in base alla quale, essendovi nell’uomo <<la follia del credere ma anche il luogo dove appare la verità>>, allora è pacifico che quel <<luogo dove appare la verità>> sia abitato comodamente da X _ e qui per la SECONDA volta egli tenta FANATICAMENTE di porsi un gradino più in alto di colui che CREDE _, giacché X chiama in causa quel <<luogo>> collocandosi nel quale si sente in diritto di NEGARE d’esser (sia lui che Severino) andato soggetto alla suddetta critica secondo la quale, <<se l'uomo è credere>>, allora <<il suo sapere è credere di sapere, quindi non verità>>!

Tuttavia, X dimentica che:

<<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’io empirico-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è impossibile che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità. Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler  assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>> -

(Emanuele Severino: La Gloria, pag. 475. Parentesi quadre mie: RF; corsivo nel testo);

X è all’interno di una fede; infatti non consta che lui e Severino siano <<al di fuori dell’isolamento della terra>>, per cui NON può apparir loro <<il destino della verità>>.

Nonostante ciò, egli ha sin qui preteso di SAPERE, immune dalla <<follia del credere>>…

Beato lui.

 

Roberto Fiaschi

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martedì 15 aprile 2025

167)- IL NUOVO ‘DIO’ DI VITO MANCUSO: IL «PROCESSO COSMICO»

Vorrei commentare alcuni passaggi di un articolo di Vito Mancuso intitolato:

"L'angoscia di morire tocca anche il Papa e non c'è nesso con la fede in Dio".

https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2025/03/vito-mancuso-langoscia-di-morire-tocca.html?fbclid=IwY2xjawJRN4tleHRuA2FlbQIxMQABHeGbqSiPhocizBokmwaKsw7gNxcOSPvGTbNIY2hX0-3KaMYToEpnJ91m0Q_aem_QBwaP_rSUSq-yCK1pC2KrQ. (L’articolo completo è a fine post).

Ebbene sì, in Vito Mancuso, <<l’abbandono fiducioso al processo cosmico>> (ma anche il <<supremo Fato>>) ha preso il posto dell’abbandono fiducioso a Cristo/Dio…

Ma CHE COS’È tale <<processo cosmico>> di cui egli parla, da meritare così tanta fiducia?

Egli NON lo spiega esplicitamente, ma certamente è uno dei tanti SURROGATI ‘moderni’ di Dio.

Vito Mancuso si limita a dire che esso <<contiene tutti: monoteisti, panteisti, agnostici, atei>>; grazie per la confortante rivelazione…

Per cui, sempre secondo lui, <<il compito della mente consiste nel comprendere quale relazione istituire con esso e orientarsi di conseguenza. Il processo cosmico che ci ha generati e che inevitabilmente ci condurrà alla de-generazione è un nemico o un alleato della nostra vita? Considerarlo alleato significa accettarlo per quello che è, presenza della morte compresa, e questo, a mio avviso, è una matura adesione alla vita>>.

Quindi, non solo <<abbandono fiducioso al processo cosmico>>, ma altresì esso viene considerato addirittura <<un alleato della nostra vita>>!

Afferma Vito Mancuso che <<Considerarlo alleato significa accettarlo per quello che è>>;

già, ma intanto, PRIMA di ritenerlo <<un alleato della nostra vita>>, sarebbe bene SAPERE che genere di <<alleato>> esso sia, visto che, secondo lui, <<il compito della mente consiste nel comprendere quale relazione istituire con esso e orientarsi di conseguenza>>.

Ma nemmeno questo ci dice il nostro teologo (che d’ora in poi meglio sarebbe chiamare: processocosmicologo).

Afferma che esso equivarrebbe a ciò che i cristiani chiamano “creazione”, per cui <<lo ritengono provenire direttamente da Dio>>.

Come spiegazione non soddisfa affatto; se tale processo cosmico fosse la stessa creazione di Dio, beh, riporre fiducia in esso significherebbe abbandonarsi fiduciosamente ad una CREATURA, per giunta caduta dalla sua ORIGINARIA BONTÀ:

certamente NON un buon <<alleato>>… 

Ma Vito Mancuso è troppo emancipato e moderno per credere ancora all’ORIGINARIA BONTÀ del creato ed alla sua successiva CADUTA, originante la morte.

Egli considera <<la morte non un castigo a seguito del peccato ma qualcosa di naturale, iscritta da sempre nella logica di questa vita. A mio avviso accettarla è segno di sapienza e genera libertà. Noi siamo qui grazie al lavoro e alla morte di altri, e siamo chiamati a lavorare e a morire per l’esistenza di altri. Questa è la logica che la vita ci consegna. Accettarla significa “rinnegare se stessi”, per riprendere una nota espressione di Gesù, cioè non fare del proprio ego il centro del mondo, bensì porlo al servizio di qualcosa di più grande. Di cosa? Del processo cosmico>>.

Sembra un elogio del Mors tua vita mea

Stante ciò, non gli/ci resta altro che l’accettazione nei confronti della <<logica di questa vita>>: solo così l’uomo potrà esser <<segno di sapienza>> e riconosciuto come libero.

Egli ci garantisce perciò che <<una matura adesione alla vita>> comporti l’accettazione in toto del processo cosmico, a guisa dell’amor fati di Nietzsche.

È curioso osservare come, per il nostro processocosmicologo, la sofferenza sia una buona ragione per RIFIUTARE il Dio personale, invitandoci al contempo ad ACCETTARE, in un abbandono fiduciale (!), la stessa <<logica di questa vita>> ebbra di ogni genere di DOLORI e SOFFERENZE!

E così, accettare questa <<logica>> significa nientepopodimeno che <<“rinnegare se stessi”>>, ma NON per seguire Gesù _ sarebbe troppo poco moderno _, bensì per porci <<al servizio di qualcosa di più grande. Di cosa? Del processo cosmico>>!

Egli (si) domanda:

<<come giudicare la morte e la sua presenza nel mondo? È qualcosa di naturale all’interno della vita, oppure è una tragedia prodottasi dopo, e che nella vita non avrebbe dovuto esserci? Per dirla in termini teologici: la morte è stata prevista da Dio, oppure è giunta imprevista a seguito del peccato?>>

A ciò, egli non trova risposta nella <<spiritualità cristiana>>, giacché ritiene che in essa <<due grandissime figure quali san Paolo e san Francesco d’Assisi>> l’abbiano pensata <<in modo opposto. Per Paolo le cose sono andate così: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte”, vi è quindi un legame diretto tra peccato e morte, nel senso che se c’è la morte è perché prima c’è stato il peccato, e infatti per Paolo la morte è un nemico: “l’ultimo nemico”. Francesco invece nel Cantico delle creature definisce la morte “sorella” e ne loda il Signore: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullo omo vivente po’ scampare”. Egli aggiunse questa strofa in un secondo tempo, quando era quasi cieco e sentiva che stava per morire, come di fatto poco dopo avvenne>>.

Vito Mancuso cerca contraddizioni ove non ve ne sono, ma non perché la Bibbia non ne contenga, ma semplicemente perché in questo caso non sussistono.

San Paolo considera la morte in sé, quale NEMICO primordiale, perché interrompe ogni relazione col mondo, con sé e soprattutto con Dio, essendo essa sia morte corporale che spirituale. In questo senso il suo giudizio sulla morte non può che esser NEGATIVO.

San Francesco d’Assisi, invece, considera la <<nostra Morte corporale>> come SORELLA poiché essa è riferita a coloro che verranno trovati nella Grazia di Dio e che perciò, grazie alla morte, TRANSITERANNO verso la definitiva comunione con Cristo, così come Cristo, morendo, è resuscitato presso il Padre.

Egli però mette in guardia contro la possibilità della <<morte seconda>>:

“Laudato si’ mio Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo po’ scampare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la MORTE SECUNDA no’l farrà male.”

Dunque, mi pare del tutto evidente come tra san Paolo e san Francesco NON vi sia alcuna OPPOSIZIONE, essendo i due punti di vista originati da due ben differenti situazioni:

1)- san Paolo: la morte qual è IN SÉ, cioè come originaria negazione di ogni rapporto;

2)- san Francesco: la morte corporale quale incontro definitivo con Cristo.

Analogamente dicasi dove Vito Mancuso tenta di nuovo di rinvenire

<<La medesima contraddizione>> che a suo dire <<si ritrova nell’ebraismo: il libro della Sapienza afferma che la morte non è stata voluta da Dio ma è “entrata nel mondo per invidia del diavolo” e quindi è ontologicamente malvagia, mentre il libro del Siracide la definisce “il decreto del Signore per ogni uomo” considerandola ontologicamente buona. Mistero! Un libro biblico dichiara la morte voluta dal diavolo, un altro voluta da Dio; un grande santo parla della morte come “nemico”, un altro non meno grande come “sorella”. Quale delle due prospettive privilegiare?>>

La concezione presente nel libro della Sapienza corrisponde a quella di san Paolo;

quella presente nel Siracide è la seguente:

“O morte, come è amaro il tuo pensiero per l'uomo che vive sereno nella sua agiatezza, per l'uomo senza assilli e fortunato in tutto, ancora in grado di gustare il cibo!  O morte, è gradita la tua sentenza all'uomo indigente e privo di forze, vecchio decrepito e preoccupato di tutto, al ribelle che ha perduto la pazienza!  Non temere la sentenza della morte, ricòrdati dei tuoi predecessori e successori. Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi al volere dell'Altissimo?

Qui, è evidente come l’autore tenti di incoraggiare l’<<uomo indigente e privo di forze, vecchio decrepito e preoccupato di tutto, al ribelle che ha perduto la pazienza!>> a <<Non temere la sentenza della morte>> giacché, rispetto ad essa, alcuni situazioni esistenziali (che sono preludio alla morte!) arrecano ben più sofferenza della morte stessa, per cui SOLO in questo senso la morte a certuni <<è gradita>>.

La morte è <<il decreto del Signore per ogni uomo>> dacché peccò ab origine, <<decreto>> che perciò si sarebbe realizzato SOLTANTO SE l’uomo avesse peccato, NON a prescindere da ciò!

Quindi, la morte, per quanto NEMICA universale, è pur sempre sottoposta al Giudizio di Dio e non un qualcosa di definitivo e ad Egli sottratta.

 

Roberto Fiaschi

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Ecco l’articolo completo:

<<Cosa diremo noi quando sarà il nostro momento? Cosa diremo in quell’istante che a ragione è detto “fatale”, perché segnerà in modo irrevocabile l’incontro con il supremo Fato?

Quali parole ci saliranno dal cuore di fronte alla morte che vedremo arrivare? La notte del 28 febbraio scorso è toccato a papa Francesco arrivare in quella situazione e, dall’intervista del Corriere della Sera al dottor Sergio Alfieri, capo dell’équipe medica che lo aveva in cura, si è appreso che le parole del Papa sono state le seguenti: «È brutto». Il medico ha aggiunto che «chi gli era accanto aveva le lacrime agli occhi», a sottolineare il tragico livello emotivo della situazione. Come si muore? Come vivremo la nostra morte? Queste cupe parole del Papa ci possono insegnare qualcosa?

Penso siano troppe le varianti in gioco: dipenderà dall’età, dal tipo di malattia che ci starà consumando, se saremo soli o se qualcuno ci terrà per mano, dalla nostra psiche se rassegnata oppure no, se capace di dire il supremo sì al Fato (come Nietzsche desiderava: «Voglio soltanto essere, d’ora in poi, uno che dice sì!») o se resistente fino all’ultimo. Di Kant si dice che morì mormorando «Es ist gut» (Va bene), ma non si sa se si riferiva alla vita o alla quantità d’acqua che gli era stata versata. Lo stesso vale per Goethe di cui raccontano che morì dicendo «Mehr Licht» (Più luce), ma non si sa se si riferiva al desiderio di incontrare l’eterno o di aprire un po’ di più le persiane. Ci sono grandi uomini che sono morti serenamente e altri tragicamente, e tutto è come compendiato nelle ultime parole di Gesù che per due vangeli furono di disperazione («Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?») e per altri due di consolazione e addirittura di vittoria («Padre nelle tue mani affido il mio spirito», «È compiuto»).

Ma cosa vale di più? Dire sì alla morte che arriva, oppure dirle no? Un sì obbediente espressione dell’Amor Fati, oppure un no testardo espressione dell’Amor Vitae? Un sì che dice “fiat voluntas tua” e si lascia andare, oppure un no che si aggrappa alla vita e continua a esistere?

Io non so rispondere se non con un laconico “dipende”. È così imponderabile la questione, così soggettivamente determinata. Immagino però che molto dipenda dal pensiero che si coltiva su ciò che arriva con l’arrivo della morte. Quando arriva la morte, cosa arriva con essa? Il nulla, oppure Dio? La fine di tutto, oppure la vita senza fine? Seconda questione: come giudicare la morte e la sua presenza nel mondo? È qualcosa di naturale all’interno della vita, oppure è una tragedia prodottasi dopo, e che nella vita non avrebbe dovuto esserci? Per dirla in termini teologici: la morte è stata prevista da Dio, oppure è giunta imprevista a seguito del peccato?

La storia della spiritualità cristiana non aiuta nella risposta perché due grandissime figure quali san Paolo e san Francesco d’Assisi la pensano in modo opposto. Per Paolo le cose sono andate così: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte”, vi è quindi un legame diretto tra peccato e morte, nel senso che se c’è la morte è perché prima c’è stato il peccato, e infatti per Paolo la morte è un nemico: “l’ultimo nemico”.

Francesco invece nel Cantico delle creature definisce la morte “sorella” e ne loda il Signore: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullo omo vivente po’ scampare”. Egli aggiunse questa strofa in un secondo tempo, quando era quasi cieco e sentiva che stava per morire, come di fatto poco dopo avvenne.

La medesima contraddizione si ritrova nell’ebraismo: il libro della Sapienza afferma che la morte non è stata voluta da Dio ma è “entrata nel mondo per invidia del diavolo” e quindi è ontologicamente malvagia, mentre il libro del Siracide la definisce “il decreto del Signore per ogni uomo” considerandola ontologicamente buona. Mistero! Un libro biblico dichiara la morte voluta dal diavolo, un altro voluta da Dio; un grande santo parla della morte come “nemico”, un altro non meno grande come “sorella”. Quale delle due prospettive privilegiare?

Ognuno deve vedersela con sé, con la propria coscienza e soprattutto con la propria esistenza. Per quanto mi riguarda, io sto con san Francesco e con il Siracide. Considero cioè la morte non un castigo a seguito del peccato ma qualcosa di naturale, iscritta da sempre nella logica di questa vita. A mio avviso accettarla è segno di sapienza e genera libertà. Noi siamo qui grazie al lavoro e alla morte di altri, e siamo chiamati a lavorare e a morire per l’esistenza di altri. Questa è la logica che la vita ci consegna. Accettarla significa “rinnegare se stessi”, per riprendere una nota espressione di Gesù, cioè non fare del proprio ego il centro del mondo, bensì porlo al servizio di qualcosa di più grande. Di cosa? Del processo cosmico.

I cristiani lo chiamano “creazione” e lo ritengono provenire direttamente da Dio, idea condivisa da ebrei e musulmani; altri lo chiamano in altro modo attribuendogli un’altra origine arrivando a sostenere, come Spinoza, che esso coincide con la perfezione dell’essere e che quindi tra Dio e Natura non vi è differenza: “Deus sive Natura”. Quello che è certo è che il processo cosmico contiene tutti: monoteisti, panteisti, agnostici, atei, e il compito della mente consiste nel comprendere quale relazione istituire con esso e orientarsi di conseguenza. Il processo cosmico che ci ha generati e che inevitabilmente ci condurrà alla de-generazione è un nemico o un alleato della nostra vita? Considerarlo alleato significa accettarlo per quello che è, presenza della morte compresa, e questo, a mio avviso, è una matura adesione alla vita.

Naturalmente tutto questo non implica affatto che non si debba lottare per rimanere in vita, coltivando la forza più primordiale che è in noi cioè l’istinto di sopravvivenza. Sempre di fronte a una malattia si deve voler guarire e aiutare a guarire. I medici sono chiamati a fare questo e questo devono fare i malati, perché la vita la si onora anzitutto vivendo, oltre al fatto che questo mondo è bellissimo e viverci è una meraviglia di cui ogni giorno dovremmo prendere consapevolezza con una gioia profonda e riconoscente verso il processo cosmico (in qualunque modo lo si consideri e lo si chiami).

Concludo con tre citazioni. La prima è di Montaigne: «La meditazione della morte è meditazione della libertà; chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire; il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione». La seconda è di Norberto Bobbio: «Prendere sul serio la vita vuol dire accettare fermamente, rigorosamente, il più serenamente possibile, la sua finitezza». La terza è la più antica, consiste nelle bellissime parole finali dell’Ave Maria, ripetute chissà quanti milioni di volte nella storia del mondo: «Adesso e nell’ora della nostra morte». Nunc et in hora mortis nostrae. Perché si è sentito e si sente il bisogno di pregare la Madonna che preghi per noi nell’ora della nostra morte? Perché in quell’occasione tutte le nostre idee filosofiche e teologiche possono crollare e ci si ritrova da soli, spaventati, di fronte al buio della fine. Questo è possibile, reale, umanissimo, e per questo si prega la Madre di Dio che preghi per noi. Perché papa Francesco ha detto «è brutto»? Non ne ho idea, ma di certo credo che gli abbia giovato moltissimo quanto affermato dal dottor Alfieri a proposito della sua resistenza: «Penso che a questo abbia contribuito anche il fatto che tutto il mondo pregava per lui». La preghiera dell’Ave Maria si conclude dicendo “Amen”, espressione ebraica che vuol dire “Così sia”, a significare quel sì che Nietzsche avrebbe voluto essere rispetto al processo cosmico: «Voglio soltanto essere, d’ora in poi, uno che dice sì!». Il che significa che l’abbandono fiducioso al processo cosmico prescinde dal credere o non credere in Dio, e riguarda quelli che un tempo si denominavano “uomini di buona volontà”>>. (Vito MancusoLa Stampa 26 marzo 2025).

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