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martedì 25 febbraio 2025

158)- L’APORIA DEL PENSIERO ASSOLUTIZZATO

 

Pretender di conseguire il ‘VERO-SENZA-CONTRADDIZIONI’ mediante l’esclusiva speculazione filosofica, significa, presto o tardi (in genere molto presto), ritrovarsi nel vicolo cieco dell’APORIA.

Ad esempio, riporto questo passaggio di Marco Cavaioni (rSseotopdnsgi83c1a9g4Achistt86f02u7lmcgd78o33m3tie40ia055i5a): 

<<Chi distingue pensiero e pensato, proprio perché li distingue li riduce a pensati (pretende di averli pensati) entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati. Chi, di contro, identifica pensiero e pensato, di nuovo per poterli identificare li ha supposti distinti, col che ricade nell'aporia precedente. Ne segue che pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

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Col brano su riportato, Marco Cavaioni intende giustamente mettere in scacco (o mostrare il limite de) il principio di non contraddizione (PdNC), prendendo come luogo privilegiato l’impossibilità (a suo avviso) di DISTINGUERE <<pensiero e pensato>> perché, chi <<li distingue li riduce a pensati entrambi, cosicché distingue soltanto due pensati>>.

Tuttavia, qui, la sua INTENZIONE pare NON realizzarsi, sia perché innalza il PENSIERO al rango di Assoluto-non-entificabile, sia perché, soprattutto, egli continua ad avvalersi della NEGAZIONE ESCLUDENTE ossia di quello stesso PdNC che invece vorrebbe infrangere (o limitare all’ambito linguistico e degli enti).

Vediamo come sia lo stesso Marco Cavaioni, all’inizio del suo post, ad AVALLARE (suo malgrado?) la loro DISTINZIONE.

In che modo?

Egli parla di <<pensiero e pensato>>, cioè utilizza due termini sicuramente NON-sinonimici, giacché il primo è l’ASSOLUTO mentre il secondo, in quanto (è) pensato, DIPENDE dal primo; un po’ come la DISTINZIONE tra Creatore e creatura.

Dunque mi pare evidente come l’assolutizzazione del PENSIERO (operata dalla Scuola del filosofo Giovanni Romano Bacchin della quale Marco Cavaioni è un esponente di spicco), abbia già IN SÉ la DISTINZIONE tra i due termini, che poi trattasi di DISTINZIONE ontologica, ossia _ rispettivamente _ tra l’ESSERE e l’ENTE/INESSENTE.

Ora, ESCLUDERE che il PENSIERO possa essere (un) pensato, come fa Marco Cavaioni, ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, aprendoci peraltro alla comprensione del primo, giacché se il PENSIERO non potesse esser anche (un) pensato, NON capiremmo affatto a che cosa staremmo riferendoci parlando appunto di PENSIERO.

Se egli, al fine di NON ridurre il PENSIERO a pensato (cioè a ente), NEGA la loro DISTINZIONE, ebbene, si trova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato, poiché se il pensato, in quanto ente, NON si DISTINGUE dal PENSIERO, allora anche quest’ultimo sarà un ente, in quanto, ripeto, NON si DISTINGUE dal pensato/dall’ente.

E già in tutto ciò vediamo all’opera quel PdNC che Marco Cavaioni NEGA possa valere come <<"legge del pensiero">>.

Eppure, egli osserva che <<pensiero e pensato non sono distinti ossia altri tra loro, ma nemmeno identici (panico tra chi vorrebbe fare del principio di non contraddizione la "legge del pensiero")>>.

Però si è visto come PENSIERO e pensato NON possano NON essere DISTINTI o <<altri tra loro>>; ribadiamolo:

se non lo fossero, allora lo stesso PENSIERO sarebbe (un) pensato/un ente, in quanto NON DISTINGUENTESI dai pensati/enti.

D’altronde, la loro effettiva DISTINZIONE è il fondamento sulla base del quale Marco Cavaioni NEGA che il PENSIERO possa essere (un) pensato perché, per negare che possa esserlo, il PENSIERO deve DISTINGUERSI dall’essere (un) pensato.

Pertanto, aporia delle aporie:

1)- AUT si ESCLUDE che il PENSIERO possa essere (un) pensato;

e allora ciò ri-conferma la loro reale DISTINZIONE, facendo così del PENSIERO un pensato.

2)- AUT si NEGA la loro reale DISTINZIONE;

e allora ci si ritrova a ridurre nuovamente il PENSIERO a pensato.

In ENTRAMBI i casi il PENSIERO si riduce a (un) pensato, con buona pace della sua (del PENSIERO) assolutezza ed impensabilità…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 18 ottobre 2024

123)- L’UNO-MOLTEPLICE OLTRE ED INTERNO AL PRINCIPIO DI NON-CONTRADDIZIONE

 

Un’altra osservazione di Marco Cavaioni ( = MC), sempre in riferimento all’<<essere parmenideo>> o «uno senza distinzione» quale ESCLUSIONE, dettata dal principio di non-contraddizione ( = PdNC), del determinato (e del molteplice):

<<Del resto, ad abundantiam: se vuoi tener fermo il determinato, sia pure, in seno all'assoluto, esso dovrà essere qualcosa di non-assoluto nell'assoluto medesimo, dunque l'assoluto sarebbe in sé assoluto e non-assoluto>>.

Qui viene evidenziato una volta di più _ ma CONTRO le intenzioni di MC _ come il concetto di assoluto a cui egli fa riferimento sia assoggettato interamente al PdNC, o anche, come il PdNC sia egemone proprio <<in seno all'assoluto>> laddove questo sia concepito come ESCLUSIONE del molteplice.

Per MC <<tener fermo il determinato, sia pure, in seno all'assoluto>> comporterebbe quella contraddizione _ da lui stesso indicata _ per la quale <<l'assoluto sarebbe in sé assoluto e non-assoluto>>.

Ciò perché _ in piena conformità al PdNC _, l’assoluto NON può essere sé, cioè assoluto, ed al contempo non-assoluto.

Per cui, ovviamente, l’assoluto parmenideo/bacchiniano deve ESCLUDERE ( = TOGLIERE) <<il determinato […] in seno all'assoluto>>, esattamente come impone il PdNC.

La conclusione è sempre la medesima dei precedenti post:

l’assoluto parmenideo (nonché neoplatonico, bacchiniano…) NON può esser l’assoluto ( = l’«uno senza distinzione») giacché, dove vige il PdNC, sarà quest’ultimo ad assumere le vesti dell’assoluto, sì, ANCHE (ed innanzitutto) <<in seno all'assoluto>>.

A questo punto è chiaro che l’assoluto, per non ridursi alla legge del PdNC, debba oltrepassarlo pur restandovi interno, costituendosi perciò come in sé MOLTEPLICE (come DIFFERENTE) e restando perfettamente UNO ed INDISTINTO, IDENTICO.

Riguardo a ciò, il filosofo MASSIMO DONÀ (si) domanda:

<<quale Uno è capace di tanto?>>

E risponde: <<Di certo, non l’Uno dei neoplatonici>> (“Il tempo della verità”, Mimesis 2010, pagg. 347-8).

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 11 ottobre 2024

122)- L’IRREALIZZABILE TOGLIMENTO DELLA «PRETESA DI PORSI DEL MOLTEPLICE»

A proposito della già menzionata (nei post nn. 119, 120 e 121) NEGAZIONE ESCLUDENTE quale espressione del principio di non-contraddizione ( = PdNC), Marco Cavaioni ( = MC) rileva che:

<<Togliere la pretesa di porsi del molteplice – di nuovo: di determinare l'assoluto, l'essere parmenideo – non comporta escludere o negare alcunché (se non vedendo la cosa dal punto di vista ancora del determinato!), poiché la pretesa non "è" pretesa ma è "essere solo preteso": vedere che è solo preteso è vedere che non consiste, esso è il "presupposto" stesso, interamente presupposto>>.

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Quindi, MC nega che <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>> comporti ESCLUSIONE del molteplice dall’essere parmenideo. Secondo lui, è soltanto ponendosi <<dal punto di vista ancora del determinato>> che dovremmo <<escludere o negare>> il molteplice. Invece, dal punto di vista che egli sostiene, cioè dell’essere parmenideo, NON si escluderebbe o negherebbe <<alcunché>> quindi neppure il molteplice. 

Eppure egli ha parlato del <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>>.

TOGLIERE non può non significare: ESCLUDERE; non si può TOGLIERE qualcosa senza al contempo ESCLUDERLO da ciò da cui è stato TOLTO, sempre in base al PdNC.

Per cui, che il molteplice SIA (o sia POSTO), è ESCLUSO ( = TOLTO) proprio dall’essere parmenideo il quale, così, si mostra ancora una volta assoggettato al principio di non-contraddizione valevole per gli enti/determinati.       

Inoltre, l’essere parmenideo deve altresì ESCLUDERE di essere il <<punto di vista del determinato>>; se non lo ESCLUDESSE, l’<<essere parmenideo>> non sarebbe il toglimento del molteplice poiché quest’ultimo convivrebbe ‘accanto’ o nell’essere parmenideo stesso, sì che questi sarebbe allora lo stesso MOLTEPLICE, e non l’«uno senza distinzione» che, questa volta sì, viene preteso.    

Pretesa inattuabile, quest’ultima, giacché è IMPOSSIBILE <<Togliere la pretesa di porsi del molteplice>> senza al contempo ESCLUDERE il molteplice, e quindi è IMPOSSIBILE che l’essere parmenideo riesca a porsi come «uno senza distinzione», dal momento che tale ESCLUSIONE si realizza in ossequio al PdNC,  DETERMINANDO, di fatto, l’assoluto o l'essere parmenideo come ciò che, appunto ESCLUDENDO il molteplice, lo implica, ponendosi perciò come UNO tra i MOLTI (ESCLUSI) cioè come NON-uno, anziché come reale «uno senza distinzione».

(Vedasi anche il post successivo n° 123).

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 10 ottobre 2024

121)- ECKHART, BACCHIN E L’APORIA DELL’«UNO SENZA DISTINZIONE»

 

Riprendendo il tema dei post nn. 119 e 120, Marco Cavaioni ( = MC) ha scritto:

<<Su Eckhart vengono meno anche le nostre rispettive distinzioni, lo sappiamo. Lo «sprofondare nella pura sostanza», nell'«uno senza distinzione» (in cui non tanto si toglie la distinzione, ma radicalmente in cui essa mai c'è stata), non è, forse, quella ablatio alteritatis che Severino non riesce ad accettare, volendo tener ferma la distinzione ad ogni costo, e su cui invece insiste, ribadendo che l'intero (appunto l'uno) è la stessa sua indivisibilità, la Scuola padovano-perugina di Bacchin, in particolare nella rigorizzazione massima datane da Aldo Stella? L'acutissima – una delle tante – osservazione critica ribadita a più riprese da Stella, non compresa appieno dagli allievi di Severino a mio modo di vedere, consiste non a caso nel rilevare che "due inseparabili" (appunto i distinti, sacri alla "struttura originaria" severiniana) è locuzione scorretta e non adeguatamente rigorosa. Si tratta, infatti, di "un inseparabile" (indivisibile), rispetto al quale la distinzione (divisione in due, il due simpliciter) è già tutta la contraddizione della impossibile "divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile". Rispetto a tale osservazione risulta spuntata, anzi vana, la solita difesa severiniana che fa leva sul refrain "distinti, ma non separati". Non credi?>>

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Già il termine «uno senza distinzione» (nel Vedanta detto Uno senza secondo) presuppone <<il due simpliciter>> cioè la distinzione e quindi la negazione di sé in quanto «uno senza distinzione».

Infatti, proprio essendo «senza distinzione», implica quella distinzione dalla quale esso si distingue (essendo, appunto, «uno senza distinzione») escludendola da sé (se non la escludesse, sarebbe l’uno con distinzione o distinguentesi), col risultato di NON esser, perciò, «senza distinzione» e quindi è Uno tra i molti.

Al che, MC osserva che <<nell'«uno senza distinzione» […] non tanto si toglie la distinzione, ma radicalmente […] essa mai c'è stata>>.

Anche qui, dire che ‘x’ non c’è mai stato presuppone la PRESENZA di ‘x’, altrimenti, se davvero niente (la distinzione, ‘x’…) vi fosse mai stato, NON potremmo neppure dire il SUO (di che cosa?) non esserci mai stato!

Quindi, perché è APORETICO l’«uno senza distinzione»?

Perché è assoggettato al principio di non-contraddizione ( = PdNC), e lo è nel momento stesso in cui MC richiama <<la contraddizione della impossibile "divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile">>.

Infatti, tale contraddizione (e relativa impossibilità) è rilevabile grazie al PdNC secondo cui è contraddittorio che l’«uno senza distinzione» sia <<il due simpliciter>> o che sia <<"divisione dell'indivisibile" o "separazione dell'inseparabile">>.

È sì vero che l'«uno senza distinzione» debba essere senza divisione né separazione, ma questo è soltanto l’aspetto astratto, se assolutizzato; l’Uno concretamente intese deve permanere nella sua unità/indivisibilità/indistinzione ed al contempo preservare, SENZA ESCLUDERE, la distinzione e quindi l’alterità…  

Certamente anche l'Uno-differenziantesi risulta contraddittorio in base al PdNC, ma ciò accade perché tale Uno viene assoggettato alla negazione ESCLUDENTE che vige nei rapporti tra enti… (Si veda: Massimo Donà: "Sulla negazione", Bompiani 2004).

Ricapitolando: l’Uno ( = Dio) è sia «senza distinzione», sia in sé DISTINTO, senza che ciò DIVIDA o SEPARI il Suo esser «uno senza distinzione» e, perciò, senza che quest’ultimo si eserciti quale ablatio alteritatis nei confronti delle proprie distinzioni (né del molteplice finito).

 

Roberto Fiaschi

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martedì 1 ottobre 2024

120)- L’ASSOLUTO PARMENIDEO NON SOGGIACEREBBE AL PdNC?


Prima di presentare la replica di Marco Cavaioni ( = MC), riassumo la sostanza del mio precedente post n° 119:

L’Assoluto ( = Dio, l’Essere, l’Infinito…) tratteggiato da Parmenide, su su fino alla Scuola facente capo al filosofo Giovanni Romano Bacchin, è caratterizzato dall’esser perfettamente UNO-SEMPLICE-INDIVISIBILE, tanto da negare (cioè da ESCLUDERE) di essere <<una contraddittoria "unitas multiplex">> (cit. Marco Cavaioni).

Esso, perciò, nega quindi ESCLUDE <<il distinguersi di Dio in se stesso, ma – va aggiunto – anche da se stesso>>, sì che tale distinguersi sia <<insensato, dacché contraddice il suo essere assoluta semplicità (dunque, privo di relazionalità sia estrinseca sia intrinseca)>> (idem).

Tutto questo, dicevo nel suddetto post, implica però che l’Assoluto pensato come perfettamente UNO-SEMPLICE-INDIVISIBILE sottostìa al principio di non-contraddizione (PdNC) in quanto, ripeto, esso nega/esclude di esser <<una contraddittoria "unitas multiplex">>, così come il PdNC è tale perché ESCLUDE la contraddittoria identità col proprio altro da parte di qualcosa.

Dipendendo dal dettato del PdNC, l’Assoluto parmenideo NON può esser quell’Assoluto eccedente il (o non soggiacente al) PdNC che invece intenderebbe essere, a meno che tale Assoluto non coincida con lo stesso PdNC, ma ciò è recisamente negato da MC:

<<Sarebbe, in effetti, contraddittorio estendere all'assoluto (al vero, al fondamento) il pdnc>>.

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Ed ecco la successiva replica integrale di Marco Cavaioni:

<<Eccomi, caro Roberto. Ti replico in poche battute, per stare all'essenziale. Noi "sottraendo" (dimostrando che non sottrarlo comporta contraddizione) il fondamento (il principio, l'assoluto, l'essere, il vero) al pdnc non diciamo che il esso è contro il pdnc (ossai contraddittorio), ma che esso è oltre il pdnc. Ma – tu obietti – facciamo valere, per ciò stesso, esattamente il pdnc per dimostrarlo.

Non proprio.

Infatti, noi sosteniamo – dico noi, cercando per quanti posso di dar voce ai maestri a cui faccio modestamente riferimento – che ciò che si rivela contraddittorio (e già sai che per noi si rivela contraddittorio esattamente ciò che è determinato) non può di certo essere vero. Ma il fondamento ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc, non può venire incluso nella dimensione (il finito, il determinato), che è poi la dimensione relazionale, che ha come norma innegabile appunto il pdnc. (Che il pdnc sia innegabile non comporta affatto, per quanto sembri una sottigliezza, che esso sia assoluto. Anzi, il punto dirimente è proprio che innegabile non è lo stesso che assoluto). Sarebbe, in effetti, contraddittorio estendere all'assoluto (al vero, al fondamento) il pdnc: sicché esso stesso impone di limitarsi, pena appunto incorrere nella sua violazione.

E questo per quale ragione?

Perché l'assoluto fondamento, se venisse determinato (sulla base, appunto, del pdnc e la tua stessa distinzione tra "assoluto" e "relativo": in quanto ne fa due termini lo fraintende clamorosamente, ovvero credi di distinguere l'assoluto ma ti ritrovi tra le mani due relativi, in quanto distinti), se venisse determinato, dicevo, ne verrebbe negata l'assolutezza. L'assoluto non è altro dal relativo (non se ne distingue) ma nemmeno coincide con il relativo (il quale è strutturato secondo alterità, infatti) e tantomeno esclude (nega) la relazione, ma è la ragione in forza della quale la relazione (il costrutto relazionale, cioè la ipostatizzazione, la fissazione della distinzione, il farne uno status) si rivela contraddicentesi e si toglie (risolvendosi in questo atto di togliersi, anziché status) appunto nell'assoluto medesimo>>.

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Tutto perfettamente chiaro. Eppure, queste sue precisazioni mi pare che rafforzino le precedenti critiche.

Vediamo.

MC afferma che il valore del PdNC è circoscritto a <<ciò che è determinato>>; siccome l’Assoluto non è determinato, allora <<il fondamento [ = l’Assoluto] ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc>>.

Sarei perfettamente d’accordo.

Senonché, MC, ve lo fa sottostare.

Come?

Proprio affermando che <<il fondamento [ = l’assoluto] ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc>>!

Infatti, il suo essere <<incontraddittorio>> è detto sulla base di che cosa, se non del PdNC?

Siccome <<una contraddittoria "unitas multiplex">> è _ per MC _ la stessa <<contraddizione di un "uno non-uno", un uno che si nega in se stesso>>, allora ciò evidenzia come l’Assoluto parmenideo si comporti esattamente COME un qualsiasi ENTE DETERMINATO normato dal PdNC, infatti:

(1)- COSÌ COME la contraddittorietà di un ente dell’esser "uno non-uno" è detta proprio in forza del PdNC,

(2)- ALLO STESSO MODO l’Assoluto parmenideo non può esser "uno non-uno", sempre in virtù del medesimo PdNC, quindi senza alcuna ‘esenzione’ rispetto a (1).

MC fa notare come

<<l'assoluto fondamento, se venisse determinato (sulla base, appunto, del pdnc e la tua stessa distinzione tra "assoluto" e "relativo": in quanto ne fa due termini lo fraintende clamorosamente, ovvero credi di distinguere l'assoluto ma ti ritrovi tra le mani due relativi, in quanto distinti), se venisse determinato, dicevo, ne verrebbe negata l'assolutezza>>.

Certo, la <<distinzione tra "assoluto" e "relativo">> (o tra l’Assoluto e se stesso) è contraddittoria perché con essa <<verrebbe negata l'assolutezza>> dell’Assoluto.

Esattamente, ed è per questo che, dicevo nel mio precedente post, l’Assoluto parmenideo/bacchiniano ESCLUDE da sé (dalla propria assolutezza) il relativo, e lo esclude CONFORMEMENTE al PdNC onde evitar la suddetta contraddizione di un Assoluto-relativo, o di "uno non-uno".   

(A)- Se, come scrive MC, <<ciò che si rivela contraddittorio […] non può di certo essere vero>>, allora l’Assoluto parmenideo è incontraddittorio proprio sulla base del PdNC;

(B)- senonché, precisa sempre MC, <<il fondamento ossia l'effettivo incontraddittorio non può sottostare al pdnc, non può venire incluso nella dimensione (il finito, il determinato), che è poi la dimensione relazionale, che ha come norma innegabile appunto il pdnc>>.

QUALE delle due?

Scegliendo (A), neghiamo/escludiamo (B), e scegliendo (B) neghiamo/escludiamo (A)…

Questa impasse accade perché ANCHE l’Assoluto parmenideo/bacchiniano è valutato tramite la NEGAZIONE ESCLUDENTE, ossia tramite il PdNC.

Al che, MC infine osserva:

<<L'assoluto non è altro dal relativo (non se ne distingue) ma nemmeno coincide con il relativo (il quale è strutturato secondo alterità, infatti) e tantomeno esclude (nega) la relazione, ma è la ragione in forza della quale la relazione (il costrutto relazionale, cioè la ipostatizzazione, la fissazione della distinzione, il farne uno status) si rivela contraddicentesi e si toglie (risolvendosi in questo atto di togliersi, anziché status) appunto nell'assoluto medesimo>>.

Dunque, l’Assoluto parmenideo _ dice MC _ NON ESCLUDE <<la relazione>> e quindi l’alterità ( = la distinzione) da essa implicata.

Però <<è la ragione in forza della quale la relazione si rivela contraddicentesi>> e perciò essa <<si toglie>>. Ma tale TOGLIERSI altro non è che il suo NEGARSI, cioè il suo venir ESCLUSA dalla purezza dell’Assoluto, pena la contraddittorietà della <<distinzione tra "assoluto" e "relativo">> poc’anzi da MC sostenuta.

Ed anche quel togliersi è sempre sancito dal PdNC, laddove (nell’Assoluto) questi non dovrebbe invece aver voce in capitolo.

 

Roberto Fiaschi

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sabato 24 agosto 2024

119)- LA «SEMPLICITÀ DI DIO» ESCLUDE LA (SUA E ALTRUI) DISTINZIONE?

 

Sfero parmenideo e SS. Trinità

Riporto un pregevole post del filosofo Marco Cavaioni ( = MC), allievo di Giovanni Romano Bacchin (ooetpSrdsnl229 1i2t2fh87c52i06ct53m86m2135a4h1gi5hl9u9mlha4a):  

<<P. Barzaghi insiste nel tentativo, a mio avviso impossibile, di tener assieme assolutezza ovvero semplicità di Dio (infinito) e mondo (finitezza, complessità, determinatezza). Egli, pur riconoscendo, come già il suo maestro Bontadini, che il mondo ( = la dimensione del finito, determinato) è "nulla come aggiunta" rispetto a Dio, nondimeno pretende di concepire Dio (l'infinito, l'assoluto, il semplice) come "immensità" che terrebbe ferme in se stessa le determinazioni (il mondo, il finito). Così egli intenderebbe – secondo me, fraintendendolo pesantemente – l'ápeiron, tema del seminario di cui è organizzatore e relatore, assieme ad altri altrettanto prestigiosi, ma tutti – mi sembra – omologati sulla linea bontadiniano-severiniana. In tal modo quelle determinazioni sarebbero qualcosa di altro non "da Dio" ma "in Dio". Il che, tuttavia, non toglie affatto che esse, non coincidendo e non risolvendosi in Dio, permangano pur sempre distinte "da Dio", ancorché ricadendo "in Dio" e tali da non "aggiungere nulla" a Dio. In una parola, esse sarebbero il distinguersi di Dio in se stesso, ma – va aggiunto – anche da se stesso. Il che è insensato, dacché contraddice il suo essere assoluta semplicità (dunque, privo di relazionalità sia estrinseca sia intrinseca). Pertanto, sarebbe da chiedere al Prof. Barzaghi, perché – onde evitare di cadere nell'assurdità di un semplice intrinsecamente distinto (appunto perché terrebbe in piedi, come "poste", le determinazioni), dunque in una contraddittoria "unitas multiplex" – non riconosce, piuttosto, che l'infinito (semplice, assoluto) altro non è che la ragione della necessità di togliersi del finito (molteplice, relazionale) o, meglio ancora, la ragione del suo non riuscire mai a porsi veramente?>>

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In questo post è in gioco una ‘comprensione’ (per quel che è possibile!) di Dio/Infinito/Assoluto che comunque mi concerne in quanto (tento di esser) cristiano.

Infatti, ciò che divide la concezione dell’Assoluto della Scuola facente capo al filosofo Bacchin (della quale l’autore del post, Marco Cavaioni, è uno tra i massimi esponenti) dalla concezione cristiana, consiste nel fatto che quest’ultima è da sempre portavoce di un Dio/Infinito PERFETTAMENTE-UNO-SEMPLICE-INDIVISIBILE ed al contempo PERFETTAMENTE-TRINO, ossia intrinsecamente DISTINTO.

Qui, però, NON intendo descrivere NÉ difendere la legittimità o meno del Dio trinitario rispetto all’<<assolutezza ovvero semplicità di Dio>> sostenuta da MC.

No; qui, mi interessa rilevare solamente quanto segue:

per MC, si è visto, <<il distinguersi di Dio in se stesso, ma – va aggiunto – anche da se stesso>> sarebbe <<insensato, dacché contraddice il suo essere assoluta semplicità (dunque, privo di relazionalità sia estrinseca sia intrinseca)>>, quindi, si deve <<evitare di cadere nell'assurdità di un semplice intrinsecamente distinto>>.

Le parole chiave sono queste: <<insensato>>, <<contraddice>> e <<assurdità>>.

Cosa intendo dire?

Dico che egli applica ANCHE all’Assoluto ciò che lui stesso ritiene valere SOLTANTO per il FINITO, per gli ENTI, ossia gli applica il Principio di non-contraddizione ( = PdNC), giacché è solo grazie a questo che MC può ritenere <<insensato>> un Assoluto che <<contraddica il suo essere assoluta semplicità>> e che, perciò, sia un’<<assurdità>>, appunto perché l’Assoluto auto-distinguentesi cioè cristianamente concepito, VIOLEREBBE i dettami del PdNC secondo cui esso non può che <<essere assoluta semplicità (dunque, privo di relazionalità sia estrinseca sia intrinseca)>>.

Senonché, un Assoluto che sia LIGIO ai dettami del PdNC si rivela ad esso SOTTOPOSTO, cessando di esser Assoluto e perciò passando lo scettro dell’assolutezza al PdNC, proprio perché quest’ultimo funge da struttura DETERMINANTE circa ciò che l’Assoluto può o non può ESCLUDERE.

Infatti, ritener che l’Assoluto sia in sé <<assoluta semplicità>> vuol dire che esso neghi il <<finito (molteplice, relazionale)>> mediante negazione ESCLUDENTE, esattamente come un ENTE nega ogni altro ente ESCLUDENDOLO da (l’esser) sé.

A ciò, si potrà replicare che tale Assoluto, ESCLUDENDO il <<finito (molteplice, relazionale)>>, ESCLUDA il contraddittorio e che perciò lo stesso finito/contraddittorio sia <<la ragione del suo [del finito] non riuscire mai a porsi veramente>>.

Infatti, sempre in quest’ottica, il Prof. Aldo Stella scrive (parentesi quadre mie: RF):

<<V’è un unico modo per superare la contraddizione [del determinato]: intendere ciascuna determinazione come il proprio trascendersi e ciò in ragione del fatto che ciascuna è, in sé, sé e il suo altro, ossia ciascuna è in sé il proprio contraddirsi. Il togliersi delle determinazioni configura, pertanto, quell’ablatio alteritatis che restituisce dialetticamente l’unità: l’uno come togliersi [ = come ESCLUSIONE] del due>>. (Si legga l’intero, bellissimo articolo qui: https://ritirifilosofici.it/determinazione-identita-distinti-severino/).

Per cui, prosegue Stella, <<L’autentico infinito, invece, è quell’assoluto in virtù del quale si rileva il limite del determinatoquel limite che nel porre il determinato insieme lo toglie [lo ESCLUDE appunto]. Lo toglie non nel senso che lo cancella empiricamente, ma nel senso che toglie la pretesa che esso sia veramente, come l’ordine empirico-formale attesterebbe>>.

Ma, qui vi è da rilevare che, sebbene non lo cancelli empiricamente, tuttavia cancellerà almeno <<la pretesa che esso sia veramente>>, ovvero ESCLUDE tale pretesa.

Tal non-essere-veramente da parte dell’ente è la sua contingenza, il suo dipendere da Dio, certamente. Ma ciò, nell’ottica cristiana, NON deve comportare <<quell’ablatio alteritatis>> ( = la negazione ESCLUDENTE, dunque, dell’alterità, normata dal PdNC applicato all’Assoluto) affinché l’Assoluto resti Uno e semplice, giacché in tal caso avremmo già la posizione del DUE cioè della DISTINZIONE.   

Notare ove egli scrive:

<<L’autentico infinito, invece, è quell’assoluto in virtù del quale si rileva il limite del determinatoquel limite che nel porre il determinato insieme lo toglie>> cioè lo ESCLUDE dalla pura semplicità dell’Uno, sempre in virtù del PdNC.

Infatti, <<porre il determinato>>, anche soltanto per poi toglierlo/escluderlo, è nuovamente già porre il DUE ( = la DISTINZIONE) nonostante il toglimento del determinato, anzi, grazie ad esso.

Dunque, proprio quella negazione ESCLUDENTE preposta a salvaguardare l’assolutezza e la semplicità dell’Uno, le INFICIA, perché ciò che esso ( = l’Uno) esclude/nega è DISTINTO da sé, seppur come negato, ma pur sempre ALTRO dall’Uno.

Il Dio UNI-TRINO (che non nega il PdNC) nega sì le differenze (in sé e ‘fuori’ di sé), ma, al contrario dell’Uno quale <<assoluta semplicità>>, NON le ESCLUDE, restando perciò PERFETTAMENTE UNO-e-SEMPLICE e quindi NON soggiacente al PdNC.

Si replicherà senz’altro:

ASSURDO! Com’è possibile ciò?

Questa domanda stupìta è ancora l’espressione del PdNC.

Accenno di risposta:

approfondendo il concetto di NEGAZIONE-NON-ESCLUDENTE ( -> Massimo Donà), la cui ‘sobria’ presenza già informa l’ente sottoposto al (o espressione del) PdNC.

 

Roberto Fiaschi

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