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venerdì 9 maggio 2025

176)- DAVVERO «L'ATEISMO NON È UNA RELIGIONE»?

Rieccomi qua con un altro post (il terzo, per la precisione) sulle tesi di Lillo Paris Bobigny di cui i due precedenti commenti sono reperibili ai nn. 174 e 175.

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Il titolo del suo pezzo è:

<<L'ATEISMO NON È UNA RELIGIONE: SMASCHERARE L’OSSIMORO DELLA "RELIGIONE ATEA">>

Eccolo:

<<Definire l’ateismo come una religione è un esercizio di acrobazia retorica che regge solo finché si resta nel vago, nel caricaturale o nel polemico. Non appena si entra nel merito, però, il concetto implode. Perché l’ateismo, nella sua accezione più basilare e rigorosa, non è altro che la semplice assenza di credenza in una o più divinità. Non un sistema filosofico, non una dottrina morale, non una fede alternativa: solo un rigetto, o una sospensione del consenso, nei confronti dell’affermazione “Dio esiste”. Tutto il resto – dal razionalismo all’umanesimo laico, dallo scientismo al materialismo – può accompagnarsi all’ateismo, ma non lo definisce. L’equivoco nasce da un uso improprio del termine “religione”. Tradizionalmente, una religione si fonda su almeno tre pilastri: il riferimento a un principio trascendente o soprannaturale, un insieme codificato di credenze (i dogmi), e una pratica rituale o comunitaria. Nessuna di queste caratteristiche si applica all’ateismo in quanto tale. Non c’è dogma, perché non c’è verità rivelata. Non c’è trascendenza, perché manca l’oggetto trascendente. Non ci sono riti, se non quelli parodici e autoironici di qualche gruppo goliardico come la “Chiesa del Mostro di Spaghetti Volante”, nata per dimostrare l’assurdità dell’insegnamento del creazionismo nelle scuole statunitensi. Chi sostiene che l’ateismo sia una religione, spesso lo fa con intento polemico: per suggerire che anche gli atei abbiano una "fede", e quindi non siano più razionali o fondati dei credenti. Ma questo è un falso simmetrico. Credere in qualcosa senza prove è una scelta attiva; non credere in qualcosa in assenza di prove non è “credere al contrario”, ma semplicemente astenersi dal dare credito a un’ipotesi non corroborata. È come non credere all’esistenza di unicorni, fate o draghi: non serve fede per dubitare di ciò che non ha evidenza. Un altro malinteso frequente è legato alla presunta “militanza” di alcuni atei. Se una persona difende con passione la scienza, la razionalità o i diritti umani, non sta fondando una religione, né agendo da "devoto del razionalismo". Sta difendendo metodi o valori che sono, per loro natura, falsificabili, autocorrettivi, sottoponibili a critica. Al contrario, la religione si fonda su verità per definizione non negoziabili, perché rivelate da un’autorità trascendente. L’epistemologia scientifica è, in tal senso, esattamente l’opposto del dogmatismo: ogni affermazione è valida solo finché regge alla prova dei fatti. Si potrebbe obiettare che anche tra gli atei esistano visioni del mondo strutturate, comunità organizzate, eventi collettivi o addirittura cerimonie “laiche” – come i funerali umanisti o i matrimoni civili celebrati con una certa solennità. Ma la presenza di una ritualità non implica automaticamente una religione, così come una squadra di calcio non diventa un culto solo perché ha i suoi cori, i suoi simboli e i suoi “santi” in maglietta numero 10. Una comunità non è una chiesa solo perché ha una struttura; ciò che la definisce è il tipo di autorità su cui si fonda. E in una comunità laica o atea, nessuno invoca la volontà divina o un ordine soprannaturale. Si cita talvolta, in chiave di confronto, l’esistenza di religioni prive di divinità, come certe correnti del buddhismo o del taoismo. Ed è vero: esistono religioni non teistiche. Ma queste restano religioni proprio per via della dimensione rituale, spirituale o mistica, per la loro visione ciclica del tempo, per il senso di sacro attribuito alla realtà. L’ateismo, per sua definizione, non contempla alcuna dimensione sacra o metafisica. Non offre redenzione, né rivelazione, né illuminazione. Non pretende risposte ultime, ma lascia spazio a interrogativi aperti. Infine, va riconosciuto che alcune persone che si dichiarano atei adottano posizioni fortemente identitarie, a tratti settarie. Ma anche questo non prova nulla: ogni gruppo umano può degenerare in tribalismo, anche una comunità scientifica o politica. L’errore sta nel confondere la sociologia con la filosofia: il fatto che certi atei si comportino come se avessero una “fede” non trasforma l’ateismo in fede, così come un fanatico della medicina non trasforma l’evidence-based medicine in superstizione. Il termine “religione atea” resta dunque un ossimoro: un gioco retorico che tradisce più il bisogno di screditare l’avversario che la volontà di capirlo. È un’arma polemica, non un concetto serio. Chi la usa confonde l’oggetto con la sua negazione, l’affermazione con la sospensione, la credenza con il dubbio. E se la religione implica, come etimologicamente suggerisce, il “legarsi” a qualcosa di superiore, l’ateismo è esattamente il gesto contrario: il rifiuto di legarsi a ciò che non si può dimostrare. LPB Lillo Paris Bobigny>>.

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Vediamo passaggio per passaggio.

Secondo LPB, <<l’ateismo, nella sua accezione più basilare e rigorosa, non è altro che la semplice assenza di credenza in una o più divinità. Non un sistema filosofico, non una dottrina morale, non una fede alternativa: solo un rigetto, o una sospensione del consenso, nei confronti dell’affermazione “Dio esiste”. Tutto il resto – dal razionalismo all’umanesimo laico, dallo scientismo al materialismo – può accompagnarsi all’ateismo, ma non lo definisce>>.

Ad un’analisi un po’ più accurata, l’ateismo NON è <<solo un rigetto, o una sospensione del consenso, nei confronti dell’affermazione “Dio esiste”>>.

Dietro a tale <<rigetto>> vi è quasi sempre una serie di apporti ulteriore al semplice <<rigetto>>.

Tali apporti si esplicano, infatti, nelle motivazioni addotte al fine di rigettare l’<<affermazione “Dio esiste”>> o affermare: <<l’ateismo non è una religione>>.

Tali motivazioni possono esser le più svariate ed hanno la fatale tendenza a tramutarsi in DOGMI laici (vedi sotto).

Ma leggiamo ancora LPB:

<<L’equivoco nasce da un uso improprio del termine “religione”. Tradizionalmente, una religione si fonda su almeno tre pilastri: il riferimento a un principio trascendente o soprannaturale, un insieme codificato di credenze (i dogmi), e una pratica rituale o comunitaria. Nessuna di queste caratteristiche si applica all’ateismo in quanto tale. Non c’è dogma, perché non c’è verità rivelata. Non c’è trascendenza, perché manca l’oggetto trascendente. Non ci sono riti, se non quelli parodici e autoironici di qualche gruppo goliardico come la “Chiesa del Mostro di Spaghetti Volante”, nata per dimostrare l’assurdità dell’insegnamento del creazionismo nelle scuole statunitensi>>.

Vediamo chi usa IMPROPRIAMENTE il <<termine “religione>>.

Esso <<deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non è del tutto chiarita. Il verbo religere (dal latino religāre) significa legare, ossia legarsi a principi e/o valori>> (https://it.wikipedia.org/wiki/Religione#cite_note-3).

LPB RESTRINGE arbitrariamente il significato di “religione”, confinandolo unicamente in quel che egli, qui sopra, ha chiamato i <<tre pilastri>>.

Eppure, tra quei <<principi e/o valori>> ai quali <<legarsi>>, spiccano senza dubbio anche <<principi e/o valori>> LAICI, per cui la sua indebita restrizione del significato del termine “religione” pare finalizzato a marcare un ABISSO che separi la “religione” dall’ateismo.

Vediamo dunque il primo <<pilastro>>:

la religione si riferirebbe <<a un principio trascendente o soprannaturale>>;

è vero che all’ateismo <<manca l’oggetto trascendente>>, ma questo NON è sufficiente per escludere che esso sia una religione, perché solitamente anche l’ateo più distratto non potrà non esser LEGATO ad un determinato sistema di <<principi e/o valori>> che perciò, come tali, fanno di lui un religioso (un LEGATO), seppur non nei confronti di <<un principio trascendente o soprannaturale>>. Ma l’assenza del trascendente/soprannaturale importa ben poco, dal momento che LPB, già dal titolo: <<L'ATEISMO NON È UNA RELIGIONE>>, si prefigge appunto di negare che l’ateismo sia una religione

Per quanto concerne il secondo pilastro ovvero <<un insieme codificato di credenze (i dogmi)>>, direi che NON sia propriamente così, infatti, innumerevoli volte ho avuto modo di constatare come TUTTI gli atei con i quali sono venuto in contatto, costellassero i propri discorsi con riferimenti (per loro) INDISCUTIBILI, INTOCCABILI, quasi SACRI, quindi veri e propri DOGMI laici che ormai campeggiano come mantra sulla bocca di tutti, quali ad esempio:   

“la LOGICA impone di negare la contraddittorietà delle affermazioni cristiane”;

“la SCIENZA dimostra, la fede no”;

“la RAGIONE nega ciò che è indimostrabile”;

“gli scienziati hanno DIMOSTRATO che…”;

“la maggior parte degli SCIENZIATI è atea”;

“la TEORIA DELLEVOLUZIONE darwiniana ha dimostrato che…”;

“la Bibbia è IRRAZIONALE”,

etc…

Quanto al terzo pilastro: <<una pratica rituale o comunitaria>>, ebbene, anche qui non è propriamente vero.

La notissima associazione UAAR, cioè l’“Unione degli atei e degli agnostici razionalisti”, ha affermato che anche l’ateismo è una religione

<<l’UAAR si interpreta come religione>>

<<l’ateismo non potrebbe nemmeno essere distinto dalla religione>>.

Essa ha altresì espresso il <<soddisfacimento del bisogno religioso dell’ateo>> il quale <<si manifesta nella critica alle religioni>> (vedi qui -> https://www.uccronline.it/wp-content/uploads/2016/04/UAAR-Ricorso-al-Capo-dello-Stato.jpg).

E come ogni religione, anche l’UAAR possiede una sua PRATICA <<comunitaria>> come ad esempio ATTIVITÀ DI PROSELITISMO (sbattezzo, riviste, etc…) in varie città d’Italia, appiccicando i loro cartelloni un po’ ovunque.




Pertanto, direi che i tre pilastri esposti da LPB per dimostrare che l’ateismo non sia una religione MANCANO il bersaglio.

Ancora LPB:

<<Chi sostiene che l’ateismo sia una religione, spesso lo fa con intento polemico: per suggerire che anche gli atei abbiano una "fede", e quindi non siano più razionali o fondati dei credenti. Ma questo è un falso simmetrico. Credere in qualcosa senza prove è una scelta attiva; non credere in qualcosa in assenza di prove non è “credere al contrario”, ma semplicemente astenersi dal dare credito a un’ipotesi non corroborata. È come non credere all’esistenza di unicorni, fate o draghi: non serve fede per dubitare di ciò che non ha evidenza>>.

Nessun <<intento polemico>> perché, che anche gli atei <<abbiano una "fede">>, è un dato antropologico difficilmente discutibile.

Non importa che egli NON CREDA <<all’esistenza di unicorni, fate o draghi>>; quel che importa è che, comunque, egli NON possa MAI prescindere da una qualche forma di FEDE/CREDENZA.

La nostra vita è costantemente sorretta da atti di FEDE più o meno consapevoli, poiché il futuro che ci sta dinanzi è per definizione ignoto, per cui ogni nostro progetto esistenziale, per quanto a corto raggio sia, presuppone il CREDERE che esso troverà soddisfazione nel suo realizzarsi ancora futuro, quindi, soddisfazione non immediatamente EVIDENTE né immediatamente (o forse mai) DIMOSTRABILE.

È sì vero che un qualsiasi nostro progetto non venga solitamente affrontato ciecamente ma ponderato sulla base di ciò che già conosciamo e che prevediamo possa aiutarci a conseguirlo.

Ma questo NON TOGLIE che il risultato voluto/sperato NON sia affatto garantito a priori, ed è per tale incertezza che la FEDE è il costante substrato senza la quale non faremmo neppure un passo…

Torniamo a LPB:

<<Credere in qualcosa senza prove è una scelta attiva; non credere in qualcosa in assenza di prove non è “credere al contrario”, ma semplicemente astenersi dal dare credito a un’ipotesi non corroborata. È come non credere all’esistenza di unicorni, fate o draghi: non serve fede per dubitare di ciò che non ha evidenza>>.

Solo APPARENTEMENTE vero.

Infatti, il <<non credere in qualcosa [unicorni, fate o draghi] in assenza di prove>> implica di per sé la FEDE che in assenza di prove, tale <<qualcosa>> NON esista.

Così come l’<<astenersi dal dare credito a un’ipotesi non corroborata>>, implica la FEDE che <<a un’ipotesi non corroborata>> NON si debba dare credito, mentre, invece, potremmo benissimo (ed il più delle volte lo facciamo) dare credito anche a ciò che non sia stato corroborato.

Ad esempio, l’<<astenersi dal dare credito>> all’esistenza di Dio sol perché essa non sarebbe <<un’ipotesi non corroborata>>, significa CREDERE che finché tale esistenza non venga corroborata, Dio non esiste.

LPB ribatte:

<<non serve fede per dubitare di ciò che non ha evidenza>>;

certo, ma serve FEDE per concludere l’inesistenza <<di ciò che non ha evidenza>>.

Ancora LPB:

<<Un altro malinteso frequente è legato alla presunta “militanza” di alcuni atei. Se una persona difende con passione la scienza, la razionalità o i diritti umani, non sta fondando una religione, né agendo da "devoto del razionalismo". Sta difendendo metodi o valori che sono, per loro natura, falsificabili, autocorrettivi, sottoponibili a critica. Al contrario, la religione si fonda su verità per definizione non negoziabili, perché rivelate da un’autorità trascendente. L’epistemologia scientifica è, in tal senso, esattamente l’opposto del dogmatismo: ogni affermazione è valida solo finché regge alla prova dei fatti>>.

Qui abbiamo un minestrone ove egli mescola cose diverse facendo accostamenti che non stanno né in cielo né in terra.

Parlando di religione, LPB continua a tirare in ballo (vedi anche il post n° 174) l’<<epistemologia scientifica>> nella quale <<ogni affermazione è valida solo finché regge alla prova dei fatti>>, credendo così di sminuire la religione sol perché essa esula dall’orizzonte immanentistico in quanto attiene al FONDAMENTO e quindi al SENSO dell’esserci…

Si cimenta nell’APOLOGIA della scienza e della razionalità senza però rendersi conto di brandire scienza e razionalità come armi ideologiche per sorreggere un castello ‘metafisico’ di pregiudizi previamente orientati in senso immanentistico/ateistico.

Già il fatto che egli abbia redatto un post come questo dimostra chiaramente come la sua ‘difesa’ dei <<metodi o valori che sono, per loro natura, falsificabili, autocorrettivi, sottoponibili a critica>> sia tale da rappresentare una DIFESA nei confronti di ciò che non rientra nella mai definitiva <<prova dei fatti>>, salvo poi dimenticarsi che ANCHE internamente alla scienza (nonché alla filosofia) vi troneggiano i suoi bravi DOGMI come quelli accennati sopra e che ogni buon ateo non manca mai di snocciolare ad ogni piè sospinto, alla faccia del presunto anti-dogmatismo laico/ateistico

Proseguiamo ancora un po’.

LPB:

<<Si potrebbe obiettare che anche tra gli atei esistano visioni del mondo strutturate, comunità organizzate, eventi collettivi o addirittura cerimonie “laiche” – come i funerali umanisti o i matrimoni civili celebrati con una certa solennità. Ma la presenza di una ritualità non implica automaticamente una religione, così come una squadra di calcio non diventa un culto solo perché ha i suoi cori, i suoi simboli e i suoi “santi” in maglietta numero 10. Una comunità non è una chiesa solo perché ha una struttura; ciò che la definisce è il tipo di autorità su cui si fonda. E in una comunità laica o atea, nessuno invoca la volontà divina o un ordine soprannaturale>>;

poco cambia, perché <<in una comunità laica o atea>> verranno invocati altri <<principi e/o valori>> ai quali i suoi componenti saranno ad essi LEGATI da un vincolo non dissimile da quello religioso.

L’esempio ce lo fornisce lo stesso LPB dove scrive che <<una squadra di calcio non diventa un culto solo perché ha i suoi cori, i suoi simboli e i suoi “santi” in maglietta numero 10>>.

Ed invece sì, se si evita di RESTRINGERE indebitamente <<un culto>> alla sola entità trascendente, giacché un atteggiamento religioso RESTA TALE anche in assenza di trascendenza, come è ben evidenziato in ambito calcistico ove si sprecano i continui riferimenti alla religiosità tradizionale.

Giocatori assurti oramai a IDOLI onnipresenti e visti come i salvatori della squadra del cuore e della vetta in classifica; non a caso si parla di SALVEZZA…

Inoltre, chiunque avrà avuto modo di incrociare per strada persone che vestono (legittimamente) la maglietta (o sciarpa, cappellino…) della propria squadra a guisa di ‘portafortuna’ o di segnale ‘identitario’, squadra verso la quale è esplicita la dichiarazione di FEDE in essa.

Come ‘catechismo’ per i più piccoli non mancano neppure i ‘santini’, ossia le figurine dei calciatori; per non parlare dei laicissimi scontri violenti tra FEDI-religioni calcistiche diverse… 

LPB:

<<Una comunità non è una chiesa solo perché ha una struttura>>;

etimologicamente sì, è anch’essa una CHIESA ( = <<nel gr. classico κκλησία, der. di κκαλέω «chiamare», significa «adunanza, assemblea»>>  https://www.treccani.it/vocabolario/chiesa/); LAICA quanto si vuole ma è comunque un’<<κκλησία>>, cambia soltanto il ‘dio’ di riferimento, trascendente o immanente, ma sempre di religione trattasi…

Ciò è confermato dallo stesso LPB, dove osserva:

<<va riconosciuto che alcune persone che si dichiarano atei adottano posizioni fortemente identitarie, a tratti settarie. Ma anche questo non prova nulla: ogni gruppo umano può degenerare in tribalismo, anche una comunità scientifica o politica. L’errore sta nel confondere la sociologia con la filosofia: il fatto che certi atei si comportino come se avessero una “fede” non trasforma l’ateismo in fede, così come un fanatico della medicina non trasforma l’evidence-based medicine in superstizione>>.

Invece, <<il fatto che certi atei si comportino come se avessero una “fede”>> ATTESTA che nemmeno loro possono evitar di esternare una qualche forma di FEDE soggiacente al loro sentire ed al loro vivere.

Egli, furbescamente, chiama ciò: DEGENERAZIONE tribalistica ciò che invece è un tratto universale presente in ogni cultura di ogni epoca:

<<Se tu percorrerai la terra, potrai trovare città senza mura, senza lettere, senza re, senza case, senza ricchezze, senza monete, senza teatri e palestre; ma nessuno vide mai né mai vedrà una città senza templi e senza dèi>>.

Plutarco, Adversus Colotem XXXI, 4-5. 

Così conclude LPB:

<<Il termine “religione atea” resta dunque un ossimoro: un gioco retorico che tradisce più il bisogno di screditare l’avversario che la volontà di capirlo. È un’arma polemica, non un concetto serio. Chi la usa confonde l’oggetto con la sua negazione, l’affermazione con la sospensione, la credenza con il dubbio. E se la religione implica, come etimologicamente suggerisce, il “legarsi” a qualcosa di superiore, l’ateismo è esattamente il gesto contrario: il rifiuto di legarsi a ciò che non si può dimostrare>>.

S’è però visto come sia stato proprio LPB ad aver RISTRETTO il significato di <<religione>> alla sola trascendenza/Dio.

Infatti, come visto, il <<termine “religione atea”>> è riconosciuto persino dall’UAAR ed è comunque intrinseco nella stessa dinamica con la quale l’ateismo diviene un impegno ed un compito quotidiano per coloro che intendono testimoniarlo con tanto di associazioni, proselitismo, numerosissime pagine Facebook (e video YouTube) pervicacemente dedicate ad esso.

Lo stesso LPB riconosce che <<la religione implica, come etimologicamente suggerisce, il “legarsi” a qualcosa di superiore>>, salvo, poi, cercare inutilmente di smarcarsi dall’evidenza secondo la quale ANCHE l’ateo è comunque LEGATO <<a principi e/o valori>> nonché a IDOLI che lo TRASCENDONO in quanto universali e sempiterni e che perciò ne fanno, etimologicamente, un religioso.

Per cui è ingenuo dichiarare:

<<l’ateismo è esattamente il gesto contrario: il rifiuto di legarsi a ciò che non si può dimostrare>>,

perché <<il rifiuto di legarsi a ciò che non si può dimostrare>> NON corrisponde al rifiuto di LEGARSI tout court, ed è questo LEGARSI che fa ANCHE dell’ateismo una religione, con buona pace di LPB…

 

 Roberto Fiaschi

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martedì 6 maggio 2025

175)- GESÙ «GIOCÒ A NASCONDINO CON LE GUARDIE DEL TEMPIO»?

Ebbene sì, c’è anche chi arriva a scrivere questo…

Presento un ulteriore tentativo di puerile e grottesca critica al Cristianesimo (in questo caso al Vangelo di Giovanni) da parte di Lillo Paris Bobigny: odptorenSs77a4c0gi61ufc0l45 2013u9u1hi1524u381umu52iimg5h3l6; il primo tentativo l’ho trattato nel post n° 174.  

Udite udite, secondo l’acutissimo sguardo critico di LPB, Gesù avrebbe <<giocato a nascondino con le guardie del tempio>>, e ciò smentirebbe la storicità di questo nonché di quasi tutto il vangelo di Giovanni!

Addentriamoci, allora, nella sofisticata perizia esegetica effettuata dal nostro LPB; constateremo fin dove possa spingersi l’ossessione di una persona decisa a tutti i costi di evidenziare le incongruenze del Cristianesimo.

Come di consueto, riporto l’intero post intitolato:

<<QUANDO GESÙ GIOCÒ A NASCONDINO CON LE GUARDIE DEL TEMPIO>>.

Eccolo:

<<Dal Vangelo di Giovanni, cap. 8, vv. 58-59: "Rispose loro Gesù: 'In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono.' Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio." È il fiore all'occhiello dei cristiani, in particolare dei cattolici, che vanno "matti" per il Vangelo di Giovanni. Ma ricostruiamo con ordine, a beneficio di chi crede ciecamente nella storicità dei discorsi di Giovanni e delle sue situazioni al limite del surreale:

E le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo, nel successivo cap. 9, vv. 1 e ss., Gesù, dopo la sassaiola, se la spassa lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'". Ci aspetteremmo che Gesù risponda: "Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza". E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco. L'ironia di queste riflessioni è soltanto apparente – e si tranquillizzino i gentili lettori cristiani – perché sotto la veste apparentemente ironica nascondono un problema serio sotto il profilo teologico ed esegetico: quanto i discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo siano "storici" e quanto siano "teologia narrativa", ossia quel genere letterario della sapienza ebraico-ellenistica con la quale si fa passare un ammaestramento morale sotto la veste letteraria di un racconto; di simili espedienti narratologici la letteratura giudaico-ellenistica e lo stesso Talmud offrono numerosi esempi. La "teologia narrativa" costituiva un vero e proprio genere letterario assai usato dai rabbini di quel tempo e confluiva infine nel Midrash, capolavoro della letteratura edificante di tipo ebraico. Anche nelle agiografie dei santi cristiani abbiamo parecchi esempi di storie edificanti, che nessuno storico serio (nemmeno credente) prenderebbe per fatti realmente accaduti: San Francesco che parlava agli uccellini, che stipulava una pace tra il feroce lupo di Gubbio e gli abitanti della città che egli terrorizzava, che parlava con il lupo stesso facendone il primo convertito tra le fiere; che era seguito dagli animali del bosco; la storia del povero eremita medievale di nome Paolo che viveva nel deserto e al cui nutrimento provvedevano dei corvi che gli portavano ogni giorno un pezzetto di pane nel loro becco; il fraticello specializzato in voli aerei che una volta salvò la vita a un operaio che precipitò dal parapetto della casa, facendolo restare sospeso per aria; le fiamme del rogo di Policarpo martire che in modo miracoloso si separarono dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui, dalla quale uscì una colomba, con grande sgomento del boia e di tutti i presenti; la sua lingua tagliata per ordine del governatore romano che aveva ordinato il supplizio ma che fece parlare Policarpo assai più speditamente di prima; chissà perché poi la scure del boia non perse il suo potere; e ancora il miracolo della ministra moltiplicata per i poveri del suo refettorio da San Filippo Neri; Sant'Antonio da Padova che uscì miracolosamente illeso da una minestra avvelenata somministratagli da un nobile che lo aveva invitato a pranzo, fingendo interesse per la sua missione presso i poveri: in realtà era uno strozzino che riduceva sul lastrico la povera gente prestando denaro a interessi usurai; e che dunque nella difesa dei poveri da parte di Antonio vedeva una minaccia al proprio portafoglio. A questa letteratura si deve guardare con il massimo rispetto perché trasmette certi valori morali, ma il suo valore storico è pari allo zero. La stessa argomentazione vale in linea di principio per le narrazioni di Giovanni, un autore che quanto a inventiva non è da meno del suo "omonimo" molto meno famoso di lui. Davanti all'ennesimo proclama esaltato sulla sua uguaglianza con Dio, gli Ebrei "sclerano" – come si dice oggi – e in uno scoppio di rabbia accumulata da tanto tempo contro quel "fanatico", gli scagliano addosso dei sassi. Ma nessuno di questi colpisce Gesù, il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo! Come nel caso di Policarpo che continuava ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice! E come le fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui! Giovanni ha gettato le basi – non so quanto in modo volontario con le sue invenzioni letterarie – della successiva letteratura edificante. Certo che questi Ebrei, quando discutono con Gesù, erano lì davanti a lui, ma non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi. E invece tutto finisce con una singola esplosione di rabbia perché Gesù si nascose; dove andò quando si nascose? E qui andiamo al titolo semiserio del mio intervento: le guardie del Tempio, agli ordini del sommo sacerdote, che fecero, incominciarono a giocare a nascondino con lui? Se un simile episodio fosse accaduto nella realtà, poteva nascondersi pure a Vindobona, le autorità del Tempio gli avrebbero dato la caccia, scovato, e portato davanti a un tribunale penale ebraico dove sarebbe stato processato per blasfemia, e la legge di Mosè avrebbe erogato la punizione che essa stabiliva per chi bestemmiava: la lapidazione. Insomma: un Giudeo che per tre anni percorre Gerusalemme e dintorni lanciandosi in proclami così esaltati sulla sua persona e che provoca come reazione quattro pietre tirate alla fine, quando proprio non se ne può più, in un singolo scoppio di collera. E finì? Ricordo la mia prof. dei tempi del liceo, Vittoria Gentile, nipote del grande filosofo hegeliano, dirmi sempre: "E finì? Un na finutu lu discurrsu, bonagiusu!" Era molto esigente, come tutti i prof. di quel tempo, e riteneva che la mia risposta non fosse esauriente o completa. La giudicavo pesantuccia allora, ma a distanza di tanto tempo gliene sono grato, col senno di poi. Perfino a J. Ratzinger, nel suo "Gesù di Nazareth", venne qualche dubbio sulla "storicità" dei discorsi di Giovanni, e dubbi ancora più forti vengono a Bart Ehrman, uno dei più grandi biblisti contemporanei. Anche il prof. Mauro Pesce è dell'avviso che, se vogliamo trovare tracce del Gesù storico, è ai Sinottici che dobbiamo volgere la nostra attenzione, specialmente Marco e Matteo. Giovanni appare più come un testo costruito sulla base della filosofia greca, tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù. E su questo concordano pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole. È ora il caso di dirlo: nessun ebreo – afferma Bart Ehrman – poteva impunemente per tre anni di seguito percorrere la Galilea e arrivare fino a Gerusalemme dicendo a tutti: "Io sono Jahweh sceso in forma umana". Non sarebbero intervenuti i Romani, non ve n'era bisogno, perché sarebbe stato processato e lapidato come blasfemo già ai suoi primi proclami esaltati. E senza giochetti a nascondino. È chiaro che l'autore di Giovanni – chiunque egli sia – può propinare una simile storiella "edificante" agli abitanti di Efeso, dove è accertato che scrisse il suo Vangelo; a gente che non sapeva nulla di usi e costumi giudaici. Gente che viveva a migliaia di km di distanza, in gran parte o pagani o genti ellenistiche (Ricordiamo che Efeso era una delle più importanti città della Grecia, sede del grande tempio in onore alla dea Artemide, la Parthenos, la dea vergine). Giovanni Bonagiuso>>.

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Bene.

L’esimio esegeta LPB o Giovanni Bonagiuso che dir si voglia, ci ricostruisce <<con ordine, a beneficio di chi crede ciecamente nella storicità dei discorsi di Giovanni e delle sue situazioni al limite del surreale:

E le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo, nel successivo cap. 9, vv. 1 e ss., Gesù, dopo la sassaiola, se la spassa lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'". Ci aspetteremmo che Gesù risponda: "Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza". E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco>>.

Come chiunque può constatare, l’acume dell’infaticabile ‘studioso’ è anche accompagnato da uno spiccatissimo senso dell’ironia da fare impallidire i redattori di Charlie Hebdo.

Ma innanzitutto, da dove evince con infallibile certezza, il nostro ‘Sherlock Holmes’, che ove leggiamo <<passando>> nel versetto 1 del capitolo 9, si debba intendere un evento cronologico immediatamente successivo al versetto 59 del capitolo 8 dove <<Gesù si nascose e uscì dal tempio>>?

LPB ce lo ‘garantisce’ sulla base della sua arbitraria ‘logica’ preconcetta e nulla più...

Tuttavia, dobbiamo sempre AGEVOLARE al massimo la critica, per cui proviamo ad ammettere che il transito dal versetto 59 del capitolo 8 al versetto 1 del capitolo 9 testimoni effettivamente che <<Gesù, dopo la sassaiola, se la spass[asse] lindo e beato, perché "passando vide un uomo cieco dalla nascita e i discepoli lo interrogarono: 'Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?'">>.

LPB inoltre aggiunge:

<<Certo che questi Ebrei, quando discutono con Gesù, erano lì davanti a lui, ma non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi. E invece tutto finisce con una singola esplosione di rabbia perché Gesù si nascose; dove andò quando si nascose? E qui andiamo al titolo semiserio del mio intervento: le guardie del Tempio, agli ordini del sommo sacerdote, che fecero, incominciarono a giocare a nascondino con lui?>>

Ebbene, dove sarebbe il tremendo problema?

LPB osserva che <<le guardie del tempio stettero al gioco, ovviamente; invece di scovarlo e dargli la caccia, giocavano a nascondino con lui! E niente... come se nulla fosse successo>>.

Egli non riesce a considerare che se <<Gesù si nascose e USCÌ dal tempio>>, allora vuol dire che riuscì a rendersi irreperibile/imprendibile, per cui quale <<caccia>> avrebbero dovuto dargli <<le guardie del tempio>>, se appunto Gesù ormai era già FUORI dal tempio?

Eppure ciò non basta per LPB, giacché si domanda:

<<dove andò quando si nascose?>>

Questa sì che è la sola ed autentica domanda del terzo millennio!

La risposta è:

non lo potremo mai sapere, visto che si NASCOSE…

Vi è anche da chiedersi donde gli derivi il dono di prevedere gli effetti dei comportamenti di Gesù per come essi sarebbero DOVUTI avvenire, giacché LPB si sarebbe aspettato che Gesù rispondesse:

<<"Ma vi sembra una domanda da fare in un momento come questo?! Non vedete che sto fuggendo per mettermi al riparo da quei fanatici che mi tirano sassi addosso?! Non ho tempo per intavolare discussioni teologiche su Dio, il male e la provvidenza">>!

Peccato, perciò, che almeno in questo caso, il dono di LPB abbia fatto cilecca, come riconosce sconsolato:

<<E invece no: Gesù dà tutte le spiegazioni del caso, in modo pacato e riflessivo, e ci scappa pure il miracolo, la restituzione della vista al cieco>>.

Subito dopo, egli assume il tono ieratico tipico di colui che sta per annunciare una solenne verità:

<<L'ironia di queste riflessioni è soltanto apparente – e si tranquillizzino i gentili lettori cristiani – perché sotto la veste apparentemente ironica nascondono un problema serio sotto il profilo teologico ed esegetico: quanto i discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo siano "storici" e quanto siano "teologia narrativa", ossia quel genere letterario della sapienza ebraico-ellenistica con la quale si fa passare un ammaestramento morale sotto la veste letteraria di un racconto; di simili espedienti narratologici la letteratura giudaico-ellenistica e lo stesso Talmud offrono numerosi esempi>>.

Affermando che i <<discorsi che Giovanni mette in bocca a Gesù nel IV Vangelo>> siano <<"teologia narrativa">>, LPB mostra di aver scoperto L’ACQUA CALDA e magari, chissà, crede di essere stato il primo!

Tuttavia ciò NON TOGLIE affatto che la <<"teologia narrativa">> abbia il supporto della testimonianza storica _ a dispetto della mera opinione di LPB secondo cui <<il suo valore storico è pari allo zero>> _, come infatti anche il biblista/esegeta Rinaldo Fabris (e non è certo l’unico) riconosce esplicitamente:

LPB prosegue perciò avvertendoci che <<La "teologia narrativa" costituiva un vero e proprio genere letterario assai usato dai rabbini di quel tempo e confluiva infine nel Midrash, capolavoro della letteratura edificante di tipo ebraico. Anche nelle agiografie dei santi cristiani abbiamo parecchi esempi di storie edificanti, che nessuno storico serio (nemmeno credente) prenderebbe per fatti realmente accaduti>>.

Egli confonde volutamente (o per ignoranza?) il genere letterario “Vangelo” con le agiografie e le <<storie edificanti>>.

È palese come LPB sia rimasto fermo inchiodato alla “seconda ricerca” del Gesù storico, al massimo potrà essersi spinto fino al “Jesus Seminar”, ignorando la “terza ricerca” nonché la necessità di una “quarta ricerca” (peraltro già cominciata) promossa da Craig Blomberg…

Ma poi, alla fin fine, noi A CHI dovremmo seriamente prestar FIDUCIA?

All’universalmente super-stra-arci-noto esegeta LPB, con le sue SURREALI nonché INFANTILI ricostruzioni, oppure allo stesso evangelista Giovanni, il quale ebbe a scrivere:

<<Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate>> (Giov. 19:35);

<<Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo>>. (I Giov. 1, 1-3).

Proseguiamo.

LPB scrive:

<<Davanti all'ennesimo proclama esaltato sulla sua uguaglianza con Dio, gli Ebrei "sclerano" – come si dice oggi – e in uno scoppio di rabbia accumulata da tanto tempo contro quel "fanatico", gli scagliano addosso dei sassi. Ma nessuno di questi colpisce Gesù, il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo! Come nel caso di Policarpo che continuava ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice! E come le fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui! Giovanni ha gettato le basi – non so quanto in modo volontario con le sue invenzioni letterarie – della successiva letteratura edificante>>.

Anche qui, la miopìa esegetica di cui soffre LPB non gli consente di distinguere testi differenti.

Si stupisce che Gesù non resti colpito dai sassi <<il quale se la cava nascondendosi e riuscendo a sgattaiolare fuori dal Tempio: miracolo!>>

Ora, scendendo al puerile livello nel quale si muove LPB, qualche sasso potrebbe anche aver colpito Gesù, il testo non lo dice, né importa granché, se non ai cavillatori come LPB.

Ed invece no, perché LPB sa già che <<non un sasso va a segno; nemmeno di striscio. E dire che [gli ebrei] dovevano avere una mira alquanto precisa, esercitati come erano già dai tempi di Mosè a lapidare adulteri e blasfemi>>…

Certo, <<questi Ebrei>> che hanno lanciato sassi a Gesù hanno avuto circa 1200 anni di tempo per allenarsi, poiché erano già nati <<dai tempi di Mosè>>, per cui è impossibile che almeno un sasso non l’abbia colpito!

Per questo LPB grida: <<miracolo!>> 

Eppure, nonostante LPB scriva: <<Come nel caso di Policarpo […]>>, <<come le fiamme del rogo […]>>, chiunque (tranne lui) vede bene che sfuggire ad una sassaiola è evenienza ben diversa dal continuare <<ad annunciare il Vangelo con la lingua tagliata alla radice dal carnefice!>> nonché dalle <<fiamme del rogo che si separavano dal suo corpo disegnando un'aureola attorno a lui>>…

Ma, ormai si è capito, al nostro climber on the mirrors preme soltanto screditare la storicità del Vangelo di Giovanni, per cui qualsiasi corbelleria gli possa venire in mente, ritiene sia degna di esser postata…

LPB:

<<Giovanni appare più come un testo costruito sulla base della filosofia greca, tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù. E su questo concordano pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole>>.

Ma che il testo giovanneo sia una <<tarda elaborazione teologica di quei pochi dati iniziali su Gesù>> NON è affatto sostenuto _ come si inventa LPB _ da <<pressoché tutti gli esegeti e i massimi biblisti di oggi, delle più diverse scuole>>.

Glielo faccio dire proprio dal suo amato Bart Ehrman (Did Jesus Exist? The Historical Argument for Jesus of Nazaret, Harperone 2013, p. 265):

<<Alcune fonti precedenti al Vangelo di Giovanni provengono dai primi anni del movimento cristiano, come si deduce dal fatto che tradiscono le loro radici negli ambienti palestinesi di lingua aramaica. Questo le colloca nei primi giorni del movimento, alcuni decenni prima della stesura del Vangelo di Marco>>;

capito LPB o Giovanni Bonagiuso?

Ne faccia tesoro…

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 5 maggio 2025

174)- «LEGGERE I TESTI SACRI PORTA ALL'ATEISMO»?

Riporto un post di Lillo Paris Bobigny (tnresdSopo01ogg904guaura ah 6emghu6gt1:066ei i l26o1lau0g173), intitolato: 

<<QUANDO LEGGERE I TESTI SACRI PORTA ALL'ATEISMO>>.

Esso recita:

<<È opinione diffusa che la lettura delle Scritture rafforzi la fede. Ma, per molti, avviene l’esatto contrario: leggere i testi sacri è proprio ciò che li conduce a metterla in discussione, fino ad abbandonarla del tutto. Non si tratta di un paradosso, ma di un'esperienza che accomuna numerosi ex credenti, per i quali il contatto diretto con la Bibbia, il Corano o altri testi religiosi ha rappresentato un punto di rottura, non di conversione. Come mai? Il primo motivo, spesso sottovalutato, è la distanza tra le aspettative e la realtà del testo. Chi si accosta alle Scritture aspettandosi parole elevate, rivelazioni divine e saggezza eterna, si imbatte frequentemente in genealogie infinite, norme arcaiche, prescrizioni tribali e racconti violenti. Scoprire che il "libro più letto del mondo" contiene incitamenti allo sterminio di interi popoli, regolamenti su come acquistare e trattare gli schiavi, punizioni per chi lavora di sabato o per i figli disobbedienti, può risultare sconcertante. La Bibbia, ad esempio, non nasconde l’uccisione sistematica dei nemici di Israele per ordine divino, né l’idea che le donne siano subordinate, impure durante il ciclo mestruale o colpevoli del peccato originale. Il Corano, a sua volta, prescrive punizioni corporali, legittima la poligamia e dedica ampio spazio alla guerra contro gli “infedeli”. Non si tratta solo di interpretazioni: questi contenuti sono testualmente presenti, e molti lettori li incontrano per la prima volta con incredulità. Un secondo motivo di distacco è legato al linguaggio dogmatico. I testi sacri non presentano tesi argomentate, ma verità proclamate. Chi è abituato al pensiero critico, al dubbio, alla ricerca razionale, può provare disagio davanti a una narrazione che non ammette replica, né confronto. Versetti che iniziano con “Così dice il Signore” o “Questo è il vero Dio, fuori di Lui non ve n’è alcun altro” non lasciano spazio a dialogo o verifica: impongono. E in un contesto culturale in cui la libertà di pensiero e il metodo scientifico sono valori fondanti, questa pretesa assolutistica può risultare respingente. Anche le contraddizioni interne giocano un ruolo importante. L’immagine di Dio nei testi sacri è tutt’altro che coerente. È misericordioso ma stermina popoli, è onnipotente ma deluso dal peccato, è onnisciente ma pone domande retoriche all’uomo, è giusto ma punisce intere generazioni per le colpe dei padri. Il teologo tedesco Hans Küng parlava di “antinomie” teologiche, cioè di opposti inconciliabili che la fede cerca di tenere insieme, ma che a una mente razionale appaiono come veri e propri cortocircuiti logici. L’annosa questione del male ne è un esempio: come può un Dio onnipotente, onnisciente e buono tollerare il dolore innocente? Le risposte tradizionali – il libero arbitrio, il peccato originale, la giustizia postuma – appaiono spesso come giustificazioni ex post, non soluzioni convincenti. C’è poi l’aspetto storico e mitologico. Leggere i testi sacri senza filtri apologetici fa emergere la loro natura composita, redatta in epoche diverse da autori diversi, spesso in polemica tra loro. I due racconti della creazione in Genesi 1 e 2, le incongruenze tra i Vangeli (sulla genealogia di Gesù, sulla data della crocifissione, sulla scoperta della tomba vuota), le evidenti influenze mesopotamiche nei racconti del Diluvio o della torre di Babele, portano molti a concludere che non si tratti di rivelazioni divine, ma di testi religiosi prodotti da culture antiche, in risposta ai loro bisogni simbolici e identitari. In altre parole: non parole di Dio, ma parole su Dio. Un ulteriore elemento di rottura è l’etica. Chi ritiene che la morale debba basarsi sull’empatia, sull’esperienza e sulla dignità umana, difficilmente potrà accettare un’etica rivelata che giustifica la schiavitù, la sottomissione della donna, la pena di morte per l’adulterio o la lapidazione per l’omosessualità. L’idea che il bene e il male dipendano dalla volontà divina – per cui ciò che è comandato da Dio è giusto in quanto tale – contrasta con la sensibilità moderna, per cui l’etica precede la religione e non può derivare dalla paura dell’inferno o dalla speranza del paradiso. Infine, molti lettori si confrontano con un problema più radicale: l’assenza di prove. I testi sacri fanno affermazioni straordinarie – la creazione del mondo in sei giorni, i miracoli, le resurrezioni, le apparizioni – ma non forniscono elementi verificabili. L’invito a “credere senza vedere” può apparire nobile a chi è già credente, ma per altri è un campanello d’allarme. In ambito scientifico, chi afferma qualcosa ha l’onere della prova. Se un libro sostiene che il sole si è fermato nel cielo (come in Giosuè 10,13) o che un profeta è salito in cielo su un carro di fuoco (2 Re 2,11), il lettore critico non si accontenta del “lo dice la Scrittura”. Pretende riscontri. E in mancanza di questi, sospende il giudizio. O lo rigetta del tutto. Leggere i testi sacri può essere un'esperienza illuminante anche per chi non crede. Ma l'effetto non è necessariamente quello auspicato dalle istituzioni religiose. Per molti, è proprio lo studio diretto delle Scritture che li conduce a dubitare, a prendere distanza, o a diventare atei. Non per ribellione o superficialità, ma per coerenza con i propri strumenti critici, per rispetto della ragione e per onestà intellettuale. LPB Lillo Paris Bobigny>>.

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Dunque, LPB esordisce scrivendo:

<<È opinione diffusa che la lettura delle Scritture rafforzi la fede. Ma, per molti, avviene l’esatto contrario: leggere i testi sacri è proprio ciò che li conduce a metterla in discussione, fino ad abbandonarla del tutto. Non si tratta di un paradosso, ma di un'esperienza che accomuna numerosi ex credenti, per i quali il contatto diretto con la Bibbia, il Corano o altri testi religiosi ha rappresentato un punto di rottura, non di conversione>>.

È vero, può succedere che <<la lettura delle Scritture>> possa condurre <<a metterla in discussione, fino ad abbandonarla del tutto>>.

Ma se questa osservazione intende essere un’apologia della falsità della Bibbia, allora LPB prende un abbaglio; la reazione di rifiuto del singolo di per sé NON attesta affatto la verità di quella reazione, o meglio: non attesta affatto la falsità di ciò che ha causato quel rifiuto; dedurre ciò sarebbe prova di un semplicismo disarmante.

E ciò NON è neppure <<un paradosso>>, giacché la Bibbia non sfolgora di evidenze abbacinanti, tali da costringere sempre e comunque all’assenso verso di essa.

Qui, il discorso di LPB si mostra si dal principio VIZIATO dal PREGIUDIZIO secondo cui, poiché essa è ritenuta “Parola di Dio”, allora debba per forza impedire qualsiasi reazione critica nei suoi confronti e conseguente abbandono di essa e della fede.

D’altronde, ciò NON deve affatto stupire, giacché <<conversioni>> o <<rotture>> sono all’ordine del giorno, sotto ogni latitudine:

si cambia (si rinnega) una fede/religione;

si cambia (si rinnega) il proprio ateismo;

si cambia (si rinnega) un partito politico;

si cambia (si rinnega) una squadra di calcio;

si cambia (si rinnega) un’etica;

si cambia (si rinnega) un’opinione…

Senonché, LPB subito dopo chiede:

<<Come mai?>>

Leggiamo le sue risposte:

<<Il primo motivo, spesso sottovalutato, è la distanza tra le aspettative e la realtà del testo. Chi si accosta alle Scritture aspettandosi parole elevate, rivelazioni divine e saggezza eterna, si imbatte frequentemente in genealogie infinite, norme arcaiche, prescrizioni tribali e racconti violenti. Scoprire che il "libro più letto del mondo" contiene incitamenti allo sterminio di interi popoli, regolamenti su come acquistare e trattare gli schiavi, punizioni per chi lavora di sabato o per i figli disobbedienti, può risultare sconcertante. La Bibbia, ad esempio, non nasconde l’uccisione sistematica dei nemici di Israele per ordine divino, né l’idea che le donne siano subordinate, impure durante il ciclo mestruale o colpevoli del peccato originale. Il Corano, a sua volta, prescrive punizioni corporali, legittima la poligamia e dedica ampio spazio alla guerra contro gli “infedeli”. Non si tratta solo di interpretazioni: questi contenuti sono testualmente presenti, e molti lettori li incontrano per la prima volta con incredulità>>.

Per lui, una motivazione per <<mettere in discussione>> la fede <<fino ad abbandonarla del tutto>>, è costituito dall’ASPETTATIVA, leggendo la Bibbia, di trovarsi dinanzi <<parole elevate>>.

Purtroppo, qui, LPB misconosce del tutto lo statuto complessivo della Bibbia.

Essa è un testo multiforme, che include numerosi generi letterari alquanto differenti. La Bibbia non disdegna neppure di includere situazioni storiche senza addolcimenti idealizzanti, quali appunto guerre, stermini, abomini morali, etc.

Evidentemente LPB nutre anche il PRECONCETTO che, laddove Dio parla, tutto debba essere sempre e comunque avvolto in un manto di rose e caramelle…

Egli si LIMITA a menzionare SOLTANTO (ed in ciò lo capisco, visto che egli, in ossequio al suo pregiudizio, deve in qualche modo corroborare la propria mal celata ostilità alla Bibbia):

<<genealogie infinite, norme arcaiche, prescrizioni tribali e racconti violenti. […] incitamenti allo sterminio di interi popoli, regolamenti su come acquistare e trattare gli schiavi, punizioni per chi lavora di sabato o per i figli disobbedienti […] l’uccisione sistematica dei nemici di Israele per ordine divino, […] l’idea che le donne siano subordinate, impure durante il ciclo mestruale o colpevoli del peccato originale>>,

come se tali elementi costituissero non solo LA TOTALITÀ del contenuto biblico, ma fossero altresì prescrizioni da seguire da parte dei suoi eventuali seguaci in ogni tempo e luogo, senza perciò operare _ da parte di LPB _ la benché minima distinzione tra ciò che era allora situazione normale e ciò che invece oggi non è più accettabile; non distingue tra il caduco ed il permanente, ignora le differenze storico-culturali in nome di un male inteso senso dell’ispirazione biblica.

La concezione (storicamente situata) del divino da parte del popolo ebraico di allora presente nella Bibbia, non è monolitica, ma va progressivamente rischiarandosi e perciò con avvedutezza ci si deve avvicinare, non già mossi dal pio desiderio di reperirvi unicamente <<parole elevate, rivelazioni divine e saggezza eterna>>.

Nella stessa Bibbia alcune caratteristiche di Dio vengono via via relativizzate ed infine abbandonate, ripeto, INTERNAMENTE ALLA STESSA BIBBIA, non altrove!

Per quanto concerne le guerre di Dio, le stragi da Lui ordinate etc., la concezione di Dio posseduta dagli ebrei di allora era connotata dalla potenza/forza (El Gibbor: Dio della forza. <<A number of scholars have traced the etymology to the Semitic root *yl, 'to be first, powerful', despite some difficulties with this view. Elohim is thus the plural construct 'powers'. Hebrew grammar allows for this form to mean "He is the Power (singular) over powers (plural)" [...]>>   (https://en.wikipedia.org/wiki/Names_of_God_in_Judaism#cite_ref-50), quale segno distintivo della Sua presenza efficace in mezzo al popolo ebraico circondato da vicini ed imperi ostili; potenza/forza, poi, che andrà lasciando il passo _ sempre internamente alla stessa Bibbia _ ad una concezione di Dio più matura e perciò sempre meno contaminata da connotati bellici/tribali ed arcaici.

Ciò detto, passiamo al <<secondo motivo di distacco>> dalla fede che LPB avrebbe individuato, motivo <<legato al linguaggio dogmatico. I testi sacri non presentano tesi argomentate, ma verità proclamate>>.

Ma una persona che si avvicinasse alla Bibbia col presupposto di rinvenire in essa <<tesi argomentate>>, si muoverebbe già con una pre-comprensione che non potrà non condurlo ad una conclusione SCETTICO/NEGATIVA nei riguardi della Bibbia.

Che LPB metta in campo questa evenienza, dimostra unicamente come in realtà sia innanzitutto LUI ad approcciarsi ad essa con intenti puramente polemici, mosso cioè da intenzioni unicamente screditanti.

Tanto più che la Bibbia NON è affatto un testo di filosofia, per cui in essa NON vi possono essere <<tesi argomentate>> così come Aristotele argomenta ad esempio nella sua Metafisica; credo che ciò lo sappiano persino i ragazzini del Catechismo…

La Bibbia, non essendo, ripeto, un testo filosofico, presenta i suoi convincimenti MEDIANTE LA FEDE e, come già indicato, non pochi di tali convincimenti vengono gradualmente relativizzati e addirittura condannati (come ad esempio l’abitudine di offrire sacrifici animali…).

Proseguiamo.

Scrive LPB: <<Chi è abituato al pensiero critico, al dubbio, alla ricerca razionale, può provare disagio davanti a una narrazione che non ammette replica, né confronto>>.

Chi fosse <<abituato al pensiero critico, al dubbio, alla ricerca razionale>> dovrebbe essere abbastanza intelligente da sapere come sia da perfetti sciocchi avvicinarsi alla Bibbia con l’intenzione di reperirvi VERITÀ d’ordine teologico (a maggior ragione naturalistico-biologico) validabili scientificamente e/o razionalmente.

Per cui è da sciocchi ritener che il contenuto della Bibbia <<non ammett[a] replica, né confronto>>; significa nuovamente non aver capito nulla di essa.

Peraltro, a proposito del <<dubbio>>, ad esempio nella tradizione rabbinica ogni versetto biblico è passibile di una molteplicità di interpretazioni DIFFERENTI, e allorquando si giungesse all’unanimità interpretativa, ciò NON verrebbe visto di buon occhio…

LPB:

<<Versetti che iniziano con “Così dice il Signore” o “Questo è il vero Dio, fuori di Lui non ve n’è alcun altro” non lasciano spazio a dialogo o verifica: impongono>>.

Ecco qui un altro non-senso.

Innanzitutto, l’espressione: “Così dice il Signore” non intende ratificare una TESI bensì esprime un ammonimento o un giudizio che Dio fa pervenire attraverso le parole del profeta.

In secondo luogo, l’espressione: “Questo è il vero Dio, fuori di Lui non ve n’è alcun altro”, era (ed è) tale soltanto per coloro (appunto gli ebrei) che lo accolsero PER FEDE.

Una volta COSÌ accolto, esso certamente diventa vincolante in quanto sancisce il Patto tra Dio e gli ebrei; ma, ripeto, tale vincolo è stato ACCOLTO PER FEDE/FIDUCIA, NON a loro IMPOSTO!

Per cui NON HA SENSO affermare che entrambe le espressioni <<non lasciano spazio a dialogo o verifica: impongono>>, anche perché LPB retroproietta indebitamente i concetti tipicamente moderni di <<dialogo>> e di <<verifica>> nel contesto geo-culturale di un’epoca storica sostanzialmente alieno da essi…

LPB:

<<E in un contesto culturale in cui la libertà di pensiero e il metodo scientifico sono valori fondanti, questa pretesa assolutistica può risultare respingente>>.

Sin qui, si è visto come non sussista alcuna <<pretesa assolutistica>>, bensì soltanto l’infantile pretesa di leggere un testo antico coi presupposti della modernità, anziché con la dovuta contestualizzazione.

Infatti, NON ci si può accostare alla Bibbia come ci accosteremmo ad un trattato scientifico o fisico o matematico… Si deve essere introdotti con accortezza in un universo di idee e simboli ormai lontano dal nostro, ma NON per questo MUTO rispetto al bisogno di senso, giacché la Bibbia non è affatto interessata a dirci COME sia fatto il mondo (men che meno SCIENTIFICAMENTE!), bensì intende indicarci IL SENSO ed IL VALORE di esso, in riferimento a Dio.

LPB:

<<Anche le contraddizioni interne giocano un ruolo importante. L’immagine di Dio nei testi sacri è tutt’altro che coerente. È misericordioso ma stermina popoli, è onnipotente ma deluso dal peccato, è onnisciente ma pone domande retoriche all’uomo, è giusto ma punisce intere generazioni per le colpe dei padri. Il teologo tedesco Hans Küng parlava di “antinomie” teologiche, cioè di opposti inconciliabili che la fede cerca di tenere insieme, ma che a una mente razionale appaiono come veri e propri cortocircuiti logici>>.

Come accennato poc’anzi, l’<<immagine di Dio>> nella Bibbia si presenta con alcune differenziazioni.

Il Dio degli eserciti, forte/potente in guerra, si presenta altresì come il Dio che PERDONA fino alla millesima generazione, e via discorrendo…

Ora, premesso che Dio NON deve sottoporsi ai NOSTRI criteri di logicità e coerenza, va ribadito che alla Bibbia _ ma ciò vale per qualsiasi altro testo antico, religioso o meno _, ci si deve accostare cum grano salis, giacché essa è un testo innanzitutto COMUNITARIO (Chiesa, Sinagoga…), per cui è fondamentale l’introduzione costituita appunto dalla comunità, sia essa la Chiesa, la Sinagoga etc.

Senza di ciò, sarebbe un testo sottoposto all’imperizia dell’arbitrio soggettivo, come dimostra la lettura fattane qui da LPB.

LPB:

<<L’annosa questione del male ne è un esempio: come può un Dio onnipotente, onnisciente e buono tollerare il dolore innocente? Le risposte tradizionali – il libero arbitrio, il peccato originale, la giustizia postuma – appaiono spesso come giustificazioni ex post, non soluzioni convincenti>>.

NESSUNO possiede <<soluzioni convincenti>> per tale questione (come per altre). Neppure la Bibbia fornisce una risposta a livello puramente razionale. Ciò, però, non rappresenta una NEGAZIONE di Dio, giacché _ lo ripeto ancora _, il credente si pone in rapporto a Dio PER FEDE, non grazie a risposte previamente dimostrate scientificamente e/o razionalmente.

LPB:

<<C’è poi l’aspetto storico e mitologico. Leggere i testi sacri senza filtri apologetici fa emergere la loro natura composita, redatta in epoche diverse da autori diversi, spesso in polemica tra loro. I due racconti della creazione in Genesi 1 e 2, le incongruenze tra i Vangeli (sulla genealogia di Gesù, sulla data della crocifissione, sulla scoperta della tomba vuota), le evidenti influenze mesopotamiche nei racconti del Diluvio o della torre di Babele, portano molti a concludere che non si tratti di rivelazioni divine, ma di testi religiosi prodotti da culture antiche, in risposta ai loro bisogni simbolici e identitari. In altre parole: non parole di Dio, ma parole su Dio>>.

Le differenze storico-letterarie interne alla Bibbia non solo sono note a tutti, ma non impediscono affatto che Dio scriva diritto su righe storte, tanto per riportare una citazione di (forse) Jacques Bossuet.

Come già accennato, molti, incluso LPB, nutrono l’ingenua concezione che laddove dovesse parlare Dio, allora tutto debba scorrere beatamente liscio, senza intoppi né scandali.

Invece è proprio l’opposto, appunto perché la Bibbia è un testo UMANO con tutte le sue MISERIE, INCERTEZZE, CONTRADDIZIONI ed OSCURITÀ!

Senonché, internamente a queste, coloro che hanno FEDE incontrano una PRESENZA ALTRA rispetto alle turbolente vicissitudine storiche e dentro le quali tale PRESENZA si cela e si rivela al contempo.

Le <<parole su Dio>> coincidono con le <<parole di Dio>>, e ovviamente ciò NON è dimostrabile scientificamente/razionalmente, lo preciso per tranquillizzare LPB…

Pertanto non vi è nessun <<filtro apologetico>>, bensì un approccio ALTRO rispetto ai pur doverosi approcci storici, e che perciò intravede ALTRO rispetto a ciò che vedono gli storici.

LPB:

<<Un ulteriore elemento di rottura è l’etica. Chi ritiene che la morale debba basarsi sull’empatia, sull’esperienza e sulla dignità umana, difficilmente potrà accettare un’etica rivelata che giustifica la schiavitù, la sottomissione della donna, la pena di morte per l’adulterio o la lapidazione per l’omosessualità. L’idea che il bene e il male dipendano dalla volontà divina – per cui ciò che è comandato da Dio è giusto in quanto tale – contrasta con la sensibilità moderna, per cui l’etica precede la religione e non può derivare dalla paura dell’inferno o dalla speranza del paradiso>>.

Mi pare che LPB continui a stravolgere l’approccio al testo biblico leggendolo da FONDAMENTALISTA, ossia ritenendolo un manuale di comportamento in conformità al quale giustificare o praticare <<la schiavitù, la sottomissione della donna, la pena di morte per l’adulterio o la lapidazione per l’omosessualità>>.

Oggi nessuno (se non appunto i vari fondamentalismi) accetta e pratica simili azioni.

Ma è la stessa Bibbia ad instradarci al loro SUPERAMENTO!

Poi, NESSUNO ha mai negato che <<l’etica precede la religione>>.

In realtà, l’etica precede segue la religione, bensì vi è contemporanea, si ‘muove’ con essa.

Che poi LPB lasci intendere che l’etica possa <<derivare dalla paura dell’inferno o dalla speranza del paradiso>>, costituisce una voluta DEFORMAZIONE del rapporto etica-inferno/paradiso, ove egli ritiene che l’effetto ( = l’inferno) sia la causa ( = l’etica).

Infatti, quando mai l’etica è stata DERIVATA <<dalla paura dell’inferno o dalla speranza del paradiso>>?

Forse nei casi in cui tale paura veniva biecamente strumentalizzata dalla Chiesa per fini di potere, certo, però questo NON ha nulla ha a che fare con lo spirito del Cristianesimo, purtroppo troppo spesso stravolto dalla stessa Chiesa che a volte sfruttò tali paure/speranze in Suo nome!

Sono ben consapevole che anche nelle parole di Gesù figuri l’inferno/la condanna e le ACCETTO in pieno; per chi ha fede, l’inferno è una POSSIBILITÀ (NON una necessità ineluttabile!) che l’uomo deve prendere seriamente in considerazione.

Ma dire ciò, significa tutt’altro dal dire che l’etica DERIVI <<dalla paura dell’inferno o dalla speranza del paradiso>> giacché, AL CONTRARIO, è l’inferno che PUÒ (visto che esso non è una legge inesorabile) derivare da un’etica calpestata e vilipesa, o meglio:

l’inferno PUÒ derivare da una vita eticamente mal spesa in quanto vissuta solo per sé e/o ai danni dell’altro, chiunque egli sia.

Se ben ricordo, Martin Lutero diceva che si deve AMARE Dio anche se fossimo irrimediabilmente destinati all’inferno, per cui figuriamoci se per un cristiano avveduto dall’inferno possa mai derivare l’etica!

LPB:

<<Infine, molti lettori si confrontano con un problema più radicale: l’assenza di prove. I testi sacri fanno affermazioni straordinarie – la creazione del mondo in sei giorni, i miracoli, le resurrezioni, le apparizioni – ma non forniscono elementi verificabili. L’invito a “credere senza vedere” può apparire nobile a chi è già credente, ma per altri è un campanello d’allarme. In ambito scientifico, chi afferma qualcosa ha l’onere della prova. Se un libro sostiene che il sole si è fermato nel cielo (come in Giosuè 10,13) o che un profeta è salito in cielo su un carro di fuoco (2 Re 2,11), il lettore critico non si accontenta del “lo dice la Scrittura”. Pretende riscontri. E in mancanza di questi, sospende il giudizio. O lo rigetta del tutto>>.

Anche qui, una soverchiante ingenuità pervade il brano di LPB.

Una FEDE che esigesse <<prove>> non sarebbe più fede, è ovvio no?

Le cosiddette <<affermazioni straordinarie>> della Bibbia che egli menziona, non sono affermazioni con pretese di scientificità _ aspetto estraneo agli scrittori della Bibbia _, per cui esse NON devono essere considerate affermazioni SCIENTIFICHE su come sia fatto il mondo, bensì intendono testimoniare, NELLA FEDE, l’opera di Dio dietro/attraverso gli eventi.

Egli precisa:

<<L’invito a “credere senza vedere” può apparire nobile a chi è già credente, ma per altri è un campanello d’allarme. In ambito scientifico, chi afferma qualcosa ha l’onere della prova>>;

mi si perdonerà, ma che sciocchezza è mai questa?

Poiché la Bibbia NON è un testo scientifico intende esserlo, allora che SENSO potrà mai avere affermare:

<<In ambito scientifico, chi afferma qualcosa ha l’onere della prova>>?

Nessun senso, appunto perché, parlando della Bibbia, NON siamo in quell’ambito in cui <<chi afferma qualcosa ha l’onere della prova>>!

Ed osserva ancora LPB:

<<Se un libro sostiene che il sole si è fermato nel cielo (come in Giosuè 10,13) o che un profeta è salito in cielo su un carro di fuoco (2 Re 2,11), il lettore critico non si accontenta del “lo dice la Scrittura”. Pretende riscontri. E in mancanza di questi, sospende il giudizio. O lo rigetta del tutto>>.

Avrà mai sentito parlare, LPB, almeno delle metafore bibliche? Dei suoi simboli? Delle sue interpretazioni teologiche in seno ad eventi nei quali si ‘vedeva’ (e si ‘vede’ tutt’ora, per chi ha FEDE) la ‘mano’ di Dio?

Ed ancora, avrà egli contezza delle saghe, dei racconti eziologici, dei miti presenti in alcuni testi della Bibbia?

Dubito fortemente, visto l’andazzo del suo post…

È abbastanza divertente come egli sentenzi: <<il lettore critico non si accontenta del “lo dice la Scrittura”. Pretende riscontri>>.

<<Pretende riscontri>>?

Questa è davvero grossa!

Ripeto: colui che dovesse approcciarsi alla Bibbia pretendendo <<riscontri>> (è sottinteso: scientifici, provati, dimostrati…), NON avrebbe capito niente di essa NÉ gli interesserebbe capirla, giacché partirebbe già ‘forte’ del suo bagaglio di pre-comprensioni con l’unica finalità di evidenziarne storture, incongruenze, violenze, contraddizioni…, esattamente come sta facendo LPB…

Avviandosi alla conclusione, scrive:

<<Leggere i testi sacri può essere un'esperienza illuminante anche per chi non crede. Ma l'effetto non è necessariamente quello auspicato dalle istituzioni religiose. Per molti, è proprio lo studio diretto delle Scritture che li conduce a dubitare, a prendere distanza, o a diventare atei. Non per ribellione o superficialità, ma per coerenza con i propri strumenti critici, per rispetto della ragione e per onestà intellettuale. LPB Lillo Paris Bobigny>>.

Sì, certo: <<l'effetto non è necessariamente quello auspicato dalle istituzioni religiose>> _ anche qui: ma CHI ha mai preteso ciò? LPB lancia accuse generiche, spara nel mucchio sperando di colpire qualcosa _, proprio perché vi sono persone come LPB che mettono mano a tematiche che ignorano vistosamente, cosicché il risultato che essi spargono sia una grossolana quanto distorta ‘visione’ della Bibbia confezionata alla bell’e meglio nonché ad uso e consumo per coloro in cerca di facili capri espiatori; pertanto non ci si può stupire se, per alcuni, nel leggere i testi sacri <<l'effetto non è necessariamente quello auspicato dalle istituzioni religiose>>.

E aggiunge: <<Per molti, è proprio lo studio diretto delle Scritture che li conduce a dubitare, a prendere distanza, o a diventare atei>>;

può darsi, come d’altronde avviene in QUALSIASI altro contesto; a mio parere, ciò che davvero <<conduce a dubitare, a prendere distanza, o a diventare atei>> consiste nel leggere la Bibbia esattamente COME CE L’HA QUI PRESENTATA LPB, giacché è palese che la sua ‘lettura’ sia in realtà una raccolta di sedimentati luoghi comuni acriticamente accolti, buttati in pasto ai lettori senza il benché minimo discernimento, per poi concludere grossolanamente quanto indebitamente tirando in ballo una presunta <<coerenza con i propri strumenti critici, per rispetto della ragione e per onestà intellettuale>>, appunto:

quell’<<onestà intellettuale>> che LPB si è dimostrato ben lungi dal far fruttare…


Roberto Fiaschi

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