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giovedì 18 giugno 2026

202)- QUALE DIO: «TEISTA», OPPURE «NON-TEISTA»?

Dal punto di vista cristiano, L’UNO L’ALTRO, perché nel Cristianesimo vige un (o meglio: IL) PANENTEISMO TRINITARIO.

Qui, però, FINGERÒ che il <<teismo classico>> coincida col Dio del Cristianesimo.

Pertanto, mi limiterò a riportare le parti salienti, via via commentandole, di un articolo favorevole al Dio non-teista, scritto da Martin Thielen (d’ora in poi: MT), <<pastore metodista in pensione, autore di bestseller ed ex pastore di una mega-chiesa>>, reperibile al link: https://progressivechristianity.org/resource/the-god-i-do-believe-in-part-ii/ (Progressive Christianity), per saggiare la consistenza del cosiddetto Dio non-teista.

Esso è intitolato: <<IL DIO IN CUI CREDO – PARTE II>> (15 dicembre 2025).

Scrive MT:

<<La maggior parte dei cristiani in tutto il mondo continua ad affermare la fede in un Dio personale e onnipotente che si prende cura del mondo in modo provvidenziale, interviene in modo soprannaturale, esaudisce le preghiere e compie miracoli. In breve, la maggior parte delle persone di fede aderisce ancora al teismo classico. E io rispetto chi sostiene questa visione storica ortodossa. L'ho condivisa anch'io per molti anni, e ha soddisfatto molte esigenze importanti della mia vita>>.

Mi pare che la rappresentazione del Dio-teista disegnata da MT sia piuttosto GROSSOLANA e del tutto IGNARA delle innumerevoli discussioni teologiche presenti e passate. Dopo un simile ritratto del Dio teista ai limiti del caricaturale, che MT ritiene coincidere (ERRANDO!) sostanzialmente con il Dio dei CRISTIANI, egli passa a descrivere le ragioni che lo hanno spinto ad abbandonarlo in favore del Dio non-teista.

MT:

<<Tuttavia, per me (e per un numero crescente di altre persone), questi antichi concetti teistici su Dio sono diventati impossibili da credere nel mondo moderno. Per citare il compianto vescovo John Shelby Spong: "Il cuore non può adorare ciò in cui la mente non può credere">>.

E quale sarà quel Dio a cui <<la mente non può credere>>?

La mente forse CONOSCE già come Dio debba essere affinché possa credervi?

Ma, qualora lo CONOSCESSE già, che bisogno avrebbe di CREDERVI?

Insomma, la mente pretenderebbe, di volta in volta, un Dio ADEGUATO alle sue (della mente) capacità, e quindi un Dio ad IMMAGINE e SOMIGLIANZA della mente umana, un suo prodotto onde potersi rispecchiare e quindi, alla fine, identificarvisi. 

In sostanza, l'ennesima riedizione della celebre promessa:

Eritis sicut Deus...

MT:

<<Dopo decenni di dubbi, riflessioni, meditazioni e studi, non credo più nel Dio dei dogmi del IV secolo o della teologia sistematica ortodossa. Il Dio in cui credo è molto meno definibile e prevedibile. Invece di concepire Dio come una divinità personale, simile all'uomo e soprannaturale, lo immagino come lo Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo. Certo, la mia visione potrebbe non essere corretta. Ma è qui che mi trovo attualmente nel mio cammino spirituale. E non sono l'unico>>.

Ciò presuppone ERRONEAMENTE che il classico Dio-teista NON sia uno <<Spirito misterioso, creativo, connettivo, evolutivo, intelligente, vitale, energetico e animatore dell'universo>>, il che è ben lungi dal vero.

Lo presuppone ERRONEAMENTE sulla base di un’immagine di Dio distorta ed infantile  della quale, indubbiamente, si sono purtroppo resi responsabili troppi teologi/catechisti/predicatori…

D’altronde, ove MT scrive: <<lo immagino come […]>>, non sta forse dicendoci che il suo Dio sia fatto ad IMMAGINE, appunto, di come EGLI lo IMMAGINA?

MT:

<<Affermare un Dio non teistico richiede una grande dose di modestia teologica. Come mi disse una volta un lettore di Doubter's Parish, affermare questa visione non tradizionale di Dio è come "tuffarsi a dorso nell'inconoscibile". Con questo modello nebuloso di Dio, la certezza e la chiarezza assolute non sono possibili. Al contrario, regnano il mistero e l'ambiguità. Descrivere Dio come Spirito, forza vitale ed energetica, mi ricorda un vecchio film intitolato "Figli di un dio minore". Una scena toccante del film mostra un uomo che ascolta con gioia musica classica. Una donna sorda gli chiede di descrivere il suono della musica. Con il linguaggio dei segni e gesti interpretativi, lui fa del suo meglio, ma alla fine si arrende e dice: "Non posso". È impossibile descrivere a parole e con segni il suono della musica. È altrettanto impossibile descrivere a parole o con immagini l'aspetto di un Dio non soprannaturale e non teistico. Ed è proprio per questo che mi affascina così tanto. Come disse Sant'Agostino: "Se lo capisci, non è Dio". E come Mosè apprese presso un misterioso roveto ardente nel deserto tanto tempo fa, non si può dare a Dio un nome che lo definisca e lo limiti, rinchiuderlo in una scatola e addomesticarlo. Al contrario, lo Spirito che anima la vita dell'universo si autodefinisce come "Io sono ciò che sono".  […] Mosè dona poi agli Israeliti le tavole di pietra con i Dieci Comandamenti di Dio, ai quali si deve obbedire fedelmente. Questa visione teistica tradizionale di un Dio maschile e potente che ascolta le preghiere, compie miracoli ed esige obbedienza è ancora oggi condivisa da un gran numero di credenti. Nata nel 1977, la saga cinematografica di Star Wars ha generato più di una dozzina di film e altri spin-off. La saga di Star Wars è troppo complessa per essere riassunta qui. Ma una costante nell'universo di Star Wars è la presenza della "Forza", come nella frase "Che la Forza sia con te". Tuttavia, la Forza non è una divinità tradizionale né una religione organizzata. Il fenomeno di Star Wars può illustrare il crescente numero di persone che abbracciano espressioni di fede non tradizionali. Per loro, Dio non è un Padre celeste personale e soprannaturale, ma uno Spirito vitale/energetico che permea l'universo. Chi condivide questa visione ha abbandonato la credenza in un Dio teistico. Tuttavia, afferma ancora la fede in una spiritualità che ricerca la bontà, l'amore e la giustizia nel mondo, e desidera impegnarsi in questo nobile sforzo. In breve, io (insieme a molte altre persone) sono passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars. Questo Dio non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Dopodiché, MT passa ad enunciare i <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA

<<Ogni modello teologico ha punti di forza e di debolezza. Questo vale certamente anche per una concezione non teistica di Dio come forza vitale/energia. Ora ne esaminerò alcuni. Da un lato, questa visione presenta molti aspetti positivi. Innanzitutto, è credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale. Una visione non teistica, almeno per molti, ha una sua validità intellettuale. Appare loro più reale, onesta e autentica. Molti sostenitori di questa visione ne apprezzano lo spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente. Si potrebbero aggiungere molti altri aspetti positivi. Ad esempio, una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>.

Quindi, la domanda è:

DAVVERO la <<visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza>>?

Premesso che la fede in Dio (teista o meno), NON si pone mai come una <<soluzione ragionevole al gigantesco problema teologico della sofferenza>>, giacché Dio non offre SOLUZIONI TEORETICHE bensì indicazioni per la vita (terrena ed eterna).

Ciò detto, per rispondere alla suddetta domanda, bisogna ripercorrere i (reali o presunti) <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> ed i suoi <<molti aspetti positivi>> elencati da MT.

Rivediamoli:

1)- il Dio non-teista sarebbe <<credibile nell'era scientifica moderna. Per un numero crescente di persone, credere in un Dio teistico tradizionale, personale, sovrumano e interventista che controlla il mondo è come credere alla fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>.

Peccato che una CREDIBILITÀ posta al traino della scienza moderna sia destinata a CROLLARE allorquando la scienza MODIFICHERÀ le proprie teorie ed i propri paradigmi…

Inoltre, MT finora NON ha precisato QUALI sarebbero i <<punti di forza>> intrinseci all’esser non-PERSONALE, non-SOVRUMANO e non-INTERVENTISTA rispetto all’esser PERSONALE, SOVRUMANO (che vorrà dire?) e INTERVENTISTA, per cui mi aspetto di reperir la loro critica proseguendo nella lettura del suo articolo.

Per quanto invece riguarda l’equiparazione di Dio alla <<fatina dei denti, al coniglietto pasquale e a Babbo Natale>>, tutto ciò dipende dall’educazione teologica intrapresa, e certamente chi fa tale equiparazione NON ha verosimilmente speso una sola ora a studiare l’A-B-C della teologia e della filosofia, essendosi ben più probabilmente accontentato dei più immediati luoghi comuni orecchiati da ‘catechismi’ altrettanto poco accorti…

2)- Il Dio non-teista possiederebbe uno <<spirito non esclusivo. Un Dio non tradizionale non è limitato a una specifica tradizione religiosa. Le persone non devono scegliere tra cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo o una fede più orientata all'umanesimo. Un Dio non teistico può "operare" in qualsiasi tradizione religiosa o anche in nessuna. Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>>.

No, il Dio non-teistico NON può non ESCLUDERE quelle teologie ove vige il Dio-teistico, tanto quanto lo stesso termine “non-teismo” ESCLUDE (NEGA) il significato di “teismo”, giacché la loro INCOMPATIBILITÀ è manifesta, altrimenti MT NON avrebbe abbandonato il Dio-teistico per abbracciare il Dio non-teistico, per cui NEMMENO il Dio non-teista può accampare la pretesa di possedere uno <<spirito non esclusivo>>.

Egli afferma che <<Come cristiano non tradizionale che cerca comunque di seguire Gesù, per me funziona certamente>> sì, ma A PAROLE: di fatto, ripeto, egli ha ABBANDONATO ( = ESCLUSO!) il Dio-teistico a favore di una concezione non-teistica, altrimenti non avrebbe scritto una sola parola di questo articolo…

Non a caso MT ha affermato (ingenuamente) che il Dio non-teista sia l’<<UNICA soluzione ragionevole>>!

Se infatti essa è l’UNICA, allora vuol dire che ESCLUDE tutte le altre!

3)- Secondo MT: <<una visione non teistica di Dio permette alle persone di lasciar andare la rabbia verso Dio per non essere intervenuto provvidenzialmente per alleviare la sofferenza. Un Dio non teistico non interviene e non può intervenire nel mondo. Non è questo ciò che un Dio non teistico è o ciò che fa. Invece di essere un Dio interventista "soprannaturale", un Dio non teistico è un Dio "soprannaturale" che abita e anima il mondo naturale>>. 

Ma ANIMARE <<il mondo naturale>> da parte del Dio non-teistico che cosa significa?

ANIMARLO senza INTERVENIRE in esso?

E come si può ANIMARE qualcosa senza che ciò implichi l’INTERVENTO della stessa ANIMAZIONE?

Se il Dio non-teistico <<abita e anima il mondo naturale>>, vorrà dire che esso VI INTERVIENE costantemente! 

Ricordiamo, infine, come lo stesso MT più sopra abbia scritto:

<<i non teisti vogliono tornare all'immagine originaria di Dio come Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>.

Ciò non riconferma, forse, che il Dio non-teista INTERVENGA continuamente in quanto esso è <<energetico e animatore>> dell’intero universo?

A questo punto, constato quanto i TRE surriportati <<PUNTI DI FORZA DELLA TEOLOGIA NON TEISTICA>> siano, in realtà, tre banalissimi <<PUNTI>> di nessun peso, privi della benché minima <<FORZA>> persuasiva, oltre che teologicamente risibili…

Ma proseguiamo con la lettura di MT:

<<Una visione non teistica di Dio è l'unica soluzione ragionevole che vedo al gigantesco problema teologico della sofferenza. In un mondo di sofferenza brutale e schiacciante (sia nel mondo naturale che nella storia umana), un Dio onnipotente, onnisciente, soprannaturale e interventista è semplicemente incredulo per un gran numero di persone. Se quel Dio esistesse, il mondo sarebbe drasticamente diverso da come appare. Bastano poche sere passate a guardare il telegiornale per rendermi conto, almeno a me, che un Dio teistico non esiste. Per i non tradizionalisti come me, l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza (oltre all'ateismo) è adottare una visione non teistica di Dio>>.

Peccato, però, che MT NON ci dica in che cosa consista la sua <<unica soluzione ragionevole […] al gigantesco problema teologico della sofferenza>>.

Si limita ad asserirla, ma NON ne argomenta le ragioni.

Infatti, IN CHE MODO il Dio non-teistico sarebbe <<l'unica soluzione praticabile al problema della sofferenza>>?

Esso lascia la sofferenza non solo del tutto INTATTA, ma NON riesce neppure ad offrirsi quale sua <<soluzione ragionevole>> , tantomeno, come SPERANZA redentiva!

Anzi, PEGGIO:

in un universo permeato dal Dio non-teista, la sofferenza non potrà che essere CONNATURATA a quel Dio, tutt’UNO con esso, in quanto tale Dio _ dice MT _, <<abita e anima il mondo naturale>> essendo, di questo, lo <<Spirito universale misterioso, unificante, vitale, energetico e animatore>>!

Quindi, come non pensare che il Dio non-teista ANIMI anche le infinite sofferenze del mondo di cui esso è appunto l’<<animatore>> per eccellenza?   

Quindi: PERCHÉ ritenerla l’unica soluzione RAGIONEVOLE?

Forse perché non trattasi di un Dio-teistico che, potendo intervenire per eliminarla, non interviene?

Ma MT ha riflettuto sul PERCHÉ della sofferenza non-tolta di Gesù in croce?

Sul Suo grido oserei dire ATEO di disperazione e d’angoscia?

Temo di no…

Comunque, più sopra MT aveva osservato che il suo Dio <<non può essere racchiuso in uno schema predefinito e compreso appieno. Al contrario, questa visione di Dio implica molta ambiguità e incertezza>>.

Non solo, ma ha menzionato anche Sant’Agostino:

<<Se lo capisci, non è Dio>>!

Bene, ma allora perché parla continuamente del Dio non-teista come dell’<<unica soluzione RAGIONEVOLE>>?

Se il suo Dio è RAGIONEVOLE, come egli pretende, allora NON è il vero Dio…

Leggiamo ancora MT:

<<Questa visione teologica [non-teista] del mondo ricorda inoltre che un Dio teistico tradizionale non risolverà i problemi del mondo>>;

e CHI lo ha mai preteso?

Che mi risulti, solo i Testimoni di Geova ed affini…

MT:

<<Piuttosto, spetta a noi affrontare sfide urgenti come il cambiamento climatico, la violenza, il razzismo e la povertà. La convinzione che uno Spirito vitale avvolga e connetta l'intero universo fornisce un imperativo morale per agire in tal senso. In breve, siamo davvero i custodi dei nostri fratelli e sorelle (e del pianeta). Pertanto, una visione non teistica di Dio offre una forte motivazione a impegnarsi in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale, che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza>>.

Ma tutto questo è perfettamente noto, consaputo nonché attribuibile anche ai credenti del Dio-teista, e ben PRIMA che MT non solo scrivesse questo articolo, ma da MOLTO PRIMA che egli nascesse!

***

IN CONCLUSIONE:

indubbiamente nella teologia cristiana il LINGUAGGIO deve costantemente RIPENSARSI rendendosi comprensibile all’essere umano di oggi; deve sì abbandonare le antiche concezioni cosmologiche ma, al contempo, NON deve abbracciare acriticamente le attuali come se fossero verità indiscutibili, ultime e definitive, come ingenuamente mi pare che faccia MT.

Va da sé, però, che passare ad un Dio non-teista è una precisa scelta di campo, che nulla ha a che vedere con il linguaggio né con la presunta estromissione del Dio del Cristianesimo (che NON è il Dio teista malamente tratteggiato da MT) da parte di chissà quale scienza.

Ammettendo di esser <<passato da una concezione teistica di Dio, basata sui Dieci Comandamenti, a un modello non teistico, ispirato a Star Wars>>, MT sarà verosimilmente fautore di un universo permeato da un Dio non-teistico quale ANIMATORE di un perenne stato generalizzato di GUERRA tra le forze del bene e del male che caratterizza il nostro mondo; ciò comporta che questo suo Dio si costituisca altresì come l’ANIMATORE della SOFFERENZA stessa (altrimenti DONDE?) la quale, in nome del Dio non-teistico, MT dice di voler combattere (impegnandosi <<in un servizio compassionevole e nella giustizia sociale>>) trovandosi, perciò, a combattere CONTRO il suo stesso 'Dio'…

Auguri!

 

Roberto Fiaschi

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giovedì 14 maggio 2026

194)- OLTREPASSARE BACCHIN/STELLA E SEVERINO

Due Scuole filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono accomunate da due forme di opposizione/differenza:

1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la negazione assoluta di tale totalità);

2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).

La CRITICA consisterà nel seguente rilevamento:

1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL CONTEMPO ESSA NON C’È;

e viene così inficiata l’eternità dell’essente.

2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL CONTEMPO ESSA C’È;

perciò, qui, a venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.

Comincio da Emanuele Severino.

L’opposizione concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche: opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA, INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).

Sì che, in ragione di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente identico a se stesso.

In ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.

Notare che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia, etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.

Questa opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare criticamente.

La negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:

[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO _ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.

[I]b: quindi, la negazione del DETERMINATO è negazione di sé.

[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria

[II]b: pertanto, la negazione dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.

Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a, che poi è l’opposizione originaria.

È bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:

<<Se il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato «essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura originaria; Adelphi, pag. 211).

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- come visto, per Severino l’essere differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.

Infatti, già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che li ACCOMUNA. Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

B)- Proseguendo, l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che qualcosa li accomuni.

Ossia, se essi NON hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN COMUNE, IDENTICAMENTE.   

Nuovamente, cACCORCIA la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta interna all’essere.

C)- La (presunta) soluzione severiniana all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>, tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che dà luogo alle varie aporie.

Ma, anche qui, quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del <<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…

D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno è identico a sé.

Cosicché, ANCHE il puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così, alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser identico a sé.

Dunque, anche questa identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o dal suo positivamente significare!

E)- Da tutto questo consegue che se il nulla inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà, giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI, sì da NON poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa INCONTRADDITTORIETÀ…

***

Adesso passiamo all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta granché dall’opposizione severiniana appena vista.

Riporto alcune parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:

<<L’ORDINE DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.

AS così esordisce nel suo scritto: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.

AS introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è l’ordine della relazione>>.

Continua perciò il discorso di AS:

<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione» corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e cioè sono Due>>. […] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create l’unità è il loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione, non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>>.

Anziché sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è tratteggiato nella teoresi di AS.

Come visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>> (maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):

(1)- <<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>, perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;

(2)- <<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.

Ebbene, a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità>> _, consistente nel <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!  

Di seguito, gli snodi aporetici individuati:

A)- Se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé, NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice trasceso.

Se, invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno ‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>> di ciò che è da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse almeno tale <<ciò>>, NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi, perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.

B)- Inoltre, se <<togliersi>> (o <<toglimento>>) significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il mondo) possa apparire (posto che il NULLA non appaia mai)…

C)- Vi è poi da chiedere: la distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile o soltanto inevitabile?

Se è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;

se invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2) fosse evitabile, vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe nuovamente DIFFERENZIATO.

Se invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità, non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò, ha IN COMUNE con la prospettiva (1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza (ed al contempo STABILENDOLA) tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente), cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra…

D)- Similmente alla su esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un miraggio da additare come tale.

Quindi, ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno dell’Uno-indifferenziato.

E)- Questo, ci porta alla (presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1); se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto evitar di RELAZIONARSI con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra (1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1) rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.

Orbene, <<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro, ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>…  

F)- Paradossalmente, dunque, per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno, l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da sempre toglientesi, inesistente, NULLA.

G)- Comunque, poiché _ secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora SOLO L’ASSOLUTO È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra) prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da sempre ERRONEA/ILLUSORIA.

H)- Ancora; se, come afferma AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso) dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA (dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...

Per cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci <<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a NEGARE la sua unità-indifferenziata?

Eppure, AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [ = <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;

ma è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>, pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA (dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso, sarebbe già DIFFERENZA…

Per cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione dovrebbe invece venir confermato…

Deriva l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _, non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court, cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò nonostante la possibilità di porsi in (1).

In ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel proprio seno…

OLTREPASSARE Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno, sebbene in modo totalmente OPPOSTO.

La direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di alcuni studiosi quali:

Massimo Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle, Massimiliano Marianelli, Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…, rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:

Dizionario Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 31 ottobre 2025

183)- E IL DIAVOLO SUSCITÒ L’ISLAM…

 

Il contenuto del presente post, già negativamente annunciato dal titolo, potrà senz’altro venir considerato, sbagliando, un ulteriore muro di odio innalzato laddove, invece, occorrerebbe COMPRENSIONE improntata al religiosamente corretto.

COMPRENSIONE, certo; ma è appunto in nome di essa che intendo rilevare _ dal mio punto di vista cristiano _ quel che ritengo essere LA DIFFERENZA TEOLOGICA FONDAMENTALE (tra molte altre) vigente tra Cristianesimo ed Islam, venendo meno la quale verrebbe meno il Cristianesimo stesso quale Redenzione dal peccato e Riconciliazione con Dio Padre tramite il Figlio incarnatosi in Gesù, crocifisso e risorto dalla morte. Quindi una comprensione volta ad evidenziare le differenze, anziché a sottacerle o a relativizzarle, come pare oggi di moda, SENZA che ciò debba comportare una qualsivoglia forma di odio...

Pertanto, il contenuto di questo mio scritto verterà esclusivamente su l’aspetto teo-soteriologico appena accennato, costituente l’ABISSALE DIFFERENZA tra Cristianesimo ed Islam: una sorta di breve confronto teologico in cui vi si gioca l’ESSENZA stessa del Cristianesimo.

Ma innanzitutto perché introduco il DIAVOLO in tutto ciò?

<<Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (fine IV - inizio V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, ("dividere", "colui che divide", "calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco - διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia "attraverso" bàllo "getto, metto", indi getto, caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente anche calunnio). Nell'antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, calunniatore e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l'ebraico Śāān ("avversario", "nemico", "colui che si oppone", "accusatore in giudizio", "contraddittore"; reso negli scritti cristiani come Satanas e qui inteso come "avversario, nemico di Dio")>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Diavolo#cite_ref-etp_3-0).

Infatti, sembrerebbe come minimo irriverente, da parte mia, attribuire al DIAVOLO la paternità dell’Islam, tanto più che <<Nell'Islam, Gesù è considerato un profeta al pari di Muammad>> (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam), ed <<il fatto che tutti i profeti menzionati nelle Sacre Scritture siano riconosciuti da noi musulmani e soprattutto che la Vergine Maria e suo figlio godano di una considerazione del tutto speciale rappresenta un fattore di incontro tra la teologia cristiana e quella musulmana. Ovviamente non mancano divergenze>> - (professor Niyazi Oktem dell’Università di Bilgi, Istanbul. https://www.30giorni.it/articoli_id_9497_l1.htm).

Ma il Gesù a cui l’Islam tributa un innegabile rispetto è LO STESSO Gesù di cui parla il Nuovo Testamento? Oppure è soltanto una mera omonimia tesa ad illudere sulla medesima identità?

Lasciamo che sia l’Islam a parlarci:

Gesù <<nell'islam non è il figlio di Dio, tantomeno Dio egli stesso, ma un profeta che ha preparato la venuta di Maometto: «Rifiutano fede a Dio quelli [i cristiani: nota mia] che dicono: "il Cristo, figlio di Maria, è Dio". Rispondi loro: "Nessuno potrebbe impedire a Dio, se Egli volesse annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra"» (Cor., V:17)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Quindi <<Gesù non è chiamato Dio né Figlio di Dio, ma figlio di Maria Vergine, creato da Allah: «In verità, per Allah Gesù è simile ad Adamo, che Egli creò dalla polvere e poi disse <<Sii>>, ed egli fu.» (Corano, Sura III, v. 59)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Ed anche:

<<sebbene i musulmani non credano che Gesù sia il figlio di Dio - una distinzione criticamente importante tra la visione musulmana e cristiana di lui - i musulmani venerano Gesù come un profeta importante>> - (https://www.documentazione.info/cosa-pensano-i-musulmani-di-gesu).

Infine:

<<Un’altra divergenza che, forse, costituisce il più grande motivo di contrasto tra le due religioni è, per così dire, il concetto di trinità che sta alla base della fede cristiana secondo la quale Gesù Cristo è considerato Figlio di Dio. La fede musulmana ammette soltanto Dio, del quale non si può affermare né che è stato generato né che ha generato un figlio. Dio è Uno, e distinguerlo in tre sarebbe come attribuirgli dei simili, il che contraddice nettamente ai principi fondamentali del monoteismo […] I versetti 30-37 [della <<sura “Maria”>>] parlano di Gesù neonato. Egli è “parola della verità” e non figlio di Dio. Vorremmo insistere un po’ su questo concetto di “parola della verità”. Con uno sguardo esclusivamente teologico e senza ricorrere alla filosofia, e cioè identificando la “parola” con la sua fonte, si può facilmente cadere nell’errore di confondere l’essenza e l’esistenza; e chiamare Dio o figlio di Dio la “parola” che ne esprime di fatto l’essenza. Attribuire l’essenza divina a Gesù Cristo è, in effetti, la conseguenza di una tale interpretazione, quanto mai discussa, della teologia cristiana. L’islam, invece, fa questa distinzione dichiarando che Gesù è parola di Dio, ma per nulla Dio figlio di Dio>> - (Niyazi Oktem, cit.).

Le citazioni di parte islamica possono bastare, tanto è chiaro il punto cruciale.

Adesso lasciamo parlare il Cristianesimo:

<<Figlioli, questa è l'ultima ora. Come avete udito che deve venire l'anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l'ultima ora. 19 Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri. […] Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre>> - (1 Giovanni 2: 18, 22-23);

<<Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo>> - (1 Giovanni 3: 8).

Questi versetti sono trasparenti, non necessitano di acrobazie esegetiche al fine di non sembrare fondamentalisti/letteralisti, giacché il Nuovo Testamento non è un testo esoterico accessibile soltanto dopo previa iniziazione rivolta a pochi degni.

Per cui è chiaro; per quanto importante possa apparire Gesù per i musulmani, in realtà Gesù, nell’Islam, costituisce l’esatta ANTITESI del Gesù del Nuovo Testamento.

Come s’è visto, l’Islam <<nega il Figlio>> e quindi l’Islam è <<bugiardo>> in forza di tale negazione.

Negando il Figlio, l’Islam è altresì l’<<anticristo>> quale <<oper[a] del diavolo>> destinato ad essere teologicamente distrutto dalla manifestazione del Figlio.   

Quindi, <<questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita>> - (1 Giovanni 5: 9-12).

Sebbene i musulmani credano alla testimonianza di un Gesù quale <<“parola della verità”>>, NON lo ritengono <<per nulla Dio figlio di Dio>>, come ha ben precisato sopra Niyazi Oktem.

Il che vuol dire che l’Islam, oltre ad essere <<bugiardo>> perché <<nega il Figlio>>, fa anche <<di lui [di Dio] un bugiardo>> giacché, negando Gesù come Figlio di Dio, automaticamente nega anche la <<testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio>>.

Quindi l’Islam, misconoscendo il Figlio, NON possiede <<nemmeno il Padre>>!

Rifiutandolo come Figlio, segue che <<secondo un'interpretazione dell'Islam, egli [Gesù] non morì in croce e quindi nemmeno fu resuscitato da Dio, ma ascese direttamente al cielo, assunto in Paradiso e al cospetto di Allah in anima e corpo (III, 55: "O Gesù, ti porrò un termine e ti eleverò a me, e ti purificherò dai miscredenti"). L'Islam non conosce i dogmi tipicamente cristiani della Trinità e dell'Incarnazione, e molti passi del Corano mettono in guardia da queste dottrine, considerate empie e false, per ribadire che Dio è uno e uno solo, ed è assolutamente trascendente rispetto all'umanità>>.

Perciò nell’Islam <<Si nega […] la morte in croce di Gesù e la sua resurrezione: «Hanno detto: "Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio", mentre lo uccisero lo crocifissero ma così parve loro... ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio.» (Cor., IV: 157-158)>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

In un colpo solo, l’Islam toglie di mezzo il CUORE stesso del Cristianesimo, cosicché da tutto ciò derivi _ per i cristiani _ l’impossibilità della Redenzione, perché se Gesù NON è morto, NON è neppure resuscitato:

<<Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti>> - (1Corinzi 15, 14-18).

Il tentativo islamico di salvaguardare Gesù dall’obbrobriosa, infamante morte in Croce affermando che <<Iddio lo innalzò a sé>>, facendolo ascendere <<direttamente al cielo>>, può apparire un segno di rispetto, ma, in realtà, nell’Islam Gesù viene piegato alla logica della ragionevolezza puramente umana, come pienamente umana è la logica secondo la quale Gesù NON può essere ritenuto il Figlio di Dio perché <<Dio è uno e uno solo, ed è assolutamente trascendente rispetto all'umanità>>.

In tal modo, viene scavalcato lo SCANDALO d’esser Figlio coeterno di Dio e con esso anche Gesù quale <<primogenito dei morti>> il quale, perciò, NON <<ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue>> - (Apocalisse di Giovanni 1:5 NR 2006).

È sì vero che il <<Corano accetta i principali miracoli di Gesù, inclusa la resurrezione altrui dai morti>>, ma risparmia a Gesù ciò senza la quale Egli cessa di essere per i cristiani <<il primogenito dei morti>> nel cui nome <<ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre>> - (Filippesi 2, 10-11).

Pertanto, il rispetto tributato a Gesù dai musulmani costituisce la cortina fumogena della PIÙ RADICALE NEGAZIONE del Cristo testimoniato dal Nuovo Testamento il quale, perciò, non è rispettato per ciò che Egli è in quanto Figlio di Dio!

Ed è sempre sulla base della stessa logica <<umana, troppo umana>> (F. Nietzsche) che <<Anche la Trinità è negata dall'islam: «O Gente del Libro! non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la verità! Che il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da lui esalato. Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre! Basta! E sarà meglio per voi! perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio! A lui appartiene tutto quel ch'è nei cieli e quel ch'è sulla terra, Lui solo basta a proteggerci!» (Cor., IV:171)>>.

Anche qui è ribadito come Gesù NON possa essere il Figlio di Dio.

Peraltro, stante il modo di concepire Dio da parte dell’Islam, il mondo (la creazione tutta) non dovrebbe nemmeno esistere, anzi: NON POTREBBE affatto esistere, neppure come atto di volontà divina, perché, da un lato, anche la volontà di creare renderebbe l’Uno (Allah) intrinsecamente differenziato, come nella Trinità cristiana, rifiutata però dall’Islam; dall’altro lato, l’esistenza del mondo quale ALTRO da Dio farebbe dell’Uno un ALTRO dal mondo, quindi un uno-tra-i-molti, cioè un ente tra molti altri enti e perciò un NON-Uno, un NON-Dio.

Quest’ultimo, infatti, concepito come puramente Uno ( = <<perché Dio è un Dio solo>>, dice il Corano IV:171), impone L’INESISTENZA DEL MOLTEPLICE ( = della creazione) o, nel miglior dei casi, la sua riduzione a PARVENZA, ILLUSIONE _ non a caso nella mistica islamica arabo-persiana il mondo è radicalmente NULLA _, proprio al fine di EVITAR di ridurre a molteplice ( = uno tra i molti) lo stesso Uno assoluto il quale, perciò, deve essere SOLO, appunto: Uno.

Infatti: <<Per l'islam, Dio è l'Entità Trascendente, eterno e assolutamente Uno. Incomparabile, non ha generato, né è stato generato ed esiste oltre lo spazio e il tempo. La concezione islamica di Dio è universale, non legata cioè a una tribù, un popolo o a una personalità, poiché "in verità Allah basta a Se stesso, non ha bisogno del creato" [Corano 29:6].>> - (https://it.wikipedia.org/wiki/Ges%C3%B9_nell%27islam).

Anche in quest’ultimo passaggio si evince come il Dio islamico sia un essere AUTOREFERENZIALE e SOLIPSISTICO, satollo e pago di se stesso, tutt’altro dal Dio trinitario che invece non basta a se stesso in quanto è eterna effusione di amore e perciò di ALTERITÀ.

Ma qui siamo già nel terreno teo-ontologico che non è quello trattato nel presente post… 


Roberto Fiaschi

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