Due Scuole
filosofiche, quella facente capo ad Emanuele Severino e quella di Giovanni
Romano Bacchin (quest’ultimo rappresentato, qui, dal prof. Aldo Stella), sono
accomunate da due forme di opposizione/differenza:
1)- Per Severino, l’opposizione/differenza radicale
tra l’essere ( = la totalità infinita degli essenti) e il nulla ( = la
negazione assoluta di tale totalità);
2)- Per Stella, l’opposizione/differenza radicale
tra la prospettiva dell’Uno-assoluto indifferenziato (innegabile) e la
prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni (inevitabile e inessente).
La CRITICA
consisterà nel seguente rilevamento:
1a)- Per Severino, l’opposizione tra l’essere e
il nulla C’È (dal punto di vista della struttura originaria) ma, contro Severino, AL
CONTEMPO ESSA NON C’È;
e viene così
inficiata l’eternità dell’essente.
2a)- Per Stella, l’opposizione dell’Uno-assoluto
indifferenziato alla prospettiva del finito/delle molteplici determinazioni NON
C’È (dal punto di vista dell’Uno-assoluto o dell’essere) ma, contro Stella, AL
CONTEMPO ESSA C’È;
perciò, qui, a
venir inficiata è l’indifferenziazione dell’Uno parmenideo.
Comincio da Emanuele Severino.
L’opposizione
concernente la filosofia di Severino dell’essere e del non-essere, o anche:
opposizione del positivo e del negativo, è un’opposizione/differenza ASSOLUTA,
INFINITA e RADICALE, giacché essere e non-essere nulla hanno in
comune, essendo essi gli ASSOLUTAMENTE DIFFERENTI quindi, non accomunati
da alcunché (giacché è chiaro: qualora essi differissero tra loro SOLTANTO PARZIALMENTE, allora
avremmo un’opposizione/differenza FINITA, tutta interna agli essenti, cioè tra essenti).
Sì che, in ragione
di tale RADICALE ALTERITÀ, secondo
Severino sia contraddittorio che l’essere ( = ogni essente) possa diventare/esser
non-essere (e viceversa) e, nel caso dell’essente, che possa diventare/esser
un qualsiasi altro essente, per cui l’essere/ogni essente sarebbe eternamente
identico a se stesso.
In
ciò possiamo riassumere il destino dell’essente/essere severiniano.
Notare
che con la parola “essere”, Severino non intende l’essere vuoto, privo di essenti
bensì ogni essente (cosa, evento, azione, idea, oggetto, soggetto, fantasia,
etc…), ossia tutto ciò che _ come egli suol dire _ non è un nulla o non-essere.
Questa
opposizione, dunque, è il fondamento della filosofia di Severino da saggiare
criticamente.
La
negazione di tale fondamento si rivelerebbe auto-contraddicentesi, perché la
negazione dell’opposizione originaria tra l’essere ed il non-essere è riaffermazione dell’opposizione
che si voleva negare giacché, per negarla, si deve riconoscere la previa
DIFFERENZA tra i due termini dell’opposizione, riaffermandola come differenza/opposizione:
[I]a: la NEGAZIONE DEL DETERMINATO
_ cioè dell’identità/opposizione originaria in cui consiste il determinato _ è
un DETERMINATO, cioè è una identità/opposizione.
[I]b: quindi, la negazione del
DETERMINATO è negazione di sé.
[II]a: la NEGAZIONE DELL’OPPOSIZIONE tra il positivo ( = un determinato) ed il negativo ( = il proprio altro da sé, sia questo il nulla o un altro positivo/determinato), o tra l’essere ed il non-essere _ è AFFERMAZIONE dell’opposizione; quindi è identità/opposizione originaria.
[II]b: pertanto, la negazione
dell’OPPOSIZIONE è negazione di sé.
Soffermiamoci dunque su quest’ultima OPPOSIZIONE [II]a,
che poi è l’opposizione originaria.
È
bene precisare che, per Severino, senza la posizione del non-essere, NON è possibile (porre) neppure l’essere:
<<Se
il nulla non è posto, non può essere infatti nemmeno posto il principio di non
contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di
escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno
l’essere. Si è infatti accennato sopra che il «nulla» appartiene al significato
«essere»: sì che non porre il nulla significa non porre nemmeno l’essere, non
porre l’essere significa non porre nulla. Negare la posizione del nulla significa
pertanto negare l’orizzonte della totalità dell’immediato. L’appartenenza del
significato «nulla» al significato «essere» è rilevabile immediatamente; e così
pure, che la posizione di un qualsiasi significato implichi la posizione del
significato «essere» è immediatamente rilevabile>>. (La struttura
originaria; Adelphi, pag. 211).
Di
seguito, gli snodi aporetici individuati:
A)- come visto, per Severino l’essere
differisce infinitamente/radicalmente dal non-essere, ma, proprio per questo, NON ne differisce INFINITAMENTE/RADICALMENTE.
Infatti,
già il loro esser ASSOLUTAMENTE OPPOSTI è ciò che essi hanno di IDENTICO, è ciò che
li ACCOMUNA.
Entrambi sono l’uno differente dall’altro. Ciò ACCORCIA la distanza della loro
opposizione/differenza, tal da non esser affatto una opposizione/differenza INFINITA e RADICALE, bensì FINITA e quindi tutta
interna all’essere.
B)-
Proseguendo,
l’essere ed il nulla sono altresì ACCOMUNATI dalla negazione (severiniana) che
qualcosa li accomuni.
Ossia,
se essi NON
hanno nulla in comune, ebbene, proprio questa NEGAZIONE è ciò che entrambi possiedono IN
COMUNE, IDENTICAMENTE.
Nuovamente, ciò ACCORCIA
la distanza della loro opposizione/differenza, tal da non esser affatto una
opposizione/differenza INFINITA
e RADICALE,
bensì FINITA e
quindi tutta interna all’essere.
C)- La (presunta) soluzione severiniana
all’aporia del nulla interviene osservando come la mancata distinzione (pur
nella loro inscindibile sintesi/unità), nel semantema <<nulla>>,
tra il suo positivo significare ed il significare come puro-nulla, sia ciò che
dà luogo alle varie aporie.
Ma, anche qui,
quand’anche il significare come puro-nulla fosse interamente demandato al suo
positivo significare, in modo da lasciar che il significare come puro-nulla
resti immune dal tocco pietrificante ( = entificante) del suo positivo
significare, essi avrebbero pur sempre IN COMUNE il loro reciproco significare
come gli ASSOLUTAMENTE OPPOSTI (tanto da far del
<<nulla>> un significato auto-contraddicentesi), sì che
grazie a tale COMUNANZA essi siano IDENTICAMENTE opponentisi, quindi FINITAMENTE opponentisi, quindi NON-INFINITAMENTE opponentisi…
D)- Peraltro, si deve notare come entrambi i
significati che compongono il semantema <<nulla>>, siano
tutti e due _ secondo Severino _ incontraddittoriamente significanti, ossia ciascuno
è identico a sé.
Cosicché, ANCHE il
puro-nulla significhi (da parte sua, cioè in sé, NON in virtù del suo
positivo significare) incontraddittoriamente come puro-nulla, ubbidendo, così,
alla legge ontologica valevole per OGNI significato/essente: l’esser
identico a sé.
Dunque, anche questa
identità con sé del puro-nulla fa di esso un FINITAMENTE opposto/differente dall’essere e/o
dal suo positivamente significare!
E)- Da tutto questo consegue che se il nulla
inteso come RADICALMENTE/INFINITAMENTE opposto all’essere
viene meno/si nega _ riporto le parole già viste di Severino _, <<non può essere infatti nemmeno posto il principio di
non contraddizione: non porre il nulla significa essere nell’impossibilità di
escludere che l’essere sia nulla. Non solo, ma non può essere posto nemmeno l’essere>> e con questo la sua incontraddittorietà,
giacché essere e nulla, distinguendosi, risultano al contempo INDISTINGUIBILI,
sì da NON
poter costruire un’impalcatura filosofica all’insegna della sua completa
INCONTRADDITTORIETÀ…
***
Adesso passiamo
all’opposizione/differenza tematizzata dal prof. Aldo Stella (d’ora in poi: AS) che non si discosta
granché dall’opposizione severiniana appena vista.
Riporto alcune
parti del suo pregevole articolo datato luglio 2024 ed intitolato:
<<L’ORDINE
DELLA SOSTANZA E L’ORDINE DELLE RELAZIONE (iii)>> https://ritirifilosofici.it/la-trinita-una-substantia-tres-personae-iii/; per
una lettura critica più specifica, vedasi, qui, anche il post n° 177.
AS così esordisce
nel suo scritto: <<La nostra ipotesi
ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza
dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso
alla distinzione
di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva:
la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”,
e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la
prospettiva del relativo o “fattuale”)>>.
AS
introduce un brano di Agostino del De Trinitate, ove egli
afferma che, nella Trinità, <<l’ordine della sostanza non è
l’ordine della relazione>>.
Continua
perciò il discorso di AS:
<<Ciò che Agostino definisce «ordine della relazione»
corrisponde all’ordine che noi definiamo dell’inevitabile e cioè
all’ordine empirico-formale, nel quale appunto la relazione costituisce
la struttura su cui l’ordine poggia. In tale ordine, vige non l’unità,
intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto), ma la molteplicità. Di
contro, l’«ordine della sostanza» configura l’ordine in cui le tres personae si
risolvono nell’unità e questa risoluzione si esprime in un innegabile
atto: l’atto del togliersi della molteplicità, perché solo l’unità è veramente intelligibile essendo
autonoma e autosufficiente. Se, pertanto, Padre e Figlio sono per la
sostanza, e cioè innegabilmente, Uno, per l’ordine
della relazione, invece, sono inevitabilmente distinti e
cioè sono Due>>.
[…] <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso)
dell’assoluto, allora solo l’assoluto è, perché l’Uno è l’innegabile ragione del
togliersi del molteplice; meglio, l’Uno è l’innegabile ragione dell’essersi
da sempre tolto del molteplice. Va inoltre specificato che, se tra Padre e
Figlio v’è identità (unità) nella sostanza, tra le cose create
l’unità
è il
loro essersi da sempre tolte come molteplici e tale unità può venire
intesa se, e solo se, esse vengono colte dal punto di vista dell’unità stessa,
cioè dell’assoluto, cioè dell’innegabile. Se, invece, si parla di unità, ma a
muovere dalla prospettiva del molteplice, allora si ha a che fare con l’unificazione,
non con la vera unità. L’unificazione è la sintesi che
mantiene la molteplicità. Di contro, l’unità si realizza solo nel perdersi del molteplice
nell’Uno>>.
Anziché
sulla Trinità, mi concentrerò sull’Uno-indifferenziato parmenideo nel suo
rapporto (negato, però, da AS) con il molteplice/differente, nel modo in cui è
tratteggiato nella teoresi di AS.
Come
visto, per AS si dà <<una DOPPIA prospettiva>>
(maiuscoli e parentesi quadre miei, RF):
(1)-
<<la prospettiva dell’assoluto>>: l’innegabile, ove, secondo
AS, vige solamente <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>,
perciò essa è l’UNICA VERA e REALE prospettiva: l’ESSERE;
(2)-
<<e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la
finitezza [ = RELAZIONE, MOLTEPLICITÀ] (la prospettiva del relativo o
“fattuale”)>>: quindi prospettiva inevitabile ma da sempre
toglientesi, inesistente, illusoria: NON-ESSERE.
Ebbene,
a mio parere, l’<<ipotesi ermeneutica>> _ <<per
intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della
Trinità>> _, consistente nel <<ricorso
alla distinzione
di innegabile e inevitabile>> introducendo <<una doppia
prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o
“intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la
finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”)>>, si rivela DISASTROSA proprio ai
fini di salvaguardare <<l’unità, intesa come unità metafisica (ossia come l’uno assoluto [INDIFFERENZIATO])>>!
Di
seguito, gli snodi aporetici individuati:
A)- Se <<togliersi>>
(o <<toglimento>>) significa TRASCENDERE il
finito/molteplice pur conservandolo, allora l’Uno-indifferenziato, va da sé,
NON è affatto indifferenziato in quanto conservante il finito/molteplice
trasceso.
Se,
invece, <<togliersi>> (o <<toglimento>>)
significa TRASCENDERE il finito/molteplice senza conservarlo, allora equivale
al suo ANNULLARSI o al suo ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, NON-ESSERE _ come
dovrebbe essere nell’accezione esposta da AS ove precisa: <<l’unità si realizza solo nel
perdersi del molteplice
nell’Uno>> _. In tal caso, l’Uno-indifferenziato dovrà almeno
‘contenere’ (differenziandosi da-) il molteplice come atto del <<togliersi>>
di ciò che è
da sempre toglientesi ché, se l’Uno-indifferenziato non contenesse
almeno tale <<ciò>>,
NON si potrebbe neppure affermare che il molteplice sia ciò che è da sempre toglientesi,
perché NULLA vi sarebbe di cui AFFERMARE/RIFERIRE il proprio toglimento.
B)-
Inoltre,
se <<togliersi>> (o <<toglimento>>)
significa ANNULLARSI o ESSER DA SEMPRE STATO NULLA, l’ipotesi di AS deve
spiegare come sia possibile che appunto ciò che è DA SEMPRE STATO NULLA ( = il
mondo) possa apparire
(posto che il NULLA non appaia mai)…
C)- Vi è poi da chiedere: la
distinzione tra il punto (1) cioè l’<<innegabile>> ed
il punto (2) cioè l’<<inevitabile>>, è distinzione innegabile
o soltanto inevitabile?
Se
è innegabile, allora la distinzione è innegabilmente presente
nell’Uno-indifferenziato, DIFFERENZIANDOLO;
se
invece è inevitabile _ quindi negabile, giacché l’innegabile
spetterebbe soltanto al punto (1) _, allora tale distinzione dal punto (2) è evitabile, e quindi, evitandola, NON è
vero che <<non si possa non fare ricorso alla distinzione di
innegabile e inevitabile>>. Ma, se la distinzione tra (1) e (2)
fosse evitabile,
vorrebbe dire che i due punti di vista NON SI DISTINGUEREBBERO: l’uno sarebbe
l’altro e l’altro l’uno, e così l’Uno-indifferenziato si ritroverebbe
nuovamente DIFFERENZIATO.
Se
invece il punto (2) è davvero non-evitabile, come ritiene AS, allora _ e
qui ci riallacciamo a Severino ai punti A-E visti sopra _, esso NON può aver la
consistenza del mero NULLA incontrapponibile in quanto, tale inevitabilità,
non la si predica del NULLA bensì di una prospettiva la quale, perciò,
ha IN COMUNE con la prospettiva
(1) il fatto di esser, appunto, ENTRAMBE PROSPETTIVE, ACCORCIANDO così la distanza/differenza
(ed al contempo STABILENDOLA)
tra (1) e (2), cioè tra assoluto e relativo (o tra essere ed inessente),
cosicché la DIFFERENZA in seno all’Uno-indifferenziato, cacciata dalla porta,
rientri dalla finestra…
D)- Similmente alla su
esposta opposizione severiniana di essere e nulla, quand’anche si ritenesse che
la prospettiva (2), cioè il molteplice/il differenziantesi ( = il mondo) fosse
un puro MIRAGGIO ILLOSORIO inesistente dal punto di vista (1), almeno l’esservi del MIRAGGIO
dovrà invece esser ben REALE, giacché se anch’esso fosse tanto illusorio quanto
il suo contenuto ( = il molteplice/il differenziantesi), NON vi sarebbe neppure un
miraggio da additare come tale.
Quindi,
ANCHE l’illusorietà del mondo comporta la (una) differenza all’interno
dell’Uno-indifferenziato.
E)- Questo, ci porta alla
(presunta) NON-ALTERITÀ _ in quanto sarebbe inessente _ di (2) rispetto ad (1);
se infatti essa sussistesse, è chiaro che la prospettiva (1) NON potrebbe affatto
evitar di RELAZIONARSI
con l’ALTERITÀ/DIFFERENZA costituita da (2), _ d’altronde, la DIFFERENZA tra
(1) e (2), e quindi la loro RELAZIONALITÀ, è già stata introdotta dallo stesso
AS: <<La nostra ipotesi ermeneutica è che, per
intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della
Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile
e inevitabile>> _ e, RELAZIONANDOVISI, (1) cesserebbe perciò di
essere l’INDIFFERENZIATO-senza-secondo ( = senza alterità), sì che (1)
rientrerebbe in (2) quale sua _ di (2) _ estensione.
Orbene,
<<innegabile e inevitabile>> hanno IN COMUNE di esser entrambi l’uno, altro dall’altro,
ché, se (1) NON fosse ALTRO da (2), ripetiamolo, quest’ultimo NON si
distinguerebbe da (1) e quindi AS non farebbe <<ricorso
alla distinzione di innegabile
e inevitabile>>…
F)- Paradossalmente, dunque,
per sancire l’assoluta INDIFFERENZIAZIONE (non-molteplicità) dell’Uno,
l’ipotesi ermeneutica di AS deve ricorrere a ciò che la smentisce, ossia alla
DISTINZIONE tra (1) e (2), come afferma AS: <<non si [può] non fare
ricorso alla distinzione
di innegabile e inevitabile>>, riaffermando perciò l’esserci del
punto (2) in quanto DISTINTO da (1), ossia l’esserci di ciò ( = la
differenza/la molteplicità) che il punto (1) voleva negare ritenendolo da
sempre toglientesi, inesistente, NULLA.
G)- Comunque, poiché _
secondo AS _ <<se ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso)
dell’assoluto, allora SOLO
L’ASSOLUTO
È, perché l’Uno è l’innegabile ragione del
togliersi del molteplice>> (maiuscoli mei: RF), sì che la prospettiva (1) sia
l’UNICA VERA ESISTENTE, allora, tutto quanto detto dalla/nella (nostra)
prospettiva (2) NON-è, cioè NON ha alcuna portata
aletica, e quindi sarà altresì FALSO che la prospettiva (1) sia
l’UNICA VERA ESISTENTE, giacché questo giudizio è innegabilmente formulato
dalla/nella sola prospettiva (2) cioè quella da sempre NULLA e quindi da
sempre ERRONEA/ILLUSORIA.
H)- Ancora; se, come afferma
AS, <<ci si pone idealmente dalla prospettiva (senso)
dell’assoluto, allora solo l’assoluto è>>… lo PARZIALIZZIAMO, DIFFERENZIANDOLO
nel momento stesso in cui NOI, prospettiva (2), ci poniamo dalla SUA
(dell’assoluto) prospettiva INDIFFERENZIATA, essendo noi ALTRO da essa tanto
quanto la prospettiva (2) è ALTRA dalla (1)...
Per
cui PARZIALIZZANDO/DIFFERENZIANDO l’assoluto, come sarà possibile affermar di
esso il suo essere l’Uno-indifferenziato, se appunto è proprio il NOSTRO porci
<<idealmente>> dalla prospettiva dell’assoluto a
NEGARE la sua unità-indifferenziata?
Eppure,
AS sostiene che <<tale unità può venire intesa se, e solo se, esse [
= <<le cose create>>] vengono colte dal punto di vista
dell’unità stessa, cioè dell’assoluto>>;
ma
è proprio questo ciò che NON È MAI possibile attuare, neppure <<idealmente>>,
pena la PARZIALIZZAZIONE/DIFFERENZIAZIONE di ciò che, proprio dalla SUA
(dell’assoluto) posizione, dovrebbe invece essere assolutamente indifferenziato! Qualsiasi ‘intruso’, in esso,
sarebbe già DIFFERENZA…
Per
cui porsi dal punto di vista dell’assoluto-indifferenziato comporta la
NEGAZIONE dell’assoluta indifferenziazione, cioè di ciò che da tale posizione
dovrebbe invece venir confermato…
Deriva
l’impossibilità di porsi in tale prospettiva, perché ciò/colui che NON-è _ la prospettiva (2) _,
non può porsi NEPPURE <<idealmente>> in (1), sì che
anche l’<<idealmente>> NON SIA tout court,
cosicché divenga impossibile capire/giustificare come ciò/colui che NON-è affatto, abbia ciò
nonostante la possibilità di porsi in (1).
In
ogni caso, l’Uno-indifferenziato parmenideo NON può evitare la DIFFERENZA nel
proprio seno…
OLTREPASSARE
Stella e Severino; OLTREPASSARE Parmenide, al quale entrambi si rifanno,
sebbene in modo totalmente OPPOSTO.
La
direzione è un’ONTOLOGIA TRINITARIA come vien via via delineandosi da parte di
alcuni studiosi quali:
Massimo
Donà, Piero Coda, Giulio Maspero, Carmelo Meazza, Klaus Hemmerle†, Massimiliano Marianelli,
Mauro Mantovani, Giovanni Ventimiglia, Maria Benedetta Curi, Emanuele Pili, etc…,
rimandando alla lettura dei loro testi nei volumi del DOT:
Dizionario
Dinamico di Ontologia Trinitaria, editi da “Città Nuova”.
Roberto
Fiaschi
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