Riporto
parte di un interessante quanto lunghissimo post di Elisa de Silva (d’ora in poi EDS),
amministratrice del gruppo Officina di filosofia teoretica: https://www.facebook.com/groups/208128786326082.
Il
post è intitolato: <<SULLA APORETICA DEL NULLA>>.
Vista
la lunghezza, riporterò e commenterò SOLTANTO la prima <<RISPOSTA
ELENCTICA>> di EDS ad Egon Key. L’articolo completo è comunque
reperibile in calce, dopo il mio commento.
Ecco
il brano di EDS:
<<Scrive
il tale Egon Key:
“Il
“nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil
absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il
nihil absolutum?! Il “nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La
struttura originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il
nulla-che-significa-nulla (e che NON significa essente). Ma tale significato SI
DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia dall’ESSENTE (il
“positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete a tale,
incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare; 2) dalla
contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale
significato, ma in esso non appare. ENTRAMBI i due lati (e NON unicamente il
lato del “positivo significare”) del contraddicentesi significato “nulla”
costituiscono una POSITIVITÀ (SIA, ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA
il “nulla-momento”). E la stessa distinzione tra “positivo significare” e
“nulla-momento” appartiene al “positivo significare”. Tutto ciò che del nulla
può venire predicato è SEMPRE E SOLTANTO una appartenenza del “positivo
significare”. Se non si comprende ciò, allora è impossibile procedere con la
semantizzazione severiniana dell’essere. La contraddizione è, dunque, espressa
mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ), le cui variabili sono A ( = nulla)
e B ( = essente). Ebbene, il CONTENUTO di tale contraddizione, ossia del
significato contraddicentesi “nulla”, è precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”>>.
E
prosegue:
<<RISPOSTA
ELENCTICA:
A
proposito dell’intervento di tale Egon Key, occorre chiarire il punto, perché qui si decide l’intera aporetica
severiniana del nulla.
Si
[ = Egon
Key] scrive:
“Il
“nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil
absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il
nihil absolutum?!”
L’obiezione
sembra decisiva solo perché muove da un equivoco. Quando si parla di
“nulla-momento”, non si intende dire che vi sia un ente semantico autonomo
chiamato nihil absolutum. Non si sta cioè facendo del nihil absolutum
un significato positivo posto accanto al positivo significare. Si intende
invece dire che, nel significato autocontraddittorio “nulla”, il nulla-momento
è l’assoluta negatività significata dal positivo significare. Il termine
“nulla” è positivo significare. Ma ciò che esso significa è l’assoluta
insignificanza. Dunque il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al
positivo significare: è il momento astratto dell’assoluta negatività
significata. Il contrario è impossibile perché, se il nulla-momento fosse un
momento semantico positivo autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un
essente, non è il nulla. Se invece è il nulla in quanto nulla, non può essere
posto come termine positivo autonomo>>.
Se
è vero, come ha giustamente osservato EDS, che <<qui si decide l’intera aporetica
severiniana del nulla>>, allora temo che proprio qui la soluzione
severiniana dell’aporia del nulla naufraghi, mostrando così tutta la sua
impotenza.
Vediamo.
EDS nega che il “nulla-momento” sia
<<un significato positivo
posto accanto al positivo significare>>, giacché il “nulla-momento”
significherebbe <<l’assoluta negatività significata dal positivo
significare>>, quindi esso sarebbe <<il momento astratto dell’assoluta
negatività significata>>.
In riferimento al
post di EDS, l’altro amministratore del gruppo, Alessandro Vaglia, osserva:
<<Verdetto complessivo […] il nulla vale come momento — dunque come positività — ma questa positività non gli è interna;
distinzione, non separazione. Chi separa entifica il nulla; CHI POSITIVIZZA IL MOMENTO LO
CANCELLA. Severino sta esattamente sul crinale tra le due derive>>
(maiuscolo mio: RF).
Insomma:
il “nulla-momento” è
oppure no <<un significato positivo>> o <<positività>>?
Certo
che sì: il “nulla-momento”
è una <<positività>>
per il solo fatto di esser POSTO e quindi significante.
Leggiamo Emanuele
Severino:
<<I due
momenti contraddicentisi del significato nulla (e di ogni impossibile)
sono, da un lato, il “positivo significare” del nulla, ossia e il suo essere
nulla e l’apparire di questo essere, e, dall’altro lato, l’assoluta
nientità e assenza di significato del nulla CHE PURE È POSITIVAMENTE SIGNIFICANTE>>. (“Intorno al
significato del nulla”, pag. 110. Adelphi 2013. Maiuscolo mio).
Tornando ad Alessandro Vaglia, egli precisa (sulla scia di
Severino) che, però, tale
<<positività>>
<<non gli è interna>>, giacché essa è
<<significata dal positivo significare>>, cioè dall’altro
momento che entra a costituire il significato auto-contraddicentesi nulla.
Ma, se la <<positività>> del “nulla-momento” fosse interamente <<significata dal
positivo significare>>, allora il “nulla-momento” non sarebbe neppure POSTO come “nulla-momento”, per
cui l’altro momento cioè il suo <<positivo significare>> NON
avrebbe alcunché da significare in quanto, se davvero il “nulla-momento” non
fosse una <<positività>>
semantica, semplicemente NON comparirebbe neppure come UNO dei DUE
termini del significato auto-contraddicentesi nulla: non
comparirebbe ‘tout court’…
Ripetiamolo: il “nulla-momento” è già,
necessariamente IN
SÉ, una <<positività>>.
Quindi,
contrariamente a quanto osserva EDS, il “nulla-momento” È <<un secondo positivo accanto al positivo
significare>>.
Infatti, la
<<positività>>
del “nulla-momento”
NON può NON essere INTERNA al “nulla-momento” stesso, giacché esso DEVE poter significare,
in sé, almeno come “nulla-momento”,
altrimenti, ripetiamolo, MANCHEREBBE del tutto, per cui il significato
auto-contraddicentesi nulla non potrebbe nemmeno costituirsi.
Il significare <<l’assoluta
insignificanza>> da parte del “nulla-momento” è esattamente il significare DEL “nulla-momento” IN
SÉ, DISTINTAMENTE (NON separatamente) dal suo <<positivo
significare>> e perciò NON può essere significato dal suo <<positivo
significare>> il quale, invece, è l’ESSERE o la POSIZIONE del “nulla-momento”, di
modo tale che tra quest’ultimo ed il suo <<positivo significare>> si inneschi la
contraddizione del significato auto-contraddicentesi nulla.
Soffermiamoci su
quest’affermazione di EDS:
<<Dunque
il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al positivo significare: è
il momento astratto dell’assoluta negatività significata. Il contrario è
impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo
autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se
invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo
autonomo>>.
Ora, siccome il “nulla-momento”
significa “nulla-momento”
e non altro, ciò attesta come questo SUO significare sia appunto il S-U-O intimo significare,
cioè IN SÉ, soltanto come “nulla-momento”, DISTINTAMENTE dal <<positivo significare>>.
Senonché, anche
rimarcando il fatto che trattasi di DISTINZIONE e non di SEPARAZIONE, il “nulla-momento”,
proprio perché GIÀ IN SÉ <<è POSITIVAMENTE SIGNIFICANTE>> (Severino), esso si sdoppia
a sua volta in “nulla-momento”
e <<positivo
significare>>, dando così luogo ad un regresso infinito
scaturente ANCHE dalla sola DISTINZIONE dei due momenti.
E allora bisognerà
concludere non, come osserva EDS, che ciò <<è impossibile perché, se
il nulla-momento
fosse un momento semantico positivo
autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se
invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo
autonomo>>,
bensì che, siccome
il “nulla-momento”
È (come mostrato) <<un momento semantico positivo>> GIÀ DI PER SÉ significante
distintamente dal <<positivo significare>>, allora esso È
<<già un essente>>, e poiché <<è un essente, non è il nulla>>
radicalmente differente dall’essere.
Quindi, siccome il
“nulla-momento”
NON riesce a costituirsi come <<nulla in quanto nulla>>,
allora esso è <<posto come termine positivo>> intrinsecamente, positivamente
significante…
Roberto Fiaschi
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Ecco il testo
completo di EDS:
<<SULLA
APORETICA DEL NULLA (Informazione di servizio)
In
questo articolo si intende mostrare come, in alcuni gruppi filosofici anche
molto seguiti, figure presentate come esperti, moderatori o autorevoli
interlocutori finiscano talvolta per fraintendere radicalmente i testi e i
problemi di cui pure si dichiarano competenti. Il risultato è una divulgazione
filosofica arbitraria e irresponsabile, che invece di chiarire confonde chi
legge. Ancora più grave è quando tali interventi ricevono il consenso di
amministratori o sedicenti esperti altrettanto impreparati, come il tale Sergio
Piccerillo, che, anziché vigilare sulla correttezza teoretica della
discussione, avallano con leggerezza argomentazioni gravemente errate. È il
caso dello scritto del tale Egon Key, nel quale la pretesa di fornire una
“informazione di servizio” sull’aporetica severiniana del nulla si risolve,
invece, in una serie di fraintendimenti radicali.
Si tratta,
purtroppo, del sintomo di certi gruppi filosofici farlocchi, ove ogni
bestialità può passare come verità, purché venga esibita con tono perentorio e
avallata dal consenso di chi dovrebbe invece saper distinguere
un’argomentazione rigorosa da una confusione concettuale.
Scrive il tale
Egon Key:
“Il
“nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil absolutum!
Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il nihil
absolutum?! Il “nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La
struttura originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il
nulla-che-significa-nulla (e che NON significa essente). Ma tale significato SI
DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia dall’ESSENTE (il
“positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete a tale,
incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare; 2) dalla
contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale
significato, ma in esso non appare.
ENTRAMBI i
due lati (e NON unicamente il lato del “positivo significare”) del
contraddicentesi significato “nulla” costituiscono una POSITIVITÀ (SIA,
ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA il “nulla-momento”). E la stessa
distinzione tra “positivo significare” e “nulla-momento” appartiene al
“positivo significare”. Tutto ciò che del nulla può venire predicato è SEMPRE E
SOLTANTO una appartenenza del “positivo significare”.
Se non si
comprende ciò, allora è impossibile procedere con la semantizzazione
severiniana dell’essere.
La
contraddizione è, dunque, espressa mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ),
le cui variabili sono A ( = nulla) e B ( = essente). Ebbene, il CONTENUTO di
tale contraddizione, ossia del significato contraddicentesi “nulla”, è
precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”.
RISPOSTA
ELENCTICA:
A proposito
dell’intervento di tale Egon Key, occorre chiarire il punto, perché qui si
decide l’intera aporetica severiniana del nulla.
Si scrive:
“Il
“nulla-momento”, cioè il momento ‘semantico’ del nulla, NON è il nihil
absolutum! Come potrebbe essere, un momento semantico (ossia significante), il
nihil absolutum?!”
L’obiezione
sembra decisiva solo perché muove da un equivoco.
Quando si parla
di “nulla-momento”, non si intende dire che vi sia un ente semantico autonomo
chiamato nihil absolutum. Non si sta cioè facendo del nihil absolutum
un significato positivo posto accanto al positivo significare.
Si intende
invece dire che, nel significato autocontraddittorio “nulla”, il nulla-momento
è l’assoluta negatività significata dal positivo significare.
Il termine
“nulla” è positivo significare. Ma ciò che esso significa è l’assoluta
insignificanza. Dunque il nulla-momento non è un secondo positivo accanto al
positivo significare: è il momento astratto dell’assoluta negatività
significata.
Il contrario è
impossibile perché, se il nulla-momento fosse un momento semantico positivo
autonomo, allora sarebbe già un essente. Ma se è un essente, non è il nulla. Se
invece è il nulla in quanto nulla, non può essere posto come termine positivo
autonomo.
Si scrive:
“Il
“nulla-momento” è un significato (‘momento’), che, ne “La struttura
originaria”, è detto ‘incontraddittorio’, ossia è il nulla-che-significa-nulla
(e che NON significa essente)”.
Qui
l’espressione decisiva è: “il nulla-che-significa-nulla”.
Ma questa
formula è pericolosa. Se il nulla “significa”, allora il nulla è significante.
Ma ciò che è significante, in quanto significante, è positivo. Dunque si
finisce per dire che il nulla è un positivo significante.
Ma questo è
esattamente ciò che non va attribuito al nulla in quanto nulla.
La formula
corretta non è:
il nulla
significa nulla.
La formula
corretta è:
il positivo
significare del nulla significa l’assoluta insignificanza.
Il
nulla-momento non significa da sé. Se significasse da sé, sarebbe già positivo.
Il nulla-momento è significato dal positivo significare come assoluta negazione
di ogni positivo significato.
Il contrario è
impossibile perché, se il nulla-momento significasse da sé, sarebbe
significante; se è significante, è non-niente; se è non-niente, non è nulla.
Si scrive:
“Ma tale
significato SI DISTINGUE: 1) dall’altro lato della contraddizione, ossia
dall’ESSENTE (il “positivo significare”, ossia l”essere”, lo “è”), che compete
a tale, incontraddittorio, significato, ma che in esso non appare”.
Qui viene
confusa la distinzione analitica interna al significato autocontraddittorio
“nulla” con la distinzione tra due termini autonomi.
Il positivo
significare e il nulla-momento sono distinguibili solo nell’analisi dell’unico
significato autocontraddittorio “nulla”. Ma non sono due termini separabili.
Se li si
separa, accade una delle due cose:
o il positivo
significare non significa più nulla;
oppure il
nulla-momento diventa un referente autonomo, dunque un essente.
È proprio
questa separazione che genera l’aporia. Non la risolve.
Il contrario è
impossibile perché, se il nulla-momento fosse distinto come termine autonomo
dal positivo significare, allora sarebbe un distinto. Ma un distinto è un
positivo. Dunque il nulla-momento non sarebbe più nulla.
Si scrive:
“2. dalla
contraddizione nella sua interezza, la quale, parimenti, compete a tale
significato, ma in esso non appare”.
Anche qui il
problema è lo stesso: il nulla-momento viene trattato come un soggetto cui
“competono” proprietà, distinzioni, relazioni, determinazioni.
Ma al nulla, in
quanto nulla, non compete nulla.
Tutto ciò che
del nulla viene predicato appartiene al positivo significare del nulla. Se si
dice che al nulla-momento compete la contraddizione, o che compete la
distinzione, o che compete il positivo significare, si sta già assumendo il
nulla-momento come qualcosa cui competono predicati.
Il contrario è
impossibile perché, se al nulla-momento competesse qualcosa, esso sarebbe
qualcosa cui compete una determinazione. Ma ciò cui compete una determinazione
non è nulla.
Si scrive:
“ENTRAMBI i
due lati (e NON unicamente il lato del “positivo significare”) del
contraddicentesi significato “nulla” costituiscono una POSITIVITÀ (SIA,
ribadiamolo, il “positivo significare”, SIA il “nulla-momento”.
QUI STA IL
PUNTO PIÙ GRAVE:
Se si intende
dire che entrambi i lati, in quanto detti, appartengono al positivo
significare, allora si dice una cosa vera: tutto ciò che viene detto è detto
nel positivo significare.
Ma se si
intende dire che anche il nulla-momento, in sé, è positività, allora si dice
l’impossibile.
Perché
positività significa non-niente. Dunque, se il nulla-momento fosse positività
in sé, sarebbe non-niente. Ma allora non sarebbe più nulla-momento.
Il contrario è
impossibile perché dire “il nulla-momento è positività” significa dire “il
nulla è non-nulla”. È l’identificazione del positivo e del negativo.
Si scrive:
“E la stessa
distinzione tra “positivo significare” e “nulla-momento” appartiene al
“positivo significare”.
Questo è
corretto. Ma non smentisce la mia spiegazione: la conferma, appunto!
La distinzione
tra positivo significare e nulla-momento appartiene al positivo significare.
Non appartiene al nulla-momento come se il nulla-momento fosse un soggetto che
distingue, si distingue, o sta da sé.
Ma proprio
perché la distinzione appartiene al positivo significare, non si può poi trasformare
il nulla-momento in una positività autonoma.
Se il
nulla-momento fosse positività, allora la distinzione non apparterrebbe più
soltanto al positivo significare; apparterrebbe anche al nulla-momento come
determinazione sua.
Il contrario è
impossibile perché, se la distinzione appartenesse al nulla-momento, il
nulla-momento sarebbe qualcosa che possiede una distinzione. Ma ciò che
possiede una distinzione è un positivo, non il nulla.
Si scrive:
“Tutto ciò
che del nulla può venire predicato è SEMPRE E SOLTANTO una appartenenza del
“positivo significare”.
Esattamente. Ma
allora il discorso del tal Egon si autoconfuta.
Se tutto ciò
che del nulla viene predicato appartiene al positivo significare, allora anche
il predicato “il nulla-momento è positività” appartiene al positivo
significare. Non al nulla-momento in sé.
Quindi non si
può usare questo predicato per concludere che il nulla-momento sia positività
in sé. Si può solo dire che il nulla-momento, in quanto detto, è incluso nel
positivo significare.
Ma questa è
precisamente la tesi di Severino che qui si intende esplicare.
Il contrario è
impossibile perché, se qualcosa fosse predicabile del nulla in quanto nulla,
allora il nulla sarebbe soggetto di predicazione. Ma un soggetto di
predicazione è già qualcosa.
C’è poi un nodo
ulteriore, decisivo.
Il tal Egon Key
dice che i due momenti del significato “nulla” sono incontraddittori, e questo
è giusto, ma qui avviene lo slittamento essenziale: egli confonde
l’incontraddittorietà del momento, in quanto distinto nell’analisi del
significato, con l’essere del nulla-momento.
Ma dire che il
nulla-momento è “incontraddittorio” non può voler dire che il nulla-momento sia
qualcosa che, da parte propria, stia nell’identità con sé. Perché, se così
fosse, il nulla-momento sarebbe già un essente: avrebbe identità,
determinatezza, positività. E allora l’aporia non sarebbe risolta, ma
semplicemente riaperta e rimandata all’infinito. Il nulla momento è in
contraddittorio proprio perché è il Nihil absolutum che il positivo significare
indica.
Infatti, appena
si dice: “il nulla-momento è incontraddittorio”, bisogna chiedere: che cosa è
questo nulla-momento? Se è qualcosa, non è nulla. Se è nulla, non può essere
qualcosa che possiede l’incontraddittorietà come propria determinazione.
Dunque
l’incontraddittorietà in tal senso è del nulla-momento tanto quanto lo è del
positivo significare che è e si distingue dal non essere che indica.
È qui che il
tal Egon, pretendendo di correggere l’aporia, la riapre. Fa del nulla-momento
un lato positivo, poi lo dichiara incontraddittorio, poi deve distinguerlo dal
positivo significare, poi deve spiegare come un nulla incontraddittorio possa
non essere essente. Ma questa spiegazione non può mai chiudersi, perché ogni
passo ulteriore riproduce lo stesso errore: attribuisce al nulla una
determinazione.
Si scrive:
“Se non si
comprende ciò, allora è impossibile procedere con la semantizzazione
severiniana dell’essere”.
È vero
l’opposto:
Se non si
comprende la differenza tra il nulla-momento in quanto assoluta negatività e il
positivo significare che lo significa, allora è impossibile comprendere la
semantizzazione dell’essere che non è affatto severiniana, ma è ciò che
Severino problematicizza.
Severino non
dice che il nulla sia un secondo termine positivo necessario a far significare
l’essere. Dice che il nulla, per essere detto, deve apparire come positivamente
significato; ma proprio questo genera l’aporia del nulla.
Il nulla deve
essere posto per essere escluso dall’essere. Ma, appena è posto, è posto nel
positivo significare. Da qui l’aporia: il significare il nulla è positivo, ma
ciò che viene significato è l’assoluta negazione del positivo.
Il contrario è
impossibile perché, se il nulla fosse positività autonoma, l’essere non si
opporrebbe più al nulla, ma a un essente negativo. E allora non si avrebbe più
l’opposizione dell’essere al nulla, ma una differenza interna all’essere.
Si scrive:
“La
contraddizione è, dunque, espressa mediante l’equazione ( A = B ) = ( B = A ),
le cui variabili sono A ( = nulla) e B ( = essente)”.
Questa
formalizzazione è totalmente errata poiché usata a sproposito, cioè stiamo
attribuendo al significato auto contraddittorio nulla, l’assoluta in
contraddittorietà dell’identità dell’essere espressa dall’ “equazione dell’essere”
cioè dell’esente in quanto unione inscindibile di tutti i suoi predicati.
Pone A = nulla
e B = essente come se A e B fossero due variabili disponibili sullo stesso
piano formale. Ma se A è una variabile del calcolo, allora A è già un segno
positivo, un contenuto determinato, un elemento del discorso.
Dunque A non è
il nulla. A è il positivo significare “nulla”.
La forma A = B
può rappresentare l’identificazione di due positivi, oppure l’identificazione
del positivo e del negativo solo se il negativo è già posto nel positivo
significare, come nel caso della contraddizione nulla che è tale poiché in un
solo termine si dice l’infinità distanza tra il positivo e il negativo. Ma non
può catturare il nulla come nulla, perché il nulla come nulla non è una variabile.
Il contrario è
impossibile perché, se il nulla fosse una variabile A, allora sarebbe già
qualcosa che può essere sostituito, relazionato, uguagliato, distinto. Ma ciò
che può essere formalizzato così è un positivo, non il nulla.
Anche la
formalizzazione proposta dal tal Egon non regge.
Quando si dice
“l’albero è nulla”, abbiamo effettivamente una struttura contraddittoria: un
positivo, l’albero, viene identificato con il suo negativo. Qui posso avere un
soggetto positivo e un predicato negativo.
Ma quando si
dice “il nulla è nulla”, non siamo nello stesso caso. Non abbiamo un soggetto
A, il nulla, cui venga attribuito un predicato B, l’essente. Se facciamo del
nulla una variabile, un soggetto, un elemento dell’equazione, lo abbiamo già
trasformato in positivo.
Perciò
l’equazione dell’identità tra soggetto e predicato non può essere applicata
all’aporia del nulla se non al suo positivo significare. E forse nemmeno senza
riserve, perché nel caso del nulla il soggetto stesso è aporetico.
Dire “l’albero
è albero” esprime l’identità del positivo con sé.
Dire “l’albero
è nulla” è contraddittorio perché identifica un positivo con il negativo.
Dire “il nulla
è nulla”, invece, è già aporetico, perché pone il nulla come soggetto della
predicazione. Ma il nulla, come nulla, non può essere soggetto.
Del nulla non
si può predicare un B. Del nulla non si può predicare nulla senza farlo
apparire come qualcosa. Ogni predicazione del nulla appartiene al positivo
significare del nulla, non al nulla come nulla.
Dunque la
formula A = B, con A = nulla e B = essente, falsifica il problema, perché mette
il nulla e l’essente sullo stesso piano formale. Ma il nulla, se è una
variabile dell’equazione, è già un positivo del linguaggio.
Qui bisogna
richiamare il senso severiniano del significato semplice.
Un significato
semplice non ha parti. Coincide con sé stesso. È ciò che è, senza essere una
sintesi di elementi ulteriori.
Ora, il termine
“nulla” è aporetico proprio perché dovrebbe essere un significato semplice — il
nulla, appunto — e tuttavia, appena lo si analizza, sembra presentarsi come se
avesse due momenti:
1. il positivo
significare;
2. il
nulla-momento.
Ma il
nulla-momento è proprio nulla. Non è una parte positiva del significato. Non è
un elemento che possa stare accanto al positivo significare. Non è un contenuto
autonomo della sintesi.
Ecco il punto:
il “nulla” è aporetico perché appare come un significato semplice che si
comporta come un significato complesso. Sembra avere parti, ma una delle “parti”
è proprio il nulla, cioè non può essere una parte. E la sintesi stessa non è
una terza parte che venga ad aggiungersi alle altre.
Dunque il
termine “nulla” è contraddittorio perché, pur dovendo significare il semplice
assolutamente privo di parti, appare nel linguaggio come sintesi di due
momenti. Ma questa sintesi è impossibile se i due momenti vengono separati; e,
se non vengono separati, non sono due termini autonomi e dire che sono entrambi
i contraddittori non ne implica la separazione.
Perciò tale
Egon sbaglia nel dire che entrambi i lati sono positività.
L’aporia del
nulla consiste proprio in questo: il positivo significare dice il nulla, ma il
nulla detto non è un positivo. Il termine “nulla” appare come significato, ma
ciò che esso significa è l’assoluta negazione del significato positivo.
Si scrive:
“Ebbene, il
CONTENUTO di tale contraddizione, ossia del significato contraddicentesi
“nulla”, è precisamente il NIHIL ABSOLUTUM”.
Anche qui
occorre distinguere.
Si può dire che
il contenuto del termine “nulla” è il nihil absolutum solo a patto di
aggiungere subito: non come referente positivo, non come termine autonomo, non
come significato incontraddittorio che stia da sé, ma come assoluta negatività
significata dal positivo significare.
Se invece si
dice che il nihil absolutum è il contenuto del significato “nulla” come se
fosse un contenuto positivo disponibile, si ricade nell’entificazione del
nulla.
Il contrario è
impossibile perché un nihil absolutum che fungesse da contenuto positivo della
contraddizione sarebbe già un non-niente. Ma un nihil absolutum che è
non-niente non è nihil absolutum.
Il punto
conclusivo è questo:
L’errore
consiste nel voler correggere Severino trasformando il nulla-momento in
positività per poi attribuirgli la contraddizione, ma così l’aporia non viene
risolta: viene radicalizzata nel senso sbagliato da chi proprio vorrebbe da un
lato spiegarla e dall’altro criticarla.
La formula
corretta non è:
il
nulla-momento è una positività.
E nemmeno:
il
nulla-momento significa da sé.
Ma:
il termine
“nulla” è un positivo significare autocontraddittorio, perché significa
l’assoluta insignificanza; il nulla, in quanto pensato e detto, è positivo
significare, ma il nulla in quanto nulla non è un positivo.
La negazione di
questa struttura è impossibile, perché per negarla bisogna pur dire “nulla”, e
dunque bisogna già usare quel positivo significare del nulla che si vorrebbe
negare.
Da qui segue
l’incontrovertibilità del punto:
1. se il nulla
è detto, il dire è positivo;
2. se il dire è
positivo, ciò che appare è il positivo significare del nulla;
3. se si
pretende che il nulla, oltre al suo positivo significare, sia anche un
contenuto autonomo, lo si entifica;
4. se lo si
entifica, non è più nulla;
5. dunque il
nulla, come nulla, non può costituirsi come termine autonomo.
Se si separa il
positivo significare si entifica il nulla (il nulla momento) se si separa il
nulla momento si nullifica l’ente (il positivo significare).
E se il nulla
non può costituirsi come termine autonomo, allora non può essere il termine in
cui l’essente cade.
L’essente non
può diventare nulla.
Dire che
l’essente diventa nulla significa dire che il non-niente diventa niente. Ma
questo è l’impossibile. E il destino è appunto l’apparire incontrovertibile di
questa impossibilità.
La formulazione
conclusiva può essere questa:
Il nulla non è
un termine complesso formato da due positività. È un significato semplice che,
entrando nel linguaggio, appare aporeticamente come sintesi di positivo
significare e nulla-momento. Ma il nulla-momento non è una seconda positività,
non è un referente, non è una variabile, non è un soggetto, non è una parte
autonoma. È ciò che il positivo significare significa come assoluta
insignificanza.
Per questo il
contrario è impossibile: se il nulla-momento fosse positivo, sarebbe essente;
se fosse essente, non sarebbe nulla; e se non fosse nulla, l’intera aporia del
nulla sarebbe stata cancellata non risolvendola, ma eliminando il nulla stesso.
Se invece il
nulla-momento è nulla, allora non può essere soggetto di predicati, né termine
di relazione, né variabile di equazioni, né parte positiva di una sintesi.
Resta dunque
solo il positivo significare del nulla. Ma proprio questo positivo significare
mostra che il nulla non è.
E se il nulla
non è, l’essente non può diventare nulla.
La questione è
molto complessa, non meraviglia infatti che lo stesso errore venga fatto da un
serio studioso che interviene al Centro Studi Casa Severino con una posizione
analoga a quella di tale Egon per poi affermarne la problematicità, che come si
va ripetendo non è in Severino, ma in chi male interpreta la risoluzione
dell’aporia. Equivoco analogo è stato discusso con Roberto Fiaschi che quantomeno come il relatore del video
seguente si mantiene coerente nel voler negare la risoluzione. Pessimo è invece
il tentativo del tale key e di altri che non comprendono, allo stesso modo, la
risoluzione dell’aporia pur volendola affermare>>.
Elisa de Silva
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