mercoledì 4 febbraio 2026

186)- ELISA DE SILVA: «L’ENTRARE E L’USCIRE DALL’APPARIRE» CHE CONTRADDITTORIAMENTE NON ENTRA NÉ ESCE.

Riporto gran parte del lungo testo scritto dalla filosofa Elisa de Silva (d’ora in poi EdS), amministratore del gruppo: Officina di filosofia teoretica, ove intende esplicitare <<il quadro ontologico entro cui ha senso parlare di “entrare” e “dileguare” dall’apparire>> secondo la filosofia di Emanuele Severino, giacché <<senza questo passaggio preliminare, il rischio è di attribuire alla teoretica severiniana problemi che nascono altrove>>.

Lo scritto di EdS è in origine concepito come replica ad alcuni filosofi analitici; ciònonostante, vorrei stendere qualche commento da non-filosofo qual sono.

Intanto, ecco il testo:

<<L’essere è l’essere degli essenti: la totalità infinita di tutti gli essenti che sono. Essere e apparire sono cooriginari, poiché l’essere è ciò che è di per sé immediatamente evidente: non vi è essente che non appaia, né apparire che non sia. Tuttavia, non tutto ciò che è appare al finito. L’infinito, in quanto infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che l’infinito appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo. L’infinito appare al finito in una processualità infinita. L’essere, in quanto totalità infinita, è manifesto a se stesso: ciò significa che appare immediatamente a se stesso in un apparire infinito (1) e sincronico. Ma proprio perché questa totalità è infinita, le sue determinazioni — che sono esse stesse essenti — non possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque in forma processuale e diacronica. Vi è quindi un momento dell’Apparire che non sorge né tramonta — l’apparire infinito e sincronico dell’essere a se stesso — e vi è un momento dell’apparire che sorge e dilegua: l’apparire finito e diacronico delle determinazioni dell’essere. Questi momenti sono simultanei e inscindibili. Un unico atto autoriflessivo in cui l’essere e sue determinazioni sono immediatamente manifesti per sé. Dunque, questo apparire finito non è un secondo essere, né un dominio parallelo, ma è l’apparire dell’essere secondo una certa determinazione, all’interno di un orizzonte oltre il quale nulla può apparire. Questo orizzonte è ciò che chiamiamo “cerchio finito dell’Apparire” o apparire trascendentale (2) in cui si manifesta - apparire empirico (3) - la questità o configurazione o ente o totalità finita o terzo momento simultaneo e inscindibile dell’unico atto autoriflessivo dell’Apparire. Questo in estrema brevitas, chiaro che all’argomento sarebbe necessaria una ben più ampia trattazione (…). L’essere è omniavvolgente: non solo gli essenti, ma anche l’apparire, l’entrare e il dileguare sono essenti, e come tali sono eternamente presenti nella totalità infinita dell’essere. Anche ogni diacronia dell’apparire finito, in quanto essente, è già da sempre nella totalità infinita degli essenti. Dire dunque che x entra nel cerchio dell’Apparire trascendentale non significa che x cominci ad essere, né che si produca un mutamento ontologico. Significa che una determinazione eterna dell’essere — già da sempre presente nella totalità infinita — comincia ad apparire nel cerchio finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti.  Poste queste premesse provo a rispondere in modo diretto sul tuo [ -> del filosofo analitico destinatario del post] ultimo scritto che riporto a margine, perché mi sembra che qui il punto su cui ti soffermi non sia una semplice divergenza interpretativa, ma una differenza di statuto tra ciò che si sta cercando di formalizzare e gli strumenti con cui lo si fa. La tua ricostruzione è internamente coerente a condizione che si assuma come legittima l’operazione di fondo che stai compiendo, cioè la traduzione dell’espressione severiniana “x entra / esce dal cerchio dell’apparire trascendentale” in termini di configurazioni, appartenenza e precedenza. Ma è precisamente questa operazione a dover essere messa in questione, perché non è neutrale: introduce già ciò che pretende di rilevare come problema. Parto dal punto più profondo, che precede le alternative che poni. Nella teoretica severiniana l’apparire non è un dominio ontologico parallelo, né un processo, né una serie di stati del mondo. L’apparire è esso stesso un essente, e come tale è eterno. Questo non è un dettaglio terminologico: è il punto decisivo che rende impropria ogni assimilazione dell’apparire a una struttura che “cambia”, “si indicizza” o “si dispone in configurazioni” nel senso analitico del termine. Dire che “x entra nel cerchio dell’apparire” non significa che x acquisisca una proprietà nuova, né che si realizzi un fatto ulteriore nel mondo, né che vi sia una variazione ontologica. Significa esclusivamente che l’eterno x appare secondo una certa determinazione nell’apparire finito. Ma questa determinazione non è un evento che accade all’apparire: è una differenza interna all’apparire stesso, che in quanto essente non diviene. Qui cade la prima alternativa che proponi. Non è vero che l’entrare e l’uscire costituiscano un mutamento nichilistico, perché il mutamento presupporrebbe che ciò che non appare più non sia più. Ma la teoretica severiniana nega precisamente questa identificazione. Il “non apparire” non è il nulla. È solo il non apparire in quella determinazione. L’errore – ed è l’errore già individuato da Severino in Bontadini – consiste nel trasferire sul piano dell’apparire la struttura ontologica del nulla. Ma questo trasferimento non è giustificato: il nulla non è il non apparire, e il dileguare non è una perdita. Vengo allora alla seconda alternativa: l’indicizzazione temporale del cerchio. Qui la difficoltà non è minore, ma è diversa. L’indicizzazione è un’operazione semantica che ha senso solo se l’oggetto indicizzato è qualcosa che varia. Ma nella teoretica severiniana il cerchio dell’apparire non è ciò che varia. Ciò che varia è la determinazione finita dell’apparire, non l’apparire come tale. Indicizzare il cerchio significa già averlo pensato come un contenitore temporale, cioè come qualcosa che sta nel tempo. Ma questo è esattamente ciò che Severino nega. Il punto è che tu stai trattando il cerchio come se fosse un oggetto formale del tipo “insieme di configurazioni ordinate”, mentre nella teoretica severiniana il cerchio non è un oggetto tra gli altri, ma il nome della totalità dell’apparire dell’essere, che non è successiva a nulla e non precede nulla. Parlare di “configurazioni del cerchio” è già una reificazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare.

[Cut]. Un caro saluto.

Elisa de Silva

Note a margine

(1) Per “apparire infinito e sincronico” non si intende un apparire che avvenga “in un tempo infinito” o che sia una totalità simultanea nel senso temporale. Si intende l’apparire dell’essere a se stesso in quanto totalità infinita, ossia l’immediata manifestazione dell’essere come essere. “Sincronico” qui non designa una relazione temporale, ma l’assenza di ogni successione: l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito.

(2) Con “cerchio finito dell’Apparire” o “apparire trascendentale” non si intende un contenitore, né un dominio ontologico separato, né un insieme formalmente strutturato di stati o configurazioni. Il “cerchio” indica l’orizzonte finito dell’apparire, cioè il limite strutturale oltre il quale nulla può apparire in quanto apparire finito. Esso non è indicizzabile temporalmente e non varia: ciò che varia è esclusivamente la determinazione eterna secondo cui l’essere appare al suo interno.

(3) Per “apparire empirico” si intende l’apparire determinato, finito e diacronico delle determinazioni dell’essere. “Empirico” non significa qui contingente, soggettivo o onticamente secondario, ma semplicemente apparire secondo una determinazione finita. Anche l’apparire empirico, in quanto apparire, è un essente e come tale è eterno; ciò che è diacronico non è il suo essere, ma il suo manifestarsi nel cerchio finito dell’Apparire>>.

***

L’esclusione del <<dilemma finale: o nichilismo, o temporalizzazione dell’apparire>> NON pare essere rimpiazzato (e quindi risolto) dalla tesi secondo la quale:

<<L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparireè un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>.

In questo mio post, è proprio l’<<“incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire”>> nel suo rapporto con l’<<“apparire infinito e sincronico”>> a costituire il centro del discorso.

Vediamo nel dettaglio.

Come precisato correttamente dalla stessa EdS, l’apparire infinito e sincronico è <<l’assenza di ogni successione: l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito>>.

Precedentemente, EdS aveva altrettanto correttamente precisato che, a differenza dell’apparire infinito e sincronico, le determinazioni di questa totalità infinita, <<non possono apparire tutte insieme al finito. Esse appaiono dunque in forma processuale e diacronica. L’infinito appare al finito in una processualità infinita>>.

Ora, a mio avviso, la prima GRANDE DOMANDA (tuttora irrisolta) è:

PERCHÉ mai l’<<infinito appare al finito in una processualità infinita>>, visto che l’apparire infinito e sincronico è <<assenza di ogni successione>>?

Quivi, infatti, <<l’essere non appare dopo né prima di sé, ma è immediatamente manifesto a se stesso come intero infinito>>.

Non basta asserire che l’apparire finito sia appunto FINITO per legittimare in esso una <<forma processuale e diacronica>> degli enti che vi appaiono.

Certo: l’<<infinito, in quanto infinito, non può apparire tout court al finito. Dire che l’infinito appare sincronicamente al finito sarebbe assurdo>>.

Ed infatti basterebbe che vi apparisse IN PARTE ed in modo A-PROCESSUALE.

Quindi, PERCHÉ l’<<infinito appare al finito in una processualità infinita>>?

Nessunissima contraddizione nel pensare che al finito possa apparire UNA PORZIONE IMMOBILE dell’infinito cioè altrettanto PRIVA <<di ogni successione>>, esattamente com’è nell’infinito.

Invece così non è, per cui ribadisco la domanda:

(1)- PERCHÉ nel finito si dà una <<forma processuale e diacronica>> che all’apparire infinito NON può strutturalmente competere?

La risposta di Severino (e di EdS), è:

perché <<una determinazione eterna dell’essere — già da sempre presente nella totalità infinita — comincia ad apparire nel cerchio finito dell’Apparire. L’entrare nel cerchio dell’Apparire è dunque l’incominciare ad apparire di una determinazione dell’essere, non l’incominciare dell’essere di tale determinazione. Poiché anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparireè un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>.

Tutto a posto?

Direi di NO.

Infatti, se <<questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente>>, e sempre se esso è ciò che determina LA DIFFERENZA rispetto all’apparire infinito e sincronico ove vige <<l’assenza di ogni successione>>, allora i casi sono due:

A)- o (AUT) l’apparire infinito e sincronico è realmente il contesto in cui regna <<l’assenza di ogni successione>>; e allora, nel finito, ad immagine e somiglianza dell’infinito NON dovrebbe darsi nessuna <<forma processuale e diacronica>>, come invece si dà.

B)- Oppure (AUT), poiché il finito è scandito dalla <<forma processuale e diacronica>>, allora l’apparire infinito e sincronico NON può includerlo senza smentire la propria sincronicità, cioè senza negare se stesso, appunto perché in esso è costitutiva <<l’assenza di ogni successione>>.

Per ovvia evidenza, escludiamo A), visto che EdS ha già evidenziato come <<anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>, quindi atteniamoci alla tesi secondo la quale l’apparire infinito e sincronico INCLUDE la <<forma processuale e diacronica>> del finito.

(2)- Poiché _ secondo EdS _, <<anche questo “incominciare ad apparire” o “entrare nel cerchio dell’Apparire” è un essente già da sempre presente nella totalità infinita degli essenti>>, allora domando:

l’<<“incominciare ad apparire”>> (che caratterizza gli enti nel finito), nell’infinito è esperito (nel senso più lato possibile) ESATTAMENTE COME il finito lo esperisce in <<forma processuale e diacronica>>?

La risposta non potrà che esser positiva, sì, perché se così non fosse, l’infinito sarebbe PRIVO dell’esperienza della <<forma processuale e diacronica>> vigente nel finito e quindi NON sarebbe l’infinito non manchevole di alcunché.

Ma, data la risposta positiva, allora non vedo come si possa negare che nell’infinito venga SMENTITA l’<<assenza di ogni successione>>.

Se, infatti, nell’infinito la <<forma processuale e diacronica>> appare già tutta eternamente/sincronicamente dispiegata, allora l’infinito NON esperisce la <<forma processuale e diacronica>> NELLO STESSO MODO in cui la esperisce il finito!

Ciò comporta una DIFFERENZA tra finito ed infinito che fa di quest’ultimo un FINITO, appunto perché in esso (cioè nell’infinito) la <<forma processuale e diacronica>> NON viene esperita esattamente nel modo in cui il finito, invece, la esperisce; il che equivale a dire che tale <<forma processuale e diacronica>>, nell’infinito, MANCA, NON è esperita, visto e considerato che l’infinito è caratterizzato dall’<<assenza di ogni successione>> e cioè dall’assenza del MODO in cui il finito esperisce la <<forma processuale e diacronica>> che lo caratterizza.

D’altronde, senza la suddetta DIFFERENZA, non sussisterebbe la dualità:

apparire finito-processual-diacronico / apparire infinito-immobile-sincronico.

Qualora nell’infinito l’<<“incominciare ad apparire”>> (e quindi <<ogni diacronia dell’apparire finito>>) fosse esperito nel suo specifico DIFFERIRE rispetto all’<<assenza di ogni successione>> cioè all’apparire infinito-sincronico e quindi se fosse esperito esattamente com’è esperito nel finito, allora nell’infinito avremmo la convivenza di DUE forme dell’<<“incominciare ad apparire”>>:

la <<forma processuale e diacronica>> dell’<<“incominciare ad apparire”>> (nel finito), cioè un <<“incominciare ad apparire”>> che INCOMINCIA;

e

<<l’assenza di ogni successione>> dell’<<“incominciare ad apparire”>> (nell’infinito), e quindi un <<“incominciare ad apparire”>> che NON-INCOMINCIA!

Il medesimo ente in due identità RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI.

 

Roberto Fiaschi

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