Riporto
parte di un intervento del filosofo Angelo Santini (d’ora in poi: AS) tratto da
https://inemicideldestino.wordpress.com/2026/01/25/lo-strano-caso-della-scomparsa-di-cesare-varcante-il-rubicone/, del gennaio 27, 2026.
Scrive AS (ho reso in corsivo il neretto
utilizzato da AS; le parentesi quadre sono mie: RF):
<<Per mostrare in che modo [non sussista]
alcun mutamento nichilista nel sistema severiniano, illustro di seguito lo
schema in cui si espone la struttura dell’iposintassi, il suo rapporto con lo
sfondo trascendentale dei cerchi finiti del destino e con l’apparire infinito.
Lo sfondo trascendentale dell’apparire è direttamente connesso all’iposintassi
attraverso la destinazione, che collega mediatamente il primo con i
sopraggiungenti successivi di cui è costituita la seconda. L’iposintassi,
costituita dai sopraggiungenti, include in sé anche gli eterni passaggi da un
sopraggiungente all’altro. L’entrata dei sopraggiungenti nei cerchi
finiti va intesa come l’incominciare ad apparire della loro eterna appartenenza
ai cerchi finiti del destino, mentre la loro uscita come l’incominciare ad
apparire del loro eterno congedo dallo sfondo trascendentale dell’apparire. In
particolare, questo congedo va inteso non come un’uscita ma piuttosto come un
essere occultato, dai sopraggiungenti successivi, rispetto all’orizzonte
dell’attualità dei cerchi finiti del destino. Questo congedo coincide con
l’apparire del sopraggiungente rispetto a ciò su cui sopraggiunge. Una volta
richiamati questi aspetti, occorre considerare che l’articolazione interna
dell’iposintassi, ovvero la sua struttura mediazionale, è già eternamente posta
e apparente nell’apparire infinito: nell’apparire infinito appare eternamente
tutta la serie di eterni passaggi da un sopraggiungente all’altro. Pertanto,
all’apparire infinito appaiono eternamente tutte le condizioni che
caratterizzano la processualità dell’apparire finito, in quanto in esso
appaiono tutti gli aspetti e i passaggi che costituiscono l’articolazione
interna dell’iposintassi e il suo apparire. Lo sfondo trascendentale dei cerchi
finiti del destino è già in originaria sintesi indiretta con i sopraggiungenti
mediante la destinazione, dunque il loro inoltrarsi processualmente non
determina nessuna sintesi che non sia già eternamente posta nell’apparire
infinito. Considerando ciò, risulta che all’apparire infinito appare
eternamente come appariranno anche processualmente tutte le entrate e le
uscite, nei e dai cerchi finiti del destino, di ogni sopraggiungente. Considerando
l’apparire infinito nella sua concretezza, risulta che il dinamismo processuale
concreto sia originariamente presente e apparente nell’apparire infinito, in
quanto tale dinamismo processuale è costituito interamente dalla composizione
della struttura dell’iposintassi prima delineata. Quello che si mostra
nell’apparire infinito [probabile errore di scrittura; da leggersi: <<nell’apparire finito>>]
è una forma parziale del dinamismo processuale concreto che appare
eternamente nell’apparire infinito, in quanto, in esso, tutti gli eterni
passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno
alla volta. Tenendo presente che per l’ontologia severiniana, l’ordine dei
sopraggiungenti è predeterminato, l’inoltrarsi dell’iposintassi può anche
essere inteso come l’andare incontro dei cerchi finiti del destino a porzioni
sempre più avanzate dell’iposintassi rispetto alla destinazione. Tutto
il percorso dell’iposintassi è già essente e apparente nell’apparire infinito,
tale che questo andare incontro dei cerchi finiti del destino a porzioni sempre
più avanzate dell’iposintassi può essere inteso come un percorrere in modo
processuale e finito l’iposintassi ciò che è già eternamente percorsa in modo
totale dall’apparire infinito (a cui tutte le porzioni di
questo percorso appaiono assieme). Dato che lo sfondo trascendentale
dell’apparire finito è una porzione dell’apparire infinito, il fatto che
l’iposintassi si mostri processualmente nell’apparire finito dei cerchi finiti
del destino non determina nuove condizioni ontologiche, né annulla quelle
eternamente essenti, né trasforma queste ultime in altro da sé>>.
***
Analogamente al tema discusso nel post n° 186, anche qui il
protagonista è principalmente <<l’incominciare ad apparire>>
degli enti sopraggiungenti nel cerchio dell’apparire finito.
Il primo rilievo da compiere è riconoscere la palese DIFFERENZA tra apparire finito
ed apparire infinito, e su questo siamo tutti d’accordo.
Infatti, <<Quello che si mostra>> nel
primo _ scrive AS _, <<è una forma parziale del dinamismo
processuale concreto che appare
eternamente nell’apparire infinito, in quanto, in esso, tutti gli eterni
passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla
volta>>.
Quindi nell’apparire infinito DEVE apparire anche la suddetta
DIFFERENZA, giacché
esso non esclude nulla.
Ma, se così, cioè se nell’apparire infinito <<tutti
gli eterni passaggi che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, ANZICHÉ
UNO ALLA VOLTA>> (maiuscolo mio: RF), allora nell’apparire
infinito NON appare la <<forma parziale del dinamismo processuale>>
giacché, se vi apparisse tale e quale essa appare nel finito, il <<dinamismo
processuale>> NON potrebbe apparirvi <<in modo processuale e
finito>>, appunto perché nell’infinito <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>.
Pertanto, la salvaguardia della DIFFERENZA tra finito ed infinito _ o la DIFFERENZA tra
processualità e simultaneità _, comporta che <<tutti gli eterni
passaggi che lo [il finito] caratterizzano>> e che nell’infinito,
invece, appaiono <<determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>, NON SIANO (NON riguardino) affatto
quegli <<eterni passaggi>> processuali che concernono
il <<dinamismo processuale>> del <<percorso
dell’iposintassi>> perché, altrimenti, all’apparire infinito
MANCHEREBBE proprio quel passare <<uno alla volta>>
che nell’infinito NON
può darsi.
AS precisa che <<nell’apparire infinito appare
eternamente tutta la serie di eterni passaggi da un sopraggiungente all’altro. Pertanto,
all’apparire infinito appaiono eternamente tutte le condizioni che caratterizzano la
processualità dell’apparire finito, in quanto in esso appaiono tutti gli aspetti e i
passaggi che costituiscono l’articolazione interna dell’iposintassi e il suo
apparire>>.
Senonché, ripeterei, <<nell’apparire infinito>>
NON possono apparire
<<eternamente tutte le condizioni che caratterizzano la processualità dell’apparire
finito>>, perché se così fosse, in esso dovrebbe apparire ANCHE il
<<dinamismo processuale>> nell’ESATTO IDENTICO modo
in cui il finito lo esperisce, ossia con l’<<incominciare ad apparire>>-di-x
che ancora (nel finito) non ha cominciato ad apparire e quindi è nascosto,
mentre, invece, nell’apparire infinito ANCHE tale <<incominciare ad
apparire>>-di-x è già da sempre apparente, non è mai nascosto, cosicché
all’apparire infinito venga a MANCARE il nascondimento ( = il non essere ancora
incominciato ad apparire) dell’<<incominciare ad apparire>>-di-x
che nel finito NON ha ancora incominciato ad apparire.
Ma ecco, noi già sappiamo dell’innegabile DIFFERENZA che
caratterizza l’apparire finito dall’apparire infinito cosicché quest’ultimo, se
davvero vuol essere tale da non escludere alcunché, DEVE contenere ENTRAMBE le modalità
suddette.
Ma allora, lo ribadisco, gli essenti soggetti al <<dinamismo
processuale>> nel finito DIFFERISCONO dagli ‘stessi’ essenti che, nell’infinito,
dovrebbero invece esser già tutti <<determinatamente assieme, ANZICHÉ
UNO ALLA VOLTA>>.
In tal caso, NON è vero che all’apparire infinito <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!
La DIFFERENZA
di cui stiamo parlando fa sì che l’<<incominciare ad apparire>>
nell’apparire finito DIFFERISCA
DA SÉ in quanto appare nell’infinito.
Sì, poiché nell’infinito, l’<<incominciare ad
apparire>> NON
può MAI
incominciare ad apparire, appunto perché nell’infinito, ripetiamolo ancora, <<TUTTI gli eterni passaggi
che lo caratterizzano appaiano determinatamente assieme, anziché uno alla volta>>!
Pertanto, nell’infinito, l’<<incominciare ad
apparire>> NON
COMINCIA MAI e
quindi NON è MAI (identico a) ciò che esso
È nel finito:
l’<<incominciare ad apparire>>.
AS conclude il suo post osservando:
<<Dato che lo sfondo trascendentale dell’apparire
finito è una porzione dell’apparire infinito, il fatto che l’iposintassi si
mostri processualmente nell’apparire finito dei cerchi finiti del destino non
determina nuove condizioni ontologiche, né annulla quelle eternamente essenti, né
trasforma queste ultime in altro da sé>>.
Ma s’è visto che così NON può essere:
la diacronìa del finito costituisce per l’infinito un
qualcosa di NON-inseribile nella placida sfilata degli eterni sincronici,
perché:
1)- o (AUT) l’infinito MANCA della diacronìa esperita nel suo
<<dinamismo processuale>>, cioè esattamente nel modo
in cui il finito la esperisce; e allora esso è MANCHEVOLE quindi è FINITO.
2)- Oppure (AUT) tale diacronìa è sì esperita dall’infinito identicamente
al modo in cui essa è esperita dal finito; ma allora NON è vero che <<all’apparire
infinito appaiono eternamente tutte le condizioni che caratterizzano la processualità dell’apparire
finito>>, giacché gli dovrà necessariamente MANCARE il nascondimento dell’<<incominciare
ad apparire>> che (nel finito) non ha ancora incominciato ad apparire.
Infatti, un nascondimento da sempre sincronicamente NON-nascosto, NON è lo stesso nascondimento
esperito nel finito.
D’altronde, se all’apparire infinito non MANCASSE del
nascondimento dell’<<incominciare ad apparire>> non ancora
apparso, allora tra la diacronìa del finito e la sincronìa dell’infinito NON vi sarebbe alcuna
DIFFERENZA
mentre, invece, essa c’è ed è infinita (sempre secondo Severino).
Pertanto, in entrambi i casi, si determina una nuova
condizione ontologica:
il severiniano apparire infinito MANCA, è MANCHEVOLE, NON è ciò che nulla
esclude…
(Continuerà prossimamente…)
Roberto Fiaschi
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