Secondo il filosofo Emanuele Severino, nessun essente diventa altro da sé: esso è eterno, immutabilmente identico a sé, quindi <<il presente non diventa un passato, non diventa altro da sé: ciò che incomincia ad apparire come passato è l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato e che permane nel presente, nel senso che ha in comune col presente quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>> - (Emanuele Severino: Oltrepassare, pag. 340).
Commenta Nicoletta Cusano: <<In
conclusione, il passato non è il diventare altro dell’essente,
ma ciò che è eternamente passato>> e aggiunge: <<Se
il passato fosse il diventare passato di ciò che prima era presente, il passare
sarebbe il diventare altro: il che è impossibile. Dunque ciò che inizia ad
apparire come passato è l’iniziare ad apparire di una scena eterna e originaria
dell’essente, in cui alcuni tratti continuano ad apparire in ciò che è
presente. Se non avesse luogo questa permanenza, se ciò che sopraggiunge non
conservasse alcuni tratti di ciò che è oltrepassato, il presente non potrebbe
apparire come sopraggiungente>>. - (Nicoletta Cusano: Emanuele
Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana, pag. 323).
Prendiamo un essente qualsiasi qui
ed ora presente.
Sia T questo testo scritto qui
ed ora presente dinanzi a noi ( = Tpr).
Prima che apparisse _ prima che
fosse presente _, T era ancora futuro ( = Tf).
Una volta letto e gettato via, esso
sarà ormai un essente passato ( = Tpa).
Con Tf, Tpr e Tpa si indica il medesimo ente T,
dunque, differenziantesi nella sua scansione futura, presente e passata.
Come abbiamo appena letto, per Severino
ogni ente è
eternamente identico a sé e perciò non muta mai, nel senso che non diviene mai altro da sé,
cosicché anche le varie fasi diacroniche di T _ cioè Tf, Tpr e Tpa, che
sono essenti _ siano eterne ed immutabili.
Ossia:
Tf non diviene mai quell’altro da sé cui è
Tpr;
Tpr non è mai divenuto da quell’altro da sé
cui è Tf;
Tpr non diviene mai quell’altro da sé cui è Tpa;
Tpa non è mai divenuto da quell’altro da sé
cui è Tpr.
Mi propongo perciò di evidenziare l’inanità
di collocare la processione degli eterni severiniana come alternativa presunta
incontraddittoria alla presunta contraddittorietà del divenire altro da
parte dell’essente (presunta contraddittorietà riferita a quella che
Severino crede sia una contraddizione, il che non significa affatto che quest’ultima
concezione del divenire sia esente da problemi), giacché tale alternativa si
rivela in realtà assolutamente
cervellotica, in
quanto anche
in essa _ nonostante gli eroici sforzi di Severino _ vi si ripresenta
inevitabilmente quel ‘residuale’ diventare altro
da lui tanto aborrito e squalificato come nichilistico.
Tutti noi, innegabilmente, di un qualsiasi
essente (nel nostro esempio è T) qui presente (Tpr), siamo soliti
ritenere che dapprima esso fosse ancora futuro (Tf) (che T lo si ritenga nel
futuro esser ancora nulla o un eterno non ancora apparso come presente, sempre futuro
resta rispetto al suo non apparire ancora come presente) e che, una volta fattosi
presente (Tpr), sarà (diverrà) presto o tardi un passato (Tpa).
Cominciamo da Tpr il quale, ad un
certo punto, è passato (è Tpa).
Come già visto, per Severino
<<ciò che incomincia ad apparire come passato [come Tpa] è
l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato [è
eternamente Tpa] e che permane nel presente [permane come Tpr], nel
senso che ha in comune col presente [con Tpr] quei tratti che è
necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come
sopraggiungente>>, onde ciò rispetto a cui il presente è
sopraggiungente sia appunto Tpa.
Unitamente al permanere <<nel
presente>> di <<quei tratti che è necessario che appaiano
affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>>, è
inevitabile che di Tpa non restino <<in comune col presente [con
Tpr]>> una serie di altri tratti, cioè che non permangano <<nel presente [non
permangano come Tpr]>> giacché, se vi permanessero tutti, Tpa e
Tpr non differirebbero affatto tra loro.
Di questi ultimi, dunque, si deve
affermarne il loro esser divenuti
altro cioè Tpa,
se non altro perché <<affinché il presente possa apparire come
sopraggiungente>> rispetto a Tpa, è consequenziale che tale
sopraggiungere si costituisca come la ragione dell’esser ormai Tpa da parte di
quegli altri tratti che perciò non devono permanere (non devono esser presenti)
col sopraggiungente.
Se infatti non divenissero
altro cioè Tpa, il sopraggiungente non oltrepasserebbe (non renderebbe Tpa)
nessun tratto di ciò su cui sopraggiunge, pertanto non si avrebbe passato
alcuno, bensì un eterno, immobile Tpr.
Non a caso ciò che sopraggiunge
conserva soltanto <<alcuni tratti di ciò che è oltrepassato>>, onde
possa darsi la differenza tra Tpr e Tpa.
Sì che <<l’incominciare ad
apparire di ciò che eternamente è un passato [Tpa] e che permane nel
presente>> riguardi soltanto quei (<<alcuni>>) tratti che permangono e
continuano perciò ad apparire <<nel presente>>, il quale
permanere è funzionale al manifestarsi della differenza tra Tpr e Tpa, mentre,
invece, dei tratti non
conservati (in quanto passati) si debba dire l’esser ormai divenuti altro, appunto perché
il loro oltrepassamento è il loro stesso passare, cioè è il loro esser
ormai Tpa da Tpr che erano, visto che essi non appaiono più insieme a <<quei
tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come
sopraggiungente>>.
Pertanto, ritengo sia ineludibile il
diventare
altro cioè Tpa
da parte di (almeno alcuni tratti di) Tpr.
Lo stesso dicasi del rapporto tra Tpr e Tf.
Infatti, prima che cominci ad
apparire/ad esser presente, <<l’incominciare ad apparire di ciò che
eternamente è un passato [cioè l’incominciare ad apparire di Tpa]>> è
ancora futuro (cioè
è ancora Tf), altrimenti non avrebbe incominciato ad apparire/ad esser presente
(come Tpr), visto che ciò che è attualmente presente ha cominciato ad esserlo.
Pertanto Tpa (ossia <<l’incominciare
ad apparire di ciò che eternamente è un passato>>) è al contempo sia Tpa che
Tf:
è Tpa, appunto perché è <<ciò che eternamente
è un passato>>;
è Tf, perché prima che cominci ad
apparire/esser presente (Tpr) è ancora _ anzi: è da sempre! _ futuro (eternamente
Tf).
Quando finalmente di Tpa diciamo
esser soltanto presente (soltanto Tpr), severinianamente dovremmo dire che
l’apparire nel presente <<di ciò che eternamente è un passato [cioè
di Tpa]>> è il mostrarsi, appunto nel presente, <<di ciò che
eternamente è un passato [di Tpa]>> ma che è sempre stato qui
presente, e che soltanto ad un certo momento comincia ad apparire _ ad
essere presente _ l’essere da sempre stato qui presente da parte di <<ciò
che eternamente è un passato [Tpa]>>.
Ma ecco che di Tpa, adesso che si è
manifestato cioè che è presente, non si può dire _ severinianamente _ che sia il medesimo Tpa
che prima di esser presente era ancora futuro (Tf), pur essendolo stato futuro,
in quanto ha cominciato ad apparire/ad esser presente!
Vale a dire che ogni essente che
attualmente è presente, non è mai stato futuro (perché il suo cominciare ad esser
presente è l’incominciare ad apparire/ad esser presente del suo esser stato da
sempre presente), pur essendolo stato futuro (perché ogni essente ha
cominciato ad esser presente da una
situazione in cui non lo era ancora, e ciò chiamasi futuro)!
Quindi, <<ciò che
eternamente è un passato>> è al contempo non soltanto sia Tpa che Tf, ma è
anche simul
Tf e non-Tf.
Insomma, neppure l’apparire di
<<ciò che eternamente è un passato [di Tpa]>>, da futuro che
ancora è, potrà mai cominciare ad apparire nel presente come <<ciò che
eternamente è un passato [è eternamente Tpa]>> perché, affinché
accada, il suo esser ancora futuro (ancora Tf) dovrebbe diventare altro da sé
cioè, sopraggiungendo, dovrebbe mutarsi in presente (Tpr) _ cioè in non-più-futuro
_ da futuro (da Tf) che è stato e che è destinato a restare in eterno…
Se si esclude il diventare altro,
allora il passato, o Tpa, è destinato a non apparire (a non passare) mai, così come il
futuro o Tf è destinato a non apparire (a non esser presente) mai; ugualmente il
presente o Tpr è destinato alla sempiternità, né ‘avanti’ né ‘indietro’: Tpr
fisso, immobile, mai stato Tf, mai sarà Tpa, visto che ogni Tpr è sempre e da
sempre soltanto
Tpr e non altro.
Ricapitolando:
se, come vuole Severino, l’ancora futuro
incominciante apparire <<di ciò che eternamente è un passato [di
Tpa]>> non diventa
(quell’altro da sé che è il) Tpr (da Tf che ancora era), allora, stando
alla severiniana indivenibilità di ogni essente, Tpa non può mai, in alcun
modo <<incominciare
ad apparire>> come ciò <<che eternamente è un passato [cioè
come Tpa]>>, perché Tpa unitamente al suo incominciare ad apparire, prima di cominciare
ad apparire o a esser presente, è nella inviolabile (indiveniente) posizione
ontologica (identità con sé) secondo la quale Tpa resta sempre Tpa, cioè è <<eternamente
un passato [è eternamente Tpa]>> e Tf è sempre e soltanto Tf ossia è
da sempre quell’eternamente futuro (quell’eternamente Tf) cui è l’ente
che eternamente è un passato ma che è ancora futuro,
quindi, per poter incominciare ad apparire o ad esser presente, Tpa, da
Tf che ancora è, dovrebbe diventare
altro da sé cioè Tpr, altrimenti, in forza della sua indiveniente
identità, Tpa dovrebbe starsene nel suo quieto futuro come Tf, sì che mai avremmo, qui ed ora, alcun Tpr
(per esser presente, deve prima esser stato futuro).
Se Tpr non diventa Tpa
(come appunto vuole Severino) e quindi se l’apparire di Tpa <<è
l’incominciare ad apparire di ciò [di Tpa] che eternamente è un passato [che
è eternamente Tpa]>>, Tpr dovrebbe permanere e perciò apparire
stabilmente come Tpr ossia come presente, proprio perché Tpr non è divenuto Tpa
cioè un passato e, non essendolo divenuto, Tpr non può non restare
il Tpr che è, cioè stabilmente presente, stabilmente Tpr.
Infatti, esser eternamente Tpr e poi
ritener che tale suo esser
eternamente presente non appaia più (in quanto ormai passato),
comporta che il suo (di Tpr) non apparire ormai più ( = il suo non esser più presente)
equivalga al suo esser divenuto
Tpa cioè passato.
Se infatti il non apparire più di
Tpr non
equivalesse al suo esser altro
da sé cioè passato (ché ora, nel presente, Tpr non appare
più), allora ciò che non appare più ( = Tpr) apparirebbe ancora, sarebbe ancora
presente (sarebbe appunto Tpr).
Senonché, Tpr ormai non appare più _
è passato _ pur restando (in base alla tesi severiniana dell’immutabilità
dell’essente) eternamente Tpr anche nel suo non apparire più o nel suo non
esser più presente (non esser più Tpr)!
Così come esser eternamente Tpr e
poi ritener che questo suo esser eternamente presente non appaia attualmente (in
quanto ancora futuro), comporta che il suo (di Tpr) non apparire ancora
( = il suo non essere ancora presente) equivalga al suo essere ancora altro da sé cioè Tf.
Se infatti il non apparire ancora di
Tpr non
equivalesse al suo essere ancora altro da sé cioè Tf, allora ciò che non appare ancora ( =
Tpr) sarebbe già da sempre presente (sarebbe da sempre Tpr), non avrebbe
cioè mai incominciato
ad apparire.
Quindi, <<l’incominciare ad
apparire di ciò [di Tpa] che eternamente è un passato>> non può costituire il
tramonto ( = il passare) di
Tpr, perché tale tramonto/passare costituisce l’essere eterno soltanto di Tpa, non
di Tpr il quale, appunto, non può mai esser un passato ( = non
può mai esser Tpa), giacché Tpr è immutabilmente/indivenientemente Tpr.
Per cui _ stando al presupposto
severiniano _ è impossibile
che sia Tpr a tramontare/passare perché, se fosse Tpr a passare, allora
sarebbe Tpr a diventare
(quell’altro da sé cui è) Tpa.
Così come _ sempre in base al
presupposto severiniano _ è impossibile che sia Tf a cominciare ad apparire _ cioè ad
essere presente _ perché, se lo fosse, allora sarebbe Tf a diventare
(quell’altro da sé cui è) Tpr.
Dunque, se Tpr mai diverrà
Tpa e se Tpa mai è stato Tpr, allora Tpr resta sempre Tpr cioè non
passa mai dal presente, perché sarebbe come passare-da-sé divenendo altro da sé,
rimane sempre tale (il che è ovviamente smentito
dall’apparire fenomenologico), giacché _ sempre a dire di Severino _ è nella
natura ontologica dell’essente-presente il suo non esser mai altro-da-sé cioè
di non tramontare mai, il suo non esser mai non-presente, il suo non esser
passibile di sopraggiungimenti atti a renderlo altro-da-sé cioè un passato,
etc…
Tpr resta perciò eternamente Tpr
(cioè presente) ma al contempo, contraddittoriamente, non appare più come presente (come Tpr) poiché è
ormai passato (è ormai Tpa), senza (!) mai esser diventato un passato
(Tpa).
Tpr è cioè un presente il quale, senza
diventare un passato (è infatti non-Tpa), è ormai contraddittoriamente un passato
o non-presente ( = non-Tpr).
Nel summenzionato libro, Nicoletta
Cusano scrive altresì che
<<è necessario affermare
che ciò che non appare più [Tpr] continua ad apparire, seppure diversamente da come
appariva [cioè quando appariva come Tpr], ed è presente in ciò
che sopraggiunge proprio in quanto sopraggiunge: è, per così dire, la natura
del sopraggiungere [dal futuro al presente] a portare con sé la
necessità di quel permanere [di Tpr], di quel continuare a essere
presente [da parte di Tpr]. Il sopraggiungere, proprio in quanto tale,
non può che includere l’apparire di ciò [di Tpr] che non appare più [poiché
è ormai Tpa]. Ciò che non appare più [cioè Tpr] smette di essere presente
[smette di esser Tpr] come
era prima [quando cioè era Tpr], ma continua a essere presente [continua
ad esser Tpr] come contenuto incluso o implicato in ciò [in Tpa] che
sopraggiunge: ciò che non
appare più [Tpr] continua ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [in Tpa]>>;
(pag. 327).
Tuttavia, il Tpr che continua
<<a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in
Tpa] che sopraggiunge>> differisce dal Tpr <<che
non appare più>> (nonostante il permanere degli elementi tra loro
identici-comuni) e che perciò <<smette di essere presente come era prima [cioè
quando era Tpr]>>.
Questo cessar <<di essere presente come era prima>>
è l’esser ormai passato (Tpa) da parte di Tpr, ossia non può non esser
che il diventare altro
da parte di Tpr, giacché se mai Tpr diventasse altro da sé (cioè
passato), allora mai potremmo asserire che Tpr <<smetta di essere presente come era prima>>,
appunto perché Tpr rimarrebbe nella sua eterna ed indivenibile permanenza come
Tpr, quindi non
smetterebbe <<di
essere presente come era prima>>.
E invece abbiamo Tpr che _ secondo
la Cusano _ <<continua a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò
[in Tpa] che sopraggiunge>> e che <<continua ad apparire,
ossia permane, nel sopraggiungente [cioè in Tpa]>>.
Attenzione, dunque: Tpr <<continua ad apparire>>
(ad essere Tpr cioè presente), sì, ma non <<come era prima>>!
Con buona pace di Severino/Cusano,
l’esser presente <<come era prima>> (cioè come Tpr) da parte di
quest’ultimo può essere oramai un passato soltanto nel senso che è divenuto altro da sé, appunto
perché il suo (di Tpr) continuare <<a essere presente come contenuto
incluso o implicato in ciò [in Tpa] che sopraggiunge>> e che
quindi <<continua ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [Tpa]>>,
costituisce il passato di Tpr nell’accezione severiniana (a suo dire
non-nichilistica), cosicché quel residuo di Tpr che invece <<smette di essere presente come era
prima [quando era Tpr]>> non potrà che esser divenuto
ormai un passato nel suddetto senso non-severiniano, altrimenti Tpr
<<come era prima>>
continuerebbe ad apparire precisamente <<come era prima>>.
Roberto Fiaschi
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