lunedì 6 febbraio 2023

21)- L’INEVITABILE DIVENTARE ALTRO DELL’ESSENTE

Secondo il filosofo Emanuele Severino, nessun essente diventa altro da sé: esso è eterno, immutabilmente identico a sé, quindi <<il presente non diventa un passato, non diventa altro da sé: ciò che incomincia ad apparire come passato è l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato e che permane nel presente, nel senso che ha in comune col presente quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>> - (Emanuele Severino: Oltrepassare, pag. 340).

Commenta Nicoletta Cusano: <<In conclusione, il passato non è il diventare altro dell’essente, ma ciò che è eternamente passato>> e aggiunge: <<Se il passato fosse il diventare passato di ciò che prima era presente, il passare sarebbe il diventare altro: il che è impossibile. Dunque ciò che inizia ad apparire come passato è l’iniziare ad apparire di una scena eterna e originaria dell’essente, in cui alcuni tratti continuano ad apparire in ciò che è presente. Se non avesse luogo questa permanenza, se ciò che sopraggiunge non conservasse alcuni tratti di ciò che è oltrepassato, il presente non potrebbe apparire come sopraggiungente>>. - (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana, pag. 323).

Prendiamo un essente qualsiasi qui ed ora presente.

Sia T questo testo scritto qui ed ora presente dinanzi a noi ( = Tpr).

Prima che apparisse _ prima che fosse presente _, T era ancora futuro ( = Tf).

Una volta letto e gettato via, esso sarà ormai un essente passato ( = Tpa).

Con Tf, Tpr e Tpa si indica il medesimo ente T, dunque, differenziantesi nella sua scansione futura, presente e passata.

Come abbiamo appena letto, per Severino ogni ente è eternamente identico a sé e perciò non muta mai, nel senso che non diviene mai altro da sé, cosicché anche le varie fasi diacroniche di T _ cioè Tf, Tpr e Tpa, che sono essenti _ siano eterne ed immutabili.

Ossia:

Tf non diviene mai quell’altro da sé cui è Tpr;

Tpr non è mai divenuto da quell’altro da sé cui è Tf;

Tpr non diviene mai quell’altro da sé cui è Tpa;

Tpa non è mai divenuto da quell’altro da sé cui è Tpr.

Mi propongo perciò di evidenziare l’inanità di collocare la processione degli eterni severiniana come alternativa presunta incontraddittoria alla presunta contraddittorietà del divenire altro da parte dell’essente (presunta contraddittorietà riferita a quella che Severino crede sia una contraddizione, il che non significa affatto che quest’ultima concezione del divenire sia esente da problemi), giacché tale alternativa si rivela in realtà assolutamente cervellotica, in quanto anche in essa _ nonostante gli eroici sforzi di Severino _ vi si ripresenta inevitabilmente quel ‘residuale’ diventare altro da lui tanto aborrito e squalificato come nichilistico.

Tutti noi, innegabilmente, di un qualsiasi essente (nel nostro esempio è T) qui presente (Tpr), siamo soliti ritenere che dapprima esso fosse ancora futuro (Tf) (che T lo si ritenga nel futuro esser ancora nulla o un eterno non ancora apparso come presente, sempre futuro resta rispetto al suo non apparire ancora come presente) e che, una volta fattosi presente (Tpr), sarà (diverrà) presto o tardi un passato (Tpa).

Cominciamo da Tpr il quale, ad un certo punto, è passato (è Tpa).

Come già visto, per Severino <<ciò che incomincia ad apparire come passato [come Tpa] è l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato [è eternamente Tpa] e che permane nel presente [permane come Tpr], nel senso che ha in comune col presente [con Tpr] quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>>, onde ciò rispetto a cui il presente è sopraggiungente sia appunto Tpa.

Unitamente al permanere <<nel presente>> di <<quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>>, è inevitabile che di Tpa non restino <<in comune col presente [con Tpr]>> una serie di altri tratti, cioè che non permangano <<nel presente [non permangano come Tpr]>> giacché, se vi permanessero tutti, Tpa e Tpr non differirebbero affatto tra loro.

Di questi ultimi, dunque, si deve affermarne il loro esser divenuti altro cioè Tpa, se non altro perché <<affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>> rispetto a Tpa, è consequenziale che tale sopraggiungere si costituisca come la ragione dell’esser ormai Tpa da parte di quegli altri tratti che perciò non devono permanere (non devono esser presenti) col sopraggiungente.

Se infatti non divenissero altro cioè Tpa, il sopraggiungente non oltrepasserebbe (non renderebbe Tpa) nessun tratto di ciò su cui sopraggiunge, pertanto non si avrebbe passato alcuno, bensì un eterno, immobile Tpr.  

Non a caso ciò che sopraggiunge conserva soltanto <<alcuni tratti di ciò che è oltrepassato>>, onde possa darsi la differenza tra Tpr e Tpa.

Sì che <<l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato [Tpa] e che permane nel presente>> riguardi soltanto quei (<<alcuni>>) tratti che permangono e continuano perciò ad apparire <<nel presente>>, il quale permanere è funzionale al manifestarsi della differenza tra Tpr e Tpa, mentre, invece, dei tratti non conservati (in quanto passati) si debba dire l’esser ormai divenuti altro, appunto perché il loro oltrepassamento è il loro stesso passare, cioè è il loro esser ormai Tpa da Tpr che erano, visto che essi non appaiono più insieme a <<quei tratti che è necessario che appaiano affinché il presente possa apparire come sopraggiungente>>.

Pertanto, ritengo sia ineludibile il diventare altro cioè Tpa da parte di (almeno alcuni tratti di) Tpr.

 Lo stesso dicasi del rapporto tra Tpr e Tf.

Infatti, prima che cominci ad apparire/ad esser presente, <<l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato [cioè l’incominciare ad apparire di Tpa]>> è ancora futuro (cioè è ancora Tf), altrimenti non avrebbe incominciato ad apparire/ad esser presente (come Tpr), visto che ciò che è attualmente presente ha cominciato ad esserlo.   

Pertanto Tpa (ossia <<l’incominciare ad apparire di ciò che eternamente è un passato>>) è al contempo sia Tpa che Tf:

è Tpa, appunto perché è <<ciò che eternamente è un passato>>;

è Tf, perché prima che cominci ad apparire/esser presente (Tpr) è ancora _ anzi: è da sempre! _ futuro (eternamente Tf).

Quando finalmente di Tpa diciamo esser soltanto presente (soltanto Tpr), severinianamente dovremmo dire che l’apparire nel presente <<di ciò che eternamente è un passato [cioè di Tpa]>> è il mostrarsi, appunto nel presente, <<di ciò che eternamente è un passato [di Tpa]>> ma che è sempre stato qui presente, e che soltanto ad un certo momento comincia ad apparire _ ad essere presente _ l’essere da sempre stato qui presente da parte di <<ciò che eternamente è un passato [Tpa]>>.

Ma ecco che di Tpa, adesso che si è manifestato cioè che è presente, non si può dire _ severinianamente _ che sia il medesimo Tpa che prima di esser presente era ancora futuro (Tf), pur essendolo stato futuro, in quanto ha cominciato ad apparire/ad esser presente!

Vale a dire che ogni essente che attualmente è presente, non è mai stato futuro (perché il suo cominciare ad esser presente è l’incominciare ad apparire/ad esser presente del suo esser stato da sempre presente), pur essendolo stato futuro (perché ogni essente ha cominciato ad esser presente  da una situazione in cui non lo era ancora, e ciò chiamasi futuro)!

Quindi, <<ciò che eternamente è un passato>> è al contempo non soltanto sia Tpa che Tf, ma è anche simul Tf e non-Tf.  

Insomma, neppure l’apparire di <<ciò che eternamente è un passato [di Tpa]>>, da futuro che ancora è, potrà mai cominciare ad apparire nel presente come <<ciò che eternamente è un passato [è eternamente Tpa]>> perché, affinché accada, il suo esser ancora futuro (ancora Tf) dovrebbe diventare altro da sé cioè, sopraggiungendo, dovrebbe mutarsi in presente (Tpr) _ cioè in non-più-futuro _ da futuro (da Tf) che è stato e che è destinato a restare in eterno…

Se si esclude il diventare altro, allora il passato, o Tpa, è destinato a non apparire (a non passare) mai, così come il futuro o Tf è destinato a non apparire (a non esser presente) mai; ugualmente il presente o Tpr è destinato alla sempiternità, né ‘avanti’ né ‘indietro’: Tpr fisso, immobile, mai stato Tf, mai sarà Tpa, visto che ogni Tpr è sempre e da sempre soltanto Tpr e non altro.

Ricapitolando:

se, come vuole Severino, l’ancora futuro incominciante apparire <<di ciò che eternamente è un passato [di Tpa]>> non diventa (quell’altro da sé che è il) Tpr (da Tf che ancora era), allora, stando alla severiniana indivenibilità di ogni essente, Tpa non può mai, in alcun modo <<incominciare ad apparire>> come ciò <<che eternamente è un passato [cioè come Tpa]>>, perché Tpa unitamente al suo incominciare ad apparire, prima di cominciare ad apparire o a esser presente, è nella inviolabile (indiveniente) posizione ontologica (identità con sé) secondo la quale Tpa resta sempre Tpa, cioè è <<eternamente un passato [è eternamente Tpa]>> e Tf è sempre e soltanto Tf ossia è da sempre quell’eternamente futuro (quell’eternamente Tf) cui è l’ente che eternamente è un passato ma che è ancora futuro, quindi, per poter incominciare ad apparire o ad esser presente, Tpa, da Tf che ancora è, dovrebbe diventare altro da sé cioè Tpr, altrimenti, in forza della sua indiveniente identità, Tpa dovrebbe starsene nel suo quieto futuro come Tf,  sì che mai avremmo, qui ed ora, alcun Tpr (per esser presente, deve prima esser stato futuro).  

Se Tpr non diventa Tpa (come appunto vuole Severino) e quindi se l’apparire di Tpa <<è l’incominciare ad apparire di ciò [di Tpa] che eternamente è un passato [che è eternamente Tpa]>>, Tpr dovrebbe permanere e perciò apparire stabilmente come Tpr ossia come presente, proprio perché Tpr non è divenuto Tpa cioè un passato e, non essendolo divenuto, Tpr non può non restare il Tpr che è, cioè stabilmente presente, stabilmente Tpr.

Infatti, esser eternamente Tpr e poi ritener che tale suo esser eternamente presente non appaia più (in quanto ormai passato), comporta che il suo (di Tpr) non apparire ormai più ( = il suo non esser più presente) equivalga al suo esser divenuto Tpa cioè passato.

Se infatti il non apparire più di Tpr non equivalesse al suo esser altro da sé cioè passato (ché ora, nel presente, Tpr non appare più), allora ciò che non appare più ( = Tpr) apparirebbe ancora, sarebbe ancora presente (sarebbe appunto Tpr).

Senonché, Tpr ormai non appare più _ è passato _ pur restando (in base alla tesi severiniana dell’immutabilità dell’essente) eternamente Tpr anche nel suo non apparire più o nel suo non esser più presente (non esser più Tpr)!

Così come esser eternamente Tpr e poi ritener che questo suo esser eternamente presente non appaia attualmente (in quanto ancora futuro), comporta che il suo (di Tpr) non apparire ancora ( = il suo non essere ancora presente) equivalga al suo essere ancora altro da sé cioè Tf.

Se infatti il non apparire ancora di Tpr non equivalesse al suo essere ancora altro da sé cioè Tf, allora ciò che non appare ancora ( = Tpr) sarebbe già da sempre presente (sarebbe da sempre Tpr), non avrebbe cioè mai incominciato ad apparire.

Quindi, <<l’incominciare ad apparire di ciò [di Tpa] che eternamente è un passato>> non può costituire il tramonto ( = il passare) di Tpr, perché tale tramonto/passare costituisce l’essere eterno soltanto di Tpa, non di Tpr il quale, appunto, non può mai esser un passato ( = non può mai esser Tpa), giacché Tpr è immutabilmente/indivenientemente Tpr.

Per cui _ stando al presupposto severiniano _ è impossibile che sia Tpr a tramontare/passare perché, se fosse Tpr a passare, allora sarebbe Tpr a diventare (quell’altro da sé cui è) Tpa.

Così come _ sempre in base al presupposto severiniano _ è impossibile che sia Tf a cominciare ad apparire _ cioè ad essere presente _ perché, se lo fosse, allora sarebbe Tf a diventare (quell’altro da sé cui è) Tpr.

Dunque, se Tpr mai diverrà Tpa e se Tpa mai è stato Tpr, allora Tpr resta sempre Tpr cioè non passa mai dal presente, perché sarebbe come passare-da-sé divenendo altro da sé, rimane sempre tale (il che è ovviamente smentito dall’apparire fenomenologico), giacché _ sempre a dire di Severino _ è nella natura ontologica dell’essente-presente il suo non esser mai altro-da-sé cioè di non tramontare mai, il suo non esser mai non-presente, il suo non esser passibile di sopraggiungimenti atti a renderlo altro-da-sé cioè un passato, etc…

Tpr resta perciò eternamente Tpr (cioè presente) ma al contempo, contraddittoriamente, non appare più come presente (come Tpr) poiché è ormai passato (è ormai Tpa), senza (!) mai esser diventato un passato (Tpa).

Tpr è cioè un presente il quale, senza diventare un passato (è infatti non-Tpa), è ormai contraddittoriamente un passato o non-presente ( = non-Tpr).

Nel summenzionato libro, Nicoletta Cusano scrive altresì che

<<è necessario affermare che ciò che non appare più [Tpr] continua ad apparire, seppure diversamente da come appariva [cioè quando appariva come Tpr], ed è presente in ciò che sopraggiunge proprio in quanto sopraggiunge: è, per così dire, la natura del sopraggiungere [dal futuro al presente] a portare con sé la necessità di quel permanere [di Tpr], di quel continuare a essere presente [da parte di Tpr]. Il sopraggiungere, proprio in quanto tale, non può che includere l’apparire di ciò [di Tpr] che non appare più [poiché è ormai Tpa]. Ciò che non appare più [cioè Tpr] smette di essere presente [smette di esser Tpr] come era prima [quando cioè era Tpr], ma continua a essere presente [continua ad esser Tpr] come contenuto incluso o implicato in ciò [in Tpa] che sopraggiunge: ciò che non appare più [Tpr] continua ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [in Tpa]>>; (pag. 327).

Tuttavia, il Tpr che continua <<a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in Tpa] che sopraggiunge>> differisce dal Tpr <<che non appare più>> (nonostante il permanere degli elementi tra loro identici-comuni) e che perciò <<smette di essere presente come era prima [cioè quando era Tpr]>>.

Questo cessar <<di essere presente come era prima>> è l’esser ormai passato (Tpa) da parte di Tpr, ossia non può non esser che il diventare altro da parte di Tpr, giacché se mai Tpr diventasse altro da sé (cioè passato), allora mai potremmo asserire che Tpr <<smetta di essere presente come era prima>>, appunto perché Tpr rimarrebbe nella sua eterna ed indivenibile permanenza come Tpr, quindi non smetterebbe <<di essere presente come era prima>>. 

E invece abbiamo Tpr che _ secondo la Cusano _ <<continua a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in Tpa] che sopraggiunge>> e che <<continua ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [cioè in Tpa]>>.

Attenzione, dunque: Tpr <<continua ad apparire>> (ad essere Tpr cioè presente), sì, ma non <<come era prima>>!

Con buona pace di Severino/Cusano, l’esser presente <<come era prima>> (cioè come Tpr) da parte di quest’ultimo può essere oramai un passato soltanto nel senso che è divenuto altro da sé, appunto perché il suo (di Tpr) continuare <<a essere presente come contenuto incluso o implicato in ciò [in Tpa] che sopraggiunge>> e che quindi <<continua ad apparire, ossia permane, nel sopraggiungente [Tpa]>>, costituisce il passato di Tpr nell’accezione severiniana (a suo dire non-nichilistica), cosicché quel residuo di Tpr che invece <<smette di essere presente come era prima [quando era Tpr]>> non potrà che esser divenuto ormai un passato nel suddetto senso non-severiniano, altrimenti Tpr <<come era prima>> continuerebbe ad apparire precisamente <<come era prima>>.

 

Roberto Fiaschi

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