martedì 8 agosto 2023

76)- LE DISAVVENTURE FILOSOFICHE DELL’IO DEL DESTINO-EGON KEY…


Ha scritto Egon Key a Marco C.:

<<non è all'io empirico che appaiono le cose. Queste cose si dovrebbero sapere (non dico a te, ma almeno a chi dovrebbe avere un minimo di conoscenza dei temi severiniani). Quanto al resto, se trovo un po' di tempo, a te rispondo in questi giorni. (Ad altri [al sottoscritto] ho già risposto, e non starò lì a ripetermi, quindi che mi si faccia il santo favore di NON scassarmi gli zebedei con ulteriori tag et similia.)>>.

Questa straordinaria testimonianza filosofica proviene direttamente dall'Io del destino-Egon Key, puro ed immacolato in quanto libero dalla prevaricazione dell’errore.

Peccato, tuttavia, che Egli si senta un po’ troppo PIÙ PURO dalla prevaricazione dell’errore-io empirico, visto che Egli SA ciò che qualcun altro (il sottoscritto) pare non sappia.

Se infatti <<non è all'io empirico che appaiono le cose>>, allora Egli, scrivendo:

<<non dico a te, ma almeno a chi dovrebbe avere un minimo di conoscenza dei temi severiniani>>, ed anche: <<a te rispondo in questi giorni. (Ad altri ho già risposto, e non starò lì a ripetermi)>>,

A CHI sta riferendosi?

A CHI corrispondono gli <<a te>> e gli <<a chi>>?

A CHI è riferito: <<ad altri>>?

Ma AD ALTRI CHI?, visto e considerato che <<non è all'io empirico che appaiono le cose>>? 

Sta forse riferendosi ad altri Io del destino?

LOL.

Se sì, Egli dev’esser un Io del destino decisamente più VERO o più AGGIORNATO rispetto agli altri, dato che si appresta a fornir loro delle RISPOSTE di cui essi sarebbero sprovvisti…

Infatti, l’Io del destino-Egon Key SA che <<Queste cose si dovrebbero sapere>>.

Ma che COSA SA, l’Io del destino-Egon Key che altri Io del destino NON SAPPIANO?

Vorrà forse insegnar loro CHE COSA essi dovrebbero sapere?

Strano, allora, che l’Io del destino-Egon Key NON SAPPIA che ogni Io del destino (a cui Egli vorrebbe insegnare) è niente meno che <<la struttura originaria del destino>> la quale <<non crede di essere l’apparire del destino della verità, non crede in nessuno dei contenuti del destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando […]. Non crede in nulla perché [ogni Io del destino] è l’apparire della verità>>.  (Severino: Intorno al senso del nulla, pag. 211).

Per cui, è evidente come il Nostro Supremo Io del destino-Egon Key in realtà NON possa insegnare niente a nessun altro Io del destino, tranne che ad uno:

A SÉ STESSO

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 7 agosto 2023

75)- QUARTO DIALOGO CON EGON KEY SULLA PRESUNTA IMPOSSIBILITÀ DI UN “MIO, INDIVIDUALE ATTO DI COSCIENZA”

 

In risposta al post n° 73, Egon Key (EK) riporta un passaggio di Severino:

<<L'io empirico (cosa già detta), come qualsiasi altro contenuto, appare NELL'Io finito del destino, e tale mostrarsi NON è un mio atto di coscienza, perché il ‘mio’ atto di coscienza è esso stesso UNA DELLE COSE CHE SI MOSTRANO">>.

Premesso che <<il ‘mio’ atto di coscienza>> è ciò grazie al quale si mostrano le cose che MI si mostrano (incluso il mio atto di coscienza, che mostra sé stesso come fondamento dell’apparire _ della consapevolezza _ delle cose che appaiono), per il resto vedasi qui sotto, ove EK prosegue riportando il brano di Nicoletta Cusano (in grassetto) unitamente al mio precedente commento:

<<Quindi, siccome “Si deve pertanto concludere che nel pensiero dell’isolamento un lampo di comprensione autentica [del destino] è IMPOSSIBILE (nello stesso senso e per lo stesso motivo per cui lo si deve escludere in relazione all’io dell’individuo): è necessario che, all’interno del suo isolamento dalla verità del destino, il pensiero mortale [dell’io individuale, dunque] FRAINTENDA, SEMPRE E INEVITABILMENTE, le tracce della Gioia. Se dunque “anche nell’isolamento della terra il destino lascia la propria traccia”, questa “non può non essere ambigua, sviante, cioè NON PUÒ CONDURRE GLI ABITATORI DELLA TERRA ISOLATA ALLA LUCE DEL DESTINO. ALTRIMENTI LA TERRA NON SAREBBE ISOLATA”. – (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana 2011, pag. 447. Maiuscoli miei: RF), allora, si dovrà altrettanto concludere con l’IMPOSSIBILITÀ che EK (ma poi qualsiasi altro io empirico) SAPPIA ( = gli APPAIA) quel tratto del destino secondo cui viene NEGATO che vi sia un "soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire. cit. Roberto Fiaschi>>.

Quindi EK risponde:

<<Peccato che sia la stessa Cusano che in questo stesso libro dedichi un'ampia trattazione all'apparire che appare a sé medesimo, non potendo darsi un "apparire a qualcuno" (citando testualmente dei passaggi di "Oltrepassare", in cui il filosofo stesso dice di ciò). Per cui, non penso minimamente che l'autrice che citi stia sostenendo quello che sostieni tu>>.

Certamente la Cusano la pensa COME Severino, ovviamente, infatti NON ho affatto detto che ella abbia sostenuto ciò che sostengo io, ci mancherebbe… La citazione era finalizzata a mostrar l’IMPOSSIBILITÀ che EK (ma poi qualsiasi altro io empirico) SAPPIA ( = gli APPAIA) quel tratto del destino secondo cui viene NEGATO che vi sia un "soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire.

Comunque, la suddetta teoria è SMENTITA dal suo stesso autore, Severino (nonché dalla Cusano), perché nel loro RICONOSCIMENTO che <<nel pensiero dell’isolamento un lampo di comprensione autentica [del destino] è IMPOSSIBILE (nello stesso senso e per lo stesso motivo per cui lo si deve escludere in relazione all’io dell’individuo)>>,

e perciò nel loro RICONOSCIMENTO che l’io dell’individuo NON può comprendere il destino, giacché, se lo comprendesse, <<LA TERRA NON SAREBBE ISOLATA>> e quindi l’io empirico NON sarebbe errore, essi smentiscono la loro su riportata tesi (e fatta propria da EK), perché se NON vi fosse alcun <<mio atto di coscienza>>, allora NON AVREBBE NESSUN SENSO affermare che <<in RELAZIONE all’io dell’individuo>> sia <<IMPOSSIBILE>> <<un lampo di comprensione autentica [del destino]>>!

Sì, <<in RELAZIONE all’io dell’individuo>>, giacché se il mostrarsi di ciò che si mostra non fosse <<in RELAZIONE>> ad un <<mio atto di coscienza>> cioè all’io individuale ma si mostrasse SOLTANTO <<NELL'Io finito del destino>>, NON AVREBBE NESSUN SENSO, ripeto, sostener che <<in RELAZIONE>> al <<mio atto di coscienza>> l’io individuale <<FRAINTENDA, SEMPRE e INEVITABILMENTE, le tracce della Gioia>>.

Infatti, CHI fraintenderebbe, se non l’io individuale-errore?

Per fraintenderle <<SEMPRE e INEVITABILMENTE>>, è necessario che almeno tale fraintendimento APPAIA e quindi STIA <<in RELAZIONE>> al <<mio atto di coscienza>>, altrimenti le parole della Cusano e di Severino sarebbero ARIA FRITTA…  

Se tale fraintendimento stesse <<in RELAZIONE>> SOLTANTO all’Io finito del destino, questi sarebbe PERSUASO DELL’ERRORE, ma la qual cosa è INSOSTENIBILE, se davvero l’Io del destino è <<la struttura originaria del destino>> il quale <<non crede di essere l’apparire del destino della verità, non crede in nessuno dei contenuti del destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando […]. Non crede in nulla perché [l’Io del destino] è l’apparire della verità>> (Severino: Intorno al senso del nulla, pag. 211).

Sarebbe alquanto curiosa, infatti, una verità (l’Io del destino) che si PERSUADESSE dell’ERRORE cui è la terra isolata della <<non verità>>!

A questo punto EK potrebbe nuovamente richiamare la CONTESA tra errore e verità quale ragione del prevaler della <<non verità>> internamente all’Io del destino.

E sbaglierebbe clamorosamente, perché se l’Io del destino <<non crede in nessuno dei contenuti del destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando […]. Non crede in nulla perché [l’Io del destino] è l’apparire della verità>>,

a maggior ragione NON sarà neppure PERSUASO DELL’ERRORE, sebbene <<l’uomo [ = l’individuo empirico-errore: io, tu, egli…] viv[a] solitamente nella non verità>> (Severino: Essenza del nichilismo, pag. 201) quale SMENTITA della non persuadibilità dell’Io del destino.

E quand’anche <<Non si [possa] dunque pensare che il vivere nella non verità sia un oblio che porti alla sparizione della verità dell’essere>>, tale verità NON sarà neppure conosciuta all’Io del destino, in quanto al suo interno vige la PERSUASIONE che <<l’errore [ = l’io empirico-errore], che accompagna l’accadimento della terra>> isolata, vede in questa <<il terreno sicuro>> (Severino: Essenza del nichilismo, cit.).

Pertanto, che <<L’apparire della verità non [sia] un atto individuale>>, cioè <<che la verità non [sia] un atto soggettivo>>, CONFERMA come all’<<atto individuale>> o all’<<atto soggettivo>> COMPETA UNICAMENTE L’APPARIRE DELLERRORE, cioè del nichilismo/la terra isolata, NON CHE NON GLI APPAIA NULLA DI NULLA!

Poi, al seguito della mia domanda:

perché l’Io del destino ( = la struttura originaria) è testimoniata dal (o mediante il) <<linguaggio dell’errare>>?

EK risponde:

<<Qui c'è il tema dell'alienazione della verità ecc. La condizione della possibilità della contraddizione è l'apparire della contraddizione come negata - è per questo che l'apparire dell'esistenza dell'errare appartiene alla struttura originaria del destino: la fede non può che apparire nella verità. Cose già dette pure queste>>.

Sì, <<cose già dette>> ma che NON C’ENTRANO molto con la mia domanda.

Se <<Qui c'è il tema dell'alienazione della verità>>, allora vuol dire che questa è testimoniata dall’<<alienazione della verità>>, cioè NON È AFFATTO testimoniata o lo è in modo ALTERATO, FRAINTESO, appunto ALIENATO.

E se la <<condizione della possibilità della contraddizione è l'apparire della contraddizione come negata>> è una verità non-alienata testimoniata dall’<<alienazione della verità>> _ cioè dal <<linguaggio dell’errare>> _, allora anche quell’affermazione sarà un’ <<alienazione della verità>>, perché se l’alienazione o <<la fede non può che apparire nella verità>>, e se però la verità è testimoniata dall’<<alienazione della verità>>, allora la verità che l’alienazione o <<la fede non può che apparire nella verità>> è a sua volta una fede, quanto meno la sua verità è indecidibile.  

Poi, alla mia precedente considerazione:

<<proprio perché tale linguaggio è nascosto ed ancora indecifrabile, ciò lascia intatto il mio rilievo critico (nel post 68) in base al quale “il destino può apparire NON-ALTERATO soltanto se vi è un dirlo che NON si costituisca come un’ulteriore sua ALTERAZIONE, altrimenti, come potremmo veridicamente dirlo (ritenerlo) NON-ALTERATO?”>>

EK osserva:

<<...un linguaggio (nascosto) che infatti lascia le sue tracce indecifrate, ossia ciò delle cui determinazioni ecc non sappiamo, né possiamo dire, perché il dire o la volontà di darne testimonianza è pur sempre espressione dell'isolamento. Quindi il tuo rilievo non porta acqua al tuo mulino, ma il contrario>>.

Eh no, EK non mi ha capito; la testimonianza del destino non-alterato necessita di un DIRLO (di una testimonianza) che non sia anch’esso(a) alterato(a), altrimenti sarebbe impossibile ritenerlo, appunto, destino NON-alterato.

Se però il destino non-alterato <<lascia le sue tracce indecifrate>> e perciò, come tali, IMPOSSIBILI DA RICONOSCERE come tracce non-alterate, allora si RICONFERMA che <<le sue tracce indecifrate>> NON POSSONO ESSERE SAPUTE come tracce NON-ALTERATE del destino NON-ALTERATO, appunto perché <<indecifrate>>, mi pare elementare…

 

Roberto Fiaschi

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74)- TERZO DIALOGO CON EGON KEY SULLA “CONTESA TRA VERITÀ ED ERRORE”

 

Egon Key (d’ora in poi: EK), sostiene che

<<L'"esser uomo" è l'apparire della contesa tra destino e isolamento!>>

Per cui, secondo lui,

<<Il discorso che fa Roberto Fiaschi non regge, perché lui, ipostatizzando l'"esser uomo" come errore (e non invece come l'apparire della contesa tra destino e isolamento), intende peraltro la coscienza come un prodotto dell'individuo, "a cui", appunto, apparirebbe qualcosa (quando, invece l'apparire può apparire solo a sé medesimo, ossia al destino stesso). L'apparire, NELL' Io finito del destino, è il mostrarsi di tutto ciò che appare, quindi anche della corporeità umana, che, nel contesto spazio-temporale in cui si mostra, è la "traccia" che i cerchi si lasciano a vicenda del loro essere luoghi del contrasto tra verità e isolamento. A revoir>>.

in Essenza del nichilismo, a pag. 201, Severino scrive:

<<l’uomo [ = l’individuo empirico-errore: io, tu, egli…] vive solitamente nella non verità [infatti <<l'individuo è errore. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore>>. (Severino: La legna e la cenere)]. Ma la vita dell’uomo [ = dell’individuo-errore] è, nella sua essenza, l’eterno apparire dell’essere [ = ossia tale essenza è l’Io del destino-verità]. […] Per quanto profonda possa risultare la non verità in cui vive l’uomo [ = l’io empirico-errore], egli è pur sempre l’eterna manifestazione della verità dell’essere [ = cioè dell’Io del destino o cerchio finito dell’apparire]. Non si può dunque pensare che il vivere [da parte dell’unico che può vivere: l’io individuale-errore] nella non verità sia un oblio che porti alla sparizione della verità dell’essere. Ciò vuol dire che la non verità [ = l’individuo empirico: io, tu, egli…] è possibile solo all’interno della verità [ = cioè all’interno dell’Io del destino-verità] dell’essere>>. (Parentesi quadre mie: RF).

E a pag. 203, sempre Severino:

<<In quanto vive nella non verità, l’uomo [ = l’io empirico-errore] è allora l’apparire di una contesa: tra la verità [ = l’Io del destino-verità], che eternamente appare [ma NON appare consapevolmente all’errore], e l’errore [ = l’io empirico-errore], che accompagna l’accadimento della terra e vede in essa [sempre l’io empirico-errore] il terreno sicuro>>.

Com’è evidente <<anche ai moscerini>> (parole di EK), tale contesa è tra due protagonisti: 

l’errore-io empirico il cui apparire all’interno dell’Io del destino-verità, contende (senza saperlo!) a quest’ultimo la scena, la quale altro non è che l’essenza dell’uomo inteso nella sua verità, cioè l’Io del destino-verità.

Dunque, essendo CERTO che <<l'individuo è errore. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore>> (Severino), allora è palese come EK, scrivendo:

<<L'"esser uomo" è l'apparire della contesa tra destino e isolamento!>>

prenda una solenne cantonata,

perché tale <<"esser uomo">> NON È l’individuo empirico-errore, giacché, ripeto:

<<l'individuo è errore>> (Severino), per cui, intanto, non ho effettuato alcuna IPOSTATIZZAZIONE dell'<<"esser uomo" come errore>>,

bensì, tale <<"esser uomo">> è l’Io del destino, al cui interno appunto sorge (appare) l’io individuale-errore che con la sua presenza FA PREVALERE <<la non verità in cui vive l’uomo [ = l’io empirico-errore]>>.

Chiaro?

Ora, per AGEVOLARE la tesi di EK, concediamo però che la faccenda stia nei termini da lui esposti.

Bene; sulla scorta di tutto ciò, si tratta adesso di RAGIONARE, giacché la filosofia non si accontenta di innumerevoli citazioni mandate giù a memoria e RIPETUTE a valanga ad ogni piè sospinto, ma richiede di ARGOMENTARE in proprio.

E cosa ne esce?

Ne esce un bel disastro, perché se la situazione stesse nei termini descritti da EK, allora avremmo che <<L'"esser uomo">> sia lo stesso individuo empirico-errore il quale sarebbe IN SÉ <<l'apparire della contesa tra destino e isolamento!>>, cioè l’individuo sarebbe in sé sia ERRORE ( = io empirico) che VERITÀ ( = Io del destino), tra loro in contesa all’interno del medesimo soggetto!

Ebbene, NULLA CAMBIEREBBE rispetto all’APORETICITÀ del rapporto errore-verità, giacché avremmo nell’<<"esser uomo">> (cioè nell’io empirico) un aspetto _ l’errore _ che non saprebbe di esser tale, visto che, come dice Severino, l’errore (l’io empirico) NON SA di esser ERRORE _, per cui NON CONTENDEREBBE ALCUNCHÉ CON NESSUNO; ed avremmo, sempre nel medesimo <<"esser uomo">> cioè sempre nell’io individuale, l’altro aspetto costituito dal destino-verità, il quale, invece, è l’UNICO dei due contendenti a SAPERE di ( = ad apparirgli) tale contesa, sì che questa sia, in realtà, una pseudo-contesa, poiché uno dei due _ l’io individuale-errore _ LA IGNORA DEL TUTTO

Peccato, perciò, che di tale destino quale VERITÀ insita nell’<<"esser uomo">> com’è inteso da EK, si debba dire che esso, il destino, che nel linguaggio del mortale <<suona identico a quello che testimonia il destino>>, sia però <<necessariamente un affiorare ROVESCIATO (e dunque SVIANTE) DELL’INCONSCIO DELLINCONSCIO (e che sia rovesciato significa che sono impossibili lampi di comprensione autentica)>>.  (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana 2011. Maiuscoli miei: RF).

Il che vuol dire RETROCEDERE l’APORIA (lasciandola perciò intatta) nell’<<"esser uomo">> (cioè nell’io empirico), anziché lasciarla al livello che originariamente le compete ovvero internamente all’Io del destino-verità, il quale rappresenta l’essenza autentica dell’<<"esser uomo">> rettamente inteso e sempre nel quale accade (appare) la CONTESA cui è l’io individuale-errore, il sorgere della cui presenza OBLÌA la verità del destino per far PREDOMINARE <<la non verità in cui vive l’uomo [ = l’io empirico-errore]>>.

Infatti, non solo nell’<<"esser uomo">> come inteso da EK, il lato dell’errore NON SA di esser errore e quindi nulla può sapere di una verità da esso contesa, ma altresì il lato della verità del destino è l’<<INCONSCIO DELLINCONSCIO>>, per cui, quand’anche nell’individuo EMERGESSE DALL’<<INCONSCIO DELLINCONSCIO>> la verità del destino, l’errore _ cioè l’altro aspetto presente nell’<<"esser uomo">> (cioè nell’io individuale) _ nulla potrebbe saperne, appunto perché tale destino emergerebbe <<rovesciato>>, perciò <<sviante>>, tale da dover concludere:

<<sono impossibili lampi di comprensione autentica>> del destino nell’<<"esser uomo">> (N. Cusano, op. cit.)…

 

Roberto Fiaschi

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domenica 6 agosto 2023

73)- SECONDO DIALOGO CON EGON KEY SUL RAPPORTO SEVERINIANO “ERRORE-VERITÀ”


Così ha replicato Egon Key (EK) a quanto da me scritto nel post 72:

<<Eccoci. Dunque, dicevamo, che sia l'Io del destino a sapere è, appunto, ciò che ho sempre sostenuto. Ma «sapere» qui significa, innanzitutto, «apparire». Nel senso che l'apparire può apparire solo a sé medesimo. Non si dà alcun apparire che «appaia a qualcuno». La tua posizione è, invece, quella di un «apparire a...». Ma se si parla di un "soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire – si parla unicamente di regressus (o di un progressus, se preferisci) in indefinitum circa il fondamento dell'apparire e il suo perpetuo differimento; infatti: se "l'apparire è sempre un apparire «a un io», o «a una coscienza», allora l'apparire «a me» è l'apparire all'apparire a me, (dove l'«a me» determina il progressus in indefinitum). L'apparire autentico (secondo la struttura autoriflessiva che caratterizza l'apparire in senso severiniano) è dunque ciò che include sé stesso nel proprio contenuto. Ne segue, allora, che non si dà alcun "soggetto empirico" a cui qualcosa appaia>>.

Proviamo a concedere, per un momento, che sia VERO quanto appena scritto da EK.

Ossia, concediamo che quanto da lui scritto sia un tratto della verità del destino severiniano (ne riparlerò alla fine del post).

Ebbene, io, che sto leggendo tutto ciò, così come EK, che ha scritto quanto vado leggendo, siamo INNEGABILMENTE io empirici.

Quindi, siccome 

<<Si deve pertanto concludere che nel pensiero dell’isolamento un lampo di comprensione autentica [del destino] è IMPOSSIBILE (nello stesso senso e per lo stesso motivo per cui lo si deve escludere in relazione all’io dell’individuo): è necessario che, all’interno del suo isolamento dalla verità del destino, il pensiero mortale [dell’io individuale, dunque] FRAINTENDASEMPRE E INEVITABILMENTE, le tracce della Gioia. Se dunque “anche nell’isolamento della terra il destino lascia la propria traccia”, questa “non può non essere ambigua, sviante, cioè NON PUÒ CONDURRE GLI ABITATORI DELLA TERRA ISOLATA ALLA LUCE DEL DESTINO. ALTRIMENTI LA TERRA NON SAREBBE ISOLATA”>>. – (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana 2011, pag. 447. Maiuscoli miei: RF),

allora, si dovrà altrettanto concludere con l’IMPOSSIBILITÀ che EK (ma poi qualsiasi altro io empirico) SAPPIA ( = gli APPAIA) quel tratto del destino secondo cui viene NEGATO che vi sia <<un "soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire>>.

Giacché egli, per poter scrivere ciò, come di fatto ha scritto, DEVE ESSER CONSAPEVOLE ( = DEVE SAPERE; DEVE APPARIRGLI) che <<Non si dà alcun apparire che «appaia a qualcuno»>>. 

Ma ciò è precisamente quanto egli NON PUÒ SAPERE ( = NON PUÒ APPARIRGLI), appunto perché, in quanto è ERRORE, è IMPOSSIBILE <<CONDURRE GLI ABITATORI DELLA TERRA ISOLATA ALLA LUCE DEL DESTINO. ALTRIMENTI LA TERRA NON SAREBBE ISOLATA”>>.

Invece, quanto da lui scritto PRESUPPONE GIÀ la conoscenza ( = l’apparirgli) del destino, CONOSCENZA (nel senso più lato possibile) che però egli NON può avere, proprio in forza del suo essere errore, il quale <<è necessario che, all’interno del suo isolamento dalla verità del destino, […] fraintendasempre e inevitabilmente, le tracce della Gioia>>.

Si osserverà, però, che la consapevolezza di essere errore, presuppone l’apparire del destino in base al quale è possibile l’esserci dell’errore.

Ma, nuovamente, la consapevolezza dell’apparire del destino, unitamente alla consapevolezza di essere errore, consapevolezza che, secondo Severino, l’errore NON POSSIEDE, è indice che l’errore sappia / sia consapevole di ciò che, invece, non può sapere né esser consapevole.

Pertanto, stante questa consapevolezza, si deve allora necessariamente concludere con la FALSITÀ della tesi severiniana, secondo la quale l’errore-io empirico,  

<<proprio perché è fede, è destinato a NON SENTIRE LA VERITÀ: in quanto ascoltata da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto, LA VERITÀ NON PUÒ ESSERE VERITÀ, e io sono destinato ad essere soltanto il desiderio, in indefinitum, della verità>>. - (La struttura originaria, pag. 89. Maiuscoli mei: RF).

Peraltro, questo brano di Severino mostra come all’io empirico-fede APPAIA qualcosa _ dice: <<in quanto ascoltata da “me”, cioè dalla fede in cui “io” come individuo mortale consisto>> _; per la precisione gli APPARE la terra isolata o la fede in tutto ciò in cui egli ha fede, SENZA SAPERE né che tale terra sia isolata né che ciò che gli appare sia fede, perché se <<io [empirico: Roberto, Gianni, Angelo…] sono destinato ad essere soltanto il desiderio, in indefinitum, della verità>>, vuol dire che sono SOGGETTO A CUI APPARE almeno il <<desiderio, in indefinitum, della verità>>, pur SENZA MAI USCIRE DALL’ERRORE cui sono, appunto perché, ripeto con Nicoletta Cusano:

<<Se dunque “anche nell’isolamento della terra il destino lascia la propria traccia”, questa “non può non essere AMBIGUA, SVIANTE, CIOÈ NON PUÒ CONDURRE GLI ABITATORI DELLA TERRA ISOLATA ALLA LUCE DEL DESTINO. Altrimenti la terra non sarebbe isolata”>>.

Proseguo perciò con la replica di EK:

<<Riallacciandoci poi al discorso dell'identità di identità (quello dell'Io che è includente il dolore come lo stesso dolore che è incluso nell'Io), senza però scordare quello dell'apparir-si dell'Io, va detto che l'Io del destino non incorre in un suo, per cosi dire, duplicato, bensì appare, nell'Io, l'essere-insieme-ad-altro da parte dell'Io, che è identico all'Io, e che proprio perché è identico appare di necessità nell'Io! Qui pertanto, non riduciamo a illusione l'io empirico, né diciamo che sia l'io empirico a sapere qualcosa. Esso è esistente, in quanto essente, ma come contraddizione che è però negata nella verità (ma per essere negata nella verità, tale contraddizione deve prima apparire ma, dicevamo, non può «apparire a...»>>.

Molto bene, ma siamo sempre punto e a capo.

Perché?

Perché ANCHE quanto appena qui scritto da EK, è il punto di vista dell’Io del destino-verità, NON dell’io empirico; punto di vista ( = apparire) che NON PUÒ ESSERE COMPRESO DA ( = NON PUÒ APPARIRE A) l’io empirico-errore (ed è INNEGABILE che qui ed ora, APPARE che sia l’io empirico-EK ad aver scritto, così come APPARE esser l’io empirico-Fiaschi Roberto a leggere e a replicare…).

Inoltre, che l’io empirico sia <<esistente, in quanto essente>>, siamo perfettamente d’accordo; che invece esso (o egli) esista <<come contraddizione che è però negata nella verità (ma per essere negata nella verità, tale contraddizione deve prima apparire ma, dicevamo, non può «apparire a...»>>, è un qualcosa che l’io empirico NON può sapere.

L’io empirico NON SA di essere errore, come già detto, SA, perciò, di esser contraddizione <<negata nella verità>>.

Chi SA tutto ciò è SOLTANTO l’Io del destino-verità, dal quale l’io empirico è ISOLATO;

ma chi SCRIVE tutto ciò (e quindi SA tutto ciò) è SOLTANTO l’io empirico…

A questo punto è del tutto ovvio aspettarsi, da parte severiniana, la NEGAZIONE che l’io empirico sia l’autore di quanto è stato qui scritto, ché, se così non si negasse, si dovrebbe prendere atto che l’io empirico sia UN SOGGETTO A CUI APPARE ‘QUALCOSA’.

Se, come precisa EK, <<per essere negata nella verità, tale contraddizione deve prima apparire ma, dicevamo, non può «apparire a...»>> l’io empirico, allora si dovrà concludere circa la COMPLETA INUTILITÀ della posizione dell’io empirico, perché se è impossibile un <<"soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire>>, allora NON si capisce affatto il senso dell’esistenza dell’io empirico-errore, visto che costui NON ha parole da esprimere (cioè non scrive, non legge, non replica, etc…) poiché ad esso NULLA APPARE MAI

Cosicché, perciò, secondo EK vi sia soltanto ed esclusivamente il mono-protagonista cui è l’Io del destino-verità.

Il quale, tuttavia, si è sovente mostrato ERRANTE in alcuni snodi teoretici; la qual cosa NON si addice a ciò che Severino ritiene essere l’<<Io [finito] del destino – la struttura originaria del destino>> il quale, proprio per questo, <<Non crede in nulla perché [l’Io finito del destino] è l’apparire della verità>>. (Severino: Intorno al senso del nulla, pag. 211).

Inoltre, se <<Non si dà alcun apparire che «appaia a qualcuno»>>, se <<Non si dà>> alcun <<"soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire>>, allora NON SI CAPISCE da dove derivi il linguaggio che testimonia il destino come <<linguaggio dell’errare>>.

Sì, perché se gli enti appaiono SOLTANTO all’Io del destino, NON SI CAPISCE perché a testimoniare SÉ STESSO sia proprio il <<linguaggio dell’errare>>:

<<Nel cerchio originario del destino _ quello cioè in cui appare la terra isolata che include il “mio esser uomo” _, il linguaggio che testimonia la terra isolata precede il sopraggiungere del linguaggio che testimonia il destino […]. Il linguaggio che testimonia la terra isolata è il linguaggio dell’errare. […] Per quanto compatto tale linguaggio si presenti nel suo testimoniare il destino e per quanto addietro nel tempo sia sopraggiunto il suo inizio, anche questo linguaggio è stato un errare. L’esempio più recente riguarda _ come si è mostrato nella prima parte di questo scritto [Intorno al senso del nulla] _ il modo in cui nella Morte e la terra è stata considerata l’aporia determinata dalla contraddizione del significato non è (la contraddizione Un)>>. (Severino: Intorno al senso del nulla, pag. 191 ss).

Leggiamo ancora EK:

<<Ogni essente è insieme alla totalità dell'altro, ed è appunto identico a questo suo essere insieme alla totalità dell'altro. Se non si desse questo «essere-insieme» non si darebbe «esser sé» da parte del qualcosa. L'io empirico , in quanto contraddittorietà', è un niente, cioè esiste soltanto come contenuto di una fede – come positività del contraddirsi da parte di una fede>>.

Ma ripeto:

se <<L'io empirico , in quanto contraddittorietà', è un niente, cioè esiste soltanto come contenuto di una fede – come positività del contraddirsi da parte di una fede>>,

allora perché l’Io del destino ( = la struttura originaria) è testimoniata dal (o mediante il) <<linguaggio dell’errare>>?

EK: <<Il problema (apparente) dell'aporeticità del rapporto tra Io del destino e io empirico, sorge perché si identifica ciò che la volontà interpretante nomina "individuo" con l'errore, e non come ciò che è l'apparire della contesa tra verità e l'errore (errore per l'apparire finito dell'infinito): la verità dell'essere è, infatti, lo sfondo di ogni apparire o dell'apparire in quanto tale>>.

Ma non è un’<<apparente>> aporeticità.

In Severino è detto in lungo ed in largo che l’errore è proprio l’<<"individuo">> cioè l’io empirico, la volontà, la fede:

<<l'individuo è errore. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore>>. (Severino: La legna e la cenere).

Altrove, EK mi aveva scritto:

<<ma tu identifichi tout court ciò che diciamo "individuo" con l'errore, e non come l'apparire della contesa tra verità ed errore>>.

Esatto, infatti l’errore NON è <<l'apparire della contesa tra verità e l'errore (errore per l'apparire finito dell'infinito)>> perché, la <<contesa tra verità e l'errore>> comporta che quest’ultimo sia UNA parte in causa nella contesa, e NON che la contesa stessa sia l’errore!

L’errore è quella parte inclusa nell’Io finito del destino rispondente al nome di “io empirico” o, appunto, errore.

Inoltre, tale contesa, perciò, è SAPUTA ( = APPARE) SOLTANTO da un unico protagonista, cioè dalla verità, NON dall’errore.

Tuttavia, Severino, alla domanda:

<<Chi può dare testimonianza della verità?>>,

risponde:

<<Innanzitutto, non è l'individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità. Se fosse l'individuo a testimoniare la verità, allora la testimonianza sarebbe per definizione individuale, cioè ridotta allo spazio, al tempo e ai limiti dell'individuo. Bisogna vedere l'errore del concetto che "Io vado verso la verità" e che "se mi va bene, a un certo momento la vedrò". No! Perché se "Io" è ad esempio il sottoscritto, con questa struttura fisica determinata, allora sarebbe come dire che un occhio cieco può vedere la verità. Perché un occhio cieco? Appunto in quanto dominato dai condizionamenti che costituiscono l'individuo. L'apparire della verità non è la mia coscienza della verità. All'opposto: io sono uno dei contenuti che appaiono. […] Invece dobbiamo dire che l'individuo è il non illuminabile. Perché l'individuo è errore. Se ci si rende conto che l'individuo è errore, allora la verità non ha il compito di rendere verità l'errore. […] All'opposto, la verità include me, e te, e gli altri come conformazioni specifiche dell'errore. […] L'apparire della verità non è un atto individuale, ma è il mostrarsi di ciò che appare. E il mostrarsi non è il mio atto di coscienza, perché il 'mio' atto di coscienza è esso stesso una delle cose che si mostrano>> (La legna e la cenere, parentesi quadre mie: RF).

Ma se <<non è l'individuo che testimonia, cioè pensa esplicitamente la verità>> del destino, allora dobbiamo sempre CAPIRE CHE COSA SIGNIFICHI che

<<A volte accade che il linguaggio dei mortali, pur dicendo cose il cui senso è essenzialmente diverso da quello al quale si rivolge il linguaggio (esso stesso mortale) che testimonia il destino della verità, risuoni in modo che sia possibile sentire nelle sue parole qualcosa di radicalmente diverso _ addirittura il destino della verità. Da che cosa sia reso possibile rimane un problema>>. (Brano di Severino tratto da Oltrepassare, pag. 302 da Nicoletta Cusano nel suo libro: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo. Morcelliana 2011).

Infatti _ ENNESIMA CONTRADDIZIONE _, dapprima viene negato che sia l’individuo ( = il mortale, l’io empirico) a testimoniare il destino;

poi, TUTTO AL CONTRARIO, si afferma esplicitamente che nel <<linguaggio (esso stesso mortale) che testimonia il destino della verità>> possa risuonare <<addirittura il destino della verità>>!

Come non accorgersi di questa PALESE CONTRADDIZIONE?

Prosegue Egon Key:

<<Quanto poi al tema del rapporto col linguaggio, quando dici: "[...] il destino può apparire NON-ALTERATO soltanto se vi è un dirlo che NON si costituisce come un’ulteriore sua ALTERAZIONE, altrimenti, come potremmo veridicamente dirlo (ritenerlo) NON-ALTERATO?", occorre tenere presente la distinzione tra il linguaggio nascosto e il linguaggio manifesto (e questa distinzione ha a che fare con l'apparire della terra nella contesa tra il destino e l'isolamento): il "linguaggio nascosto", cioè quello parlato dal destino (che non è il linguaggio testimoniante il destino avvolto nella parola e quindi esso stesso isolamento) è il linguaggio ancora indecifrabile per la stessa testimonianza del destino: esso è cioè la "traccia" che la contesa lascia nel linguaggio parlato dai "mortali"(e a questo punto occorrerebbe ricordare cosa Severino intende per "traccia"; per il resto, la verità è necessario che sia in qualche modo presente nella non verità: la condizione della possibilità della contraddizione è l'apparire della contraddizione come negata - è per questo che l'apparire dell'esistenza dell'errare appartiene alla struttura originaria del destino: la fede non può che apparire nella verità). Ma su questi temi, qui, non possiamo che essere brachilogici. (P.s. non sostengo che occorra essere per forza "severiniani", ma che tale discorso è dotato di una sua coerenza interna)>>.

Ottima esposizione.

Tuttavia, se EK intende IDENTIFICARE ciò che chiamavo il dire o il testimoniare il destino che NON si costituisca a sua volta come un’ulteriore sua (del destino) ALTERAZIONE (vedasi post n° 68) con <<il "linguaggio nascosto", cioè quello parlato dal destino (che non è il linguaggio testimoniante il destino avvolto nella parola e quindi esso stesso isolamento) è il linguaggio ancora indecifrabile per la stessa testimonianza del destino>>,

allora, proprio perché tale linguaggio è <<nascosto>> ed <<ancora indecifrabile>>, ciò lascia intatto il mio rilievo critico (nel post 68) in base al quale     

il destino può apparire NON-ALTERATO soltanto se vi è un dirlo che NON si costituisca come un’ulteriore sua ALTERAZIONE, altrimenti, come potremmo veridicamente dirlo (ritenerlo) NON-ALTERATO?”

Infine, scrive EK:

<<Per concludere: se l'apparire, come è stato detto, può apparire solo a sé medesimo (se sei in disaccordo, ti chiedo la dimostrazione di un apparire che debba giocoforza configurarsi come un "apparire a... qualcuno"), a SAPERE è solo l'lo del destino (giacché l'io empirico può solo "credere"), ossia l'io del destino SPERIMENTA il dolore (o il piacere). Ma "sperimentare" il dolore (o il piacere) è lo stesso APPARIRE del dolore (o del piacere) nel cerchio finito del destino, dove essi appaiono per lo più "[...] in quel luogo che è l'io dell'individuo e che unisce in sé, in modi via via diversamente concepiti, l''anima' e il 'corpo'. L'Io del destino sperimenta il dolore dell'io dell'individuo, ossia il dolore in cui questo io si sente radicalmente estraniato da sé. L'Io del destino vede la non verità di questo sentirsi estraniati, ma, appunto, ne è l'apparire, ossia sperimenta e, in questo senso, "prova" il dolore in cui quel sentire consiste" (La Gloria, p. 67)>>.

EK chiede:

<<se l'apparire può apparire solo a sé medesimo (se sei in disaccordo, ti chiedo la dimostrazione di un apparire che debba giocoforza configurarsi come un "apparire a... qualcuno")>>.

Che l’apparire appaia <<solo a sé medesimo>> non dice nulla, se non si precisa che quel: <<a sé medesimo>> sia il soggetto incluso nell’apparire o nella consapevolezza di sé.

Non conosco, infatti, alcun <<apparire>> DISINCARNATO da un qualche apparire <<a sé medesimo>>…

Se EK non è d’accordo e perciò conosce tale forma di apparire disincarnata, gli chiederei di dimostrarmela, precisando che quanto egli ha scritto all’inizio derl post ma che riporto qui sotto, NON costituisce una dimostrazione.

Ebbene, quel <<a sé medesimo>> sono io, qui ed ora, e ciò non va dimostrato, perché è un immediato esperirsi, cioè non necessita di mediazioni (ossia di dimostrazioni mediante ALTRO da esso).

Sono conscio ( = mi appare) del computer che in questo istante osservo.

Se non si desse <<alcun apparire che «appaia a qualcuno»>>, perdendo i sensi ( = svenendo), questo computer dovrebbe continuare ad apparire all’Io trascendentale, visto e considerato che è lui l’autentico nonché UNICO/SOLO protagonista dell’apparire a sé, ossia è un ‘occhio’ sempre aperto, che non si spegne mai.

A nulla serve far notare che per poter parlare di svenimento cioè della perdita dei sensi, esso (lo svenimento) deve esser comunque apparso, perché tale rilievo è effettuato unicamente a posteriori, NON durante la perdita dei sensi…

Se infatti tale computer non appare A ME io empirico nel nome della teoria secondo la quale <<Non si dà alcun apparire che «appaia»>> A ME io empirico-Roberto, sarà irrilevante che io gli stia dinanzi da sveglio o da svenuto/privo di sensi.

All’inizio del post, EK ha osservato _ sulla scia di Severino _ come

<<se si parla di un "soggetto empirico", cioè di un "qualcuno" a cui una certo qualcosa debba apparire – si parla unicamente di regressus (o di un progressus, se preferisci) in indefinitum circa il fondamento dell'apparire e il suo perpetuo differimento; infatti: se "l'apparire è sempre un apparire «a un io», o «a una coscienza», allora l'apparire «a me» è l'apparire all'apparire a me, (dove l'«a me» determina il progressus in indefinitum). L'apparire autentico (secondo la struttura autoriflessiva che caratterizza l'apparire in senso severiniano) è dunque ciò che include sé stesso nel proprio contenuto. Ne segue, allora, che non si dà alcun "soggetto empirico" a cui qualcosa appaia>>.

Bene, se l’<<apparire autentico (secondo la struttura autoriflessiva che caratterizza l'apparire in senso severiniano) è dunque ciò che include sé stesso nel proprio contenuto>>, cosa impedisce che tale << stesso>> sia proprio l’io empirico INCLUDENTE il proprio esperirsi (il proprio << stesso>>)?

Non accade mai che io, esperendo, non esperisca anche me stesso come colui che è INCLUSO nell’esperire ciò che via via vado esperendo...

 

Roberto Fiaschi

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sabato 5 agosto 2023

72)- DIALOGO CON EGON KEY SUL RAPPORTO SEVERINIANO “ERRORE-VERITÀ”


In relazione al post n° 69, scrive Egon Key (d’ora in poi EK):

<<Nel rapporto tra Io del destino e io empirico, Severino si richiama all'identità di identità. Per cui, ciò che sperimenta l'io empirico è appropriato all'Io del destino: "[...] è l'Io stesso - è identico ad esso - non in quanto è una determinazione che differisce formalmente dall'Io, ma in quanto è lo "stare insieme all'Io" da parte di tale determinazione. Il dolore (o il piacere) non è l'Io: gli è appropriato, ed è l'Io stesso, non in quanto il dolore è dolore (o il piacere è il piacere), ossia qualcosa che non è l'Io, ma in quanto il dolore è (eternamente) insieme all'Io. L'Io non è il dolore, ma è l'esser insieme al dolore; e il dolore non è soltanto un dolore generico, ma è questo dolore che entra nel contenuto dell'Io e appare insieme ad esso. Sì che l'Io-che-è-includente-il-dolore è lo stesso dolore-che-è-incluso-nell'Io. Incontrando sé stesso in tutto ciò che accade (ogni accadimento essendo cioè il sopraggiungere di quell'eterno che è l'identità di identità [...] l'Io del destino sperimenta il dolore e l'angoscia, ma lascia che sia l'io dell'individuo a provare sconcerto, turbamento e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono; e vede in questa e in ogni altra forma dell'affettivita' la conseguenza inevitabile dell'errare in cui l'io dell'individuo consiste. Sa che tutto cioè che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell'apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico; e sa che l'angoscia dell'individuo di fronte alla vita è dovuta, da un lato, alla prevaricazione, nella solitudine della terra dove l'individuo resta evocato, del linguaggio che testimonia la terra isolata, e, dall'altro, all'assenza del linguaggio che testimonia il destino della verità e della terra - ossia testimonia lo stesso Io del destino. (La Gloria, pp. 65-66)>>.

Tutto perfetto, ma non vedo come tale brano possa smentire l’APORETICITÀ (nei termini descritti nei post 3, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 68 e 69) del rapporto io empirico / Io del destino.

Infatti, colui che <<Sa che tutto cioè che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell'apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico; e sa che l'angoscia dell'individuo di fronte alla vita è dovuta, da un lato, alla prevaricazione, nella solitudine della terra dove l'individuo resta evocato, del linguaggio che testimonia la terra isolata, e, dall'altro, all'assenza del linguaggio che testimonia il destino della verità e della terra - ossia testimonia lo stesso Io del destino>>,

dicevo, colui che SA tutto ciò è l’Io finito del destino, NON l’io empirico, altrimenti quest’ultimo NON sarebbe ERRORE, se sapesse che <<tutto cioè che gli accade (ossia che appare, entrando nel cerchio finito dell'apparire) è quello che è solo in quanto gli è identico>> etc...

Che <<ciò che sperimenta l'io empirico [sia] appropriato all'Io del destino>> lo SA soltanto quest’ultimo, ripeto, NON l’io empirico, ed è proprio la nescienza dell’io empirico (quindi la loro irriducibile DIFFERENZA) a far sì che <<sia l'io dell'individuo a provare sconcerto, turbamento e la forma di dolore e di angoscia che ne conseguono>>, così come è SOLTANTO l’Io del destino a vedere <<in questa e in ogni altra forma dell'affettivita' la conseguenza inevitabile dell'errare in cui l'io dell'individuo consiste>>…

 

Roberto Fiaschi

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