venerdì 10 gennaio 2025

144)- IL CREDENTE SI AUTO-IMPONE (ED IMPONE AGLI ALTRI) LA FEDE?

<<Il principio – oggi così ripetuto – che chi crede di possedere la verità è inevitabile che voglia imporla anche agli altri trova ampie giustificazioni nelle pagine di Feuerbach. Ma non si deve dimenticare che la verità è violenza quando, appunto, si crede di possederla: si crede di possederla e non la si possiede. MA LA VERITÀ È VERITÀ SOLO IN QUANTO NON È QUALCOSA DI IMPOSTO ALLA COSCIENZA. Prima ancora di essere violento con gli altri, imponendo loro la sua verità, il credente di qualsiasi tipo è violento con sé stesso: credendo nella verità della propria fede, impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>.

(Emanuele Severino: “Pensieri sul cristianesimo”, BUR saggi, 2020. Il maiuscolo non è mio: RF).

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Il filosofo Emanuele Severino, nella sua pluridecennale ossessione contro la fede, arriva al punto di STRAVOLGERE il significato dei termini pur di far quadrare i suoi conti teoretico-filosofici (per non parlar dell’ACRITICA ACQUIESCENZA con la quale troppi suoi seguaci riportano sempre, senza batter ciglio, ogni brano del filosofo bresciano presentandolo come fosse una Verità indiscutibile).

Vediamo, infatti, come Severino parli del credente come di colui che <<impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>.

Tutto a posto?

Direi di NO.

Scrive Severino: <<imposto, cioè voluto>>; il che suggerisce che per lui tali termini siano equivalenti ed interscambiabili.

Sbagliando: vi è IMPOSIZIONE laddove ciò che viene IMPOSTO sia tale poiché CONTRO la propria volontà.

E che <<imposto>> e <<voluto>> NON siano affatto sinonimi, lo si comprende meglio se la suddetta proposizione la trasformiamo così:

vi è IMPOSIZIONE laddove ciò che viene voluto sia tale poiché CONTRO la propria volontà.

In questo caso è chiara la contraddittorietà della frase, perché il voluto può soltanto essere in ACCORDO con la propria volontà, non CONTRO, come accade all’IMPOSIZIONE.

Un’ammenda mi viene IMPOSTA pur non avendola voluta, e anzi, proprio per questo, essa è un’IMPOSIZIONE alla quale non posso sottrarmi.

Se per una qualche mia bizzarrìa volessi un’ammenda, allora non la vivrei come un’IMPOSIZIONE bensì come risultato ottenuto in quanto voluto.

Per questo essa mi è IMPOSTA CONTRO la mia volontà (e tanto più la vivo come una violenta IMPOSIZIONE quanto più ritengo di non aver commesso l’infrazione contestatami e quanto più mi mostro risoluto nel non voler infrangere le norme né, perciò, volere ammende).

Dunque, il buon Severino può disinvoltamente scrivere che il credente <<impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>, sol perché TRAVISA il significato di IMPOSIZIONE (o di volontà).

Infatti, il credente NON si AUTO-IMPONE la fede CONTRO la propria volontà.

Tutto al contrario: egli si sente CONQUISTATO da essa, quindi le fa spazio, l’accoglie, la vive, accorda la sua volontà con essa, NON se la sente IMPOSTA ab extra.

Se voglio la fede, non me la posso IMPORRE, giacché IMPORRE non equivale a volere, quindi, se me la IMPONESSI, lo farei CONTRO la mia volontà e ciò vorrebbe dire che mi IMPORREI qualcosa che NON voglio, appunto perché l’essenza di ogni IMPOSIZIONE consiste nell’esser qualcosa di NON voluto, qualcosa di CONTRARIO alla mia volontà.

Quindi NON È VERO che <<il credente di qualsiasi tipo [sia] violento con sé stesso: credendo nella verità della propria fede, impone alla propria coscienza qualcosa che, appunto perché imposto, cioè voluto e voluto come vero, non può essere verità>>,

giacché egli non si AUTO-IMPONE alcunché, tutto al contrario: accoglie volontariamente la fede che gli si (PRO)PONE (NON: che gli si IMPONE), senza perciò infliggersi alcuna VIOLENZA, giacché questa avrebbe luogo CONTRO la sua volontà; né il credente la infligge agli altri, perché così come egli non si AUTO-IMPONE nulla, altrettanto non IMPORRÀ, ma PROPORRÀ

Per cui la tesi di Severino è davvero puerile, un puro stereotipo…

  

Roberto Fiaschi

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venerdì 3 gennaio 2025

143)- MISERIA DI CERTA ‘SCIENZA’…

Riporto un articolo tratto da: Inquietante ipotesi di alcuni ricercatori sui criptoterrestri: gli alieni 'camminano tra noi'.

<<INQUIETANTE IPOTESI DI ALCUNI RICERCATORI SUI CRIPTOTERRESTRI: GLI ALIENI 'CAMMINANO TRA NOI'.

25 dicembre 2024 - Storia di thedailydigest.com

SIAMO SOLI? ©Fornito da Showbizz Daily International

Da tempo la questione se l'umanità sia l'unica forma di vita nell'universo suscita grande interesse tra gli scienziati. Data l'immensità dello spazio cosmico, molti ritengono improbabile che siamo soli. A questa visione si allineano anche noti accademici come Tim Lomas e Brendan Case di Harvard, nonché il professor Michael Masters della Montana Technological University, che sostengono la plausibilità di altre forme di vita oltre la nostra.

UN'IPOTESI AZZARDATA

Lo scorso giugno 2024, i tre scienziati hanno pubblicato un articolo indipendente, in cui avanzano una ipotesi alquanto azzardata: l'esistenza di criptoterrestri.

L'IPOTESI CRIPTOTERRESTRE

Nel loro articolo, 'The cryptoterrestrial hypothesis: A case for scientific openness to a concealed earthly explanation for Unidentified Anomalous Phenomena' (L'ipotesi criptoterrestre: un caso per un'apertura scientifica verso una spiegazione terrestre nascosta per i Fenomeni Anomali Non Identificati), i tre ricercatori suggeriscono che gli alieni potrebbero essere già tra noi, ma che siano "nascosti in modalità furtiva".

POTREBBERO VIVERE NASCOSTI ©Fornito da The Daily Digest

Secondo gli autori dell'articolo, una delle ipotesi più plausibili è che queste forme di vita extraterrestri possano trovarsi ed essersi adattate a vivere sottoterra.

O SULLA LUNA

Un altro luogo in cui secondo gli studiosi di Harvard i criptoterrestri potrebbero nascondersi è il lato oscuro della Luna. "Un terzo luogo di interesse è la Luna, in particolare il suo 'lato nascosto', che rimane perennemente fuori dalla nostra vista. Infatti, tra tutte le possibili località criptoterrestri, è quella che ha suscitato più speculazioni", affermano nell'articolo.

CHI SONO I CRIPTOTERRESTRI? ©Fornito da The Daily Digest

Una delle questioni più affascinanti e che suscita un'intensa curiosità in relazione all'ipotesi proposta dai tre scienziati è la natura degli criptoterrestri: chi sono questi esseri? In che modo si presentano? Qual è la loro origine?

VENUTI DAL FUTURO

Secondo quanto affermato nell'articolo e riportato da CBS News, una ipotesi molto affascinante potrebbe essere che i criptoterrestri siano esseri umani provenienti dal futuro capaci di viaggiare nel tempo.

DA DOVE PROVENGONO

Secondo Masters, uno degli autori, nella descrizione dei racconti di ipotetici incontri avvenuti con alieni nel corso degli anni, questi vengono spesso descritti simili a noi. Quindi, sarebbe insolito che creature con caratteristiche umane possano provenire da altri pianeti.

SIMILI A NOI

"Potrebbe semplicemente essere che siano noi. Potremmo finire per assomigliare a loro", ha affermato Masters, in riferimento alle tipiche rappresentazioni dei "piccoli omini verdi", secondo CBS News.

UNA NOSTRA VERSIONE PIÙ EVOLUTA ©Fornito da The Daily Digest

E ha aggiunto: "In base alle nostre caratteristiche evolutive degli ultimi 6-8 milioni di anni, potremmo avere teste più grandi, visi più piccoli, tecnologia avanzata, e molte di queste caratteristiche vengono descritte in associazione con questi esseri."

PERCHÉ NON SONO IN CONTATTO CON NOI?

Secondo Masters, citato da CBS News, i criptoterrestri avrebbero deciso di nascondersi sottoterra perché noi esseri umani ancora non siamo pronti per un contatto diretto. Inoltre, ai loro occhi, potremmo sembrare ancora estremamente "primitivi".

ESSERI MAGICI

Secondo la loro affascinante ipotesi, i criptoterrestri potrebbero essere anche esseri "magici" associati a miti antichi, che per gli scienziati si tradurrebbero in delle "Intelligenze Umane Non Convenzionali" (Non-Conventional Human Intelligences).

INTELLIGENZE UMANE NON CONVENZIONALI

Si tratterebbe di entità che nelle varie culture sono state tradizionalmente raggruppate sotto il nome di folletti, gnomi, elfi e fate, per esempio: delle figure solitamente descritte in racconti mitologici o nelle religioni antiche.

CREATURE SOPRANNATURALI

Questi esseri avrebbero avuto interazioni sporadiche con gli esseri umani e potrebbero essere stati scambiati per divinità o creature soprannaturali.

'CAMMINANO TRA DI NOI' ©Fornito da The Daily Digest

I tre ricercatori di Harvard hanno affermato che gli esseri intelligenti responsabili dei tanti avvistamenti UFO avvenuti sulla Terra potrebbero quindi essere tra noi, "addirittura camminano tra di noi".

È UNA POSSIBILITÀ ©Fornito da The Daily Digest

"Non stiamo dicendo che sia vero, non stiamo dicendo che sia assolutamente certo al 100%, stiamo dicendo che queste sono alcune possibilità per aiutare a spiegare l'origine di questi esseri", le loro parole di Masters citate da CBS News.

POTREBBERO AIUTARE L'UMANITÀ ©Fornito da The Daily Digest

Gli autori dell'ipotesi concludono dicendo che, seppur speculativo, si tratta di un argomento di cui dovremmo parlare, poiché, nel caso fosse tutto vero, queste forme intelligenti di vita "potrebbero aiutare l'umanità ad affrontare i grandi problemi di oggi, come il cambiamento climatico", secondo CBS News>>.

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In genere succede che se le SPIEGAZIONI addotte dai tre <<noti accademici>> le avesse proposte una persona qualunque durante una chiacchierata tra amici, sarebbero state quasi certamente considerate delle arbitrarie fantasticherie nel migliore dei casi, retrograde ed antiscientifiche nel peggiore; invece, poiché la paternità di tali articoli è quella di <<noti accademici>> (personalmente, MAI sentiti nominare), allora ecco che, verosimilmente, molti si genufletteranno in devota riverenza, giacché, “se lo dicono degli scienziati” _ si suol dire _, allora (è sottinteso che) tali spiegazioni debbano esser, se non VERE, quanto meno MOLTO VICINE AL VERO.

Certo, i tre <<noti accademici>> si affrettano a precisare:

<<"Non stiamo dicendo che sia vero, non stiamo dicendo che sia assolutamente certo al 100%, stiamo dicendo che queste sono alcune possibilità per aiutare a spiegare l'origine di questi esseri">>.

Tuttavia, il fatto stesso che siano degli scienziati a proporre al pubblico tali <<possibilità>>, MITIGA il loro rango di <<ipotesi>> per addivenire, nel pensiero di molti, delle ‘verità’ che ci vengono nascoste per evitare chissà quale destabilizzazione, <<perché noi esseri umani ancora non siamo pronti per un contatto diretto>> coi criptoterrestri…

Ma ciò che preme qui evidenziare è l’ARBITRARIA qualifica di ‘scientificità’ che quasi tutti siamo inclini a tributare a certe ‘SPIEGAZIONI’.

In nome della scientificità, in questi scienziati (nonché in molti altri), vano risulterà reperire un positivo accenno a Dio internamente alle loro SPIEGAZIONI, almeno <<per aiutare a spiegare l'origine>> di noi viventi sul pianeta Terra (così come di TUTTO, inclusi perciò i <<criptoterrestri>>): una ostracizzante accusa di “oscurantismo fondamentalista” non tarderebbe a piover su di loro.  

Invece, abbondano gli scienziati nonché i loro gaudienti seguaci, sedicenti portatori di aggiornata mentalità scientifica avulsa da dogmi e credenze, secondo i quali i quattro Vangeli sarebbero favolette, fantasie, storielle, miti, finzioni, ingenuità pre-scientifiche

Quindi, secondo costoro, Dio, la resurrezione di Gesù, gli angeli, i demoni etc., sarebbero ANTI-scientifici.

Bene.

E cosa ci propongono di così scientifico, invece, i nostri <<noti accademici>>?

Questo:

<<i criptoterrestri potrebbero essere anche esseri "magici" associati a miti antichi […] entità che nelle varie culture sono state tradizionalmente raggruppate sotto il nome di folletti, gnomi, elfi e fate, per esempio: delle figure solitamente descritte in racconti mitologici o nelle religioni antiche>>!

Non solo, ma <<i tre ricercatori suggeriscono che gli alieni potrebbero essere già tra noi, ma che siano "nascosti in modalità furtiva">>!

Nascosti dove?

Ma è chiaro: è plausibile <<che queste forme di vita extraterrestri possano trovarsi ed essersi adattate a vivere sottoterra>> oppure <<potrebbero nascondersi>> nel <<lato oscuro della Luna>>.

Nel frattempo, una di tali creature è già stata avvistata <<sottoterra>>:

Roberto Fiaschi

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sabato 21 dicembre 2024

142)- IL «PENSIERO PENSANTE È IMPENSABILE/INDICIBILE»?

 


Scrive Marco Cavaioni, allievo del filosofo Giovanni Romano Bacchin:

<<Mi sono sempre chiesto come, dopo Gentile e sulla scorta di una conoscenza approfondita dell'Attualismo, abbia potuto prendere corpo un "naturalismo anomalo" (definizione che attingo da Stella, che parafrasa Davidson) quale effettivamente è il Severinismo. Mi sono spesso chiesto e mi chiedo ancora, cioè, come possa essersi riproposto – ed in modo estremo e con ambizioni giustamente smisurate di epistemicità – una posizione già radicalmente dissolta sul piano teoretico. Per dire rozzamente, la risposta che mi sono dato è la seguente: Severino ha appiattito il pensiero (pensante) sul pensiero pensato – "pensiero pensato" che, a rigore, è già una contraddizione in termini –, pretendendo, tuttavia, di conservare l'innegabilità che spetta solo al pensiero autentico, appunto sempre pensante e mai pensato. […] La logica determinativa (identità e differenza, insomma il principio di non contraddizione) è la struttura del dire e della sua presunzione di tener ferme le differenze, le distinzioni (intellettualismo, che negherà sempre la propria inconsistenza, perché non la può vedere). Da ciò – da questo FATTO che è il dire – si inferisce, illogicamente, che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile: infatti, si considera pensabile anche l'impensabile, per il FATTO che lo posso ben dire, come lo abbiamo testè detto. Illogicamente, perché si inverte l'implicazione autenticamente logica, che dovrebbe essere questa: se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile. Ma un siffatto "pensiero" (che non c'è, avendo reso totalizzante lo "essere pensato" o "apparire") è un "pensiero" totalmente succube della logica del FATTO (pensato), ne è, anzi, la inerte (passiva) assolutizzazione. È un "pensiero" inferiore a se stesso, longa manus del presupposto. Il fatto potrebbe essere assoluto ad una solo condizione (per fortuna impossibile): che non si pensi, anzi peggio: che, pensando, si sia espunto dal pensare l'atto di pensiero, riducendolo a pensato ("pensato" non si sa da chi, da quale soggetto trascendentalmente inteso). Ma non è difficile capire che, laddove tutto fosse oggetto ed oggettivato (pensato), nemmeno oggetto ed oggettivazione vi potrebbe essere, nonostante le pretese di verità che tale impostazione rivendica. O, meglio, ciò accade proprio per tale assurda PRETESA e pretesa di DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta, ergo innegabile, ergo indeterminabile, inoggettivabile>>.

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Comincio domandando(mi):

DIRE (cioè <<determinare, significare, semantizzare, oggettivare>>)

è PENSARE?

O meglio:

il DIRE implica il PENSARE?

Ancor meglio:

posso DIRE qualcosa senza prima (o al contempo) averlo PENSATO?

DIREI/PENSO di no

Infatti, allorché Marco Cavaioni afferma (DICE) <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile: infatti, si considera pensabile anche l'impensabile, per il FATTO che lo posso ben dire>>, avrà pur dovuto PENSARE a quanto ha DETTO, perché, se così non fosse, non avrebbe DETTO (PENSATO) niente di intelligibile.

Per lui, <<l'implicazione autenticamente logica>> <<dovrebbe essere questa: se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile>>.

Senonché, dopo aver ridotto la <<logica determinativa (identità e differenza, insomma il principio di non contraddizione)>> alla <<struttura del dire>> affètta dalla <<presunzione di tener ferme le differenze, le distinzioni>>, egli ricorre a quella stessa logica dell’identità-differenza che, invece, DICE (quindi PENSA) di criticare e/o almeno ridimensionare!

Infatti, tale logica dell’identità-differenza è pienamente all’opera dove egli riconosce che il DIRE: <<se e solo se è pensabile, allora sarà sensatamente dicibile>> DIFFERISCE dal DIRE: <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile>>, e quindi accetta il primo DIRE e rifiuta (nega) il secondo, conformemente alla logica dell’identità-differenza.

Ciò vuol dire (appunto!) che la logica dell’identità-differenza TIENE FERME <<le differenze, le distinzioni>> vigenti tra il primo DIRE, che Marco Cavaioni accetta, ed il secondo DIRE, che invece nega.

Per cui egli si ritrova suo malgrado a NEGARE che la logica dell’identità-differenza abbia la <<presunzione di tener FERME le differenze, le distinzioni>>!

Se non le tenesse FERME, egli non potrebbe accettare il primo DIRE e rifiutare come ILLOGICO il secondo!

Evidentemente, tale suo DIRE è tutt’uno con il suo PENSARE, per cui anche il DIRE <<che ciò che viene detto, poi-ché (dopo che, dopo il fatto che) viene detto, sia per ciò stesso anche pensabile>>, è accettabile nella misura in cui il DIRE NON è disgiungibile dal pensare.

Infatti, allorquando Marco Cavaioni DICE l’impensabilità dell’<<atto di pensiero>>, non sta forse già pensandoLO?

Se così non fosse, NESSUNO RIUSCIREBBE A COMPRENDERE di che cosa egli stia parlando, riferendosi a (DICENDO) l’<<atto di pensiero>>.

Al che, egli osserva:

<<Ma non è difficile capire che, laddove tutto fosse oggetto ed oggettivato (pensato), nemmeno oggetto ed oggettivazione vi potrebbe essere, nonostante le pretese di verità che tale impostazione rivendica. O, meglio, ciò accade proprio per tale assurda PRETESA e pretesa di DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta, ergo innegabile, ergo indeterminabile, inoggettivabile>>.

Ma tali APORIE/INCONGRUENZE nascono proprio dalla PRETESA filosofica di NON poter <<DIRE (determinare, significare, semantizzare, oggettivare) la verità assoluta>> nel momento stesso in cui si PRETENDE di parlare DELLA <<verità assoluta>> che, perciò, comporta il suo DIRLA, determinarLA, significarLA, semantizzarLA, oggettivarLA in qualche modo.

La contraddittoria pretesa impossibilità di OGGETTIVARE l’inoggettivabile <<atto di pensiero>> NON è una PROVA che esso sia l’ASSOLUTO (Dio), al contrario: è la PROVA della contraddittorietà di voler evitare l’oggettivazione di ciò che viene PENSATO/DETTO.

Per tale ragione OGNI filosofia che tenti speculativamente di avventurarsi nei pressi dell’assoluto (o di Dio), non potrà che fallire miseramente, avvolgendosi in infinite contraddizioni e, perciò, a mio avviso Dio è ‘avvicinabile’ soltanto per FEDE, ché, se si tenta la via speculativo-filosofica, è inevitabile imbattersi poi nelle aporie non solo del DIRE ma, insieme, del PENSARE…

 

Roberto Fiaschi

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venerdì 20 dicembre 2024

141)- F. FAROTTI: IL DESTINO SEVERINIANO COME «MASSIMO DI RICONOSCIMENTO DEL VALORE DEL CRISTIANESIMO»

 
Se per il prof. Fabio Farotti (1), severiniano, il Cristianesimo è l’<<alter ego folle del destino>>, da parte mia ribalterei i termini:

il destino severiniano come alter ego FOLLE del Cristianesimo.

Ma non è di questo che vorrei parlare.

Mi piace, infatti, riportare una piccola parte di un suo bell’articolo sul rapporto Cristianesimo-Destino, tratto dal testo: <<Cristianesimo e Emanuele Severino. Quali possibilità di confronto? Approcci filosofici e teologici>> (PADOVA UNIVERSITY PRESS 2021).

Esso rappresenta _ per dirlo con le parole del suo autore _ <<il massimo di riconoscimento del valore del cristianesimo>>.

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 <<1. Cristianesimo come la più alta sapienza isolata.

Richiamandomi al nesso (necessario – secondo il destino della necessità) chiarito da Emanuele Severino ne La morte e la terra (2) fra terra isolata dal destino e pura terra (= la terra che appare nel destino non contrastato dall’isolamento nichilistico), onde ogni evento della terra isolata si fonda sulla terra non isolata o pura, rispetto alla quale non è tutt’altro, ma l’esito stravolto di un corrispondente essente non isolato; e considerando che ciò vale per qualsivoglia essente, dunque anche per ogni forma di sapienza isolata dal destino (dalla filosofia greca, alla scienza moderna, all’Illuminismo, all’Idealismo, al Comunismo…), alla luce insomma di questa corrispondenza fra terra isolata e terra pura, tento – nel saggio Presagi del destino. Emanuele Severino e il cristianesimo (3) di mostrare che fra tutte le forme di sapienza della terra isolata, il cristianesimo è la più simile al destino della verità (di cui i “cosiddetti” libri di E. Severino sono la testimonianza). Questo stesso – il destino stesso, cioè – ma, radicalmente stravolto in quanto preso nella rete sfigurante dell’ontologia greco-nichilistica che, del tutto condivisa, il cristianesimo si porta in seno. In contrapposizione, direi che la sapienza meno simile al destino, agli antipodi dunque, nell’isolamento, rispetto al cristianesimo è costituita dal pensiero di Leopardi e Nietzsche. Tra questi due estremi, si dispiegano tutti i medi da cui è costituita la cultura e la civiltà occidentale, ormai planetaria. Il cristianesimo, dunque, complessivamente considerato come la sapienza della terra isolata, nell’abissale distanza, più simile al destino della verità. Lo sforzo più disperatamente proteso ad affermare l’eternità di ogni essente nella Gioia, sulla base della persuasione preliminare – e fatale! – del diventar nulla e da nulla. (Non per caso, direi, nell’Opera severiniana ci si imbatte non di rado in preziose immagini tratte dalla grande miniera cristiana, per illustrare in forma metaforica, perciò più immediatamente fruibile, la spaventosa complessità concettuale del destino). Il cristianesimo dunque che, se per sé preso è contraddizione (duplice: 1. rispetto alle proprie premesse ontologiche greco-nichilistiche; 2. rispetto al destino), assunto invece come non separato dal destino (suo necessario retroscena, come di ogni cosa), ne è anche il più alto presagio. Si tratta della tesi di fondo del saggio: il cristianesimo come contraddizione e presagio (il più alto). Anche ogni altra forma di sapienza isolata stringe necessariamente un nesso di similarità col destino (= esprime, immersa nella follia, il destino o qualche suo tratto), ma, diciamo, complessivamente, restandone più remota e aliena: “meno simile”. E però il “cristianesimo” non si presenta come una sapienza compatta e univoca; anzi, come ben si sa, estremamente variegata e spesso duramente conflittuale. Di qui il problema. Tra le forme di “cristianesimo” così diverse e contrastanti quali la (sua) storia ci mostra, quale privilegiare come la più simile, nella distanza incolmabile, al destino? In fondo abbiamo già risposto: quella meno segnata dalla coerenza nichilistica che necessariamente, per altro, gli urge dentro, e dunque quella in cui, nonostante tutto (e cioè contraddittoriamente), l’impegno di assegnazione dell’eternità gioiosa ad ogni cosa è massimo. Sino a raggiungere persino i corpi individuali (nella resurrezione finale). Questo il criterio del privilegiamento: il “cristianesimo” nella sua forma più contraddittoria e perciò meno rispettosa delle proprie premesse greche – quasi non ci fossero, nel mentre che pure sono riconosciute con viva potenza – circa la “certezza inconcussa” riguardo all’“esperienza” intesa come ciò in cui si mostra con evidenza il diventar nulla e da nulla (donde un Dio che crea ex nihilo, il dolore come vero annientamento, e il libero arbitrio dell’uomo, analiticamente implicante l’ancor nulla del futuro). Daccapo: lo sforzo più potente (rispetto a ogni altra sapienza della terra isolata, Oriente incluso) di affermare l’eternità di ogni cosa, restando totalmente immersi nella persuasione del divenire come creazione e annientamento. Sì che proprio esso che, a suo modo (e cioè alla rovescia), ci indica la via, proprio esso è destinato necessariamente a perderla (a non trovarla sin da principio né mai) e ad annunziare che Dio è morto: speculativamente parlando è il cristianesimo stesso infatti (e, alla sua radice, la Grecia) che parla in nome della “verità” (= della coerenza della follia) in Leopardi e Nietzsche. Dunque non il cristianesimo demistificato (demitizzato) e cioè progressivamente svuotato rispetto alle sue più grandi intuizioni (i “dogmi”), ove l’alibi dello spazio da riconoscere allo “spirito” – che poi a ben vedere è sempre lo “spirito del divenire” –, liberandolo dalla lettera e dal mito, finisce per ucciderlo proprio nella sua presaga grandezza. Allora quello più tradizionale e “dogmatico” (da S. Paolo, suo “fondatore”, ad Agostino e Tommaso, sino ai più grandi papi del nostro tempo: Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), quello cioè che fermamente sostiene la trascendenza di Dio e il suo essere atto puro, l’incarnazione storica del Figlio, la sua nascita dalla vergine Maria, la sua morte (reale, storica) e la sua resurrezione (non metaforica!), la provvidenzialità della storia, l’idea di “uomo” come figlio di Dio, l’Apocalisse, il Giudizio Universale e la resurrezione dei morti (imprescindibile!) e anzi dell’intera Natura. Quello più tradizionale, s’è detto […]>>.

[…]

<<3. Destino e fede (cristiana).

Cristianesimo e destino si danno dunque la mano? Ma anche l’errore più grave e aberrante (che in quanto errare è ben qualcosa) è tenuto per mano dal destino (fondamento della stessa contraddizione – distinta come tale e cioè in quanto essente dal suo contenuto nullo). Cui nulla sfugge, escluso il nulla. Che però, essendo nulla, neppure può sfuggire (mentre il suo positivo significare – come di ogni altro concetto autocontraddittorio – è a sua volta un non-niente, dunque parte del destino e del Tutto). A maggior ragione il cristianesimo. Che non è solo “qualcosa”, ma una grande forma di sapienza. Profondamente avvelenata bensì, ma non a tal punto da non potersi costituire – essa, davanti a tutte – come l’alter ego folle del destino. Il che ci sembra proprio il massimo di riconoscimento del valore del cristianesimo>>.

NOTE:

(1) Fabio Farotti – Docente al Master Death Studies & the end of life all’Università Degli Studi di Padova.

(2) EMANUELE SEVERINO, La morte e la terra, Adelphi, Milano 2011.

(3) FABIO FAROTTI, Presagi del destino. Emanuele Severino e il cristianesimo, University Press, Padova 2021.

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giovedì 19 dicembre 2024

140)- TECNOLOGIA E CRISTIANESIMO

Riporto il seguente post di Sebastiano Dell'Albani:

<<FROM SD’S LIBRARY -POST N. 91 – 16 DICEMBRE 2024

LA POTENZA DELLA TECNOLOGIA GOVERNA IL MONDO.

Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza.

Persino l’individuo dotato di media intelligenza, che fino a pochi anni fa era apprezzato, ha perso il suo valore e la sua intelligenza è totalmente svilita dalla inaudita potenza di questi computer quantistici straordinariamente intelligenti. Questa potentissima tecnologia ha avuto aperta la strada dalla filosofia che ha chiarito ad essa che non ci può essere nessun limite alla sua potenza. L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato. Ha rotto la gabbia che teneva prigioniero il “mostro” e ormai non si può più richiudere. La gabbia che ci proteggeva dal “mostro” è stata aperta dalla stessa metafisica della filosofia della tradizione, la chiave per l’apertura della “gabbia”. Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce a capire che questa immane potenza potrà sì essere usata a beneficio dell’uomo ma può più facilmente essere usata per manipolare e distruggere il mondo e l’uomo perché essa è potenza pura che mira -servendosi dell’uomo -ad aumentare all’infinito la sua potenza. Essa non distingue tra bene e male, non ha etica, la sua etica consiste solo nell’aumento indefinito della sua stessa potenza. Ma forse lo sguardo semplice, dolce e sincero di una ragazza che mostra tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci. «Google ha presentato Willow, un chip quantistico rivoluzionario capace di risolvere in cinque minuti un problema che i supercomputer attuali impiegherebbero 10 settilioni di anni a completare. Questo straordinario risultato, spiegano gli esperti, segna un punto di svolta nella computazione quantistica, tecnologia che utilizza i principi della fisica delle particelle per creare computer di potenza inimmaginabile. Le potenziali applicazioni sono enormi- dalla progettazione di reattori nucleari allo sviluppo di farmaci, al miglioramento delle batterie per auto elettriche.» da FQ, 16 dicembre 2024>>.

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L’affermazione posta a mo’ di esergo da Sebastiano Dell'Albani risulta del tutto falsa soprattutto in relazione al contenuto del suo stesso post che dovrebbe confermarla, mentre, invece, la smentisce palesemente.

Ricordiamo l’affermazione:

<<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza>>.

E ora leggiamo il post.

Sebastiano Dell'Albani scrive che

<<L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato>>.

Subito dopo, però, SI SMENTISCE:

<<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce a capire che questa immane potenza potrà sì essere usata a beneficio dell’uomo>>.

Infatti, la possibilità di essere <<usata a beneficio dell’uomo>> rappresenta il DOMINIO che l’uomo esercita sulla tecnologia SCEGLIENDO/PRIVILEGIANDO il <<beneficio dell’uomo>> anziché la sua distruzione.

Dunque NON è vero che l’uomo debba NECESSARIAMENTE illudersi <<di poter dominare la potenza tecnologica>>.

<<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce capire>> che se egli fosse così <<totalmente dominato>>, non avrebbe allora alcun senso affermar che essa POSSA <<essere usata a beneficio dell’uomo>>, dal momento che questa SCELTA/POSSIBILITÀ NEGA che l’uomo ne sia inevitabilmente <<dominato>>…

Dopodiché Sebastiano Dell'Albani aggiunge:

<<ma può più facilmente essere usata per manipolare e distruggere il mondo e l’uomo perché essa è potenza pura che mira -servendosi dell’uomo -ad aumentare all’infinito la sua potenza. Essa non distingue tra bene e male, non ha etica, la sua etica consiste solo nell’aumento indefinito della sua stessa potenza>>.

Quindi, qui si riconosce e si ammette implicitamente che soltanto l’ETICA potrebbe guidare <<la potenza tecnologica>> al fine di NON <<manipolare e distruggere il mondo e l’uomo>> bensì per <<essere usata a beneficio dell’uomo>>.

Bene.

Tale riconoscimento, però, SMENTISCE la tesi iniziale di Sebastiano Dell'Albani, secondo cui <<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa perdono totalmente il loro senso e significato a fronte di questa immane potenza>>, giacché <<Chiunque, dotato di un minimo raziocinio, riesce capire>> che, per rendere possibile l’orientamento della tecnologia <<a beneficio dell’uomo>>, si debbano spendere le migliori risorse etico/umane, costituite appunto dalla <<Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa>>!

Proprio perché la potenza tecnologica <<non distingue tra bene e male, non ha etica>>, allora Religione, cristianesimo, politica, fede religiosa devono INDIRIZZARE tale potenza _ e ciò comporta di non esser da essa <<totalmente dominati>> _ affinché sia <<usata a beneficio dell’uomo>>.

Ciò è nuovamente confermato, contro se stesso, dallo stesso Sebastiano Dell'Albani ove scrive che <<forse lo sguardo semplice, dolce e sincero di una ragazza che mostra tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci>>.

Che senso ha, allora, asserire che <<L’uomo si illude di poter dominare la potenza tecnologica ma ne è totalmente dominato>>?

Se siamo condannati ad illuderci, allora NEMMENO <<tutta l’umanità insita nell’uomo potrà salvarci>>.

Sebastiano Dell'Albani potrebbe replicare che, in realtà, anche la scelta etica di impiegare la potenza tecnologica a fin di bene riconfermi il dominio ed il perpetuarsi di essa sull’uomo, dominio che perciò non verrebbe smentito dall’orientamento etico impresso alla tecnologia.

Ma, in tal caso, verrebbe dominato l’<<aumento indefinito della sua stessa potenza>> a discapito di essa.

Pertanto, a perdere <<totalmente di senso e significato>> è l’accoglienza acritica di tesi aventi come sottofondo una concezione RIDUTTIVA dell’essere umano quale volontà illimitata di potenza che nella tecnologia troverebbe il proprio inveramento essenziale.

 

Roberto Fiaschi

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(Le fotografie del robot e della fanciulla con <<lo sguardo semplice, dolce e sincero>> sono tratte dal post di Sebastiano Dell'Albani).

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mercoledì 18 dicembre 2024

139)- ETICITÀ NELLA FILOSOFIA DI SEVERINO?


Riporto il seguente scritto di Sebastiano Dell'Albani:

<<FROM SD’S LIBRARY -POST N.92 – 17 DICEMBRE 2024

IL PENSIERO DI SEVERINO HA PROFONDE RICADUTE ETICHE NELLA PRASSI DELL’UOMO.

Il sistema filosofico di Severino è profondamente intrecciato con la dimensione etica, anzi è il sistema in cui l’etica assurge a primaria importanza. Infatti cosa può esserci di più etico che mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte e riuscire a vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere e che sola si oppone alla violenza e alla morte? L’etica della verità. La luce della verità giace nel profondo dell’essere dell’uomo. Ma egli non può vederla perché il nichilismo (nichilismo= far coincidere tutti gli enti, uomo compreso, con il nulla) l’errore profondo che avvolge le coscienze umane non permette di vedere questa luce. Ma l’uomo è l’apertura alla verità e come tale può riflettere su questo esiziale errore e liberarsene. La filosofia di Severino mette pienamente in luce questo errore e per ciò stesso, contrariamente a quanto pensano in molti, troppi, ha una profondità etica straordinaria. Non può esserci nulla di più etico che mettere in luce il fatto che la violenza della concezione nichilistica che ha governato e governa la civiltà occidentale -ma ormai anche la civiltà orientale – ha la sua radice logica e ontologica (riguarda l’ente in quanto tale e anche l’uomo ovviamente) nel vedere tutte le cose come distruggibili e manipolabili a volontà. Distruggerle e poi ricrearle o ricostruirle a volontà. La volontà di dominio e prevaricazione, di popoli su altri popoli, di gruppi sociali su altri gruppi trae la sua origine e potenza proprio da questa concezione. Essa rappresenta quindi la distruzione dell’etica e dell’uomo stesso. Questa non etica è incarnata nel dominio del mondo da parte della tecnologia vista quest’ultima non solo nell’ottica di migliorare la vita dell’uomo ma soprattutto come potenza che nutre sé stessa in un processo all’infinito in cui l’uomo diventa una insignificante rotellina che può essere spazzata via senza che la coscienza collettiva emetta neanche un soffio anzi considera ciò del tutto normale. L’uomo nella logica del nichilismo è visto come un apparato progettante che lo rende del tutto simile alla tecnica essa stessa apparato progettante. Così sembra esserci perfetta sintonia tra l’apparato-uomo e l’apparato-tecnica. Ma pensare ciò sarebbe solo superficialità. L’apparato-tecnica - dato che la sua unica etica coincide con il suo infinito accrescimento di potenza – sta sottomettendo l’uomo e sottometterà l’uomo sempre di più. La potenza dell’apparato tecnologico sta già trovando i suoi alleati in piccoli e potentissimi gruppi umani che credono illusoriamente di servirsi della tecnica per diventare sempre più ricchi e potenti senza essere consapevoli che è la tecnica a servirsi di loro. Questi gruppi umani credono ingenuamente di servirsi della potenza della tecnica contrapponendola alla potenza di altri gruppi che si servono della stessa potenza tecnica per sfidarsi in guerre sempre più violente e distruttive. In questo caso la violenza brutale originata da questo nichilismo è palese. Ma la violenza nichilistica può essere più nascosta per arrivare ad una pace tecnica dove essa non è appariscente ma solo latente pronta ad esplodere presto o tardi. La vera pace può trovarsi solo nella verità del non nichilismo. È proprio per questo che Severino afferma quando scrive che la tecnica non necessariamente ha l’ultima parola perché solo il nichilismo può dare l’ultima parola alla tecnica>>.

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Temo che l’autore del post (che sia Sebastiano Dell'Albani o la ChatGPT, al momento poco importa) si voglia ILLUDERE sull’eticità della filosofia di Emanuele Severino.

Alla domanda che Sebastiano Dell'Albani (si) pone:

<<cosa può esserci di più etico che mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte e riuscire a vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere e che sola si oppone alla violenza e alla morte?>>,

egli risponde:

<<L’etica della verità>>.

Peccato che tale etica sia del tutto IMPOTENTE ad agire eticamente, appunto. Essa è e rimane semplice chiacchiera, giacché non può AGIRE sulla realtà se non SMENTENDO SÉ STESSA, giacché l’AGIRE etico (ma anche non etico) è, per Severino, l’immagine dell’ALIENAZIONE più profonda che costituisca il mortale, ciascun di noi.

Eticamente parlando, serve perciò a ben poco <<mettere in luce l’errore nichilistico di far coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte>> se poi l’agire etico che dovrebbe arginarlo, si rivela come il massimo <<errore nichilistico>> in quanto, proprio per agire eticamente, è necessario agire facendo <<coincidere tutti gli enti con il nulla originante violenza e morte>>!

Infatti, prefiggendoci l’obiettivo (non a parole, bensì operando) di opporci <<alla violenza>>, nessuno di noi potrà evitar di voler TRASFORMARE ( = far diventare altro da sé) quella violenza in rispetto e pace, ossia proprio facendo <<coincidere>> la violenza <<con il nulla>> il quale, però, sarebbe <<originante violenza e morte>>!

Pertanto è chiaro:

stanti le premesse ontologiche della filosofia severiniana, è del tutto VANO è tentar di rintracciare una qualsivoglia <<etica della verità>> nella filosofia di Severino, se non richiamando un vago “Non Agire” ( = Wu Wei) di ascendenza taoista...

Come s’è visto, lo stesso Sebastiano Dell'Albani riconosce che l’<<etica della verità>> (cioè la concezione etica come emerge dalla filosofia di Severino) <<si oppone alla violenza e alla morte>>.

Dal che consegue il PARADOSSO secondo cui ogni forma di <<violenza>> è comunque un ESSENTE ETERNO inviato, nel cerchio finito dell’apparire, dallo stesso Destino di cui parla Severino, col risultato, perciò, che esso dapprima invia il nichilismo e con esso la <<violenza>>, per poi OPPORVISI facendo riferimento ud una presunta <<etica della verità>> la quale, però, se intende davvero OPPORSI alla <<violenza>>, deve AGIRE secondo i dettami di quello stesso nichilismo/<<violenza>> che tale etica vorrebbe combattere!

Sebastiano Dell'Albani ritiene che la concezione severiniana sia sommamente etica perché riuscirebbe a far <<vedere la luce della verità che giace nel profondo del nostro essere>>.

Purtroppo per lui, anche ammettendo (senza concederlo, giacché la persona umana, essendo CONTRADDIZIONE cioè ERRORE, non può mai sperare) di poter <<vedere la luce della verità>>, questa non potrebbe proporglisi come <<etica della verità>>, perché tale <<luce>> non ha lo scopo di guidare eticamente le azioni degli umani, bensì di NEGARLE in quanto espressioni del nichilismo.

Come si può vedere, dunque, NON È VERO che l’uomo possa <<riflettere su questo esiziale errore e liberarsene>> cioè liberarsi dal nichilismo o dall’<<errore profondo che avvolge le coscienze umane [il quale] non permette di vedere questa luce>>; tentare di liberarsi da tale errore, infatti, implicherebbe doversi liberare DA SE STESSI cioè DALLA PROPRIA PERSONA vista da Severino come ERRORE ETERNO ed eternamente inemendabile, e ciò non farebbe altro che alimentare l’agire nichilistico, sia pur eticamente inteso, che appunto connoterebbe l’essere umano in quanto ERRORE, cosicché gli sia persin preclusa la possibilità di esser <<l’apertura alla verità>>…

(Le fotografie di Severino accanto ad un bel ramoscello di fiori sono tratte dal post di Sebastiano Dell'Albani).

 

Roberto Fiaschi

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sabato 14 dicembre 2024

138)- «SEVERINO, LA FILOSOFIA, I VALORI»

Questo è il titolo dell’incontro tra due filosofi allievi di Emanuele Severino: Nicoletta Cusano e Luigi Vero Tarca, avvenuto il 13 dicembre 2024 a Brescia e reperibile qui: https://www.youtube.com/live/oFRPW-DkUj4

Purtroppo il video dura 2 ore e 26 minuti e mi è impossibile seguirlo. Quanto ho qui riportato, perciò, è una brevissima (ma significativa) trascrizione effettuata da Mario Ciattoni che ringrazio.

<<Tarca: Posso farti una domanda? Chiedo: se il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole, se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile, che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?

Cusano: Questa è una bella domanda.

Tarca: Hai capito? A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?

Cusano: Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...

Tarca: Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?

Cusano: Penso di averlo detto prima, perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta...

Tarca: Perché dovrebbe interessarmi questo discorso?

Cusano: Ah, guarda, se vuoi contraddirti sei libero di non ascoltarlo.

Tarca: Ma perché contraddirsi dovrebbe essere un male? Wittgenstein dice verrà il giorno in cui saremo fieri di essere nella contraddizione.

Cusano: Bene, perché la contraddizione è quella che ho proposto al ragazzo qui davanti: dire e non dire una cosa. Se a te interessa dire e non dire una cosa, va benissimo.

Tarca: Certo.

Cusano: Il prof. Tarca dice e non dice, ed è contento così; io preferirei dire senza contraddirmi.

Tarca: Quindi abbiamo due preferenze (...) Io godo nel contraddirmi, sono due volontà, tu godi nel non-contraddirti. Perché il giovane dovrebbe scegliere il tuo discorso?

Cusano: Se fosse solo il frutto di una scelta... Abbiamo già detto che il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo, e di conseguenza abbiamo chiuso il discorso>>.

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Relativamente a questi scambi di battute, il mio accordo propende nettamente a favore di quanto detto dal prof. Luigi Vero Tarca (LVT).

Motiviamolo.

Alla domanda di LVT:

<<che messaggio dà al vivente umano questo discorso di Severino?>>,

Nicoletta Cusano (NC) risponde:

<<Ti dice quello che sei. Ti dice che l'acqua è acqua e il fuoco è fuoco, e che tu sei volontà di far diventare altro. Allora un conto è esserlo senza saperlo...>>.

Quindi, se l’<<esserlo>> SAPENDOLO _ come nel caso NC _, costituisce il cuore del <<messaggio>> che il <<discorso di Severino>> <<dà al vivente umano>>, tale risposta altro non fa che ribadire quanto era già esplicito nella domanda di LVT, ossia che <<il vivente è volente, l'umano è l'essere che vuole>>, il che è esattamente quanto ciascun essere umano GIÀ SA a prescindere del <<messaggio>> di Severino, per cui quest’ultimo si limiterebbe a ribadire l’ovvio in quanto universalmente risaputo.

Senonché, NC farà osservare che, invece, ciò che l’essere umano NON SA è che _ per usare le stesse parole di LVT _ <<se volere vuol dire volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé, quindi diventi nulla, e ciò è impossibile>>.

Eccolo, dunque, l’autentico centro del <<messaggio>> di Severino e che, secondo NC, farebbe la differenza tra il saperlo ed il non-saperlo.

Ora chiedo: QUALE DIFFERENZA, tal saperlo, farebbe?

Avere un insieme di NOZIONI filosofiche in più rappresenta davvero una differenza tale da costituirsi come <<messaggio>>, rispetto al non averle?

 Certamente sì, a livello ‘quantitativo’, se posso dir così; NO, invece, a livello esistenziale-qualitativo.

Infatti, tale <<messaggio>>, NON apporta alcuna REALE differenza nella vita quotidiana, giacché ANCHE NC, come tutti noi, continuerà a <<volere la trasformazione nichilistica, cioè volere che qualcosa diventi altro da sé>>, se vorrà continuare a vivere…

Il MERO SAPERE la (presunta!) impossibilità <<che qualcosa diventi altro da sé>> non può costituirsi come IL <<messaggio>> che Severino <<dà al vivente umano>>, appunto perché esso è soltanto un insieme di NOZIONI (per quanto meticolosamente elaborate/argomentate) da far proprie o, se si vuol utilizzare il linguaggio del filosofo bresciano, che appaiono.

Certo, se a tutto ciò aggiungiamo quell’altro aspetto teoretico costituito dalla Gloria e dalla Gioia eterna, allora questo sarebbe un SAPERE già più sostanziale esistenzialmente parlando, sì, ma si tratterebbe pur sempre di un insieme di NOZIONI, giacché NEPPURE il saper ciò cambierebbe il volere <<che qualcosa diventi altro da sé>> in un NON-volere (continuando, però, nelle proprie giornate a voler _ o meno _ trasformare il caffè in polvere e l’acqua fredda in caffè caldo)…

Per cui, SAPERE di essere una <<volontà di far diventare altro>> NON sembra avallare la tesi di NC secondo la quale <<un conto è esserlo senza saperlo>>.

Continuando a seguire la loro conversazione, LVT chiede:

<<Perché dovrei stare ad ascoltare questo discorso piuttosto che andare a ballare?>>, e NC risponde:

<<perché è l'unico discorso che sta, se a te interessa un discorso che sta>>.

Siccome LVT inizialmente chiedeva: <<A me che sono un vivente, e che quindi voglio, che cosa dice questo discorso di Severino?>>, allora, che esso sia <<l'unico discorso che sta>> che rilevanza potrà mai avere nel quotidiano il quale, sulla base dello STARE da parte di una tesi filosofica, NON subirà comunque alcun apporto in forza di tale <<messaggio>> che invece, poiché rivolto a <<me che sono un vivente, e che quindi voglio>>, dovrebbe apportare?

Forse che tale apporto (che secondo NC farebbe la differenza tra saperlo e non-saperlo) debba consistere in un insieme di tesi filosofiche sol perché esse STANNO?

Un po’ pochino…

… Dopodiché, NC afferma:

<<io preferirei dire senza contraddirmi>>, e precisa che <<il valore è un voluto, in quanto voluto è nichilismo>>, ossia, NC VUOLE/SCEGLIE di non-contraddirsi.

Ma allora, anche la PREFERENZA o la SCELTA di non-contraddirsi da parte di NC, in quanto essa <<è un voluto>>, <<è nichilismo>> cioè è un CONTRADDIRSI, giacché il nichilismo _ nonché la volontà _, sempre per Severino, è l’essenza della contraddizione/dirsi.

Quindi, anche ammesso e non concesso che il VOLERE sia contraddizione, allora il VOLERSI non-contraddire di NC è tanto contraddittorio quanto il VOLERSI contraddire di LVT.

Ciò, tanto più in base alla severiniana contraddizione C secondo la quale l’essente che appare È ed al contempo NON È MAI l’essente che, apparendo, dice di essere.

Pertanto, nonostante le intenzioni contrarie, anche il dire di NC (come quello di chiunque altro), pur preferendo <<dire senza contraddir[s]i>>, in nome della contraddizione C non è mai quello che dice (di essere), pur essendolo…

 

Roberto Fiaschi

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