venerdì 7 febbraio 2025

152)- SEVERINO, GESÙ E… I PUFFI

Un estimatore del filosofo Emanuele Severino (nonché ostile alla fede Cristiana) _ MC _, ha postato nella propria pagina Facebook l’immagine di Gesù e dei 12 apostoli ritratti a guisa di PUFFI.

Simpaticissimi i PUFFI, però è evidente l’intento DENIGRATORIO; egli sembra voler dire che Gesù (e più in generale la Sua storia narrata nei Vangeli) sia un personaggio INVENTATO al pari dei PUFFI.

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Secondo Severino, tutto è eterno. Ogni essente è eterno e lo è nel modo in cui esso di fatto appare: materiale, ideale, sognato, etc.

Questo _ secondo Severino _, in virtù dell’incontraddittoria identità con sé di ogni ente nonché della sua differenza dal proprio altro; ciò negherebbe quel diventare/trasformarsi in altro (in quanto contraddirebbe l’esser identico a sé) caratterizzante la persuasione comune detta, perciò, nichilistica.

Pertanto tutto ciò che esiste è incontraddittorio, e ciò che è incontraddittorio È, ESISTE NECESSARIAMENTE ed eternamente, poiché solamente il contraddicente-si NON può mai esistere.

In Severino, la totalità degli essenti costituisce IL Tutto intrascendibile.

Se IL Tutto è ciò che non può aver nulla al di fuori/oltre di sé _ infatti è INFINITO _, allora l’incontraddittorio DEVE necessariamente esistere IN TUTTI I MODI secondo i quali può esistere incontraddittoriamente (o anche: che non è contraddittorio che esso possa esistere in OGNUNO di quei modi): pena, un Tutto che NON sarebbe (IL) Tutto INFINITO, in quanto verrebbe a MANCARE almeno di una PARTE: quella, cioè, la cui modalità di esistenza non è contraddittorio che esista.

Se IMMAGINIAMO un ente ‘x’ la cui essenza non sia in contraddizione con la struttura originaria severiniana _ quindi con sé stesso _, allora è conseguenza necessaria che esso ESISTA necessariamente in TUTTI quei modi per i quali non è contraddittorio che esso esista, INCLUSA l’esistenza in CARNE ED OSSA.

La struttura originaria severiniana, in tal caso, può soltanto limitarsi ad asserire che l’esistenza di ‘x’ in CARNE ED OSSA, al di là di quella che attualmente gli compete come ente immaginato, sia <<un problema>>, cioè né affermabile né negabile in quanto non APPARE la notizia fenomenologica della sua esistenza rispetto a quella attualmente nota ( = esistenza come ente immaginato).

Però appare la logicità della necessaria esistenza di ‘x’ (anche) in CARNE ED OSSA.

Se e poiché IL Tutto severiniano è infinito e perciò non può aver niente al di fuori di sé che lo limiti, allora, riguardo agli enti di FANTASIA, NON si potrà più asserire che sì, esistono, MA soltanto nel modo che ad essi attualmente è saputo convenirgli, appunto quello di esser enti di FANTASIA/INVENTATI. Questi NON sono enti auto-contraddittori, sebbene al momento non sia dato rintracciarli empiricamente in rerum natura (ove tale rerum natura non può concernere, evidentemente, soltanto il nostro pianeta Terra) ma solamente (ri)conosciuti come enti immaginati.

Pertanto, IL Tutto severiniano, poiché è posto come tale, DEVE NECESSARIAMENTE contemplare al proprio ‘interno’ (per modo di dire: IL Tutto non avrebbe né interno né esterno) tutto ciò la cui esistenza non è contraddittoria, quindi, ANCHE l’esistenza in CARNE ED OSSA _ letteralmente! _ di quegli enti incontraddittori cui abitualmente riteniamo spettargli soltanto un’esistenza onirica e immaginaria, pena IL Tutto severiniano si CONTRADDIREBBE, cioè non sarebbe IL Tutto bensì MANCHEVOLE, PARTE.

E allora:

i PUFFI azzurri col cappuccio bianco DEVONO NECESSARIAMENTE esistere (anche) in CARNE ED OSSA _ da qualche parte, nell’infinito Tutto _, e non solamente come personaggi fumettistici immaginati; pena IL Tutto si CONTRADDIREBBE: non sarebbe IL Tutto.

Un PUFFO non è un ente auto-contradditorio. Sì che nulla ne vieti l’esistenza nella stessa CARNE con la quale esiste, qui, un qualsiasi altro vivente.

Ma non soltanto i PUFFI, bensì anche TOPOLINO, PIPPO, PAPERINO, SUPER MARIO, SHREK, BATMAN..., devono necessariamente esistere (anche) in CARNE ED OSSA, sempre da qualche parte dell’infinito Tutto.

Così come devono esistere in CARNE ED OSSA (e perciò non soltanto immaginificamente-mitologicamente) gli ANGELI, i CENTAURI, i MINOTAURI, le SIRENE, gli GNOMI, gli ELFI, le FATINE… (vedasi post n° https://controinuovimostriii.blogspot.com/2025/01/143-miseria-di-certa-scienza.html).

***

Epilogo. Il nostro severiniano, MC, volendo dare ad intendere che Gesù e gli apostoli non fossero altro che pie INVENZIONI al pari dei PUFFI, ritrova questi ultimi nella propria filosofia come enti eternamente ESISTENTI in CARNE ED OSSA, per di più ontologicamente NECESSARI e senza i quali il Tutto severiniano NON sarebbe IL Tutto che non manca di nulla!

 



Roberto Fiaschi

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lunedì 3 febbraio 2025

151)- COME MI AUTO-NEGHEREI AFFERMANDO CHE «CIÒ CHE ERA, ADESSO NON È»?

 

Nel gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino, Emiliano Niceta ha scritto quanto segue:

<<[…] non si mostra un fenomeno in cui in un certo tempo un essente è identico al nulla o al suo altro da sé. L'affermazione di tale impossibile identità rimane un voluto ma non ottenuto, e dunque non davvero mai esibito. La fenomenologia infatti mostra l'apparire e il non apparire di ciò che è, non mostra affatto l'apparire di ciò che è e poi non è. È inutile stare a dire "non sta in piedi" se poi non si riesce ad esibire il superamento di quella auto-negazione derivante dall'affermare "che ciò che è non è". Con Severino è aperta una nuova Fenomenologia, con cui anche la scienza futura dovrà fare i conti, a partire dal concetto del variare inteso come successione degli essenti apparenti, non come erroneo divenire ontologico degli enti>>.

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A ciò, ho replicato:

Vorrei che tu mi mostrassi in che cosa consista <<quella auto-negazione derivante dall'affermare "che ciò che è non è">>.

Infatti nessuno sostiene che <<che ciò che è non è>>, perché ciò vorrebbe dire che ciò che è sia al contempo (sincronicamente) ciò che non è.

Invece, posso dire:

ciò che ERA, adesso non è (e non sincronicamente: <<ciò che è non è>>), perché tale passaggio è diacronico, non sincronico (in quest’ultimo caso sarebbe contraddittorio).

Pertanto, ti chiedo:

dove/come mi AUTO-NEGHEREI affermando: <<ciò che ERA, adesso non è>>?

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Di seguito, la risposta di Emiliano Niceta:

<<Roberto Fiaschi ciao, Dunque tu affermi: "ciò che era, adesso non è".

Tale affermazione dovrebbe equivalere a:

in t1, "A è" (e "B non è")

in t2, "B è" (e "A non è")

Ma sai bene (e presumo non sarai d'accordo) che nel linguaggio del Destino, "essere" significa "esser sé", cioè identità immediata di un essente con sé stesso, esprimibile con una proposizione analitica dove il predicato conviene immediatamente al soggetto, poiché con esso coincide originariamente.

Alla luce di ciò allora, la tua affermazione sul divenire si scriverebbe adesso:

in t1, A=A (e B≠B)

in t2, B=B (e A≠A)

Sembra quindi che in tal modo non si abbia mai alcun istante tempo che non sia affetto dalla contraddizione dovuta alla disuguaglianza tra parentesi. Disuguaglianza che afferma la negazione dell'esser sé del cosiddetto essente "non attuale", ma che è però, detta negazione, SINCRONICA all'essente attuale. Essa negazione dunque, per sussistere come la negazione che è, dovrà necessariamente affermare l'esser sé dell'essente non attuale che vuol negare, presupponendo cosi ciò che tenta di negare, e lo farà a partire dall'istante della propria stessa attualità. Attualizzando di fatto il non attuale, con il tentativo di negarlo, la negazione finisce per auto-negarsi nella propria stessa attualità. È infatti di quella specifica legna che appariva in t1, che in t2 affermiamo che essa non è più. Quindi è proprio a partire da t2 che, negandola, riconosciamo l'identità della legna di t1 (dopo che ne avevamo già riconosciuta l'identità anche in t1, dove essa è anche esperibile attualmente, poiché ivi appare). In t2 negheremo l'identità con un verbo "essere" al passato (la legna era), associandola al concetto astratto del ricordo, riferito ad un impossibile "ormai nulla", ma di fatto la nostra negazione sta attualizzando l'identità di quell'ormai nulla e dunque essa sta attualmente auto-negandosi. Questo accade perché l'identità è un significato persintattico che trascende il tempo (di cui invece ne è essa il fondamento) e di conseguenza anche l'auto-negazione della negazione dell'identità non può che seguire la medesima sorte di trascendenza. Ovviamente la negazione tenta formalmente di usare comunque il semplice verbo essere al passato o al futuro (A era e B sarà), ma di fatto andrà oltre la temporalità, affermando necessariamente e sincronicamente al proprio attuale, l'identità dell'essente non attuale che vuol negare, auto-negandosi. Questo vuol dire che l'uso del termine attuale/non attuale è fuorviante se inteso classicamente in senso ontologico e deve essere sostituito, in senso strettamente fenomenologico, da sopraggiungente/oltrepassato […]>>.

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Mia replica.

Dall’inizio, Emiliano Niceta osserva: <<Dunque tu affermi: "ciò che era, adesso non è". Tale affermazione dovrebbe equivalere a:

in t1, "A è" (e "B non è")

in t2, "B è" (e "A non è")>>.

Beh no, perché se A è la legna, allora, il <<ciò che era, adesso non è>> si riferisce ad UN unico ente _ la legna appunto _, per cui la metterei così:

in t1, "A è";

in t2, A non è.

Prosegue Emiliano Niceta: <<Ma sai bene (e presumo non sarai d'accordo) che nel linguaggio del Destino, "essere" significa "esser sé", cioè identità immediata di un essente con sé stesso, esprimibile con una proposizione analitica dove il predicato conviene immediatamente al soggetto, poiché con esso coincide originariamente>>.

Certo che sono d’accordo; <<nel linguaggio del Destino, "essere" significa "esser sé">>.

Sempre Emiliano Niceta: <<Alla luce di ciò allora, la tua affermazione sul divenire si scriverebbe adesso:

in t1, A=A (e B≠B)

in t2, B=B (e A≠A)>>.

Come visto sopra, il <<ciò che era, adesso non è>> si riferisce ad UN unico ente, pertanto qui avremo:

in t1, A=A;

in t2, non-A=non-A.

Non-A=non-A indica l’inesistenza, in T2, di A=A.

Ma ciò NON vuol dire affatto che in T2 (non-A=non-A)=(A=A), appunto perché, in T2, vi è soltanto non-A=non-A il quale DIFFERISCE da A=A in T1, ovvero NON costituiscono un’identità contraddittoria, NON sono, perciò, il MEDESIMO ENTE che è ed al contempo non-è.

Certo, A=A DIVENTA non-A=non-A, ma ciò NON è contraddittorio, giacché nel risultato non sussistono INSIEME A=A e non-A=non-A (ripeto: QUESTO sì che sarebbe contraddittorio).  

Invece, Emiliano Niceta ritiene che A, in T2, vada reso così: A≠A in forza della sua pre-comprensione severiniana secondo la quale, in T2, A sarebbe SÉ ed INSIEME NON-SÉ (non-A ossia NULLA); cioè sarebbe sé ed al contempo altro da sé, quindi sarebbe A≠A.

Certo, se in T2 A fosse sé e non-sé, come già detto, sarebbe contraddittorio.

Senonché, come cerco di sostenere, in T2 vi è soltanto non-A, e non: A e non-A (o A≠A): QUESTA sì che sarebbe LA contraddizione.

Lo A che compare in non-A non indica la COM-PRESENZA di A INSIEME a non-A, bensì indica A come NEGATO, quindi indica l’esser stato (il passato) di A, e ciò, daccapo, NON è una contraddizione.

Prosegue Emiliano Niceta:

<<Essa negazione [ = la negazione che compare nella mia affermazione: <<ciò che era, adesso non è>>] dunque, per sussistere come la negazione che è, dovrà necessariamente affermare l'esser sé dell'essente non attuale che vuol negare, presupponendo cosi ciò che tenta di negare, e lo farà a partire dall'istante della propria stessa attualità. Attualizzando di fatto il non attuale, con il tentativo di negarlo, la negazione finisce per auto-negarsi nella propria stessa attualità>>.

Qui Emiliano Niceta sta rispondendo al mio precedente invito a mostrarmi:

dove/come mi AUTO-NEGHEREI affermando: <<ciò che ERA, adesso non è>>?

Ebbene, certamente la mia affermazione <<dovrà necessariamente affermare l'esser sé dell'essente non attuale [ = ciò che ERA] che vuol negare, presupponendo cosi ciò [ = ciò che ERA] che tenta di negare, e lo farà a partire dall'istante della propria stessa attualità>>.

Vero; per dire: <<ciò che ERA>>, DEVO presupporre tale <<ciò che ERA>>.

Ma, sin qui, NON vi è AUTO-NEGAZIONE; ovvero, affermando <<ciò che ERA>>, riconosco che in passato <<quella specifica legna che appariva in t1>> ERA legna, certo, ma ripeto, sin qui, NON mi sto auto-negando, perché il mio riconoscimento che essa ERA nel passato, NON TOGLIE il mio riconoscimento che essa, nel passato, ERA legna.

Continuo la lettura per reperir la risposta nella sua completezza:

<<È infatti di quella specifica legna che appariva in t1, che in t2 affermiamo che essa non è più. Quindi è proprio a partire da t2 che, negandola, riconosciamo l'identità della legna di t1 (dopo che ne avevamo già riconosciuta l'identità anche in t1, dove essa è anche esperibile attualmente, poiché ivi appare). In t2 negheremo l'identità con un verbo "essere" al passato (la legna era), associandola al concetto astratto del ricordo, riferito ad un impossibile "ormai nulla", ma di fatto la nostra negazione sta attualizzando l'identità di quell'ormai nulla e dunque essa sta attualmente auto-negandosi>>.

Eccoci dunque arrivati alla risposta di Emiliano Niceta alla mia su riportata domanda.

Vero anche qui; <<è proprio a partire da t2 che, negandola, riconosciamo l'identità della legna di t1 (dopo che ne avevamo già riconosciuta l'identità anche in t1, dove essa è anche esperibile attualmente, poiché ivi appare)>>.

Indubbiamente.

In T2, cioè ADESSO, nego l’identità della legna che ERA legna in T2.

Ma ADESSO non sto negando che in passato la legna FOSSE ( = ERA) legna.

ADESSO, invece, sto negando che la legna che in passato ERA legna, sia ancora legna.

Emiliano Niceta ha osservato:

<<In t2 negheremo l'identità con un verbo "essere" al passato (la legna era), associandola al concetto astratto del ricordo, riferito ad un impossibile "ormai nulla", ma di fatto la nostra negazione sta attualizzando l'identità di quell'ormai nulla e dunque essa sta attualmente auto-negandosi>>.

Negando che la legna ADESSO sia ancora legna, NON MI STO AUTO-NEGANDO.

Infatti, RICONOSCO che la legna che in passato era legna ADESSO non lo sia più, ma, negando appunto che ADESSO essa sia ancora legna, NON sto AUTO-NEGANDOMI, perché NON STO NEGANDO (non sto disconoscendo) che ciò che adesso non è più legna sia STATA legna in passato (o anche: NON STO AFFERMANDO che ciò che adesso non è più legna NON sia stata legna in passato).

Sto, invece, NEGANDO che quella legna, ADESSO, sia ancora legna.

O sto AFFERMANDO che quella legna, ADESSO, non è più legna.

Dunque NON sussiste AUTO-NEGAZIONE in ciò.

Nuovamente, prosegue Emiliano Niceta:

<<Questo accade perché l'identità è un significato persintattico che trascende il tempo (di cui invece ne è essa il fondamento) e di conseguenza anche l'auto-negazione della negazione dell'identità non può che seguire la medesima sorte di trascendenza. Ovviamente la negazione tenta formalmente di usare comunque il semplice verbo essere al passato o al futuro (A era e B sarà), ma di fatto andrà oltre la temporalità, affermando necessariamente e sincronicamente al proprio attuale, l'identità dell'essente non attuale che vuol negare, auto-negandosi. Questo vuol dire che l'uso del termine attuale/non attuale è fuorviante se inteso classicamente in senso ontologico e deve essere sostituito, in senso strettamente fenomenologico, da sopraggiungente/oltrepassato>>.

Premesso che i termini <<sopraggiungente/oltrepassato>> equivalgono inevitabilmente al FUTURO/PASSATO, giacché un sopraggiungente non può che esser tale in quanto esso è ANCORA FUTURO (ossia non ancora sopraggiunto), così come l’oltrepassato non può che essere ormai PASSATO in quanto è, appunto, oltrePASSATO.

Lo stesso dicasi per <<attuale/non attuale>>; il primo non potrà che esser sinonimo di PRESENTE, il secondo di FUTURO e/o di PASSATO.

A parte ciò, Emiliano Niceta precisa:

<<Questo accade perché l'identità è un significato persintattico che trascende il tempo (di cui invece ne è essa il fondamento) e di conseguenza anche l'auto-negazione della negazione dell'identità non può che seguire la medesima sorte di trascendenza. Ovviamente la negazione tenta formalmente di usare comunque il semplice verbo essere al passato o al futuro (A era e B sarà), ma di fatto andrà oltre la temporalità, affermando necessariamente e sincronicamente al proprio attuale, l'identità dell'essente non attuale che vuol negare, auto-negandosi>>.

Certo, <<l'identità è un significato persintattico che trascende il tempo>>, ma anche il <<tempo>> ( = la diacronìa) è un significato persintattico, per cui NON vi è alcun privilegio della sincronìa rispetto alla diacronìa.

Poi, penso di aver mostrato l’INSUSSISTENZA della mia auto-negazione, giacché negando che nel risultato diacronico la legna sia ancora legna, NON STO disconoscendo che essa, in T1, fosse legna, in modo da auto-smentirmi.

Così come in T2, negando che la legna sia ancora legna, NON mi sto auto-negando, perché non ho disconosciuto che ciò di cui adesso dico non essere più legna, lo sia stato in passato.

Bene.

Per non allungare eccessivamente questo post (lo è già troppo!), mi fermo qui, perché mi sembra che l’essenziale sia stato sviscerato.

Perciò, riguardo all’altra parte (quantitativamente minore) del suo post, ove egli tratta dell’aspetto FENOMENOLOGICO, in cui comunemente si <<ipotizza o [si] crede di dedurre il NON ESSER SÈ di A in t2, a partire dal NON APPARIRE di A in t2>>, ne riparlerò/remo in altro momento…

                                  

                                     Questa è una contraddizione.  

                                 
                    
                                     Questa NO.

Roberto Fiaschi

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150)- «LA FEDE È IL DUBBIO»?

Estraggo, da un brano di Sebastiano Dell'Albani (che commenterò in altro momento), la seguente frase:

<<ogni fede per sua definizione è dubbio (credere in qualcosa che non si vede né si può vedere)>>.

Severino scrisse che <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile è la definizione stessa del dubbio>>.

Ma Severino riconobbe altresì che:

<<C’è certamente distinzione, e non identità, tra fede e dubbio>>;

la <<fede [...] formalmente non è il dubbio>> - (Severino: La legna e la cenere; pp. 178-80. Corsivo nel testo di Severino).

Pertanto, senza scomodare ulteriori ragionamenti:

a)- o (AUT) c’è DISTINZIONE tra fede e dubbio: ma allora la fede NON è <<la definizione stessa del dubbio>> giacché, se così fosse, la <<definizione>> implicherebbe l’identità con esso, il che viene appunto NEGATO da Severino;

b)- o (AUT) NON c’è DISTINZIONE: e allora fede e dubbio sono il MEDESIMO, indistinguibili, e perciò NON È VERO quanto affermato da Severino, cioè che vi sia <<certamente distinzione, e non identità, tra fede e dubbio>> e che la <<fede [...] formalmente non è il dubbio>>.

Infine, s’è visto che secondo Severino <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile è la definizione stessa del dubbio>>.

Se vi è qualcosa di EVIDENTE, consiste nel fatto che Severino SBAGLI.

Che la Terra sia SFERICA (vedasi post n° 105)- SEVERINO E IL TERRAPIATTISMO) NON è immediatamente <<evidente>> né <<incontrovertibile>> a guisa dell’élenchos aristotelico-severiniano; la sua sfericità NON APPARE (immediatamente).

Per cui, stando alla concezione che Severino ha del dubbio, la sfericità della Terra sarebbe una FEDE ( = un ERRORE) la quale FEDE, perciò, dovrebbe legittimare il DUBBIO della sua sfericità sol perché essa appare è incontrovertibile…

Eppure, NEANCHE di ciò che NON appare è incontrovertibile è possibile dubitare seriamente:

quale persona sana di mente potrebbe DUBITARE della sfericità della Terra?

Insomma, <<lo star dinanzi come cosa non evidente e non incontrovertibile>> NON è <<la definizione stessa del dubbio>>!

Da https://it.wiktionary.org/wiki/dubbio:

<<DUBBIO (aggettivo) dal latino dubius, letteralmente "ondeggiante, che si muove avanti e indietro">> e NON: <<cosa non evidente e non incontrovertibile>> come vorrebbe Severino, visto che ciò che è <<ondeggiante>> muovendosi <<avanti e indietro>> solitamente APPARE seppur non restando stabile!

Per cui il dubbio è estensibile ANCHE alle cose che APPAIONO.

Dal Dizionario Oxford Languages:

<<Dubbio, aggettivo. Che non offre la possibilità di una interpretazione o di una soluzione unica e definitiva: un caso d.; discusso, controverso; che può essere oggetto di contestazione>>.

Anche qui, nessun riferimento al dubbio come <<cosa non evidente e non incontrovertibile>>, ma soltanto come ciò che, pur apparendo, non è suscettibile di lettura UNIVOCA e DEFINITIVA (il non-apparire e la non-incontrovertibilità di alcuni aspetti possono essere implicati, ma non necessariamente, né sempre e comunque).   

 

Roberto Fiaschi

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sabato 1 febbraio 2025

149)- INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DISONESTÀ NATURALE

Attenti al severiniano che bara!

Eh sì, grave malvezzo, mi è completamente inaccettabile, lo devo dire.

In uno dei diversi gruppi filosofici presenti su Facebook, qualcuno _ l’estimatore severiniano AV, nel gruppo Officina di filosofia teoretica (https://www.facebook.com/groups/208128786326082) _, ha pensato bene di ricorrere continuativamente all’uso della ChatGPT, facendosi scrivere DA ESSA le risposte e le argomentazioni che, invece, SERIETÀ vorrebbe le pensasse/scrivesse LUI. Ultimamente, pare che qualcun altro, nel medesimo gruppo, stia seguendo le sue orme: indovinare CHI non è difficile…

Legittimissimo l’utilizzo della ChatGPT, è chiaro; inaccettabile, a mio parere, demandare ad essa quel che dovrebbe esser il frutto dei propri faticosi studi. Infatti, ciò che la ChatGPT scrive NON è ‘farina del sacco’ di AV, e questo può facilmente indurre un vantaggio nei confronti di un qualsiasi interlocutore, fornendogli belle risposte prefabbricate senza la fatica dei propri ragionamenti, preferendo perciò la scorciatoia di farseli scrivere per intero da un’intelligenza artificiale.

Da terzi, mi è stato fatto notare:

<<anche per me è disonesto usare l'AI in sostituzione del proprio pensiero. Ma se Alessandro rilegge e approva l'argomentazione elaborata con l'AI, vuol dire che la responsabilità finale dell'argomento è sua, anche se il merito è dell'AI. Se poi lui usa l'AI ciecamente e non legge nemmeno ciò che pubblica, allora è disonesto>>.

D’accordo: <<la responsabilità finale dell'argomento è sua>>, ma non il MERITO, e mi pare sia quest’ultimo a contare maggiormente.

Un solo esempio tra innumerevoli. AV riporta un suo post al seguito del quale l’interlocutore R. Morosillo osserva:

<<mah, questo articolo chi l'ha scritto? […] Se questa roba l'ha scritta ChatGPT siamo messi male>>.

Dopodiché, AV gli risponde nuovamente con la Chat, e così farà per ogni altra sua replica, postando gli interminabili discorsi da essa formulati.

Morosillo gli farà giustamente notare di volta in volta quanto segue:

<<non so se sto parlando con te o con chatgpt, però c'è scarso senso critico>>. […]

Fine modulo

<<[…] Questa roba chi l'ha scritta chatgpt? come possiamo pretendere di formare una generazione di persone con senso critico se gli diamo strumenti sbagliati per ragionare?>>

[…]

<<Guarda ti rispondo solo alla prima parte perché inutile continuare a dialogare con un algoritmo che tra le altre cose parte da punti sbagliati. […] Ho usato altre volte, poche per fortuna, strumenti come chatgpt e l'impressione è sempre la stessa, possono essere un valido aiuto per fare ricerche ma utilizzarlo come strumento di confronto è veramente deprimente considerando anche l'abilità linguistica e capacità di ragionamento che può usare l'essere umano e che difficilmente potrà essere eguagliata dalla macchina>>.

Un altro interlocutore sbotta:

<<Infatti mi sono stancato. Il mio interlocutore [cioè AV] sembra stare dando a Chat gpt il compito di "confutare" quello che dico>>;

<<sembra>>?

Ma è tutto inutile, AV non ci sente e continua imperterrito a postare le chilometriche risposte DELLA ChatGPT; il suo desiderio di aver ragione ad ogni costo prevale sull’ONESTÀ di esporsi DI PERSONA nella discussione.

Infatti, la ChatGPT non tarda a gratificarlo, scrivendo (ad un suo interlocutore):

<<La verità è che cerchi di chiudere la discussione perché sai di non poter sostenere il peso di un confronto diretto e puntuale>>;

esattamente ciò che AV vorrebbe con tutto il cuore, cioè <<sostenere il peso di un confronto diretto e puntuale>> ma che, ahimé, NON gli riesce, tant’è vero che tale <<peso>> egli ha deciso di addossarlo interamente alla Chat di modo che ne esca ‘vincitore’! Ebbravo!

 

Roberto Fiaschi

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lunedì 27 gennaio 2025

148)- «DIMOSTRARE L’ESISTENZA DEGLI ALTRI IO»?

Scrive Alessandro Tuzzato nel Gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino:

<<come fonda[re] l'esistenza di altri io? Rimane una opinione se non lo [si] dimostra. Un esserci con gli "altri" okay, ma come fa[i] a dire che essi esistono e non sono una immagine solo apparente, onirica, dell'unico uomo? Severino, dal 2001 al 2011 ha scritto 3 libri teoretici in cui per la prima volta nella storia della filosofia si dimostra l'esistenza di altre coscienze. In particolare nell'essere cio' che interpretiamo come "altri corpi umani". Il problema del solipsismo e' infatti dovuto anche al non esperire l'altrui pensiero. La mia domanda rimane, oltre a Severino, chi ha dimostrato incontrovertibilmente ( ovvero cio' che la negazione va in autonegazione) l'esistenza di altre coscienze? Non basta dire che si vedono altri homo sapiens, poiche' siamo noi ad interpretare quegli esseri dotati per similitudine a noi, di pensiero. Ma filosoficamente o questo e' stato presupposto (come dare per scontato l'esistenza di Dio) o si e' alzata bandiera bianca. Anche nei sogni si e' convinti di parlare con altri "io", giusto per fare un esempio di convinzione che non coincide con assolutamente certo. Non so se ni sono spiegato adeguatamente. Se ci pensi bene in Hegel pone la differenza, il riconoscimento dell'altro, la dialettica ecc, come dando per scontato che l'altro appaia im quanto altro e non come immagine riflessa di una propria allucinazione. Alla Matrix o al cervello nella vasca. Voglio dire che l'altro ci appare anche in sogno. Ma altro non e'... Come dimostrare che nella veglia vi siano altri io....rimaniamo sempre bloccati in un realismo ingenuo>>. (Parentesi quadre mie: RF).

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Chiunque ponga tale domanda:

<<come fai a dire che essi [gli altri io] esistono e non sono una immagine solo apparente, onirica, dell'unico uomo? Rimane una opinione se non lo [si] dimostra>>,

deve verosimilmente ritenere che, in assenza di dimostrazione, gli ALTRI io siano immagini solo apparenti, oniriche <<dell'unico uomo>> che, appunto, sarebbe Alessandro Tuzzato a cui, solo per comodità d’esempio, faccio indossare i panni del solipsista.

Quindi, la richiesta avanzata dal solipsista circa la dimostrazione dell’<<esistenza di altre coscienze>>, potrà venir soddisfatta SOLTANTO dal solipsista stesso, da LUI e SOLTANTO da LUI (e da chi altri, se no? Visto che egli è l’UNICO io realmente esistente).

Nel qual caso, però, tale dimostrazione convincerà SOLTANTO LUI.

Infatti, nessun ALTRO solipsista _ e questo è un altro paradosso dei paradossi, giacché NON vi possono essere ALTRI reali solipsisti! _ potrà mai esser convinto della bontà di una dimostrazione a lui esterna, perché essa mai potrà evitare di essere, appunto, una dimostrazione ALTRUI, cioè derivante da un ALTRO il quale è dal solipsista considerato a priori <<una immagine solo apparente, onirica, dell'unico uomo>>.

Pertanto, egli NON può ritenere reale ( = esistente realmente) la dimostrazione offerta da qualcun ALTRO, cioè da quell’ALTRO di cui egli chiede la dimostrazione della sua esistenza.

Tuttavia, tale ALTRO egli lo ha trovato e risponde al nome di Emanuele Severino, giacché Alessandro Tuzzato ha qui sopra precisato che <<Severino, dal 2001 al 2011 ha scritto 3 libri teoretici in cui per la prima volta nella storia della filosofia si DIMOSTRA l'esistenza di altre coscienze>> (maiuscolo mio: RF).

Ma allora il nostro solipsista mostra di essere incoerente, anzi, auto-contraddicentesi.

Infatti domando:

perché ANCHE la dimostrazione fornita da quell’ALTRO che è Severino NON dovrebbe essere <<una immagine solo apparente, onirica, dell'unico uomo>> cioè, nuovamente, del solipsista?

Siccome il solipsista si considera l’<<unico uomo>> realmente esistente, allora dovrà considerare <<apparente, onirica>> QUALSIASI cosa venga detta/scritta da un ALTRO, inclusa una sua qualsivoglia dimostrazione.

Per questo la dimostrazione di Severino (o di chiunque ALTRO) NON varrebbe nulla per il solipsista coerente.

Quindi, il solipsista Alessandro Tuzzato SMENTISCE sé stesso nel momento in cui dichiara che Severino <<DIMOSTRA l'esistenza di altre coscienze>>, perché AFFERMA (SENZA dimostrarla e prestando FEDE a) l’esistenza di quell’ALTRA coscienza cui è Severino, negando così il proprio solipsismo e CONFERMANDO l’esistenza dell’ALTRO prima ancora di averLO dimostrato.

Tutto questo, soltanto per denunciare le palesi APORIE nelle quali va ad incagliarsi ogni RAGIONE (filosofica o meno) che pretenda di sottoporre OGNI cosa a dimostrazione.

 

Roberto Fiaschi

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domenica 26 gennaio 2025

147)- «SI PUÒ COERENTEMENTE AFFERMARE CHE GESÙ MORÌ?»

Ha scritto Simone Gamberini nel Gruppo https://www.facebook.com/groups/filosofiaedestino:

<<Il Gesù della fede cristiana "mori' e fu sepolto" (Credo niceno). Ma si può coerentemente affermare che il Gesu' del Credo niceno MORI'? E non come domanda su di un supposto avvenimento storico, ma su ciò che pare risultare dal concetto stesso di "morte". Oggi l'essere morti corrisponde alla morte cerebrale, cioè alla cessazione irreversibile della funzionalità del tronco encefalico. Quindi, se usassimo tale definizione contemporanea, la "morte" di Gesù apparirebbe piuttosto anomala in quanto nulla di irreversibile dovrebbe essere presente in essa (dato che Gesù risorge grazie all'onnipotenza divina). Insistendo, forse potremmo affermare che per la natura umana di Gesù la sua condizione sarebbe stata mortalmente irreversibile se non fosse stato per la presenza e l'intervento della sua natura divina. Ergo Gesù sarebbe morto in tal senso: come essere umano. Ad essere morta cioe' sarebbe stata la natura umana di Gesù. Solo che se Dio può far resuscitare la natura umana, si ripresenta il problema precedente: si tratta di una cessazione davvero irreversibile? Pare di no. Irreversibile riguardo alla sola natura umana lasciata a sé stessa ma reversibile grazie al potere della natura divina: di nuovo non ciò che la definizione contemporanea di "morte" significa>>.

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Il ‘ragionamento’ di Simone Gamberini mi risulta fallace.

Infatti, <<ciò che la definizione contemporanea di "morte" significa>> _ la <<cessazione irreversibile della funzionalità del tronco encefalico>> _ NON include internamente a sé l’intervento di Dio, giacché essa ne prescinde totalmente, pertanto concerne unicamente l’irreversibilità della <<SOLA natura umana lasciata a sé stessa>> (maiuscolo mio: RF).

Invece, il passo falso di Simone Gamberini consiste nel far valere quella definizione per QUALSIASI orizzonte esistenziale: umano e DIVINO, facendo, dell’irreversibilità della MORTE, una ‘legge’ inoltrepassabile ANCHE per Dio!

Di modo tale che, se Dio muta l’irreversibilità in reversibilità, allora l’irreversibilità della MORTE di Gesù non possa venir riconosciuta come VERA irreversibilità, poiché infrangerebbe la suddetta <<definizione contemporanea>>!

Ed invece trattasi di VERISSIMA IRREVERSIBILITÀ, appunto perché essa è PERFETTAMENTE COMPATIBILE _ lo ha riconosciuto lo stesso Simone Gamberini _ con <<ciò che la definizione contemporanea di "morte" significa>> dal punto di vista umano, visto che Gesù è MORTO in forza della <<cessazione […] della funzionalità del tronco encefalico>>.

Il successivo intervento di Dio _ evenienza assolutamente NON contemplata nella <<definizione contemporanea di "morte">> come fattore alterante l’irreversibilità della stessa _, ha mutato quest’ultima in reversibilità quale evento del tutto ESTRANEO al nostro mondo e perciò ab extra rispetto alla <<definizione contemporanea di "morte">> e non ab intra di questa!

Pertanto, ove Simone Gamberini osserva:

<<si tratta di una cessazione davvero irreversibile? Pare di no. Irreversibile riguardo alla sola natura umana lasciata a sé stessa ma reversibile grazie al potere della natura divina: di nuovo non ciò che la definizione contemporanea di "morte" significa>>,

cade vittima della propria ingiustificata estensione delle <<definizione contemporanea di "morte">> all’agire di Dio.

Diremo a Dio, perciò, di aggiornarsi, conformandosi ad essa…

 

Roberto Fiaschi

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domenica 19 gennaio 2025

146)- «COME PUÒ SEVERINO CHE, IN QUANTO IO EMPIRICO NON PUÒ ESSERE NELLA VERITÀ, INDICARE LA VERITÀ?»


<<Di seguito riporto un passo, per me fondamentale e sul quale sto ulteriormente meditando, per rispondere in parte alla giusta domanda di molti critici : come può Severino, che a suo stesso dire, in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?

Consiglio, nella lettura di ciò che segue, a porre attenzione anche alle negazioni (spesso doppie) che l'autore usa in abbondanza.

Da La Gloria (Adelphi) pag 475:

"[...] un significato può distinguersi dalla parola, e oltrepassarla, solo in quanto esso è il destino della verità, ossia la dimensione semantica la cui negazione è autonegazione. L'affermazione che nel linguaggio della testimonianza del destino il destino non possa apparire non mostra che, nel linguaggio, quella negazione non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità. Tuttavia, proprio perché quell'autonegazione, pur manifestandosi nel linguaggio, appare come l'incontrovertibile (e appunto in questo apparire consiste l'élenchos), è necessario che appaia tutto ciò senza di cui l'incontrovertibile non sarebbe tale, ossia è necessario che appaia la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino appaia già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino appaia oltre il linguaggio">>.

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Orbene, temo che NEPPURE questo brano di Severino, del resto già noto, riesca a risolvere l’APORIA riassunta da Alessandro Tuzzato nella domanda: <<come può Severino, che a suo stesso dire,in quanto io empirico non può essere nella Verità, indicare la Verità?>>.

Anzi, la precisazione apportata qui sopra da Severino a me pare ergersi come l’ultimo DISPERATO tentativo di ‘ricucire’ ciò che, per il suo stesso statuto ontologico, si è ‘strappato’ ab origine, giacché non può che ‘stare insieme’ in modo, appunto, APORETICO.

A guisa di premessa, giova sempre ricordare la concezione teoretica esplicitata da Severino e espressa (anche) in queste tre (tra molte altre) citazioni:

(1)- <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>> -  (Severino: La legna e la cenere);

(2)- l’<<io individuale NON PUÒ PENSARE la verità del destino, anche se questa è, come inconscio dell’inconscio, la verità del suo apparire ed essere: l’io dell’individuo NON È e NON PUÒ essere COSCIENTE del proprio essere veritativo. Tale coscienza appartiene SOLO all’Io del destino>> - (Nicoletta Cusano: Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, pag. 434. Maiuscoli miei: RF);

(3)- <<[…] per vedere che il destino sia nella parola è cioè necessario che la volontà [ = l’io empirico-errore] veda il destino; ma, si è rilevato, è impossibile che ciò che appare all’interno di una fede sia il destino della verità. Ma questo non significa che, dunque, la verità sia impossibile. Infatti la volontà [ = l’io empirico-errore] può voler  assegnare la parola al destino – e, innanzitutto, può isolare la terra – solo in quanto il destino appare già da sempre al di fuori dell’isolamento della terra e del linguaggio>> - (Severino: La Gloria, Pag. 475. Parentesi quadre mie: RF; corsivo nel testo).

Possono bastare.

L’individuo-Severino ha scritto tutto ciò che abbiamo appena letto mediante il linguaggio della terra isolata ossia dell’ERRORE; ciò è difficilmente contestabile, anche perché lo afferma lui stesso...

Egli _ l’individuo-Severino _ ha perciò dichiarato che la testimonianza del destino, <<pur manifestandosi nel linguaggio>>, <<non mostra che, nel linguaggio, quella negazione [ = l’élenchos, ossia l’auto-negazione della negazione del destino: RF] non sia autonegazione, ma mostra che, nonostante l'autonegazione della negazione del destino, nonostante cioè l'incontrovertibilità del destino, che viene indicata dal linguaggio, è impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Senonché, affermando ciò, allora sarà altrettanto IMPOSSIBILE che l’élenchos, cioè l’auto-negazione della negazione del destino, <<riesca ad essere>> almeno una parte, seppur la più importante, della testimonianza del <<destino della verità>>!

Se è _ e poiché è _ <<impossibile che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>, allora NON potrà essere o indicare <<il destino della verità>> NEPPURE quel <<contenuto del linguaggio>> costituito dall’élenchos!

Infatti, se tale élenchos riuscisse ad essere quel <<contenuto del linguaggio>> in grado di testimoniare (l’incontrovertibilità de) il destino, allora NON avrebbe più alcun senso ribadire continuamente l’impossibilità <<che un contenuto del linguaggio (cioè della volontà, della fede) riesca ad essere il destino della verità>>.

Una volta posto l’élenchos, la testimonianza del destino della verità seguirebbe senza ostacoli, e così CADREBBE anche la tesi severiniana secondo la quale <<è contraddittorio che l’individuo sia cosciente della verità del destino>>.

Per cui NULLA IMPORTA che <<quell'autonegazione [della negazione del destino: RF], pur manifestandosi nel linguaggio, appa[ia] come l'incontrovertibile>>, perché a questa incontrovertibilità (all’élenchos) vi era giunto anche Aristotele, pur NON avendo affatto, egli, testimoniato alcun destino.

Certo, l’individuo-Severino _ il quale, in quanto individuo, è impossibilitato a <<PENSARE la verità del destino>> poiché è situato, come tutti noi <<all’interno di una fede>> _, nel su riportato brano PENSA che sia

<<necessario che APPAIA la totalità della sintassi del destino - la totalità delle costanti sintattiche del destino, la totalità della persintassi dell'essente -, ossia è necessario che questa concretezza sintattica del destino APPAIA già da sempre al di là dell'isolamento della terra, al di là del linguaggio, al di là del linguaggio che testimonia il destino e dunque al di là dello stesso linguaggio che, qui, ora, sta affermando la necessità che la totalità della sintassi del destino APPAIA oltre il linguaggio">> (maiuscoli miei: RF).

Ma se tutto ciò è <<necessario che APPAIA>>, allora, daccapo, NON HA PIÙ ALCUN SENSO ( = è FALSA) la tesi circa l’impossibilità <<che ciò che APPARE all’interno di una fede sia il destino della verità>>!

Queste due tesi sono incomponibili, quindi, RECIPROCAMENTE CONTRADDICENTISI…

 

Roberto Fiaschi

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